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Cara Berlino

Riordinando i feed a cui sono iscritto, ieri mi sono imbattuto in questo articolo in cui Margherita salutava Ginevra, lasciandola, l’anno scorso.

Leggerlo è stato un segnale, un invito involontario (Marghe nemmeno sa che l’ho letto né che l’avrei citata, che divertimento metterla in imbarazzo) a salutare anch’io la città pazzesca in cui ho vissuto negli ultimi dieci mesi.

Il regalo di compleanno che mi faccio è un viaggio introspettivo retrospettivo nella mia vita in questa città.


Mentirei se affermassi di aver vissuto Berlino nella sua essenza più profonda, autentica, stravagante, catartica. Pochissimo clubbing, solo alcune visite storico/culturali, molto poco contatto con i movimenti politici locali, apprendimento della lingua tedesca completamente assente—non ci ho nemmeno provato. Un po’ perché sono fatto storto e proprio non riesco a sopprimere quel fattore leopardiano in me, la prima emozione rievocando questa città sarà l’insoddisfazione.

In questi miei ultimi giorni qui sto continuando a chiedermi: allora, cosa mi resta di questa città?

Per quanto la mia indole negativa sappia impetuosamente monopolizzare l’emozione più superficiale riguardo a questo luogo, non può in alcun modo essere paragonata alla ricchezza umana, sociale e intellettuale che mi ha regalato la vita qui. Cercando di individuare cosa Berlino mi lascia, ho continuato a crucciarmi per riuscire a collocare nel mio vissuto personale l’immaginario comune rispetto a questa città. Ciò che mi ha fatto crescere in questo posto in questo periodo non può rientrare in quegli schemi, anche se questo non significa che il luogo in cui ho vissuto non abbia giocato un ruolo cruciale.

Prima di ogni altra cosa, Berlino mi ha regalato persone meravigliose. Prima fra tutte Dario, in cui ho trovato l’amico che non aspettavo, nonché un collega eccezionale, life coach senza pari, mio cicerone nella vita ma in particolare nello scontrarmi con la mentalità tedesca. A Dario è molto difficile dedicare solo poche parole e sarebbe piuttosto cringe una dichiarazione d’affetto in pubblico, perciò mi fermerò qui.

Incontrando (o conoscendo meglio, veramente) persone ho attraversato le loro idee, i loro stili di vita così affascinanti e per me assolutamente inimmaginabili prima di trasferirmi qui. Senza esserne completamente conscio, mi rendo conto di aver assunto una prospettiva inedita rispetto al mondo e a chi lo abita, un punto di vista che solo Berlino sa dare con tale veemenza e concretezza.

Berlino rimarrà per me icona di libertà. Provando a tralasciare la violenza e l’odio della polizia, la repressione inaudita e ingiustificabile in particolare rispetto alla Palestina, qui ci si può sentire sé stessз. A Berlino è tremendamente facile perdersi completamente, un’ardua sfida ritrovarsi, ma, una volta faticosamente raggiunto un minimo di consapevolezza identitaria, si può essere chi si vuole, sentirsi a casa, sentirsi veramente liberз rispetto a chi si desidera essere.

Il cuore della libertà di Berlino si trova nella sua dimensione collettiva e mai meramente individuale: io mi sento come voglio non esclusivamente rispetto a me stessə, ma anche in funzione delle persone intorno a me, a cui questa città regala qualcosa di speciale e ineffabile che lascia fare alla gente quel che diamine vuole, senza però permettere che questo degeneri in puro disinteresse o indifferenza.

Due giorni fa, mentre accompagnavo LP a prendere la S-Bahn a Warshauer Straße abbiamo trovato un gruppo di beatboxer che si esibiva. Siamo stati talmente affascinati e assuefatti dal loro talento che siamo rimasti ad ascoltarli per diversi minuti. Nonostante la confusione e il rumore intorno, persone come noi catturate dai movimenti e dai suoni ipnotizzanti. La bellezza che ha caratterizzato quel momento è tipica di Berlino e trascende quell’episodio. La si comprende camminando per la strada girandosi intorno, ascoltando, osservando. Ogni banco di un Flohmarkt, ogni cassa che pompa techno senza tregua, ogni Berliner condivisa sedutз sul prato di Boxi. Berlino regala incessantemente attimi come questo, ineffabili, che rimangono per sempre e non possono essere raccontati o condivisi se non abbracciando chi ti sta affianco in quel momento.

Che poi non è tutto bello e gioioso come lo dipingo, ma anche ciò che non va, qui, definisce un contrasto che misteriosamente dipinge un quadro la cui bellezza sta proprio in nelle contraddizioni.

Berlino è anche una delle migliori città in Europa se si è nerd come me. Da nessuna parte più di qui si possono trovare così tanti incontri di informatica politica di nicchia. L’esempio massimo è stato per me partecipare a p4p, l’incontro annuale di chi mantiene o usa protocolli peer-to-peer, gente talmente forte da non poter essere riassunta in pochi aggettivi validi per tuttз.

Con molte sue omologhe europee Berlino condivide la capacità di soffocare per l’immensa quantità di input: cose, eventi, persone. Per la prima volta nella mia vita ho abitato in un posto con più di centomila abitanti. Una botta tosta, una confusione terribile. Per me la chiave è stata trovare una dimensione più piccola, intima, ma non isolata e separata rispetto alla metropoli intorno. Per questo gli hackerspace sono ambasciate di serenità, xHain più di tutti.

Nonostante tutto, questa non è la mia città, non è un luogo che riesco a chiamare casa, ma è casa nella prospettiva in cui mi ha fatto sentire accolto, accettato, anche se mi ha decisamente sovraccaricato con la sua identità insistente e inevitabile.

Cara Berlino, il mio non è un addio, né un arrivederci. Da qui parto trasportando con me pezzetti di te: il beat, il Döner, gli amici, la folla, la libertà.

Però, mi hai insegnato soprattutto che nessunə sarà veramente liberə finché non saremo tuttз liberз.

A sign at a protest: “Nobody is free until everyone is free
Primo maggio 2024, Südstern.

P.S.: Dopo aver riletto e aver scolato un litro di té ho il fortissimo sentimento che ci siano molte molte altre cose belle e riflessioni che vorrei condividere, ma per ora mi fermo e forse se tengo certe cose per me non è poi così male.

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