Lo sgombero di Askatasuna è stato annunciato talmente tante volte che qualcuno, forse persino io, aveva cominciato a pensare che fosse un “fake project” a lunghissima scadenza come il ponte sullo stretto, la TAV o la riforma delle pensioni.
No, non è stato così. E’ stato uno strumento emergenziale, il martelletto dietro il pannello cui il governo postfascista ha fatto ricorso per infrangere il vetro dell’attenzione, seguito inevitabile a quello del Leoncavallo: stessi intenti, stessi scopi.
Ne parla direttamente qualcuno per Askatasuna a questo link (l’articolo è un po’ lungo ma molto chiaro e vale la pena di leggerlo, anche se non rivela più di quanto già immaginato).
Su un punto però io mi interrogo, e forse quello che non capisco è solo per colpa mia, che mi sono allontanato ormai da decenni dalla militanza attiva a causa di una mia personale deriva politica (scelta giusta o sbagliata che sia, solo la cenere lo saprà dire) e quindi non ho più una visuale prospettica completa, e di seguito lo spiego.
La tensione a Torino è cresciuta coerentemente alle dinamiche interne e internazionali, da settembre ad oggi vi è stata una escalation prevedibile di situazioni che si sono succedute e che hanno creato innumerevoli pretesti di repressione. Probabile che il punto di rottura sia stato l’assalto (termine mutuato dall’esagerazione di chi lo ha documentato) a La Stampa.
Qualcuno avrà letto gli articoli a riguardo: diversi punti oscuri che fanno pensare ad un instradamento voluto (l’inspiegabile assenza dei celerini, che normalmente te li trovi anche al cesso, la scelta della giornata di sciopero della stampa, la successiva defenestrazione del questore) di una minchiata dissennata che pare l’iniziativa improvvisata di ragazzini poco avveduti.
Mi chiedo come mai gli attuali coordinatori di Askatasuna non abbiano deciso di fare chiarezza immediatamente dopo questi fatti, sebbene in rotta con gli organi di informazione dopo la vicenda dell’espulsione dell’imam di San Salvario (nella quale giornalisti de La Stampa pare abbiano avuto un ruolo, e da qui la motivazione dell’irruzione), giusto solo per ricordare l’imminenza di quello che stava per accadere, con buona pace anche del sindaco piacione Lo Russo, che alla fine si è rivelato per quello che è: un babaciu.
Probabilmente non sarebbe servito a nulla, ma giusto per sollecitare chi usualmente volta la testa dall’altra parte, cioè il pacifico comune cittadino, e comunicargli che forse stavolta sarebbe il caso muovesse il suo tradizionalmente immobile deretano (“bogia ël cul”), e ribadire con vasta eco la colossale presa per il culo da parte di questi delinquenti/pagliacci cui incautamente hanno affidato un Paese.
C.S.I. – ACCADE