Tra poco saprò tutto?

Tra poco saprò tutto?

Mi hai chiesto prima di andare.

Tra poco tutto saprai.

Saprai le capitali di ogni paese, l’atlante a menadito, le bandiere, colori, linee e frontiere. Saprai le soluzioni delle parole crociate, le potrai fare direttamente a penna, anche quelle crittografate. Saprai come smacchiare i vestiti, fare le torte, le trecce alte alle bambine, quando fermarti perché la lite abbia fine, saprai come abbinare le fantasie e i colori, i nomi in latino di piante, stelle e fiori. Saprai che ti ho mentito per non andare a scuola, saprai tutte le volte che ho scaldato il termometro e ho finto di avere mal di gola, saprai il testo di un’intera canzone, saprai… perché ti faceva arrabbiare non sapere, in fondo eri una maestra, ti pagavano per avere ragione.

Saprai se sei stata tradita e da chi, saprai le volte che hai detto no, ma sarebbe stato meglio sì. Saprai che tutto si infinisce, nulla si distrugge e che vince chi resta e perde chi fugge.

Saprai la dialettica hegeliana dell’amore, quella che regola i rapporti figlia genitore, che è prima tesi, quando ci si conosce, poi antitesi da adolescenti e sintesi in età matura, saprai che ci si stringe, ci si spinge, si fa pace e che è vero, con calma si trova la misura. Saprai che ciò che ci allontana è spesso ciò che ci lega, se non capisci una persona il tempo te la spiega. Tra poco saprai tutto, ma soprattutto in tutto sarai.

E tra poco cosa saprò io?

Ti ho chiesto prima che andassi.

Saprai guardare le cose belle due volte, una la terrai per te e l’altra la porterai a me.

Sarà il tuo fiore sulla mia tomba, saprò che è il bacio della mia bimba. 

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Troppo pigra per essere figa.

Il fatto di non essere stata mai indiscutibilmente bella mi dà un vantaggio competitivo sull’invecchiamento. C’è meno roba da rovinare. Mi stiro le rughe? A che pro? Per tornare a una situazione, diciamoci la verità, non ottimale, non vale la pena. L’intervento estetico è per gli ottimisti.

Ho sempre pensato al mio aspetto come uno stallo alla messicana di difetti, un jenga estetico, in pratica sono precariamente in equilibrio, sul chi va là, ma in qualche modo va. Il naso è quel naso lì, rotto, che mi fa sembrare strabica perché bisogna scegliere se guardare dove puntano gli occhi o dove punta la pinna. Perché non ti rifai? Perché non saprei dove iniziare e soprattutto dove finire.

Se parto dal naso poi resta il mento, se vado di mento, le labbra si sentono trascurate, se gonfio le labbra le tette mi si indispettiscono e così un domino fino ai piedi. Sono troppo pigra per essere figa. Però pensa a quanta energia ho risparmiato… metti le sopracciglia, assottiglia le sopracciglia, fai le ali di rondine, una rondine non fa bona vera, volano le rondini, tatuati le sopracciglia. Metti i ricci, togli i ricci, fai la permanente, fai la cheratina, fai crescere le unghie, addobba le unghie, taglia le unghie, fai un villaggio lillipuzziano sulle unghie.

Ma passiamo alle scelte di abbigliamento punitive. Abbiamo indossato i jeggins, ma che mente perversa può inventare i jeggins? Jeans dopati di elastene, jeans che hanno fatto yoga, degli ibridi mal riusciti, i cachi mela della moda. Quando eravamo ragazze non esisteva l’elastene, i jeans erano un blocco unico cementificato a ogni lavaggio nella lavatrice-betoniera. Una volta puliti dovevi issartici dentro da sdraiata trattenendo il respiro e poi sfondarli a forza di piegamenti, buttando fuori tutta l’aria e gonfiandoti come un otre fino a farti saltare qualche capillare, gli squat li abbiamo inventati noi.

Io ho anche ceduto agli skinny, per due anni sono andata in giro vestita come un cotton fioc o come Lupin terzo. Agli uomini è andata peggio, loro avevano i risvoltini con caviglia paonazza gotta style e un problema circolatorio appena pre-necrosi compreso nel prezzo.

Ora invece ci sono i barrel, calzoni per il ginocchio varo, che in effetti è l’unica cosa che ti mancava… quindi aggiungi anche il traforo del Frejus tra gamba e gamba e cavalca verso il tramonto della tua dignità.

Mia figlia mi ha recentemente illuminato sull’esistenza dei jeans mom, che sono jeans mom solo se la mom è Brenda Walsh, danno quell’allure primi anni Novanta ma non donano a nessuno perché ti fanno la panza a puff.

Effetto sferico Beverly Hills 90 – 210 – 90.

I Jeans a vita alta, quelli sì mi piacevano, ma erano amletici, ti ponevano di fronte alla consapevolezza che la moda è spietata: la vita alta il culo ti asfalta. Non si può avere tutto.

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Decalogo (più uno) di cose inutili comprese in ritardo:



1. Se ti fermi al colore ti perdi lo sguardo

2. Diffida di chi, di carezze, ti assale
ti rimpinza d’amore chi ti vuole mangiare

3. Ci servono i fiori, un mazzetto di viole
per dire a chi piange che la pioggia ci vuole

4. Non esiste un giudizio che non faccia una piega
se non capisci qualcuno, il tempo lo spiega

5. Sei la sola a evitare che il mondo ti illuda
non covare una pietra sperando che schiuda

6. Avrai sempre risposte perfette

per domande mai state fatte

7.  La coscienza pulita è di chi ha scarsa memoria
lascia stare la cronaca, vai a studiare la Storia

8. Una cornetta da sbattere a fine chiamata

mancherà ogni volta quando sei arrabbiata

9. Invecchiare è una beffa perché a ben vedere
si perdono cose che ignoravi di avere


10. Funziona al contrario con ciò che proviamo:

abbiamo soltanto l’amore che diamo

11. QB è un’assurda unità di misura
quanto basta non basta, puoi starne sicura,
con un misurino non ci fai proprio niente
e parlo di shampoo, balsamo, baci,

dell’anima il miglior detergente.

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LA LISTA.

Colonna sinistra.

1.
Ti arrabbi e stringi la moka col massimo sforzo
(piuttosto che chiederti aiuto ad aprirla
mi converto a quello schifo di orzo)

2.
Mi rifili pile di «Dormi, ne parliamo domani»
(i litigi notturni che insceno da sola
fanno invidia ai titani)

3.
Sbuffi un «non so, non ricordo»
se ti chiedo delle storie passate

4.
«Ci completiamo»
è roba da amate parole crociate

5.
Sbucci la frutta
che ho appena lavato

6.
Se mi lamento degli altri,
del diavolo tu fai l’avvocato

7.
La tua insonnia
russa di brutto

8.
Se perdi qualcosa,
è colpa mia che lo butto

9.
Non ti inventi mai scuse
ma nemmeno le porgi

10.
Sai essere il più duro dei muri
e non te ne accorgi.

Colonna destra.

1.
Mi guardi
e la cosa rannicchiata in fondo a me stessa
si alza in punta di piedi a baciarti

2.
Quando stai coi bambini sei lì,
concentrato,
e non c’è niente a distrarti

3.
Il tuo modo di amare
è venire al binario,
all’arrivo in stazione

4.
Discutiamo di tutto e di tutti,
non siamo mai in discussione

5.
A volte hai un’ombra negli occhi,
un mistero che non riconosco
(avrei perso tutta la favola
non fossi entrata nel bosco)

6.
Mi chiami mia moglie
anche senza sposarci

7.
Ci teniamo presenti
anche senza pensarci

8.
Pronunci il mio nome
come fosse un segreto

9.
Il tuo silenzio è la voce
di un altro alfabeto

10.
Mi hai messo l’anima in pace,
dico quella gemella
la tua è diversa, ardente, preziosa
anima mia, sentinella

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Sabato di shopping con figlia tredicenne.

Entrate nella catena di fast fashion che tua madre chiamava Beriscia.

C’è una musica fortissima che copre la puzza di sudore e di poliestere, i commessi si spostano da una parte all’altra del negozio, indaffarati, stropicciano ulteriormente cose già stropicciate, l’importante è non girarsi quando vengono chiamati o si trasformeranno in statue di rayon. Ne blocchi uno per chiedere una taglia, quale taglia? Io sono qui per il rave. In effetti all’ingresso avevi notato un buttafuori con un auricolare, è lì per verificare che nessuno esca con l’antitaccheggio. Gli antitaccheggio hanno infatti più valore dei vestiti. Lui è buttafuori e anche antifurto, l’energia elettrostatica è a un livello tale che quando becca qualcuno rubare si infila una lampadina in bocca e lampeggia per lanciare l’allarme.

Tua figlia ti vuole costringere a comprare una pelliccia. C’è l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto c’è l’imbarazzo. Hanno scuoiato tutti i feticci della tua infanzia: Uan, Four e anche Bear nella grande casa blu. Che poi è inutile che tu faccia tanto la superiore, tua zia Daniela un Natale dei primi Novanta arrivò indossando la famosa pelliccia della Mongolia, un agglomerato riccio color champagne in peli pubici di Enzo Paolo Turchi, una roba schifosa da dire quasi quanto da vedere. Dici a tua figlia che apprezzi il tentativo di coinvolgerti, ma no, non farai il cosplay dell’Orso di Revenant.

Andiamo da Humana, mamma? Dai, ok. Entrando una sensazione fortissima di déjà vu ti coglie, “ancora tu? ma non dovevamo vederci più?” dici a una gonna scozzese con lo spillone per l’harakiri. D’altronde il vero highlander della moda, non poteva che essere un kilt.

Più ti sposti tra gli stendini e più capisci che sei al centro di un complotto internazionale. Dieci anni fa abbiamo letto tutte il magico potere del riordino della Kondo, abbiamo dato via tutti i vestiti e dopo un anno è esplosa la moda del second hand. Ti pare evidente: ci stiamo ricomprando le cose che abbiamo buttato, è il magico potere del ricompro.

Fantozziano a dir poco, infatti in vetrina c’è quel cappotto del ragioniere, spalla larga, spigato. Lo provi, la commessa ti dice: questo è proprio il suo, le sta benissimo. Sì, è proprio il mio, di nuovo. Come è Humana lei.

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Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Oggi mi sono svegliata con una tristezza.

Quando una tristezza si ferma a dormire la sento che si muove nella stanza, a piccoli passi, è come una danza. Ho aperto gli occhi e mi era accanto, mi fissava. Ah, sei qui? Ha alzato le spalle, Pare di sì. Mi sono fatta il caffè e lei con me. Le ho chiesto le sue intenzioni, le ho ricordato che nel duemiladiciotto una tristezza è arrivata a casa, di botto, e li si è piazzata, non sapevo più come mandarla via. E dire che se stantia, una tristezza pesante di quella stazza, dopo qualche giorno come l’ospite… puzza.

Questa di stamattina era una tristezza gentile, ha detto ok ho capito il messaggio e mi ha garantito che era solo di passaggio. Mi sono vestita, un poco truccata, intanto mi sono anche raccomandata: Non sono solita uscire con una tristezza, non è che posso andare in giro a presentarti ai conoscenti, non siamo intime, al massimo lontane parenti. Lei era quieta, annuiva. Se incontriamo qualcuno non dirgli chi sei, comunque non ti fermerai.

In auto abbiamo ascoltato le canzoni d’amore e lei mi ha spiegato la musica e il senso delle parole. Non è stato male stare lei ed io, sole. Per strada abbiamo incontrato un bambino con una gioia al guinzaglio, mi si è premuta addosso spaventata, la tristezza non ama la gioia, la fa sentire sbagliata. In mezzo alla gente, al lavoro, mi parlava all’orecchio, mi distraeva, contava gli assenti, ignorava chi c’era, mi toglieva il respiro. Finché le ho proposto dai usciamo, facciamoci un giro.

Fuori le ho dato la mano, si è presa anche il braccio, mi si è appesa quasi al cappotto: mi stanchi, non far la bambina,mi son lamentata, fermiamoci qui, che c’è una panchina. Siamo rimaste a lungo in silenzio, le foglie per terra, il freddo sparso per aria, finché è arrivata un’anziana, l’espressione bonaria. Ma guarda che belle tristezze che abbiamo, ha detto sedendosi piano, se mi presenta la sua le presento la mia e magari insieme se ne andranno via.

Sa, ha aggiunto, la tristezza vuole essere vista, considerata, è un passero a terra con un’ala spezzata, bisogna curala, ma lasciarla anche andare, non darle un nido, una casa, deve essere libera per volare e tornare. Se cresce in casa, in cattività, non può farne più a meno e il suo mezzo bicchiere non sarà mai più pieno.

Mi sono stupita di tanta saggezza: sono vecchia, ha risposto, vado al rallentatore, così vedo meglio e riguardo col cuore.

La mia amica è scomparsa in un solo volteggio.

Oggi non son stata triste, ho solo portato una tristezza a passeggio.

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Quarantasettembre.

Il mio quarantesettesimo compleanno chiude l’estate. l’estate che ricorderò come infinita perché ho avuto la fortuna di poter lavorare in smart dal mare, ma soprattutto l’estate in cui ho dovuto farmi una ragione di mio figlio Mister Bis-Mutanda.

So che non sono l’unica madre di un Mister Bis-Mutanda, ne ho visti moltissimi in spiaggia, giovani baldanzosi che mettono i boxer sotto il costume. Il mio giovane e baldanzoso dice per comodità. Ma per il massimo del comfort prova a infilartelo anche in un calzino, gli suggerisco, ma non coglie. Il mio John Frusciante, dopo aver nuotato, si imbozzola sotto un asciugamano e libera le pudenda (non oso immaginare lo stato del red hot chili pepper là sotto) dall’amalgama mutandale, un insieme informe di stoffa, salsedine e sabbia che viene immantinente lanciato, anzi schiaffeggiato contro ringhiere, ombrelloni, superfici varie, persino muri. A quel punto il sole fa il resto perché stoccafissa il tutto nel giro di dieci minuti e, al tramonto, la madre recupera la mutanda di waferizzata che si sbriciola sotto le sue mani inermi.

Il malumore non va in vacanza se c’è Mister bis-mutanda! Infatti abbiamo spesso discusso anche dei compiti, il fatto di essere stato promosso l’ha reso spavaldo, da giugno mi spiega il suo programma di studi estivo. Spiegarmi il suo programma di studi estivo è il compito delle vacanze evidentemente perché non ha fatto altro. Ma non voglio incazzarmi, ho tanti di quei mesi per incazzarmi diligentemente… Marta pure non si è ammazzata sui libri, sono più i libri che ora invocano una degna sepoltura. Ha trascinato l’isola di Arturo avanti e indietro tra spiaggia e casa (non che Arturo avesse bisogno di prendere altro iodio, tra l’altro), l’ha cosparso di crema, gli ha fatto prendere aria, sole e vento, l’ha fatto raddoppiare di volume per via dell’umidità, quel poveretto sta messo peggio delle mutande di Lorenzo. Elsa è Morente.

Ammetto che siano stati bravi ugualmente entrambi: hanno preso l’aereo da soli per venire da me a Maiorca, hanno partecipato a due vacanze studio con entusiasmo, non si sono vicendevolmente ammazzati, hanno dato molto retta alla Piccola. Anche perché non c’è alternativa, lei impone la sua presenza con determinazione. “Non giocate a palla! Voi dovete giocare solo a me!” urla e come darle torto?

Così abbiamo giocato tutti a lei, io ho anche corso ogni mattina, letto un libro dopo l’altro, chiacchierato, preso sole e vento, preso in giro la mia famiglia e mi sono fatta prendere in giro dalla mia famiglia, ho cercato di dimenticare cosa mi aspetta, ho cercato di scordare te settembre, settembre che mi guardi e mi sfidi. Settembre che mi guardi e, bastardo, ridi.

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Giorni orizzontali e giorni verticali.

Ci sono giorni che sono lì per essere attraversati, altri che devono essere scalati. Giorni orizzontali e giorni verticali. I giorni verticali hanno pochi appigli su lastre di specchi, ti stremano, ti frustrano, 24 ore da climber. La vita sa essere scivolosa, a volte l’unico modo per uscirne è precipitare, lasciarsi andare e sperare che l’imbracatura tenga.

L’estate io la vedo come un susseguirsi di giorni orizzontali, dove si può passeggiare, respirare, godere del paesaggio. Mi auguro di attraversare agosto in pace, con del silenzio (ho scoperto che saper tacere vuol dire anche sapersi fare ascoltare), vorrei guardarmi intorno e guardare a chi amo senza dovermi arrampicare. Da bambina credevo che il nero dell’occhio, il centro dell’iride fosse un buco, la pupilla fosse una cavità e l’esterno venisse assorbito da quei forellini risucchia-immagini. Guardare così: riempiendosi gli occhi.

La Piccola attraversa la sua estate ancora da accovacciata, con la dimestichezza naturale con la terra che si perde con l’età. Cerca insetti per non pestarli, rovista tra i sassolini per trovare una minuscola pietra speciale per motivi che sa solo lei. Cresci e non ti accovacci più così, perdi elasticità, vai dritto e non temi di calpestare quello che prima ti incuriosiva. Ricomincerai da vecchio a rivolgerti al suolo, la schiena curva, forse per sussurrare alla terra di esserti lieve. I miei Ragazzi non si accovacciano, loro colano dal divano al pavimento, dalle sedie al parquet quando c’è, dalla sdraio alla sabbia, in quella pozza che è l’adolescenza. Nelle notti d’estate il sudore evapora e la mattina ritrovo le loro leggere impronte di sale, come avessero lasciato il loro fossile bianco sul lenzuolo.

La Piccola non capisce noi grandi, che non vogliamo tuffarci subito in mare, noi che potremmo starci le ore senza che qualcuno ci tiri fuori di peso. Si domanda perché tutti gli adulti non abbiano cuccioli di ogni tipo di animale, di scimmia, di emù, visto che non c’è nessuno che glielo vieta. Noi grandi non ci sappiamo godere la vita, pensa, abbiamo superpoteri che non sfruttiamo. Anche a me ogni tanto noi grandi sembriamo strani, capricciosi, soprattutto quando spacciamo la nostra insicurezza per sensibilità. Viviamo di preoccupazioni, quando la maggioranza delle preoccupazioni sono da ingenui (se penso a quante sciocchezze mi hanno tolto il sonno quasi me ne vergogno).

Auguro a tutti un agosto da attraversare, le braccia lungo il corpo, le spalle leggere, senza ombra di imbracature, un agosto pianeggiante, dove si veda tanto orizzonte, che riempia gli occhi e curi le fatiche della mente.

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Ninna nanna dell’adolescente.

Ninna nanna dell’adolescente

Che di giorno ti insulta e di sera si pente

Ripete la nenia non è colpa mia

Ma si cresce sbagliando, non c’è un’altra via.

Ninna nanna di noi genitori

Che preghiamo l’arrivo di tempi migliori

Giochiamo a chiamarli “gli adolescemi”

Siamo barche nel bosco, per di più senza remi.

Ninna nanna dei corpi mutanti

Abbasso i neuroni, con gli ormoni avanti!

È il continuo oscillare dell’adolescenza:

tra il non valgo niente e l’onnipotenza.

Ninna nanna delle ore nel bagno

Con il cellulare fedele compagno

Oltre a firme su scarpe e sui vari accessori

Lui ha anche le chiappe griffate Ginori.

Ninna nanna dei tu dove sei?

Che quando gli scrivi ti risponde okay.

E a casa lo aspetti, occhi aperti, per ore

Ovunque lui vada si porta il tuo cuore.

Ninna nanna dei lascia che sia

Ci vuole pazienza è un po’ di ironia

È che mettono ali alle nostre radici

Per andare nel mondo, non per farci felici.

Ninna nanna del figlio che cresce

Della madre che insegna quel che non le riesce

È ciò che facciamo come educatori

ignorare i precetti di cui siamo fautori.

Ninna nanna delle cose da niente

Che sussurro di notte al mio adolescente

E ogni sera mi trovo, nel buio, a implorare

Figlio, ora dormi, che ti devo parlare.

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Mamma, io faccio schifo solo a casa.

Lorenzo è via per una settimana, è partito sabato per uno scambio con una famiglia di Monaco. Dormirà a casa di questa ragazzina che ad aprile verrà in Italia. La ragazzina l’ho vista in foto, è bellissima, più grande di un anno, sorridente. Nel questionario che Lori ha dovuto compilare a inizio anno per organizzare la trasferta, alla voce “animali domestici” aveva scritto che non gli piacciono i cani (ne ha paura da quando è molto piccolo). Un mese fa, per simpatizzare prima dell’incontro italo tedesco, i due compagni d’avventura si sono scritti su whatsapp, la foto del profilo della fanciulla la vedeva abbracciata a una coppia di pastori tedeschi grandi come due fuoristrada. Il primo messaggio della chat diceva “ciao, è vero che non ti piacciono i cani?”, messaggio a cui Lorenzo ha risposto con un lampo di genio “Non mi piacciono solo quelli… PICCOLI”.

Passerà la settimana a scappare da Volks e Wagen, già lo so. La vigilia della partenza è trascorsa con me che facevo raccomandazioni a raffica. “Ti scongiuro sii gentile, abbi cura di chiudere tutto quello che trovi aperto se lo hai aperto tu, frigo, luci, tubetti, ante, tavolette del cesso. Sul gabinetto mi sono soffermata mezz’ora: hai presente quello scopettino che c’è vicino al bagno? Quello non serve per fare qualche affondo di fioretto mentre caghi, quello serve a pulire le tracce del tuo passaggio. Dico passaggio e non permanenza. Non starci ore, ti scongiuro, tu stai così tanto sulla tazza che quando hai finito è di nuovo l’ora di ricagare. Potresti passare in questo modo tutta la tua settimana a Monaco, in un loop infinito. Non lanciare le calze sul lampadario, quando ti lavi i denti non stuccare il lavandino col dentifricio, non fare l’aquafan sullo specchio, non fare l’aquafan manco quando fai pipì, ti prego siediti, non farla in piedi, ma se ti siedi non ci prendere troppo gusto e non ricagare altrimenti non finiamo più”.

Aperta parentesi. A dirla tutta io a quattordici anni non ci sarei voluta andare a casa di gente sconosciuta, che parla una lingua sconosciuta, mi sarei rifiutata. Lorenzo, che bullizzo con costanza da quando è diventato adolescente, mi rende orgogliosa soprattutto per questa sua apertura verso il mondo. Non ha paura. I cambiamenti non lo spaventano ed è bellissimo perché amare solo quello a cui si è abituati è un’arma a doppio taglio, l’abitudine finisce per appannare e impoverire ciò che si ama. Chiusa parentesi.

Gli ho domandato se avesse portato il deodorante spray e lui mi ha risposto “Sì e anche l’accendino così lo uso per fare le fiammate ai cani se mi attaccano”. Per un secondo ho avuto paura che fosse serio. Alla sesta ora di raccomandazioni mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha messo di fronte a una verità che ho sempre intuito e mai verbalizzato: “Ma’ stai tranquilla, io faccio schifo solo a casa mia”. Di sua iniziativa ha comprato 12 euro di gianduiotti per la fanciulla, gli altri 8 euro sospetto li abbia investiti in crocchette per i pastori tedeschi.

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