Mi ricordo che eravamo andati in campeggio sul lago di
Monate. Un luogo un po’ strano per trascorrere le vacanze estive, di solito
andavamo al Sud. Lunghi viaggi su una 128 Rally rossa, il gancio per la roulotte appariva incongruo, quasi offensivo su di un'auto sportiva, come il foruncolo spuntato sul sedere della modella. Ci fermavamo a dormire nelle piazzole dei
distributori di benzina, ai camionisti offrivamo bottiglie di Levissima e loro ricambiavano con sigarette bulgare; peccato che nessuno di
noi fumasse. Il mio lavoro consisteva nell’abbassare i piedini di stazionamento, controllando che la roulotte fosse in bolla. Altrimenti il frigorifero non
funzionava.
Quell’estate però a mio padre era venuta voglia di
lago: “Così possiamo provare la canoa”, aveva detto. Ne riconosco a posteriori
la geometria ordinata del pensiero: le cose, per lui, andavano fatte con cautela progressiva, chissà mai
che al mare un’onda non riesca a ribaltare la canoa appena acquistata. Se fosse stato consentito, avrebbe iniziato col pagaiare dentro una piscina al coperto.
Quando mi scappava e dovevo correre ai bagni per non
farmela addosso – una volta è anche successo, ma preferisco non parlarne –, incontravo
solo olandesi e tedeschi. Era bello starli a guardare mentre si lavavano i denti, un gesto meticoloso che veniva replicato a qualsiasi ora, del giorno e della
notte; poi si passavano il filo interdentale. Non credo che i tedeschi e gli
olandesi facessero la cacca. Non ai bagni del campeggio, almeno. Magari la facevano
dentro il lago.
Era piccolino come lago, poco più dell’invaso di una
diga; poco meno dell’ansa di uno di quei fiumi sudamericani che scorrono pigri.
Vicino alla spiaggia c’era una piattaforma galleggiante, sulla superficie in legno
era stato montato un trampolino, sarà stato alto un metro e mezzo. Io raggiungevo
la piattaforma a nuoto, salivo i pioli della scaletta e poi
iniziavo a tuffarmi. Il tuffo ad angelo era quello che mi veniva meglio, ma, al
termine della vacanza, ero riuscito a eseguire anche la posizione carpiata. L’unico timore
era di imbattermi nella cacca di qualche olandese o tedesco.
La mattina andavamo a fare la spesa a Travedona. Mio padre si guardava in giro come se fosse alla ricerca di qualcosa. Di fronte a una palazzina degli anni Venti, un giorno, si fermò, e alzò la testa. Sulla fascia marcapiano compariva un'insegna. Prima doveva essere stata di un bel blu di prussia, ora i caratteri bourbon che componevano la scritta formaggi, accompagnata a un cognome dalla sillaba finale inequivocabilmente lombarda, si erano stinti, e si confondevano al grigio della parete come l'azzurro degli occhi dei vecchi. “Ecco, è qui”, disse mio padre. Poi entrammo per prendere delle mozzarelle.
Al bancone stava un uomo che poteva avere grosso modo
l’età di mio padre, poco più di quarant’anni. I capelli erano diradati ma l’aspetto
ancora giovanile, le braccia forti su un corpo magro, scattante: lo immaginavo balzare sulla bicicletta e farsi il giro del lago un paio di volte.
Poi andare al bar, la domenica pomeriggio, e giocare a bigliardo fino a tarda
sera. Quando comunicavano i risultati delle partite alla radio, controllare la
schedina.
L’uomo mise le mozzarelle in un sacchetto e, dopo
averle pesate, aggiunse un po’ di liquido di governo. “Qualcos’altro?” chiese. “No,
è tutto”, rispose mio padre, e uscimmo dopo avere pagato.
“Perché non gli hai detto niente?” disse mia madre una
volta in strada. “Non so” fece mio padre aprendo leggermente le braccia. “Ma…”
“Ti sei ricordata di mettere il telo sulla canoa?” la interruppe mio padre, e continuammo
a passeggiare per i vicoli in pietra rizzata di Travedona.
Sotto la veranda della roulotte, mangiando le
mozzarelle che erano buonissime, glielo chiese di nuovo a cena: “Perché non gli hai detto niente?” Questa volta mio padre farfugliò qualcosa: “È passato tanto tempo… figurati se
si ricordava.” “Ma eravate compagni di banco” lo incalzò la mamma, “ti ha
anche difeso quando uno ha messo in giro la voce che eri figlio di un fascista.”
In effetti mio nonno aveva aderito alla Repubblica Sociale, con il ruolo di capitano istruttore della Folgore. Dario Fo era tra gli arditi del suo battaglione, il Battaglione Azzurro, ma credo che avrebbe fatto come mio padre con il compagno, fingendo di non conoscerlo se si fossero incontrati negli anni successivi. A guerra terminata mia nonna era tornata a Milano da Travedona, dove era sfollata insieme ai figli ancora piccoli. Mia zia non aveva ancora tre anni, mio padre invece otto, dieci durante il viaggio di ritorno sulla carrozza di un treno locale, dove non c'era nemmeno la toilette per cacare. Forse cacavano nel lago anche loro.
Andammo ancora un paio di volte nel negozio di formaggi del compagno di banco di mio padre, sempre in stretto anonimato. Poi la vacanza si concluse. Con il girabacchino rialzai i piedini della roulotte, pensavo chi se ne frega se il frigorifero non è in bolla, ormai non c’era dentro più niente, avevamo mangiato tutte le mozzarelle. L’unica cosa che avevo trattenuto era l'esecuzione del tuffo carpiato, la faccia doveva stare quasi incollata agli stinchi. Ma sapendo che, faccia e stinchi, non si sarebbero dovuti incontrare mai, potevano solo sfiorarsi. Ogni parte del corpo ha il suo proprio destino.