Vintage Season

 

Vintage Season

"Vintage Season", tradotto nel nostro paese come "La buona annata", è un romanzo breve che Catherine L. Moore e Henry Kuttner pubblicarono nel 1946 sotto lo pseudonimo di Lawrence O'Donnell. Subito accolto con favore dai lettori, guadagnò col tempo il meritato status di una delle più belle storie della science fiction. La vicenda ruota intorno a una casa affittata a tre curiosi personaggi che si riveleranno essere dei "turisti del tempo", provenienti dal futuro allo scopo di vedere con i propri occhi alcuni momenti significativi della storia umana. Purtroppo, come realizzerà il proprietario dell'abitazione, il momento in cui vive è l'imminenza di una catastrofe alla quale i visitatori non intendono porre rimedio per non interferire con la storia passata e, di conseguenza, con la loro stessa esistenza. La trasmissione che porta il nome del romanzo, meno fosca nelle premesse, intende compiere dei percorsi tra momenti storici e generi musicali anche apparentemente distanti, seguendo personali suggestioni e unendo i puntini come quel gioco di un noto settimanale enigmistico. In tema di relazione col passato, la vediamo come prosecuzione con mezzi moderni di una trasmissione che si chiamava appunto "La buona annata" e che andò in onda per alcuni anni sulle frequenze di una storica emittente varesina. Buoni ascolti!

w/ Shadow Weaver

Shadow Weaver ama tessere dei fili nell’oscurità. Da giovane faceva dei collage che chiamava incollaggi e una volta ha composto una poesia fatta di refusi di stampa. Nella vita procede in ordine alfabetico: ha cominciato con l’Agraria e adesso è nella Cultura. Quale sarà il prossimo passo? Magari il Detective. Però del Paranormale, così ci portiamo un po’ avanti. 

Podcast

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30/06/2026

Back into the future

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Un passo avanti e due indietro. Prima della centesima puntata si parlava dei Canned Heat: se vivevano costoro nel culto di John Lee Hooker il mito dei Man era John Cipollina, al punto di farne una sorta di Quicksilver gallesi. Sì, perché i Man erano profondamente e orgogliosamente gallesi: basti vedere il poster contenuto in ‘Be good to yourself at least once in day’ in cui, a forza di pertiche e olio di gomito, i nostri provvedono a staccare il loro paese dal Regno Unito creando un canale artificiale ridisegnando le carte geografiche.

Le origini del gruppo affondano nel lontano 1962 quando, con il nome di Bystanders, propongono un piacevole beat che nel corso del tempo tende sempre più a spostarsi verso la psichedelia. Una pionieristica antologia fu pubblicata nel 1990 dalla See for miles con il titolo di ‘Birth of Man’, a cui seguirono poi due belle compilazioni della Castle.

Dopo un paio di lavori per la Pye e la sussidiaria Dawn, nei quali il gruppo è ancora alla ricerca di una propria fisionomia, i Man approdano nel 1971 alla Liberty / United Artists e qui inizia il loro periodo più proficuo, tra concerti di supporto a Hawkwind e Brinsley Schwarz e la definizione di un suono estremamente personale che attinge tanto alla psichedelia californiana quanto al progressive e allo space rock. Uno di questi concerti, registrato il 13 febbraio 1972 alla leggendaria Roundhouse di Londra, fu pubblicato con il titolo di ‘Greasy truckers party’, doppio album a tiratura limitata piuttosto apprezzato, pare, nel mondo del collezionismo. Alla United Artists intuirono correttamente che era la dimensione live quella in cui il gruppo dava il meglio, tanto che a breve uscì ‘Live at the Padget Rooms, Penarth’, considerato uno dei loro migliori lavori e riedito nel 2007 dalla Esoteric in una versione espansa. L’anno successivo esce quello che per noi è probabilmente il capolavoro dei Man, il doppio ‘Back into the future’, per metà registrato dal vivo il 24 giugno sempre alla Roundhouse. Se i Pink Floyd sembrano in questi lavori un riconoscibile punto di riferimento, i Man tornano a un suono marcatamente acido e californiano con il live ‘Maximum darkness’ del 1975 che vede la partecipazione del Cipollina. Nel 1976 il gruppo si scioglie ma tornerà in pista sette anni dopo con, coerentemente, un live (‘Friday 13’) continuando a suonare ancora per parecchi anni. Uno degli estimatori dei Man fu niente meno che Frank Zappa, che definì Micky Jones "one of the ten best guitarists in the world". E se lo diceva Zappa...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, Mona / Maiden of the Cancer Moon / Mona (Maiden of the Cancer Moon, 1983)
  3. MAN, Many are called, but few get up (Maximum darkness, 1975)
  4. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, Who do you love (The unreleased Quicksilver Messenger Service: Lost Gold and Silver, 1999)
  5. MAN, C’mon (Back into the future, 1973)
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16/06/2026

So far

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Vintage Season è giunta alla centesima trasmissione! Un traguardo degno di nota che festeggiamo dedicando la puntata odierna alle ascoltatrici e agli ascoltatori, a Stella, al Kollettivo, al ricordo della radiovaresina ‘Buona Annata’ e a tutti gli amici che ci hanno seguito nel corso di questi anni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. FAUST, So far (So far, 1972)
  3. TONY CONRAD with FAUST, The side of the machine (Outside the Dream Syndicate, 1973)
  4. TERRY RILEY & JOHN CALE, Church of Anthrax (Church of Anthrax, 1971)
  5. BATTIATO, Sequenze e frequenze (Sulle corde di Aries, 1973)
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02/06/2026

Boogie with Canned Heat

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Nel suo ultimo libro, ‘Abitavo a Penny Lane’, Riccardo Bertoncelli dedica una pagina ai Canned Heat e racconta di quando all’imberbe Alan Wilson venne proposto di assistere Son House in studio di registrazione. La memoria dell’anziano bluesman, per usare un eufemismo, non era all’epoca delle migliori e fu proprio Wilson, appassionato conoscitore delle sue incisioni, a riportargliele alla mente. Per usare le parole dello stesso Bertoncelli, Alan Wilson insegnò a Son House a suonare come Son House. Questo episodio fornisce la chiave di lettura della musica del gruppo e ci dice quanto fossero, paradossalmente, proiettati in avanti: artisti e intellettuali postmoderni in un’epoca di frenetica e ambigua modernità. I Canned Heat nascono nel 1965 a Los Angeles grazie ad amici che praticavano il collezionismo e lo studio di dischi blues. Bob Hite, il cantante che fa da Maestro di Cerimonie nei brani proposti in questa trasmissione, era un entusiasta raccoglitore di settantotto giri che ammassava nella sua abitazione ubicata nel Topanga Canyon: nel 2011 l’occhiuta Sub Rosa pubblicò un disco curato da Dr Boogie contenente una selezione di brani provenienti dalla sua sterminata collezione. Fu l’amico Henry Vestine a presentargli Alan Wilson, appassionato di blues ma anche di musica classica e indiana, oltre che amico di John Fahey (che, vale la pena di ricordarlo, dopo gli studi di filosofia e religione scrisse una tesi di master su Charley Patton) conosciuto a Cambridge. Anche Vestine era amico di Fahey dai tempi dell’infanzia e fece brevemente parte della prima formazione dei Mothers of Invention, almeno fino a quando Zappa non lo sorprese a infrangere una delle sue regole più ferree. In sostanza fu questo il nucleo dei Canned Heat, nei quali si avvicendarono nel corso del tempo altri musicisti come Larry Taylor, Stuart Brotman e Mark Andes, che fecero poi parte, rispettivamente, del gruppo di John Mayall, dei Kaleidoscope e degli Spirit. Insomma quegli intrecci frequenti all’epoca tra i gruppi locati tra Los Angeles e Topanga Canyon, una scena così fertile che finì per attrarre icone del blues bianco britannico come Eric Burdon e, appunto, John Mayall. I Canned Heat erano in definitiva archeologi della musica passati dallo studio alla creazione: una prassi che ce li fa accostare, per dire, a Coil, Plan 9 e Bevis Frond.  Ascoltavano con rispetto vecchi dischi fruscianti, percorrevano miglia e miglia in cerca di anziani bluesman semidimenticati, li accompagnavano e ne scrivevano. Talvolta riuscivano a far loro registrare qualche nuovo disco, magari a distanza di qualche decennio dal precedente. Nel 1971 coronarono il sogno di entrare nello studio di registrazione con il loro idolo John Lee Hooker e più avanti pubblicarono due dischi con Clarence ‘Gatemouth’ Brown e Memphis Slim. Il periodo d’oro del gruppo è più o meno quello che va dall’omonimo esordio del 1967 ai primi anni Settanta ma i Canned Heat continuano a esistere sotto la guida del batterista Adolfo ‘Fito’ de la Parra. Don’t forget to boogie!


Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CANNED HEAT & JOHN LEE HOOKER, Peavine (Hooker’n’Heat, 1971)
  3. CANNED HEAT, Refried boogie (part 1) (Living the blues, 1968)
  4. CANNED HEAT, Fried hockey boogie (Boogie with Canned Heat, 1968)
  5. CANNED HEAT, Refried boogie (part 2) (Living the blues, 1968)
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19/05/2026

The new folk sound of Terry Callier

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Impegnati dall’attività dal vivo, gli H.P. Lovecraft entrarono in studio per registrare il loro secondo album con scarso materiale originale e, oltre tutto, non poca pressione per realizzarlo velocemente. Ricorsero, come da prassi dell’epoca, a una nutrita serie di cover. Tra cui due canzoni apparse sul disco d’esordio dell’amico Terry Callier, pubblicato due anni prima dalla Prestige: ‘Spin, spin, spin’ e ‘It’s about time’. In realtà l’allora ventitreenne Callier l’aveva registrato alla fine di luglio del 1964. Alla sua uscita ‘The new folk sound of Terry Callier’ non suonava, sfortunatamente, così nuovo ed è un vero peccato. All’epoca le cose cambiavano velocemente, e più in termini di tensione creativa che di energia idiota come avviene al giorno d’oggi. Artista di culto, prima della riscoperta avvenuta negli anni Ottanta Callier godette più dei favori della critica che di quelli del mercato. Tra il 1971 e il 1973 realizzò tre album per la Cadet uno più bello dell’altro. In ‘What color is love’ sembrano quasi darsi convegno Curtis Mayfield e Tim Buckley, Van Morrison e Sam Cooke per produrre un disco di straordinaria eleganza. Dopo un paio di altri lavori per la Elektra e la partecipazione al festival jazz di Montreaux del 1979, Callier abbandonò la scena del musicale nel 1983 per destreggiarsi tra il lavoro all’università di Chicago, l’educazione della figlia ottenuta in custodia e gli studi serali che lo portatrono a laurearsi in sociologia. Già questo e i meravigliosi dischi pubblicati nella prima parte della sua carriera basterebbero a tributargli una più che meritata stima. Un riconoscimento più ampio gli giunse però, si diceva, negli anni Ottanta dall’altra sponda dell’Atlantico grazie alla riproposizione di sue canzoni da parte dei deejay e l’usuale squisito gusto di Eddie Piller della Acid Jazz. A sporadiche apparizioni dal vivo seguirono nuove registrazioni e collaborazioni con, tra gli altri, Beth Orton e i Massive Attack.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. TIM BUCKLEY, Down by the Borderline (Starsailor, 1970)
  3. JUDY HENSKE & JERRY YESTER, Raider (Farewell Aldebaran, 1969)
  4. TERRY CALLIER, You goin’ miss your candyman (What color is love, 1972)
  5. TIM BUCKLEY, Get on top (Greeting from L.A., 1972)
  6. VAN MORRISON, Glad tidings (Moondance, 1970)
  7. H.P. LOVECRAFT, It’s about time (H.P. Lovecraft II, 1968)
  8. TERRY CALLIER, Sunset Boulevard (Hidden conversations, 2009)
  9. TERRY CALLIER, Following your footprints (Tilepeace, 1998)
  10. H.P. LOVECRAFT, Spin, spin, spin (H.P. Lovecraft II, 1968)
  11. TERRY CALLIER, Dancing girl (What color is love, 1972)
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05/05/2026

Wayfaring stranger

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Ci sarebbe piaciuto vedere la faccia di August Derleth e Donald Wandrei quando nel 1967 furono interpellati da un paio di produttori di Chicago che chiedevano loro il permesso di chiamare H.P. Lovecraft un complessino vocale e strumentale appartenente alla loro scuderia. Lo sbalordimento sarebbe poi aumentato se avessero saputo che la vicenda prese l’avvio grazie a un simpatico  Yorkshire Terrier dal nome bizzarro.

Com’è noto, i due scrittori già dal 1937 avviarono il progetto di raccogliere in volume una selezione delle migliori storie di Lovecraft ma, a fronte del disinteresse degli editori interpellati, decisero due anni dopo di fondare una propria casa editrice e la chiamarono Arkham House, dal nome della città immaginaria ubicata in quel New England parallelo che fornì la geografia immaginaria che fa da sfondo ai migliori racconti del Sognatore di Providence.

La prima uscita fu un tomo rilegato di cinqucentocinquanta pagine fitte fitte impreziosito da una sovraccoperta illustrata dallo straordinario Virgil Finlay. ‘The Outside and Others’, tirato in 1268 copie, a fronte di vendite scarse nell’immediato, divenne un longseller e convinse Derleth e Wandrei a persistere nella pubblicazione dell’opera completa del maestro: nel 1943 uscì ‘Beyond the Wall of Sleep’ a cui seguirono altri testi di narrativa, selezioni dell’immenso epistolario e antologie di autori affini.

Anche i produttori di cui sopra erano grandi estimatori di Lovecraft, tant’è che diedero alla loro etichetta il nome di Dunwich. Bill Traut e Eddie Higgins, entrambi provenienti dal jazz, insieme a George Badonsky, la fondarono nel 1965 e già nel dicembre di quell’anno sfornarono un singolo di successo: la cover di ‘Gloria’ dei Them ad opera degli Shadows of Knight, pregevole gruppo di Chicago di cui si ricordò Lenny Kaye quando nel 1972 curò ‘Nuggets’.

A fronte delle difficoltà incontrate nella distribuzione, la Dunwich si accordò con la Atco, una sussidiaria della potente Atlantic, e divenne una casa di produzione con un proprio logo a cui si affiancarono le edizioni musicali Yuggoth Music, ulteriore omaggio a HPL. I gruppi in catalogo erano di tutto rispetto: Mason Proffit, Saturday’s Children, American Breed e una formazione tutta al femminile: The Lov’d Ones. Bill Traut fu anche il poco entusiasta coproduttore dell’esordio discografico dei Coven, ‘Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls’, uno dei primi esempi di “occult rock” uscito nel fatidico 1969 per la Mercury con il logo della Dunwich. 

Tra gli autori che lavoravano per la Dunwich c’era il folksinger George Edwards: malgrado il flop di una cover di ‘Norwegian Wood’, i nostri non gli negarono una seconda possibilità (altri tempi…) e così Edwards entrò in studio per un altro singolo. Anche stavolta si trattava di una cover: ‘Anyway that you want me’ di Chip Taylor, portata al successo dai Troggs al pari di ‘Wild Thing’, anch’essa scritta da Taylor e poi ripresa da Hendrix. Roba buona, insomma. Edwards fu affiancato da una band di Chicago, i Rovin’ Kind, e soprattutto da un musicista di grande talento, Dave Michaels, conosciuto da Edwards mentre per sbarcare il lunario suonava jazz lounge in un hotel. I produttori, invece di pubblicare il disco a nome di Edwards, pensarono di attribuirlo a una band e qui ci ricolleghiamo a Derleth e Wandrei. Gli ormai affiatati Edwards e Michaels la presero bene e iniziarono a cercare dei musicisti per trasformare gli H.P. Lovecraft in una band che andasse oltre un estemporaneo singolo. Il primo album, omonimo, esce alla fine del 1967 e suscita un certo interesse per la sua ricchezza timbrica, dovuta in buona parte al lavoro di Michaels che si destreggia tra vari strumenti. Come molti dischi dell’epoca l’album si divide tra cover (Fred Neil, Dino Valente, Randy Newman) e composizioni originali, tra le quali spicca la lovecraftiana ‘The White Ship’. Il gruppo, dopo un tour che li porta tanto in California quanto sulla costa orientale, finisce per stabilirsi a Marin County esibendosi, in ottima compagnia, nei locali più prestigiosi di Los Angeles e San Francisco. Una bella testimonianza di questo periodo uscì nel 1991 per la Edsel con il titolo di ‘Live May 11, 1968’. Il mese successivo alla registrazione del live il gruppo entra in studio a Los Angeles e a settembre vede la luce il loro secondo lavoro, anche in questo caso diviso tra brani originali e cover, tra cui due canzoni scritte da un amico di Edwars: niente meno che Terry Callier. ‘H.P. Lovecraft II’ è un album ancora più ricco di timbri, garbatamente psichedelico e più circostanziato del precedente nell’omaggiare il Sognatore, ma le scarse vendite porteranno allo scioglimento del gruppo, a cui seguiranno due propaggini a nome Lovecraft e Love Craft, in realtà poco attinenti con la musica degli HPL. In un curioso feedback tra letteratura e musica, ci è capitato di apprendere che Harry Turtledove ha fatto degli HPL i protagonisti di alcuni racconti di ispirazione lovecraftiana!

Per ricollegarci all’incipit: l’incontro di George Edwards con Lovecraft (di cui divenne un avido lettore) fu propiziato dal cane di George Badonsky, un Yorkshire Terrier dal nome Yuggoth!

Alla prossima con Terry Callier!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. 16 HORSEPOWER, Wayfaring stranger (Secret South, 2000)
  3. TERRY CALLIER, It’s about time (The new folk sound of Terry Callier, 1966)
  4. SHADOWS OF KNIGHT, Oh yeah (Nuggets. Original artyfacts from the first psychedelic era 1965-1968, 1972)
  5. H.P. LOVECRAFT, Wayfaring stranger (H.P. Lovecraft, 1967)
  6. PAUL ROLAND, Re-animator (Re-animator, 2007)
  7. H.P. LOVECRAFT, Let’s get together (H.P. Lovecraft, 1967)
  8. PAUL ROLAND, Charles Dexter Ward (Re-animator, 2007)
  9. TERRY CALLIER, Spin, spin, spin (The new folk sound of Terry Callier, 1966)
  10. PAUL ROLAND, Arkham (Re-animator, 2007)
  11. H.P. LOVECRAFT, Mobius trip (H.P. Lovecraft II, 1968)
  12. PAUL ROLAND, Cthullu (Re-animator, 2007)
  13. H.P. LOVECRAFT, The drifter (H.P. Lovecraft, 1967)
  14. H.P. LOVECRAFT, Wayfaring stranger (Live May 11, 1968, 1991)
  15. H.P. LOVECRAFT, Keeper of the keys [single version] (At the mountains of madness, 1988)
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21/04/2026

We've gotta get out of this place

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Bisogna svignarsela! Furono queste alcune delle ultime parole pronunciate da Lev Tolstoj prima di rendere l’anima al Creatore. Nel medesimo frangente Alfred Jarry chiese uno stuzzicadenti, ma questa è un’altra storia.
A svignarsela Tolstoj ci aveva provato: una notte di fine ottobre del 1910 l’ottuagenario scrittore fuggì nottetempo dalla tenuta di Jasnaja Poljana in compagnia dell’amico e medico personale Dušan Makovický. Il progetto era quello di raggiungere in treno la Crimea ma, colto da polmonite, Tolstoj spirò nella stazione di Astàpovo: una località che oggi porta il nome dello scrittore ed è ricordata solo per quello.
I Blue Öyster Cult hanno interpretato pochissime cover nel corso della loro lunga carriera, iniziata nel lontano 1972 con l’album omonimo. MC5, Doors, Steppenwolf: nomi scelti con cura in linea con la poetica dei Cult.
Tre anni dopo il monumentale ‘On your feet or on your knees’, il gruppo pubblicò un secondo live contenente registrazione effettuate nel corso del tour del 1978 in varie località: ‘Some enchanted evening’.
Durante il concerto del primo giugno i Cult fecero un graditissimo regalo ai fan di Newcastle upon Tyne, la città natale degli Animals: una cover di ‘We gotta get out of this place’. Scritta da Barry Mann e Cynthia Weil nel 1965, era inizialmente pensata per essere cantata dai Righteous Brothers o dallo stesso Mann, ma grazie alla lungimiranza del produttore Mickie Most i primi a registrarla furono gli Animals. Pubblicato il 16 luglio 1965 il singolo intercettò subito lo spirito del tempo, il desiderio di cambiamento che volava nell’aria come polline: “We gotta get out of this place! If it's the last thing we ever do…”.
Nell’interpretazione degli Animals la narrazione è quella di musicisti di estrazione proletaria nati e cresciuti in una grande città industriale, ma il messaggio della canzone travalicò ben presto una collocazione particolare per estendersi ad altri contesti e fissarsi nell’immaginario giovanile.
‘We gotta get out of this place’ divenne popolarissima tra i militari americani in Vietnam e nel tempo è stata riletta da un’infinità di artisti: per dire, dalla Partridge Family a Jello Biafra con i D.O.A.
Bisogna svignarsela!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLUE OYSTER CULT, Born to be wild (On your feet or on your knees, 1975)
  3. BLUE OYSTER CULT, We gotta get out of this place (Some enchanted evening, 1978)
  4. FRANK ZAPPA, Whipping post (Halloween 81, 2020)
  5. THE ED PALERMO BIG BAND, Inca roads (Oh no! Not Jazz!!, 2014)
  6. JOHNNY HUMAN & PECKHAM ROSE, Waiting for my man (Unsampled, 1994)
  7. PINK FAIRIES, Waiting for the man (Live at the Roundhouse 1975, 1982)
  8. THE DEVIANTS, Trouble coming every day (Human garbage, 1984)
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07/04/2026

India song

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Nel 1981 Les disques du crépuscule raccolse sotto il nome di ‘The fruit of the original sin’ una serie di istantanee scattate nel corso di una festa molto esclusiva tenutasi tempo prima a Venezia.
Confezionati in una copertina di Victor Vasarely, i due dischi promettevano “a collection of after hours preoccupations… news from home, deserted islands, Scotland, Manchester, America the Brave and Belgium, comprising forgotten dreams, wasted blood, tyranny and more tyranny”.
Milleduecento gli invitati, tra scrittori pittori e musicisti. Tra questi un postminimalista belga discuteva amabilmente con un manipolo di avanguardi giunti in volo da New York, accigliati esponenti del post-punk scoprivano insospettate affinità con pianisti classici. Presso una grande finestra affacciata sul canale Winston Tong intratteneva un gruppo amici con i suoi pupazzi sballati quando improvvisamente il tono delle conversazioni prese a calare. L’archetto della viola di Frans Vos rimase sospeso a mezz’aria mentre dalla porta principale faceva il suo ingresso Marguerite Duras a braccetto con William Seward Burroughs II. Da consumato stand up comedian lo zio Bill ruppe il ghiaccio producendosi in un’irresistibile imitazione di Humphrey Bogart e Richard Jobson attaccò una ‘The happiness of lonely’ in onore della Duras. Quest’ultima prese posto su un ampio divano e concesse un’intervista a Annie Declerck sul sottofondo di una delicata melodia suonata da Virginia Astley.
Singolare coppia quella formata dai due invitati d’onore: il disincantato pronipote di Jonathan Swift e la scrittrice francese sospesa tra la fredda oggettività del Noveau roman e un disperato romanticismo. Gli opposti, si sa, si attraggono e non mancava certo la sintonia con i partecipanti alla festa: un gruppo quanto mai eterogeneo di dandy determinati a mantenere vivo l’umanesimo nel contesto di un progressiva deriva psichica e morale e di un tragico degrado emotivo ed estetico.
Attesa la fine dell’intervista, Jobson si congedò cortesemente da Burroughs e prese posto accanto alla Duras: aveva finalmente coronato un sogno, quello di conoscerla di persona. L’ammirazione che Jobson nutriva per la scrittrice francese era pari a quella di Bill Nelson per Jean Cocteau: era inevitabile che i due musicisti inglesi finissero per conoscersi e collaborare. Preceduto da una manciata di singoli, il primo album pubblicato dalla Cocteau di Nelson fu ‘The ballad of etiquette’ di Jobson e Virginia Astley, con brani di Debussy, Britten, Satie. ‘India song’ proviene dalla colonna sonora composta dall’argentino Carlos D’Alessio per il fim omonimo diretto dalla Duras e uscito nel 1975. La protagonista del film, Anne-Marie Stretter interpretata da quella straordinaria attrice che fu Delphine Seyrig, ci prende per mano e ci riconduce alla festa. In piedi nell’angolo di un finestrone, lo sguardo fisso sulle luci riflesse dall’acqua, ci racconta di essere nata proprio a Venezia da un padre francese e una madre italiana e lì trascorse l’adolescenza coltivando il suo talento musicale fino al matrimonio in giovane età con un funzionario coloniale che la condusse in Laos. Con il  secondo marito, un ambasciatore francese, visse in diverse capitali, fino a stabilirsi nel 1937, l’epoca in cui il film è ambientato, in una Calcutta oppressa dai monsoni e flagellata dalla lebbra.
Il fantasma di Anne-Marie perde consistenza fino a svanire contro lo sfondo del palazzo antistante illuminato a giorno da una luna fulgida di cui possiamo cogliere solo il riflesso. Appropriatamente, mordibo commento allo stanco brusio degli ospiti che lasciano la festa, Cécile Bruynoghe suona il ‘Clair de lune ‘ di Debussy.
Shadow Weaver, in fondo un romantico, dedica con amore questa puntata a Stella della quale tra pochi giorni ricorrerà il compleanno, sulle corde di Aries.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. RICHARD JOBSON, The happiness of lonely (The fruit of the original sin, 1981)
  3. PETER GORDON, The fruit of the original sin (The fruit of the original sin, 1981)
  4. ULTRAVOX, Hiroshima mon amour (Ha!-Ha!-Ha!, 1977)
  5. WIM MERTENS, Multiple 12 (The fruit of the original sin, 1981)
  6. RICHARD JOBSON with VIRGINIA and JOSEPHINE, India song [Crepuscule version] (The ballad of etiquette, 1981-2006)
  7. CECILE BRUYNOGHE, Clair de lune (The fruit of the original sin, 1981)
  8. CARLOS D’ALESSIO, MARGUERITE DURAS, DELPHINE SEYRIG, SAMY FREY, On entend des bruits d’eau (Un vague extrèmement précis, 1997)
  9. VIRGINIA ASTLEY, It’s too hot to sleep (From gardens where we feel secure, 1983)
  10. DURRUTI COLUMN, Tomorrow (Circuses and bread, 1986)
  11. DIVINE & STATTON, Under the weather (The Prince of Wales, 1989)
  12. ULTRAVOX, Just for a moment (Systems of romance, 1978)
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24/03/2026

Starlight men

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Con il recente ‘Live at Nelsonica & Clothworkers’ si aggiunge un titolo alla nutrita discografia di Bill Nelson. L’album, contiene registrazioni largamente improvvisate dal vivo effettuate tra il 2011 e il 2018 nel corso di Nelsonica, la convention di appassionati della musica del nostro, che prese l’avvio nel 2001.
Insieme a Nelson troviamo due musicisti di grandissimo valore: Theo Travis e Dave Sturt. Il primo, oltre che membro da diversi anni dei Soft Machine, ha collaborato con nomi come King Crimson, Robert Fripp, Steven Wilson e i suoi gruppi (Porcupine Tree, Bass Communion). Sturt con Jade Warrior, Steve Hillage Band ed entrambi possono essere ascoltati in diversi dischi di Gong e Spirits Warning. Quindi, scusate se è poco.
Il nome di Nelson è associato soprattutto ai Be-Bop Deluxe, gruppo che pubblicò cinque album in studio per la Harvest tra il 1974 e il 1978. I Be-Bop furono artefici di una collisione tra prog e glam personalissima e abbastanza sorprendente, preceduta com’era dal disco solista autoprodotto ‘Northern dream’ del 1971, bell’esempio di folk psichedelico che non lasciava presagire simili sviluppi. Poco dopo la parentesi dei Red Harvest (una sorta di Be-Bop in sintonia con la new wave dell’epoca, autori di un solo album sempre per la Harvest), Nelson andò in cerca di una propria dimensione di indipendenza creativa fondando l’etichetta Cocteau. Si, perché Nelson arrivava, al pari di tanti altri rocker più o meno sperimentali, dal mondo delle scuole d’arte e lo scrittore, poeta e regista francese fu uno dei suoi più importanti ispiratori. Le avanguardie storiche sono sempre state ben presenti nella sua poetica: per dire, due dei suoi primi lavori portano titoli come ‘The cabinet of doctor Caligari’ e ‘La belle et la béte’. Di Nelson intrigano anche i riferimenti a un certo milieu occultistico che permeò parte della cultura di inizio Novecento e trovò terreno fertile anche nelle avanguardie. Un affascinante incrocio tra modernità e pensiero magico che si può già vedere nei Be-Bop Deluxe (la copertina di ‘Live! In the air age’ che raffigura l’androide di Metropolis con un pentacolo rovesciato sullo sfondo) e che si approfondirà nel corso degli anni: un esempio tra tanti ‘Chance encounters in the garden of lights’ del 1987 ispirato a Gustav Meyrink, ma il titolo può far pensare anche a Duchamp.
Nelsonica, si diceva, si tiene nel West Yorkshire, regione natale di Nelson, dal 2001 e il disco appena uscito è la prima testimonianza del trio con Travis e Sturt.
Gli artisti prodotti da Nelson, o con cui ha collaborato, sono numerosi: da Gary Numan a David Sylvian, da Harold Budd a Roger Eno. Di uno di questi, Richard Jobson, parleremo nella prossima puntata.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BILL NELSON’S ORCHESTRA FUTURA, Starlight Men (Live at Nelsonica & Clothworkers Hall, 2026)
  3. SOFT MACHINE, Hidden details (Hidden details, 2018)
  4. THEO TRAVIS, The crow road (Secret island, 1996)
  5. GONG, The Invisible Temple (Zero to Infinity, 2000)
  6. NO-MAN, Wherever there is light (Wherever there is light, 2009)
  7. STEVEN WILSON, Impossible tightrope (The Harmony Codex, 2023)
  8. BE-BOP DELUXE, Surreal estate (Drastic plastic, 1978)
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10/03/2026

In Heaven

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‘Eraserhead’ (il film e la colonna sonora) si sa, sono tenuti nella massima considerazione dagli Avvertiti. Quest’ultima, in particolare, viene considerata da alcuni uno dei più importanti dischi di musica industriale e da altri una prefigurazione del dark ambient. Composta da Alan Splet e dallo stesso Lynch, uscì nel 1982 per la I.R.S. e poi per la Alternative Tentacles di Jello Biafra. Al suo interno conteneva una canzone dalla micidiale, apparente semplicità: una di quelle che ti entrano nella testa e vi si annidano come uno di quei simpatici parassiti di Croneneberg. Tra i primi a riproporla furono i Devo e i Tuxedomoon e da allora le cover non si contano.
Il testo della canzone è opera di Lynch, la musica di Peter Ivers, il quale (probabilmente alla fine degli anni Settanta) ne registrò una sua versione domestica comparsa solo nel 2019 nel disco postumo ‘Becoming Peter Ivers’. Un album che, commosso omaggio a un artista tanto talentuoso quanto sfortunato, porta alla memoria l’operazione simile che nel 1993 commemorò il genio di Peter Laughner (‘Take the guitar player for a ride’ pubblicato dalla Tim/Kerr).
Non sappiamo come Lynch e Ivers si conobbero, però entrami vivevano a Los Angeles: il primo frequentava l’American Film Insitutte e il secondo vi si era trasferito per cercare lavoro nell’industria musicale. Messo sotto contratto nel 1974 dalla Warner grazie alla lungimiranza di Van Dyke Parks, Ivers aveva però pubblicato nel 1969 un album a nome Peter Ivers’ Band per la Epic. ‘Knight of the Blue Communion’ è, detto senza mezzi termini, un disco bellissimo e a tratti sottilmente inquietante, spiazzante e ammaliante, perfettamente collocabile nello spirito sperimentale dell’epoca quanto fuori dal tempo. Basta ascoltare ‘Traveling lightly’, sorta di antecedente delle colonne sonore di Badalamenti, per comprendere come quello tra Lynch e Ivers fu un incontro di immaginari, di atmosfere mentali.
Molto del fascino del disco è dovuto alla straordinaria voce di Yolande Bavan; in seguito Ivers collaborò anche con Asha Putli, cantante indiana che nel corso della sua carriera ha attraversato con grande classe tutti i generi musicali, passando con disinvoltura da ‘Sciece Fiction’ di Ornette Coleman alla disco, il genere che la rese celebre nel nostro paese insieme alla partecipazione a ‘Non stop’ trasmesso dalla Rete 1 della RAI tra il 1977 e il 1979.
‘A world of sound quartet’ è un album di Daniele Cavallanti del 2014 e lo abbiamo inserito nella scaletta come ulteriore omaggio a Lynch. ‘A world of sound’ è infatti il titolo di un breve documentario sul sassofonista David S. Ware realizzato dalla David Lynch Foundation per la regia di Amine Kouider.
La carriera di Ivers, interrotta dalla tragica scomparsa nel 1983, lo portò a collaborare tanto con artisti di primo piano quanto con minacciose teste calde dell’epoca, in una girandola abbastanza sconcertante che andava da Diana Ross ai Circus Mort, i futuri Swans, di cui produsse l’unico dischetto (un dodici pollici con quattro brani).
In Heaven everything is fine.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. DANIELE CAVALLANTI, Bells [Albert Ayler] (A World of Sound Quartet, 2014)
  3. PETER IVERS’ BAND, Cat scratch fever (Knight of the Blue Communion, 1969)
  4. NAD, Ghosts [Albert Ayler] (Ghosts, 1989)
  5. DANIELE CAVALLANTI, Wherever June bugs go [Archie Shepp] A World of Sound Quartet, 2014)
  6. PETER IVERS’ BAND, Clarence o’day (Knight of the Blue Communion, 1969 – Bonus track)
  7. DAVID S. WARE, Peace celestial (Surrendered, 2000)
  8. PETER IVERS’ BAND, Travelling lightly (Knight of the Blue Communion, 1969)
  9. JULEE CRUISE, Floating (Floating into the night, 1989)
  10. ORNETTE COLEMAN, All my life (Science Fiction, 1972)
  11. PETER IVERS, In Heaven (Becoming Peter Ivers, 2019)
  12. CIRCUS MORT, Yellow light (Circus Mort, 1981)
  13. TUXEDOMOON, I’m real stupid (Bardo Hotel Soundtrack, 2006)
  14. SONOKO, In Heaven (La débutante, 1987)
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24/02/2026

Henry? Now!

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Gli Henry Cow si sciolsero nel 1978 e non sarebbe sufficiente una stagione di VS per dar conto di tutti i gruppi e progetti solisti che ne scaturirono. Una curiosità: l’ultimo concerto si tenne il 25 luglio di quell’anno nella piazza del Duomo di Milano, che oggi ospita eventi di tutt’altro genere. Ne resta una testimonianza fotografica, visibile nel ‘Lindsay Cooper Digital Archive’ della Cornell University.  ‘Western culture’, ultimo lavoro in studio, vide la luce solo nel settembre dell’anno successivo per la loro etichetta Broadcast.
Con l’eccezione di tre concerti nel 2014 per commemorare Lindsay Cooper, il gruppo non si è mai riformato.
Fino al 2022. Grazie a Massimo Marchini si ritrovano a suonare insieme Fred Frith, Tim Hodgkinson, Chris Cutler e John Greaves con il nome di Henry Now. Al primo concerto, tenutosi a novembre in occasione del compleanno di Marchini, ne seguiranno altri a Palermo, Barcellona e nelle Repubblica Ceca. Lo scorso anno registrazioni dei concerti di Piacenza e Palermo sono state pubblicate con il titolo di ‘Then again’ dalla Dark Companion, l’etichetta di Marchini che aveva già dato alle stampe alcuni lavori di John Graves.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HENRY NOW, Now Then Part VI (Then again, 2025)
  3. CHRIS CUTLER & LUTZ GLANDIEN, Owls at dusk (Domestic stories, 1992)
  4. SKELETON CREW, Que viva / Onwards and upwards (Learn to talk, 1984)
  5. DAGMAR KRAUSE, The wise woman and the soldier (Tank battles. The songs of Hanns Eisler, 1988)
  6. THE HAT SHOES, Lied (Home, 2002)
  7. JOHN GREAVES, Mutation (Zones, 2022)
  8. ANTHONY MOORE with AKA & FRIENDS, World Service (On Beacon Hill, 2025)
  9. MICK HOBBS / OFFICER!, Hunter (Bandagen, 1989)
  10. FRED FRITH, Same old me (Cheap at half the price, 1983)
  11. VRIL, Freakish tarpaulin (Effigies in Cork, 2003)
  12. GEOFF LEIGH, Starshooters (The chemical bank, 1979)
  13. THE WORK, The rim (The 4th world, 2010)
  14. THE (EC) NUDES, Axis (Vanishing point, 1994)
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10/02/2026

The glorification of small victories

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Puntata conclusiva del ciclo dedicato alle uscite discografiche dell’anno scorso, stavolta focalizzata in buona parte sul jazz.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MULATU ASTATKE, Zelesegna (Mulatu plays Mulatu)
  3. DINO BETTI VAN DER NOOT, Aux premières heures bleues (Brahm dreams still)
  4. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Anatole (Officine Mengelberg)
  5. BEN LaMAR GAY, The glorification of small victories (Yowzers)
  6. BUGGE WESSELTOFT, Vender (Am Are)
  7. WADADA LEO SMITH & SYLVIE COURVOISIER, Naomi Peak (Angel falls)
  8. MARY HALVORSON, Absinthian (About ghosts)
  9. GEIR SUNDSTØL, Pysj (Sakte film)
  10. THE EX, Wheel (If your mirror breaks)
  11. CRAYOLA LECTERN, Disasternoon (Disasternoon)
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27/01/2026

Big Brother is watching you

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Seconda trasmissione dedicata alle uscite discografiche del 2025, stavolta molto più rock e con un bel po’ di ristampe.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ATOMIC ROOSTER, Walk with me (Circle the sun)
  3. HAWKLORDS, Transmission (Faith)
  4. PAVLOV’S DOG, I told you so (Wonderlust)
  5. SPARKS, Do things my own way (Mad!)
  6. BE BOP DELUXE, Sister Seagull (The Albums 1976-1978)
  7. ANDROMEDA, Day of the change (Turns to dust. The complete Andromeda)
  8. CARDIACS, Skating (LSD)
  9. GRATEFUL DEAD, Help on the way (Blues for Allah, 1975)
  10. SKIN ALLEY, Big Brother is watching you (Sun music. The complete recordings 1969-1973)
  11. COLOSSEUM, Won’t be satisfied (XI)
  12. PAVLOV’S DOG, Anyway there’s snow (Wonderlust)
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13/01/2026

Jack Parsons Blues

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Buon Anno a tutte le amiche e gli amici di VS e di Fango Radio!

Quest’oggi la prima di tre puntate dedicate a dischi dello scorso anno che ci sono piaciuti.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. OREN AMBARCHI, JOHAN BERTHLING, ANDREAS WERLIIN – Yek (Ghosted III)
  3. KONCINNA – Ne, To Není Úsměv (Prošli Tudy Blázni)
  4. PHEW, ERIKA KOBAYASHI & DIETER MOEBIUS – Manhattan Project (Radium Girls)
  5. YOUNG GODS – Tu en ami de temps (Appear Disappear)
  6. TUNNG – Sixes (Love You All Over Again)
  7. GWENIFER RAYMOND – Jack Parsons Blues (Last Night I Heard The Dog Star Bark)
  8. SIR RICHARD BISHOP – Raw Eggs And Rooster Juice (Hillbilly Ragas)
  9. PETER STAMPFEL – Cognitive behavioral therapy (Song Shards)
  10. MICHAEL HURLEY – Indian Chiefs & Hula Girls (Watertower)
  11. MAC DEMARCO – Home (Guitar)
  12. THE NOTWIST – Boneless (Magnificent Fall)
  13. SHABASON, KRGOVICH, TENNISCOATS – Departed bird (Wao)
  14. SIROM – Zate Zvečer Bodo Volkovi Zapuščeni čarno (V Vetru Noči Šepetajo Trdopadla Zaklinjanja)
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30/12/2025

Un'indicazione (terzo labirinto: labirinto di case)

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Una bassa una bianca, più alta / l’altra tutta a terrazze, le case passano / riflesse nel canale / come una frase che dice: le cose stanno / in questo e questo modo. / La stessa luce che vedi brillare / lungo le code che si incrociano / su e giù per le scale mobili / manda lampi nei prati, nelle discariche. / È giorno. Sera. / Piove di nuovo. / Uno però alla fine vuole sapere / dov’è l’errore / e dove invece sta il merito, / perché questo vorrebbe: sentirsi dare / mille, diecimila volte ragione, / sentir dire ogni bene di sé, fino / a non capire, / a non avere più chiaro il motivo, / e allora finalmente / distrarsi, / passare ad altro, andare dove vivono / i mucchi di ghiaia, i muri, / la siepe, gli argini. / Raggiungerli, stare con loro. / Non come adesso, qui, / che li hai sottomano, e ti mancano, / lì davanti li hai / e non li vedi ancora. (Umberto Fiori, Tangenziale)

“Ho conosciuto personalmente Umberto Fiori nel maggio del 1993, in occasione della presentazione alla stampa del concerto milanese che riuniva gli Stormy Six dopo quasi dieci anni d’inattività. Sono un estimatore (il termine”fan” mi mette sempre molto a disagio) degli Stormy Six dell’ultimo periodo, per intenderci quelli de ‘L’apprendista’, ‘Macchina maccheronica’ e ‘Al volo’, così come di Umberto come cantante, paroliere e anche poeta. In quell’occasione si parlò di “fare qualcosa insieme”, e dati alcuni comuni referenti musicali (Henry Cow, Slapp Happy, Hatfield & the North, Robert Wyatt, Nick Drake) gli proposi di scrivere il testo per un paio di pezzi dei La 1919, il mio gruppo di rock “sperimentale” (passatemi la definizione) che esiste a fasi alterne dalla fine del 1980, e di cantarli. Come succede spesso in situazioni come quella appena citata, a un primo momento d’entusiasmo non seguì poi una fase più concreta e costruttiva, così non ci siamo praticamente più visti né sentiti per molti anni: tutto è rimasto così, nell’aria, a fluttuare. La mia voglia di lavorare con Umberto però era sempre molto presente. Dopo ben tredici anni, all’inizio del 2006, lo ricontattai per cercare ancora di coinvolgerlo, stavolta su basi molto più solide, in un mio progetto solista che avevo chiamato ‘Pseudocanzoni’, progetto che ha poi visto la luce in un cd dallo stesso titolo, da me autoprodotto e pubblicato nel 2008. Come speravo, la risposta di Umberto fu subito positiva e nel giro di un paio di mesi, dopo numerosi incontri dove gli feci ascoltare le trame armoniche che avevo elaborato alla chitarra (classica), i pezzi erano pronti. A quel punto, perché non proseguire questa collaborazione anche al di là della sua partecipazione al mio disco? Le idee non mi mancavano, e il trattamento che Umberto riservava alle sue poesie per trasformarle in testi da cantare funzionava a meraviglia. Insomma, il duo Fiori-Margorani era ormai un dato di fatto. Così sono nate altre canzoni. In questo disco ne ascolterete nove, altre ancora stanno nascendo proprio nel momento in cui scrivo queste note. Ci sono poi nuovi arrangiamenti di canzoni di Franco Fabbri, Tommaso Leddi e Pino Martini, gli altri amici Stormy Six, e anche di tre con testo e musica di Umberto. Dei pezzi presenti nel cd che avete in mano, cinque si possono trovare anche sul mio ‘Pseudocanzoni’ con un diverso arrangiamento, dove oltre alla voce, alle chitarre elettriche e acustiche e al basso elettrico sono presenti batteria (Chris Cutler), clarinetto (Fabio Martini) e flauto (Angelo Avogadri). Qui abbiamo scelto di proporre l’impostazione scarna, essenziale, affidata alla voce e alla chitarra elettrica (con pochissime sovraincisioni) già rodata nei nostri concerti in duo. Inserire questo lavoro in un genere musicale non è facile. Parlare di “canzone d’autore” sarebbe comodo, ma fuorviante: i testi qui sono importanti, è vero, ma la musica gioca un ruolo non meno centrale. Forse si dovrebbe coniare una nuova etichetta di genere: a Umberto e me veniva in mente ‘rock lied’, che dà conto delle affinità di queste composizioni con l’esperienza del rock progressivo europeo. Ma forse il meglio, alla fine, è lasciare i nostri ascoltatori liberi di accostarsi a parole e musica senza preconcetti.” (Luciano Margorani, Canzoni, pseudocanzoni, oggetti musicali non identificati)

Abbiamo lasciato la parola a Luciano Margorani perché non si potrebbe essere più esaustivi nell’introdurre ‘Sotto gli occhi di tutti’ in termini di gestazione, riferimenti musicali e collocazione: quella post-Stormy Six a cui è dedicata questa puntata di fine anno.

Gli Stormy Six in effetti sono più volte tornati sulle scene e, a trent’anni dallo scioglimento, pubblicarono nel 2013 ‘Benvenuti nel ghetto’ in collaborazione con Moni Ovadia. Un ambito di ricerca intrapreso da alcuni membri del gruppo fu quello della musica elettronica. Tra le ultime uscite discografiche de ‘L’Orchestra’ va annoverato ‘Domestic flights’ di Franco Fabbri, colonna sonora di uno spettacolo di Monica Silvestris. La copertina, curiosamente, riproduce un dipinto di Chesley Bonestell: artista di culto per chi come noi ama la fantascienza e indulge talvolta a vaga commozione per il futuro che ci siamo lasciati alle spalle.

‘Algoritmo ballabile’ è precisamente ciò che il titolo lascia supporre: realizzato da Tommaso Leddi e pubblicato nel 1994 dalla Desert Rain. Anche in questo caso lasciamo la parola all’autore:

“Nell'87, quando per la prima volta mi sono trovato a possedere un sistema informatico musicale e incominciavo a destreggiarmi coi linguaggi di programmazione, pensavo di occuparmi finalmente di musica molto astratta. Improvvisamente un giorno ho deciso invece di provare a fare un programma che producesse musiche formalmente simili alla musica folcloristica e leggera. Questa similitudine doveva però limitarsi alla struttura generale musicale senza dare regole grammaticali legate a una cultura piuttosto che a un'altra. Tutte le musiche che qui presento sono state prodotte da un unico mio software chiamato MLM (Musica Leggera Marziana). Ci tengo a precisare che mi sono veramente dilettato con i miei amici-collaboratori a far girare il programma a briglia sciolta. La genesi di queste musiche è stata seguita prevalentemente da ascoltatore. Le citazioni di generi musicali esistenti sono apparse spesso improvvisamente senza premeditazione, anzi, spesso sono dovute unicamente alla nostra fantasia di ascoltatori, la stessa che riconosce figure o animali nelle forme delle nuvole. L'aspetto che mi ha più affascinato è stato sicuramente l'umorismo involontario, che sempre aleggia in questi piccoli brani e sembra prendere in giro la musica degli uomini.” 

Per affinità abbiamo inserito un brano da ‘Computer dreams’, quinto lavoro di Pierluigi Castellano, un compositore che tra tante cose vanta collaborazioni con Alvin Curran, Giovanna Marini e Piero Milesi.

Luciano Margorani, con Piero Chianura, è il nucleo dei La 1919, formazione poco classificabile operante dai primi Ottanta che ha potuto vantare ospiti a dir poco prestigiosi: da Chris Cutler a Charles Hayward, da John Oswald a Henry Kaiser.

Uno dei tanti progetti di Francesco Zago è Kubin, duo formato con Elena Talarico di cui Da Vinci Classics pubblicò nel 2019 ‘The other side’, contenente interpretazioni di cinque compositori contemporanei: il brano che proponiamo è quello scritto dall’estone Erkki-Sven Tüür.

Il titolo dell’album è un esplicito riferimento a ‘Die andere Seite. Ein Phantastischer Roman’, l’inquietante romanzo pubblicato nel 1909 da Alfred Kubin, la cui prima traduzione italiana inaugurò nel 1965 la collana ‘Biblioteca Adelphi’. Coerentemente, il libretto accluso al disco contiene una fotografia dei due musicisti scattata sullo sfondo del minareto di Consonno, la “città dei balocchi” costruita negli anni Sessanta dall’imprenditore milanese Mario Bagno in una frazione di Olginate. Devastata, periodicamente oggetto di inconcludenti progetti di recupero, Consonno è una plastica testimonianza del lato oscuro del boom economico: quell’altro lato che, se non altro per ragioni anagrafiche, fa capolino ogni tanto dalle pieghe di VS (tipo la ‘Funeral music for Perez Prado’ di qualche tempo fa). Anche gli edifici le strade e i balocchi sognano e quando si risvegliano sono sempre un po’ confusi.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. LA 1919, Underwater Photography (Ars srA, 1987)
  3. UMBERTO FIORI, Un’indicazione (Sotto gli occhi di tutti, 2009)
  4. LA 1919, Hanno seppellito l’uomo sbagliato (Jouer . Spielen . To play, 1994)
  5. TOMMASO LEDDI, 12 (Algoritmo Ballabile, 1994)
  6. UMBERTO FIORI, Mattino (Sotto gli occhi di tutti, 2009)
  7. LA 1919, Il sogno di FF / Metzengerstein (L’enorme tragedia, 1985)
  8. PIERLUIGI CASTELLANO, Lysi Waltz (Computer dreams, 1999)
  9. TOMMASO LEDDI, 17 (Algoritmo Ballabile, 1994)
  10. UMBERTO FIORI, La strada (Sotto gli occhi di tutti, 2009)
  11. LA 1919, In televisione ogni sera (Freepopjazzrock, 2005)
  12. TOMMASO LEDDI, 3 (Algoritmo Ballabile, 1994)
  13. KUBIN, Architectonics V [Erkki-Sven Tüür] (The other side, 2019)
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16/12/2025

I luoghi del potere (secondo labirinto: labirinto d'acqua)

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Il fatidico 1983, si diceva nella scorsa puntata, fu l’anno dello scioglimento tanto della cooperativa L’Orchestra quanto dei capofila Stormy Six. Questi ultimi, con ‘L’apprendista’ e ‘Macchina maccheronica’, assunsero un carattere sempre più avant-prog e si proiettarono in una dimensione europea, a partire dalla partecipazione al primo festival Rock In Opposition tenutosi a Londra nel 1978.

I tempi erano cambiati, anche sotto l’aspetto musicale: qualche influenza new wave si fa sentire tra i solchi dell’ultimo album, ‘Al volo’ del 1982. L’anno successivo, a scioglimento avvenuto, parte degli Stormy Six (Fabbri, Fiori e Martini) collabora con i Cassiber (Cutler, Goebbels e Harth) nel contesto del Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano. Registrati e trasmessi da Radio3, alcuni brani vennero pubblicati nel 1986 a nome Cassix sul ‘Recommended Records Quarterly Vol.1 No.3’ e successivamente nel monumentale box dei Cassiber ‘1982-1992’ (nel dischetto ‘Collaborations’, che ospita anche Duck and Cover e Masami Shinoda).

Nel calderone della ‘nuova onda’ finirono i bresciani Art Fleury, anche perché il loro primo lavoro fu pubblicato dalla  Italian Records, all’epoca una delle principali case discografiche di quel filone. Di fatto ‘I luoghi del potere’ è molto più vicino ai gruppi dell’ambito RIO; solo più avanti il suono del gruppo si smusserà in una direzione più ‘nouvelle vague’.

Anche nel nostro paese lo spirito avant-prog/RIO è sempre vivo: un ottimo esempio è fornito dagli Yugen, in cui milita Francesco Zago, chitarrista degli Stormy Six in occasione delle loro sporadiche riformazioni. 

E dai cugini Empty Days, così come dagli Oteme, autori di quattro album tra il 2012 e il 2020.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CASSIX, Tempo di pace, Bari (Rē Records Quarterly Vol. 1 No. 3, 1986)
  3. ART FLEURY, La morte al lavoro (I luoghi del potere, 1980)
  4. STORMY SIX, Non si sa dove stare (Al volo, 1982)
  5. ART FLEURY, Black-out (The last album, 1981)
  6. CASSIX, Cripta (1982-1992. 30th Anniversary Cassiber Box, 2013)
  7. GRUPPO FOLK INTERNAZIONALE, El kolo go balà (Il nonno di Jonni, 1979)
  8. OTEME, Caduta massi (Il giardino disincantato, 2012)
  9. YUGEN, Becchime (Iridule, 2010)
  10. EMPTY DAYS, A dark Vanessa (Empty days, 2013)
  11. YUGEN, Incubi concentrici (Labirinto d’acqua, 2006)
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02/12/2025

Il labirinto

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Fondata giusto cinquant’anni or sono, la cooperativa L’Orchestra era molto di più di un’etichetta discografica indipendente. In un momento in cui i musicisti chiamati a esibirsi in contesti politici (feste di partito, scuole e fabbriche occupate) dove spesso e sovente gli aspetti tecnici ed economici presentavano gravi lacune, alcuni artisti decisero di dotarsi di un’organizzazione capace di interloquire efficacemente con gli organizzatori di concerti e festival.

Presidente e vicepresidente della cooperativa furono rispettivamente Franco Fabbri e Moni Ovadia, i gruppi e gli artisti che vi aderirono coprivano uno spettro quanto mai vario che andava dal jazz alla sperimentazione, dal folk alla canzone d’autore all’avant-prog.

Parallelamente a un’importante attività didattica e informativa, il lavoro della cooperativa si concentrò sull’organizzazione di concerti di artisti sia italiani sia stranieri come Henry Cow e altri gruppi del circuito Rock In Opposition. Il secondo festival di RIO si svolse proprio al Teatro dell’Elfo di Milano tra il ventisei aprile e il primo maggio 1979 con la partecipazione di Stormy Six, Univers Zero, Art Zoyd, Aksak Maboul, Samla Mammas Manna e Art Bears (Dagmar Krause, Chris Cutler e Fred Frith, un pezzo dei disciolti Henry Cow). Per quanto non mancassero divergenze di vedute tra i partecipanti, possiamo solo dire… fortunato chi c’era!

Le pubblicazioni discografiche cominciarono subito dopo il formale atto costitutivo della cooperativa e il primo titolo fu ‘Un biglietto del tram’ degli Stormy Six; uscirono complessivamente una cinquantina di album, anche di gruppi stranieri del giro RIO come Henry Cow, Art Bears ed Etron Fou Leloublan. E non mancò neppure una manciata di singoli e cassette.

Il sipario calò nel 1983: i tentativi di creare una rete distributiva per le etichette indipendenti non sortirono il successo sperato ma, soprattutto, il clima sociale e politico era mutato. Nello stesso anno si sciolsero gli Stormy Six, ma ci torneremo nel corso della prossima puntata. Tra le cose proposte quest’oggi ci sono due gruppi riconducibili a Moni Ovadia: il Gruppo folk internazionale e gli Ensemble Havadià. Il primo parte dalla canzone tradizionale di stampo politico sull’esempio di Ewan MacCall per poi approdare a composizioni più articolate prossime all’ Ensemble Havadià, con il suo sguardo verso l’Europa orientale passando per il crocevia di culture di Trieste. ‘Fuma el camin’ dell’Ensemble Havadià (ma anche ‘El kolo go balà’ contenuta nel terzo album del Gruppo folk internazionale) mettono in musica due poesie del triestino Carolus Cergoly.

Alquanto anomali i Mamma non piangere, la cui indole protodemenziale poco si accorda con i compagni di etichetta, in genere poco inclini all’ironia: e anche quando c’era non mancava di un retrogusto moralistico e giudicante. Si potrebbe dire che i Mamma stavano al giro RIO come il compianto Gianfranco Manfredi (una delle gravi perdite di quest’anno) stava ai cantautori.

Altrettanto eccentrici i liguri Picchio dal pozzo con le loro complesse composizioni di matrice canterburiana e i testi surreali.

L’importante lascito de L’Orchestra fu raccolto pochi anni dopo dalla milanese ADN, anche sotto forma di affiliazione alla Recommended.

A chiudere la trasmissione ‘Piazza Fontana’ degli Yu Kung con testo di Claudio Bernieri. Del gruppo, attivo dal 1971 al 1980 con sporadiche riapparizioni, faceva parte anche il bassista jazz Attilio Zanchi. Il suo posto fu preso successivamente da Marco Ferradini che, forse più noto per ‘Teorema’ e le sigle di ‘Atlas UFO Robot’, ebbe trascorsi prog con Simon Luca e beat con i Balordi, quelli di ‘Vengono a portarci via ah! Aa!’ (cover della demente ‘They're Coming to Take Me Away, Ha-Haaa!’ di Napoleon XIV). 

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ENSEMBLE HAVADIA, Finale (Ensemble Havadià, 1981)
  3. STORMY SIX, Il labirinto (L’apprendista, 1977)
  4. MAMMA NON PIANGERE, Osvaldo (N.1. Musica bestiame e benessere, 1979)
  5. GRUPPO FOLK INTERNAZIONALE, Reel (Festa popolare, 1976)
  6. PICCHIO DAL POZZO, Mettiamo il caso che (Abbiamo tutti i suoi problemi, 1980)
  7. STORMY SIX, Verbale (Macchina maccheronica, 1980)
  8. ENSEMBLE HAVADIA, Fuma el camin (Ensemble Havadià, 1981)
  9. YU KUNG, Piazza Fontana (Pietre della mia gente, 1975)
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18/11/2025

Health and efficiency

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Il web impazzisce! La pur garbata ironia della scorsa puntata, amplificata dai media di tutto il mondo, ha suscitato un clamore a dir poco inaspettato. Tra aspre critiche e confortanti consensi, approfittiamo dell’acquisita popolarità per rincarare la dose dedicando l’odierno episodio ai Family Fodder che di ‘Ubu et la MeRdre’ (la puntata e il disco) furono tra i protagonisti. L’occasione ci è fornita dalla recente pubblicazione da parte della Concentric Circles delle registrazioni effettuate dagli Lo Yo Yo (una delle tante filiazioni dei Fodder) antecedenti l’album d’esordio prodotto da Charles Bullen dei This Heath. Sui Fodder lasciamo la parola all’autorevole Fukashita che anni fa dedicò un simpatico post ai nostri beniamini.

“I Family Fodder più che un gruppo stabile sono un eccentrico collettivo di musicisti nato a Londra intorno alla metà degli anni Settanta, dotato di uno spirito gioioso e irriverente che li distingueva da altre formazioni un po' tetragone con le quali pure condividevano esperienze e collaborazioni. Potremmo dire che i Fodder stavano ai Gong come i This Heat agli Henry Cow. Questo approccio giocoso si rivela anche nel frequente utilizzo di pseudonimi e alter ego con i quali pubblicarono album e singoli (Frank Sumatra and the Mob, The Lo Yo Yo...) rendendo difficile l'esistenza ai maniaci delle discografie. Con la sigla principale ebbero l'onore di figurare nella celebre NWW List e sono tuttora attivi avendo pubblicato nel 2010 l'album ‘Classical Music’ e una serie di dischi di minor lunghezza intitolati appropriatamente ‘Singularity’. 

Tra i fondatori del gruppo John Pearce si distingue per un abuso quasi patologico di pseudonimi: Alig è il più frequente, ma anche Johnny Human, Frank Sumatra, Johnny Kash, Alig Fodder, Dean Fodder e altri. Sigle sotto le quali ha realizzato un buon numero di uscite discografiche che vanno ad aggiungersi a quelle dei Fodder e alle non infrequenti apparizioni in album di artisti a noi cari: ‘The World on my Plates’ di Hermine Demoriane, ‘La Debutante’ di Sonoko e ‘Les Tueurs de la Lune de Miel’ degli Honeymoon Killers, l'incarnazione new wave degli Aksak Maboul di Marc Hollander. Piccole gemme di metà Ottanta recentemente ristampate da Crammed e LTM. In tema di giochi verbali ‘Unsampled’ non è propriamente un sampler della Alligator Discs ma un'affascinante ricombinazione degli stessi musicisti che sotto fantasiosi nomi mescolano con disinvoltura le più disparate influenze musicali: si va dall'iniziale ‘Black Light Black Noise’ un po' nello stile di Tracy Chapman a una versione a cappella di ‘Sunny Afternoon’ dei Kinks, ethnologic forgeries e possible musics, chanson e cabaret, cover di Marc Hollander (‘Kopf Bis Fuss’), di Serge Gainsbourg (‘Les P'tits Papiers’) e del nostro Murolo (‘Maladia’). ‘Unsampled’, inoltre, finisce per non essere un sampler perchè la Alligator, omonima della più celebre etichetta blues, sembra aver pubblicato solo altri due dischi: un singolo di Professor Zoom nel 1994 e ‘Foreverandever’ di Alig nei panni di Johnny Human due anni dopo. Buon divertimento!”


Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THIS HEAT, Health and efficiency (Health and efficiency, 1980)
  3. QUIET SUN, Mummy was an asteroid, daddy was a small non-stick kitchen utensil (Mainstream, 1975)
  4. CAMBERWELL NOW, Working nights (The ghost trade, 1986)
  5. FAMILY FODDER, Dinosaur sex (ScHiZoPhReNiA pArTy!, 1981)
  6. THE LO YO YO, I can hold my own hand (Extra weapons, 1985)
  7. FAMILY FODDER, Stangest games (Just love songs, 2014)
  8. THE LO YO YO, Gawping (The Lo Yo Yo, 2025 [1984])
  9. ORCHESTRE MURPHY, (Go back to ) Sorrento (Bogtrotting, 1994)
  10. VOX HUMANA, Galapagos (Unsampled, 1994)
  11. THE WORK, Night by the sea (Live in Japan, 1982)
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04/11/2025

Ubu et la MerdRe

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“Poche persone sanno che il primo grammofono fu realizzato da Charles Cros. Ebbi l’informazione da suo figlio, il raffinato poeta Guy-Charles Cros, che a sua volta la ebbe da Falconnier della Comédie Francaise, grande amico di suo padre. Immaginate una scatola di sigari, un meccanismo ad orologeria, una superficie ricoperta di uno strato di cera vergine che Charles Cros pareggiava con un ferro da stiro per ottenere una superficie ben piana; una membrana vibrante al centro della quale una punta scriveva le vibrazioni sulla cera vergine. Naturalmente non si poteva riprodurre lunghe frasi, discorsi, melodie, cori o brani per orchestra. Charles Cros invitava degli assistenti a gridare nella scatola di sigari una parola breve e sonora. Curiosamente, si sceglieva sempre la famosa energica parola pronunciata a Waterloo dal generale francese… che veniva riprodotta con un tono ridicolo e affascinante. Questo fu il primo grammofono. Si fa ciò che si può, e Charles Cros era povero. Non aveva denaro sufficiente per registrare un brevetto; aveva portato i suoi piani ed i suoi disegni presso un famoso fabbricante di strumenti di precisione che non trovò la cosa interessante, né abbastanza precisa.” (Maurice Donnay. Cit. in: Roberto Diem Tigani, Custodi del suono. Un secolo e mezzo di storia della riproduzione sonora)

“Portare l'ironia nel sepolcro, fare in modo di restar levato sulle punte dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell'ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere questa vittoria in una parola impossibile da ripetere, perdere il campo e conquistare la leggenda, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza di Eschilo. La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura: la frattura di un petto per lo sdegno, l'irruzione dell'agonia che esplode!” (Victor Hugo, I miserabili)

Curioso destino quello di passare alla storia in virtù di una imprecazione. Soprattutto se non vi è certezza alcuna che fu realmente pronunciata. Nel corso della battaglia di Waterloo Pierre Cambronne, comandante del Secondo reggimento cacciatori appiedati, a fronte delle reiterate intimazioni di resa da parte degli inglesi, sbottò nel famoso ‘Merde!’. O forse nel meno icastico ‘La guardia muore, ma non si arrende’, attribuito però dagli inglesi al generale Claude-Étienne Michel. Tant’è che il generale Henri Gatien Bertrand fece dono alla vedova di Michel (che, a differenza di Cambronne, a Waterloo ci lasciò la pelle) di una pietra staccata dalla tomba di Napoleone che portava incisa la frase «Alla Baronessa Michel, vedova del generale Michel, ucciso a Waterloo, dove egli rispose alle intimazioni del nemico con le sublimi parole: ‘La guardia muore, ma non si arrende’». Lo stesso Cambronne non fece mai luce sull’episodio: nominato visconte da Luigi XVIII di Borbone, monarca dal 1814 al 1824, oltre che Cavaliere del Reale e Militare Ordine di San Luigi e sposato con un’arcigna nobildonna scozzese, si guardò bene dal confermare di aver pronunciato una parola poco conveniente ai suoi titoli.

Comunque sia andata veramente la faccenda, l’esclamazione attribuita all’esasperato Cambronne finì per radicarsi nell’immaginario con la pubblicazione nel 1862 de ‘I miserabili’ di Victor Hugo. Al punto che fu la prima parola che venne in mente agli amici di Charles Cros (del quale non si dimenticò André Breton quando nel 1939 curò la ‘Antologia dello humour nero’) quando il poeta-inventore li esortò a gridare qualcosa nel primo apparecchio per la registrazione dei suoni.

Che avessero già intuito la natura dell’industria discografica?

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HUGO BALL, Karawane (1917) (Dada et la musique, 2005)
  3. BRIAN ENO, Kurt’s rejoinder (Before and after science, 1977)
  4. TALKING HEADS, I Zimbra (Fear of music, 1979)
  5. FAMILY FODDER, Is there la MerdRe after the death (Ubu et la merdre, 1989)
  6. OFFICER!, Anagrams (Ossification, 1984)
  7. PIERRE BASTIEN, Marimba combo (Mecanium, 1988)
  8. TOM CORA & HANS REICHEL, The pig-pinching machine (Ubu et la merdre, 1989)
  9. NURSE WITH WOUND, The Dadda’s intoxication (Steel dream march of the metal men, 1992)
  10. ETRON FOU LELOUBLAN, Le jeu, l‘alcool et les femmes (Les sillons de la terre, 1984)
  11. GOIGOU CHENEVIER, Ubu parle en dormant (Ubu et la merdre, 1989)
  12. THE SOFT MACHINE, Out of tunes (Volume Two, 1969)
  13. TONY WAKEFORD & STEVEN STAPLETON, Flower dream song (Revenge of the selfish shellfish, 1992)
  14. HANS REICHEL, Oway Oway (Yuxo, 2002)
  15. MARCEL DUCHAMP, Musical sculpture (The entire musical musical work, 1976)
  16. PERE UBU, Chinese radiation (The modern dance, 1978)
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21/10/2025

A very cellular song

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"Il signor Alfred Jarry?" "A metà del terzo." La risposta della portinaia mi stupì. Salii da Alfred Jarry, che effettivamente abitava a metà del terzo piano. I piani della casa erano parsi al proprietario troppo alti di soffitto e li aveva dimezzati. Quella casa, che esiste ancora, è riuscita ad avere in questo modo una quindicina di piani, ma, non essendo, in definitiva, più alta delle altre case del quartiere, non è che una riduzione di grattacielo.Del resto, le riduzioni abbondavano nella casa di Alfred Jarry. Quella metà di terzo piano non era che una riduzione di piano, dove, in piedi, l'inquilino si sentiva a suo agio, ma io, più alto di lui, ero obbligato a curvarmi. Il letto era una riduzione di letto, cioè un giaciglio: i letti bassi sono di moda, mi disse Jarry. La scrivania era una riduzione di scrivania, poiché Jarry scriveva coricato, ventre a terra, sul pavimento. La mobilia era una riduzione di mobilia ed era costituita soltanto da un letto. Al muro era appesa una riduzione di quadro. Era un ritratto di Jarry di cui ne aveva bruciato gran parte, non lasciando intatta che la testa simile al Balzac d'una certa litografia che so io. La biblioteca era una riduzione di biblioteca, ed è dire molto. Si componeva d'un'edizione popolare di Rabelais e di due o tre volumi della ‘Bibliothèque rose’. Sul camino di drizzava un grande fallo di pietra, lavoro giapponese, dono di Félicien Rops a Jarry, che aveva il prepuzio più grande del naturale e che se ne stava sempre coperto da una berretta di velluto viola, dal giorno in cui l'esotico monolito aveva spaventato una letterata già tutta ansante per essere salita alla metà del terzo piano e disorientata da questa ‘grande chasublerie’ senza mobili."E' un calco?" aveva chiesto la signora. "No" rispose Jarry, "è una riduzione." (Gli anni Apollinaire. A cura di Pasquale A. Jannini)

"Amoebas are very small" (The Incredible String Band, A very cellular song)

Maestri della ‘cellular song’ furono quelli dell’Incredible String Band. Con più livelli di lettura: la canzone, contenuta nell’album ‘The Hangman's Beautiful Daughter’ del 1968, è in buona sostanza un inno alla mitosi vista dal punto di vista di un’ameba: proprio così. E poi, tra le altre cose, uno spiritual inciso dal chitarrista delle  Bahamas Joseph Spence (‘I bid you goodnight’). Ospite del disco Dolly Collins, sorella maggiore di Shirley, a cui dedicammo un paio di puntate della scorsa stagione.

‘Darling Belle’ è invece la storia di una donna dall’infanzia alla vecchiaia, ispirata a Robin Williamson da un sogno. Anche qui un ospite illustre, il batterista Gerry Conway (Fairport Convention, Fotheringay, Jethro Tull).

Gruppo quanto mai eclettico e misticheggiante, multimediale come nel miglior spirito dell’epoca (il visionario ma fallimentare spettacolo di ‘U’), l’Incredible String Band fu importante fonte di ispirazione per altri artisti: a cominciare dai Led Zeppelin, che ne furono profondamente influenzati, per riemergere con il cosiddetto folk apocalittico. Può essere utile un confronto tra la copertina dell’edizione americana di ‘The Hangman's Beautiful Daughter’ e quella di ‘Earth covers earth’ dei Current 93. Più di recente, e sempre in tema di copertine, l’ISB è stata amorevolmente omaggiata dalle Forbici di Manitù (e rispettabili ospiti) con ‘Incredibile?!’.

L’ISB fu anche a Woodstock: non ci sono nel film, ma si esibirono dopo la Keef Hartley Band e prima dei Canned Heat, la cui ‘Going up the country’ divenne una sorta di inno del festival. Collezionisti di dischi blues, studiosi, archivisti, i Canned Heat erano amici di John Fahey, che compare nella caleidoscopica ‘Parthenogenesis’ (altro ospite era John Mayall), un lungo brano i cui segmenti esprimono molto bene le peculiari idee dei singoli musicisti. Molto suggestivo, quasi un preannuncio dei Sonic Youth, il brano di Henry Vestine con le sue chitarre distorte sovraincise. L’anno dopo l’uscita di ‘Living the blues’ Vestine collaborò con Albert Ayler per ‘Music is the healing force of the Universe’ e ‘The last album’.

Come molti brani del disco d’esordio dei Roxy Music, ‘The Bob’ si ispira a un film: in questo caso ‘Battle of Britain‘ di Guy Hamilton, kolossal del 1969 che mette in scena la battaglia d’Inghilterra, la devastante campagna aerea scatenata dalla Luftwaffe tra l’estate e l’autunno del 1940. Da noi fu distribuito come ‘I lunghi giorni delle aquile’, come ce lo ricordiamo da bambini, per non confonderlo con il coevo ‘La battaglia d'Inghilterra’ di Enzo G. Castellari.

Con implacabile precisione nipponica i Ruins riassumono in poco più di quattro minuti i punti salienti della discografia dei Black Sabbath: difficile immaginare il gruppo di Birmingham omaggiato da, per dire, Matmos e Four Tet, ma così avviene in ‘Everything comes & goes’. E con ciò VS rende un dovuto omaggio a John Michael Osbourne, detto Ozzy.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. RUINS, Reversible Sabbath (Everything comes & goes. A tribute to Black Sabbath, 2005)
  3. CANNED HEAT, Parthenogenesis (Living the Blues, 1968)
  4. JOHN FAHEY, The singing bridge of Memphis, Tennesse (The Yellow Princess, 1968)
  5. THE INCREDIBLE STRING BAND, A very cellular song (The hangman's beautiful daughter, 1968)
  6. ROXY MUSIC, The Bob (Roxy Music, 1972)
  7. THE INCREDIBLE STRING BAND, Darling Belle (Liquid acrobat as regards the air, 1971)
  8. GRYPHON, Don’t say go (Raindances. The Transatlantic recordings 1973-1975, 2018)
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07/10/2025

Le Groupe des Six

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“E intanto [Apollinaire] continuava a insistere sul problema del cinema; era convinto che vi si trovavano segreti che, una volta svelati, potevano essere applicati a ogni arte e avrebbero forse fornito la chiave di questo elusivo spirito moderno. Per parecchi anni Apollinaire aveva fatto esperimenti di sceneggiature, brani d'opera, tutti ispirati alla tecnica del cinema, ma non aveva mai avuto il tempo di portarli a termine. Pierre Albert-Birot, quando era andato a trovarlo all'ospedale, aveva visto il primo atto, o almeno l'abbozzo di un primo atto, di un'opera buffa che aveva cominciato a scrivere poco prima dell'inizio della guerra. Ora che Picasso, Cocteau e Satie avevano rappresentato il loro balletto e che questo genere di spettacolo stava destando tanto interesse e discussioni a Parigi, Birot propose di rappresentare a sua volta una specie di opera, usando quel suo frammento come punto di partenza. Apollinaire fu contentissimo dell'idea; Serge Férat cominciò subito a disegnare i costumi e le scene, Germaine Albert-Birot a comporre la musica, Max Jacob a provare il coro. Dopo molte difficoltà tecniche Les Mamelles de Tirésias fu rappresentato il 21 giugno 1917 al Théatre Maubel. La tela si levò sulla scena della piazza del mercato di Zanzibar. Sul fondo un attore rappresentava il popolo di Zanzibar, seduto su un trono tra molti e diversi strumenti musicali che dovevano punteggiare e accompagnare col loro ritmo i discorsi declamati dagli attori. In primo piano Thérèsa si dava da fare con pentole, granate e altri simboli delle sue occupazioni domestiche, impegnata in una vivace discussione con il marito. Diceva di essere stanca della sua docile obbedienza, di avere figli, della noiosa vita di donna, e di sentire un forte desiderio di diventare soldato o membro del parlamento, o ministro, o di esercitare qualche funzione maschile. A questo momento, con stupore del pubblico non ancora abituato a questi choc, sul mento di Thérèsa compariva una folta barba; ella apriva l'ampia blouse e mostrava, agitandoli con gioia davanti al pubblico, dei palloncini, mentre dichiarava che ora era un uomo e aveva cambiato il proprio nome in Tirésias. Per completare la trasformazione prendeva i vestiti del marito, costringendolo a cambiarli con i propri. Mentre la moglie gridava "Non più figli! Non più bambini!" egli le rispondeva con un discorso impetuoso sulla necessità di procreare e concludeva che, dal momento che la donna si rifiutava di farlo, l'uomo doveva prendere il suo posto. A questo punto interveniva il coro, di cui facevano parte Max Jacob e Paul Morisse, spinti dal vivo incoraggiamento degli amici. Quando ebbero finito, gli attori erano pronti per il secondo atto, che mostrava il marito mentre accudiva ai bambini, nella medesima piazza del mercato. Spiegava che ne aveva avuti 40.049 in otto giorni e il paese era minacciato ora dalla fame. Arrivava poi un poliziotto malvagio e sterile, venuto per arrestarlo e porre fine a questa pericolosa situazione. Dopo una violenta disputa, nella quale il poliziotto si rifiutava di ascoltare le sue assicurazioni che il problema poteva essere facilmente risolto con un po' di ordine e di organizzazione, il discorso veniva interrotto da un indovino, la cui testa risplendente di luci illuminava tutto il teatro. Il nuovo venuto prorompeva in una lode della fecondità e si rivelava nel dibattito seguente come Thérèsa, tornata a casa pentita. Il poliziotto, immediatamente cambiato, prometteva ai due, felici, che avrebbe avuto a sua volta molti figli. Il sipario calò in mezzo a un gran tumulto di fischi e di applausi. La commedia-opera-balletto (poiché è difficile definirla esattamente) fu accolta in modo discorde. Alcuni critici si erano divertiti, ma altri erano stati presi dalla stessa giusta rabbia che gli esperimenti di tutti i generi di quegli ultimi vent'anni spesso avevano suscitato in loro. Erik Satie, il clown stonato – scrisse ‘La Grimace’ – ha composto la sua musica su macchine da scrivere a sonagli... Il suo complice, quel fanfarone di Picasso, che specula sull'eterna stupidità del genere umano... Guillaume Apollinaire, poeta e ingenuo visionario, è capace di far assistere tutti i critici, tutti gli habitués delle prime parigine, la canaglia della Butte e gli ubriaconi di Montparnasse alla più stravagante e insensata delle elucubrazioni del cubismo… Era proprio il genere di critiche che sconvolgevano Apollinaire, perché non poteva sopportare di essere considerato un farceur, o che si avessero dubbi sulla sua sincerità. La situazione, il giorno dopo, era ancora più oscura; un importante gruppo di pittori cubisti, molti dei quali dovevano a lui gran parte della loro fama e la loro prosperità, pubblicarono una dichiarazione resa alla stampa, in cui lo sconfessavano e lo accusavano di renderli ridicoli con le sue stravaganze. Forse furono queste critiche che lo spinsero a scrivere una prefazione piuttosto solenne quando Tiésias venne pubblicato, e a proclamare, per stupire o divertire gli amici: ‘La mia commedia surrealista è stata scritta soprattutto per i francesi, proprio come Aristofane scriveva per le sue per gli ateniesi. In essa addito loro il grave pericolo, universalmente riconosciuto, che corre una nazione, che desideri essere prosperosa e potente, quando permette che il numero delle nascite sia in diminuzione, e ho mostrato che il rimedio è semplice: procreare’. Si dava per scontato che Apollinaire stesse scherzando, in quel suo modo ironico, ma un amico fu stupito di ricevere una lettera in cui egli deplorava gli attacchi della stampa contro una commedia destinata ‘a cambiare lo spirito della nazione e a persuaderla ad elevare il numero delle nascite’. Le discussioni sulla rappresentazione di quella epica e unica serata (ci fu infatti un solo spettacolo) vennero riprese, di tanto in tanto, per oltre quarant'anni, senza giungere a una conclusione. ‘Les mamelles de Tirésias’ era, come afferma Jean Cocteau, la prima commedia anarchica, il primo atto di liberazione di un poeta che non poteva più sopportare l'aridità che esclude ogni sorpresa, o era propaganda politica rivolta ad una nazione più preoccupata delle gioie dell'amore che delle sue giuste conseguenze? Forse la verità è che quella commedia può esser interpretata nell'uno e nell'altro modo, e che Apollinaire – e non era la prima volta – stava facendo un doppio gioco. La parola "surrealista" unita a dichiarazioni di nobili intenzioni morali ci fa pensare che egli si riferisse contemporaneamente a due uditori diversi. Una commedia sociale con problemi di spopolamento, di pauperismo e di femminismo, poteva essere un passo verso l'Académie e il nastro della legion d'onore a cui aspirava. D'altra parte una commedia "surrealista", con una trama fantastica, scene e musica, avrebbe consolidato la sua posizione come capo di una nuova generazione alla ricerca di un nuovo genere di arte. Questo era il tipo di ambiguità che Apollinaire amava di più, e se egli, fino a un certo punto, era vittima di questa ambiguità da lui stesso creata, il fascino del procedimento poteva solo essere accresciuto. Gli amici di ‘Sic’ e di ‘Nord-Sud’, naturalmente, interpretavano ‘Tirésias’ come un immenso atto di audacia e applaudivano senza riserve. Era un passo verso la distruzione dell'arte e della letteratura (con la lettera maiuscola) che avrebbe lasciato posto finalmente all'espressione del nuovo spirito, alla nuova verità. Cominciavano sempre più a diffidare di ogni forma di arte convenzionale, di tutto ciò che avevano ereditato dai più anziani. Perfino uomini come Max Jacob o Cendrars venivano considerati, con un leggero sospetto, come "letterati". Apollinaire invece, che per la verità era uomo di lettere più di tutti, pare che fosse capace di disarmarli con il suo fascino straordinario e la sua capacità di persuasione. La sua presenza era uno stimolo così vitale che difficilmente aveva importanza che fossero d'accordo con lui o no”. (Cecily Mackworth, Vita cubista)

Spalleggiati da Cocteau, i Sei furono un gruppo eterogeneo di compositori formatosi negli anni Venti. Personalità con spiccate differenze reciproche, trovarono nell’opera di Satie l’iniziale collante delle proprie personalissime poetiche.

Il nucleo iniziale risale al 1917, quando intorno a Satie si raccolgono i cosiddetti ‘Noveaux Jeunes’: Louis Durey, Georges Auric e Arthur Honegger. Il primo concerto del gruppo si tiene all’inizio del 1918 e lo stesso anno Cocteau pubblica il manifesto teorico ‘Le Coq et l'Arlequin’.

Si aggregarono successivamente Darius Milhaud, Francis Poulenc e Germaine Tailleferre.

In stretta relazione con le avanguardie dell’epoca, le prime produzioni del sodalizio presero la forma di musiche per balletto e spettacoli teatrali, ispirandosi a ‘Parade’ di Satie. L’identità di gruppo fu comunque piuttosto labile e la scelta dei nomi dei componenti, secondo Milhaud, fu un’iniziativa arbitraria del critico Henri Collet.

Poco prima della scomparsa di Satie i legami tra i compositori finirono per sfaldarsi amichevolmente e la loro attività si espresse anche in musiche di scena, didattica e composizione di importanti colonne sonore. Ad esempio quelle di Honegger per ‘Napoléon’ di Abel Gance e ‘Mademoiselle Docteur‘ di Pabst. Il più prolifico fu però Auric che lavorò con Cocteau, Wyler, Clouzot, Delannoy, Dassin e Preminger. Importante fu l’attività didattica di Milhaud, con allievi del calibro di Stockhausen, Xenakis e Subotnick.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ARTHUR HONEGGER, Pacific 231 (Michel Plasson, Symphonies N° 4, 1992)
  3. FRANCIS POULENC, Prologue (Les mammelles de Tirésias, 2003)
  4. GEORGES AURIC, Adieu New York (I maestri della musica, Vol. IV- 20, 1990)
  5. DARIUS MILHAUD, La creazione del mondo (I maestri della musica, Vol. IV- 20, 1990)
  6. GERMAINE TAILLEFERRE, Pastorale Inca (Cristina Ariagno, Germaine Tailleferre: Chamber music, piano music, 2008)
  7. FRANCIS POULENC – Honoloulou (Dada et la musique, 2005)
  8. ERIK SATIE, Cinema (Dada et la musique, 2005)
  9. GERMAINE TAILLEFERRE, Sonate for violin & piano n. 2 (Cristina Ariagno, Germaine Tailleferre: Chamber music, piano music, 2008)
  10. GEORGES AURIC, Tango-Nocturne from 'À nous la liberté' (1931) (Gottlieb Wallisch, 20th Century Foxtrots 4, 2022)
  11. DARIUS MILHAUD, Divertissement en trois parties, Op. 299B - Pastorale, Op. 147 (Music for wind instruments, 1980)
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23/09/2025

Chanson du chat

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“La Mia anima aristocratica trabocca di nobile risentimento. Non si gusta abbastanza lo stato di povertà, e ciò è il sintomo dei più gravi disordini. La povertà viene da Dio e rinunciarvi significa disobbedirgli. Coloro che osano lamentarsi della loro sventura e non si peritano di alleviarla, sono dei fermenti di corruzione; tendono ad eliminare quelle disparità che assicurano l'equilibrio universale e preparano così i peggiori cataclismi. Non c'è più carità; si dà per orgoglio, per soddisfare la vanità e l'ambizione più spregevoli. Le dame del patriziato costituiscono un deprecabile esempio. Sarei estremamente manchevole se non le rimproverassi severamente. Col pretesto della carità, esse organizzano piaceri malsani; proprio le loro feste e i loro ricevimenti sono le fondamenta della prostituzione. Codeste dame fan posto, tra di loro, alle ragazze di strada: le ricevono, le trattano con riguardo, e ne assimilano così lo stile, l'aspetto e i costumi. La loro indegnità merita una morte ignominiosa. Altre, poi, attentano all'armonia delle condizioni umane per guadagnarsi una reputazione mendace. C'è per esempio una certa signora Gebbart o Ghedard, meglio nota con lo pseudonimo di Sévérine, che divulga nelle pubbliche gazzette infermità degne, invece, di rispetto e di discrezione. Mi stupisco che le si consenta di elevare la voce; non sta alla donna intervenire nelle faccende pubbliche, il suo posto è accanto al focolare. Che fa mai la signora Gebbart o Ghedard lontano dallo sposo e dai figli? Si adorna dello sfavillio di un simulato amore per i poveri, dopo averli lungamente sobillati alla rivolta e all'odio, alle più funeste passioni. Per compiere opere pie, i Cristiani devono tenersi a distanza da simili intermediari; altrimenti non ne sarà tenuto alcun conto. Dio predilige per questo genere di missioni le ancelle che indossano l'abito monastico. Devo fare delle dimostranze anche ai poveri. Costoro si permettono delle aspirazioni indecenti, e ciò è biasimevole. La loro condizione è la buona strada per la salute eterna, non se ne devono distogliere. Gesù è nato povero appunto per insegnar loro a rassegnarsi e a tacere, non per ispirargli recriminazioni inaudite. La loro sventura è un immenso favore che li onora, poiché li avvicina, miserabili peccatori quali sono, al Figlio di Dio. Che vogliono di più? Che cosa sono codesti grotteschi clamori e codeste folli rivendicazioni che si elevano dovunque, se non l'eco di un'acredine e di un odio insensati? Non sperino tuttavia di realizzare le loro temerarie aspirazioni. Se così fosse, non ci sono forse io per impedirlo, e chi mai potrebbe resistere a colui che accompagna i Destini? Francois de Paule, Sire des Marchés de Savoie” (Erik Satie, Quaderni di un mammifero)

“Le poesie più belle di Palazzeschi sono quelle che ha scritto prima della Prima guerra mondiale. Durante la guerra lui rimase nelle retrovie con la sua bella vestaglia di seta rossa. Sai che il suo vero nome è Giurlani, e la sua famiglia aveva un negozio di abbigliamento maschile, infatti lui era un uomo elegantissimo, però piccolino di statura. Frequentò una scuola di recitazione ed entrò anche in una compagnia, che mi pare si chiamasse ‘Talli’ e per un anno ha fatto l’attor giovane. Era molto avvantaggiato perché aveva un bel repertorio di abiti. A quell’epoca ogni attore doveva avere i suoi vestiti personali. Ognuno aveva un baule che conteneva frac, smoking, vestiti da cavallo… tutto il corredo con cui si facevano le commedie borghesi. Era più importante il corredo che il talento! Mi raccontava ad esempio Nunzio Filogamo, che era un siciliano, ma vissuto a Torino, che quando entrò nella compagnia delle sorelle Gramatica fece un sacco di debiti con il sarto per farsi fare il corredo. Quando andò il secondo anno a chiedere i soldi a Emma (che era quella che si occupava della parte economica, mentre Irma era la direttrice artistica) gli disse: ‘Soldi? Dopo avere avuto la gloria di recitare accanto alle sorelle Gramatica, vieni a chiedere soldi?’” (Paolo Poli, Siamo tutte delle gran bugiarde. Conversazione con Giovanni Pannacci, 2018)

Di Erik Satie, di cui ricorre quest’anno il centenario della scomparsa, non finiscono di stupirci l’attualità e la duttilità. Proviamo ad adattare qua e là l’estratto dai ‘Quaderni di un mammifero’,  magari sostituendo al termine Dio la parola Capitale... Per quanto riguarda la duttilità (capacità di un corpo o di un materiale di sopportare deformazioni plastiche) gli spartiti di Satie sono una cartina al tornasole delle mode culturali d’un epoca. Un ottimo esempio è fornito dall’interpretazione quasi-prog di ‘Parade’ a opera del Camarata Contemporary Chamber Group.

Oltre che a Satie la prima puntata della nuova stagione di Vintage Season è dedicata all’ineffabile Paolo Poli, che nel 1982 realizzò l’album ‘Soiree Satie’ insieme al maestro Antonio Ballista. Già che ci siamo aggiungiamo Aldo Palazzeschi, di cui ricorre il centoquarantesimo della nascita, e Ornella Volta, studiosa e traduttrice di Satie, intellettuale cosmopolita amata tra l’altro dagli appassionati di letteratura fantastica e orrorifica per la curatela di alcune pionieristiche antologie pubblicate all’inizio degli anni Sessanta.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ERIK SATIE, Chanson du chat (Davide Bassino e Michela Marassi, Melodie e canzoni, 1993)
  3. ERIK SATIE, La giornata del musicista (Paolo Poli e Antonio Ballista, Soiree Satie, 1982)
  4. ERIK SATIE, Menuet (Alexandre Tharaud, Satie Discoveries, 2025)
  5. ERIK SATIE, Parade (Ballet réaliste) (The Camarata Contemporary Chamber Group, The Music Of Erik Satie: Through A Looking Glass, 1971)
  6. PAOLO POLI, La parata (La mossa! Canzoni del primo 900 presentate da Paolo Poli, 1967)
  7. ERIK SATIE, Empire’s Diva (Philip Corner, Satie slowly, 2014)
  8. ALDO PALAZZESCHI, Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba (Paolo Poli, Letture: poesie di Aldo Palazzeschi, 1973)
  9. ERIK SATIE, Sports et divertissements (Anne Queffélec, Erik Satie, 1988)
  10. ERIK SATIE, La Diva de l’Empire (Paolo Poli e Antonio Ballista, Soiree Satie, 1982)
  11. ERIK SATIE, The dreamy fish ou le poisson rêveur  (Cristina Ariagno, Piano Works Complete, 2006)
  12. ALDO PALAZZESCHI, Anche la morte ama la vita (Paolo Poli, Letture: poesie di Aldo Palazzeschi, 1973)
  13. ERIK SATIE, Les fleurs (Paolo Poli e Antonio Ballista, Soiree Satie, 1982)
  14. ERIK SATIE, Chez le docteur (Davide Bassino e Michela Marassi, Melodie e canzoni, 1993)
Listen / Info
15/07/2025

Days

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Dedichiamo l’ultima puntata della stagione alla memoria di David Thomas. E inoltre a Mike Ratledge, con l’aggiunta di correlazioni all’insegna della continuità tra avant-garage e prog.

David Thomas e i Pere Ubu ci hanno accompagnati nel corso di tutta la nostra ‘carriera’ di ascoltatori e, come ha scritto giustamente qualcuno, oggi ci sentiamo un po’ più soli.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MIKE RATLEDGE, Sequence 1 (Riddles of the Sphinx, 2013)
  3. PERE UBU, Non-alignment pact (The Modern Dance, 1978)
  4. ROCKET FROM THE TOMBS, I sell soul (Barfly, 2011)
  5. DAVID THOMAS AND THE PEDESTRIANS WITH RICHARD THOMPSON, A day at the botanical gardens (Variations on a theme, 1983)
  6. KEVIN AYERS, Song for insane times (Joy of a toy, 1969)
  7. 2 PALE BOYS, Morbid sky (Erewhon, 1996)
  8. PERE UBU, Crocodile smile (Trouble on Big Beat Street, 2023)
  9. PERE UBU. I can still see (20 Years in a Montana Missile Silo, 2017)
  10. THE SOFT MACHINE, Hope for happiness (The Soft Machine, 1968)
  11. VAN DER GRAAF GENERATOR, Man-Erg (Pawn Hearts, 1971)
  12. TELEVISION, Days (Adventure, 1978)
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01/07/2025

Lodestar

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Seconda puntata dedicata a Shirley Collins, stavolta focalizzata sulle collaborazioni con i Current 93 e altre cosette.

Eterna gratitudine a David Tibet per aver riportato sulle scene Shirley Collins, operazione iniziata con la pubblicazione per la Durtro di ‘Fountain of Snow’, pregevole antologia che spazia dal 1967 al 1978, e l’invito a partecipare ad alcuni dischi dei Current. Nel 1998 la Durtro fece uscire anche ‘Harking Back’, contenente registrazioni dal vivo risalenti al 1978 e al 1979.

L’influenza di Shirley Collins, via David Tibet, si fece sentire sul cosiddetto Folk apocalittico (termine che per bruttezza è secondo solo a Krautrock) e, simmetricamente, se ne può cogliere un eco in lavori come ‘Lodestar’, che vede la presenza di Ossian Brown e Stephen Thrower (Coil, Cyclobe).

Un’ultima nota di orgoglio campanilistico: il libretto di ‘Fountain of Snow’ contiene una foto di Shiley e Dolly Collins scattata nel corso di un concerto tenuto a Saronno nel 1980 (per errore viene riporato come… Faronno!). Con ogni probabilità il concerto fu organizzato dal locale Folk Studio Group, fondato nel 1976 da Paolo Nuti. Per motivi anagrafici… non c’eravamo, ma se qualcuno avesse informazioni al riguardo (o addirittura registrazioni) ci farebbe un regalo inestimabile!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CURRENT 93, A beginning (Thunder Perfect Mind, 1992)
  3. SHIRLEY COLLINS, Crowlink (Heart's ease, 2020)
  4. SHIRLEY COLLINS, Lost in a wood (Within sound, 2002)
  5. THE YOUNG TRADITION, Idumea (Galleries, 1968)
  6. SHIRLEY COLLINS & THE ALBION COUNTRY BAND, Murder of Maria Marten (No roses, 1971)
  7. COMUS, The Herald (First Utterance, 1971)
  8. MR. FOX, Mr. Fox (Mr. Fox, 1970)
  9. SHIRLEY COLLINS, Sur le borde de l’eau (Lodestar, 2016)
  10. SHIRLEY COLLINS, My sailor boy (Crowlink EP, 2021)
  11. CURRENT 93, All the pretty little horses (All the pretty little horses, 1996)
  12. CURRENT 93, Idumea (Black ships eat the sky, 2006)
  13. THE YOUNG TRADITION, It is far to Bethlehem (The holly bears the crown, 1995)
  14. CURRENT 93, They return to their earth (Emblems: The menstrual years, 1993)
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17/06/2025

Love, Death & the Lady

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Il 5 luglio sarà il compleanno di Shirley Collins e VS le rende omaggio con un paio di puntate. Non si dice l’età di una signora, diciamo solo che è venerabile. Venerabile e venerata è anche la sua statura artistica e umana: dal viaggio nel sud degli Stati Uniti in compagnia di Alan Lomax per documentarne la tradizione musicale al sodalizio con la sorella maggiore Dolly, dalle collaborazioni con il nucleo della Incredible String Band a quelle con gli Young Tradition, Davy Graham e le svariate incarnazioni dell’Albion Band. E poi quelle con l’Early Music Consort e quella straordinaria figura di musicologo che fu David Munrow. Nel 1980 Shirley Collins abbandonò la musica a causa di gravi problemi di salute e solo oltre vent’anni dopo la caparbietà di David Tibet riuscì a riportarla sulle scene, ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE YOUNG TRADITION, Prologue from Hamlet (The holly bears the crown, 1995)
  3. DAVID MUNROW, Positive organ – Estampie (Instruments of the Middle Ages and Renaissance, 1976)
  4. SHIRLEY & DOLLY COLLINS, Geordie (Love, Death & The Lady, 1970)
  5. SHIRLEY COLLINS, Black-eyed Susan (The power of the true love knot, 1968)
  6. SHIRLEY COLLINS, One night as I lay on my bed (Adieu to old England, 1974)
  7. SHIRLEY COLLINS, Pretty Saro (Sweet England, 1959)
  8. SHIRLEY COLLINS, The Blacksmith (Amaranth, 1976)
  9. SHIRLEY COLLINS, Lord Allenwater (For as many as will, 1978)
  10. SHIRLEY & DOLLY COLLINS, Rambleaway (Anthems in Eden, 1969)
  11. THE ETCHINGHAM STEAM BAND, Hard times of the old England (The Etchingham Steam Band, 1995)
  12. SHIRLEY COLLINS, Fare thee well my dearest dear (Amaranth, 1976)
  13. SHIRLEY COLLINS & DAVY GRAHAM, The cherry tree carol (Folk roots, new routes, 1964)
  14. SHIRLEY COLLINS, Richie song (False true lovers, 1959)
  15. SHIRLEY COLLINS, Hand and heart (Archangel Hill, 2023)
  16. SHIRLEY COLLINS, The Blacksmith courted me (Heroes in Love, 1963)
  17. THE YOUNG TRADITION, A virgin most pure (The holly bears the crown, 1995)
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03/06/2025

Insetti musicisti

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“Se mai visiterete il Giappone, ricordatevi di andare almeno a una festa al tempio: ‘en-nichi’. La festa dovrebbe essere vista di notte, quando tutto sembra più bello, nel bagliore di innumerevoli lampade e lanterne. Finché non avrete vissuto quell’esperienza non potrete capire che cosa sia il Giappone – non potrete immaginare il fascino della stranezza e della bellezza, la meravigliosa commistione di bello e di grottesco che alberga nella vita della gente comune. In una notte simile probabilmente vi lascerete andare, con la corrente dei visitatori, lungo sentieri illuminati, pieni di banchi in cui si vendono giocattoli indescrivibili – graziosi oggetti puerili, fragili meraviglie, bizzarrie comiche -, osserverete rappresentazioni di demoni, divinità e folletti; sarete sorpresi dai ‘mando’ – immense lanterne trasparenti con delle facce mostruose dipinte sopra -, vedrete giocolieri, acrobati, danzatori di spade, indovini; udirete dappertutto, al di là del tumulto delle voci, il suono incessante dei flauti e il rullio dei tamburi. Per tutto questo non varrà la pena di fermarsi. Ma ben presto, ne sono quasi sicuro, farete una pausa nella vostra passeggiata per guardare una cabina illuminata da una lanterna magica, e piena di minuscole gabbie, dalle quali emana un grido inimitabile. E’ quella del mercante di insetti canterini: e quel rumore burrascoso proviene dagli insetti. E’ uno spettacolo inusuale, e uno straniero ne è quasi sempre attratto. Avendo soddisfatto la curiosità momentanea, il forestiero continua il suo giro con l’idea di non aver visto nulla di speciale, se non un certo tipo di giocattoli. Ma gli si può spiegare che il commercio degli insetti rappresenta un valore annuale di migliaia di dollari soltanto a Tokyo, e di certo sarà sorpreso nell’apprendere che gli insetti stessi vengono valutati secondo il genere di suoni che emettono. Non sarà facile convincerlo che, nella vita estetica di un popolo raffinatissimo e artistico, quegli insetti occupano un posto non meno importante, e meritato, di quello che nella civiltà occidentale è occupato dal tordo, dal fanello, dall’usignolo e dal canarino. Quale straniero potrebbe supporre che esista una letteratura antica di mille anni – piena di una bellezza curiosa e delicata – avente per oggetto quegli insetti dalla breve vita?” (Lafcadio Hearn, Insetti musicisti)

“Più cose scopriamo riguardo al mondo sonoro degli insetti e degli altri invertebrati, più rimaniamo stupefatti. Di recente, per esempio, si è scoperto che la vedova nera è capace di intercettare diverse frequenze con le zampe, cambiando posizione sulla tela. ‘E’ come se per riuscisse a concentrarsi sul colore rosso un umano si dovesse rannicchiare, o riconoscesse i suoni mettendosi nella posizione yoga del Cane (o del ragno) a testa in giù’, commenta Ed Young. Le ali delle farfalle Satyrinae funzionano grosso modo come un microfono ideale che riproduce con precisione il paesaggio sonoro senza amplificare certi suoni piuttosto che altri, cosa che agli umani risulta difficile persino con la tecnologia più sofisticata. Nel 1962 Rachel Carson ci avvertì del rischio di una primavera senza suoni, senza più il canto degli uccelli sterminati dalla fame, dopo che l’uso indiscriminato dei pesticidi li avrà privati delle fonti di cibo. ‘Se vedesse quanto è peggiorata la situazione oggi, scoppierebbe a piangere’, scrive il biologo Dave Goulson. I problemi evidenziati da Carson sono ancora più gravi anche (ma non soltanto) perché i nuovi insetticidi sono migliaia di volte più tossici di qualche decennio fa: a tacere non saranno solo gli uccelli. Tra il 2004 e il 2021, nel regno Unito il numero di insetti volanti è calato di quasi il 60 per cento, e non si tratta di un caso isolato. ‘In pochi capiscono quanto sia devastante, dice Goulson, e aggiunge che la diminuzione degli insetti avrà conseguenze profonde sul benessere umano, perché gli insetti impollinano i nostri raccolti, riciclano il letame, le foglie e i cadaveri, mantengono in salute il suolo, controllano i parassiti e via dicendo. Ne saranno colpiti anche gli uccelli, i pesci, le rane e altri animali che si cibano di loro, e i fiori, che da loro vengono impollinati. Se gli insetti continuano a scomparire, a poco a poco il nostro mondo si fermerà, perché senza non può funzionare.” (Caspar Henderson, Cosmofonia)

“The inspiration for ‘The Insect Musicians’ comes from the Oriental poetic tradition. In the West there has been the odd example of nature and formalism colliding in music, e.g. ‘The flight of the bumblebee’, and recent Messiaen’s transcriptions of bird songs, rather more beautiful. But they are always performed on instruments of the modern orchestra, and bear only an awkward timbral relationship with the songs they would imitate. Now, for the first time, digital technology allows the sampling and manipulation of any natural sound source. Man can now see nature in a new light, and relate to it in complementary, creative ways. The insects produce sounds which go far beyond the boundaries of natural perception: in their pitch (which is often too high), in their rhythms (which are often too fast), and in their timbres (which can be too complex). […] ‘The Insect Musicians’ is therefore both very new and, at the same time, very old. It is nature and hypernature in a sort of indivisible whole. Despite the high degree of digital manipulation, all the new ‘instruments’ are able to retain the essential character (or ‘Nature’) of  their source intact.” (Graeme Revell)

Quando nel 1889 il giornalista e scrittore Lafcadio Hearn si stabilisce in Giappone dopo una vita girovaga e avventurosa sembra aver finalmente conquistato la sua più intima dimensione. Ottenuti diversi incarichi di insegnante, poco più di un anno dopo il suo arrivo sposò Setsu Koizumi, discendente da una famiglia di samurai, e assunse il nome di Yakumo Koizumi. Raccolta in diversi volumi, la produzione letteraria di Hearn fissa e divulga cultura, società e folclore giapponese proprio nel momento cruciale dell’apertura del paese all’Occidente. Con il risultato di diventare tanto popolare presso i lettori occidentali quanto rispettato da quelli giapponesi: uno dei più bei film della storia del cinema, ‘Kwaidan’ di Masaki Kobayashi, trae spunto da quattro racconti del soprannaturale di Hearn.

Diversi scritti di Hearn riguardano la passione per i suoni degli insetti; sparsi in varie raccolte, sono stati raccolti in un delizioso volumetto pubblicato nel 2017 da Exorma curato da Alessandra Contenti: ‘Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano’. Benché questo interesse paia avere origini molto antiche, nel XVII secolo si consolida la prassi di recarsi in gita o soggiornare in luoghi particolarmente attraenti dal punto di vista sonoro, in analogia con quanto avveniva per altri animali (ad esempio alcune specie di rane) o per la spettacolare fioritura di ciliegi, susini e altre piante da frutto. Si afferma successivamente la raccolta di insetti da tenere in casa e poi la pratica dell’allevamento che stimola la produzione di gabbie per tutte le tasche, da quelle più semplici a quelle talmente elaborate da configurarsi come vere e proprie opere d’arte dal costo ragguardevole.

Fonte di ispirazione Hearn lo fu anche per Graeme Revell che nel 1986 pubblicò per la sua Musique Brut ‘The Insect Musicians’: doveva essere un periodo particolarmente ispirato per il musicista neozelandese, visto che nello stesso anno uscirono il maestoso ‘Zamia Lehmanni’ degli SPK e il disco dedicato ad Adolf Wölfli di cui abbiamo parlato nella scorsa puntata. Oltre che opera di notevole fascino, ‘The Insect Musicians’ è un disco di grande raffinatezza concettuale: un incontro di funzionalità (animale) ed estetica (umana), di natura e tecnologia (le manipolazioni digitali dei suoni prodotti dagli insetti sono dettagliatamente illustrate nel libretto accluso all’album). Gli insetti appaiono come veri e propri musicisti, così come sono attori nel film ‘Microcosmos’ di Claude Nuridsany e Marie Pérennou e protagonisti di avvincenti racconti d’avventura nei ‘Ricordi di un entomologo’ di Jean-Henri Fabre. Non stupisce che queste meravigliose creature abbiano suscitato l’appassionato interesse dei letterati: da Ernst Jünger a Vladimir Nabokov, dal premio Nobel Maurice Maeterlinck al nostro Guido Gozzano.

Revell si dedicherà in seguito alla composizione di colonne sonore: attività iniziata nel 1989 con ‘Dead Calm’ di Philip Noyce, assumerà col tempo una dimensione tale da impensierire perfino i Tangerine Dream! ‘The Insect Musicians’ è stato ripubblicato di recente dalla benemerita Old Europa Cafe, insieme ad altre due pietre miliari della musica industriale: ‘Information Overload Unit’ e ‘Leichenschrei’ degli SPK.

“A Japanese Buddhist proverb says: ‘Only through having died, does one enter into life.’ And perhaps the ultimate horizon of technology is nature itself.” (Graeme Revell)

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GRAEME REVELL, Main title / Train / Hospital / The accident (Dead calm, 1989)
  3. SPK, Retard (Auto-da-fé, 1983)
  4. SPK, Ebony tower in the Orient (Q.E.D., 1988)
  5. SPK, The garden of earthly delights (Zamia Lehmanni, 1986)
  6. SPK, Ich Klage An (The last supper, 1984)
  7. GRAEME REVELL, Nocturne (on an oriental theme) (The insect musicians, 1986)
  8. SPK, In the dying moments (Oceania, In performance 1987, 1988)
  9. GRAEME REVELL, The sleeping sickness (The insect musicians, 1986)
  10. SPK, Another dark age (Auto-da-fé, 1983)
  11. SPK, Romanz in Moll (The Myths collection part two, 1990)
  12. SPK, Despair (Leichenschrei, 1982)
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20/05/2025

Arte e follia in Adolf Wölfli

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“Ci sono esseri umani ai quali la Natura o un destino particolare ha strappato quel velo dietro il quale noi altri coltiviamo, inosservati, la nostra parte di follia. Assomigliano a insetti dal tegumento sottile: quando si muovono l’incessante gioco dei muscoli li fa sembrare deformi, poi però, senza che ce ne si accorga, riprendono la loro normale conformazione. Ciò che in noi rimane pensiero, in Krespel si tramuta in azione. Lo spirito, imprigionato nelle tribolazioni terrene, è incline al disprezzo del mondo, e questo disprezzo Krespel lo esprime nei suoi modi bizzarri, nei suoi balzi da lepre. Simili atteggiamenti, però, sono anche il suo parafulmine. Quel che viene dalla terra, lui lo restituisce alla terra, ma il divino invece se lo custodisce nell’animo; perciò sono convinto che, dietro le pur vistose manifestazioni di un’apparente follia, la sua coscienza interiore sia perfettamente a posto.” (E.T.A. Hoffmann, Il consigliere Krespel)

“Il malato fa musica soffiando in un tubo creato avvolgendo un foglio di carta spessa; soffiandovi all’interno, suona le sue arie – marce, valzer, polke, mazurke ecc. Fa musica per ore, solo nella sua cella. Spesso deve provare a lungo prima che un passaggio gli riesca bene, ovvero in modo tale da soddisfarlo. La sua musica ricorda quella per ottoni della regione di Berna: un certo tema viene provato a lungo nelle tonalità più diverse; ma la cosa più importante è di nuovo il ritmo. Se ha sviluppato correttamente una melodia la scrive, e questo può avvenire in due modi diversi: o traccia un pentagramma, ma in genere di sei righe, e vi scrive vere e proprie note, con tanto di misure, alterazioni, pause, chiavi ecc., oppure scrive le note utilizzando le lettere dell’alfabeto e dà la misura con lettere raddoppiate, sottolineature semplici e doppie, barre, croci, punti esclamativi ecc. […] In Wölfli troviamo un totale abbandono al gioco delle proprie forze interne. Il suo creare è sempre la risultante di pulsione e pulsione contraria, senza né deviazioni né obiettivi secondari; per questo la sua creatività e la sua produzione hanno anche per noi qualcosa di imperativo, di necessario. Wölfli non crea secondo un’idea determinata, ma esclusivamente assecondando l’istinto. Non conosce le leggi in base alle quali crea eppure ubbidisce loro in modo incondizionato; è del tutto incoerente ma sempre fedele a se stesso. Quando crea, il suo stato è contemporaneamente al di sopra e al di sotto dell’ordinario, soggetto a forti tensioni; è concreto, circospetto, misurato eppure assolutamente soggettivo, violento e totalizzante. E’ massima libertà e pesante corvée; è un creare che corrisponde per certi aspetti a quello che Jaspers chiama ‘atteggiamento entusiastico’.” (Walter Morgenthaler, Arte e follia in Adolf Wölfli)

Che Adolf Wölfli fosse matto non ci piove. Ma era anche un genio e se noi oggi lo riconosciamo come tale lo dobbiamo a Jean Dubuffet e al dottor Morgenthaler.

Nel 1895, dopo averne combinata una di troppo, Wölfli venne internato a Waldau, clinica psichiatrica universitaria fondata nel 1855 in prossimità di Berna che vide tra i suoi pazienti un altro ospite illustre: Robert Walser, che vi restò dal 1929 al 1933, prima del trasferimento a Herisau.

Wölfli, diagnosticato come schizofrenico (Dementia paranoides riporta la cartella clinica), trascorse tutto il resto della sua esistenza a Waldau, dove scoprì la sua natura di artista, inizialmente in modo incostante, tra l’irrisione degli altri pazienti.

La comprensione giunse però nella persona del dottor Walter Morgenthaler. Nato nel 1882, lo psichiatra e psicoterapeuta, che si formò tra Berna Vienna e Zurigo e fu uno dei primi a impiegare il test di Rorschach, mise a disposizione di Wölfli tutto ciò di cui necessitava per realizzare le sue opere: disegni, collage, scritti, poesie e spartiti che nel loro insieme raggiunsero una dimensione imponente. Rimandiamo al riguardo a un bell’articolo di Gennaro Fucile pubblicato nel numero 880 di Musica Jazz del luglio 2022: ‘La Via dei Canti che passa per Berna’.

Nel 1921 Morgenthaler pubblicò ‘Ein Geisteskranker als Koenstler: Adolf Wulfli’, pionieristica monografia sull’artista; da noi è stata pubblicata nel 2007 da Alet.

Malgrado l’interesse suscitato dal testo dello psichiatra, l’opera di Wölfli (scomparso nel 1930) dovrà attendere il 1945 per essere divulgata e valorizzata presso un pubblico di non specialisti grazie a Jean Dubuffet. Per quanto il suo interesse per la produzione artistica delle persone affette da disturbi mentali risalisse al 1919, quando prestò servizio in una clinica di Nantes, fu nell’immediato dopoguerra che definì il concetto di Art Brut.

Musique Brut fu invece il nome che Graeme Revell appose alla sua etichetta discografica: due soli album, entrambi pubblicati nel 1986. Di ‘The insect musicians’ parleremo nella prossima puntata. ‘Necropolis, amphibians & reptiles’ è il disco dedicato alle composizioni di Wölfli, interpretate dallo stesso Revell e, sulla seconda facciata, da DDAA e Nurse With Wound (in questa occasione formati da Steven Stapleton, Diana Rogerson e David Tibet). Accompagnato da un denso libretto, ‘Necropolis’ è un disco di grande fascino e, insieme a ‘Gelesen und Vertont’ del 1974, uno dei pochi completamente dedicati alle musiche dell’artista bernese. Il quale non ha mancato di ispirare compositori come il danese Per Nørgård,  Terry Riley e soprattutto Baudouin de Jaer che, applicatosi allo studio della notazione musicale di Wölfli, pubblicò nel 2011 ‘Analysis of the musical cryptograms / The heavenly ladder’.

“In fondo, il racconto labirintico di Wölfli è una creazione del mondo e questa è sempre sonora, è un Big Bang: lo sanno bene gli aborigeni australiani, i loro “Antenati avevano creato il mondo cantandolo” e infatti “l’Australia intera poteva essere letta come uno spartito”, annotò Chatwin. Anche la Svizzera, probabilmente.” (Gennaro Fucile)

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. Fladermuus (Adolf Wölfli. Gelesen und Vertont, 1978)
  3. SPK, Invocation (Zamia Lehmanni, 1986)
  4. GRAEME REVELL, Chimpnags-apes of the Union Canada: America (Necropolis, amphibians & reptiles, 1986)
  5. JEAN DUBUFFET, L’eau (Expériences musicales de Jean Dubuffet ou La musique chauve, 1991)
  6. DDAA, Natural Fhorm of the Holy-Light-Island in the Pacific Ocean (Necropolis, amphibians & reptiles, 1986)
  7. BAUDOUIN DE JAER, Le cygne / Pandulen=Wasser=Fall, 1911 (Analysis of the musical cryptograms / The heavenly ladder, 2011)
  8. PAUL GIGER, Agony II (Sechzigplus) (Ars Moriendi, 2022)
  9. BAUDOUIN DE JAER, Riisen=Kannaari: 10 Meter Spann=Flügel=Weitte, 1913 (Analysis of the musical cryptograms / The heavenly ladder, 2011)
  10. JEAN DUBUFFET, Temps radieux (Expériences musicales de Jean Dubuffet ou La musique chauve, 1991)
  11. Musikstuck 3 (Adolf Wölfli. Gelesen und Vertont, 1978)
  12. NURSE WITH WOUND, Lea Tantaaria (Necropolis, amphibians & reptiles, 1986)
  13. BAUDOUIN DE JAER, Dans les rues de Berne (Analysis of the musical cryptograms / The heavenly ladder, 2011)
  14. MASSACRE, South orange sunset (Funny Valentine, 1998)
  15. Trauer-Marsch (Adolf Wölfli. Gelesen und Vertont, 1978)
  16. SPK, In flagrante delicto (Zamia Lehmanni, 1986)
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06/05/2025

Umbrellamental

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Il nostro paese mantenne vivo il culto di High Tide grazie a etichette come Cobra e Black Widow ma anche la Germania non fu da meno. La World Wide Records pubblicò agli inizi degli anni Novanta ben quattro dischi contenenti registrazioni di varie epoche del gruppo, due lavori degli Hazchem e uno di Tony Hill con brani risalenti al 1975.

Gli Hazchem, così come Magic Muscle e Rustic Hinge, erano una sorta di supergruppo formato da musicisti provenienti, oltre che da High Tide, da Third Ear Band, Hawkwind, Crazy World of Arthur Brown e Bevis Frond.

Concludiamo, in tema di Bevis Frond, con un doveroso plauso a Nick Saloman e al sodale Adrian Shaw che, veri Patroni delle Arti, tanto hanno fatto per quella musica che ci piace tanto (tra cui il secondo disco solista di Tony Hill).

Alla prossima con... something completely different! Ma non troppo...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THIRD EAR BAND, Overture (Music from Macbeth, 1972)
  3. MAGIC MUSCLE, Umbrellamental (Gulp!, 1991)
  4. TONY HILL, Of foundries, ships & steeples (Inexactness, 2001)
  5. HIGH TIDE, Golden space (Ancient gates, 1990)
  6. HAZCHEM, Strange attractor (Strange attractor, 1990)
  7. MISUNDERSTOOD, I can take you to the sun (Before the dream faded, 1982)
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22/04/2025

The joke

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I Misuderstood cambiarono fisionomia con l’imprevedibilità di un Barbapapà. Nel 1984 uscì un altro album curato anch’esso da Nigel Cross, fondatore di ‘Bucketful of Brains’ e anni dopo dell’etichetta Shagrat. Sorta di gemello di ‘Before the dream faded’, contiene registrazioni del 1969 di una formazione parecchio cambiata, una sorta di supergruppo comprendente Nick Potter e Guy Evans (VDGG), David O’List (Nice) e Remi Kabaka (Ginger Baker’s Air Force).

Dopo i Misunderstood Glenn Ross Campbell formò i Juicy Lucy, interessante gruppo che proponeva un solido rock-blues screziato di psichedelia e prog.

L’oscuro album che vedeva tutti gli High Tide presenti, a cui si accennava nella scorsa puntata, è ‘Sinister morning’ di Denny Gerrad, produttore di ‘Sea shanties’, un bel disco di folk psichedelico pubblicato dalla Deram nel 1970.

Gli High Tide si sfaldarono dopo il secondo album, vittima di vendite incosistenti che portarono alla cancellazione di un preventivato terzo disco.

Simon House si aggregò alla Third Ear band, ma non in ‘Alchemy, bensì in ‘Music from Macbeth’, colonna sonora del cupissimo film di Roman Polanski. Prima di diventare un apprezzato sessionman (Bowie, Japan, Thomas Dolby) fece parte per alcuni anni degli Hawkwind. Il bassista Peter Pavli, in tema di Hawkind, formò il longevo sodalizio Deep Fix con Michael Moorcock mentre del batterista Roger Hadden, vittima dei sui personali fantasmi, si persero sostanzialmente le tracce. Più intransigente di tutti, Tony Hill rimase fieramente nell’underground con scarse apparizioni discografiche finché il vento cominciò finalmente a cambiare.

Nel 1982 un negozio di dischi di Edimburgo pensò che fosse buona cosa ristampare alcuni dischi importanti ma da tempo fuori catalogo: oltre ai due lavori di High Tide, la G.I. Records pubblicò una manciata di vinili di Third Ear Band, Pretty Things e Pete Brown. Con commovente povertà francescana le copertine erano completamente bianche con poche informazioni essenziali scritte con il normografo: i più anziani si ricorderanno di questo preistorico strumento. Prima dell’avvento del compact disc seguiranno altre ristampe in vinile da parte di Psycho e Repertoire.

Il culto degli High Tide attecchì più sul continente che in patria. Nel 1987 la Cobra di La Spezia ripubblicò ‘Interesting times’, uscito l’anno precedente in cassetta per la High Tide Records: il primo lavoro in studio del gruppo dal 1970. Hill e House fanno da soli, sopperendo con batterie elettroniche e sintetizzatori all’assenza della sezione ritmica storica: il suono ne risente ma è comunque una piacevolissima sorpresa. Due anni dopo la Cobra fa uscire un prezioso documento storico: ‘Precious cargo’ contiene le registrazioni effettuate alla fine del 1970 che avrebbero dovuto confluire nel mai pubblicato terzo album. Altre testimonianze d’epoca usciranno per la Black Widow sotto il titolo di ‘Open season’.

Giungendo ai giorni nostri, del 2023 è l’uscita di ‘The complete Liberty recordings’ contenente i due primi album e un terzo sfizioso dischetto di inediti mentre l’opera dei Misunderstood fu compendiata due anni prima dalla Grapefruit nel doppio compact ‘Children of the sun’.

“Fact or fiction / makes no difference / on closer inspection / what sells / rings bells / it’s a wicked world / it’s a paradise / it’s all of heaven and hell” (Survival)

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HIGH TIDE, Quest (Precious cargo, 1989)
  3. RUSTIC HINGE, High Tide play Rustic Hinge (Replicas, 1988)
  4. MISUNDERSTOOD, Never had a girl (like you before) (Golden glass, 1984)
  5. JUICY LUCY, Train (Juicy Lucy, 1969)
  6. HIGH TIDE, Tribute (A fierce nature, 1990)
  7. HIGH TIDE, Garage gods (Open season, 2001)
  8. HIGH TIDE, Survival (Interesting times, 1986)
  9. TONY HILL, Right now forever (Inexactness, 2001)
  10. HIGH TIDE, The joke (High Tide, 1970)
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08/04/2025

Before the dream faded

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Come ogni perdigiorno che si rispetti immaginiamo talvolta di passare un breve periodo di tempo su un’isola deserta con Stella. Aggiungiamo che ci verrà data la possibilità di portare un bell’impianto stereo e dei pannelli solari per alimentarlo oltre a due dischi due. Cosa porteremmo? Non esiteremmo un solo istante: ‘Sea Shanties’ e il secondo disco omonimo degli High Tide.

Riavvolgiamo il nastro di qualche decennio. Oltre ad aver figliato il suo post-, uno dei pochi meriti di quel fenomeno di costume noto come punk fu quello di trarre dall’oblio certa musica di fine Sessanta. Ottima cosa ma non priva di ambiguità e indesiderate conseguenze. In primis dei sedicenti iconoclasti alla ricerca di padri fanno sospettare che l’immagine spaccatutto sia più che altro una trovata pubblicitaria. Sui tempi lunghi l’esito peggiore fu la perdita della prospettiva storica: gli artisti del passato cominciarono a essere visti come meri anticipatori delle tendenze del momento e si innescò quel processo di appiattimento sul presente che portò alla retromania dei nostri giorni. In pratica una dieta a base di prodotti di bassa qualità e per giunta scaduti.

Quando nel 1972 la Elektra pubblicò ‘Nuggets’ quel disco non se lo filò quasi nessuno perché era troppo in anticipo sui tempi ma qualche anno dopo sembrò che ogni fighetto al passo con le mode non potesse farne a meno, magari anche solo nella riedizione Sire con copertina diversa.

Nell’attesa della diffusione del compact disc proliferarono ristampe in vinile di dubbia legalità e non mancarono vere e proprie contraffazioni spacciate per originali dai soliti avvoltoi.

Nel 1982 la benemerita Cherry Red pubblicò due dischi che segnarono un punto di svolta per la cura con cui furono realizzati e le estese note di copertina. Uno era ‘The legendary orgasm album’ dei John’s Children, noti ai più come primo gruppo in cui militò Marc Bolan. Ma è l’altro disco che interessa ai fini del nostro discorso: ‘Before the dream faded’ dei Misunderstood, antologia di un gruppo che nel corso della sua tortuosa carriera pubblicò solo una manciata di singoli. Nelle note Nigel Cross spiega che la band si formò nel 1963 a Riverside in California e che tre anni dopo si trasferì in quel di Londra, probabilmente incoraggiati da John Peel che ebbe modo di vederli dal vivo e ne intuì il potenziale. Qui entrò nella formazione il giovane chitarrista Tony Hill e i Misunderstood sarebbero potuti diventare un gruppo influente se il destino avverso non ne avesse decretato un prematuro scioglimento. Caratterizzati dal suono della slide guitar di Glenn Ross Campbell, sorta di Yardbirds più hard o Pink Floyd  concisi, trovarono spesso spazio nelle prime raccolte dedicate alla psichedelia britannica. Il gruppo rinacque poi con altra fisionomia, senza Tony Hill che qualche anno dopo fondò gli High Tide, sui quali lasciamo la parola ad Al Aprile e Luca Majer, non prima di anticipare che la narrazione proseguirà nella prossima puntata.

“Al quadretto di certa famiglia da yesterpunk è utile inserire gli High Tide. Il gruppo, durato l'attimo di due dischi, dal '69 al '70, s'avvicina musicalmente al filone hard inglese, differenziandosi però da esso per la spessa coltre tecnica dei suoi partecipanti. Le influenze trascendono la musica: questa ‘alta marea’ sembra voler sommergere un po' tutti gli stili con un manto soggettivo che addomestica ogni frammento musicale altrui in minuscole creature dotate di vita propria.

Gruppo inglesissimo, a tratti infatuato da climi di novelle gotiche, High Tide non conoscerà mai fama notevole. I suoi dischi, più che presenti su tutte le bancarelle, saranno oggetto di speculazioni per il commercio del disco. La formazione a quattro, con chitarra + violino elettrico a spartirsi gran parte del lavoro solistico, sembra stranamente tra il rock-jazz e il country: e gli interventi compositivi si dondolano da un capo all'altro del paragone, intromettendo pure elementi di disturbo come blues e musica improvvisata. C'è anche - e tanto - hard rock, ma tutto con autocritica, magari venato di flirts con la musica californiana: sulla batteria rock e l'acido basso di Peter Pavli, s'innestano trascrizioni degenerate del Cipollina quicksilveriano, con una inaspettata fermata al Conservatorio (‘The Blankman Cries Again’), o parodie di Uto Ughi e Paganini capelloni e riffs ante Mahavishnu Orchestra.

Dei due dischi (più quell'oscuro album che vede tutti gli High Tide presenti) rimane oggigiorno il ricordo di un tentativo inconcluso, della ricerca di una emancipazione musicale troppo veloce, osteggiata dagli affaristi della musica. Simon House - dopo ‘Alchemy’ con la Third Ear Band - scapperà addirittura al castello d'oro di David Bowie, e questi pronto ad accettare i pentiti figlioli prodighi, malconci per l'appena passata esperienza underground. Cose trite, probabilmente, ma anche tristi: musicisti castrati nella loro espressione e costretti a servire obbligatoriamente volitive ispirazioni altrui.

Accanto al ‘Lodger’ di House c'è l'esempio di Peter Pavli, con Michael Moorcock & Deep Fix (‘The New Worlds Fair’) o di Tony Hill, con la Ronnie Paisley Band. La libertà di un momento, i voli di violino di una ‘Saneonymus’ innamorata di Grateful Dead + jazz svaniscono nell'istante. La vita, come dicevano alcuni a Seveso, continua.” (La musica rock-progessiva europea, 1980).

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MISUNDERSTOOD, Find the hidden door (Before the dream faded, 1982)
  3. HIGH TIDE, Death warmed up (Sea shanties, 1969)
  4. HIGH TIDE, The great universal protection racket (The complete Liberty recordings, 2023)
  5. DENNY GERRARD, Atmosphere (Sinister morning 1970)
  6. MISUNDERSTOOD, Golden glass (Golden glass, 1984)
  7. HIGH TIDE, Saneonymous (High Tide, 1970)
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25/03/2025

Cries from the midnight circus

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Del 1969 come anno di svolta abbiamo già parlato in una delle prime puntate di VS. Torniamo sull’argomento con una puntata dedicata ad alcuni dischi pubblicati in un arco temporale tanto breve quanto denso di significati. Pubblicati tra il 1968 e il 1971 catturano l’attenzione per un’atmosfera, e spesso un’iconografia, che accomuna artisti di estrazione piuttosto diversa: si va dal blues di Chicken Shack e Groundhogs al folk-rock di Fairport Convention e Spirogyra passando per un embrionale hard e un prog non ancora pienamente delineato.

Un paio di apparenti eccezioni sono l’abum degli Apple (eclettico disco freakbeat pubblicato fuori tempo massimo) e il brano di Richard Thompson, comparso per la prima volta in un’antologia del 1976 ma registrato nel 1970 durante le sessions di ‘Full house’.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CHICKEN SHACK, Daughter of the hillside (Imagination Lady, 1971)
  3. GROUNDHOGS, Strange town (Thank Christ for the bomb, 1970)
  4. GUN, Yellow cab man (Gun, 1968)
  5. VELVET FOGG, Once among the trees (Velvet Fogg, 1969)
  6. PRETTY THINGS, Cries from the midnight circus (Parachute, 1970)
  7. PINK FAIRIES, Heavenly man (Never Neverland, 1971)
  8. HARSH REALITY, Praying for reprieve (Heaven and Hell, 1969)
  9. RICHARD THOMPSON, Poor Will and the jolly hangman (Guitar, vocal, 1976)
  10. SPIROGYRA, Island (St. Radigunds, 1971)
  11. FAIRPORT CONVENTION, Sloth (Full House, 1970)
  12. APPLE, The otherside (An apple a day, 1969)
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11/03/2025

Fear engine

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“Abbi cura del tuo corpo, non succhiarti il pollice, mangia sempre ciò che si trova sul piatto, non fare il birichino a tavola, sii sempre prudente… “

… perché altrimenti andrai incontro a una brutta fine.

Tale la morale delle dieci filastrocche raccolte nel celebre ‘Der Struwwelpeter’ pubblicato nel 1845 dallo psichiatra tedesco Heinrich Hoffmann.

Il Pierino Porcospino (in inglese Shock-headed Peter) che dà il titolo alla raccolta è il protagonista della prima filastrocca: inguaribile disobbediente, non si taglia le unghie e non si pettina. 

Insomma è un pessimo soggetto che si prestò perfettamente a fornire il nome al gruppo creato nel 1982 da Karl Blake dopo lo scioglimento dei Lemon Kittens. Così scostanti, misantropi e scorretti da indurre il sospetto che dietro alla maschera si nascondessero dei disperati romantici. Sospetto avvalorato dalle successive collaborazioni di Blake: tra le altre quelle con Current 93, Left Hand Right Hand e due personaggi poco inclini a cercare il plauso delle masse come Gae Bolg e Tony Wakeford. Ovviamente lo scostamento dalle mode culturali li portò allo status di gruppo di culto (e aggiungiamo che ‘Not born beautiful’ del 1985 è un capolavoro) ma li allontanò dal “successo”. Confermando, come se ce ne fosse bisogno, i moniti dello psichiatra Hoffmann.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. SHOCK HEADED PETERS, Oblivion extract (Terra serpentes, 1997)
  3. GAE BOLG AND THE CHURCH OF FAND, Danse des nains (Tintagel, 2001)
  4. SHOCK HEADED PETERS, I, bloodbrother be (I, bloodbrother be, 1984)
  5. SOL INVICTUS, Black Easter (Lex talionis, 1990)
  6. SHOCK HEADED PETERS, Parabola (Not born beautiful, 1985)
  7. LEFT HAND RIGHT HAND, Nightmares in the afternoon (Left hand right hand, 2016)
  8. SHOCK HEADED PETERS, Hate on sight (I, bloodbrother be, 1984)
  9. SHOCK HEADED PETERS, Son of thumbs of a murderer (Fear engine, 1987)
  10. KARL BLAKE, Negative essay (Paper-thin religion, 1981)
  11. SHOCK HEADED PETERS, Katabolism (I, bloodbrother be, 1984)
  12. SHOCK HEADED PETERS, Chalet d’amour (Not born beautiful, 1985)
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25/02/2025

Dark adapted eyes

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“Those that bite the hand that feeds them sooner or later must meet… the Big Dentist”! Il titolo esteso del secondo lavoro dei Lemon Kittens, con il suo implacabile humor nero, manifesta al meglio il caustico spirito del gruppo. Che, creato alla fine dei Settanta da Karl Blake, presto si arricchisce della presenza di Danielle Dax e Mark Perry (Alternative TV).

Performance brutaliste e neoprimitive li rendono parenti prossimi dei Virgin Prunes, al pari d’una musica abrasiva e urticante che attirò l’attenzione di Steven Stapleton.

A questo grande gruppo dedichiamo un paio di puntate, la prima focalizzata per ragioni di galanteria su Danielle Dax. Artista poliedrica conobbe una certa popolarità grazie a collaborazioni illustri (Robert Fripp, The League of Gentlemen), apparizioni cinematografiche (‘The company of wolves’ di Neil Jordan) e un contratto con la Sire che le fruttò i dischi meglio distribuiti e promossi.

Successivamente indirizzò la sua creatività in altri campi, come l’arredamento d’interni e la progettazione di giardini, concedendosi qualche sporadica riapparizione nel mondo del musicale per la gioia dei fan di questa artista di culto.

Alla prossima con Karl Blake! 

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. LEMON KITTENS, Shakin all over (Spoonfed + Writhing, 1979)
  3. LEMON KITTENS, Kites (Cake beast, 1981)
  4. LEMON KITTENS, Lycanthrothene (We buy a hammer for daddy, 1980)
  5. DANIELLE DAX, Bed caves (Pop-eyes, 1983)
  6. DANIELLE DAX, Ostrich (Jesus egg that wept, 1984)
  7. DANIELLE DAX, Hate on sight (Comatose-non-reaction, 1995)
  8. DANIELLE DAX, Bad Miss ‘M’ (Inky bloaters, 1987)
  9. DANIELLE DAX, Cat-house (Cat-house, 1988)
  10. DANIELLE DAX, Timber tongue (Timber tongue EP, 1995)
  11. DANIELLE DAX, Uru eu wau wau (Timber tongue EP, 1995)
  12. DANIELLE DAX, Brimstone in a barren land (Inky bloaters, 1987)
  13. DANIELLE DAX, Music from the film ‘Axel’ (Comatose-non-reaction, 1995)
  14. DANIELLE DAX, Numb companions (Pop-eyes, 1983)
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11/02/2025

Superfreaky memories

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Puntata dedicata a geniali outsiders e relative estemporanee correlazioni: Syd Barrett non necessita di presentazioni, Alexander Spence forse sì. Dapprima nella primissima formazione dei Quicksilver, fu reclutato nei Jefferson Airplane come batterista per poi tornare al suo ruolo più congeniale nei Moby Grape. Avrebbero costoro potuto essere uno dei gruppi più rappresentativi della scena di San Francisco se non fossero stati vittima di scelte dissennate, tipo quella di pubblicare l’album d’esordio in concomitanza con cinque singoli. Scelta più unica che rara decretò per il gruppo, in concomitanza con numerosi altri altri problemi, un immeritato ruolo di secondo piano. Spence riuscì comunque a pubblicare nel 1969 un bellissimo album assurto col tempo al meritato status di disco di culto. 

Sempre dai Moby Grape proveniva il bassista Bob Mosley, dall’esistenza meno travagliata e autore di interessanti prove solista nel solco del sound West Coast.

Il nome Mynah Birds dice qualcosa? Probabilmente no, però questa band attiva a Toronto fra il 1964 e il 1967, vide tra le sue file i futuri Buffalo Springfield Neil Young e Bruce Palmer, oltre al fulminatissimo Rick James. ‘Superfreak’ è un gran pezzo!

Ad Angus MacLise invece di registrare anche solo un pezzo non passava per l’anticamera del cervello. Inchiniamoci: collaboratore di La Monte Young e Terry Riley, quando gli venne proposto di effettuare delle registrazioni con i Velvet Underground, di cui era il primo batterista, pensò bene di mollare tutto e trasferirsi in Nepal via India, paese in cui lasciò il mondo delle apparenze nel 1979. Se abbiamo l’opportunità di ascoltare alcune sue registrazioni lo dobbiamo a etichette illuminate come Table of the elements e Sub rosa, pur supponendo che la cosa l’avrebbe lasciato indifferente.

Sing while you may!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PINK FLOYD, Lucifer Sam (The piper at the gates of dawn, 1967)
  3. SYD BARRETT, Gigolo aunt (Barrett, 1970)
  4. RICK JAMES, Super freak (Super freak, 1981)
  5. MOBY GRAPE, Lazy me (Moby grape, 1967)
  6. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, Dino’s song (Quicksilver Messenger Service, 1968)
  7. DINO VALENTE, New mind blowing (Dino Valente, 1968)
  8. ALEXANDER SPENCE, War in peace (Oar, 1969)
  9. BOB MOSLEY, So many troubles (Bob Mosley, 1972)
  10. ANGUS McLISE, Tunnel music # 1 (The cloud doctrine, 2003)
  11. BRUCE PALMER, Alpha-Omega-Apocalypse (The cycle is complete, 1970)
  12. LUNA, Supefreaky memories (The days of our nights, 1999)
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28/01/2025

Enchanted stream

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Seconda trasmissione dedicata alle uscite discografiche dello scorso anno.

Anche stavolta ci concentriamo sulle ristampe, un po’ meno prog e più vicine ai nostri giorni.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HUGO LARGO, Halfway knowing (Mettle, 1989)
  3. ESSENTIAL LOGIC, Eagle bird (Beat rhythm news, 2024)
  4. DOROTHY CARTER, Visiting song (Troubadour, 1976)
  5. PIERRE HENRY, Enfoncement (Labyrinthe!, 2003)
  6. FENNESZ, The stone of impermanence (Venice, 2004)
  7. DELAY TACTICS, Initial opus (Out-pop options & any questions?, 2024)
  8. JIM KIRKWOOD, Enchanted stream (Where shadows lie, 1990)
  9. TERRE THAEMLITZ, 2AM on a silo (Tranquilizer, 1994)
  10. LAWRENCE ENGLISH, Galaxies of dust (A colour for autumn, 2009)
  11. LAIBACH, How the West was won (Opus Dei, 1987)
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14/01/2025

Bring back the good old days

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Benvenuti alla prima puntata del 2025 di Vintage Season, come di consueto dedicata alle uscite discografiche dell’anno appena trascorso.

Stavolta ci siamo dedicati alle ristampe, un’abbondante messe di riedizione, riscoperte e ghiotti cofanetti. Pietre miliari come i dischi di Jack Bruce, Gong e Gentle Giant ma anche cose meno note quali Warhorse e Andwella.

Unica eccezione l’ultimo lavoro dei Faust, che però sono un gruppo storico che in quel periodo affonda i suoi fondamentali esordi.

Tardivi auguri di buon anno a tutte le ascoltatrici e ascoltatori di VS!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GONG, Radio Gnome (Camembert electrique, 1971)
  3. FAUST, For Schlaghammer (Blickwinkel)
  4. GURU GURU, Globetrotter (Globetrotter, 1977)
  5. MOEBIUS, PLANK, NEUMEIER, Load (Zero set, 1983)
  6. GURU GURU, Salto mortadella (Tango fango, 1976)
  7. GENTLE GIANT, Winning (The missing piece, 1977)
  8. GONG, Fohat digs hole in space (Camembert electrique, 1971)
  9. JADE WARRIOR, Psychiatrc sergeant (Borne on the solar wind. The Vertigo albums) [1971-1972]
  10. JACK BRUCE, Boston ball game 1967 (Songs for a tailor, 1969)
  11. WARHORSE, Red sea (The recordings 1970-1972)
  12. BLACK WIDOW, Way to power (Sabbat days. The complete anthology 1969-1972)
  13. ANDWELLA, Shadow of the night (To dream) [1969-1970]
  14. PAVLOV’S DOG, Valkerie (Pavlov’s Dog essential recordings 1974-2018)
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31/12/2024

Couple in spirit

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Dedichiamo l’ultima trasmissione dell’anno a quella straordinaria artista che è Julie Driscoll / Tippetts, una concisa storia della sua carriera attraverso dischi solisti e collaborazioni.

Un modesto invito ad approfondire la sua opera e magari a fornirle un aiuto tangibile. Dall’ultimo numero di ‘Blow Up’ abbiamo infatti appreso che l’artista versa in difficili condizioni economiche e di salute. Martin Archer, attraverso la sua etichetta Discus Music, ha avviato una raccolta di fondi via Bandcamp, dove si possono acquistare le sue più recenti produzioni.

A presto per la prima puntata dell’anno che verrà.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JULIE TIPPETTS, MAGGIE NICHOLS, PHIL MINTON, BRIAN ELEY, Louis Kappa (Voice, 1977)
  3. JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY, Indian rope man (Streetnoise, 1969)
  4. B.B. BLUNDER, Sticky living (Workers’ playtime, 1971)
  5. JULIE TIPPETTS, Ocean and sky (Sunset glow, 1975)
  6. JULIE DRISCOLL, The choice (1969, 1971)
  7. JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY, Vauxhall to Lambeth bridge(Streetnoise, 1969)
  8. KEITH AND JULIE TIPPETTS, Riding (Couple in spirit. Sound on stone, 2023)
  9. KEITH TIPPETT, Dance (Blueprint, 1972)
  10. KEVIN FIGES & JULIE TIPPETTS, Winter (Happy apples, 2024)
  11. JULIE TIPPETTS, Lullaby (Couple in spirit, 1988)
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17/12/2024

Sguardo verso il cielo

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Trasmissione d’ispirazione spirituale in occasione dell’imminente Natale.

Auguri di Buone Feste a tutte le ascoltatrici e ascoltatori di VS e a presto per l’ultima puntata dell’anno!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. FORMULA 3, Dies Irae (Dies Irae, 1970)
  3. BLACK SUN ENSEMBLE, Da Da is Gaga (Lambent flame, 1989)
  4. THE ELECTRIC PRUNES, Kyrie Eleison (Mass in F Minor, 1967)
  5. THE ASSOCIATION, Requiem for the masses (Insight out, 1967)
  6. THE BYRDS, Glory, Glory (Original singles A's & B's 1965-1971, 2012)
  7. SISTER IRENE O’CONNOR, Mass ‘Emmanuel’ (Fire of God's Love, 1973)
  8. QUINTESSENCE, Vishnu Narain (Self, 1972)
  9. THE ELECTRIC TOILET, In the hands of Karma (In the hands of Karma, 1970)
  10. J.E.T., Sinfonia per un Re (Fede speranza carità, 1972)
  11. LE ORME, Sguardo verso il cielo (Collage, 1971)
  12. QUINTESSENCE, Brahman (Dive deep, 1971)
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03/12/2024

Where the long shadows fall

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Nel giugno 1959 Friedrich Jürgenson, riascoltando le registrazioni di canti di uccelli che aveva effettuato per il suo lavoro di documentarista, udì dei suoni inesplicabili. Dopo aver scartato le altre ipotesi giunse alla conclusione, magari un tantino arbitraria, che questi suoni di origine ignota fossero le voci di defunti che dall’aldilà cercavano di mettersi in comunicazione con i viventi.

Jürgenson non fu il primo a intraprendere simili ricerche, preceduto ad esempio dal fotografo Attila von Szalay che, insieme a Raymond Bayless, operava già negli anni Quaranta.

Ma la figura più celebre in questo ambito della ricerca parapsicologica, conosciuto come psicofonia o fenomeno delle voci elettroniche, fu quella di Konstantin Raudive che, a partire dal 1964, registrò quasi ottantamila (!) comunicazioni.

Le opinioni di Jürgenson e Raudive sull’origine delle voci divergevano: per il primo si trattava indubbiamente di comunicazioni spiritiche. Per quanto riguarda il secondo lasciamo la parola all’autorevole Caterina Kolosimo: “Ma allora anche Raudive, come il suo collega Jürgenson, è convinto che i morti possano parlare? No. Egli dà al al fenomeno delle ‘voci’ una spiegazione molto più ‘scientifica’: basandosi sulla teoria degli universi paralleli, prospettata da autorevoli fisici, accenna alla possibilità che tutto quanto accade sulla Terra trovi un riscontro in globi appartenenti ad altre dimensioni. E giunge a concludere che i ‘doppioni’ di coloro che muoiono qui continuano a vivere in mondi inconcepibili, con cui soltanto occasionalmente riusciamo a metterci in contatto.” (I poteri segreti della mente, 1976).

Il lavoro pionieristico di Jürgenson e Raudive venne poi portato avanti da altri ricercatori dotati di nuovi dispositivi di registrazione. Anche le opinoni circa l’origine delle presunte comunicazioni si ampliarono ma ciò che qui più ci interessa è l’utilizzo delle registrazioni psicofoniche per fini artistici. La loro natura misteriosa, l’innegabile fascino hanno portato non pochi musicisti a inglobarle nelle proprie composizioni. Nel 2002 la Sub Rosa, avvezza a raffinate operazioni condotte lungo le linee di faglia della modernità, pubblicò ‘Konstantin Raudive: the voices of the dead’ per il quale chiamò artisti di indiscusso prestigio come, tra gli altri, David Toop, Scanner, DJ Spooky e Carl Michael von Hausswolff.

Già nel 1986 Vittore Baroni aveva realizzato un lavoro in cassetta dedicato alla psicofonia, uscito come TRAX0185, dove la poesia sonora incontra non casualmente il fenomeno delle voci elettroniche su un tavolo d’anatomista. Si potrebbero aggiungere numerosi altri esempi, anche sorprendenti come la bellissima ‘Rubber ring’ degli Smiths.

Dal punto di vista della psicologia il fenomeno delle voci elettroniche viene ricondotto all’apofenia e alla paraeidolia. La prima tende a interpretare, tra le altre cose, i fenomeni paranormali come un’attitudine umana a instaurare correlazioni dotate di senso tra informazioni che in realtà ne sono prive, con la conseguente produzione di significati del tutto soggettivi. Similmente, la paraeidolia è una tendenza del subconscio a ordinare configurazioni casuali per ricondurle a forme note: un po’ come quando ci pare di scorgere figure familiari nel profilo delle nuvole.

Non è difficile immaginare come Raudive, grazie alla sua formidabile erudizione poliglotta, potesse ricondurre dei suoni casuali ai vocaboli di questa o quell’altra lingua.

Alcuni riconducono la paraeidolia a un primitivo contesto adattivo ed evoluzionista, interpretandola come un campanello d’allarme per situazioni di potenziale pericolo. Diciamo che in certi frangenti può essere utile (pensare di) scorgere il disegno del manto di un predatore nascosto tra le frasche; se poi non c’è… meglio!

Sorge pertanto un dubbio: in un ambiente saturo di discorsi vuoti e  informazioni inutili, non potrebbe la psicofonia rappresentare un caso particolare di una (paradossalmente terapeutica) reazione inconscia, costruire significati a proprio uso e consumo partendo da suoni privi di senso?

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CURRENT 93, Where the long shadows fall (Judas as black moth, 2005)
  3. All your sorrows (The ghost orchid: an introduction to EVP, 1999)
  4. KONSTANTIN RAUDIVE, Radio Stimme – Microphone Stimme (Konstantin Raudive. The voices of the dead, 2002)
  5. VITTORE BARONI, Glossomaniac (Psicofonie, 1986)
  6. DARK MORPH, Beka Tovuto (Dark morph, 2019)
  7. CHRISTIAN MARCLAY, Johann Strauss (More encores, 1989)
  8. SCANNER, Palae fore memoire (Konstantin Raudive. The voices of the dead, 2002)
  9. Dialogue between O’Neill and the deceased Dr.Mueller (Okkulte Stimmen – Mediale Musik: Recordings of unseen intelligences 1905-2007, 2007)
  10. DAVID TOOP, Koladé spirit (Konstantin Raudive. The voices of the dead, 2002)
  11. PAUL D. MILLER, Temp magnétique (Konstantin Raudive. The voices of the dead, 2002)
  12. CARL MICHAEL VON HAUSSWOLFF, Welcome (Konstantin Raudive. The voices of the dead, 2002)
  13. THE SMITHS, Rubber ring (Louder than bombs, 1987)
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19/11/2024

A trip to Marineville

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Ci sono artisiti che, moderni traghettatori di anime dannate, segnano il passaggio tra epoche e mode. Di solito godono di fama postuma e nel corso della loro carriera non è che suscitino poi molta simpatia.

La psichedelia inglese, si sa, amava i colori sgargianti, le favole, i nonsense carroliani e i calembour.

Nel volgere di pochi anni le cose prenderanno un’altra piega: i fantasiosi patchwork di abiti indiani e vittoriani vengono sostituiti da abbigliamenti minaccisosi e provocatori per arrivare con il folk apocalittico alle mimetiche invernali, l’occhio non si accosta più a un caleidoscopio ma al mirino di un fucile giocattolo.

Gli Swell Maps di Nikki Sudden ed Epic Sountracks sono un ottimo esempio di gioventù sonica che, nei dintorni di Birmingham, mette a punto una peculiarissima visione a cavallo tra le due epoche. Se nascono nel 1972 è solo cinque anni dopo che pubblicano un singolo e infine nel 1979 vede la luce ‘A trip to Marineville’ per la benemerita Rough Trade.

Il mondo dei Maps è fatto di giocattoli, sommergibili tascabili, navi da guerra, bombardieri Blenheim ma anche di mirabolanti serie televisive avveniristiche alla Thunderbirds. In un gioco di specchi, questo sì ancora caleidoscopico, che finisce per produrre aberrazioni reali come i due prototipi del bombardiere nucleare XB-70 Valkyrie che paiono decollati da uno storyboard di Gerry e Sylvia Anderson. I coetanei italiani non potranno non riconoscersi, riandando con la memoria alle pervasive pubblicità dei soldatini Atlantic, alla diffusione del modellismo e a quei film di guerra proiettati nel cinema dell’oratorio tra un kolossal biblico e un Bud Spencer & Terence Hill. Così, tra un ‘Base artica Zebra’ e ‘I cannoni di Navarone’, si provava a plasmare una nuova generazione di bellicosi Difensori dell’Occidente. Con esiti, a giudicare dal nostro giro di amicizie, alquanto modesti.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. SWELL MAPS, Midget submarines (A trip to Marineville, 1979)
  3. TELEVISION PERSONALITIES, Back to Vietnam (The painted word, 1984)
  4. NIKKI SUDDEN, Aeroplane blues (Live in Moscow, 2004)
  5. SWELL MAPS, Blenheim shots (Jane from occupied Europe, 1980)
  6. TELEVISION PERSONALITIES, How I learned to love the bomb (How I learned to love the bomb, 1986)
  7. SWELL MAPS, Robot factory (Jane from occupied Europe, 1980)
  8. JOWE HEAD, Mermaid (Pincer movement, 1981)
  9. SWELL MAPS, Gunboats (A trip to Marineville, 1979)
  10. JOWE HEAD & EPIC SOUNDTRACKS, Rain, rain, rain (Rain, rain, rain, 1982)
  11. EPIC SOUNDTRACKS, House on the hill (Good things, 2005)
  12. JOWE HEAD, Gower song (Widdershins, 2019)
  13. NIKKI SUDDEN, Death is hanging over me (Live in Moscow, 2004)
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05/11/2024

Beachy Head

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Recent travels have brought me into contact with some difficult and potentially dangerous places. Most are areas of major environmental/ecological damage, but others include nuclear sites or the edges of military zones. The danger is not necessarily to a short-term visitor, but to the peole who live there or through the location’s role in geopolital power structures. Some are areas where extreme and hostile conditions have been created, in others the danger has been hidden or absorbed into the local economy. In yet others regeneration is underway. Dangerous places can be both sonically and visually complelling, even beautiful and atmospheric. There is, often, an extreme dichotomy between an aesthetic response and knowledge of the ‘danger’, whether it is pollution, social injustice, military or geopolitical. The project asks, ‘What can we learn by listening to the sounds of dangerous places?’ (Peter Cusack, Sounds from dangerous places)

Così, con ammirevole sintesi, Peter Cusack introduce il lungo lavoro di ricerca che lo portò a pubblicare nel 2012 il libro ‘Sounds from dangerous places’. Ricco di informazioni e suggestive fotografie, al volume sono allegati due compact disc: il primo contenente registrazioni effettuate a Chernobyl e nei suoi dintorni, il secondo che spazia dall’Azerbaijan al Regno Unito.

Lungi dall’azzardare una risposta all’interrogativo posto da Cusack, abbiamo preso spunto dal suo lavoro per una trasmissione psicogeografica giocata sul filo dell’immaginazione, che corre tra Zone tarkovskiane traboccanti dei cascami tossici di un picnic sul ciglio della strada, infissi percossi dal vento in villaggi abbandonati, oasi di natura incontaminata in quanto contaminata.

La polluzione di questi luoghi è frutto dell’attività umana, spesso legata al clima della guerra fredda e a quell’energia nucleare che ne fu il simbolo più potente, per cui abbiamo inserito qua e là registrazioni di quelle number stations ben note a diversi musicisti sperimentali. Nella medesima logica i primi passi di questo viaggio sono affidati a John Foxx con un brano tratto da un album registrato dal vivo il 9 maggio 2016 in un bunker nei pressi di York, costruito nel 1961 allo scopo di monitorare eventuali esplosioni nucleari e loro ricadute radioattive, oggi coerentemente divenuto attrazione turistica.

Forse, alla fine della civiltà, in questi luoghi contaminati si installeranno dei moderni primitivi che attribuiranno le mirabili difformità teratologiche agli spiriti irati e finiranno per adorarle come creature semidivine. Forse è già successo, come in un libro di Peter Kolosimo.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FOXX & THE MATHS, The other mother (The bunker tapes, 2016)
  3. THE CONET PROJECT, (E1) Ready Ready (15728) (Recordings of shortwave numbers stations, 1997)
  4. PETER CUSACK, Chernobyl - Radiometer, Kopachi (Sounds from dangerous places, 2012)
  5. WALTER MAIOLI, Processione nella tomba dei marmini (I flauti etruschi, 2003)
  6. PETER CUSACK, Chernobyl - Chernobyl Nightingales, Chernobyl Town (Sounds from dangerous places, 2012)
  7. PETER CUSACK, Caspian Oil, Bibi Heybat, Azerbaijan - Oilfield Soundwalk 1 (Sounds from dangerous places, 2012)
  8. THROBBING GRISTLE, Beachy Head (20 jazz funk greats, 1979)
  9. THE CONET PROJECT, (G11) Strich (Recordings of shortwave numbers stations, 1997)
  10. PETER CUSACK, Icheri Sheher, Baku, Azerbaijan - Call To Prayer/Building Work (Sounds from dangerous places, 2012)
  11. ALVIN LUCIER, Letters (Wind shadows, 2005)
  12. PETER CUSACK, Chernobyl Fallout, Snowdonia, UK - Radiometer Sheep 2 (Sounds from dangerous places, 2012)
  13. THE CONET PROJECT, (E15) Frank Young Peter (Recordings of shortwave numbers stations, 1997)
  14. PETER CUSACK, Landfill Waste Gases, Rainham, UK - Landfill Atmosphere, Distant (Sounds from dangerous places, 2012)
  15. THE CONET PROJECT, (G16) 2 Letter YS (Recordings of shortwave numbers stations, 1997)
  16. ROBERTO CACCIAPAGLIA, Winds and gong (Sonances & otherworks, 2001)
  17. CONET PROJECT, (S2) Drums & Trumpets (Recordings of shortwave numbers stations, 1997)
  18. EDUARD ARTEMIEV, Listen to Bach (Solaris, 1978)
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22/10/2024

The least we can do is wave to each other

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Puntata dedicata all’acqua che tutto sommerge ma al tempo stesso, in un certo immaginario molto anni Settanta, poteva rappresentare un ambiente in cui adattarsi e sopravvivere. Magari senza ripetere gli errori del passato. Oggi queste fantasie marine sembrano aver lasciato il posto a quelle spaziali, più asettiche e meno inquinate dalle microplastiche. Per dirla con gli Hawkwind… welcome to the future!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. VAN DER GRAAF GENERATOR, After the flood (The least we can do is wave to each other, 1970)
  3. SAINT JUST, Il fiume inondò (Saint Just, 1973)
  4. BATTIATO, Plancton (Pollution, 1973)
  5. JOANNA BROUK, Playing in the water (Sounds of the sea, 1981)
  6. JIMI HENDRIX, 1983 – A mermaid I should turn to be (Electric Ladyland, 1968)
  7. CAMBERWELL NOW, Resplash (All’s well, 1992)
  8. ATTRITION, Into the waves (In the realm of the hungry ghosts, 1986)
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08/10/2024

Funeral music for Perez Prado (Blues in Milan)

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A volte la vita gioca dei tiri birboni. In quel di Milano, al civico trentanove di via Bramante, è apposta una targa di qualche interesse per gli epicurei del bizzarro. Visibile anche passando in tram con le linee dodici e quattordici, ricorda che in quel palazzo visse “l’insigne maestro Pantaleon Perez Prado, compositore ed esecutore di musiche cubane”.

I quotidiani cittadini diedero grande risalto alla scomparsa del Maestro, avvenuta a ridosso della ricorrenza di Sant’Ambrogio del 1983, ma pochi giorni dopo furono costretti a fare ammenda.

Il Perez Prado famoso non era Pantaleon ma il fratello maggiore José Dámaso che gli sopravvisse di sei anni.

José Dámaso aveva assunto come nome d’arte il cognome Perez Prado, imitato dal fratello minore che, meno talentuoso e fortunato, cercò un po’ maldestramente di sfruttare la celebrità del consanguineo. Il quale, a sua volta, la prese piuttosto male e nel 1956 intentò nei confronti di Pantaleon una causa per sostituzione di persona.

La storia del rock abbonda di casi in cui il nome di un gruppo famoso viene conteso da questo o quel musicista: Pantaleon era avanti e se alfine ritenne opportuno stabilirsi in Italia è perché da noi il mambo, nato a Cuba alla fine degli anni Trenta, ebbe per un certo periodo una straordinaria popolarità. Erano gli anni del boom economico e la corsa ai beni di consumo più o meno utili, ma anche ai viaggi in mete turistiche fino ad allora appannaggio di una elite, procedeva di pari passo con l’importazione di musiche e balli dal sapore esotico. Grazie anche ad apparizioni televisive e cinematografiche erano da noi celeberrimi artisti come, appunto, Perez Prado (detto il re del mambo!) ma anche Xavier Cugat e la sensualissima consorte Abbe Lane, vera spina nel fianco dei censori dell’epoca: abbiamo avuto anche noi il nostro lounge-exotica di provincia.

Del maestro Perez Prado si ricordò a un certo punto anche l’enciclopedico Steven Stapleton che nel 1995 pubblicò per la sua United Dairies un minialbum di, diremmo, exotica industriale: Boyd Rice insegna. 

L’ironia dadaista di Stapleton non ci sembra poi troppo lontana da quell’umorismo lombardo, e segnatamente milanese, spesso venato di fatalismo e amarezza quando non francamente macabro. Giusto per tenere a mente, come fecero certi nostrani film thriller e horror degli anni Sessanta, che il boom ha avuto il suo lato oscuro e che, per dirla con i Pitura Freska, se va in cerca dei marziani ma qui in terra se fa vita de cani.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MARIA MONTI, Crapa pelada (Le più belle canzoni di Maria Monti, 2006)
  3. PEREZ PRADO, Guaglione (The fabulous Perez Prado, 1976)
  4. XAVIER CUGAT & HIS ORCHESTRA, Cuca (Mambo at the Waldorf, 1952)
  5. HUGO MONTENEGRO, Tony’s theme (Lo mejor de Hugo Montenegro, 1970)
  6. AL CAIOLA & HIS ORCHESTRA, I can’t give you anything but love baby (Cleopatra and all that jazz, 1963)
  7. CATERINA VALENTE, Bimbombey (Rendezvous with Caterina, 1960)
  8. PETER SELLERS & SOPHIA LOREN, Zoo be zoo be zoo (Peter and Sophia, 1960)
  9. ANN MARGRET, Let me go, lover! (On the way up, 1962)
  10. JULIE LONDON, Easy street (Julie is her name, 1955)
  11. NURSE WITH WOUND, Yagga blues (Funeral music for Perez Prado, 2001)
  12. WILLIAM SHATNER, Mr tambourine man (The transformed man, 1968)
  13. NURSE WITH WOUND, Yagga blues [instrumental] (Funeral music for Perez Prado, 2001)
  14. I GUFI, Blues in Milan (Milano canta n. 3, 1968)
  15. THE DEVIANTS, Blind Joe McTurks last session (Disponsable, 1968)
  16. MINA, E l’era tadi (Mina quasi Jannacci, 1977)
  17. RIKI MAIOCCHI, Prendi fra le mani la testa (Prendi fra le mani la testa / Prega, 1967)
  18. CHRISTOPHER LEE, Mack the Knife (Sings devils, rogues & other villains, 1996)
  19. ABBE LANE WITH SID RAMIN & HIS ORCHESTRA, Go to sleep, go to sleep, go to sleep (Where there’s a man, 1959)
  20. LEONARD NIMOY, Both sides now (The way I feel, 1968)
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24/09/2024

Love devotion surrender

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Bentornati sulle frequenze di Vintage Season!

Questa prima puntata della nuova stagione nasce da due suggestioni occorse a breve distanza di tempo l’una dall’altra.

In primis l’invito dell’amico Giovanni a riascoltare i dischi della stagione più spirituale di Carlos Santana, in particolare l’album ‘Welcome’. Disco rivelatosi ancora più bello del ricordo che ne avevamo.

In secundis, come direbbe un altro amico, la pubblicazione delle registrazioni di due concerti della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin: uno tenutosi alla Yale University il 28 ottobre 1973 e l’altro al Berkeley Community Theater il 9 novembre 1972.

Tenendo nella massima considerazione le sincronicità… abbiamo messo insieme le due cose!

I due grandi chitarristi furono nei primi anni Settanta seguaci del maestro spirituale Sri Chinmoy e realizzarono insieme l’album ‘Love Devotion Surrender’, fortemente influenzato da Coltrane. Il disco uscì nel 1973, ottenendo un meritato successo successo di pubblico. McLaughlin e Santana erano all’epoca alla ricerca di una nuova direzione per la loro musica, il primo reduce dalla collaborazione con Miles Davis e il secondo teso a focalizzare le disparate influenze su cui stava lavorando.

E, in mezzo, un doveroso omaggio alla grande ispiratrice Alice Coltrane.

Dedichiamo questa prima puntata della nuova serie a Stella. Che, componente razionale della coppia, chiama coincidenze le sincronicità!


When I look into your eyes

I see the ocean in the shore

And I know just what I'm living for

When I look into your eyes

When I look into your eyes

All the love there is arrives

And everything around me dies

When I look into your eyes

When I look into your eyes

The sun melts deep into the sky

And plants a seed inside my soul

And takes me up into the sky

When I look into your eyes

I see the ocean in the shore

And I know just what I'm living for

When I look into your eyes

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CARLOS SANTANA & MAHAVISHNU JOHN McLAUGHLIN, The life divine (Love Devotion Surrender, 1973)
  3. SANTANA, When I look into your eyes (Welcome, 1973)
  4. JOHN McLAUGHLIN, Devotion (Devotion, 1970)
  5. ALICE COLTRANE, Lord of Lords (Lord of Lords, 1972)
  6. MAHAVISHNU ORCHESTRA, One word (Cornell University, New York 1973, 2024)
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09/07/2024

Fields of people

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Eccoci giunti all’ultima trasmissione della stagione, dedicata alle cover.

A differenza di un paio di analoghe emissioni precedenti, qui prendiamo in considerazione riletture effettuate a non molta distanza di tempo dagli originali.

I quali sono per la massima parte notissimi. Con un paio di eccezioni sulle quali vale la pena di spendere qualche pedante annotazione.

Quando Eric Burdon atterrò nell’assolata California alla ricerca di buone vibrazioni pensò di rifondare gli Animals con un gruppo di musicisti completamente differente. Tra essi il futuro Police Andy Summers (che transitò brevemente anche nei Soft Machine) e il tastierista George Bruno Money, in arte Zoot Money. ‘Madman’ proviene dal repertorio dei Dantalian’s Chariot, dei quali facevano parte entrambi.

‘Fields of people’ proviene invece dal primo album degli Ars Nova, band di New York che incise un paio di album per la Elektra al finire dei Sessanta, non priva di qualche affinità con i concittadini Left Banke.

I Move dilatano a dismisura l’originale aggiungendovi un finale strumentale di ardua interpretazione: è un’affettuosa parodia della psichedelia o semplicemente il frutto della nota eccentricità di quelli di Birmingham?

Buone vacanze e a risentirci presto su queste frequenze!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLOOMFIELD, KOOPER, STILLS, Season of the witch (Super session, 1968) [DONOVAN]
  3. DON ‘SUGARCANE’ HARRIS, Eleanor Rigby (Fiddler on the rock, 1971) [BEATLES]
  4. ISAAC HAYES, Walk on by (Hot buttered soul, 1969) [BURT BACHARACH]
  5. THE GIL EVANS ORCHESTRA, Castles made of sand / Foxey lady (The Gil Evans Orchestra plays the music of Jimi Hendrix, 1974) [JIMI HENDRIX]
  6. ERIC BURDON AND THE ANIMALS, Madman (Love is, 1968) [DANTALIAN’S CHARIOT]
  7. MOVE, Fields of people (Shazam, 1970) [ARS NOVA]
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25/06/2024

Forse... Gudrun?

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Non pochi sono gli artisti italiani presenti in quella ghiotta Mappa del Tesoro che è la NWW List. Tra essi i Pierrot Lunaire, gruppo romano autore di due album: omonimo il primo del 1974 e ‘Gudrun’ uscito tre anni dopo.

L’ambito è quello del progressive ma più che nel filone classico (Orme, Banco, PFM...) i nostri si collocano tra gli eccentrici, con qualche affinità con Saint Just (‘Pierrot Lunaire’) e Opus Avantra (‘Gudrun’).

Nel 2011 uscirà una sorta di appendice alla discografia del gruppo, laconicamente intitolata ‘Tre’, divisa a metà tra inediti e riletture da parte di artisti più giovani di indiscusso prestigio quali Il segno del comando e gli InSonar di Claudio Milano.

A complemento aggiungiamo un paio di collaborazioni: un brano della cantante siciliana Emma ‘Muzzi’ Loffredo, felicissimo incontro di tradizione e avanguardia, e uno da ‘Floret silva’ della musicista e terapeuta Kay Hoffman uscito nel 1985 per la giapponese Belle Antique.

Dalla copiosa produzione di Arturo Stalteri traiamo una delle riletture del repertorio del Battiato più sperimentale: il disco ‘In sete altere’. ‘Propiedad prohibida’ compariva su ‘Clic’ del 1975, album che (insieme al capolavoro ‘Sulle corde di Aries’) non è troppo distante da quel gioiellino che risponde al nome di ‘Gudrun’.

E se lo dice Steven Stapleton...

A presto per la puntata conclusiva della stagione!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PIERROT LUNAIRE, Ouverture XV (Pierrot lunaire, 1974)
  3. MUZZI LOFFREDO, Maaria (Tu ti nni futti!, 1976)
  4. PIERROT LUNAIRE, Il re di Raipure (Pierrot lunaire, 1974)
  5. PIERROT LUNAIRE, Gudrun (Gudrun, 1977)
  6. KAY HOFFMAN, Quot sunt horae (Floret silva, 1985)
  7. PIERROT LUNAIRE, Giovane madre (Gudrun, 1977)
  8. PIERROT LUNAIRE, Narciso (Pierrot lunaire, 1974)
  9. PIERROT LUNAIRE, What’d you say (Pierrot lunaire tre, 2011)
  10. INSONAR, Plaisir d’amour (Pierrot lunaire tre, 2011)
  11. PIERROT LUNAIRE, Sonde in profondità (Pierrot lunaire tre, 2011)
  12. ARTURO STALTERI, Propriedad prohibida (In sete altere, 2014)
  13. ARTURO STALTERI, Passio sulle dune (Racconti brevi, 1994)
  14. PIERROT LUNAIRE, Morella (Gudrun, 1977)
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11/06/2024

Celestial ocean

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"Only listen once a day to this record. Your brain might be destroyed”. Lo si potrebbe dire di molta musica attuale ma con un’accezione diversa rispetto a quanto intendevano quelli della label svizzera Hallelujah quando nel 1971 pubblicarono l’album d’esordio dei Brainticket. Monito o stuzzicante avvertenza che fosse, finì per creare qualche problema di distribuzione a un lavoro che, in certa misura, manteneva quanto promesso.

Psichedelico assai, il gruppo era sostanzialmente una proiezione della forte personalità di Joel Vandroogenbroeck, flautista e tastierista belga che per realizzare il suo progetto pensò bene di accasarsi tra Italia e confederazione elvetica. Attorno al gruppo si costruì una certa aria di mistero ma a parte il nome (agli esordi non era chiaro se si chiamassero Brainticket o Cottonwoodhill) il vero mistero è proprio  Vandroogenbroeck. Partito da un jazz tradizionale e pulitino mise successivamente in piedi dei gruppetti di beat e soul: non ci è chiaro pertanto come possa avere preso la direzione di un prog psichedelico piuttosto ‘forte’. Ipotizziamo una tardiva (era nato nel 1938) conversione allo Zeitgeist o un eccesso di funghetti nel risotto.

I Brainticket ebbero un buon seguito nel nostro paese (esiste un live registrato nel 1973 a Roma che ebbe discreta diffusione in cassetta prima della pubblicazione ufficiale nel 2011) e, sotto contatto con la RCA,  Vandroogenbroeck, collaborò a lavori di artisti italiani, come ‘Orfeo 9’ di Tito Schipa Jr. e ‘Mu’ di Riccardo (all’epoca Richard) Cocciante. Disco che merita senza indugio un ascolto se possedete un palato forte: è roba da non credere (ma, in tema del continente perduto di Mu, risultati artistici decisamente più validi li raggiunse Merrel Fankhauser, sul quale probabilmente torneremo tra un po’).

I dischi dei primi anni Ottanta sono di fatto opere soliste di  Vandroogenbroeck, il quale realizzerà poi numerosi album new age e di library music. Non mancarono nemmeno estemporanee reunion, come ‘Past, present & future’ del 2015 in cui si riprende in maniera convincente la fascinazione per la mitologia dell’Antico Egitto, alla base del notevole ‘Celestial ocean’ del 1973.

A tutto ciò aggiungiamo un paio di cosette collaterali: una partecipazione a un disco dello ‘spirito affine’ Nik Turner e un delicato brano dei Toad, solida formazione italo-svizzera di rock blues in cui militava il batterista Cosimo Lampis.

Vandroogenbroeck trascorse gli ultimi anni in Messico, da dove nel 2019 intraprese il cammino verso i misteri dell’Oltretomba accompagnato da Anubi.

Only listen once a day...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BRAINTICKET, Radagacuca (Psychonaut, 1971)
  3. RICHARD COCCIANTE, Festa (Mu, 1972)
  4. BRAINTICKET, Black sand (Cottonwoodhill, 1971)
  5. BRAINTICKET, Egyptian kings (Celestial ocean, 1973)
  6. BRAINTICKET, Places of light (Cottonwoodhill, 1971)
  7. NIK TURNER, Spiritual machines (Space fusion odyssey, 2015)
  8. BRAINTICKET, Egyptian gods of the sky (Past, present & future, 2015)
  9. BRAINTICKET, Machinery (Adventure, 1980) [bonus track]
  10. JOEL VANDROOGENBROECK, Procession (Far view, 2021)
  11. TOAD, Blind chapman’s tales (Tomorrow blue, 1972)
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28/05/2024

I am Damo Suzuki

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Opinione condivisa con diversi amici è che in Germania tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta si produsse una delle musiche più libere e visionarie del secolo trascorso. 

I gruppi dell’epoca presentavano caratteri ben spiccati e il tentativo di raggrupparli in correnti o etichette lascia, come sempre, il tempo che trova. La puntata di oggi è dedicata a uno dei nostri preferiti: gli immensi Can, di cui fece parte per qualche tempo Damo Suzuki.

Giapponese di Kobe, Suzuki girovagò per qualche tempo per l’Europa fino a quando, mentre si esibiva a un angolo di strada di Monaco, attirò l’attenzione di Jaki Liebezeit e Holger Czukay.

I Can erano all’epoca in cerca di un cantane che sostituisse Malcom Mooney, tornatosene negli Stati Uniti dopo aver contribuito alla realizzazione di ‘Monster movie’.

Suzuki fornì un apporto fondamentale ai tre dischi più importanti dei Can (‘Tago Mago’, Ege Bamyasi’ e ‘Future days’) fino a quando, nel 1973, abbandonò la musica per entrare nei Testimoni di Geova.

Dopo una decina d’anni Suzuki riapparve e avviò una serie di notevoli collaborazioni di cui diamo in piccolissima parte conto nella trasmissione odierna, rispettosamente dedicata a Damo Suzuki e al suo amico Mark E. Smith.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FALL, I am Damo Suzuki (This nation’s saving grace, 1985)
  3. CAN, Mushroom (Tago Mago, 1971)
  4. CAN, Bel Air (Future days, 1973)
  5. DAMO SUZUKI & LAPIS LAZULI, Cheap mirror (Live @Ramsgate Music Hall 21.09.2019)
  6. DAMO SUZUKI & SPIRITCZUALIC ENHANCEMENT CENTER, Beja (Arkaoda, 2022)
  7. CAN, Sing swan song (Ege Bamyasi, 1972)
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14/05/2024

L'amico dell'amico dell'amico

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Quando si pose il problema di rimpiazzare lo sfortunato Jim Morrison, i rimanenti Doors vagliarono più di un’ipotesi. Uno dei papabili era niente meno che Paul McCartney, immaginato però più in chiave di bassista che di cantante. Però, insomma, già che c’era…

Oltre al dinamico Iggy Pop si pensò anche a Howard Werth, cantante di un gruppo prog britannico che portava il nome di Audience.

Com’è noto non se ne fece niente e il gruppo proseguì l’attività fino al 1973 come trio e registrando altri due album: ‘Other voices’ del 1971 e ‘Full circle’ dell’anno successivo, degno di nota per la terrificante copertina.

Di copertine invece se ne intendeva Howard Werth che come molti talenti del rock inglese arrivava dalle art school e che fece il suo ingresso nel mondo del musicale proprio come grafico. Nello specifico nei ranghi della prestigiosa etichetta Pye per la quale realizzò alcune copertine per artisti di primo piano, come Kinks e Sandie Shaw.

Werth conduceva parallelamente un’attività di musicista che portò alla nascita degli Audience nel 1969, anno in cui uscì per la Polydor l’album omonimo.

Già dall’anno successivo passarono alla Charisma di Tony Stratton Smith, trovandosi nella stessa scuderia di, per dire, Van Der Graaf Generator, Genesis e (per un paio d’anni) Hawkwind.

La collocazione era decisamente confacente al prog piuttosto eclettico del gruppo, caratterizzato dalla voce molto particolare di Werth e dai fiati di Keith Gemmell. Per quanto estremamente personali non mancano qua e là affinità con i VDGG (‘The house on the hill’) o addirittura i Black Widow (la scorreria vichinga di ‘Raid’).

Nel 1972, dopo tre lavori per la Charisma, il gruppo decide di sciogliersi e Werth, si diceva, viene contattato da Ray Manzarek. Gemmell entra per qualche tempo negli Stackridge, onesto gruppo a cavallo tra prog e folk-rock prossimo ai Renaissance.

Rimasto in contatto con Manzarek, Howard Werth trascorse poi qualche anno sotto il sole californiano, collaborando con la Magic Band di Captain Beefheart e con lo stesso Manzarek. E non mancò nemmeno qualche sporadica reunion degli Audience, per la gioia di noi vecchi progsters!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. AUDIENCE, Jackdaw (The house on the hill, 1971)
  3. AUDIENCE, Priestess (Friend’s friend’s friend, 1970)
  4. AUDIENCE, Stand by the door (Lunch, 1972)
  5. AUDIENCE, The house on the hill (The house on the hill, 1971)
  6. AUDIENCE, Raid (Friend’s friend’s friend, 1970)
  7. AUDIENCE, Hula girl (Lunch, 1972)
  8. STACKRIDGE, Essence of porphyry (Stackridge, 1971)
  9. AUDIENCE, Raviolé (The house on the hill, 1971)
  10. HOWARD WERTH & THE MOONBEAMS, Ugly water (King Brilliant, 1975)
  11. AUDIENCE, Elixir of youth (Lunch, 1972)
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30/04/2024

Summertime Blues

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All’inizio
del 1968 un gruppo cai
liforniano
ottenne un imprevedibile piazzamento ai piani alti delle classifiche
con un’aggressiva cover di una canzone scritta dieci anni prima da
uno sfortunato rocker: un successo quanto meno improbabile sulla
carta ma evidentemente il pezzo intercettò un bisogno di novità da
parte degli acoltatori.

L’autore era Eddie Cochran,
tragicamente scomparso nel 1960, e la canzone (‘Summertime blues’
),
pubblicata
anche come singolo,

apriva
l’album d’esordio dei Blue Cheer: ‘
Vincebus
eruptum’.

L’altra stranezza è che il gruppo era basato
nella
lisergica e rilassata

San Francisco ma la ruvidezza del disco porterebbe a collocarli,
rimanendo in ambito californiano, a Los Angeles, la cui scena
musicale (Seeds,
Love,
Doors...)
possedeva un tono nettamente più cupo e nevrotico. Forse,
ipotizziamo, a cagione della prossimità al Grande Opificio di
Illusioni di Hollywood.

Si tende spesso a guardare agli artisti
del passato con la riduttiva ottica di meri anticipatori di tendenze
conte
mporanee,
con un eccessivo appiatimento sul presente.
Che
è
poi
ormai
un eterno presente.
D’altro
canto non ci si può esimere dal mettere le cose un po’ in
sequenza… I Blue Cheer sono oggi giustamente annoverati tra i
precursori del metal e per inquadrare le origini della loro musica
bisogna risalire al rock’n’roll e,
a
monte
,
al blues: metà di ‘Vincebus eruptum’ è occupata da cover.
Accanto a ‘Summertime blues’ troviamo la
celeberrima
‘Rock me baby’ di B.B. King e ‘Parchment farm’ di Mose
Allison
(a
sua volta
elaborazione
della canzone scritta nel 1940 da Bukka White durante la detenzione
in quel penitenziario, uno dei più duri degli Stati Uniti).

Nel
corso degli anni il sound dei Blue Cheer si ammorbidì, avvicinandoli
a Iron Butterfly,
Mountain
o
Steppenwolf,
e la carriera del gruppo proseguì fino al 2009 con un avvicendamento
di musicisti da capogiro.

Come
tutte le band longeve i Blue Cheer contarono non pochi antecedenti e
diramazioni. Ad esempio gli Other Half di Randy Holden, a metà
strada tra garage punk alla ‘Nuggets’ e psichedelia. La
bellissima ‘Trieulogy’ è invece tratta dall’unico album
omonimo dei Kak di Gary Yoder: pubblicato con scarso rilievo nel 1968
divenne col tempo un
disco
di culto tra gli amanti di quella psichedelia un po’ eccentrica
prossima a Moby Grape e Quicksilver.

Randy Holden, chitarrista e
pittore la cui militanza nei Blue Cheer fu poco più di una meteora,
fu artefice nel 1970 di ‘Population II’, un altro disco che aprì
le menti di molti futuri heavy metal kids.

Il titolo, a tutta
prima un tantino misterioso, fa riferimento
alla
classificazione delle stelle sulla base della loro composizione
chimica: il nostro sole ad esempio appartiene alla popolazione I.
Visto che la popolazione III venne aggiunta solo nel 1978, Randy
Holden ha pensato bene di intitolare, coerentemente, il suo ottimo
lavoro del 2022… ‘Population III’!



Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLUE CHEER, Summertime blues (Vincebus eruptum, 1968)
  3. BLUE CHEER, Feathers from your tree (Outsideinside, 1968)
  4. BLUE CHEER, Parchment farm (Vincebus eruptum, 1968)
  5. THE OTHER HALF, I need you (The other half, 1968)
  6. BLUE CHEER, Saturday freedom (Blue Cheer, 1969)
  7. RANDY HOLDEN, Keeper of my flame (Population II, 1970)
  8. BLUE CHEER, Fruit and iceburgs (New! Improved!, 1969)
  9. KAK, Trieulogy (Golgotha – Mirage -Rain) (Kak, 1969)
  10. RANDY HOLDEN, Living end (Population III, 2022)
  11. LEIGH STEPHENS, Chunk of funk (And a cast of thousands, 1971)
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16/04/2024

Due teste sono meglio di una (ma dipende dalle teste)

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Una delle ragioni che rese unico e irripetibile il decennio musicale a cavallo tra Sessanta e Settanta fu senz’altro la stretta collaborazione tra musicisti, poeti, artisti e registi.

Una figura che si presta a meraviglia per esemplificare questa (peraltro poco originale) affermazione è Pete Brown, la cui penna sta dietro ad alcune delle canzoni più note dei Cream, ma la cui relazione con il mondo del musicale fu ben più lunga e articolata.

Nato il giorno di Natale del 1940, Brown fu poeta precocissimo, pubblicando quattordicenne sulla Evergreen Review. Importante esponente della scena beat britannica, Brown collaborò con Michael Horovitz e con i poeti della scena di Liverpool, sui quali probabilmente torneremo in una delle prossime puntate in virtù del loro stretto legame con la musica. E poi perché... erano molto simpatici!

Dopo una collaborazione con il chitarrista Davey Graham, Brown diede vita alla First Real Poetry Band insieme a, tra gli altri, John McLaughlin e Laurie Allan (Delivery, Gong, Robert Wyatt).

Questa esperienza rappresentò un salto di qualità nella carriera di Brown, attirando l’attenzione di uno dei più importanti gruppi dell’epoca: i Cream. Dopo un’iniziale sodalizio con Ginger Baker, Brown scoprì una maggiore affinità con Jack Bruce. Brown fornì poi un importante apporto a diversi dischi solisti del bassista, come ‘Songs for a taylor’, da cui proponiamo ‘Theme for an imaginary western’ nella versione dei Mountain (altre belle cover sono quelle di Colosseum e Greenslade).

Con i Cream entra in gioco un altro personaggio (parecchio strano in verità) con il quale realizzerà un disco (‘Two heads are better than one’) nel 1972: Graham Bond, uno dei padri del british blues accanto ad Alexis Korner e John Mayall.

Dal vivaio di Bond proveniva anche il sassofonista Dick Heckstall-Smith (Colosseum) che con Chris Spedding e altri farà parte dei Battered Ornaments, travagliato progetto di Brown successivo ai Cream.

Prima della collaborazione con Bond non si può non menzionare un altro folle progetto: Piblokto! Già dal nome, preso da un disturbo mentale peculiare di alcune popolazioni artiche.

Il 1972, si diceva, fu l’anno della collaborazione con Graham Bond che, oltre all’album, fruttò un singolo e la colonna sonora di ‘Maltamour’, bizzarro documentario su Malta realizzato secondo i moduli espessivi del cinema sperimentale: la regia è di Murray Grigor e vede il grande artista Pop italo-scozzese Eduardo Paolozzi   nei panni di un turista girovagante per l’isola! Imperdibile per i cultori dell’anarcoide libertà creativa dei Settanta, è disponibile sul sito della National Library of Scotland (v. link).

Altri progetti attendono però il vulcanico Bond che nel 1973 mette in piedi Magus con Carolanne Pegg, metà del duo Mr. Fox e successivamente etnomusicologa che concentrò i suoi studi su Mongolia e Siberia. Con queste premesse è un vero peccato dover rubricare i Magus nella Discoteca di Babele, non avendo essi lasciato testimonianza discografica alcuna.

Dal 1977 Brown sposta i suoi interessi verso il cinema e la letteratura, senza però mai abbandonare del tutto la musica, collaborando a lungo con il tastierista Phil Ryan (già con Piblokto! e poi con i grandissimi Man, la risposta gallese ai Quicksilver).

Altra importante partecipazione è quella a ‘Curly’s Airships’ (2000) di Chris Judge Smith, cofondatore dei Van Der Graaf Generator.

L’opera di Pete Brown, si diceva, rappresenta uno snodo paradigmatico di un’epoca di straordinaria creatività e fecondi scambi tra le arti. Che giunge inaspettatamente fino a un presente apparentemente distante dall’irsuto poeta britannico: cosa potrebbe mai legare Brown al Leone d’oro di Venezia e al premio Oscar? Pochissimi gradi di separazione in verità: apprendiamo che Brown venne citato in un racconto del 1983 di Alasdair Gray, lo scrittore scozzese il cui ‘Poor things’ è stato portato sullo schermo da Yorgos Lanthimos!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CREAM, White room (Wheels of fire, 1968)
  3. GRAHAM BOND & PETE BROWN, Lost tribe (Two heads are better than one, 1972)
  4. CREAM, Swlabr (Disraeli gears, 1967)
  5. MOUNTAIN, Theme from an imaginary western (Climbing!, 1970)
  6. GRAHAM BOND & PETE BROWN, Macumbe (Two heads are better than one, 1972)
  7. BATTERED ORNAMENTS, Smoke rings (Mantle-piece, 1969)
  8. JACK BRUCE, Escape to the Royal Wood (on ice) (Harmony row, 1971)
  9. PETE BROWN & PIBLOKTO!, If they could only see me now (parts 1 & 2) (Thousands on a raft, 1970)
  10. JACK BRUCE, To Isengard (Songs for a taylor, 1969)
  11. PETE BROWN & IAN LYNN, Party in the rain (Party in the rain, 1982)
  12. PIBLOKTO!, High flying electric bird (Things may come and things may go, but the art school dance goes on forever, 1970)
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02/04/2024

Blues obituary

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Intorno alla metà dei Sessanta nel loro paese i vecchi bluesmen non se li filava quasi più nessuno.

Qualcuno, come l’ineffabile Leadbelly, si riciclò come scaltro guitto per le elite intellettuali del Village alla ricerca dell’Autenticità: niente di meno! Peccato che la tribù dei Tasaday venne scoperta (o inventata) solo nel 1971 [vedi le puntate del 4 aprile e 16 maggio 2023].

Molti invece traversarono l’Atlantico alla volta dell’Europa (l’itinerante American Folk Blues Festival prende l’avvio nel 1962 grazie all’intraprendenza di giornalisti e promoters tedeschi) dove trovarono calorosa accoglienza da parte di un manipolo di giovani che li vedeva come dei miti viventi e con i quali presero a esibirsi e registrare dischi.

Tra costoro, guidato da Tony McPhee, spiccava per chiarezza d’idee un trio infervorato dal culto di John Lee Hooker, fin dal nome: The Groundhogs, derivato da una canzone del maestro.

Il gruppo accompagnò Hooker nella registrazione dell’album ‘And seven nigths’ del 1964, ma affiancò anche Little Walter, Jimmy Reed e Champion Jack Dupree.

Nel 1968 viene pubblicato l’esordio dei Groundhogs: ‘Scratchin’ the surface’, prodotto da Mike Batt, giovane di belle speranze che avrà poi una fortunata carriera nel mondo del musicale.

Già si avvertono i tratti distintivi del gruppo, riflesso della complessa personalità di McPhee: metabolizzate grammatica e sintassi del blues se ne fa il punto di partenza per sviluppare una visione estremamente peculiare. Distanti dall’approccio derivativo e calligrafico di gran parte parte dei fautori del blues revival, sotto il segno di John Lee Hooker i Groundhogs plasmano un suono nervoso e ossessivo, frutto di una nevrosi urbana profonda e incurabile.

Il discorso, ancor più esplicito con il successivo ‘Blues obituary’ del 1969, è in sintonia con lo spirito dei tempi e questa fortunata congiuntura porta per qualche tempo ai Groundhogs un buon successo commerciale e un ingaggio da parte degli Stones per il loro tour britannico del 1971.

Allineati con lo Zeitgeist sono anche altri elementi: l’adozione della struttura del concept album (parzialmente declinata verso l’ironia: ‘Who will save the world? The mighty Groundhogs!’ del 1972), la metabolizzazione (ma solo quanto basta) di suggestioni hard e progressive. Ma la poetica rimane sempre personalissima, anche in modo doloroso: McPhee dichiara che la suite che occupa la prima facciata di ‘Split’ è il risultato di "a mental aberration... a panic attack that lasted a few months".

Con ‘Solid’ del 1974 si chiude il periodo ‘classico’ del gruppo, ma la sigla verrà utilizzata da McPhee nel corso dei quarant’anni a seguire per dischi e concerti all’insegna dell’integrità e della devozione a una sua idea del blues, tra tradizione e scomposizione cubista. Grande estimatore di McPhee è David Tibet, che nel 2014 lo chiamò a collaborare all’album ‘I am the last of all the field that fell’ (in ottima compagnia: John Zorn, Anthony, Andrew Liles, James Blackshaw…). Ma già nel 1994 i Current registrarono una cover della bellissima ‘Sad go round’ dei Groundhogs: l’abbiamo proposta nella prima puntata di VS.

Un altro illustre estimatore dei Groundhogs fu il compianto Mark E. Smith che incluse una cover di ‘Strange town’ nell’album ‘Imperial wax solvent’ del 2008.

Non siamo mai stati dei collezionisti ma, giusto trent’anni fa, andammo a una delle prime edizioni di Vinilmania, giusto per vedere i Groundhogs: era una splendida giornata dell’inizio di giugno e soffiava un forte vento che scompigliava i lunghi e radi capelli di Tony McPhee, come si può vedere dalla foto di copertina del disco tratto dall’esibizione e didascalicamente intitolato ‘Gone with the wind’.

Ad assistere al concerto era con noi l’amico Sonny, al quale rispettosamente dedichiamo questa puntata di VS!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GROUNDHOGS, Mr Hooker, Sir John (Hogwash, 1972)
  3. TONY McPHEE, Take it out (The Two Sides Of Tony (T.S.) McPhee, 1973)
  4. GROUNDHOGS, Men trouble (Scratching the surface, 1968)
  5. GROUNDHOGS, Daze of the week (Blues obituary, 1969)
  6. GROUNDHOGS, Mistreated (Blues obituary, 1969)
  7. GROUNDHOGS, Cherry red (Split, 1971)
  8. GROUNDHOGS, Strange town (Thank Christ for the bomb, 1970)
  9. GROUNDHOGS, I love Miss Ogyny (Hogwash, 1972)
  10. GROUNDHOGS, Death of the sun (Who will save the world? The mighty Groundhogs, 1972)
  11. GROUNDHOGS, Sad is the hunter (Hogwash, 1972)
  12. GROUNDHOGS, Sad go round (Solid, 1974)
  13. CURRENT 93, And onto PickNickMagick (I am the last of all the field that fell, 2014)
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19/03/2024

Barnyard in orbit

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Cinquantesima puntata per Vintage Season!

Festeggiamo con un viaggio di un’oretta fuori dai confini della stratosfera.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. VIRGILIO SAVONA, Little green man (Pianeta pericoloso, 1969)
  3. WHITE NOISE, Lift off (White Noise III - Re-entry, 1980)
  4. AMEDEO TOMMASI, Telespazio (Spazio, 1973)
  5. JEAN-JACQUES PERREY, Barnyard in orbit (Jean-Jacques Perrey et son Ondioline, 2017)
  6. MORT GARSON, Moon journey (Journey to the Moon and beyond, 2023)
  7. DESMOND LESLIE, Destruction of the flies (Music of the future, 1960)
  8. STOMU YAMASHTA, Space theme (Go, 1976)
  9. TOM DISSEVELT & KID BALTAN, The ray makers (Song of the second Moon, 1968)
  10. GIULIANO SORGINI, Raccoglimento astrale (Elettroformule, 1972)
  11. DELIA DERBYSHIRE, Celestial cantabile (Electrosonic, 1972)
  12. VLADIMIR USSACHEVSKY & OTTO LUENING, Moonflight (Tape music, 1968)
  13. DAPHNE ORAM, Rockets in Ursa Major (Oramics, 2007)
  14. RAYMOND SCOTT, Space mistery (Three willow park, 2017)
  15. WENDY CARLOS, Cosmological impressions: I.C. (Intergalactic communications) (Wendy Carlos’ digital moonscapes, 1984)
  16. WILBURN BURCHETTE, Dance of the zodiac (Occult concert, 1971)
  17. WHITE NOISE, Splashdown 1 (White Noise III - Re-entry, 1980)
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05/03/2024

Rawalpindi blues

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Puntata della Festa della Donna dedicata a Carla Bley, la grande jazzista scomparsa lo scorso anno.
Buona Festa della Donna!


Tracklist:

  1. IGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GARY BURTON, Silent spring (A genuine Tong funeral, 1968)
  3. CARLA BLEY, Rawalpindi blues (Escalator over the hill, 1971)
  4. CARLA BLEY, Indonesian dock sucking supreme (Tropic appetites, 1974)
  5. CARLA BLEY, The banana quintet – Four banana (The Lost Chords find Paolo Fresu, 2007)
  6. CARLA BLEY, Walking batteriewoman (Social studies, 1981)
  7. CARLA BLEY, ANDY SHEPPARD, STEVE SWALLOW, Andando el tiempo: camino al volver (Andando el tiempo, 2016)
  8. NICK MASON, I’m a mineralist (Nick Mason's fictitious sports, 1981)
  9. CARLA BLEY, Valse sinistre (Social studies, 1981)
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20/02/2024

Worried man blues

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Uno dei più bei dischi usciti lo scorso anno è per noi ‘Trouble on Big Beat Street’ dei Pere Ubu.

Coadiuvato da collaboratori di lunga data e a dispetto dei problemi di salute David Thomas ci ha regalato l’ennesimo gioiellino.

Lo omaggiamo con una puntata che include sì alcune cose degli Ubu ma lascia largo spazio a progetti collaterali e dischi solisti.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PERE UBU, Worried man blues (Trouble On Big Beat Street, 2023)
  3. RED CRAYOLA, X (Soldier-Talk, 1979)
  4. ROCKET FROM THE TOMBS, Sonic reducer (Rocket redux, 2004)
  5. PERE UBU, 30 seconds over Tokyo (30 seconds over Tokyo / Heart of darkness, 1975)
  6. TRIPOD JIMMIE, Famous dogs (A warning to all strangers, 1986)
  7. RALPH CARNEY & DAVID THOMAS, Sunset in Hibernia (Bowling balls from hell, 1980)
  8. ALLEN RAVENSTINE, Shoot this dog (Waiting for the bomb, 2018)
  9. PETER LAUGHNER, Sylvia Plath (Take the guitar player for a ride, 1993)
  10. HOME AND GARDEN, The bells of Ever and Never (History and geography, 1984)
  11. THE BOOK OF KNOTS, Obituary for the future (Garden of fainting stars, 2011)
  12. PERE UBU, Carnival (Carnival of souls, 2014)
  13. PERE UBU, Humor me (The modern dance, 1978)
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06/02/2024

Industrial music for industrial people

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 “Pochi artisti possono dimostrare attraverso la loro storia di avere perseguito gli scopi della propria vita con genuino sdegno per le opinioni e le ricompense della società. Si può dire tranquillamente che, attraverso il suo lavoro, per la maggior parte impubblicabile, Monte Cazazza ha dimostrato un impegno focalizzato e perverso estraneo a qualsiasi compromesso dovuto all’ambizione o al semplice desiderio di piacere. Un impegno che è il solo giustificabile: la purezza della propria visione interiore, nutrita da un’enorme risorsa del mondo contemporaneo: lo humour nero. E per il mondo contemporaneo ridere è l’unica medicina rimasta… “

L’anno trascorso è stato un vero obitorio per gli Avvertiti. In tanti hanno intrapreso il lungo viaggio verso l’Altro Lato del Sole: Carla Bley, Tony Hill, Tony McPhee, Brian Godding, Pete Brown... e ci fermiamo qui altrimenti ci vengono le lacrime agli occhi.

Ci consoliamo pensando che non moriranno mai perché la loro Arte è immortale (vabbè, si fa per dire…) però, allo stesso tempo, questa ecatombe ci fa sentire un po’ vecchi.

Nelle prossime puntate non mancheremo di ricordali. E cominciamo con  l’odierna emissione, rispettosamente dedicata a Monte Cazazza.

Non possiamo far altro che sottoscrivere le parole poste in esergo, tratte dall’ ‘Industrial culture handbook’ (specificamente l’edizione italiana purgata del 1998 per i tipi della Shake). Solo un individuo abietto e in malafede potrebbe disconoscere l’apporto di Cazazza alla cosiddetta cultura industriale. A partire dal nome dell’etichetta discografica dei TG e relativo motto, che è poi il titolo della trasmissione.

L’aspetto musicale del copioso lavoro di Cazazza forse non è nemmeno il più rilevante: poche cose uscite a suo nome, in gran parte compendiate nell’antologia ‘The worst of Monte Cazazza’ del 1992.

Rilevante invece l’apporto fornito dalle collaborazioni, che seguirono per lo più due orientamenti: i californiani Factrix e i Throbbing Gristle, per poi proseguire con Psychic TV e CTI – Chris & Cosey.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. FACTRIX, Eerie lights (Scheintot, 1981)
  3. FACTRIX & MONTE CAZAZZA, Zanoni (Prescient dreams / Zanoni, 1983)
  4. MONTE CAZAZZA, First, last (Something for nobody, 1980)
  5. FACTRIX & MONTE CAZAZZA, ProManSon (California Babylon, 1982)
  6. MONTE CAZAZZA, To mom on mother’s day (To mom on mother’s day / Candy man, 1979)
  7. LEATHER NUN, Slow death (live) (Slow death, 1984)
  8. CTI, Future shock (Core - A Conspiracy International Project, 1988)
  9. ATOM SMASHERS, Mark of the devil (First strike, 1986)
  10. TELEVISION PERSONALITIES, Godstar (Don’t cry baby… it’s only a movie, 1998)
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23/01/2024

Relics of our past

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Ed
ecco la seconda parte de “le cose dello scorso anno che ci sono
piaciute”, più rilassata e sognante delle precedente.


Buon
ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MASSIMO PUPILLO, Beaivi (Our forgotten ancestors)
  3. AMON TOBIN, Ghost of a star (Hole in the ground)
  4. BIOSPHERE, Franklin’s dream (Inland delta)
  5. DAVID TOOP & LAWRENCE ENGLISH, Long night (The shell that speaks the sea)
  6. DAVID CUNNINGHAM, Water systemised (Grey scale [1977])
  7. ANDRE MATOS & JEREMY UDDEN, Stoichiometry (Wandering souls)
  8. KATE CARR, Shy, typically alone or in pairs (A field guide to phantasmic birds)
  9. SHACKLETON & WACLAW ZIMPEL, Relics of our past (In the cell of dreams)
  10. YARA ASMAR, Objects lost in drawers (Synth waltzes & accordion laments)
  11. ITOKEN, Kenji’s ankle (IKP)
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09/01/2024

Living to give

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All’inizio
dell’autunno il vostro Shadow Weaver compirà sessant’anni tondi
tondi e se non fosse per le buone compagnie, le buone letture e la
buona musica comincerebbe a sentirsi piuttosto vecchio.

Sotto
l’ultimo aspetto l’anno trascorso è stato prodigo di ottimi
dischi a cui abbiamo pensato di dedicare un paio di trasmissioni.

Cose
che ci sono piaciute, non certo un best (ci sarebbe tanto altro
materiale…).




Buon
ascolto e buon anno!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FAHEY, All the rains (Proofs & refutations)
  3. MOUNDABOUT, Living to give (An cnoc m​ó​r)
  4. VALVE, Delicate engines (Tiny pilots)
  5. ABSTRACT CONCRETE, Almost touch (Abstract concrete)
  6. POPULATION II, Orlando (Électrons libres du Québec)
  7. MICK HARRIS, Falls (Culvert dubs session one)
  8. TITANIC, Anonima (Vidrio)
  9. LA TENE, La taillée (Ecorcha​ \ Taill​é​e)
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26/12/2023

In Christ there is no East or West

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La trasmissione natalizia di VS dello scorso anno aveva un carattere un tantino “pop”.
Abbiamo inteso quest’anno fornirle un tono più austero e riflessivo: i tempi lo impongono.
Quando ascoltare questa emissione il Natale ce lo saremo già lasciato alle spalle: non ci resta che augurare un Buon Anno a tutte le amiche e gli amici della radio. Compatibilmente.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ARIONDELA, Ninna nanna di Gesù Bambino (Dona bianca, 1996)
  3. JOHN FAHEY, In Christ there is no East or West (The best of John Fahey 1959-1977, 1977)
  4. MUSICA OFFICINALIS, Ave Mater (Amorei, 2004)
  5. LAURA CANNELL & ANDRE BOSMAN, New Christmas rituals (New Christmas rituals, 2022)
  6. ROBBIE BASHO, Song of God (The falconer’s arm II, 1967)
  7. LAURA CANNELL& ANDRE BOSMAN, The Shropshire carol (New Christmas rituals, 2022)
  8. JOHN FAHEY, My Shepherd will supply my needs (Volume 6 – Days have gone by, 1967)
  9. BOLA SETE, The lonely gaucho in the pampas awaiting the Advent of Christmas (Ocean, 1975)
  10. JOHN DOAN, In John Fahey there is no East or West (Friends of Fahey tribute, 2006)
  11. BILL MacKAY & RYLEY WALKER, Land of plenty (Land of plenty, 2015)
  12. POPOL VUH, The CHrist is near (Agape-Agape Love-Love, 1983)
  13. STEFANO VALLA E DANIELE SCURATI, La neve va con il sole (Per dove?, 2009)
  14. POPOL VUH, Kyrie (Letzte Tage - Letzte Nächte, 1976)
  15. TENDACHENT, La Pasiun dal Nost Signur (La valle dei Saraceni, 2005)
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12/12/2023

(We are like a) Cake

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Per qualche ragione, anche a noi stessi poco comprensibile, in questo periodo stiamo traendo grande soddisfazione dall’ascolto di dischi di artisti giapponesi. Sia lavori recenti sia pubblicati alcuni anni or sono.
Ad esempio quello con cui prende l’avvio la trasmissione odierna: ‘Upopo Sanke’, secondo album di Umeko Ando, appartenente all’etnia Ainu dell’isola di Okkaido, uscito nel 2003 e ristampato giusto quest’anno.
Del 2023 è anche ‘Bear in town’ degli Spirit Fest, supergruppo comprendente i Tenniscoats (Saya e Takeshi Ueno) e altri musicisti tra cui Markus Acher dei nostri amatissimi Notwist.
Maher Shalal Hash Baz è uno dei tanti pseudonimi sotto cui opera il prolifico Tori Kudo, vulcanico artista che non si accontenta di produrre una quantità preoccupante di dischi ma si dedica anche alla poesia e alla creazione di ceramiche. Oggi ci tiene compagnia con altri due brani: uno tratto da un lavoro realizzato insieme alla consorte Reiko e l’altro frutto di una collaborazione con lo scozzese Bill Wells.
Gli Yumbo sono in attività da una ventina d’anni e l’antologia ‘The fruit of Errata’ pubblicata nel 2021 rappresenta un’ottima introduzione al loro incantevole mondo.
Un singolare contributo nipponico al folk apocalittico fu quello dei Magick Lantern Cycle, una delle numerose scoperte del Patrono delle Arti David Tibet. Il nome del gruppo è quanto mai significativo: preso dal ciclo di film sperimentali realizzati da Kenneth Anger tra il 1947 (‘Fireworks’) e il 1981 (‘Lucifer rising’) proclama una felice sintesi tra tradizione e avanguardia. Il gruppo realizzò un unico album nel 1993 per la Durtro con artwork di Steven Stapleton.
Il medesimo spirito animava gli After Dinner, di qualche anno precedenti. La tradizione in questo caso si coniuga con il mondo di Rock In Opposition: non a caso i loro due bellissimi album furono pubblicati dalla Recommended. In ‘After dinner’ appare quanto mai percepibile l’influenza degli Art Bears.
Per chi abitasse dalle nostre parti cogliamo l’occasione per segnalare che il 28 gennaio si esibirà a Lainate Takumi Fukushima, che degli After Dinner fu violinista, quale appuntamento conclusivo del sempre pregevole festival Alterazioni curato ma Massimo Giuntoli.
A presto con una puntata natalizia di Vintage Season!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. UMEKO ANDO, Iuta Upopo (Upopo Sanke, 2003)
  3. SPIRIT FEST, Kou-kou land (Bear in town, 2023)
  4. TENNISCOATS, Baibaba Bimba (Tan-Tan Therapy, 2007)
  5. BILL WELLS & MAHER SHALAL HASH BAZ, Banned announcements (Osaka bridge, 2006)
  6. YUMBO, Cake (The fruit of Errata, 2021)
  7. REIKO & TORI KUDO, We may be (Tangerine, 2021)
  8. MAHER SHALAL HASH BAZ, What's your business here Elijah (Blues du jour, 2003)
  9. MAGICK LANTERN CYCLE, A band of dwarves (Chimæra, 1993)
  10. AFTER DINNER, Kitchen life I (Paradise of replica, 1989)
  11. TENNISCOATS, Rolling train (Tan-Tan Therapy, 2007)
  12. AFTER DINNER, After dinner (After dinner, EP, 1982)
  13. YUMBO, Lonely (The fruit of Errata, 2021)
  14. TENNISCOATS, Cacoy (Totemo Aimasho, 2007)
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28/11/2023

Autumn on your mind

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Giusto per sgombrare il campo da possibili equivoci chiariamo subito una cosa: il nome della ESP Disk, a cui è dedicata la puntata odierna, non ha nulla a che vedere con le percezioni extrasensoriali (per quanto non escludiamo che, con un setting adeguato, qualche risultato in questo senso non lo si possa ottenere).
L’origine è un’altra: la passione che Bernard Stollman nutriva per l’esperanto (“colui che spera”) e che lo portò a pubblicare nel 1964 un album di poesie e canzoni nella più nota tra le lingue artificiali, creata tra il 1872 e il 1887 da Ludwik Lejzer Zamenhof.
Il disco poteva restare un intrigante quanto isolato esempio di DIY ante litteram, ma la bruciante passione per il jazz d’avanguardia prese possesso di Stollman che decise di proseguire con altri intendimenti l’attività dell’etichetta.
Un antecedente riguardante il rapporto tra Stollman e il mondo del musicale va comunque ricondotto alla sua professione di avvocato, nel corso della quale aveva lavorato per gli eredi di Charlie Parker e Billie Holiday e aveva fornito consulenza legale alla Folkways.
L’esordio ESP è folgorante: ‘Spiritual unity’ di Albert Ayler, qui accompagnato da Gary Peacock e Sonny Murray.
Fedele al motto "The artists alone decide what you hear on their ESP Disk" l’etichetta pubblicò una valanga di album tra il 1964 e il 1974. La ripresa del catalogo iniziò nel 1992, quando fu accordata una licenza alla tedesca ZYX Music, ma anche da noi uscirono parecchi dischi marcati ESP per varie sigle (Base, Abraxas, Get Back).
A dispetto di un ritorno economico per gli artisti alquanto scarso, va ascritto a Stollman il merito di aver dato loro la possibilità di pubblicare dischi, oggi ritenuti di grande rilevanza, che all’epoca difficilmente avrebbero potuto avere una diversa collocazione. Basti fare i nomi di Pharoah Sanders, Ornette Coleman, Gato Barbieri, Paul Bley, Sun Ra (la serie degli ‘heliocentric worlds’ tra gli altri).
Se il nocciolo dell’attività della ESP era il jazz più avanguardo (e in qualche caso di ascolto alquanto arduo al giorno d’oggi) il catalogo era zeppo di tanta altra roba, un po’ più difficile da inquadrare.
Un ambito si può ricondurre a una sorta di filo rosso che univa alcuni tra i più agguerriti esponenti della Beat Generation (William Burroughs, Ed Sanders e Tuli Kupferberg dei Fugs) al nascente movimento hippie e al rock psichedelico. Un legame di cui si ricordarono alcuni sagaci esponenti della cultura industriale: può essere scontato citare il nome di Burroughs ma tempo fa apprendemmo con grande gioia che ‘Balaklava’ dei Pearls Before Swine era uno dei dischi preferiti del compianto Genesis P-Orridge. Oltre che uno dei nostri...
Di jazz in questa puntata ce n’è poco: abbiamo inteso piuttosto documentare alcune produzioni ESP che, col senno di poi, hanno incubato noise, lo-fi, wyrd folk e compagnia cantante.
Per dire dell’estrema varietà delle produzioni ESP, in questa congrega di esagitati ipercinetici trovò posto anche un artista che al confronto pare il tipico bravo ragazzo introverso e un po’ visionario: Randy Burns, con le sue belle canzoni a metà strada tra Fred Neil e il Tim Buckley più soffuso.
The artists alone decide what you hear on their ESP Disk...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. OCTOPUS, Fruk juice (Octopus, 1969)
  3. THE GODZ, Crusade (Godz 2, 1967)
  4. THE HOLY MODAL ROUNDERS, The I.W.W. song (Indian war whoop, 1967)
  5. ERICA POMERANCE, To Leonard from the hospital (You used to think, 1968)
  6. THE GODZ, The mind (The third testament, 1968)
  7. PATTY WATERS, Black is the color of my true love’s hair (Sings, 1966)
  8. PEARLS BEFORE SWINE, I shall not care (One nation underground, 1967)
  9. RANDY BURNS, Autumn on your mind (Songs for an uncertain lady, 1971)
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14/11/2023

A jug of love

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Riuscite a immaginarvi una band che prende l’avvio dal beat, si converte al verbo psichedelico spruzzato di prog, collabora con i più importanti artisti del folk-rock, partecipa ai grandi raduni dei fricchettoni, si converte in massa al misticismo sufi e soprattutto ci regala della musica meravigliosa?
Non è una fantasia: il gruppo è esistito e si chiamava Mighty Baby.
Le radici affondano nel gruppo beat/mod degli Action che nel 1968, con la firma del contratto con la Head e alcuni mutamenti nella formazione, si rinominarono Mighty Baby e all’inizio del 1969 debuttarono dal vivo come supporto ai Fairport Convention in occasione di un concerto alla storica Roundhouse.
Il medesimo anno uscì il primo omonimo album prodotto da Guy Stevens (che, a dispetto della sua prematura scomparsa, diede la sua impronta a una varietà impressionante di album: dai Procol Harum a ‘London calling’ dei Clash).
Il disco, sospeso tra psichedelia e proto-prog, non ottenne all’epoca dell’uscita riscontri commerciali apprezzabili: la Head era una piccola etichetta con pochi mezzi per promuoverlo e distribuirlo. E, per quanto gli Avvetiti non mancarono di notarlo e apprezzarlo, all’epoca di dischi memorabili ne usciva uno alla settimana.
Nel frattempo i nostri collaborarono con diversi artisti di chiara fama: da Sandy Denny a John Martyn, da Keith Christmas alla misteriosa Shelagh McDonald, autrice di due bellissimi album all’inizio dei Settanta per poi svanire nel nulla (pare per i cascami di un bad trip) fino a un’inaspettata ricomparsa nel 2005.
L’altro evento di quei giorni è la conversione dei quattro quinti del gruppo al misticismo sufi col quale, secondo alcuni, entrarono in contatto (ma la questione è controversa) grazie a Richard Thompson.
Inevitabilmente la nuova condizione spirituale si riflette nella musica di ‘A jug of love’ uscito nell’ottobre 1971 per la Blue Horizon di Mike Vernon, leggendaria etichetta legata al blues (in argomento: il primo album fu pubblicato negli Stati Uniti dalla Chess).
Gli elemeneti folk e country, già presenti nel disco d’esordio, si combinano con una psichedelia morbida e avvolgente: qualcuno ha parlato di Grateful Dead ma non sarebbe improprio accostare il disco alle magiche atmosfere di Shawn Phillips.
In realtà il secondo album dei Mighty Baby doveva essere piuttosto diverso: l’abbiamo scoperto grazie a un prezioso cofanetto della Grapefruit che raccoglie l’opera omnia del gruppo. Tra le tante delizie, il quarto dischetto contiene l’album messo nel cassetto, orientato verso un suono decisamente più acido, un po’ Quicksilver via Man.
Non mancano nemmeno le registrazioni effettuate al festival di Glastonbury nel 1971; un lungo brano era già noto grazie al triplo album omonimo. I Mighty Baby parteciparono anche al festival dell’sola di Wight: furono gli ultimi a esibirsi la prima serata.
La storia discografica del gruppo si chiuse con il secondo album: insieme al futuro Snakefinger Martin Stone (che poi divenne un libraio antiquario) formò i Chilli Willi and the red hot peppers, Alan King gli Ace. Gli altri tre diedero vita agli Habibiyya, formazione di breve durata che pubblicò per la Island nel 1972 un disco prossimo alle atmosfere di Quintessence e East of Eden.
Sempre la benemerita Grapefruit ha compendiato nel 2018 l’opera degli Action (‘Shadows and reflections’) ma a testimoniare l’ammirazione e il rispetto di cui ha sempre goduto il gruppo c’è anche un’antologia assemblata nel 1980 dalla Edsel (‘The ultimate Action’) con note di copertina di Paul Weller.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE ACTION, I’ll keep holding on (Shadows and reflections. The complete recordings 1964-1968, 2018)
  3. MIGHTY BABY, Same way from the sun (Mighty Baby, 1969)
  4. MIGHTY BABY, Virgin spring (A jug of love, 1971)
  5. JOHN MARTYN, Glistening Glyndebourne (Bless the weather, 1971)
  6. MIGHTY BABY, Now you don’t – Part 4 (At a point between fate and destiny. The complete recordings, 2019)
  7. THE HABIBIYYA , If man but knew (If man but knew, 1972)
  8. KEITH CHRISTMAS, Forest and the shore (Pigmy, 1971)
  9. SHELAGH McDONALD, Stargazer (Stargazer, 1971)
  10. THE ACTION, Shadows and reflections (Shadows and reflections. The complete recordings 1964-1968, 2018)
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31/10/2023

Ghost lovers in Villa Piuma

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Manieri diroccati, spettri, terrore… per una puntata di VS che cade proprio di Halloween. Come dire, non possiamo esimerci… Il mood è quello del dark prog italiano perché il nostro è un paese di… misteri!
RaneStrane è un gruppo romano specializzato, come ai bei vecchi tempi, in concept album basati su grandi classici del cinema: qui sono alle prese con quel topastro menagramo di Nosferatu via Werner Herzog.
Forti legami con il cinema anche per il maestro Carlo Maria Cordio, prolifico compositore di cui proponiamo un brano tratto dalla colonna sonora di ‘Rosso sangue’ di Joe D’Amato.
Due pezzi per i fiorentini L’albero del veleno: li abbiamo scoperti di recente grazie a un autorevole blog dedito al prog italiano (v. link) e ci sono piaciuti molto.
A nostro giudizio notevole il pezzo dei siracusani Fiaba: il testo riesce a creare quell’ammaliante senso di ambiguità e incertezza degno dei migliori racconti fantastici. L’orco sul colle possiede una sua reale esistenza, nell’economia della storia, oppure è una fantasia della regina?
Echi di Banco per gli Akt, gruppo bolognese autore di tre bei lavori sfornati in rigorosa autarchia.
Con i cugini Runaway Totem l’Universal Totem Orchestra rappresenta uno dei rarissimi contributi italici allo Zeuhl, quel filone (a tratti foschissimo) creato da figli (Zao, Art Zoyd, Univers Zero) e nipoti dei Magma.
‘Ghost lovers in Villa Piuma’ è tratto dall’album d’esordio de Il segno del comando, storica formazione della fertile scena prog ligure. Nome del gruppo e ispirazione del disco vengono dallo sceneggiato televisivo diretto nel 1971 da Daniele D’Anza che tanto segnò l’immaginario di quelli della nostra generazione.
Buoni (piccoli) brividi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. RANESTRANE, La locanda nel villaggio (Nosferatu il vampiro, 2009)
  3. CARLO MARIA CORDIO, Absurd (Absurd, 1985)
  4. L’ALBERO DEL VELENO, E resta il respiro (Le radici del male, 2013)
  5. FIABA, Le pere dell’orco (I racconti del giullare cantore, 2005)
  6. AKT, Waltz oblio (Déntrokirtòs, 2007)
  7. UNIVERSAL TOTEM ORCHESTRA, De astrologia (The Magus, 2008)
  8. L’ALBERO DEL VELENO, Presenze dal passato (Le radici del male, 2013)
  9. IL SEGNO DEL COMANDO, Ghost lovers in Villa Piuma (Il segno del comando, 1997)
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17/10/2023

La tua prima luna

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Avremmo potuto intitolare questa puntata, sorta di appendice della precedente dedicata a Claudio Rocchi, “suite per consumismo, pazzia e contraddizioni” come da sottotitolo del libro ‘Pop story’ di Riccardo Bertoncelli pubblicato nel 1973.
Il clima che si respira tra i solchi è, almeno in parte, quello. Soprattutto le contaddizioni: quelle tra un mondo ancora tradizionalista e maschilista e le comprensibili esitazioni di fronte al deserto della libertà
Per alcuni la seconda metà degli anni Settanta rappresentò una sorta di Opera al Nero dalla quale prendere l’avvio per una più strutturata ricerca spirituale. Juri Camisasca e Claudio Canali del Biglietto per l’Inferno entrarono nell’ordine benedettino; Claudio Rocchi e Paolo Tofani nel Movimento Hare Krishna.
Per le relazioni tra Rocchi e gli artisti presentati in questa puntata rimandiamo al libro di Walter Gatti, tanto sono articolate e ardue da riassumere.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CLAUDIO ROCCHI, La tua prima luna (Viaggio, 1970)
  3. ALBERTO CAMERINI, La ballata dell’invasione degli extraterrestri (Artisti per Re Nudo, 2010)
  4. ELECTRIC FRANKENSTEIN, Music man (What me worry?, 1976)
  5. BATTIATO, Paranoia (La convenzione / Paranoia – single, 1972)
  6. OSAGE TRIBE, Un falco nel cielo (Un falco nel cielo / Prehistoric sound – single, 1971)
  7. BIGLIETTO PER L’INFERNO, Confessione (Biglietto per l’inferno, 1974)
  8. JUMBO, Specchio (Vietato ai minori di 18 anni?, 1973)
  9. ANDREA TICH, Masturbati (Masturbati, 1978)
  10. COME LE FOGLIE, Incoscienza (Come le foglie, 1998)
  11. SIMON LUCA, Aleinada rapsody (Per proteggere l’enorme Maria, 1972)
  12. IVAN CATTANEO, L’elefante è capovolto (L’elefante è capovolto / Farfalle - Single, 1976)
  13. JURI CAMISASCA, Himalaya (Himalaya / Un fiume di luce – single, 1975)
  14. MADRUGADA, Katmandu (Incastro, 1977)
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03/10/2023

Suoni di frontiera

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Tra le letture estive una delle più soddisfacenti è stata senz’altro quella del libro di Walter Gatti dedicato a Claudio Rocchi. ‘Essenza. Vite di Claudio Rocchi’ è il frutto di un interesse e di una passione pluridecennali per il musicista milanese e lo consigliamo caldamente a chi fosse interessato al fecondo panorama della musica italiana degli anni Settanta (e oltre) magari accompagnato da ‘Solchi sperimentali Italia’ di Antonello Cresti.
Difficile rendere conto in queste poche righe della personalità e dell’opera di Rocchi, così complesse e sfaccettate da renderlo una figura pressoché unica nel panorama dell’epoca. Inevitabile pertanto operare una scelta, orientata su qualche esempio della sua produzione più avanguarda e comprendente alcune collaborazioni & apparizioni.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NIHIL PROJECT, A.S.C. (Altered state of consciousness) (Paria, 2003)
  3. CLAUDIO ROCCHI, Zen session (Rocchi, 1975)
  4. CLAUDIO ROCCHI, Essenza (Essenza, 1973)
  5. CLAUDIO ROCCHI, Per antichi canali (Suoni di frontiera, 1976)
  6. AKTUALA, Echo raga (Tappeto volante, 1976)
  7. CLAUDIO ROCCHI, Per la luna (La norma del cielo – Volo magico n. 2, 1972)
  8. CLAUDIO ROCCHI AND EFFERVESCENT ELEPHANTS, Apollo & le musa (Claudio Rocchi and Effervescent Elephants, 2011)
  9. CLAUDIO ROCCHI, Aijdmal (Rocchi, 1975)
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19/09/2023

The gazetteer of world order

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Bentornati alla nuova stagione di Vintage Season!
L’estate non è ancora finita, per cui iniziamo con una puntata ‘psicogeografica’ atta a fornire un simpatico sottofondo per viaggi fisici o con l’immaginazione.
Buon ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ENSEMBLE DEDALUS, Nymphe (Fata Morgana, 2023)
  3. ULAAN PASSERINE, Golden mantle of Wool (Dawn, 2023)
  4. TEAR GARDEN, New Eden (To be an angel blind, the crippled soul divide, 1996)
  5. KRAFTWERK, Autobahn (Autobahn, 1974)
  6. MATTHEW EDWARDS AND THE UNFORTUNATES, When we arrived at the mountain (Folklore, 2017)
  7. JEREMY PEYTON JONES, The gazetteer of world order (North South East West, 1996)
  8. ULTRAVOX, Dislocation (Systems Of Romance, 1978)
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11/07/2023

Tubas in the moonlight

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Giunti al termine della stagione auguriamo buone vacanze a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Vintage Season!
A risentirci a settembre!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. KALEIDOSCOPE, Egyptian gardens (Side trips, 1967)
  3. YARDBIRDS. Hot house of Omagararshid (Yardbirds, 1966)
  4. THE MODERN LOVERS, Egyptian Reggae (Rock’n’roll with the Modern Lovers, 1977)
  5. MALLARD, Road to Morroco (Mallard, 1975)
  6. ANDY MACKAY, Summer sun (In search of Eddie Riff, 1974)
  7. DAVIS THOMAS BROUGHTON, Nature (It's in there somewhere, 2006)
  8. QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, Fresh air (Just for love, 1970)
  9. SOPWITH CAMEL, Fazon (The miraculous hump returns from the Moon, 1973)
  10. MU, Showering rain (Children of the rainbow, 1985 – rec. 1974)
  11. CHRIS DARROW, Oceana (Fretless, 1979)
  12. ROXY MUSIC, Hula Kula (Absinthe makes the heart grow fondle, 1975)
  13. JONATHAN RICHMAN, 'A nnammurata mia (Ishkode! Ishkode!, 2016)
  14. JIM O’ROURKE, Fall breaks and back to Winter (Spring breaks and back to Winter) (Smiling pets, 1998)
  15. LES DOUBLE SIX, Evening in Paris (Meet Quincy Jones, 1960)
  16. FREE DESIGN, Summertime (Heaven / Earth, 1969)
  17. BONZO DOG BAND, Tubas in the moonlight (Tadpoles, 1969)
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27/06/2023

La notte delle fiabe

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Forse invecchiando stiamo diventando un po’ nostalgici e sentimentali ma ci ha fatto molto piacere apprendere della riformazione dei Fragment in occasione del trentennale della pubblicazione del loro unico album.
I Fragment erano un gruppo di Cologno Monzese collocabile nel variegato ambito della new wave, o post punk che dir si voglia, che nel 1993 realizzò l’autoprodotto ‘Ballistic ejecta’. La produzione artistica fu affidata a Giancarlo Onorato dei monzesi Underground life ed è un gran bel disco.
Il 23 settembre i Fragment si esibiranno al Masnada di Brugherio e ci auguriamo che sia l’inzio di una nuova stagione per il gruppo. E che magari il disco venga ripubblicato: in forma digitale o, perché no, anche fisica.
Per chi voglia approfondire, qualche anno fa ne parlò un oscuro blog, il cui post troverete nei link.
Nostalgia, si diceva, per un periodo di grande creatività per quanto, per sua natura, collocato in una sua piccola nicchia. Una sorta di zona grigia schiacciata tra espressioni musicali legate da un lato a un agonizzante (ma lovecraftianamente mai morto) contenutismo transpolitico impostosi negli anni Settanta e un semplice intrattenimento, pur legittimo e spesso apprezzabile.
Non sorprende quindi che i protagonisti della new wave italiana cerchino una propria poetica abbandonandosi a una malinconia quasi gozzaniana (Passiflora e Suicide Dada, ma anche Viridanse e Le masque) oppure volgano gli occhi all’estero. Alcuni all’estero ci vanno proprio, come i Chrisma che a Londra realizzarono il seminale ‘Chinese restaurant’ con la produzione di Niko Papathanassiou.
Altri ancora preferiscono riallacciarsi più alle avanguardie storiche che al crepuscolarismo, come i Plasticost che mettono in musica una poesia di Tristan Tzara.
Una stagione interessante per quanto non priva di debolezze, vivace ma a volte autocompiaciuta, che in ogni caso merita di essere riscoperta.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PLA’STICOST, Canzone dada (Pla'sticost, 1983)
  3. DOUBLING RIDERS with NICO, La notte delle fiabe (Sonora 2/91, 1991)
  4. A.T.R.O.X., Against the odds (The night's remains, 1982)
  5. CHRISMA, Mandoia (Chinese restaurant, 1977)
  6. FRAGMENT, Rainfall (Ballistic ejecta, 1993)
  7. MINOX, Purgatoryo (Lazare, 1986)
  8. LA 1919 SPONTANEO, Il sogno di F.F. / Metzengerstein (L’enorme tragedia, 1985)
  9. AL APRILE & ELECTRICART, Agitate obbligo (Sonora 2/91, 1991)
  10. PASSIFLORA, Gente del teatro e della morte (Statica, 1987)
  11. FRAGMENT, Oltre il muro (Ballistic ejecta, 1993)
  12. SUICIDE DADA, Porto sepolto (VM Cinque, 1986)
  13. THE TAPES, Speak to me (Selected works 1982-1992, 2016)
  14. ANDROMEDA COMPLEX, Vexillifera mortifera (Riefenstahl, 1996)
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13/06/2023

Post coitum omne animal triste est

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Mandate a letto i bambini! Puntata a luci rosse per Vintage Season.
L’ottica con cui approcciamo questo ambito del cinema di genere è quello delle attrici e attori che si siano confrontati, anche solo in modo sporadico, con la musica. Attingeremo ampiamente a un album pubblicato nel 1999 da Q.D.K. Media e distributo dalla Normal, dal titolo programmatico di ‘Porn to Rock’. Disco musicalmente non privo di interesse, a cominciare dalla fantastica ‘Man on the Moon’ di Madison che non sfigurerebbe in qualche eccentrico album di Danielle Dax.
Crediamo di non sbagliare individuando in Christine Carol Newby l’archetipo della (temporanea) carriera parallela di musicista e modella pornografica.
Christine, in arte Cosey Fanni Tutti, è pertanto massicciamente presente nella scaletta con Throbbing Gristle, X-TG e Chris & Cosey.
‘Persuasion’ dei TG è un brano particolarmente significativo: Genesis P-Orridge si cala nei panni di uno sporcaccione che intendere convincere la sua ragazza a posare per una (allora si diceva così) rivista per soli uomini, come in effetti Genesis e Cosey fecero per un numero di Whitehouse. La persuasione e lo sfruttamento sono oggi la norma: ipotizziamo che qualche benpensante si mostri ancora scandalizzato dalla pornografia solo perché lo esplicita nelle modalità più crude e, a suo modo, pure.
Ci sembra che il testimone di Cosey sia stato raccolto, con le debite proporzioni, da Marina Ann Hantzis. Ovvero Sasha Grey, molto attiva con i suoi Atelecine e spesso ospite di gruppi dall’indiscutibile prestigio. ‘Afraid’ è tratta dalla rilettura degli X-TG di ‘Desertshore’ di Nico mentre da una collaborazione con Pig (Raymond Watts) proviene una cover della hit disco ‘That’s the Way (I like it)’, portata ai vertici delle classifiche di vendita da KC & the Sunshine Band.
Da una celeberrima hit disco a un’altra: ‘More, more, more’ fu il fortunatissimo quanto inaspettato frutto di un’estemporanea registrazione effettuata nel 1975 in Giamaica da Andrea True, nome d’arte di Andrea Marie Truden, attrice di discreto successo non priva di velleità canore. Al singolo seguirono a breve un album omonimo e ‘White Witch’ del 1977. Dal primo abbiamo estratto il brano più lungo, un tantino noioso ma proprio per questo possibile spunto per una riflessione sul tedio e la necessità di intrattenervi un rapporto più disteso e amichevole, trattandosi di uno stato d’animo frequentemente indotto dalla fruizione tanto del rock quanto della pornografia.
Nel 1980 Andrea pubblicò (primato nazionale: solo in Italia!) il suo ultimo lavoro, ‘War Machine’, da ricordarsi più che altro per le tematiche pacifiste e ambientaliste: brava ragazza.
Un’ampia gamma di forme espressive è quella praticata da Catherine Ringer: danza, coreografia, cinema a luci rosse e musica. Magari poco noti da noi ma di grande popolarità in Francia, Les Rita Mitsouko vennero messi in piedi nel 1980 da Catherine insieme al marito Fred Chichin, prematuramente scomparso nel 2007. La classe del gruppo è peraltro certificata dalla presenza degli Sparks nella deliziosa ‘Singing in the shower’ (oltre che dalla produzione di Tony Visconti).
Da questa incandescente trasmissione abbiamo intenzionalmente escluso alcune cose: in primo luogo l’inascoltabile (be)cerume italiota e poi le colonne sonore. Quest’ultimo ambito è del resto ampiamente documentato da numerose compilazioni, spesso accompagnate da dotte note di autorevoli esperti.
Imporsi delle regole presuppone il piacere di trasgredirle, perciò non mancano un paio di eccezioni. La prima è tratta da un’antologia delle musiche composte dal pianista jazz Alain Goraguer per le colonne sonore di film interpretati dalla diva d’oltralpe Brigitte Lahaie.
Due i brani tratti dalla colonna sonora di Mitchell Froom per il film ‘Café Flesh’. Diretta nel 1982 da Stephen Sayadian la pellicola anticipa di un paio d’anni ‘New Wave Hookers’ di Gregory Dark, considerato il capostipite del filone (scusate la ripetizione) new wave, caratterizzato dall’assenza quasi totale di quelle trame che invece caratterizzarono la Golden Age. New wave in ogno caso la colonna sonora lo è… Giusto come curiosità: prima di affermarsi come stimato produttore Froom realizzò nel 1987 le musiche per il fosco noir ‘Slam Dance’ di Wayne Wang.
Terminando con l’inizio: la goliardica introduzione è affidata agli ineffabili Melvins, per quanto non ci risultino loro contributi al genere cinematografico oggetto della trasmissione. Notoriamente King Buzzo preferisce il golf, e probabilmente ha solo ragione...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MELVINS, I fuck around (Working with God, 2021)
  3. MADISON. Man on the Moon (Porn to Rock, 1999)
  4. LES RITA MITSOUKO, Singing in the shower (Marc & Robert, 1988)
  5. MITCHELL FROOM, We don’t dream (Cafe Flesh Original Motion Picture Soundtrack, 2022)
  6. ANDREA TRUE CONNECTION, Fill me up (More, more, more, 1976)
  7. PIG & SASHA GREY, That’s the way (I like it) (That’s the way – I like it, 2018)
  8. JOHNNY TOXIC, Happy (Porn to Rock, 1999)
  9. CHRIS & COSEY, Stolen kisses (Technø Primitiv, 1985)
  10. VINNIE SPIT, Asshole man (Porn to Rock, 1999)
  11. ALAIN GORAGUER, Brigitte, femme libérée (Brigitte Lahaie, 2016)
  12. THROBBING GRISTLE, Persuasion (20 Jazz Funk Greats, 1979)
  13. MITCHELL FROOM, Jungle of cities (Cafe Flesh Original Motion Picture Soundtrack, 2022)
  14. X-TG, Afraid (Desertshore / The Final Report, 2012)
  15. SUZI SUZUKI, Calypso Shower (Porn to Rock, 1999)
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30/05/2023

Dark Matter Gods

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Puntata da ascoltare ad alto volume per colmare una lacuna nella nostra programmazione. Il metal: ambito quanto mai variegato in cui ci pare di cogliere la possibilità di ascoltare ancora suoni originali quando non inauditi.
Dagli echi space-rock degli Oranssi Pazuzu a cose meno innovative ma comunque suggestive (i goticheggianti A Forest of Stars).
Altri ancora flirtano con l’avanguardia, qualsiasi cosa significhi: gli Æthenor di Stephen O’Malley o i Trinacria (tra le tante collaborazioni l’eclettica Hild Sofie Tafjord ha fatto parte della Phantom Orchard Orchestra che nel 2012 pubblicò un album per la Tzadik). E così via, per concludere con gli Agalloch che in ultimo approdarono a qualcosa di simile al cosiddetto folk apocalittico.
Play loud!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ORANSSI PAZUZU, Saturaatio (Värähtelijä, 2016)
  3. TRINACRIA, Turn away (Travel now journey infinitely, 2008)
  4. DISHARMONIC ORCHESTRA, Hypophysis (Expositionsprophylaxe, 1990)
  5. GIGAN, Fathomless echoes of eternity's imagination (Quasi-hallucinogenic sonic landscapes, 2011)
  6. A FOREST OF STARS, Drawing down the rain (Beware the sword you cannot see, 2015)
  7. ÆTHENOR, Murmurum (Hazel, 2016)
  8. AGALLOCH, Dark matter gods (The serpent & the sphere, 2014)
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16/05/2023

Boat woman song

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Il 7 giugno 1971 Manuel Elizalde, responsabile di un’agenzia governativa filippina per la tutela delle minoranze, scoprì nella giungla dell’isola di Mindanao una tribù denominata Tasaday.
Dalla descrizione dello scopritore il mondo venne a sapere di questo gruppo che viveva in caverne e si dedicava alla raccolta e alla caccia, privo da secoli di contatti con altre popolazioni. Non mancarono informazioni sulla loro peculiare lingua, sviluppatasi nell’isolamento e singolarmente priva di termini legati alla guerra e alla violenza.
Comprensibilmente si accese un forte clamore mediatico intorno ai Tasaday, i cui rapporti con il mondo esterno vennero gestiti con una logica tutta sua da Elizalde.
Anni dopo venne avanzato il dubbio che la scoperta dei Tasaday fosse un’elaborata mistificazione messa in piedi da Elizalde, personalità controversa e molto vicino al presidente Marcos, con finalità politiche ed economiche.
Passarono altri anni e i fautori della tesi della mistificazione vennero accusati di essere a loro volta vittime di un raggiro. Così va il mondo.
Leggere di questa vicenda, ormai un po’ dimenticata, muove sentimenti contrastanti: da un lato un sano divertimento, grazie ai suoi aspetti più grotteschi, ma dall’altro lascia una vago malinconico rimpianto per un’epoca in cui si era ancora disposti a meravigliarsi e a credere nell’esistenza di paradisi terrestri.
I Tasaday diventarono l’ennesimo schermo su cui proiettare desideri e fantasie, così come quest’oggi il pretesto per una trasmissione che si ricollega a quella di qualche settimana fa intitolata per l’appunto… Mindanao 1971!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. F:A.R., Abbandonati 1 (Passi uguali, 1990)
  3. XOCHIMOKI, Tua Ha (Temple of the new sun, 2021)
  4. KEVIN AYERS, Oleh Oleh Bandu Bandong (Joy of a toy, 1969)
  5. FRENCH, FRITH, KAISER, THOMPSON, Tir-Nan-Darag (Live, Love, Larf & Loaf, 1987)
  6. CARLA BLEY, Song of the jungle stream (Tropic appetites, 1974)
  7. JADE WARRIOR, Masai morning (Jade warrior, 1971)
  8. CAN, Ethnological Forgery Series No. 10 (Unlimited edition, 1974)
  9. HOLGER CZUKAY, Boat-Woman-Song (Canaxis, 1969)
  10. YATHA SIDRA, A meditation mass Part 4 (A meditation mass, 1974)
Listen / Info
02/05/2023

Don Franco e Don Cherry nell'anno della contestazione

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“Siamo arrivati qui con tre o quattrocento dollari, io, Michelle, sua figlia e un amico. Dopo cinque giorni eravamo senza un soldo. Qualcuno mi ha chiamato per suonare: non potevo non accettare, anche se erano cose penose. In questo modo, comunque, sono entrato in contatto con un certo ambiente, ho conosciuto un sacco di gente, Franco D’Andrea, Gegé Munari, Franco Ambrosetti, suo padre Flavio, e tanti altri. Un giorno è arrivato appunto Don Cherry col gruppo di Sonny Rollins. C’era tensione tra loro. Rollins accusava Don di essere indisciplinato, di mancargli di rispetto. Un giorno gli ha fatto recapitare un biglietto con su scritto “devi chiamarmi Maestro”. Morale: poco dopo io e Don partivamo insieme per Parigi, dove già nella primavera ‘65 registravamo Togetherness, in quintetto. A fine anno ci siamo spostati a New York, dove abbiamo inciso Complete Communion. E l’anno dopo Symphony for Improvisers, realizzato in due ore. Due dischi bellissimi. Comunque per qualche anno sono tornato in Italia con regolarità.”
Così Gato Barbieri rievoca il suo arrivo nel nostro paese nel 1962 in un’intervista raccolta da Alberto Bazzurro. Oltre a essere molto divertente, questo stralcio coglie in estrema sintesi i tratti salienti di Don Cherry: in primis la sempre apprezzabile indisciplina, poi l’attitudine al nomadismo. Che non è solo fisico, ma soprattutto mentale e spirituale. E poi… ha inciso dischi bellissimi!
Dobbiamo questa puntata a un suggerimento dell’amico Giovanni, a cui va il nostro più caloroso ringraziamento per averci indotto a riascoltare diversi dischi di Cherry, molto frequentato in passato ma messo colpevolmente un tantino da parte in tempi più recenti.
Nello specifico Giovanni ci ha girato un interessante articolo di Flavio Poltronieri che, prendendo spunto dalla pubblicazione di alcune registrazioni inedite di Cherry, offre un puntuale ritratto dell’artista e dei punti salienti della sua produzione. Tra le altre cose, non possiamo che essere d’accordo con Poltronieri quando accosta la figura di Cherry a quella di Daevid Allen, che condivideva con il trombettista non pochi tratti caratteriali e percorsi di ricerca fuori dagli schemi.
L’intervista di Bazzurro a Gato Barbieri è contenuta nel bel libro Parlami di musica, conversazioni con 26 protagonisti della scena internazionale, pubblicato nel 2008 dall’editrice Zona.
Il libro, consigliatissimo, è reperibile a un prezzo irrisorio nel catalogo della Materiali sonori.
Oṃ Maṇi Padme Hūṃ!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN COLTRANE & DON CHERRY, The blessing (The Avant-garde, 1966)
  3. NAD, Ghosts (Ghosts, 1989)
  4. BENGT BERGER, Chetu (Bitter funeral beer, 1982)
  5. DON CHERRY, Om shanti om (Om shanti om, 2020)
  6. DON CHERRY'S NEW RESEARCHES, Ganesh (Organic Music Theatre. Festival De Jazz De Chateauvallon 1972, 2021)
  7. JON APPLETON & DON CHERRY, OBA (Human music, 1970)
  8. DON CHERRY & GATO BARBIERI, Fourth movement (Togetherness, 1966)
  9. DON CHERRY & ED BLACKWELL, Voice of the silence (El corazón, 1982)
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18/04/2023

Sturmann Studios Productions

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Il cielo del musicale, lo sappiamo, è spesso solcato da fulgide meteore, artisti che pubblicano uno o due dischi di valore per poi scomparire dal campo visivo.
Meno frequente che un musicista faccia uscire quattro album nell’arco di cinque anni e crei una propria etichetta per poi (discograficamente parlando) uscire dai riflettori.
Eppure è quanto accadde a Giovanni Sturmann: nel 1985 fondò la Sturmann Studios Productions con la quale pubblicò tre album e un singolo a proprio nome, oltre a due sette pollici di Rudi Veo e Luisa Azzaroni. Ultima uscita dell’etichetta fu La città civile del 1990, l’unica pubblicazione in compact disc.
All’ascolto si colgono influenze molto britanniche (Robert Wyatt, i gruppi del giro Rock In Opposition, qualche lontana eco di Nick Drake) e il modo di operare ricorda quello di una piccola factory: ai sempre presenti Rudi Veo e Luisa Azzaroni si aggiungono qua e là prestigiosi ospiti (Paolo Chang, Alessandro Achilli, la violinista Paola Sartori già con TAC e Kino Glaz).
In tutto questo Sturmann trova il tempo di collaborare con uno dei ‘gruppi aperti’ per eccellenza, i Doubling Riders di Francesco Paladino, Pier Luigi Andreoni e Riccardo Sinigaglia.
Abbiamo deciso di dedicare a Sturmann l’odierna puntata con un duplice intento. O, meglio, un intento e una speranza.
In primis volevamo omaggiare un artista di grandissimo valore, autore di quello che per noi è uno dei più bei dischi pubblicati nel nostro paese negli anni Ottanta (e non era certo un periodo parco di grande musica!).
Stiamo parlando di International Matches del 1986, unico lavoro di Sturmann pubblicato da un’altra etichetta (la milanese Supporti fonografici).
La speranza è quella di vederlo ripubblicato... magari con tutti gli altri suoi dischi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. GIOVANNI STURMANN, Charlotte (Kindless span, 1985)
  3. RUDI VEO, Broadcasting from nowhere (single, 1985)
  4. GIOVANNI STURMANN, N. 8 (Comics, 1987)
  5. GIOVANNI STURMANN, At close of instant art (International matches, 1986)
  6. DOUBLING RIDERS, Smell into a dream (Doublings & silences volume 1, 1985)
  7. LUISA AZZARONI, Sketches (Mac the puppet, single, 1985)
  8. GIOVANNI STURMANN, Sal (International matches, 1986)
  9. GIOVANNI STURMANN, Cose di aprile (La città civile, 1990)
  10. GIOVANNI STURMANN, Österlånggatan (single, 1985)
  11. DOUBLING RIDERS, Lines of Spain (Doublings & silences volume 2, 1988)
  12. GIOVANNI STURMANN, Toy electric train (International matches, 1986)
  13. GIOVANNI STURMANN, Country churchyard (Österlånggatan, single, 1985)
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04/04/2023

Mindanao 1971

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L’etnologia ha sfiorato la sua morte paradossale il giorno del 1971 in cui il governo delle Filippine decise di restituire alla loro primitività, fuori dal tiro dei coloni, dei turisti e degli etnologi, le poche dozzine di Tasaday da poco scoperte nel fondo della giungla, dove erano vissuti per otto secoli senza avere contatti con il resto della specie. Questo, per iniziativa degli antropologi stessi, che vedevano gli indigeni decomporsi immediatamente appena entravano in contatto con loro, come accade a una mummia esposta all’aria. Perché l’antropologia viva, è necessario che muoia il suo soggetto, che morendo si vendica del fatto di essere stato “scoperto” e, con la sua morte, sfida la scienza che vuole afferrarlo.
Ogni scienza non vive, forse, su questo pendio paradossale al quale la votano l’evanescenza del suo oggetto nella sua stessa cattura e comprensione, e la reversione spietata che questo oggetto morto esercita su di essa? Come Orfeo, si volta sempre troppo presto e, come Euridice, il suo oggetto ricade negli inferi. Gli etnologi, rinserrando il cordone sanitario della foresta vergine intorno ai Tasaday hanno voluto premunirsi proprio contro questo inferno. Nessuno c’entrerà più: il giacimento si richiude come una miniera. La scienza perde così un capitale prezioso, ma l’oggetto sarà salvo, perduto da lei, ma integro nella sua “verginità”. Non si tratta di un sacrificio (la scienza non si sacrifica mai, è sempre assassina), ma del sacrificio simulato del suo oggetto al fine di salvare il suo principio di realtà. Il Tasaday, congelato nella sua essenza naturale le servirà da alibi perfetto, da garanzia esterna.
[…] Così l’etnologia, invece di circoscriversi come una scienza oggettiva, giunge ormai, liberata dal suo oggetto, a generalizzarsi investendo tutte le cose viventi e a farsi invisibile, come una quarta dimensione presente ovunque, quella del simulacro. Siamo tutti dei Tasaday, indiani ridivenuti quel che erano, vale a dire così come li ha trasformati in sé l’etnologia – indiani simulacri che proclamano infine la verità universale dell’etnologia.
Siamo tutti figure passate che vivono nella luce spettrale dell’etnologia, o dell’antietnologia, che non è altro che la forma pura dell’etnologia trionfante, sotto il segno delle differenze morte e della risurrezione delle differenze. È dunque con grande ingenuità andare a cercare l’etnologia tra I Selvaggi o in un qualche Terzo Mondo – essa è qui, dovunque, nelle metropoli, tra i bianchi, in un mondo interamente censito, analizzato, poi risuscitato artificialmente sotto le spoglie del reale, in un mondo della simulazione, dell’allucinazione della verità, del ricatto al reale, dell’assassinio di ogni forma simbolica e della sua retrospezione isterica, storica – assassinio di cui i Selvaggi, noblesse oblige, hanno fatto per primi le spese, ma che si è da lungo tempo esteso a tutte le società occidentali.
(Jean Baudrillard, La precessione dei simulacri)

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. TASADAY, Mindanao 1971 (In attesa, nel labirinto, 2004)
  3. SAVAGE REPUBLIC, The year of exile (Ceremonial, 1986)
  4. SAQQARA DOGS, Witness chamber (Thirst, 1987)
  5. 17 PYGMIES, Lawrence of Arabia (Hatikva, 1983)
  6. NAD, Lorenza in Arabia (Ghosts, 1989)
  7. DOUBLING RIDERS, Voila les tropiques (Doublings & silences volume 1, 1985)
  8. THE RESIDENTS, The festival of death (Eskimo, 1979)
  9. I NIPOTI DEL FARAONE, Eskimono (I nipoti del faraone, 1987)
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21/03/2023

La notte di Pan

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Puntata tutta italiana per celebrare l'arrivo della Primavera!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. T.A.C, La notte di Pan (Apotropaismo, 1997)
  3. LE GRAND LUNAIRE, Wilusa (Le grand lunaire, 2022)
  4. ROBERTO MAZZA, Ebridi (Scoprire le orme, 1991)
  5. MU, Dwellers of Paradise (Twelve more scenes of MU, 2019)
  6. TASADAY, Colei che danza per prima (L'eterna risata, 1991)
  7. FUTURO ANTICO, Arte nelle stelle (Intonazioni archetipe, 2013)
  8. FRANCO FALSINI, Cold nose parte 1 (Cold nose, 1975)
  9. KIND OF CTHULHU, Overload (Wadjiwing, 1987)
  10. RICCARDO ZAPPA, Tre e quattro quarti (Celestion, 1977)
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07/03/2023

The Queen of Hearts

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Buona Festa della Donna a tutte le nostre ascoltatrici!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. OFFA REX, The Queen of Hearts (The Queen of Hearts, 2017)
  3. SHIRLEY COLLINS, Awake Awake / The Split Ash Tree / May Carol / Southover (Lodestar, 2016)
  4. PAMELA WYN SHANNON, Bittersweet Dear Madeline (Courting Autumn, 2007)
  5. EMILY PORTMAN, Coracle (Coracle, 2015)
  6. THE OWL SERVICE, Katie Cruel (A Garland of Song, 2007)
  7. JULIE DRISCOLL, A New Awakening (1969, 1971)
  8. OLIVIA CHANEY, Swimming in the Longest River (The Longest River, 2015)
  9. EMILY JANE WHITE, Bessie Smith (Dark Undercoat, 2008)
  10. KAKI KING, Life Being What It Is (Dreaming of Revenge, 2008)
  11. KATE WOLF, Unfinished Life (Close to You, 1981)
  12. NORMA WINSTONE, Song of Love (Edge of Time, 1972)
  13. JUNE TABOR, The Dancing (Apples, 2007)
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21/02/2023

Crazy rhythms

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Non sono stati pochi gli artisti che lo scorso anno hanno intrapreso il lungo cammino verso l’Ignoto.
Tra questi, con discrezione, anche il batterista Anton Fier, a cui dedichiamo questa puntata di Vintage Season.
Nato nel 1956 a Cleveland, diventa presto un importante esponente della scena locale, militando nei Pere Ubu e negli Styrenes.
Trasferitosi a New York partecipa a due rilevanti dischi di debutto: Crazy Rhythms dei Feelies e l’album omonimo dei Lounge Lizards, prodotto nientemeno che da Teo Macero.
Oltre a entrare in contatto con gli intellighiotti metropolitani più in vista (Richard Hell, John Zorn, Bill Laswell, Rhys Chatham) fonda i suoi Golden Palominos, gruppo con solide radici affondate nei Sixties, che esordisce nel 1983 con un lavoro omonimo coprodotto da Fier e Bill Laswell.
Benché abbia pubblicato poco a suo nome la lista delle collaborazioni ha proporzioni non indifferenti, tra artisti di culto (David Thomas, Peter Blegvad, David Cunningham, Afrika Bambaataa) e parti da sessionman di lusso (Mick Jagger, Yoko Ono, Herbie Hancock).
Si fa quasi prima a dire con chi non abbia collaborato, facendo sì che quanto ascolterete è poco più di un antipasto. Vale la pena di proseguire con le altre portate...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FEELIES, Everybody's got something to hide (Crazy Rhythms, 1980)
  3. GOLDEN PALOMINOS, Work was new (Blast of silence, 1986)
  4. PETER BLEGVAD, Something else (is working harder) (Just woke up, 1995)
  5. THE LOUNGE LIZARDS, Fatty walks (The lounge lizards, 1981)
  6. ARTO LINDSAY / AMBITIOUS LOVERS, Locus coruleus (Envy, 1984)
  7. JOHN ZORN, Battle of Algiers (The big gundown, 1986)
  8. ANTON FIER, Bait and switch (Dreamspeed / Blind light 1992-1994, 2003)
  9. PERE UBU, A day such as this (Song of the bailing man, 1982)
  10. ANTON FIER, Clouds without water (Dreamspeed / Blind light 1992-1994, 2003)
  11. THE LODGE, Not all fathers (Smell of a friend, 1988)
  12. PETER BLEGVAD, Weird monkeys (The naked Shakespeare, 1983)
  13. DAVID THOMAS & THE PEDESTRIANS, A day at the botanical gardens (Variations on a theme, 1983)
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07/02/2023

Tarota

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Quando nel 1970 i Weather Underground fecero fuggire Timothy Leary e lo portarono ad Algeri con la moglie i due dovevano essere raggiunti da Eldridge Cleaver delle Black Panther. Circostanze avverse non resero praticabile il piano, con il conseguente espatrio della coppia in Svizzera: sempre disponibile ad accogliere in egual misura capitali e rifugiati politici, il paese era anche la patria di Albert Hofmann, il chimico che com'è noto sintetizzò l'acido lisergico divenendo il perplesso guru di una generazione.
Leary entrò inevitabilmente in contatto con alcuni esponenti della controcultura locale e della vicina Germania, ritagliandosi il ruolo di catalizzatore di interessanti iniziative, anche musicali e discografiche.
Uno di questi fu Sergius Golowin, praghese di nascita, scrittore, uomo politico e studioso di mitologia ed esoterismo. Un altro, e qui ci avviciniamo al punto, il giornalista tedesco Rolf-Ulrich Kaiser che in quel momento, dopo l'esperienza maturata con le etichette Ohr e Pilz, era in procinto di creare una propria casa discografica.
La label fu programmaticamente battezzata Die Kosmischen Kuriere, divisione della Ohr distribuita da Metronome. Quale idea migliore che esordire con un disco a cui Leary avrebbe fornito un nome di prestigioso richiamo controculturale? L'esito fu una pietra miliare della psichedelia teutonica, quel Seven Up che accostava il nome di Leary a quello degli Ash Ra Tempel di Manuel Göttsching.
Prima di riconfigurarsi come Kosmische Musik la casa discografica di Kaiser pubblicò altri due dischi: Lord Krishna Von Goloka di Golowin e Tarot di Walter Wegmüller. Il tutto nel 1973, quando ormai Leary era stato riacciuffato e ricondotto negli Stati Uniti.
Con Wegmüller giungiamo al tema di questa puntata: i tarocchi, specificamente gli arcani maggiori, quei misteriosi simboli che tanto ci affascinano, anche solo sul piano estetico.
Nato nel 1937 e scomparso poco meno di tre anni fa, Wegmüller fu un artista svizzero di origine gitana che, nel corso dei viaggi di prammatica all'epoca, divenne dei tarocchi un esperto e iniziò a disegnarne un proprio mazzo a partire dal 1968. Entrato grazie a Leary in contatto con Kaiser, a quest'ultimo si accese la proverbiale lampadina in testa: perché non realizzare un disco tematico sulle carte, con un brano dedicato a ciascuno degli arcani? Testi e voce di Wegmüller, musiche di artisti del giro Ash Ra Tempel / Cosmic Jokers: ne nacque il doppio album Tarot, impreziosito dal mazzo di carte disegnate dall'artista elvetico. Inevitabilmente ha raggiunto quotazioni considerevoli nel mercato collezionistico, per quanto non da capogiro.
Tarot resta l'unica esperienza discografica di Wegmüller, che negli anni successivi proseguì l'attività artistica e, al pari di Golowin, pubblicò un testo sui tarocchi. Restando in tema di Svizzera occulta, acceniamo di sfuggita che dei tarocchi furono disegnati anche da H.R. Giger e che un autorevole studioso della materia fu Oswald Wirth, importante esponente del revival esoterico dei decenni compresi fra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo scorso.
Piuttosto diverso l'altro disco che fa da colonna portante alla trasmissione odierna: Tarot Suite di Mike Batt. In primis ammirazione e rispetto per Batt, che fa uscire nel 1979 (!) un album di prog enfatico e massimalista, specialmente nei brani che ospitano alla voce Roger Chapman e Colin Blunstone. Del resto Batt, importante professionista dell'industria musicale, si poteva permettere di ostentare indifferenza al contesto e ai gusti dell'epoca, concentrandosi su un personale progetto al quale chiama a collaborare uno stuolo di musicisti piuttosto impressionante. Per dire: Mel Collins dei King Crimson, Rory Gallagher, Jim Cregan dei Blossom Toes e Tony McPhee dei nostri adorati Groundhogs, di cui Batt aveva prodotto l'album d'esordio
E a tutt'altro ambito appartiene Tarot, opera del vibrafonista jazz Robert Wood: un gran bel disco registrato e pubblicato in Francia nel 1972, ristampato nel 1996 dalla benemerita Spalax.
I tarocchi ricorrono spesso nel mondo immaginifico dei Legendary Pink Dots, secondi solo forse alla serie delle Profezie: qui proponiamo un brano dedicato agli Amanti, dal disco omonimo del 1985, registrato per metà dal vivo e metà in studio.
L'interesse per i misteriosi arcani, inesauribili catalizzatori della creatività, è rimasto sempre vivo anche in ambito musicale, come dimostra la pubblicazione giusto lo scorso anno di A tarot of the green wood di Burd Ellen, nome sotto il quale opera Debbie Armour con la collaborazione di Gayle Brogan e Lucy Duncan.
Voidoid City non ha una specifica attinenza con il tema della puntata ma lo abbiamo preso un po' per la copertina, un po' come omaggio alla Third Ear Band che fu uno dei più avanzati esempi di quello spirito di ricerca che animava gli anni a cavallo fra Sessanta e Settanta.
Nel quale, appunto, lo studio dei tarocchi non fu privo di rilevanza.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MIKE BATT & FRIENDS, Introduction (The journey of a fool ) (Tarot suite, 1979)
  3. GLEN SWEENEY'S HYDROGEN JUKE-BOX, Voidoid city (Prophecies, 1991)
  4. WALTER WEGMULLER, Der Wagen (Tarot, 1973)
  5. MIKE BATT & FRIENDS, Tarota (Tarot suite, 1979)
  6. ROBERT WOOD, The hanged man / To lose the day (Tarot, 1972)
  7. THE LEGENDARY PINK DOTS, The lovers – Part two (The lovers, 1985)
  8. WALTER WEGMULLER, Die Sterne (Tarot, 1973)
  9. BURD ELLEN, The hermit (A tarot of the green wood, 2022)
  10. WALTER WEGMULLER, Die Welt (Tarot, 1973)
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24/01/2023

The long dream

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Ed eccoci alla seconda parte della trasmissione dedicata alle uscite discografiche dell'anno appena trascorso.
Un po' di prog con Magma, Dave Kerman e gli Yang di Frédéric L'Epée (fondatore negli anni Settanta degli Shylock).
I venerabili Taj Nahal e Ry Cooder rileggono con la consueta classe i blues di Sonny Terry e Brownie McGhee.
E poi altra cose come i sorprendenti Black Ox Orkestar e i Twinkle3 di Dave Ross e Richard Scott.
Lo scorso anno Merzbow ha pubblicato, oltre a un paio di monumentali antologie, due album in collaborazione rispettivamente con gli Arcane Device e l'australiano Lawrence English. E proprio da quest'ultimo lavoro traiamo il pezzo conclusivo.
La buona musica sembra godere di ottima salute, speriamo altrettanto bene per i prossimi mesi!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MELT YOURSELF DOWN, For real (Pray for me I don't fit in)
  3. BIG BIG TRAIN, Bats in the Belfry (Welcome to the planet)
  4. DAVE KERMAN / 5uu'S, That saved a wretch like me (The quiet in your bones)
  5. MAGMA, Ẁalomëhnd ⁄ ëm Ẁarreï (Kãrtëhl)
  6. YANG, Migrations (Designed for disaster)
  7. TAJ MAHAL & RY COODER, Hooray hooray (Get on board. The songs of Sonny Terry & Brownie McGhee)
  8. BLACK OX ORKESTAR, Skotschne (Everything returns)
  9. OREN AMBARCHI, III (Shebang)
  10. TWINKLE3 feat. DAVID SYLVIAN & KAZUKO HOHKI, Cherry blossoms fall (Upon this fleeting dream)
  11. MERZBOW & LAWRENCE ENGLISH, The long dream (Eternal stalker)
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10/01/2023

Lullaby for loved ones

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Con la scorsa puntata ritenevamo di aver chiuso la pagina dell'anno appena trascorso e invece, complice qualche giorno di vacanza, ci siamo dilettati a volgere uno sguardo retrospettivo agli ascolti del 2022 meravigliandoci di quanti bei dischi siano stati pubblicati in quel lasso di tempo.
Ne abbiamo così ricavato non una ma ben due puntate di Vintage Season: la presente, per quel che possono valere le definizioni, dal tono più ambient e onirico, la prossima più progressive.
Abbiamo tralasciato la pur ricca messe di riedizioni, ristampe e compilazioni, giusto per non cadere nella retromania... e non esagerare!
Buon ascolto!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NATAHN SALSBURG, X (Landwerk No. 3)
  3. JEREMIAH CHIU & MARIA SOFIA HONER, Snacko (Recordings from the Aland isles)
  4. MIKE COOPER, Tirta Gangga (Oceans of milk and treacle)
  5. PENGUIN CAFE, Ghost in the pond (A matter of life...)
  6. MICHAEL CHAPMAN, Untitled 5 (Another fish)
  7. EMILY PORTMAN & ROB HARBRON, Oh to be alone (Time was away)
  8. BRUNO BAVOTA & CHANTAL ACDA, Lullaby for loved ones (A closer distance)
  9. EVGUENI GALPERINE, Don't tell (Theory of becoming)
  10. IKUE MORI, Outburst (Tracing the magic)
  11. MATMOS, Few, Far Chaos Bugles / Uff... Bosch Gra Wałęsę (Regards/Ukłony Dla Bogusław Schaeffer)
  12. BIOSPHERE, Formanta (Shortwave memories)
  13. ROEDELIUS & TIM STORY, Crisscrossing (4 hands)
  14. PYROLATOR, Yellow springs (Niemandsland)
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27/12/2022

Vintage Season's vintage season

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Dopo un periodo di carestia dettato dalla pandemia globale mondiale, quest’anno siamo finalmente riusciti ad assistere a diversi gustosi concerti. Insomma, una buona annata per Vintage Season.
Iniziamo da IL concerto: attesi da oltre due anni sono finalmenente giunti i Van Der Graaf Generator con un’esibizione straordinaria davanti a un pubblico commosso e partecipe. L’esecuzione di Refugees quale bis ci ha letteralmente stesi…
E da circa due anni attendevamo anche i Soft Machine: la storica sigla oggi è portata avanti dal chitarrista John Etheridge e fondamentale è l’apporto di Theo Travis che si sdoppia egregiamente nei ruoli che furono di Mike Ratledge ed Elton Dean. Notevole anche la location: un teatro un po’ periferico che riportava alla mente i dancing degli anni Settanta, perfetto per la serata.
Molto particolare anche il contesto dell’esibizione del Korr Trio nell’ambito del festival jazz di Novara: una vigna, con tutta una gamma di peculiari interazioni tra artisti e ambiente. Gruppo della raffinata etichetta We insist! il trio è formato da Andrea Grossi, Filippo Monico e dal veterano dell’improvvisazione Michel Doneda, del quale proponiamo un brano tratto dal bel disco Terra del 1985.
Sempre nell’ambito di questo festival, quanto mai stimolante e con le antenne ben orientate a captare nuovi suoni, abbiamo visto l’energico concerto dell’Orchestre tout puissant Marcel Duchamp, folto gruppo ginevrino dalle più disparate provenienze.
Breve ma sempre di grandissimo interesse il festival Alterazioni di Lainate organizzato da Massimo Giuntoli. Lo stesso Giuntoli ha aperto con il progetto My favourite songs, percorso storico ma anche molto personale attraverso le canzoni che hanno segnato una generazione di ascoltatori avvertiti. Di Giuntoli proponiamo un brano tratto dal suo ultimo disco, F.I.T. del 2021, che ha un corrispettivo letterario nel delizioso libro di ‘microracconti filopatafisici’ Cronache molkayane.
Il secondo appuntamento di Alterazioni era invece dedicato al progetto Electroacoustic songs del vulcanico Jacopo Costa, del quale presentiamo un brano proveniente dal primo album dei Loomings.
Con gli Embryo, l’Artchipel Orchestra è il gruppo che abbiamo visto più volte dal vivo, tre delle quali con Jonathan Coe. E da uno di questi concerti è tratto il bel disco uscito come allegato a Musica Jazz di Novembre.
E, per finire, lo storico festival prog di Veruno che si articola in tre giorni di grande musica: eravamo presenti quest’anno all’ultima giornata, conclusasi con l’impressionante, indimenticabile esibizione dei Tangerine Dream.
Il programma della giornata vedeva anche un altro gruppo tedesco, i Seven steps to the green door, magari non originalissimi ma estremamente godibili e capaci di tenere il palco.
Un augurio di buon anno a tutti gli amici che erano con noi durante questi concerti, a quelli che non c’erano e a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Vintage Season.
Che il 2023 sia una… buona annata!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ORCHESTRE TOUT PUISSANT MARCEL DUCHAMP, Be patient (We're OK, but we're lost anyway, 2021)
  3. SOFT MACHINE, Hidden details (Hidden details, 2018)
  4. VAN DER GRAAF GENERATOR, Interference patterns (Trisector, 2008)
  5. SEVEN STEPS TO THE GREEN DOOR, Out of clouds (Step in 2 my world, 2008)
  6. LOOMINGS, Car, suburbs, downtown, despair (Everyday mythology, 2015)
  7. MICHEL DONEDA, Vert et jaune (Terra, 1985)
  8. MASSIMO GIUNTOLI, Shayn Bayn (F.I.T., 2021)
  9. JONATHAN COE & ARTCHIPEL ORCHESTRA, Looking for Cicely (Jonathan Coe & Artchipel Orchestra, 2022)
  10. TANGERINE DREAM, Los Santos City map (Recurring dreams, 2019)
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13/12/2022

Christmas becomes electric

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Puntata a tema di Vintage Season dedicata all'imminente Natale.
Il titolo è ripreso da quello di un bizzarro disco pubblicato nel 1969 dalla Columbia contenente classici natalizi eseguiti con il sintetizzatore Moog, messo in commercio circa cinque anni prima.
E poi tanti 'big della canzone' e qualche nome meno prevedibile, tipo il Kid Creole e Wim Mertens.
Buon Natale a tutte le amiche e gli amici di VS e a presto per l'ultima trasmissione dell'anno!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. MOOG MACHINE, Carol of the bells (Christmas becomes electric, 1969)
  3. JAMES BROWN, Signs of Christmas (Christmas songs, 1966)
  4. THE BLIND BOYS OF ALABAMA feat. MAVIS STAPLES, Born in Bethlehem (Go tell it on the mountain, 2003)
  5. AUGUST DARNELL, Christmas on Riverside Drive (A Christmas record, 1981)
  6. CANNED HEAT, Santa Claus is coming to town (Christmas album, 2007)
  7. VINCE GUARALDI, Christmas is coming (A Charlie Brown Christmas, 1965)
  8. BING CROSBY, Jingle bells (White Christmas, 1954)
  9. CHET ATKINS, Jingle bell rock (Christmas with Chet Atkins, 1961)
  10. THE MEXICALI BRASS, White Christmas (Christmas with the Mexicali Brass, 1964)
  11. LOUIS ARMSTRONG, Winter Wonderland (Louis wishes you a cool Yule, 2022)
  12. BOB DYLAN, Have yourself a merry little Christmas (Christmas in the heart, 2009)
  13. JOHNNY CASH, What child is this (Country Christmas, 1992)
  14. CRYSTAL GAYLE, Rudolph the red nosed reindeer (A Crystal Christmas, 1986)
  15. LORETTA LYNN, Oh, come all ye faithful (White Christmas blue, 2016)
  16. SOFT VERDICT, For Christmas only (Ghosts of Christmas past, 1981)
  17. ROD STEWART, Auld Lang Syne (Merry Christmas, baby, 2012)
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29/11/2022

The american metaphysical circus

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Riprendiamo il tema della psichedelia americana più sperimentale con una trasmissione focalizzata su alcuni gruppi orientati alla commistione con l’elettronica.
Al versante colto appartengono Joseph Byrd, allievo di Morton Feldman e John Cage con i suoi United States of America e i Field Hippies, e Jim Cuomo con gli Spoils of war.
Da San Francisco provenivano i Fifty Foot Hose di Cork Marcheschi mentre i Silver Apples agivano a New York e i Lothar and the Hand People a Denver.
What’s become of the baby è un suggestivo brano tratto da uno dei dischi più acidi dei Dead, il palindromo Aoxomoxoa del 1969.
Paul Beaver e Bernard Krause furono tra i primi a utilizzare il moog e a farlo conoscere in ambito rock, per quanto la loro produzione abbia toccato il rock solo tangenzialmente. Gandharva è forse l’opera più celebre del duo, grazie anche alla particpazione di Gerry Mulligan e Bud Shank nella registrazione dal vivo della seconda facciata. Circle x è tratta invece dal precedente Ragnarök del 1969.
As usual… good vibrations!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE UNITED STATES OF AMERICA, The american metaphysical circus (The United States of America, 1968)
  3. SILVER APPLES, Oscillations (Silver apples, 1968)
  4. LOTHAR AND THE HAND PEOPLE, Machines (Presenting Lothar and the Hand people, 1968)
  5. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, The elephant at the door (The american metaphysical circus, 1969)
  6. FIFTY FOOT HOSE, Fantasy (Cauldron, 1968)
  7. SPOILS OF WAR, Void of mystery / The greyness (The spoils of war, 1999)
  8. GRATEFUL DEAD, What's become of the baby (Aoxomoxoa, 1969)
  9. BEAVER & KRAUSE, Circle X (Ragnarok, 1969)
  10. JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, Kalyani (The american metaphysical circus, 1969)
  11. SILVER APPLES, You're not foolin' me (Contact, 1969)
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15/11/2022

Hotel Z (storia di fantasmi)

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All’Hotel Z si arriva di notte e le strade sono sempre lucide di pioggia.
Le lettere HEL dell’insegna al neon ronzano e sfarfallano riflettendosi sui finestrini di un vetusto taxi giallo arenato sugli pneumatici sgonfi.
Dietro il bancone della reception Screamin’ Jay Hawkins è intento in misteriose occupazioni e non solleva mai lo sguardo.
Alle sue spalle un’enorme radio a valvole gracchia un blues di Blind Joe Death.
Di fronte due poltrone logore e un basso tavolino ingombro di di elenchi telefonici e riviste ingiallite.
Per accedere al Cabaret Noir bisogna scendere una ripida scala coperta da un tappeto che una volta doveva doveva essere arancio vivo.
Una guardarobiera che somiglia a Poison Ivy Rorschach vi consegna dei gettoni che non riportano numeri o lettere ma simboli indecifrabili.
Qualcuno dice di averci letto il futuro.
I pesanti tendaggi viola soffocano le conversazioni. Gli occhi sono puntati verso il palco: un comico avanti con gli anni racconta fra un set e l’altro vecchie barzellette che sono più delle freddure.
Ricomincia la musica, i cubetti di ghiaccio roteano e tintinnano pigramente nei liquidi ambrati. I portacenere strabordano di mozziconi e una nebbia azzurrina aleggia sopra i tavoli perforata da un faretto che inquadra i musicisti con un alone del colore del cobalto.
Ogni tanto il barista aziona la pala sospesa al soffitto creando un vortice che allontana il fumo e i pensieri.
La musica continua. Fra il pubblico e sul palco qualcuno è già morto e qualcuno sembra ancora vivo.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NILS PETTER MOLVAER, Switch (Switch, 2014)
  3. TYPE O NEGATIVE, Who will save the sane? (World coming down, 1999)
  4. CONRAD SCHNITZLER & BAAL & MORTIMER, Coat (Con-Struct, 2022)
  5. THE NOTWIST feat. SAYA, Ship (Ship, 2020)
  6. STRANGE ATTRACTOR, Evaporate (Mettle, 2009)
  7. JOHN LURIE, Car Cleveland (Stranger than Paradise, 1985)
  8. HAL WILLNER [prod.], Satyricon (Amarcord Nino Rota, 1981)
  9. COIL, The dreamer is still asleep (Musick to play in the dark, 1999)
  10. THE LEGENDARY PINK DOTS, Hotel Z (9 lives to wonder, 1994)
  11. STAN RIDGWAY, Walkin' home alone (The big heat, 1986)
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01/11/2022

Peek-a-boo!

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A dirla tutta, di Halloween non ce ne potrebbe importare di meno. Prendiamo però questa insulsa festa come scusa per una trasmissione a cui pensavamo da tempo.
Si sa che i ragazzini amano i film e i fumetti dell'orrore, alcuni leggono anche dei libri. Il mattino ha l'horror in bocca, come dice Stephen King. Molti ne rimangono segnati per tutta la vita, com'è avvenuto nel caso del vostro Shadow Weaver. E alcuni mettono le loro passioni nella musica: il legame tra horror e rock risale agli albori del genere, il che non stupisce dal momento che una bella fetta dell'intrattenimento adolescenziale dagli anni Cinquanta in poi si basa su produzioni orrorifiche e fantascientifiche. Anche con fini ideologici e formativi: basti pensare ai monomaniacali omini verdi provenienti dal pianeta rosso animati dall'incontrollabile impulso di sconfiggere l'american way of life. Sempre fallito: come ha detto qualcuno, è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo.
Ma tutto ciò riveste scarsa importanza: godiamoci piuttosto questa oretta di campioni dell voodoo-rock!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE FLAMIN' GROOVIES, Teenage head (Teenage head, 1971)
  3. LMNOP, Ush (Stock footage: music from the films of Roger Corman, 1994)
  4. THE DAMNED, Dr Jekyll and Mr Hyde (The black album, 1980)
  5. WARREN ZEVON, Werewolves of London (Excitable boy, 1978)
  6. BACKYARD BABIES, Pet semetary (The song Ramones the same, 2002)
  7. FRED SCHNEIDER, Radioactive lady eyeball (Just... Fred, 1996)
  8. THE CRAMPS, Voodoo idol (Psychedelic jungle, 1981)
  9. THE GUN CLUB, Devil in the woods (Miami, 1982)
  10. JAMES WHITE AND THE BLACKS, That old black magic (Sax maniac, 1982)
  11. THE LEATHER NUN, Desolation avenue (Desolation ave, 1985)
  12. PAUL LEARY, It is Mikey (The history of dogs, 1991)
  13. THE B-52's, Devil in my car (Wild planet, 1980)
  14. DEVO, Peek-a-boo! (Oh, no! It's Devo, 1982)
  15. COMBUSTIBLE EDISON, Carnival of souls (I, swinger, 1994)
  16. BUTTHOLE SURFERS, Strangers die everyday (Rembrandt pussyhorse, 1986)
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18/10/2022

Paradox City

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Nei dischi della psichedelia americana di fine Sessanta si nascondono delle luminose perle di sperimentazione.
Spesso prodotte da gruppi che realizzarono un unico album se non una manciata di singoli. Come nel caso dei Bohemian Vendetta, band di Long Island che pubblicò un unico lavoro omonimo nel 1968 per la Mainstream e con cui apriamo la puntata di oggi. Del gruppo faceva parte anche Faine Jade, autore nello stesso anno del delizioso Introspection.
Qualche disco in più lo pubblicarono gli Human Beinz, qui a pasticciare con nastri al contrario e chitarre distortissime. Nel 2004 si ricordò di loro l'enciclopedico Tarantino che inserì Nobody but me nella colonna sonora del primo Kill Bill.
I Mad River erano originari dell'Ohio ma si trasferirono a Berkeley in piena Summer of Love, dove strinsero amicizia con lo scrittore Richard Brautigan che li aiutò nella ricerca di un contratto discografico. Brautigan era all'epoca un autore molto in voga e nel 1970 pubblicò anche un album di letture per la Harvest. Il primo, omonimo, album uscì nel 1968 per la Capitol e i brani erano composti prevalentemente da Lawrence Hammond, che anni dopo approdò alla Takoma di John Fahey. Mad River resta uno dei dischi più belli della psichedelia e War goes on sembra quasi echeggiare quelle sperimentazioni che, un continente e un oceano in mezzo, prendevano forma nella mente di capelloni tedeschi come gli Amon Duul.
Free form guitar è ciò che promette il titolo: un assolo di Terry Kath dei (peraltro inoffensivi) Chicago, all'epoca Chicago Transit Authority. Forse un po' datato ma di indubbio fascino.
La ESP-Disk fu fondata a New York nel 1963 dall'avvocato Bernard Stollman con l'intento di promuovere la diffusione dell'esperanto ma si orientò ben presto sull'avanguardia, soprattutto nell'ambito del jazz: Albert Ayler, Ornette Coleman, Sun Ra, Pharoah Sanders e innumerevoli altri. Ma il catalogo ESP comprendeva un po' di tutto, da songwriters come Randy Burns a gruppi di matrice folk-rock come Godz e Pearls Before Swine. Il grande merito dell'ESP era proprio quello di fornire la massima libertà espressiva e uno sbocco discografico ad artisiti che ben difficilmente sarebbero stati messi sotto contratto da una major: e le major erano di gran lunga più aperte allora di quanto avvenga oggi!
Da questa "congrega di fissati" (titolo della prima traduzione italiana di A confederacy of dunces di John Kennedy Toole) estraiamo Holy Modal Rounders, Cromagnon e Fugs. I primi erano un duo folk, in senso molto lato, messo in piedi da Peter Stampfel e Steve Weber in cui militò brevemente anche Sam Shepard. Folli e anarchici potrebbero essere annoverati tra i precursori del wyrd folk. Così come precursori del noise possono coniderarsi i Cromagnon, autori di un unico album nel 1969, variamente ripubblicato come Cave Rock e Orgasm.
I più noti del mazzo sono i Fugs di Ed Sanders e Tuli Kupferberg: venendo dalla beat generation erano anagraficamente lontani dagli hippies ma decisero di adottare il verbo rock (anche qui in senso ampio) per veicolare le loro idee liberarie e contestatrici. Virgin Forest, dal loro secondo album, è uno dei primi utilizzi della tecnica del cut-up di William Burroughs in ambito sonoro.
I brani di marca ESP sono racchiusi tra due collage dei Moving Sidewalks, tratti dal loro unico album del 1968. A metà strada tra gli assemblaggi zappiani e i dischi per testare gli impianti stereo (frequenti i passaggi di canale) Eclipse e Reclipse sono le due anomalie di Flash, disco marcatamente hendrixiano oltre che altra pietra miliare della psichedelia. I Moving Sidewalks furono in tour con Hendrix e il Voodoo Chile, come tramanda la mitologia del rock, fece dono di una chitarra a Billy Gibbons, futuro fondatore degli inossidabili ZZ Top.
Texani come i Moving Sidewals erano i Red Krayola, gruppo dalla storia lunga e articolata che esordì per la International Artists. Fondata nel 1965 a Houston da Fred Carroll la label pubblicò una dozzina di dischi entrati nella leggenda, a cominciare dai 13th Floor Elevators. Alla fine degli anni Settanta l'etichetta fu riportata in vita da Lelan Rogers, fratello psichedelico del cantante country Kenny, per ripubblicarne il catalogo e dare alle stampe la meravigliosa antologia di singoli Epitaph for a Legend.
God bless the Red Krayola, secondo lavoro dei nostri, è completamente agli antipodi del precedente The Parable of the Arable Land. Minimalista e concettuale, prelude alle successive collaborazioni dei Krayola con il collettivo Art & Language.
E texani erano pure Mouse and the Traps, che non giunsero mai alla pubblicazione di un album ma divennero celebri grazie all'inserimento di A Public Execution in Nuggets. Requiem for Sarah è tratto dalla prima antologia del gruppo, curata nel 1982 dalla benemerita Eva.
Buone vibrazioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BOHEMIAN VENDETTA, Paradox city (Bohemian vendetta, 1968)
  3. THE HUMAN BEINZ, April 15th (Evolutions, 1968)
  4. MAD RIVER, War goes on (Mad river, 1968)
  5. CHICAGO TRANSIT AUTHORITY, Free form guitar (Chicago transit authority, 1969)
  6. THE MOVING SIDEWALKS, Eclipse (Flash, 1968)
  7. HOLY MODAL ROUNDERS, Indian war whoop (Indian war whoop, 1967)
  8. CROMAGNON, Fantasy (Cromagnon, 1969)
  9. THE FUGS, Virgin forest (The Fugs, 1966)
  10. THE MOVING SIDEWALKS, Reclipse (Flash, 1968)
  11. THE RED KRAYOLA, Sherlock Holmes (God bless The Red Krayola and all who sail with it, 1968)
  12. MOUSE ANDTHE TRAPS, Requiem for Sarah (Public execution, 1982)
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04/10/2022

Big Fish Popcorn (F for Fake)

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Un'afosa notte d'agosto ci è apparso in sogno il Signore delle Illusioni.
"Sono un grande estimatore di Vintage Season e sono lieto di annunciarti che sei passato al secondo livello" ci disse. "Puoi fregiarti del titolo di Trickster e mi attendo una puntata all'altezza del tuo appellativo".
Svegliandoci in un bagno di sudore cercammo come prima cosa di interpretare il sogno con i cascami diurni, dal momento che in quel periodo stavamo leggendo Ready Player One di Ernest Cline. L'allusione al secondo livello poteva spiegarsi con la conclusione del primo ciclo della trasmissione. Di più ardua interpretazione il titolo elargitoci nella sua maestosa generosità dal temibile Signore.
Malgrado il caldo comiciammo a essere percorsi dai brividi. Ci sovvenne però che Shadow Weaver opera anche come Fukashita e che il suo esordio nel mondo delle illusioni fu un breve scritto su uno scherzo. Essendo il trickster un gran burlone giungemmo alla conclusione che ci si apettava da noi un'emissione su questo tema.
Ecco quindi a voi un'oretta di beffe, gruppi immaginari, giochi di parole e chi più ne ha più ne metta.
Introducing... Eddie and the Falcons! Gruppo immaginario creato da Roy Wood, fondatore di Move ed Electric Light Orchestra, per il secondo album dei suoi Wizzard. Modellato sulla Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il gruppo propone un entusiastico tributo al rock'n'roll della fine degli anni Cinquanta, particolarmente evidente nelle Everyday I wonder con la sua citazione di Runaway di Del Shannon.
Un tratto ricorrente dei lavori che proporremo è l'esplicito richiamo a un'epoca felice in cui le cose venivano dipinte come semplici e genuine. Il più delle volte, per chiari motivi anagrafici, coincide con l'adolescenza degli artisti in campo. Per molti è l'età aurea del r'n'r e questo spiega il ricorso a nomi di finzione nei quali un frontman carismatico è afficancato da una band di supporto.
Quando gli XTC pubblicarono 25 o'clock sotto lo pseudonimo di The dukes of stratosphear, l'età dell'oro venne spostata un po' avanti, circa 1967, il momento di passaggio dal beat alla prima psichedelia: quella britannica, colorata, trasudante creature fatate e giochi di parole alla Lewis Carroll.
Tutt'altre intenzioni covava Kim Fowley, il Dorian Grey del rock'n'roll, quando mise insieme i Venus and the Razorblades. Nelle intenzioni, la band avrebbe dovuto lanciare la moda punk a Los Angeles, dopo che Fowley le aveva provate un po' tutte per attingere alla cornucopia del successo. Di cui aveva goduto per un po' con il management delle Runaways, ma forse i tempi non erano ancora maturi: glam e punk andavano ancora poco d'accordo.
La storia dei Masked Marauders è un esempio di come l'industria discografica possa permettersi di svelare parodisticamente i propri meccanismi senza compromettere i profitti.
Tutto iniziò con la recensione di un doppio bootleg immaginario, scritta sotto pseudonimo da Greil Marcus, all'epoca editor di Rolling Stone, in colmbutta con Bruce Miroff. Nel mirino venivano inquadrati due bersagli: la voga dei supergruppi (CSNY e simili) e il fanatico collezionismo dei consumatori, all'epoca a caccia del leggendario album bianco di Dylan, considerato il primo bootleg della storia (rock, ovviamente, visto che nel jazz la pratica era già ampiamente diffusa).
Il bootleg in questione avrebbe catturato una session a cui parteciparono Mick Jagger, Dylan e i Beatles (senza Ringo) sotto pseudonimo a causa dei rispetivi vincoli contrattuali. La recensione era scritta talmente bene e piena di dettagli verosimili che molti, vittima delle proprie passioni, finirono per credere all'esistenza del disco. In una significativa consonanza tra mercanti e acquirenti la Warner prese l'iniziativa di reclutare una misconosciuta band di San Francisco, la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, a cui fece incidere i brani citati nella recensione nello stile il più vicino possibile a quello dei musicisti presumibilmente coinvolti.
Come nel miglior complottismo, quando lo scherzo venne svelato alcuni rifiutarono di crederci!
Molto diverso il caso di Big fish popcorn dei Kings of Oblivion: qui siamo al cospetto del sincero omaggio a un Maestro. Che è Zappa, mentre i devoti discepoli rispondono al nome di Jakko M. Jakszyk e Gavin Harrison, i quali, con la complicità di Phil Smee della Bam Caruso, fanno uscire nel 1987 un album retrodatato a vent'anni prima e palesemente ispirato al doppio Uncle Meat.
Le citazioni filologiche e il nome del gruppo (preso dal terzo album dei Pink Fairies del 1973) erano divertiti ammiccamenti agli Avvertiti. Ma qualcuno prese la cosa sul serio, il che non ci stupisce più di tanto dal momento che in quel periodo leggemmo un articolo pubblicato su un noto mensile (di fatto un catalogo commentato della mercanzia di un noto negozio di dischi del varesotto) in cui si esaltava Rockette Morton della Magic Band come una delle prime bassiste della storia del rock.
Ineluttabile il collegamento con Ruben and the Jets, veicolo zappiano per celebrare tutto il suo sincero amore per doo wop e rock'n'roll.
I Rutles erano un'elaborata e affettuosa parodia dei Beatles di ascendenza Monty Python e Bonzo Dog Band, dal momento che artefici ne erano Eric Idle e Neil Innes con l'appoggio entusiasta di George Harrison. Rimandiamo al loro sito ufficiale per approfondirne la vicenda, fatta di dischi, finti documentari e bootleg.
Curiosità d'epoca quella di The Sensational Guitars Of Dan & Dale, gruppo creato da membri dei Blues Project e dell'Arkestra di Sun Ra per sfornare dischi on demand concepiti per sfruttare le mode del momento. Tra questi un Batman and Robin del 1966, parte dei gadget legati alla serie televisiva interpretata da Adam West, inarrivabile icona pop dei Sixties.
Godibilissimo lo scherzo dei Big Daddy, sedicente band catturata nel corso di un tour all'epoca della guerra di Corea che, rilasciata dopo quasi tre decenni, si ritrova a interpretare le hit degli anni Ottanta con lo stile che le è proprio. Competenza e buon gusto rendono l'ascolto dei loro dischi un vero piacere.
Non un fake, ma un caso di pseudomorfosi, fu quello dell'ultimo album dei Velvet Underground. In geologia si intende con questo termine un minerale che assume la forma esterna di un'altra specie mantenendo la sua composizione chimica; ciò può avvenire per alterazione, incrostazione o sostituzione. Un'esempio di quest'ultima casistica è il legno pietrificato, quando la silice prende la forma delle fibre di legno che ha lentamente sostituito. I Velvet persero per strada uno dopo l'altro tutti i membri del disco d'esordio. Quando anche Maureen Tucker se ne andò rimase solo Doug Yule, entrato nel 1968 al posto di John Cale. Yule era ossessionato da Lou Reed, con il quale cercava in tutti i modi di identificarsi, e portò avanti il gruppo fino al 1973. L'anno precedente era uscito Squeeze, ultimo atto dei Velvet, in cui Yule suona tutti gli strumenti, coadiuvato alla batteria da Ian Paice dei Deep Purple. Tra l'altro non è nemmeno un brutto disco.
Non siamo purtroppo riusciti a inserire nella scaletta qualche brano dell'unico disco di Johnny Piss-Off. Anche perché, probabilmente, non esiste: su alcuni oscuri blog circola da tempo la leggenda relativa a un album realizzato alla fine degli anni Settanta da un manipolo di rockstars che intendevano prendersi una rivalsa sui quei teppistelli privi di rispetto che li consideravano dei bolsi dinosauri anacronistici. Costoro si immaginarono un rimbambito punk incontinente che registò un intero album con mezzi di fortuna in una casa di riposo nei sobborghi di Londra. Alcuni sostengono che dietro Johnny si celassero Dylan, Neil Young e John Lennon (in tal caso ci sarebbe una notevole autoironia). Per altri l'idea è da attribuirsi al sosia di Paul McCartney che, non si sa come, riuscì a coinvolgere nell'impresa Jim Morrison ed Elvis Presley, ritiratisi a vita privata dopo aver simulato la propria dipartita. In ogni caso non possiamo che rimanere incantati di fronte a titoli come quello che dà nome all'album, oppure Piss me a river e Do you really want to piss me?
Al di là del divertimento, gli scherzi di cui abbiamo parlato rappresentano un sano antidoto alla seriosità fuori luogo di tanta parte del mondo del rock. Non c'è niente di più patetico e irritante di un cantante di musica leggera che pretende di spiegarti il senso della vita e proporre soluzioni ai mali del mondo.
O no?

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. WIZZARD, Intro (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  3. VENUS AND THE RAZORBLADES, Punk-A-Rama (Songs from the sunshine jungle, 1978)
  4. THE DUKES OF STRATOSPHEAR, 25 o'clock (25 o'clock, 1985)
  5. THE SENSATIONAL GUITARS OF DAN & DALE, Batman and Robin over the roofs (Batman and Robin, 1966)
  6. THE KINGS OF OBLIVION, Big fish popcorn (Big fish popcorn, 1987)
  7. THE MOTHERS OF INVENTION, You didn't try to call me (Cruising with Ruben and the Jets, 1968)
  8. BIG DADDY, Dancing in the dark (Meanwhile... back in the States, 1985)
  9. RUTLES, Doubleback Alley (Millstones, 1996)
  10. THE MASKED MARAUDERS, Season of the witch (The masked marauders, 1969)
  11. WIZZARD, Everyday I wonder (Introducing Eddy and the Falcons, 1974)
  12. THE VELVET UNDERGROUND, Louise (Squeezee, 1972)
  13. BIG DADDY, Every breath you take (Meanwhile... back in the States, 1985)
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20/09/2022

Morning dew

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R.U. ready to rock? Vintage Season torna a calcare la scena del musicale (citazione di Elio) e lo fa, coerentemente con la sua visione di circolarità, con una puntata dedicata alle cover.
L'onore di aprire le danze lo affidiamo agli Einstürzende Neubauten che rileggono uno dei classici della canzone di protesta di Tim Rose.
Nel 1990 la Elektra pubblicò il monumentale Rubáiyát, quadruplo album celebrativo dei quarant'anni di vita dell'etichetta, in cui artisti contemporanei reinterpretavano classici del suo pregevole catalogo: dai Doors ai Love, dai Television agli Stooges. Questi ultimi sono omaggiati da John Zorn in compagnia dell'urlatore folle Yamatsuka Eye.
Prossimi a Zorn i Mofungo di Elliott Sharp con un pezzo di Sonny Boy Williamson. I tetragoni Sepultura incontrano, imprevedibilmente, Bob Marley in una bella collezione di covers pubblicata nel 1994 dalla Roadrunner: il titolo, didascalicamente, Covered.
They're coming to take me away, ha-haaa! È un piccolo classico del genere novelty, pubblicato nel 1966 da Jerry Samuels, alias Napoleon XIV, divenuto celebre grazie ai passaggi radiofonici e alle compilazioni di Dr. Demento. Qui lo riprendono i Lard, ma ne esiste anche una divertente versione italiana dei Balordi, gruppo beat protodemenziale milanese in cui militava un giovanissimo Marco Ferradini.
Ulver e Plan 9 rileggono due gioiellini della psichedelia americana di fine Sessanta, rispettivamente Can you travel in the dark alone dei Gandalf e Five years ahead of my time dei Third Bardo. La classe non è acqua.
Scelta piuttosto singolare quella dei Cathedral di riproporre You know dal secondo album dei Curved Air, un'esclusiva per il mercato giapponese inserita come bonus nell'edizione Toy's Factory di Hopkins. Altra chicca è la Misery farm dei Current 93 presentata in un singolo a tiratura limitata venduto ai concerti che il gruppo tenne a New York nel 1999: si può anche affrontare i tempi ultimi con il sorriso sulle labbra.
Curiosa accoppiata quella degli Hawkwind con Samantha Fox; unica eccezione tra le pochissime covers degli Psychedelic Warlords, tutte dedicate ai Pink Floyd.
I Monks erano un gruppo formato da militari americani stanziati a Francoforte che pubblicò una manciata di singoli e un solo album nel 1966. Solevano presentarsi sul palco con dei sai neri e facevano largo uso di feedback e di un inedito banjo elettrificato: tutte cose di cui qualcuno si ricordò ai tempi del punk. Nel 2006 vennero omaggiati dalla berlinese Play loud! Productions con Silver Monk Time, un doppio compact disc dove comparivano, tra gli altri, i Fall, i Silver Apples con Alan Vega e i Faust. Per la precisione la fazione di Joachim Irmler: ci piace immaginare che li abbiano visti in tenera età a Beat Club. Della partita erano anche le nostra amatissime Raincoats con Monk chant.
Eugene Chadbourne è il John Zorn della chitarra, capace si saltare con disinvoltura dall'improvvisazione più radicale e spaventapasseri al pathos sentimentale del Country & Western. Prova ne è la I talk to the wind dei King Crimson tratta da Camper van Chadbourne del 1987.
E con i Camper chiudiamo la trasmissione: Beautiful child proviene dalla rilettura integrale che fecero nel 2002 di Tusk dei Fleetwood Mac, campione d'incassi del 1979.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EINSTURZENDE NEUBAUTEN, Morning dew (Fuenf auf der Nach oben Offenen Richterskala, 1987) [TIM ROSE]
  3. JOHN ZORN, TV eye (Rubáiyát, 1990) [THE STOOGES]
  4. MOFUNGO, Fattenin' frogs for snakes (Wok, 1989) [SONNY BOY WILLIAMSON]
  5. SEPULTURA, War (Covered, 1997) [BOB MARLEY]
  6. LARD, They're coming to take me away (The last temptation of Reid, 1990) [JERRY SAMUELS]
  7. ULVER, Can you travel in the dark alone (Childhood's end, 2012) [GANDALF]
  8. CATHEDRAL, You know (Hopkins, 1996) [CURVED AIR]
  9. PLAN 9, Five years ahead of my time (Plan 9, 1984) [THIRD BARDO]
  10. HAWKWIND & SAMANTHA FOX, Gimme shelter (Gimme shelter, 1993) [ROLLING STONES]
  11. RAINCOATS, Monk chant (Silver monk time, 2006) [THE MONKS]
  12. EUGENE CHADBOURNE & CAMPER VAN BEETHOVEN, I talk to the wind (Camper van Chadbourne, 1987) [KING CRIMSON]
  13. CURRENT 93, Misery farm (Misery farm, 1999) [C. JAY WALLIS]
  14. CAMPER VAN BEETHOVEN, Beautiful child (Tusk, 2002) [FLEETWOOD MAC]
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15/07/2022

I viaggi formano la gioventù

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Giunti alla conclusione di questo primo ciclo di Vintage Season ci congediamo temporaneamente dai nostri pazienti ascoltatori con una puntata dal sapore estivo e dall'elevata temperatura. Del resto fa caldo anche qui...
Ce ne andremo in giro per il mondo con la fantasia, saltando dalla Siberia dei Pikapika Teart al Giappone degli After Dinner per approdare infine al Messico dei Plateau. E in mezzo un po' di tutto.
Auguri di buone vacanze a tutte le nostre ascoltatrici e ai nostri ascoltatori e a risentirci a settembre!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PIKAPIKA TEART, Slavyanskaya 1 (Moonberry, 2010)
  3. AFTER DINNER, Ironclad mermaid (Paradise of replica, 1989)
  4. CLOCK DVA, Impressions of african winter (Thirst, 1981)
  5. CABARET VOLTAIRE, Yashar (2x45, 1982)
  6. 23 SKIDOO, The gospel comes to New Guinea (The gospel comes to New Guinea / Last words, 1981)
  7. TUXEDOMOON, Courante marocaine (Suite en sous-sol, 1982)
  8. MUSLIMGAUZE, Turkish falaka (Buddhist on fire, 1984)
  9. AQSAK MABOUL, I viaggi formano la gioventù (Un peu de l'ame des bandits, 1980)
  10. EMBRYO, Strasse nach Asien (Embryo's Reise, 1979)
  11. PLATEAU, Zumampa (Nemesis 3, 1988)
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01/07/2022

Clocks and clouds

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“A scuola, la maggior parte dei miei amici ascoltava soul, blues, punk, disco, heavy metal: musiche di ogni tipo. Soltanto a due di noi (su più di cento ragazzini) piaceva qualcosa di completamente diverso: una colpevole passione condivisa. Per noi i nomi di certi gruppi – sconosciuti ai nostri compagni – erano una specie di lingua segreta che produceva un riconoscersi e capirsi al volo: National Health, Caravan, Soft Machine, Henry Cow, Hatfield and the North…
Ho sempre pensato che l’aspetto più radicale di quella musica fosse l’inosservanza delle linee di demarcazione: era sperimentale eppure melodiosa; ti catturava il cervello ma anche il corpo; era complessa ma anche affabile e accessibile; non si sapeva mai come potesse proseguire; qualche volta pareva musica classica suonata da un gruppo pop; qualche altra, jazz suonato da un complesso da camera. I musicisti che la facevano erano geniali compositori e improvvisatori, musicisti di prim’ordine, pieni di talento eppure (concosciuti di persona, in anni successivi) assolutamente modesti e alla mano.”
Così Jonathan Coe nelle note di Never odd or even, il primo album della Artchipel Orchestra, che dà sinteticamente e magistralmente voce all’esperienza personale di molti appassionati di musica.
Questa puntata segue la falsariga della trasmissione dedicata a Lindsay Cooper, partendo dall’Artchipel Orchestra per parlare dello straordinario chitarrista Phil Miller.
La collaborazione risale infatti al primo disco dell’Orchestra, dove Miller figura come ospite in tre brani, e che rappresenta un po’ una dichiarazione di intenti del gruppo: il richiamarsi a quello fertile momento creativo che fu il jazz e il jazz rock britannico degli anni Settanta. Da qui le interpretazioni di composizioni di Mike e Kate Westbrook, Fred Frith, Dave Stewart e Alan Gowen.
Il discorso fu ripreso nel 2020 con Truly yours, interamente dedicato alle composizioni di Phil Miller e pubblicato tre anni dopo la sua scomparsa.
Nei link si possono trovare pagine esaustive e dettagliate su Miller, qui basti dire che fu tra i fondatori di gruppi del calibro di Delivery e Hatfield and the North, Matching Mole e National Health. Nomi che suonano dolci come miele alle nostre orecchie.
I Delivery nascono come band dalla matrice rock blues ma già si intuiscono le potenzialità dei musicisti che, per dire, comprendono la cantante Carol Grimes ma anche il fratello di Miller, Steve, Lol Coxhill e Roy Babbington, poi con Caravan e Soft Machine.
Dopo Fools meeting, loro unico album, i Delivery si sbandano: Steve entra nei Caravan mentre Phil viene reclutato da Robert Wyatt nei Matching Mole (il peculiare humor di Wyatt: sorta di pronuncia anglofrancese di Soft Machine).
I fratelli Miller si ritroveranno poi negli Hatfield and the North, fino a quando Phil entrerà nel supergruppo canterburiano National Health in cui confluiscono musicisti provenienti da Egg, Henry Cow e Gilgamesh.
A partire dagli anni Ottanta Miller si dedicherà principalmente alla carriera solista, che passa anche attraverso il suo gruppo In Cahoots e le collaborazioni con il chitarrista e bassista Fred Baker.
Per dare un linea alla selezione proponiamo tre versioni di Calyx, una delle composizioni più note di Miller che ha dato anche il nome a uno dei più importanti siti dedicati al suono di Canterbury: quella dal primo album degli Hatfield con Wyatt alla voce, l’interpretazione dell’Artchipel e quella di Miller con Fred Baker.
Ben rappresentati I National Health: Paracelsus è un breve inedito tratto da un pregevolissomo doppio compact disc della East Side Digital che raccoglie l’intera produzione del gruppo, mentre dalla complementare compilazione di inediti Missing pieces proviene Clocks and clous, frutto di una session radiofonica del 1976. The collapso, da Of queues and cures, rielabora Theme One dei Van Der Graaf Generator: e anche stavolta siamo riusciti in qualche modo a inseririli!
Culture vulture, caustico ritratto di un tipo umano tanto esiziale quanto diffuso, arriva da una collaborazione tra il sassofonista degli Henry Cow, Geoff Leigh, e il tastierista belga Frank Wuyts.
Anche stavolta ci affidiamo all’Artchipel per la chiusura, con una composizione di Ferdinando Faraò dedicata alla memoria di Pip Pyle.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. NATIONAL HEALTH, Paracelsus (excerpt) (Complete, 1990)
  3. DELIVERY, Blind to your light (Fools meeting, 1970)
  4. HATFIELD AND THE NORTH, Calyx (Hatfield and the North, 1974)
  5. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Calyx (Truly yours, 2020)
  6. NATIONAL HEALTH, Clocks and clouds (Missing pieces, 1996)
  7. HATFIELD AND THE NORTH, Lounging there trying (The rotter's club, 1975)
  8. MATCHING MOLE, Part of the dance (Matching mole, 1972)
  9. PHIL MILLER, Green & purple (Cutting both ways, 1987)
  10. NATIONAL HEALTH, The collapso (Of queues and cures, 1978)
  11. GEOFF LEIGH & FRANK WUYTS, Culture vulture (From here to drums, 1988)
  12. PHIL MILLER & FRED BAKER, Calyx (Double up, 1992)
  13. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Big orange (Never odd or even, 2012)
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17/06/2022

At the mountains of madness

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Nel corso delle precedenti puntate di VS abbiamo più di una volta fatto riferimento a H.P. Lovecraft e già da tempo pensavamo di dedicargli un’intera emissione. Grazie a un bell’articolo di Gennaro Fucile pubblicato su Musica Jazz di maggio la trasmissione ce la siamo trovata pronta da servire in tavola.
Non cessa di stupire come l’opera di questo disadattato abbia potuto influenzare tanta parte della cultura contemporanea. Forse la risposta più convincente al quesito l’ha fornita Fritz Leiber quando lo definisce un Copernico letterarario, colui che ha riformulato le basi della narrativa dell’orrore dal suo angolo di pubblicazioni amatoriali e riviste pulp, influendo successivamente su ambiti artistici, come la musica, affatto marginali all’interno della sua produzione.
Iniziamo con un brano dei Pacific 231 che in verità non ha un’attinenza diretta con HPL ma serve a, diciamo così, entrare in atmosfera. E poi proviene da quell’ambito (zehul, avant-prog, industrial) che riesce più di altri a tradurre in suoni quel senso di orrore cosmico che pervade l’opera dello scrittore.
Per quel che ne sappiamo gli H.P. Lovecraft furono il primo gruppo a ispirarsi, non solo nel nome, alle sue opere. Formatisi a Chicago nel 1967 si trasferirono ben presto a San Francisco e pubblicarono due album per la Philips. Ci torneremo sopra in una prossima puntata.
Di qualche anno dopo è C'Thlu Thlu dei Caravan da For girls who plump in the night, disco un tantino (ingiustamente) sottovalutato che si avvale di numerosi prestigiosi ospiti come Tony Coe e Paul Buckmaster.
Paul Roland è uno che di Lovecraft se ne intende: basti leggere il suo “Il sogno e l'incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft” pubblicato nel 2017 da Tsunami. Narratore, musicista, studioso del soprannaturale e del paranormale ha dedicato buona parte del suo Re-animator a HPL, utilizzando per la copertina il famoso ritratto di Virgil Finlay.
C'è da perdere la testa a cercare di star dietro alla discografia di John Zorn. L'episodio che proponiamo è tratto dal granitico At the mountain of madness, registrato dal vivo a Mosca e Lubiana nel 2004.
Gli Shub Niggurath, che prendono il nome dal Capro Nero dai Mille Cuccioli, erano un gruppo francese in linea con Art Zoyd e Univers Zero mentre Bevis Frond non richiede presentazioni; queste seconde Miskatonic variations sono tratte dal mastodontico New river head del 1991. Accreditata a The Parthenogenetick Brotherhood of Woronzow, una prima Miskatonic variations si può trovare su Acid jam del 1988.
Chiudiamo, circolarmente, con Mind mirror: tempo e spazio sono solo illusioni sognate da Azathoth, il dio cieco e idiota che gorgoglia e bestemmia al centro dell'universo.
Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. PACIFIC 231 & B. WOLF, Mind mirror (Chant d'amour, 1987)
  3. CARAVAN, C'Thlu Thlu (For girls who plump in the night, 1973)
  4. PAUL ROLAND, Abdul Alhazred (Re-Animator, 2007)
  5. H.P. LOVECRAFT, The white ship (H.P. Lovecraft, 1967)
  6. SHUB NIGGURATH, Yog Sothoth (Les morts vont vite, 1986)
  7. ELECTRIC MASADA, Metal tov (At the mountains of madness, 2005)
  8. BEVIS FROND, The Miskatonic variations II (New river head, 1991)
  9. PAUL ROLAND, Cthullu (Re-Animator, 2007)
  10. PACIFIC 231, Mind rorrim (Chant d'amour, 1987)
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03/06/2022

American gothic

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David Ackles è uno di quegli artisti che non ebbe in vita un riconoscimento pari al proprio valore. O, per meglio dire, lo ebbe da numerosi ciritici e colleghi musicisti, ma il pubblico gli voltò pervicacemente le spalle. Forse i suoi riferimenti risultavano oscuri, e spiazzava il mix di chansonnier francesi, teatro espressionista e vaudeville che sotto qualche aspetto lo accomuna a Scott Walker. E poi c’è stata la carriera musicale breve, interrotta da un incidente, e una visione del mondo compassionevole ma disincantata, legata alla sua profonda religiosità.
Se c’è un paese che più di altri lo ha amato è stata la Gran Bretagna, dove raccolse parole di elogio e ammirazione da parte di Elton John ed Elvis Costello. E dove, paradossalmente, registrò il suo conclamato capolavoro American gothic, prodotto da Bernie Taupin.
Il resto della puntata odierna gira intorno al mood del gotico americano, senza un particolare riferimento all’accezione che se ne è data negli ultimi anni.
Pretty Polly è una delle più famose murder ballads britanniche; tra le centinaia di interpretazioni abbiamo scelto quella di Judy Collins, qui accompagnata tra gli altri da Stephen Stills e Van Dyke Parks.
Largo spazio dedichiamo a John Cale, a cominciare dalla sua cover di Heartbreak Hotel, la struggente canzone resa immortale da Elvis Presley. Ghost story proviene invece dal suo primo album solista, Vintage violence del 1970. Nelle vesti di produttore e arrangiatore Cale fu anche l'eminenza grigia dietro i due dischi più belli di Nico: The marble index e Desertshore. La rilettura di Janitor of lunacy, da quest’ultimo, è opera di X-TG, ovvero I Throbbing Gristle senza Genesis P-Orridge; inconfondibile la voce di Antony Hegarty.
E poi ancora Nico con il toccante ricordo di Lenny Bruce scritto da Tim Hardin. Il disco è Chelsea girl e l’epoca quella in cui Nico si esibiva nei locali di New York con Jackson Browne e Tim Buckley.
Sempre Cale produsse anche alcuni brani del primo album dei Modern Lovers di Jonathan Richman, l’eterno ragazzo del rock’n’roll, avallandone lo status di anello di congiunzione tra Velvet Underground e Talking Heads. Tra l’altro Richman somiglia come una goccia d’acqua al Battaglia, il parrucchiere socio dell’Ernesto da cui mia madre mi portava da bambino a tagliare I capelli.
Quando i Canned Heat pubblicarono nel 1968 Living the blues ci cacciarono dentro un po’ di tutto, compresa una Fried hockey boogie dilatata a occupare due intere facciate del doppio album, implacabilmente omessa dalle prime ristampe in compact disc. Collezionisti, studiosi, amici di John Fahey, furono forse tra i pochi a cavar fuori qualcosa di originale dal blues, come dimostra questa One kind favor che è una cover della See that my grave is kept clean composta nel 1928 da Blind Lemon Jefferson.
Fondati dal chitarrista e cantante Steve Morgen a Long Island, i Morgen pubblicarono un solo omonimo album nel 1969 dal suono particolarmente duro e sporco malgrado i frequenti riferimenti fiabeschi dei testi.
I knew Buffalo Bill è l’unico album di quello che si diceva una volta un supergruppo, un’estemporaneo ritrovo di tipi poco raccomandabili provenienti da Barracudas, Swell Maps, Gun Club e Birthday Party. Recentissimo invece Black rider on the storm, frutto della collaborazione tra King Dude e Der Blutharsch: “ballads of a cowboy lost in Austria”, per citare le laconiche ma pertinenti note di copertina.
Richard Farina e Swans sono amici di VS dalla prima puntata e non manchiamo di inserirli qua e là con immutata stima e ammirazione.
Two shots to the head conclude la puntata, così come Dark undercoat, l’album di esordio del 2008 di Emily Jane White.
Dark was the night, cold was the ground...

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JUDY COLLINS, Pretty Polly (Who knows where the time goes, 1968)
  3. RICHARD & MIMI FARINA, Raven girl (Reflections in a crystal wind, 1965)
  4. DAVID ACKLES, American gothic (American gothic, 1972)
  5. CANNED HEAT, One kind favor (Living the blues, 1968)
  6. MORGEN, Welcome to the void (Morgen, 1969)
  7. JOHN CALE, Heartbreak hotel (Slow dazzle, 1975)
  8. JEREMY GLUCK, Looking for a place to fall (I knew Buffalo Bill, 1987)
  9. KING DUDE & DER BLUTHARSCH, Dead man (Black rider on the storm, 2022)
  10. SWANS, Failure (White light from the mouth of infinity, 1991)
  11. MODERN LOVERS, Hospital (The modern lovers, 1976)
  12. JOHN CALE, Ghost story (Vintage violence, 1970)
  13. NICO, Eulogy to Lenny Bruce (Chelsea girl, 1967)
  14. X-TG, Janitor of lunacy (Desertshore / The final report, 2012)
  15. EMILY JANE WHITE, Two shots to the head (Dark undercoat, 2008)
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20/05/2022

To Lindsay

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Vintage Season taglia il traguardo della decima puntata e, avendo visto di recente l’Artchipel Orchestra con Jonathan Coe, abbiamo pensato di dedicare la trasmissione odierna a un loro progetto di qualche anno fa.
To Lindsay, pubblicato nel 2017, è un omaggio alla memoria di Lindasy Cooper.
Rendere conto in poco spazio della grandezza di Lindsay Cooper come musicista e compositrice è impresa impossibile. Cercheremo solo di dar sinteticamente conto di alcuni dei percorsi seguiti nel corso della sua carriera.
Partiamo con Henry Cow, il gruppo a cui il suo nome è forse più legato, con due brani tratti dal primo e dall’ultimo loro disco, rispettivamente Legend (o Leg-end in virtù dell'operazione tra il concettuale e il dissacrante che sta dietro le copertine dei primi tre album, in sintonia con il nome stesso del gruppo) del 1973 (Amygdala) e Western culture del 1978 (Half the sky, qui nell’interpretazione dell’Artchipel).
Metà del cielo: se in Henry Cow la componente femminile era tutt’altro che secondaria in News from Babel diventa preponderante. Questo progetto durato un paio d’anni vede infatti, insieme alla Cooper, Chris Cutler, Dagmar Krause e Zeena Parkins.
Un importante filone dell’attività di Lindsay Cooper fu la composizione di colonne sonore. Ne diamo un paio di assaggi: Iceland è tratto da The gold diggers di Sally Potter, a sua volta musicista e parte del Feminist Improvising Group oltre che sorella di Nic, bassista dei Van Der Graaf Generator. Interprete del film è Julie Christie, una delle più carismatiche attrici del cinema britannico, ma ci è data anche la possibilità di vedere Lol Coxhill negli inconsueti panni di attore.
Film music proviene dalla colonna sonora di The song of the shirt, film del 1979 scritto e diretto da Susan Clayton e Jonathan Curling, incentrato sulla vita delle ricamatrici sul cui duro e mal retribuito lavoro nacque e prosperò intorno alla metà dell’Ottocento l’industria londinese dell’abbigliamento.
Il brano è contenuto nell’album Rags, uscito l’anno successivo, e dallo stesso film proviene anche Pictures from the Great exhibition, pubblicato in origine su singolo e incluso successivamente nel doppio Rarities (consigliatissimo per via delle numerose musiche di scena e per diversi brani dell’estemporaneo Trabant Trio con Phil Minton e Alfred Harth).
Trabant Trio, Feminist Improvising Group, Fred Frith appartengono al lato più radicale della sua attività, ma la Cooper ebbe modo di collaborare con artisti dei più diversi: dagli Swans di Children of God agli Egg di The civil surface. E fu anche parte dei Comus, all’epoca del secondo album, così come dei Pedestrians di David Thomas (uno delle schegge impazzite scagliate dalla collisione cosmica fra Pere Ubu, Red Crayola e Henry Cow).
Nightmare proviene da un album del 2004 dedicato alle onde Martenot da Thomas Bloch, musicista francese specializzato in strumenti inusuali. Un brano affascinante, grazie al particolare suono delle onde Martenot e alla voce drammatica di Phil Minton.
I paradossi della fisica quantistica forniscono nel 1991 l'ispirazione per Schrödinger's Cat: “Science does not need mysticism, and mysticism does not need science; but man needs both. Mystical experience is necessary to understand the deepest nature of things and science is essential for modern life. What we need therefore is not a synthesis but a dynamic interplay between mystical intuition and scientific analysis”.
Chiudiamo con To Lindasay, composta da Ferdinando Faraò per l’Artchipel Orchestra e dedichiamo questa trasmissione all’amico Giovanni, compagno di avventure ai tempi di Radio Varese, che mi regalò anni fa un bellissimo cd contenente Rags e The gold diggers.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. HENRY COW, Amygdala (Legend, 1973)
  3. ARTCHIPEL ORCHESTRA, Half the sky (To Lindsay, 2017)
  4. DAVID THOMAS AND THE PEDESTRIANS, Semaphore (Variations on a theme, 1983)
  5. LINDSAY COOPER, Pictures from the great exhibition (Rarities, 2014)
  6. NEWS FROM BABEL, Dark matter (Letters home, 1986)
  7. SWANS, Blackmail (Children of God, 1987)
  8. LINDASY COOPER, Film music (Rags, 1980)
  9. LINDASY COOPER, The particle dance (Schrödinger's Cat, 1991)
  10. THOMAS BLOCH, Nightmare (Ondes Martenot, 2004)
  11. LINDSAY COOPER, Iceland (The gold diggers, 1983)
  12. ARTCHIPEL ORCHESTRA, To Lindasy (To Lindsay, 2017)
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06/05/2022

La musica di Erich Zann

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La puntata di oggi di VS gira in buona parte intorno a quel meraviglioso strumento che è il violino.
Largo quindi al maestro Darryl Way che fa sfoggio della sua abilità sia con I Curved Air sia con I suoi Wolf, gruppo che incise tre album per la Deram e che vantava blasonate collaborazioni, come John Etheridge dei Soft Machine e Ian McDonald dei King Crimson che produsse il loro primo lavoro.
La Electric Light Orchestra, prima di diventare una band pop dallo straordinario successo commerciale, manifestava ancora quella peculiare eccentricità dei Move, dai quali derivava. E poi erano di Birmingham come i Black Sabbath.
Dave Arbus degli East of Eden è noto ai più come il violinista di Baba O'Riley degli Who. In The Stable Of The Sphinx è uno dei pezzi forti di Mercator Projected del 1969. Siamo sempre in casa Deram, sottomarca progressive della Decca tra le più lungimiranti e coraggiose.
Cosa dire degli High Tide? Unici, immensi, paragonabili a nessun altro.
Quando nel 1975 i Van Der Graaf Generator decisero di riunirsi persero momentaneamente per strada il Generatore ma allargarono la formazione andando a ripescare il bassista dei primordi Nic Potter e arruolando il violinista Graham Smith proveniente dagli String Driven Thing, gruppo minore ma non disprezzabile del prog britannico.
Questa seconda fase del gruppo, che si chiuderà con il doppio live Vital del 1978, si caratterizza per un suono duro e aspro che non mancò di suscitare l’ammirazione di alcune delle personalità emergenti del punk, John Lydon in primis.
La musique d'Erich Zann è un’improvvisazione scaturita dalla lettura del racconto di Lovecraft e quasi pare di avvertire in questi pochi minuti quei venti provenienti dal nulla che Zann cercava di tenere a bada con il suono ossessivo del suo strumento.
La tastierista Patricia Dallio, oltre a militare negli Art Zoyd, ha prodotto diversi album a suo nome. Liquidateurs vede al violoncello Fabienne Ringenbach mentre le voci appartengono a una manifestazione contro la costruzione di una centrale nucleare. Dark in opposition!
Il passo che ci conduce agli Art Zoyd è quindi breve; Ballade, insolitamente serena per la loro media, è tratta da uno dei loro album più belli: Phase IV del 1982.
Abbiamo tenuto per ultimi due gruppi di culto di VS: Legendary Pink Dots e Shock Headed Peters.
Come una favola narrata accanto al camino, i primi ci incantano con un breve racconto gotico in cui dei volti di pietra scrutano dall’alto un’umanità desolata dipinta con tratti espressionisti.
Mon repos riesce a essere al tempo stessa fredda e tagliente come un vento invernale, malinconica e rugginosa come un bosco in autunno.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. CURVED AIR, Everdance (Second album, 1971)
  3. THE ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA, 10538 Overture (The Electric Light Orchestra, 1971)
  4. EAST OF EDEN, In the stable of the Sphinx (Mercator projected, 1969)
  5. STRING DRIVEN THING, The machine that cried (The machine that cried, 1973)
  6. DARRYL'S WAY WOLF, Game of X (Saturation point, 1973)
  7. HIGH TIDE, Walking down their outlook (Sea shanties, 1969)
  8. VAN DER GRAAF, Last frame (The quiet zone / The pleasure dome, 1977)
  9. UNIVERS ZERO, La musique d'Erich Zann (Ceux du dehors, 1981)
  10. PATRICIA DALLIO, Liquidateurs (D'ou vient l'eau des puits?, 1996)
  11. ART ZOYD, Ballade (Phase IV, 1982)
  12. THE LEGENDARY PINK DOTS, The gallery (Any day now, 1987)
  13. SHOCK HEADED PETERS, Mon repos (Not born beautiful, 1985)
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22/04/2022

L'année dernière à Marienbad

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Con l’allentamento delle misure per il contenimento del Covid Vintage Season va più spesso al cinema e abbiamo quindi pensato di tornare a far visita alla settima arte, dedicandoci questa volta alle colonne sonore.
Due brani per Edward Artemiev da Stalker e Solaris di Andrei Tarkovsky. Artemiev, compositore di musica elettronica, lavorò anche con Nikita Mikhalkov e Andrei Konchalovsky.
Ci sono momenti di esplosione creativa e altri di elaborazione critica del passato. Quando Robin Hardy diresse The wicker man non era consapevole di inaugurare un sottogenere che anni dopo fu chiamato Folk horror. Anche la colonna sonora di Paul Giovanni ebbe una forte influenza sui gruppi neofolk che a partire dagli anni Novanta ripresero a invocare le antiche divinità pagane.
Macbeth segnò il ritorno alla regia di Polansky dopo Rosemary’s baby e il massacro di Bel Air. Comprensibilmente truce e foschissimo vede la Third Ear Band in veste sia di compositori sia, in una breve sequenza, di attori.
Gli Art Zoyd hanno realizzato diverse sonorizzazioni di classici del cinema muto, tra cui l’inquietante Nosferatu di Murnau. Il film conobbe un celebre remake nel 1979 diretto da Werner Herzog, di cui è noto il felice sodalizio con i Popol Vuh, dei quali proponiamo un brano tratto da Herz aus Glas (Cuore di vetro) di tre anni prima.
Lubos Fiser fu un prolifico compositore cecoslovacco che lavorò alla colonna sonora di Valerie a týden divu di Jaromil Jires. Il titolo significa letteralmente Valeria e le settimana delle meraviglie, così come venne tradotto il romanzo dello scrittore surrealista Vítezslav Nezval da cui fu tratto. Surrealista è anche il film, storia di cambiamenti esistenziali densa di simbolismi e personaggi bizzarri, che nel nosto paese venne distribuito con l’ammiccante titolo delirante di Fantasie di una tredicenne! Da non credere.
George Antheil faceva parte di quel folto gruppo di artisti d’avanguardia americani che negli anni Venti trovò un ambiente molto più congeniale a Parigi che in patria. Musicista, scrittore e inventore (il famoso brevetto n. 2.292.387 realizzato con l’amica Hedy Lamarr), frequentò Joyce, Man Ray, Stravinsky ed è noto tra gli Avvertiti per il commento sonoro del Ballet mécanique di Fernand Léger del 1924, di cui proponiamo un estratto.
A seguire Electronic dance da Walkabout (L’inizio del cammino) di Nicolas Roeg, un film tipicamente anni Settanta in cui il rapporto tra civiltà e natura viene rappresentato dal viaggio di due ragazzi attraverso il deserto australiano.
E molto anni Settanta (curiosamente uscirono lo stesso anno) era anche L’abominevole Dr. Phibes di Robert Fuest, pellicola barocca e visionaria, tra le più memorabili interpretazioni di Vincent Price.
Ben diversa la Londra vittoriana de The elephant man, che segnò (grazie a Mel Brooks) il passaggio di David Lynch dal cinema underground al mainstream.
Parecchio underground è anche Liquid sky di Slava Tsukerman: tossici, alieni malintenzionati e fashion nella New York fatiscente dei tempi della No Wave. In parole povere, un piccolo cult.
Sui titoli di coda di questa trasmissione scorre Marienbad di Sonoko, l’unico brano che non sia tratto da una colonna sonora che però contiene qualche frammento di dialogo da L'année dernière à Marienbad di Alain Resnais. Sceneggiato da Alain Robbe-Grillet, e lontanamente ispirato al romanzo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, da cui trasse un raffinatissimo film omonimo Emidio Greco nel 1974.
Romanzo e pellicole incentrati sulla naturale evanescente e spettrale delle rappresentazioni e sull’ambiguo, a volte vampiresco, rapporto tra vita e arte.
Buone visioni!






Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. EDWARD ARTEMIEV, Stalker – Theme (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  3. PAUL GIOVANNI, Festival (The wicker man, 1998)
  4. ART ZOYD, Le voyage de Harker (Nosferatu, 1990)
  5. POPOL VUH, Hüter der Schwelle (Herz aus Glas, 1977)
  6. LUBOS FISER, The magic yard (Valerie a týden divů, 2006)
  7. THIRD EAR BAND, Fleance (Music from Macbeth, 1972)
  8. JOHN MORRIS, Dr. Treves visits the freak show and elephant man (The elephant man, 1980)
  9. GEORGE ANTHEIL, Ballet mecanique – excerpt (Dada et la musique, 2005)
  10. JOHN BARRY, Electronic dance (Walkabout, 2016)
  11. SLAVA TSUKERMAN, Fashion show (Liquid sky, 1983)
  12. BASIL KIRCHIN, Phibe's preparation (The abominable Dr. Phibes, 1971)
  13. EDWARD ARTEMIEV, Solaris – Listen to Bach (Tarkovski par Artemiev, 2002)
  14. SONOKO, Marienbad (La débutante, 1987)
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08/04/2022

Buona Pasqua

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L'odierna puntata di Vintage Season è dedicata all'imminente Pasqua, purtroppo funestata dalla guerra in corso.
Non smettiamo però di sperare in un futuro di pace e armonia tra gli uomini e con gli altri esseri viventi, come nella copertina del disco dei Popol Vuh.
Buona Pasqua a tutti!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. JOHN FAHEY, Episcopal hymn (Death chants, break downs & military waltzes, 1964)
  3. THE BYRDS, Turn! Turn! Turn! (Turn! Turn! Turn!, 1965)
  4. 16 HORSEPOWER, Black soul choir (Sackcloth'n'ashes, 1995)
  5. STRAWBS, The man who called himself Jesus (Strawbs, 1969)
  6. POPOL VUH, Kyrie (Hosianna mantra, 1972)
  7. WOVEN HAND, A holy measure (The Threshingfloor, 2010)
  8. POPOL VUH, Du Tränke Mich mit Deinen Küssen (Das Hohelied Salomos, 1975)
  9. BRUCE PALMER, Calm before the storm, (The cycle is complete, 1970)
  10. LEO KOTTKE, Easter (My feet are smiling, 1973)
  11. KINO GLAZ, S. Michele Arcangelo (Al passo con l'Arcangelo, 1988)
  12. CURRENT 93, They return to their earth (Emblems: the menstrual years, 1993)
  13. TREMBLING BELLS, Christ's entry into Govan (Dungeness, 2018)
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25/03/2022

Salvador Dali's garden party

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Vintage Season incontra la settima arte. Iniziamo e concludiamo con due brani tratti dalla colonna sonora di uno dei nostri film preferiti: Phantom of the Paradise di Brian De Palma, visione indispensabile per comprendere lo spirito della prima metà degli anni Settanta.
Dan Treacy sogna di essere invitato a una festa all'aperto nel giardino di Salvador Dali: è una grande occasione, ci saranno famosi pittori, poeti e celebrità di Hollywood. Dan in gran spolvero si aggira tra Jack Nicholson e Dennis Hopper, Mia Farrow e Woody Allen.
I Times di Edward Ball, sodale e amico fraterno di Dan Treacy, da par loro immaginano di aiutare la fuga di Patrick McGoohan dal Villaggio. "I'm not a number! I'm a free man!".
The King of Luxemboug, avatar pop del serissimo Simon Fisher Turner, canta la sua passione per due attrici iconiche, per quanto a dir poco lontane tra loro: Valerie Leon e l'algida Lee Remick.
Giù la testa! C'è in giro Charlton Heston che, seguendo una logica tutta sua, tende a sparare a tutto quello che si muove.
Wild Man Fischer era un individuo ben strano che nel 1969 pubblicò un album (doppio!) per la Bizarre di Zappa. Le cronache riferiscono che Fischer mise a dura prova i nervi di Zappa, anche produttore del disco. La versione che proponiamo di Jennifer Jones è opera degli Avant Gardeners di Russell Murch, anch'egli un tipo piuttosto bizzarro.
Omaggio a un'altra grande attrice da parte dei Blue Oyster Cult; visto che siamo in vena di confidenze uno dei nostri gruppi preferiti.
Stan Ridgway, da narratore di razza, compie il piccolo miracolo di condensare un film noir in poco più di quattro minuti. Hats off!
Atmosfere in bianco e nero anche per Louis Philippe: Touch of Evil è il titolo originale de L'infernale Quinlan di Orson Welles con, sempre occhio alla capoccia, Charlton Heston.
Llorando ci riporta alla mente una delle scene più intense di Mullholland Drive, forse il film più lynchiano di David Lynch.
Non pochi sono stati gli attori che si sono cimentati con la musica; tra questi David Hemmings, indimenticabile protagonista di Blow-Up e Profondo rosso, che nel 1967 pubblicò per la MGM Happens, delizioso album di covers a cavallo tra folk rock e psichedelia.
Infine, Peter Hammill si chiede dove vanno gli attori dopo lo spettacolo e Susumu Hirasawa ci regala la versione strumentale di Parade dalla colonna sonora del visionario Paprika di Satoshi Kon.
Buone visioni!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. THE JUICY FRUITS, Goodbye, Eddie, Goodbye (Phantom of the Paradise, 1974)
  3. TELEVISION PERSONALITIES, Salvador Dali's garden party (Privilege, 1989)
  4. THE KING OF LUXEMBOURG, Valleri (Royal bastard, 1987)
  5. THE TIMES, I helped Patrick McGoohan escape (Pop goes art!, 1982)
  6. THE KING OF LUXEMBOURG, Lee Remick (Sir, 1988)
  7. STUMP, Charlton Eston (A fierce pancake, 1988)
  8. YE AVANT GARDENERS, Jennifer Jones (Ye Church of the Inner Cosmos, 1983)
  9. BLUE OYSTER CULT, Joan Crawford (Fire of unknown origin, 1981)
  10. STAN RIDGWAY, Drive she said (The big heat, 1986)
  11. LOUIS PHILIPPE, Touch of evil (Appointment with Venus, 1986)
  12. REBEKAH DEL RIO, Llorando (David Lynch's Mullholland Dr., 2001)
  13. DAVID HEMMINGS, War's mistery (Happens, 1967)
  14. PETER HAMMILL, After the show (Skin, 1986)
  15. SUSUMU HIRASAWA, Parade (Paprika, 2006)
  16. PAUL WILLIAMS, The hell of it (Phantom of the Paradise, 1974)
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11/03/2022

Hope Road

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L'otto marzo è giunto più o meno a metà tra le ultime due puntate di Vintage Season. Lo celebriamo pertanto un po' in ritardo con una puntata tutta al femminile. Dedicata a tutte le donne e in particolare alle nostre ascoltatrici e in particolare a Stella!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ANNA DOMINO, Drunk (Anna Domino, 1986)
  3. ANNE CLARK, Hope Road (Hopeless cases, 1987)
  4. STRAWBERRY SWITCHBLADE, Deep water (Strawberry Switchblade, 1985)
  5. THICK PIGEON, Subway (Subway, 1982)
  6. DANIELLE DAX, Inky bloaters (Inky bloaters, 1987)
  7. ANNETTE PEACOCK, My mama never told me how to cook (X-Dreams, 1978)
  8. MARLENA SHAW, Woman of the ghetto (The spice of life, 1969)
  9. TINA & DAVID MELTZER, Pure white place (Poet song, 1969)
  10. BRIGITTE FONTAINE, Le goudron (Comme à la radio, 1969)
  11. BRIGITTE FONTAINE & STEREOLAB, Cache cache (Caliméro, 1998)
  12. THE RAINCOATS, Shouting out loud (Odyshape, 1981)
  13. MEREDITH MONK, Gotham lullaby (Dolmen music, 1981)
  14. MARNIE, Songs hurt me (Songs hurt me, 1988)
  15. THE TRIFFIDS, Raining pleasure (Raining pleasure, 1984)
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25/02/2022

Charlie and Charlie and Other Stories

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Giunto è il momento di dedicare una puntata di Vintage Season agli autori della nostra simpatica sigla: gli ineffabili, inclassificabili, elusivi Slapp Happy.
Nati nel 1972 ad Amburgo dall'incontro (non il primo) tra la tedesca Dagmar Krause, il britannico Anthony Moore e lo statunitense Peter Blegvad pubblicano in quell'anno Sort of e due anni dopo un album omonimo, entrambi per la Polydor. Registrati nei leggendari studi di Wumme dei Faust, i quali non mancano di dar manforte agli amici, sono due dischi bizzarri, apparentemente leggeri, difficilmente inquadrabili. Qua e là sembra di scorgere echi dei Velvet di Loaded (Blue flower), asperità beefheartiane stemperate in salsa pop e un impalpabile zappismo di fondo di marca faustiana.
Alla Polydor non sono soddisfatti, il gruppo trasloca armi e bagagli in Gran Bretagna e fa comunella con gli Henry Cow per In praise of learnig e Desperate straights. La Krause rimarrà, Moore e Blegvad hanno altre aspirazioni.
Tra le innumerevoli fliazioni di Henry Cow / Slapp happy ci sono gli apocalitti Art bears (The winter wheel) e News from Babel (Arcades).
Altre cose le prendiamo dal repertorio di Peter Blegvad e Anthony Moore, musicista a cavallo tra avanguardia e pop sofisticato, un po' alla Simon Fisher Turner.
La versatile voce di Dagmar Krause ci accompagnerà in diversi brani, tra cabarettismo brechtiano e sperimentazioni giovanili (I.D. Company con Inga Rumpf).
Nine minerals emblems è tratto da Kew Rhone, disco straordinariamente stratificato sia sul piano testuale sia su quello musicale. Accreditato a Peter Blegvad, Lisa Herman e John Greaves (bassista di Henry Cow) è notoriamente un album molto amato dai canterburiani.
Ritroviamo Peter Blegad e John Greaves nell'unico album di The lodge, in talentuosa compagnia di Jakko M. Jakszyk, Kristoffer Blegvad e Anton Fier (Lounge lizards, Golden palominos, Pere Ubu...).
Un'ultima curiosità, prima di lasciare spazio agli immensi Faust: Charlie'n Charlie è la versione cantata della nostra sigla abituale. Il secondo album del gruppo, condizionato al suo apparire dalle scelte della casa discografica, fu ripubblicato nel 1980 dalla benemerita Recommended nella sua concezione originaria e con il titolo di Acnalbasac noom (tipico gioco di parole blegvadiano). Charlie'n Charlie are the same!

Tracklist:

  1. SIGLA. SLAPP HAPPY, Charlie'n Charlie (Acnalbasac noom, 1980)
  2. SLAPP HAPPY, Blue flower (Slapp happy, 1972)
  3. I.D. COMPANY, Dünne, Gläserne Frauen (I.D. Company, 1970)
  4. PETER BLEGVAD, King Strut (King Strut and other stories, 1990)
  5. ANTHONY MOORE, Judy get down (Flying doesn't help, 1979)
  6. GREAVES/BLEGVAD/HERMAN, Nine minerals emblems (Kew Rhone, 1977)
  7. ART BEARS, The winter wheel (Winter songs, 1979)
  8. NEWS FROM BABEL, Arcades (Sirens and silences, 1984)
  9. DAGMAR KRAUSE, Barbara song (Supply & demand, 1986)
  10. SLAPP HAPPY, The unborn Byron (Ça Va, 1998)
  11. PETER BLEGVAD, How beautiful you are (The naked Shakespeare, 1983)
  12. THE LODGE, The song (Smell of a friend, 1988)
  13. ANTHONY MOORE, A.B.C.D. Gol'Fish (Pieces from the cloudland ballroom, 1971)
  14. FAUST, Jennifer (Faust IV, 1974)
Listen / Info
11/02/2022

Children of the Universe

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Dal 1969 della scorsa puntata all'anno successivo, quando Paul Kantner pubblica Blows against the empire. Sorta di concept album, passerà alla storia anche solo per la partecipazione di membri di Grateful Dead e CSNY.
Protagonista del disco è l'astronave Hijack, destinata a raccogliere le menti migliori di una generazione per portarle lontano da un pianeta rivelatosi brutto, sporco e molto cattivo.
Alle avventure della novella arca di Noè diedero un seguito quattro anni dopo gli Amon Duul II con un disco che portava per l'appunto il nome del veicolo spaziale, purtroppo appartenente alla fase discendente della loro creatività ma comunque godibile.
A distanza di oltre mezzo secolo appare evidente che le menti migliori sono quelle che hanno fatto più soldi. E che lo spazio da prospettiva di rinnovamento per l'umanità si è trasformato in luogo di salvezza per i super ricchi che vi si rifugeranno dopo aver spremuto il pianeta come un limone, concetto ormai entrato nel senso comune grazie a una serie di romanzi e film, ultimo in ordine di tempo Don't look up di Adam McKay.
Per chi non salirà sulle scialuppe di salvataggio resta la fantasia: "Thinking is the best way to travel" dicevano i Moody Blues.
Affrettiamoci dunque al terminal per imbarcarci sul razzo Ariane dove ci attendono il Capitano Bardot e il Navigatore Spirituale Sun Ra.
Breve tappa a Base Luna dove il tenente Ellis ci offre emglish tea e tramezzini con i cetrioli coltivati nelle serre idroponiche dell'avamposto SHADO. Ripartiamo scortati per un tratto dagli intercettori che, prima di virare, fanno esplodere in allegria tre testate nucleari di buon augurio.
Simpatici incontri nello spazio con la Space baby e il Traveller, ma per sfuggire al temibile Star cannibal finiamo per perdere la rotta!
Ce la vediamo brutta ma per fortuna riceviamo una telefonata dal tenente Ellis che ci fornisce le indicazioni per il più vicino Galactic supermarket, di quelli aperti tutta la notte.
Pieno di carburante, piadina birretta caffè, qualche souvenir e siamo pronti per ripartire.
Meta finale i Children of the universe! Siamo pronti a tornare all'astroporto con rinnovata coscienza.

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BRIGITTE BARDOT, Contact (Show, 1968)
  3. HONEYMOON KILLERS, Ariane (Les tueurs de la lun de miel, 1982)
  4. THE B-52's, There's a moon in the sky (The B-52's, 1979)
  5. THE TUBES, Space baby (The Ubes, 1975)
  6. AMON DUUL II, Traveller (Hijack, 1974)
  7. BRIAN RITCHIE, Sun Ra Man from outer space (Sonic temple, 1988)
  8. HAWKWIND, Star cannibal (Church of Hawkwind, 1982)
  9. CHROME, Nova feedback (Alien soundtracks, 1977)
  10. IL BALLETTO DI BRONZO, Missione Sirio 2222 (Sirio 2222, 1970)
  11. DANIELA CASA, Ignoto (Società malata, 1975)
  12. ALFREDO TISOCCO, Galassie (Katharsis, 1975)
  13. COSMIC JOKERS, Galactic supermarket (Galactic supermarket, 1974)
  14. COMUS, Children of the universe (To keep from crying, 1974)
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28/01/2022

Lucifer over London

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“Ungiti e vieni! Ungiti e vieni! - urlavano tutti in un coro selvaggio intorno a lui -. Unisciti alla Danza che non muore mai! Alla dolce e tremenda fantasia del male!”.
(Algernon Blackwood, Antichi sabba)

Alla fine di settembre del 1969 il vostro Shadow Weaver giungeva al compimento del quinto anno d’età. Comprensibilmente non aveva un’idea precisa di quanto accadesse al di fuori della cerchia familiare. “Ricordo il senso di eccitazione causato dal primo allunaggio. Non avevo idea che quell’anno avrebbe segnato la fine del sogno hippie.” dice il nostro. “In effetti non sapevo nemmeno cosa fosse un hippie!”.
Per i dotti due eventi segnano il brusco risveglio dalla sbornia psichedelica: il concerto degli Stones ad Altamont del 6 dicembre e i crimini della Family di Manson. Ma già l’anno prima uscì sugli schermi Rosemary’s Baby, capostipite del moderno horror urbano, al contempo sintomo e causa del prepotente ritorno in scena del Biforcuto.
In quel clima di fine dei tempi alcuni si consegnano volontariamente ai suoi avidi artigli. Altri, come i Black Sabbath, devono circondarsi di simboli apotropaici per evitare l’arruolamento coattivo nelle schiere dei suoi adoratori. Altri ancora si indirizzano verso forme meno pericolose di spiritualità, gettando le fondamenta del New Age a venire.
Lo spirito dell’epoca influenza inevitabilmente la musica giovanile, soprattutto britannica, anche se pochi sono quelli che intattengono rapporti con il milieu magico e occultistico: Graham Bond, Jimmy Page, Black Widow sono i nomi più noti.
In questa puntata incontreremo pertanto Comus e Azathoth, tombe egizie e satanassi, il negromante e le streghe del lago Balaton degli esotici East of Eden. Chi più ne ha ne metta, prima della conclusione esorcistica affidata ai Current 93: we’re sick sick sick of six six six!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. BLACK SABBATH, Black Sabbath (Black Sabbath, 1970)
  3. GUN, Race with the Devil (Gun, 1968)
  4. ATOMIC ROOSTER, All in Satan’s name (Made in England, 1972)
  5. COMUS, Song to Comus (First Utterance, 1971)
  6. THIRD EAR BAND, Dragon Lines (Alchemy, 1969)
  7. BLACK WIDOW, In Ancient Days (Sacrifice, 1970)
  8. EAST OF EDEN, Bathers (Mercator Projected, 1969)
  9. MIGHTY BABY, Egyptian Tomb (Mighty Baby, 1969)
  10. ARZACHEL, Azathoth (Arzachel, 1969)
  11. VDGG, Necromancer (The Aerosol Grey Machine, 1969)
  12. CURRENT 93, Lucifer over London (Lucifer over London, 1994)
  13. KRZYSZTOF KOMEDA, Lullaby (Rosemary’s Baby, 1968)
Listen / Info
14/01/2022

Do It!

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Do it! ci esorta con la consueta foga Henry Rollins. E allora noi lo facciamo: iniziamo senza induglio la prima puntata di Vintage Season, programmaticamente dedicata alle cover. La Rollins Band attinge a Never Neverland, primo lavoro dei Pink Fairies, filiazione dei Deviants e cugini di Hawkwind & Motorhead. A seguire due interpretazioni dei Moody Blues, ad opera di Mark Nine e Bongwater. Lirica e sognante la prima, scarnificata e amfetaminica la seconda. I Plan 9 arrivavano da Providence, capitale del Rhode Island e città in cui nacque e trascorse la maggior parte della sua esistenza H.P. Lovecraft. Se c’è un’attitudine in comune con lo scrittore è l’erudizione: studiosi dello scibile psichedelico i Plan 9 piazzavano qua e là, con acume e gusto, delle cover non banali. Qui espandono Looking at you dei MC5, tratta da Back in the USA, il secondo “reazionario” album che lasciò di stucco i fan infervorati dal precedente Kick out the jams. I Devo manipolano da par loro un brano di Allen Touissant, reperibile solo in alcune antologie ma comunque celebre grazie al film d’animazione Heavy Metal del 1981. Philip Charles Lithman era un tipo interessante: inizia la sua carriera con i Chilly Willy and the red hot peppers, gruppo britannico di pub rock, per poi varcare l’oceano e aggregarsi ai Residents, diventadone di fatto un membro. Da buon modernista omaggia I Kraftwerk con la celeberrima The model. Sorprendente la scelta degli Swans di inserire nell’album The burning world una delicata versione di Can’t find my way home dei Blind Faith, supergruppo al quadrato nato dall’incontro tra Steve Winwood, Rick Grech, Eric Clapton e Ginger Baker. Inconfondibile la voce di Jarboe. Altra voce femminile quella di Kendra Smith: già con Dream Syndicate, Opal e Clay Allison, nel suo secondo album solista inserì una bella interpretazione di Bold marauder di Richard Fariña, sulla cui vicenda umana e artistica vale la pena di leggere Positively 4th street di David Hajdu. Difficile dire cosa non abbiamo sperimentato I Coil nel corso della loro esistenza; tra queste Who by fire di Leonard Cohen. Parentesi francofona con Honeymonn Killers e Luna. I primi, sorta di versione new wave degli Aksak Maboul, ci conducono a velocità sostenuta lungo la Route Nationale 7 in compagnia di un perplesso Louis Charles Augustin Georges Trenet, più noto semplicemente come Charles. I secondi invece, in compagnia di Letitia Sadier degli Stereolab, omaggiano Serge Gainsbourg con quella Bonnie and Clyde originariamente registrata in coppia con Brigitte Bardot. Ma prima dei Luna c’erano I Galaxie 500, qui alle prese con una canzone di Yoko Ono dal titolo meravigliosamente zen: Listen, the snow is falling. A chiudere questa prima emissione, una riflessione sulla vanità delle cose scaturita dalla penna di Tony McPhee. Contenuta in Solid dei Groundhogs, anno 1974, Sad go round venne ripresa un ventennio dopo dai Current 93. Ad accompagnare David Tibet in quell’occasione erano Michael Cashmore e Nick Saloman alias Bevis Frond. E si sente!

Tracklist:

  1. SIGLA: SLAPP HAPPY, Sort of (Sort of, 1972)
  2. ROLLINS BAND, Do It (Do It, 1988) [PINK FAIRIES]
  3. MARK NINE, Tuesday Afternoon (This Island Earth, 1994) [MOODY BLUES]
  4. BONGWATER, Ride my See-Saw (Double Bummer+, 1989) [MOODY BLUES]
  5. PLAN 9, Lookin’ at You (Plan 9, 1984) [MC5]
  6. DEVO – Working in a Coalmine (Hardcore Devo Volume 2, 1991) [ALLEN TOUSSAINT]
  7. SNAKEFINGER – The Model (Chewing hides the Sound, 1979) [KRAFTWERK]
  8. SWANS, Can't find my Way Home (The burning World, 1989) [BLIND FAITH]
  9. KENDRA SMITH, Bold Marauder (Five Ways of Disappearing, 1995) [RICHARD & MIMI FARINA]
  10. COIL, Who by Fire (Horse Rotorvator, 1986) [LEONARD COHEN]
  11. HONEYMOON KILLERS – Route Nationale 7 (Les tueurs de la lun de miel, 1982) [CHARLES TRENET]
  12. LUNA, Bonnie and Clyde (Penthouse, 1995) [SERGE GAINSBOURG]
  13. GALAXIE 500, Listen, the Snow is falling (This is our Music, 1990) [YOKO ONO]
  14. CURRENT 93, Sad Go Round (Lucifer over London, 1994) [GROUNDHOGS]