Se tra i miei 32 lettori c'è qualcuno che si reca al seggio elettorale di malavoglia, magari pensando che in fondo votare non serva a niente e che la nostra sia una democrazia formale piuttosto che sostanziale, allora è meglio che eviti questo libro.
Si tratta infatti di un saggio provocatorio (lo si vede già dal titolo) in cui Piergiorgio Odifreddi mette in discussione l’idea di democrazia così come viene raccontata nelle società contemporanee. La sua tesi, semplificando molto, è che la "democrazia pura" praticamente non esista nella realtà. E non esiste perché i sistemi democratici sono per loro natura pieni di disuguaglianze, condizionamenti economici, manipolazioni mediatiche, limiti strutturali. Il potere, quindi, non viene esercitato attraverso i meccanismi democratici che tutti conosciamo, ma semmai da élite economiche, finanziarie, politiche, culturali, più che dal "popolo" in senso pieno. Ovviamente non sta dicendo che è meglio una dittatura, cerca solo di mostrare i limiti interni delle democrazie reali e la distanza tra ideale democratico e funzionamento concreto delle società moderne.
In questo libro Odifreddi, col suo stile matematico e logico, smantella pezzo per pezzo il mito del sistema perfetto, dimostrando come la volontà dei cittadini venga costantemente resa vana, filtrata e annacquata dagli stessi ingranaggi istituzionali. L'autore fa notare che il volere dei cittadini, prima di trasformarsi in azione, deve subire una serie di passaggi a maglie sempre più strette: viene filtrato dai partiti, dal parlamento, dal governo e infine dal presidente della Repubblica. A ogni singolo snodo, la distanza tra il popolo e il potere effettivo aumenta, riducendo il voto a una sorta di "cambiale in bianco a scadenza quinquiennale" priva di qualsiasi vincolo di mandato. Una volta espresso il voto, l'elettore rimane passivo e impotente per l'intera legislatura. Con esempi chiari e inoppugnabili l'autore mostra come, sul piano puramente teorico, le preferenze collettive vengano manipolate o distorte attraverso dinamiche che sono sotto gli occhi di tutti, come ad esempio l'avallo obbligato di candidati scelti dai segretari di partito, leggi truffa "maggioritarie" che consegnano il paese a minoranze elette, listini bloccati senza possibilità di scegliersi i propri candidati, "cambi di casacca" dei voltagabbana, che in parlamento finiscono per costituire l'unica vera maggioranza assoluta.
Molto interessante, tra gli altri, il capitolo sulla (finta) separazione dei poteri. La democrazia moderna, scrive l'autore, soffre infatti di un grave deficit strutturale nella suddetta separazione. Invece di avere un legislativo che fa le leggi e un esecutivo che le applica, si assiste ogni giorno a un ribaltamento sistematico, e il governo in carica non fa eccezione. In pratica, oggi è il governo che propone in prima persona le leggi dall'esterno, imponendole alle camere attraverso il ricatto, spesso reiterato, del voto di fiducia. Openpolis, ad esempio, ha calcolato che da ottobre 2022 il governo Meloni ha varato 130 decreti legge, una media di tre al mese, un numero maggiore di quasi tutti quelli precedenti, compresi il Conte II e il governo Draghi attivi nel periodo pandemico. In pratica siamo una repubblica parlamentare solo formalmente.
Il volume è ricco di esempi reali, tratti dalla vita politica nel nostro Paese a partire dal dopoguerra a oggi, con cui si dimostra l'imperfezione strutturale del sistema democratico. È un libro lucido, cinico al punto giusto e supportato da una ferrea logica, che toglie il velo di ipocrisia dai nostri rituali elettorali. Questo, ovviamente, non significa che si può smettere di andare a votare (col risultato poi di trovarsi al governo gentaglia come quella che abbiamo oggi); significa che è possibile andare a votare con un po' di consapevolezza in più.