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lunedì 7 aprile 2025

Le assaggiatrici

anno: 2025
regia: SILVIO SOLDINI
genere: storico
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Emma Falck, Esther Gemsch, Jürgen Wink, Olga von Luckwald, Berit Vander, Kriemhild Hamann, Thea Rasche, Boris Aljinovic, Nicolo Pasetti, Marco Boriero
nazionalità: Italia, Belgio, Svizzera
voto: 6,5

È l'autunno del 1943. La Germania è in ginocchio, cibo non se ne trova. Il Führer si è trasferito in una zona in mezzo ai boschi, sul confine orientale. È lì che Rosa (Schlott), giunta da Berlino, aspetta il ritorno dal fronte del marito, rifugiandosi nella casa dei suoceri. La prossimità con il luogo dove è di stanza Hitler fa sì che - in un cortocircuito paradossale in cui il desiderio del cibo si trasforma in paura - la ragazza venga forzatamente reclutata, insieme ad altre sei, come assaggiatrice del cibo destinato al tiranno, in modo da scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento nei confronti di quest'ultimo.
Da una storia vera, raccontata poco prima della morte dall'unica sopravvissuta a quella vicenda, Rosella Postorino ha tratto spunto per il romanzo omonimo dal quale Soldini ha ricavato il film. La convivenza coatta tra donne (quasi) mai solidali tra loro, molto diverse per temperamento e temperatura del sentimento patriottico era, sulla carta, un'ottima occasione per raccontare da una prospettiva inedita le atrocità del nazismo. Con mano forse eccessivamente felpata e qualche lungaggine di troppo, il regista milanese ne ricava un melò innervato da sottotrame bozzettistiche (l'intreccio erotico della protagonista con il più feroce dei militari a presidio del Führer; l'amicizia con una donna dalla falsa identità) che dilatano il racconto senza approfondirne i contorni, affidando così ad alcuni personaggi chiave ruoli che sembrano puramente ornamentali. Le psicologie di molti dei personaggi sono infatti talmente flebili da togliere forza alle dinamiche relazionali che sono la vera chiave del film. Sembra allora di fare da spettatori a qualcosa di molto simile all'osservazione delle cavie compiute dal biologo Henri Laborit, che diventarono l'oggetto di un film culto come Mon oncle d'Amérique (Alain Resnais, 1980).

sabato 20 febbraio 2021

Vincitori e vinti (Judgement at Nuremberg)

anno: 1961
regia: KRAMER, STANLEY
genere: drammatico
con Spencer Tracy, Burt Lancaster, Richard Widmark, Marlene Dietrich, Maximilian Schell, Judy Garland, Montgomery Clift, Edward Binns, Werner Klemperer, Torben Meyer, Martin Brandt, William Shatner, Kenneth MacKenna, Alan Baxter, Ray Teal, Virginia Christine, Ben Wright, Joseph Bernard, John Wengraf, Karl Swenson, Howard Caine, Otto Waldis, Olga Fabian, Paul Busch, Bernard Kates
voto: 10
location: USA
voto: 10 

Nel 1948, a Norimberga (Germania occidentale), si tenne il processo ai gerarchi nazisti che si resero responsabili di irraccontabili crimini contro l'umanità. A partire da un soggetto di Abby Mann, il film è la ricostruzione romanzata di quella vicenda, nella quale quattro magistrati tedeschi devono essere giudicati da un tribunale presieduto da un modesto, umile, quanto irreprensibile giudice della provincia americana (Tracy), che la vedova (Dietrich) di un gerarca nazista sta cercando di abbindolare. Nonostante la difesa tetragona e il tentativo dei vertici militari americani di accomodare la sentenza secondo le ragioni di stato, dettate soprattutto dalle incombenti necessità del ponte aereo con Berlino, il giudice non si lascerà intimidire. Stanley Kramer firma un capolavoro assoluto sulla banalità del male, mostrando quattro giudici alla sbarra asserviti all'applicazione di leggi del tutto inique quanto brutali, che portarono all'istituzione dei campi di concentramento (scioccanti le immagini di repertorio). Si tratta di un cinema di parola condito con dialoghi di qualità sopraffina, che restituisce tutta la complessità della vicenda giudiziaria in tre ore che scorrono d'un fiato. Un cinema che deve molto anche al magnifico bianco e nero di una campione della fotografia come Ernest Laszlo, giocato su un efficacissimo lavoro sui primi piani e impreziosito dalle impeccabili ricostruzioni degli esterni, nei quali sono ambientate le scene che interrompono l'avvicendarsi dei fatti nell'aula di tribunale. Una menzione a parte la merita un cast stellare nel quale Spencer Tracy, Burt Lancaster e un Montgomery Clift diventato quasi irriconoscibile dopo il terribile incidente d'auto di qualche anno prima gareggiano in bravura. Ma il premio Oscar lo vinse Maximilian Schell, che gigioneggia per tutto il tempo nella parte di un avvocato tanto arrogante quanto odioso. Il film ebbe anche una seconda, meritatissima statuetta: quella per la migliore sceneggiatura.


mercoledì 1 maggio 2019

Disobedience

anno: 2017       
regia: LELIO, SEBASTIAN    
genere: drammatico    
con Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Allan Corduner, Nicholas Woodeson, Cara Horgan, Mark Stobbart, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Dominic Applewhite    
location: Regno Unito
voto: 5,5    

L'anziano rabbino di una comunità inglese ebrea assai coesa muore. Al suo funerale arriva, del tutto inattesa, l'unica figlia dell'uomo (Weisz), che ha ricevuto la notizia dalla moglie (McAdams) del discepolo prediletto del defunto (Nivola). Tra le due in passato c'era stata una storia di amore saffico fortemente osteggiata da tutta la comunità. Il nuovo contatto riaccende la vecchia fiamma.
Il cileno Sebastian Lelio si conferma il cantore di personaggi femminili sempre piuttosto estremi, come in Gloria e Una donna fantastica. Qui però il racconto - tratto dall'omonimo best seller di Naomi Alderman - arranca, l'enfasi sullo stigma della protagonista (accolta come una vera straniera, nonostante i suoi tentativi di stare nelle righe) è a tratti eccessiva ma l'apologo sulla discussione di principi morali gravidi di conseguenze, di cui deve farsi carico l'aspirante rabbino, riscatta in parte certe lungaggini del film.    

mercoledì 12 dicembre 2018

Un sacchetto di biglie (Un sac de billes)

anno: 2017   
regia: DUGUAY, CHRISTIAN    
genere: drammatico    
con Dorian Le Clech, Batyste Fleurial, Patrick Bruel, Elsa Zylberstein, Bernard Campan, Kev Adams, Christian Clavier, Cesar Domboy, Ilian Bergala    
location: Francia
voto: 7    

Nel 1941, durante l'occupazione nazista in Francia, una famiglia ebrea parigina è costretta a cercare di raggiungere una zona franca per sfuggire alla furia del nemico e ai campi di concentramento. Per Maurice (Fleurial) e Joseph (Le Clech), i più piccoli dei quattro fratelli ebrei, comincia un calvario che li porterà verso Nizza, nella speranza di riuscire prima o poi a ricongiungersi con i familiari.
Dopo una serie di film horror e di thriller, il canadese Christian Duguay gira ancora una volta - come nel precedente Belle & Sebastian - un'opera ad altezza di bambino, a tratti quasi didascalica e con un sentimentalismo vagamente olegrafico. Tuttavia, il lavoro tratto dal racconto autobiografico di Joseph Joffo (pubblicato nel 1973 e già soggetto per un altro film appena due anni più tardi) - a metà strada tra il racconto di formazione e il road movie - ha una sua forza, tocca con dignità il tema dell'olocausto, arriva dritto al cuore anche grazie alla straordinaria bravura dei due giovanissimi interpreti, collocandosi dalle parti de Il bambino con il pigiama a righe e La chiave di Sara.    

domenica 12 agosto 2018

Ida

anno: 2013       
regia: PAWLIKOWSKI, PAWEL    
genere: drammatico    
con Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Dawid Ogrodnik, Jerzy Trela, Adam Szyszkowski, Halina Skoczynska, Joanna Kulig, Dorota Kuduk, Natalia Lagiewczyk, Afrodyta Weselak, Mariusz Jakus, Izabela Dabrowska, Artur Janusiak, Anna Grzeszczak, Jan Wociech Poradowski, Konstanty Szwemberg, Pawel Burczyk, Artur Majewski, Krzysztof Brzezinski, Piotr Sadul, Lukasz Jerzykowski, Artur Mostowy    
location: Polonia
voto: 2    

Nella Polonia dei primi anni Sessanta, ancora segnata dalle cicatrici della seconda guerra mondiale, la giovane suora di origini ebree Ida (Trzebuchowska) entra in contatto con sua zia Wanda (Kulesza) per ricostruire la vicenda della morte dei suoi genitori durante la guerra. Nel peregrinare di villaggio in villaggio, incontra un giovane musicista jazz (Ogrodnik) che fa vacillare le sue intenzioni di prendere i voti.
Racconto di formazione in chiave di road movie, con un notevolissimo bianco e nero (la fotografia è di Lukasz Zal e di Ryszard Lenczewski) che è l'unica cifra ragguardevole del film, l'opera di Pawel Pawlikowski (Last resort, My summer of love), si perde in un estetismo manierato fine a sé stesso, trascurando gran parte del resto. Dialoghi asfittici, svolgimento narrativo pretestuoso, quasi-colpi di scena (l'incontro col bel jazzista, il suicidio della zia) ma pochissimo, se non nulla, sul piano della sostanza, della ricostruzione del post-travaglio bellico o dell'ambiente del noviziato frequentato dalla giovane protagonista.    

domenica 14 gennaio 2018

Remember

anno: 2015   
regia: EGOYAN, ATOM   
genere: drammatico   
con Christopher Plummer, Martin Landau, Dean Norris, Bruno Ganz, Jürgen Prochnow, Heinz Lieven, Henry Czerny, Sofia Wells, Peter DaCunha, Kim Roberts, Janet Porter, Stefani Kimber, Duane Murray, Amanda Smith    
location: Canada, Germania
voto: 6   

Rimasto da poco tempo vedovo e ormai in pianta stabile in una casa di riposo per anziani, Zev (Plummer) - sotto la guida solerte dell'amico Max (Landau) - vuole mantenere a tutti i costi fede alla promessa che fece prima di perdere la memoria: uccidere il nazista che sterminò la sua famiglia. L'uomo lascia così l'istituto per mettersi alla caccia della sua vittima, di cui conosce soltanto il nome. Il suo itinerario si trasforma in un'angosciante e scrupolosa ricerca di questo fantasma del passato.
Ennesimo film sulla questione ebraica per l'armeno canadese Atom Egoyan, che qui imbastisce un racconto in forma di road movie con qualche sbavatura (vicende e personaggi non sempre plausibili), ma con indubbia tecnica nel costruire un climax efficacissimo, che tocca l'acme nello spiazzante finale, forse eccessivo.    

sabato 30 settembre 2017

L'incredibile vita di Norman (Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer)

anno: 2016       
regia: CEDAR, JOSEPH   
genere: grottesco   
con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg, Dan Stevens, Hank Azaria, Harris Yulin, Josh Charles, Yehuda Almagor, Neta Riskin, Tali Sharon, Isaach de Bankolé, Dov Glickman (Doval'e Glickman), Jay Patterson, Jonathan Avigdori, Caitlin O'Connell, Andrew Polk, Jorge Pupo, Maryann Urbano, Ann Dowd, Amelie McKendry, Scott Shepherd, Yuval Boim, Davide Borella, D.C. Anderson, Hannah Yun, Miranda Bailey    
location: Israele, Usa
voto: 8,5   

Norman Oppenheimer (Gere) vive tra le strade innevate e i centri commerciali della Grande Mela, gli auricolari perennemente incolati alle orecchie, il cappotto cammello, la coppola e una borsa a tracolla. La sua grande ambizione è quella di entrare in contatto con la gente che conta. Non gli importa il potere né gli interessano i soldi. Con un misto di condiscendenza e ostinazione, si avvicina alle persone ripetendo quasi sempre la stessa frase: "Mi dica di cosa ha bisogno". Grazie a delle costosissime scarpe, riesce a entrare nell'orbita del primo ministro israeliano (Ashkenazi), ma anche sotto l'occhio vigile di un'ispettrice governativa di quel paese (Gainsbourg) che vuole capire chi sia davvero Norman.
Nonostante lo spoiler contenuto nel sottotitolo del film - La moderata ascesa e la tragica caduta di un faccendiere newyorkese - L'incredibile vita di Norman è l'esempio per antonomasia di cinema intelligente, innovativo, assai creativo sotto il profilo del linguaggio delle immagini (imperdibili gli split screen che ricreano in un'unica inquadratura ambienti radicalmente diversi). Diviso in quattro atti, il film di Joseph Cedar è il racconto favolistico di un bonario impostore ossessionato dal jet set, capace di intrecci impossibili pur di rendersi utile alle persone che contano, servito da un Richard Gere in stato di grazia.    

domenica 12 marzo 2017

Lo Stato contro Fritz Bauer (Der Staat gegen Fritz Bauer)

anno: 2015   
regia: KRAUME, LARS
genere: storico
con Burghart Klaussner, Ronald Zehrfeld, Sebastian Blomberg, Jörg Schüttauf, Lilith Stangenberg, Laura Tonke, Michael Schenk, Cornelia Gröschel, Robert Atzorn, Stefan Gebelhoff, Dani Levy, Paulus Manker, Götz Schubert, Gabriele Schulze, Pierre Shrady, Matthias Weidenhöfer, Nikolai Will, Rüdiger Klink, Fritz Bauer, Konrad Adenauer, David Ben-Gurion    
location: Argentina, Germania, Israele
voto: 8

Fritz Bauer (Klaussner), ebreo dalle tendenze omosessuali latenti, è un procuratore generale tedesco che sta indagando sugli ex-nazisti che hanno trovato riparo all'estero dopo la seconda Guerra Mondiale. Sa che Adolf Heichmann (Schenk), il responsabile delle deportazioni di 6 milioni di ebrei nei lager, si trova sotto falsa identità in Argentina. Pur di catturarlo - e trovando infiorite resistenze nel suo stesso ufficio dove in molti gli remano contro per via di loschi interessi personali e per una imperitura connivenza tra politica ed ex nazisti - è disposto a prendere accordi sottobanco con il Mossad, trovando dalla sua parte solo il giovane procuratore Angermann (Zehrfeld).
Affidato alla ricchissima espressività di Burghart Klaussner, che come interprete si è dimostrato uno specialista del genere a carattere storico (Il nastro bianco, Treno di notte per Lisbona, Diplomacy, Il ponte delle spie), Lo stato contro Fritz Bauer ricostruisce la difficile vicenda personale di questo cacciatore di nazisti fuori dagli schemi, figura dimessa eppure gigantesca, uomo determinatissimo e tutto d'un pezzo, con uno stile classico e una regia un po' inamidata ma assai efficace nel restituirci un importantissimo pezzo della storia del Novecento.    

lunedì 6 marzo 2017

Il figlio di Saul (Saul fia)

anno: 2015       
regia: NEMES, LASZLO   
genere: drammatico   
con Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont, Marcin Czarnik, Sándor Zsótér, Jerzy Walczak, Uwe Lauer, Christian Harting, Kamil Dobrowolski, Amitai Kedar, István Pion, Levente Orbán, Juli Jakab    
location: Polonia
voto: 5   

L'olocausto come non lo avete mai visto: da dietro le spalle, segnate da una vistosissima X rossa, di Saul (interpretato dal poeta ungherese Géza Röhrig), kapò nel 1944 all'interno del lager di Auschwitz, al servizio dei nazisti, tra berci continui e indistinguibili, corpi nudi trattati come fossero carne da macello, urla agghiaccianti di chi viene rinchiuso nelle camere a gas e tenta miseramente di far sentire la propria disperazione. In mezzo a questo mattatoio, Saul, con un'unica, attonita espressione,  ha un solo scopo: trovare un rabbino che possa dare sepoltura a suo figlio, onorandolo secondo la liturgia ebraica.
Laszlo Nemes, di cui Il figlio di Saul è il primo film ad arrivare nel nostro paese, racconta il dramma della Shoah dal punto di vista degli ebrei ungheresi, proponendo allo spettatore una visione quasi tutta "di nuca" (quella del protagonista), una variante dell'estetica del POV che trasforma la mostruosità del campo di sterminio in pornografia iperrealista, con lunghissimi pianisequenza e un'attenzione totale al piano stilistico (con formato 1:37), col risultato di far sembrare il film uno sterile esercizio di stile in chiave sperimentale, fine a sé stesso, rispetto a uno spunto - quello della pervicacia con cui il protagonista sta tanto alle regole del gioco del Sonderkommando, quanto a quelle della sua religione - che è l'unico rivolo narrativo di un'opera che punta tutto sulla stimolazione dell'immaginazione dello spettatore e nella quale, quasi per paradosso, i suoni finiscono per contare assai più delle immagini. Ciao.

venerdì 27 gennaio 2017

Son morto che ero bambino. Francesco Guccini va ad Auschwitz

anno: 2017   
regia: CONVERSANO, FRANCESCO * GRIGNAFFINI, NENE  
genere: documentario  
con Francesco Guccini, Mons. Matteo Maria Zuppi  
location: Italia, Polonia
voto: 3  

Cinquant'anni dopo avere composto Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), Francesco Guccini, in compagnia del vescovo di Bologna, Mons. Matteo Maria Zucchi (per anni a capo della comunità di Sant'Egidio) e della 2° B della scuola media Salvo D'Acquisto di Gaggio Montano, sull'appennino bolognese, va a visitare i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. In cabina di regia, a filmare le chiacchiere in treno in cui i due attempati signori (Zuppi è del 1955, Guccini del 1940) catechizzano i giovanissimi adepti in merito alle nefandezze perpetrate dai nazisti ai danni degli ebrei, ci sono ancora una volta Francesco Conversano e Nene Grignaffini, due aficionados del cantautore modenese, già a suo servizio in Nell'anno 2002 di nostra vita io, Francesco Guccini... (2002) e La mia Thule (2013). Stavolta però il risultato è di una pochezza sconfortante: sarà l'età del protagonista dallo sguardo ormai soporoso, sarà il pistolotto corredato da tutta la retorica del caso infilato dal religioso, sarà l'involontario stupro recitativo che gli studenti adducono ai testi selezionati sul tema dell'olocausto o, ancora, la scarsissima inventiva di regia, fatto sta che il documentario - trasmesso da mamma Rai in occasione della Giornata della Memoria - non aggiunge nulla al tantissimo materiale che anche il cinema ha visto accumularsi sul tema nel corso dei decenni. Molto meglio, allora, andarsi a rivedere Volevo solo vivere, di Mimmo Calopresti. O tornare a farsi un'ottima amatriciana alla Fraschetta di Gianni e Carla.    

sabato 25 giugno 2016

Pecore in erba

anno: 2015   
regia: CAVIGLIA, ALBERTO  
genere: grottesco  
con Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Mimosa Campironi, Alberto Di Stasio, Lorenza Indovina, Francesco Russo, Niccolò Senni, Paola Minaccioni, Marco Ripoldi, Josafat Vagni, Massimiliano Gallo, Carolina Crescentini, Vinicio Marchioni, Antonio Zavatteri, Massimo De Lorenzo, Francesco Pannofino, Tommaso Mercuri, Valerio Cerullo, Manuel Mariani, Francesco Arca, Corrado Augias, Tinto Brass, Gianni Canova, Claudio Cerasa, Ferruccio De Bortoli, Giancarlo De Cataldo, Elio, Fabio Fazio, Carlo Freccero, Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), Linus, Giancarlo Magalli, Enrico Mentana, Giulia Michelini, Vittorio Sgarbi, Kasia Smutniak, Mara Venier    
location: Italia
voto: 7  

Nel 2006 l'improvvisa scomparsa del giovane Leonardo Zuliani (Giordano), attivista infaticabile per i diritti di espressione dell'antisemitismo, mette l'Italia in subbuglio. Si susseguono manifestazioni in tutto lo stivale, le televisioni ne danno notizia incessantemente, si interrogano esperti di media, sociologi, psicologi, critici letterari, mentre le autorità internazionali si mobilitano sul caso. Già, perché Leonardo Zuliani, protagonista anche di  un biopic che ne ricostruisce le gesta (Paura d'odiare), è l'emblema della lotta radicale agli ebrei. Inventore di una tastiera speciale (la hateboard) per insultare in automatico sui social, di un kit per bruciare la bandiera israeliana, sommo stratega da stadio capace di eludere la sorveglianza dei celerini sugli striscioni a suon di anagrammi ("ebreo trippone crepa" è quello di "troppe pecore in erba"), Zuliani diventa l'eroe santificato di un mondo interamente alla rovescia, oggetto di un'agiografia che passa indistintamente dalla bocca della madre e della sorella a quella degli amici d'infanzia o agli esponenti della Lega Nerd (sic).
L'idea di Alberto Caviglia, trentenne romano ebreo con una laurea in filosofia, porta al parossismo il linguaggio del politicamente scorretto che ha già in Sasha Baron Cohen uno dei suoi alfieri più illustri. La realizzazione è impeccabile, piena di inventiva, realizzata come un mockumentary fatto di testimonianze, interviste ad esperti (Corrado Augias, Tinto Brass, Gianni Canova, Claudio Cerasa, Ferruccio De Bortoli, Giancarlo De Cataldo, Elio, Fabio Fazio, Carlo Freccero, Linus, Giancarlo Magalli, Enrico Mentana, Vittorio Sgarbi, Kasia Smutniak e Mara Venier compaiono nei panni di loro stessi, tutti ugualmente credibili), footage, trovate esilaranti come quella della New Bible Redux, che fa scomparire i riferimenti agli ebrei dalla Bibbia. Il problema del film è quello di abbordare spesso la battuta di grana grossa, di lasciarsi attrarre dalla corriva viralità del web, di aggirarsi sempre sugli stessi stereotipi antisionisti e di dilatare spasmodicamente l'idea da barzelletta che gli sta dietro. Ma il film sprizza intelligenza, ha coraggio e chissà che Caviglia, maturando, non ci proponga in futuro un vero capolavoro.    

giovedì 25 dicembre 2014

Hannah Arendt

anno: 2012       
regia: VON TROTTA, MARGARETHE 
genere: biografico 
con Barbara Sukowa, Janet McTeer, Julia Jentsch, Axel Milberg, Timothy Lone, Megan Gay, Nicholas Woodeson, Tom Leick, Ulrich Noethen, Nilton Martins, Leila Schaus, Harvey Friedman, Victoria Trauttmansdorff, Sascha Ley, Friederike Becht, Fridolin Meinl, Michael Degen, Shoshana Shani-Lavie, Eliana Schejter, Pini Tavger, Patrick Hastert, Gad Kaynar, Clyde Prescod, Klaus Pohl, Pitt Simon, Marie Jung, Matthias Bundschuh, Claire Johnston, Ralph Morgenstern, Germain Wagner, Gilbert Johnston, Alexander Tschernek 
location: Germania, Israele
voto: 3,5 

Fuggita dalla Germania a seguito delle persecuzioni naziste, la filosofa ebrea Hannah Arendt (Sukova) trova riparo insieme all'amatissimo marito (Milberg), docente universitario come lei, negli Stati Uniti. Da qui, a guerra finita, l'autrice de Le origini del totalitarismo decide di recarsi a Gerusalemme come inviata del New Yorker per raccontare il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista catturato in America Latina dal Mossad e portato in Israele per i suoi crimini contrò l'umanità e lo sterminio degli ebrei sotto il diktat di Himmler. Da quell'esperienza nasceranno le idee per il discusso La banalità del male, che la comunità ebraica americana (e non solo) accolse malissimo.
Tornata al grande schermo 8 anni dopo Rosenstrasse, la Von Trotta conferma la sua vocazione per il cinema d'impegno (Sorelle, Anni di piombo, Rosa Luxenburg) con un film che fotografa una delle vicende più discusse che coinvolsero la grande filosofa tedesca. Il problema è che alla banalità del male corrisponde una banalità della regia che suscita stupore: non solo per il livello appena scolastico delle riprese (intervallate dalle immagini del documentario sul processo Eichman girato da Eyal Sivan e intitolato Uno specialista), ma anche per le incursioni nella trama dei risvolti sentimentali trattati alla maniera di rubriche scandalistiche, i cenni vacui all'ambiguo rapporto della Arendt con il suo maestro Heidegger, che tanto flirtò col nazismo, e per la scelta di una protagonista bollita e imbalsamata come Barbara Sukowa, attrice feticcio della Von Trotta da oltre un trentennio: la sigaretta che porta continuamente in bocca è l'apice di espressività del suo volto. A peggiorare il tutto concorre il doppiaggio italiano, di livello meno che amatoriale.    

lunedì 21 ottobre 2013

Ebrei a Roma

anno: 2012   
regia: PANNONE, GIANFRANCO
genere: documentario
con David Limentani, Micaela Pavoncello, Giovanni Terracina, Roberto Calò, Leonello Del Monte, Claudio Di Segni, Yael Finzi, Hamos Guetta, Evelina Meghnagi, Alberto Pavoncello, Claudio Procaccia, Daniele Regard, Angelo Sermoneta, Bianca Sonnino, Giancarlo Terracina, Daniele Terracina, Tobia Zevi, Riccardo Di Segni, Riccardo Pacifici, Alberto Funaro, Benchabat Amram
location: Italia
voto: 3

A Roma risiede la più antica comunità ebraica d'Europa. Con l'eccezione degli ebrei di provenienza etiope, che hanno trovato il loro quartier generale nella zona di Piazza Bologna, la comunità è storicamente quasi tutta radunata in quel fazzoletto di terra che sta tra l'isola Tiberina e Largo di Torre Argentina. È qui che il documentarista Gianfranco Pannone, già autore di interessanti approfondimenti sui mali d'Italia (Ma che storia…, Il sol dell'avvenire e Scorie in libertà), ha effettuato gran parte delle riprese e intercettato storie e umori di questi ebrei romani, immortalandone i riti e le abitudini. Tra curiosità urbanistiche e architettoniche (la fontana delle tartarughe ridisegnata dal Bernini), ampi cenni storici (quello noto come ghetto è stato chiuso per circa 350 anni e diventato oggetto del rastrellamento nazista nel 1943) e spigolature onomastiche (i cognomi che provengono dalle città, come Terracina e Sermoneta, o quelli notissimi come Limentani e Meghnagi), il documentario si limita a fornire una svogliata testimonianza in merito al rapporto degli ebrei con la capitale, il loro sentirsi radicati sul territorio, l'importanza del commercio e il rapporto con la terra di Israele. Nell'insieme, uno spaccato di un'oretta che fornisce un'idea appena bozzettistica degli ebrei romani.    

domenica 6 ottobre 2013

Cognome e nome: Lacombe Lucien

anno: 1974       
regia: MALLE, LOUIS  
genere: drammatico  
con Pierre Blaise, Aurore Clément, Holger Löwenadler, Therese Giehse, Stéphane Bouy, Loumi Iacobesco, René Bouloc, Pierre Decazes, Jean Rougerie, Cécile Ricard, Jacqueline Staup, Ave Ninchi, Pierre Saintons, Gilberte Rivet, Jacques Rispal, Jean Bousquet, Franz Rudnick, Jean-Louis Blum, Claude Marcan, Jean Maurat, Gabriel Cabessut, Mimi Juskiewenski, Albert Tillet, René Thauran  
location: Francia
voto: 4

Chiariamolo subito: questo film di Louis Malle è considerato un capolavoro, "una della sue prove migliori" (Maltin), "uno dei migliori risultati di Malle" (Morandini), "il film più magistrale, più perfetto e senza dubbio più importante di tutta l'odierna produzione" (Le Monde). A chi scrive pare che invece il film di Malle abbia molti difetti. La vicenda raccontata - che in un clima surriscaldato come quello post-sessantottino non mancò di sollevare polemiche - è quella di un giovane contadinotto rozzo (come suggerisce anche il fatto stesso di presentarsi prima per cognome e poi per nome, tipico delle classi sociali più incolte), un tonto di mamma al quale piace uccidere gli animali da cacciagione e tirare il collo alle galline, che, nella Francia del 1944 occupata dai nazisti, vorrebbe arruolarsi nella Resistenza. Rifiutato, si trasforma in un collaborazionista. Invaghitosi della coetanea France (Clement), figlia di un sarto ebreo, cercherà di metterla in salvo.
Lo spunto più interessante, seppur discutibile, del film, sta nel mostrare l'appartenenza ideologica come impulso dalle origini più diverse. Ma al di là dei contenuti, la vicenda viene tirata troppo per le lunghe, gli attori - a partire dal protagonista Pierre Blaise, del quale non si sentirà più parlare - inadeguati e, come ha scritto Kezich, se il regista "voleva farci versare una lacrima sulla fucilazione di Lucien ha proprio sbagliato indirizzo".    

lunedì 1 aprile 2013

Black book

anno: 2007   
regia: VERHOEVEN, PAUL
genere: guerra
con Carice van Houten, Thom Hoffman, Halina Reijn, Sebastian Koch, Christian Berkel, Waldemar Kobus, Michiel Huisman, Derek de Lint, Peter Blok, Ronald Armbrust, Jeroen Uijttenhout, Dolf de Vries, Diana Dobbelman, Matthias Schoenaerts, Xander Straat, Frank Lammers, Rixt Leddy, Jack Vecht, Bas van der Horst, Marcel Musters, Heleen Mineur, Marisa Van Eyle, Reinier Bulder, Herman Boerman, Seth Kamphuijs, Jacqueline Blom, Lidewij Mahler, Boris Saran, Michiel de Jong, Pieter Tiddens, Jobst Schnibbe, Gijs Naber, Dirk Zeelenberg, Willem de Wolf, Susan Visser, Rian Gerritsen, Maiko Kemper, Carsten Sasse, Hugo Metsers, Menno Van Beekum, Ronald de Bruin, Tjebbo Gerritsma, Theo Maassen, Janni Goslinga, Wimie Wilhelm 
location: Israele, Olanda
voto: 7

Nell'Olanda del 1944, occupata dai nazisti, la Resistenza fa quello che può nell'attesa che arrivino gli inglesi, i russi e gli americani. Potrebbe riassumersi così questo film dalla trama fittissima, due ore e venti di durata, al centro del quale c'è una cantante ebrea (la scialba Carice van Houten) che vede uccidere tutti i suoi familiari durante un agguato, proprio mentre insieme a loro sperava di poter riparare nel vicino Belgio. Entrata a far parte della Resistenza, la ragazza, grazie alle sue capacità seduttive, riesce ad accedere al quartier generale nazista e a carpire segreti e progetti militari. Tra doppiogiochisti dell'una e dell'altra parte, imprevisti di ogni tipo e olandesi giustiziati un tanto al chilo, la sua impresa si rivelerà assai più difficile del previsto.
Black book, girato dal regista olandese Paul Verhoeven dopo un lungo, volontario e proficuo esilio ventennale a Hollywood (Robocop, Basic instinct, eccetera), è uno di quei film nei quali la trama è davvero tutto. La capacità di raccontare, di piazzare colpi di scena a non finire, di puntare sul doppiogiochismo da ambo le parti sembra essere talmente urgente da far dimenticare al regista (quasi) tutto il resto: dalla recitazione, meno che dilettantesca, alle scene di massa, girate con approssimazione, per non parlare di quelle di azione. Nonostante tutte le difficoltà della messa in scena, il film - tratto da fatti realmente accaduti - si lascia vedere proprio grazie a una trama avvincente e al ritmo serrato, che non ha mai cadute. In attesa di un remake, magari interpretato da attori inglesi (i migliori al mondo), sul film resta l'ombra del revisionismo (in guerra tutti perdono l'innocenza, anche le vittime) e di un pacifismo annacquato da una buona dose di qualunquismo.    

lunedì 17 settembre 2012

L’ultimo treno

anno: 2001       
regia: BOGAYEVICZ, YUREK
genere: drammatico
con Haley Joel Osment, Willem Dafoe, Liam Hess, Richard Banel, Olaf Lubaszenko, Malgorzata Foremniak, Andrzej Grabowski, Chiril Vahonin, Olga Frycz, Dorota Piasecka, Wojciech Smolarz, Marek Weglarski, Edyta Jurecka, Ryszard Ronczewski, Krystyna Feldman, Eugene Osment, Krzysztof Pieczynski, Stefania Wasko, Marian Czekalski, Aldona Grochal, Maria Andruszkiewicz, Ewa Braniecka, Jerzy Swiatlon, Etl Szyc, Jerzy Gudejko, Maja Barelkowska, Piotr Szyc, Grzegorz Lukawski, Pawel Okraska, Karolina Wedrychowicz, Grzegorz Jozwiak, Andrzej Róg, Romek Szymczyk, Piotr Walczak, Hanna Walczak, Grzegorz Matysik, Emilian Kaminski, Dawid Zawadzki, Borys Szyc, Waldemar Barwinski, Justyna Sienczyllo, Michal Chorosinski, Karolina Lutczyn, Karina Seweryn, Teodozja Jozwiak
location: Polonia
voto: 3

I film che raccontano l'Olocausto partono automaticamente con un punto in più, non fosse altro che per il fatto di star lì a ricordarci di quali oscene aberrazioni è stata ed è capace l'umanità. Tuttavia, la distanza che passa tra un'opera come Il pianista e questo film firmato da Yurek Bogayevicz è la stessa che potremmo ritrovare tra Rembrandt e il pittore della domenica.
Ambientato nella campagna nei dintorni di Cracovia, nel 1942, L'ultimo treno è un racconto di formazione al centro del quale troviamo un ragazzino ebreo (Osment) che un cattolico dal cuore d'oro, con la sua famiglia, prende sotto la sua ala protettiva allorquando i genitori del fanciullo si rendono conto che per gli ebrei non c'è scampo e che quello sarebbe stato l'unico modo per mettere in salvo il figlio. Il giovane sarà spettatore inerme di ogni nefandezza, compiuta non soltanto dei nazisti occupanti, ma anche da quelle stesse persone che la domenica vanno in chiesa ad ascoltare le omelie di un prete ambiguo (Dafoe).
Lezioso e melenso, il film di Bogayevicz ha un'estetica da telefilm, arranca nel racconto passando da un episodio all'altro con tagli al montaggio fatti con l'accetta, cerca la lacrima a tutti i costi non riuscendo mai a commuovere veramente. E questo nonostante la faccia perennemente crucciata di Haley Joel Osment (lo si ricorda ne Il sesto senso e A.I. - Intelligenza artificiale), un ragazzino precocissimo che sembrava destinato a una traiettoria nel  mondo del cinema simile a quella di Jodie Foster, e che invece ha conosciuto un successo meteoritico: la versione italiana del film lo affossa definitivamente con la voce di un doppiatore che sembra avere le adenoidi.    

domenica 3 giugno 2012

Roman Polanski: A Film Memoir

anno: 2012       
regia: BOUZEREAU, LAURENT 
genere: documentario 
con Roman Polanski, Andrew Braunsberg 
location: Svizzera
voto: 7

Sembra di essere in salotto con loro, quei due vecchi amici che si conoscono dal 1964, ad ascoltare il loro garbato amarcord che, a dispetto di un racconto biografico davvero incredibile, non si danno alcuna aria, né cedono alla tentazione di romanzare il racconto. Uno si chiama Andrew Braunsberg: per anni ha fatto il produttore cinematografico. L'altro, l'intervistato agli arresti domiciliari per aver fatto sesso con una minorenne qualche decennio addietro, è Roman Polanski. La sua storia, nel botta e risposta di questo documentario così essenziale che alle riprese in campo e controcampo nel salotto di casa aggiunge soltanto qualche immagine di repertorio, comincia da Parigi, dove Polanski è nato nel 1933. Quando aveva appena 6 anni suo padre, un ebreo polacco, prende la più assurda delle decisioni: quella di ritornare in patria. È quindi a Cracovia che comincia il calvario del regista: l'invasione nazista, le deportazioni di massa, la madre finita nei forni crematori, il padre nei campi di sterminio. Ce ne sarebbe abbastanza per questo ragazzino brillante ma svogliatissimo a scuola, che con i boyscout scopre il suo talento attoriale e che comincia a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo facendo un po' di radio già a 13 anni. E invece quel ragazzino che forse ha un corpo così piccolo "perché ha conosciuto la fame" non si arrende alle avversità: arriva così la prima particina con Andrzej Wajda, regista polacco di culto, e poi il ritorno in Francia, la prima marchetta cinematografica con un horror di serie B (Repulsion), girato dopo l'inatteso successo de Il coltello nell'acqua. Questo globetrotter talentuoso continua a spostarsi per meridiani e paralleli: Londra, quindi gli States, in un pendolio continuo tra America e vecchio continente. L'evento clou della sua vita porta la data del 1969: Charles Manson, un killer schizofrenico e carismatico, a capo della sua "family" massacra la bellissima moglie del regista, Sharon Tate, mentre lui è in Europa. La voce "cronaca nera" della sua biografia si infittisce con l'accusa - peraltro riconosciuta - di essere andato con una minorenne e con un processo, prima mediatico e poi giudiziario, infinito. Ma a fronte di una così fitta collezione di disgrazie c'è anche un talento registico smisurato, una trafila di film di successo e qualità (lui, dice, sulla lapide vorrebbe essere ricordato per Il pianista), il matrimonio con Emmanuelle Seigner e i figli.
Il film-memoriale si lascia gustare per l'umanità che tracima dalle parole e dallo sguardo di Polanski, per come la rievocazione autobiografica viene intrecciata nel montaggio con i frammenti di vita disseminati nei suoi film, per l'ironia sottile e l'aria, nonostante tutto, leggera.    

domenica 15 aprile 2012

Adam Resurrected

anno: 2008   
regia: SCHRADER, PAUL
genere: drammatico
con Jeff Goldblum, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Ayelet Zurer, Hana Laszlo, Joachim Król, Jenya Dodina, Tudor Rapiteanu, Veronica Ferres, Idan Alterman, Juliane Köhler, Dror Keren, Shmuel Edelman, Yoram Toledano, Mickey Leon, Moritz Bleibtreu, Benjamin Jagendorf, Theodor Danetti, Gabriel Spahiu, Luana Stoica, Coca Bloos, Ioana Abur, Ozana Oancea, Maria Chiran, Ana Benea, Cristian Motiu, George Remes, Constantin Florescu, Ion Arcudeanu, Mohamad, Moti Rozentsvaig, Ilan Aviv, Berivan Laura Haj Abdo, Ana Geoanna, Amina Abu Shanab, Hanelore Bauer, Mihaela Denisa Mallat, Cristina Anghel, Ehud Bleiberg, Alexandra Savu, Mirela Dranga, Alexa Paraschiva, Georgeta Radu, Maria Dumitru, Vatafu Alina, Teodora Bencea, Alexandra Vasilescu, Mircea Illoara, Biet Gica, Dan Chiriac, Marilena Botis, Mihaela Jaglau, Giorgiana Voicu, Luiza Anatal, Gina Burlascu, Marian Marinov, Rodica Marinof, Diana Poran, Constantin Rotaru, Vanda Rotaru, Lucian Gavriluta, Eugenia Leau, Gladiola Lamatic, Mircea Luculescu, Laurentiu Grigorescu, Liviu Popa, Constantin Urziceanu, Liana Margineanu, Vasile Albinet, Andrei Preorocu, Leonte Sergiu, Ionut Mereuta, Dinu Mereuta, Cacinski. Vlad, Robert Cazan, Rolf Bitier, Yakov Broomberg, Michel Vazana, Rammy Zrog, Sam
location: Germania, Israele
voto: 7


"La sanità mentale è piacevole e calma ma non c'è grandiosità, né vera gioia, né il dolore terribile che dilania il cuore". È l'epitaffio di questo film straordinariamente coraggioso, che pur nella sua incompiutezza riesce a raccontare in tutte le sue sfaccettature la parabola della follia di Adam Stein (Goldblum), vedette dell'avanspettacolo nella Berlino degli anni '20, costretto in seguito alla presa di potere del nazismo a separarsi dalla sua famiglia e a vivere per anni letteralmente come il cane di un gerarca nazista, mangiando dalla ciotola, abbaiando e camminando carponi. In un gioco di continui flashback e flashforward, lo ritroviamo anni dopo in una clinica psichiatrica nel bel mezzo del deserto israeliano, dalle parti di Tel Aviv, dove l'uomo - che era e rimane un genio - dà fondo a tutta la sua vorticosa follia e al suo esuberante istrionismo. L'incontro con un ragazzino ospite presso la stessa istituzione e cresciuto come un cane lo porterà a una lenta rinascita, sempre ammesso che la sanità mentale possa davvero considerarsi tale.
Servito da un Jeff Goldblum da pelle d'oca e di esagerato talento, Adam resurrected è il film che non ti aspetti: spiazzante, eterodosso, completamente fuori dagli schemi eppure carico di suggestioni, a dispetto dell'incapacità di riuscire davvero a decollare per toccare il capolavoro.    

domenica 22 gennaio 2012

La chiave di Sara (Elle s'appelait Sarah)

anno: 2012       
regia: PAQUET-BRENNER, GILLES  
genere: drammatico  
con Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy, Dominique Frot, Gisèle Casadesus, Aidan Quinn, Natasha Mashkevich, Arben Bajraktaraj, Sarah Ber, Karina Hin, George Birt, Charlotte Poutrel, James Gerard, Joe Rezwin, Paul Mercier, Simon Eine, Paige Barr, Joanna Merlin, Vinciane Millereau, Nancy Tate, Frédérick Guillaud, Maxim Driesen, Xavier Beja, Kate Moran  
location: Francia, Italia, Usa
voto: 6,5

Il rastrellamento degli ebrei a Parigi nel luglio del 1942, che portò migliaia di persone nei campi di concentramento è lo spunto dal quale parte La chiave di Sara. Nella convinzione di poter mettere il fratellino in salvo, la piccola Sara (Mayance) lo rinchiude nell'armadio di casa, finisce con i genitori in un velodromo lager, quindi viene deportata ma riesce a fuggire, cerca il fratello e riesce a rifarsi una vita. Nel 2009 una giornalista che sta scrivendo un articolo su quella tragica pagina della storia francese (Scott Thomas) scopre che l'appartamento dove si accinge a trasferirsi con il marito e la figlia è quello in cui visse la piccola Sara. Con caparbietà decide allora di mettersi sulle sue tracce, spostandosi fino agli Stati Uniti e l'Italia.
Il film tratto dal best seller di Tatiana de Rosnay rievoca uno degli episodi più luttuosi della storia francese, rispetto al quale Chirac molti anni più tardi dovette fare pubblica ammenda. Il racconto a montaggio alternato funziona e cattura, ma ciò che non torna affatto è l'ostinazione con cui la giornalista gira in lungo e in largo per scoprire la verità sulla storia della casa che si accinge ad abitare. Torna ancora meno la diramazione rosa del racconto, con tanto di dilemma aborto sì / aborto no: un elemento decisamente fuori registro rispetto al resto del film.    

venerdì 29 luglio 2011

Il grande dittatore (The great dictator)

anno: 1940   
regia: CHAPLIN, CHARLES SPENCER
genere: comico
con Charlie Chaplin, Jack Oakie, Reginald Gardiner, Henry Daniell, Billy Gilbert, Grace Hayle, Carter De Haven, Paulette Goddard, Maurice Moskovich, Emma Dunn, Bernard Gorcey, Paul Weigel, Leo White, Florence Wright, Eddie Dunn, Nita Pike, Esther Michelson, Hank Mann, Lynn Hayes, Eddie Gribbon, Chester Conklin, Robert O. Davis, Lucien Prival, Richard Alexander
location: Usa
voto: 10

Ci volevano il coraggio, la preveggenza e l'azzardo di Charlie Chaplin per girare, a secondo conflitto mondiale appena iniziato, un film che mettesse alla berlina due despoti come Hitler e Mussolini sotto le mentite spoglie di Hinkle e Napoloni e al tempo stesso alimentasse un minimo di speranza in quella società civile tanto ingiustamente oltraggiata da quella guerra. Film seminale, pietra angolare della storia del cinema, Il grande dittatore è imperniato sul tema del doppio: da un canto il dittatore Hinkle, dall'altro un impacciato barbiere ebreo reduce dalla grande guerra e con la memoria non proprio in ordine. Quando Hinkle si accinge a portare le sue truppe in Ostria (l'Austria..) arriva l'inevitabile scambio di persona con il suo sosia ebreo e l'intera popolazione della Tomania (la Germania…) potrà tirare un respiro di sollievo.
Con Il grande dittatore, suo primo film parlato, Chaplin macina una ridda di situazioni comiche che non rinunciano mai alla cifra clownesca, si esibisce in pezzi di bravura quando interpreta un collerico Hinkle e al tempo stesso riesce a commuovere con un'opera che riesce a non scadere nella retorica neppure nell'ultima, accorata scena, quella in cui il barbiere si rivolge alle genti di tutte le nazioni per soffiare su di loro un alito di speranza.