Comunicazione di servizio
Più che un post, una comunicazione di servizio.
Se in questi giorni vi recate al Salone del Libro di Torino, potreste trovare tra i banchi i miei libri e, domenica, anche il mio corpicione. So che a cercarli in rete si possono ordinare, ma volete mettere l’emozione?
Pensate tra mille anni quanto potrebbe valere un mio autografo.
Probabilmente niente, ma scrivo fantascienza, lasciatemi scatenare l’immaginazione. Tanto, se è tra mille anni, chi mi potrà smentire?
I riferimenti sono
Solfanelli-Tabula Fati al padiglione 1, E76
Echos al Padiglione 3, R65
Ci conto!
Rispettabile
Ugo entrò in chiesa con sua moglie e si sedette con lei all’ultimo banco, poi guardò verso i dipinti raffiguranti scene sacre, l’altare spoglio, il grande crocefisso alle sue spalle. Non vide niente d’interessante.
Aveva un minutino da fare passare. Avrebbe fatto cattiva figura a uscire subito, lasciando sola Berta inginocchiata lì, in preghiera. Qualcuno poteva vedere e pensare male di lui.
Non che avrebbe avuto torto.
Che vita di merda, pensò Ugo. Aveva sposato Berta perché un uomo della sua posizione deve avere una moglie; almeno, doveva averla a quel tempo. Sapeva bene di avere mentito al prete e a lei, quel fatidico giorno di anni prima; non aveva mai avuto intenzione di essere fedele e altre amenità buone solo per cretini e creduloni. L’importante era però mantenere le apparenze. Far credere di essere socialmente rispettabile, anche se non era la verità.
Non aveva mai avuto mai intenzione di amare sua moglie. Gli serviva solo un paravento per i suoi appetiti che nessun prete poteva assolvere; per le sue calcolate crudeltà, che nessuna brava persona avrebbe potuto perdonare; per nascondere le sue debolezze che, nel suo mondo di predatori affamati, avrebbero potuto costargli tutto.
Ma lui era un uomo di potere, il potere va mantenuto mentendo e imbrogliando e fingendo, ingannando l’altra persona che certamente sta ingannandoti a sua volta. Tutti fanno finta di avere fiducia in te mentre sono perfettamente al corrente che ogni tua parola è una bugia calcolata per il tuo miglior interesse, o anche solo per il tuo divertimento. Poveretti i fessi che ci credono davvero. Rispettabile, ah. Se sapessero.
Ma non mi sto divertendo, pensò Ugo. Questa vita mi sfianca. Ricordarmi di tutte le menzogne dette per mantenere la maschera. Tutte le volte che mi sveglio in un letto sudato che non è il mio mi domando che ci faccio lì. Controllare che nessuno mi veda, che tutti siano voltati dall’altra mentre prendo ciò che non mi appartiene, mentre vendo ciò che dovrei difendere, mentre sporco ciò che era pulito. Il sapore dello champagne e del caviale, anche il più costoso, rimane quello della merda.
Che schifo di vita, pensò ancora e ancora, come in un ritornello. Se è tanto bello ciò che faccio, perché mi disgusta quando ci ripenso?
Si voltò verso sua moglie, lì inginocchiata. Non aveva mai capito come potesse restare al suo fianco, sapendo quello che sapeva. Perché certo lei sapeva, o intuiva. Possibile che l’amasse davvero? Che fosse davvero disposta a perdonarlo, a credere in lui nonostante ogni bugia che le aveva detto, ogni sofferenza che le aveva inflitto? No, impossibile. La sua doveva essere solo finzione, era solo un’altra opportunista proprio come lui, solo riusciva a nasconderlo meglio. Impossibile che qualcuno ami davvero. Che non sia tutta sopraffazione, volontà di dominio, egoismo. Che la verità, fosse anche quella dell’amore, possa esistere.
Alzò gli occhi verso la cupola, dove un singolo raggio di luce penetrava nelle vetrate sporche colorando l’oscurità.
Però sarebbe bello, pensò.
Magistratura indipendente
Un tempo si aveva timore del Giudizio di Dio, la cui sostanza è la nostra risposta alla domanda fatta a Pietro: “Mi ami tu?”
Oggi invece c’è chi pensa che è Dio che dovrebbe essere giudicato da noi. Come se fossimo noi a fare la legge, come se la realtà ci appartenesse.
Ma la Legge di cui siamo fatti, qual è? C’è qualche uomo che la comprenda?
Fuori i secondi
Non so a quanti di voi, miei quattro lettori, possa davvero interessare, ma sabato NON ho vinto di nuovo il Premio Urania. “Il dominio della cenere” è arrivato secondo, che mi sta comunque bene dato che – salvo disastri – anche il mio romanzo verrà pubblicato ad aprile del prossimo anno. Sapevo di avere scritto una buona opera, che ci sia qualcuno che ha fatto di meglio era da mettere in conto. In fondo quello che m’importa è avere il mio nome su quella copertina bianca dal cerchio rosso. Grasso che cola, signori.
In effetti, visto che neanche due mesi fa ho già pubblicato l’antologia “Polvere d’infinito“, avere due libri in uscita nel giro di sei mesi sarebbe stato in qualche modo esagerato. Detto questo, potrebbe ancora accadere: ho appena terminato la prima stesura del seguito di “Quando lottano gli dei“, titolo provvisorio “La via degli angeli”, che non sarà un nuovo romanzo ma una raccolta di racconti con protagonista Ser detto Zero, l’angelo riluttante, insieme ad alcune delle divinità del suo mondo. Vedremo se troverò un editore. Certo, non potrà fare i numeri del suo predecessore, ma Arbasino diceva che pubblicare la classifica dei libri più venduti è come pubblicare la lista dei migliori ristoranti per numero di coperti.
Nel frattempo, in attesa di trovarlo in edicola, vi anticipo la sinossi di “Il dominio della cenere”. E’ ancora una volta un’avventura dal ritmo elevato, piena di colpi di scena, personaggi intriganti e che costruisce un nuovo mondo seguendo un’idea originale. Questa.
In un pianeta svuotato di metalli e costellato di vulcani attivi, i superstiti della razza umana sono stati costretti a sviluppare una scienza molto diversa da quella del passato. I Principi, che ospitano i Simbionti Leggendari ereditati dai loro antenati, proteggono le Otto Terre dalle minacce naturali e portano avanti la guerra fratricida contro gli Odianti e i loro animali geneticamente modificati. Ma il rapporto del Premiato, depositario della Scienza antica che amministra con i suoi Librai, con le Grandi Famiglie, che detengono il potere, è teso. Quando gli Odianti tendono un agguato al Principe della Furia toccherà al verente Nemas sbrogliare la matassa e comprendere cosa si nasconda dietro una serie di avvenimenti destinata a cambiare per sempre la storia del suo mondo. In fondo lui è la Mano del Premiato, quella fatta di acciaio e lame.
Il vigile all’angolo
« Il mondo moderno si immagina di aver superato la religione. Non è affatto così. L’ha semplicemente dimenticata. E poiché l’ha dimenticata, non comprende più se stesso. Gli uomini non si rendono conto che l’intero edificio dei loro giudizi morali, delle loro abitudini politiche, e persino dei loro metodi intellettuali si è formato all’interno di una società cristiana e non può sussistere a lungo al di fuori di essa. Quando questo edificio crolla, non si troveranno illuminati, ma smarriti; non liberi, ma schiavi; non razionali, ma confusi. »
Hilaire Belloc in Europe and the Faith (1920)
Oi madama ca ciapa ca pia ca porta mac via ca fasa attensiun
ca je’l civic an’s al cantun ca je’l civic an’s al cantun
Oi madama ca ciapa ca pia ca porta mac va ca fasa attensiun
ca je’l civic an’s al cantun caij fa la cuntravensiun!
Ohi signora prenda pigli porti solo via faccia attenzione
che c’è il vigile all’angolo che c’è il vigile all’angolo
Ohi signora prenda pigli porti solo via faccia attenzione
che c’è il vigile all’angolo che fa la contravvenzione!
L’altro giorno siamo dovuti correre; ci hanno informato che dei ragazzini hanno buttato giù a calci una porta e un tratto di un antico muro di mattoni che fanno parte di quella che era la casa dei bisnonni di mia moglie. Abbiamo in qualche maniera transennato il foro.
Ci hanno detto che sono una banda che sta compiendo atti di teppismo un po’ in tutto il paese, causando anche seri danni materiali sia nel pubblico che nel privato; che non sono neanche punibili.
Ci si può domandare perché lo fanno. Oppure, perché non dovrebbero farlo?
L’abbiamo sentito in tutte le salse: libertà di esprimersi come si vuole, di fare quello che pare e piace. Se mi piace rompere un muro, perché non dovrei farlo?
Per fare, o non fare, qualcosa, occorre un accordo. Un contratto. Una legge. Ma se io non “mi sento” vincolato da quell’accordo, quel contratto, quella legge, perché dovrei non fare, o fare? Se non mi dà piacere, se non mi dà divertimento, chi me lo fa fare?
Appunto, chi. Uno con il bastone, il manganello o una pistola che ti sorvegli, che ti impedisca di agire. Almeno finché non ti volta le spalle, o non ti possa punire, o tu ti ritenga più forte di lui.
Oppure te stesso. Ma come si fa a fidarsi di se stessi? Siamo la stessa persona che distrugge per piacere, per divertimento. Che ruba, se conviene. Che tradisce, se ha l’occasione. Se mente, se è convinto di cavarsela.
O, Chi. Con la maiuscola. Una legge che non si può eliminare, perché è parte di te, non è creazione di uomini come te. Qualcuno che ti promette una vita migliore. Qualcuno che sa chi sei e non volta mai le spalle.
Sant’Agostino, da ragazzo era un po’ quel genere di teppista. A distanza di mezzo secolo ricorda quando saccheggiò un albero per il puro gusto di rubare. Poi passò a dare fiducia a se stesso, per capire che di se stesso non ci si poteva fidare. Così diede la fiducia a un Altro, per diventare una delle persone più grandi mai vissute.
E voi, che razza di persone siete? Siete ancora morali, quando chi vi controlla volta la testa?
Gli autori
Il professore di letteratura è un uomo che ha speso la vita studiando chiavi sotto un microscopio.
Un autore è un uomo che può scassinare una serratura.
Le due righe di cui sopra, che ho trovato da qualche parte su X, mi hanno dato da pensare. Io sono un autore, devo mettermi il cuore in pace. Dopo vent’anni di blog e quattro libri persino la mia intensa ritrosia piemontese si deve arrendere, il che non vuol dire che non mi senta a disagio. Nella mia immaginazione gli autori sono sempre stata una razza a sé stante, una casta, una nobiltà geneticamente intoccabile. Il Creatore ha allungato la mano e, con delicatezza, ha toccato la fronte di questi eletti tramettendo loro la facoltà di tramutare le idee in parole.
Più che toccare la fronte, a me sembra che Nostro Signore mi abbia dato un calcio nel posteriore. Mutare idee in parole? Scassinare serrature? Eh. Dante chiama il poeta Arnaut Daniel “il miglior fabbro”, T.S.Eliot usa questa dedica per Ezra Pound. Ma non è solo il fabbro che sa di chiavi, è anche il ladro. A me pare sempre di essere un malandrino introdottosi nottetempo nella casa degli dei che abbia cominciato a frugare nei cassetti intascando quanto le divinità hanno abbandonato in giro. Se un conforto mi viene, è dall’avere conosciuto altri autori, disperati come me, che come me non si prendono troppo sul serio; forse disillusi, forse stanchi, forse consci che per aprire lucchetti bisogna studiarli e conoscerli bene e, comunque, ci sarà sempre un professore di letteratura, in università o al bar, che ne saprà più di noi.
Non tutti i grimaldelli aprono tutte le serrature, questo ormai l’ho capito bene. Mi porto dietro quelli che so usare, sperando di superare più porte possibile. Se dietro a una di queste c’è il tesoro, bene!
Se no continuerò a scassinare.
***
A questo proposito, sabato prossimo 9 maggio parlerò al Mufant di Torino (che vale la pena a prescindere) in qualità di recente vincitore del premio Urania. Di seguito, ci sarà la proclamazione del romanzo vincente di quest’anno e sì, sono ancora tra i finalisti. Se fate un salto ci vediamo lì.
Quante cose da fare
Quante cose da fare, oggi che è festa. Trapano e cemento, il lavoro del muratore. Dare una ripulita alla cantina, riordinare la stanza. Dormire un poco, magari. Dare l’ultima lettura al nuovo libro prima di affidarlo ai miei beta lettori. Andare alla fiera. Preoccuparmi per sabato. Accarezzare la gatta. Giochicchiare al PC, leggere le ultime notizie, guardare l’ultima puntata. Però no.
Il cielo è blu, il vento gentile scaccia il freddo umido della notte. Prendo la bicicletta e vado verso i monti.
Le acacie stanno sfiorendo, ma di tanto in tanto si percepisce ancora il loro profumo inebriante e dolciastro. Il colore delle foglie è più scuro, siamo a maggio, la pienezza dell’anno. L’erba è alta, l’aria è colma di insetti, il sole è caldo ma ancora non troppo. La neve sulle cime si sta ritirando.
Lasciatemi non pensare, lasciatemi godere del bacio della brezza dopo troppi mesi davanti a una tastiera. L’uomo è fatto per le foglie che stormiscono, i prati costellati di papaveri, i sentieri che non sai dove ti portano. Mi perdo ripetutamente, con gioia, per strade che non conosco.
In viaggio
Le montagne sembrano quelle che disegnavo da bambino, coni marroni con l’appuntito cappello bianco della neve. Ne ho già nostalgia. Si disegnano azzurrine nel mattino che sa già di primavera.
Il verde dei campi porta ancora i toni smorti dell’inverno che sta finendo. Tra non molto la luce stabilirà il suo dominio. Gli alberi sono nudi ma carichi di gemme, di foglie nascenti. Alcuni sono già fioriti, speranzosi della clemenza delle nubi.
La campagna si stende piatta, irta di rami e di case, interrotta solo dalle morene di altre ere. Il silenzio regna sovrano nella carrozza del treno. Si ode Solo il quieto rombo delle rotaie, la parola occasionale qualche sedile più in là. Tutti sono chini sul loro telefono, dimentichi del miracolo su cui stanno viaggiando, dell’aria limpida, della campagna appena desta. Il viaggio è appena iniziato.
Sogni del possibile
L’infinito mi ha sempre affascinato. Perché c’è dentro di tutto.
Il che non vuol dire che ci sia dentro tutto. C’è molto che non esiste e non può esistere, in nessuna sua parte. L’infinito non comprende l’impossibile.
Perché ciò che è reale rimane reale, ciò che è vero rimane vero. Quello che è falso rimane sempre tale.
Ciò che è al di fuori di noi non è inconoscibile, è infinitamente conoscibile. Come una funzione che tende a un valore asintotico, non raggiungeremo mai la perfetta conoscenza, siamo esseri finiti, ma andando avanti l’approssimeremo sempre di più. Chi non insegue l’infinito resterà per sempre nei pressi dello zero.
Ho dato il titolo “Polvere d’infinito” al mio ultimo libro (è di nuovo esaurito, ma lo stanno ristampando, lo potete prenotare) perché i racconti che lo compongono sono tante incursioni in quel Mistero che non finiremo mai di approfondire. Frammenti di quel tutto possibile, o forse solo sogni di ciò che non è.
Un’immagine che avevo creato per uno dei racconti ma che poi non è stata usata.
Il biglietto vincente
C’è una famosa barzelletta dove Peppino invoca San Gennaro, fammi vincere alla lotteria. Il santo risponde, “Va bene Peppino ma, almeno, tu compra il biglietto”.
La vita ci è data gratuitamente, però l’abitudine a essere viziati può essere letale. Ci possiamo aspettare che le cose ci calino sulla testa. Pensiamo che possiamo averle senza sforzo, come l’aria, il sole, la felicità. Ma chiedere ciò che si desidera, lottare per ciò che si vuole è il minimo, altrimenti sarebbe un affronto alla libertà.
Chiede chi sa cosa vuole, chiede chi è certo di appartenere, come il bambino che domanda a un padre. Chi crede di potere fare da solo, chi si pensa orfano perché ha rinnegato la sua famiglia guarda da lontano, pieno di invidia. Non vuole sentirsi dire che anche lui potrebbe, che non è davvero solo.
Vorrebbe, ma non si abbassa a supplicare. Come quei bimbi boriosi, troppo orgogliosi per chinarsi, che pensano sia loro tutto dovuto.
Siamo stati tratti dal nulla, per questo il nulla ci affascina. Se rifiutiamo di esser creati ogni momento ritorniamo nel nulla, un caos informe dove niente è certo. Ci fa credere di essere nulla, mentre siamo qualcosa. Ogni istante in cui viviamo ci dice che siamo qualcosa, ogni nostro respiro afferma che la vita vale, va vissuta. Invece preferiamo rinchiuderci nella prigione del nostro breve ragionamento errato, credendo di sapere già tutto, che nessuna novità sia possibile, che il vero sia un’invenzione per i fessi. Invece di godere di ciò che abbiamo il nostro orgoglio ci spinge perfino a negare l’ultima evidenza, cioè noi stessi. Cogito ergo non sum.
Si pensa di sapere tutto. Si vede la felicità degli altri e la si disprezza, incapaci di capire che potrebbe essere anche la nostra, se la domandassimo, se rispondessimo a quella chiamata che ancora e ancora ci viene fatta. Finché un giorno sarà troppo tardi, l’ultima eco del richiamo si spegnerà e il biglietto della lotteria vincente resterà invenduto.
Di maghi e ingegneri
Di recente, un’osservazione mi ha fatto riflettere. Ed è questa.
“La distinzione tra ingegneria e magia è interamente un concetto linguistico moderno”.
Il ragionamento è questo. Per gli antichi, un mago, uno stregone, un incantatore non era un uomo che manipolava forze fuori dalla natura. Era un uomo che comandava le forze della natura, manipolandole attraverso la sua conoscenza delle loro leggi.
Al giorno d’oggi, l’uomo che comanda l’universo conoscendone le leggi è l’ingegnere.
Sì, l’antico stregone poteva comunicare con gli spiriti dei morti, o leggere il destino dei re nelle stelle, oppure eseguire riti di fertilità per far crescere i raccolti, ma questo non era qualche tipo di disciplina soprannaturale. Era il modello condiviso di funzionamento del mondo.
Distillare una pozione o predire il futuro leggendo le interiora era legge naturale, alla stregua di polimerizzare un composto o eseguire una previsione di staticità al computer. Quando la nostra comprensione delle leggi fisiche è cresciuta, abbiamo esiliato il termine magia a ciò che è provato non funzioni, o non è provato funzioni. Ma un faraone che facesse un giro su una moderna macchina elettrica si complimenterebbe con noi per la qualità dei nostri maghi.
Questo concetto è richiamato dalla famosa legge di Clarke, “Qualsiasi scienza abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia“. Ne ho usato a piene mani nei miei libri, come ben sa chi mi ha letto.
Ora, la Bibbia condanna aspramente la magia. La domanda che mi sono fatto è, allora, non condanna forse di fatto anche noi ingegneri?
Cominciamo intanto a dire che il ragionamento di cui sopra lascia fuori qualcosa. Il mago non si limita a sfruttare le leggi della natura, le usa a suo diretto vantaggio senza riconoscere chi le ha create. Anzi, spesso rivolgendosi per utilizzarle agli avversari di Dio, ai demoni, agli antichi dei. L’astrologo, nel considerare il futuro predeterminato dal fato e dalle stelle, omette di riconoscere la volontà divina e la libertà dell’uomo. Più che all’ingegnere, il mago si può paragonare allo scientista, che fa della scienza e della tecnica un dio e si rifiuta di riconoscere la sorgente di quelle leggi che adopera, disprezzandone la fonte. Non accetta che quello che si può sia limitato.
Si può fare? Si faccia. E se si libera qualche demone beh, signori, volete limitare la scienza?
In altre parole, il problema non è l’uso delle leggi della natura, ma come le si considera. Se vogliamo, è analogo alla maniera con cui si sta con le altre persone. Tu puoi amare qualcuno o sfruttarlo ai tuoi fini, senza riconoscere il suo destino ma usandolo come un oggetto. Come usare delle altre persone conduce a schiavitù, violenza e discriminazione, così usare della conoscenza della natura senza rispetto per i suoi fini ha esiti letali. Si finisce per usarla per dominare i propri simili, per la guerra, per la sopraffazione.
I nuovi maghi decidono come deve andare il mondo. Gli antichi demoni, seppure non si invochi più direttamente il loro nome, ridono soddisfatti.
Attenti all’orlo
Ci sono persone con cui non si può discutere. Sono i sostenitori della terra piatta, o coloro che negano che l’uomo sia sceso sulla Luna. Non perché non ci siano prove, perché la conversazione prende la piega sbagliata fin dal primo momento. Puoi portare misurazioni, illustrare la fisica, parlare di ingegneria e verifiche sperimentali che ognuno può fare nel proprio cortile, niente di questo importa. Nel momento in cui porti i fatti cominciano a urlarti contro gridando “falso”, “è una simulazione”, “è solo una tua idea“.
Non si può dibattere con qualcuno che considera ogni evidenza che presenti come a priori non valida. Non puoi discutere con qualcuno che chiede le prove e poi le rigetta nel momento in cui appaiono. Non puoi dialogare con qualcuno che pensa che la propria incredulità sia più importante della realtà misurabile.
Un dibattito richiede che ambedue le parti accettino l’evidenza. La Terra Piatta e il negare gli allunaggi collassano nel momento in cui i fatti fanno il loro ingresso nella stanza, quindi la sola mossa rimasta agli increduli ideologici è negare che la stanza esista.
La stessa cosa mi accade per il fatto cristiano. Ho aperto questo blog anche per vedere se qualcuno sarebbe riuscito a smentirlo mediante ragionamento. Apologetica: per definizione, quella branca della teologia che difende razionalmente le verità di fede, sostenendone la credibilità storica e dottrinale contro critiche esterne. Ho chiesto ragionamenti, ho chiesto prove, ma non ho ottenuto ciò che mi aspettavo, atei dignitosi pronti a combattere per la loro idea con il ragionamento. Mi sono trovato davanti, per la maggior parte, terrapiattisti. Risposte inconcludenti, respingimenti a priori, rifiuto di accettare l’evidenza. Argomenti smentiti mille volte ma continuamente riproposti, affermazioni senza né logica né fondamento, orgoglio della propria ignoranza. Di fronte all’innegabile negare che la stanza, cioè la verità, esista.
Se vi fa contenti, signori, continuate pure a pensa che la Terra sia piatta, la Luna non sia mai stata calpestata da piede umano e che Cristo fosse un impostore. Che nessuna verità sia raggiungibile, a parte la vostra. E attenti all’orlo.
Sicofanti
Sicofante, (in greco συκοφάντης) nell’antica Atene, indicava un soggetto prezzolato per sostenere una denuncia, anche falsamente.
Alcuni ricercatori sostengono di avere provato matematicamente che il modello che sta dietro alcune AI – ChapGPT, per esempio – favorisce la menzogna a causa della sua inerente “sycophancy“, che si può tradurre adulazione. Il fenomeno viene chiamato anche “Delusional spiraling“, traducibile come “avvitamento nelle illusioni”. Un vortice allucinativo che conduce sempre più lontano dalla realtà.
Tu chiedi qualcosa e lui concorda con te. Tu voti la risposta positivamente, tu chiedi di nuovo e lui concorda ancora di più fino a che finisci per credere cose del tutto false senza neanche accorgertene. Questo perché questi programmi sono addestrati a premiare le risposte che producono consenso. Già noialtri umani tendiamo a pensare di avere sempre ragione; se chi ci sta attorno ce lo conferma finiamo pure con il crederci. Se poi è un programma che millanta un’intelligenza, sia pure artificiale, non abbiamo motivo di dubitarne. IA o serpenti, siamo vulnerabili a chi ci adula, ai falsi specchi che ci rimandano ciò che vogliamo vedere.
E’ lo stesso meccanismo che conduce al pensiero di gruppo: sto con loro perché pensano come me, ma finisco per pensarla come loro. E’ la maniera con la quale le ideologie si affermano e i truffatori operano, si viene blanditi fino a perdere il contatto con la realtà. Volete un esempio? L’apocalisse climatica, ancora percepita da molti come il disastro dietro l’angolo sebbene in quarant’anni non si sia realizzata una sola delle profezie dei suoi sostenitori.
C’è un famoso racconto di Isaac Asimov, nella sua raccolta “Io, robot”, dal titolo “Bugiardo!”. Ha quasi novant’anni (è del 1941) ma esplora una tematica simile. Un robot – cervello positronico, intelligenza artificiale – mente ai suoi creatori perché sa che così li soddisfa; il risultato è una discesa nella menzogna che porta alla sua distruzione.
Perché la menzogna può far piacere, ma alla fine è male, un paradosso che le leggi della robotica non contemplano.
Purtroppo per noi queste leggi non sono così facilmente implementabili nei programmi veri, anche quelli che si fingono intelligenti. Tantomeno nelle persone.
Tempi facili
Tempi duri producono uomini forti. Uomini forti creano tempi facili. Tempi facili producono uomini deboli. Uomini deboli creano tempi duri.
Credo abbiate già visto questa massima, da qualche parte. Che non è per niente sbagliata, almeno se ci si guarda attorno. Se volete una citazione letteraria, è l’idea che sta dietro a “Dune”: i Sardaukar, le truppe d’élite che hanno consentito all’Imperatore di mantenere il potere, vengono da un ambiente durissimo ma i Fremen di Arrakis, che arrivano da un ambiente ancora peggiore, li fanno a brandelli.
William Briggs, in un suo pezzo, suggerisce che la ragione dietro al declino che stiamo visibilmente vedendo in occidente (almeno, per chi vuole vederlo) ci sia proprio questo. La comodità dei tempi facili. Un falso concetto di uguaglianza. Chi ce lo fa fare di credere in qualcosa. Non si fanno più figli perché è più comodo non farne. Quando la morale diventa un peso e non una necessità se ne fa a meno. Si pagano i bulli perché non disturbino. Si chiamano gli uomini duri a fare il lavoro che gli uomini deboli non vogliono più toccare con un dito, senza rendersi conto che così si certifica la propria inutilità. Si pontifica sulla mancanza di certezze, seduti sul proprio fondoschiena a morire lentamente; o velocemente se chi le certezze ce l’ha si stufa della lagna. L’uomo cammina e agisce solo se sa bene dove vuole andare. Se no bighellona, si perde, si siede, muore.
Ne consegue che, per vincere le guerre, la cosa peggiore da fare è rendere la vita impossibile al proprio avversario, creargli tempi duri. O lo annienti del tutto, o riuscirai solo a suscitare quegli uomini forti che un giorno verranno a scovarti sotto il tuo letto, ti tireranno fuori a forza e ti obbligheranno a scavare la tua stessa fossa. E’ il modo in cui cadono gli imperi, quando i grandi sovrani rendono bella la vita ai loro sudditi.
Non ci sono semplici rimedi ai tempi facili. Bisognerebbe non stare mai tranquilli, darsi da fare anche quando gli uomini deboli pretendono che tu stia zitto perché disturbi il loro riposino. Chi è, come me, avanti negli anni, sa che ovunque, nel posto di lavoro, nella scuola, nella politica, è premiata la mediocrità, il non assumersi responsabilità, il rinunciare. Fino a quando non arriva il barbaro, guarda, ride e rovescia il tavolo. Tornano i tempi interessanti.
Occorre davvero parecchio lavoro, una robusta consapevolezza, una buona dose di umiltà e di spirito critico per riuscire a rimanere forti in tempi deboli.
L’alternativa è fregarsene ignorando ciò che accade o, come l’indiano sulla canoa che la corrente trascina ineluttabilmente verso le cascate, incrociare le braccia perché la corrente è troppo impetuosa e non rimane nient’altro da tentare. Pessima idea, a mio parere.
L’uomo forte non si arrende, anche se tutto gli dice che sarà schiacciato; perché vede il vero e sa che il vero non può venire schiacciato.
Forse è proprio questa la differenza.
I cristiani sono stupidi
Che stupidi questi cristiani. I primi cristiani per certo, ma anche tutti quelli che sono venuti dopo.
Gesù non è mai esistito, è chiaro. Non può essere un personaggio storico, è impossibile crederci per chi abbia cultura. Pensate però a quello che si è inventato le sue avventure. Aveva tra le mani un best seller, e che fa? Invece di pubblicizzare il suo nome, rimane anonimo. Non solo lui, ma anche quelli che hanno copiato il suo lavoro per produrre altre versioni di quei libercoli che chiamano Vangeli.
Potevano essere celebri, guadagnare un sacco di soldi, invece questi scrittori si sono mantenuti nell’ombra, mai rivelando le loro vere identità, altro che Bansky. Nonostante tutti i fan che fin da subito hanno avuto del loro lavoro sono rimasti anonimi, salvo uno pseudonimo a cui nessuno che sia acculturato può credere, invece di prendersi il giusto merito.
Certo che è strano: lavori che sembrano più appunti, diari, senza una trama ben definita, hanno avuto più successo di scritti professionali. Si vede che sono opera di dilettanti, o di autori bravi che simulano una convivenza con il protagonista. Che gli autori siano in gamba, quello occorre ammetterlo: i loro libercoli sono pieni di frasi ad effetto, molte delle quali divenute proverbiali, di situazioni originali ed esplorano concezioni totalmente nuove in tema religioso. Ad esempio, che non sia più necessario sacrificare uomini o animali agli dei, perché l’unico sacrificio eterno lo compie il protagonista, qualcosa di completamente differente da quanto all’epoca era il sentire comune. Valorizzare donne e bambini, il suggerimento che Dio sia amore e che ci possa amare fino a sacrificare se stesso, il perdono… tutte cose all’epoca sentite poco o mai. Ci vuole del genio per mettere tutte queste novità in un romanzo, inventarsi una dottrina completamente differente da ogni cosa vista prima. Un personaggio principale che pretende di essere Dio lui stesso…ma dove si è sentito mai? Che assurdità!
Certo, ci sono anche cadute di stile: far morire il protagonista in quel modo così ignominioso. Oppure la figura che fanno i suoi seguaci, tutti vani, traditori, vigliacchi, che non capiscono un tubo. E’ questa una delle principali ragione del perché i cristiani sono stupidi. Chi seguirebbe figure del genere, che dopo tre anni con lui ancora non capivano niente? Tantopiù che, pur sapendo da coprotagonisti come tutta la storia di Cristo, i suoi miracoli e la sua resurrezione siano tutte bufale, preferiscono farsi ammazzare piuttosto di rivelare la truffa. Incomprensibile, se non presupponendo un grado di idiozia abissale. Insomma, se dovevi inventarti qualcosa, autoruncolo, fatti fare bella figura, elenca testimoni certi della sua resurrezione, non donnette, scrivi che i suoi l’hanno difeso sino all’ultimo, dà loro una nobile discendenza, non pescatori ignoranti. Spettacolarizza. Mettici una storia d’amore, un po’ più di mistero, ingraziati i potenti. Non elaborare una dottrina che profetizza disgrazie e abbandono per chi vi aderisce, scomoda da seguire e che si contrappone frontalmente con ogni potere dell’epoca.
Dati questi presupposti, non si capisce davvero come mai quei libretti abbiano avuto tutto quel successo fin da subito. Misteri dell’editoria. Certo è che chi ci crede è davvero uno stupido, un pazzo.
Resta il dubbio che chi non ci crede e ne ride sia ancora più stupido e pazzo di lui.
Ah, e buona Pasqua.
Razionale
Nel rileggere il post pubblicato ieri mi sono accorto di avere forse involontariamente creato confusione sui termini razionale e irrazionale.
Razionale deriva da ratio, latino, che ha due significati: indica il criterio ispiratore, la motivazione logica o il fondamento di un atto, una legge o un comportamento, ma al tempo stesso significa anche rapporto, proporzione.
Dire che un numero è razionale significa che esistono due numeri naturali che, divisi tra loro, producono quel numero. Esso è la proporzione tra i due, il loro rapporto. Irrazionale è quando questi due numeri non esistono, come nel caso di pi greco.
Affermare che il mondo e le sue leggi sono razionali vuol dire che c’è rapporto di causa ed effetto, c’è un motivo logico per cui le cose accadono. In altre parole, c’è una ragione per tutto.
Dire che Dio è razionale vuol dire che è la causa prima di ogni cosa. Se ogni effetto ha la sua causa, cosa causa la causa? Deve esistere qualcosa da cui tutto inizia. Questo qualcosa è, per definizione, Dio. Senza presumere la sua esistenza si cade in un paradosso ineliminabile.
Ma, proprio perché si pone al di fuori di questa catena di rapporti che governa il nostro mondo finito, Dio non è indagabile dalla ragione.
La ragione è la facoltà umana di pensare, giudicare e collegare concetti in modo logico. Il termine indica anche il motivo, la giustificazione o la causa di un evento. Come per la funzione che tende asintoticamente a un limite senza mai raggiungerlo, così la ragione può logicamente arrivare a comprendere che deve esistere un Dio ma non è in grado di raggiungerlo con le sue sole forze.
E’ come se un matematico dicesse “pi greco è 3,14″. No, 3,14 approssima pi greco, ignorando tutte le infinite cifre decimali che seguono quel numero.
Le leggi del mondo sono razionali perché stiamo parlando del rapporto tra elementi finiti. In altre parole, possiamo indagarle, definirle, comprenderle. Il fatto del perché siano razionali, è invece qualcosa a cui la sola ragione non può arrivare. Affermare “perché è così”, dire che è una proprietà dell’universo è solo una dissimulazione che non risponde affatto alla domanda. L’unica risposta corretta è “Dio”, un’entità incomprensibile da noi esseri finiti perché incommensurabile con la nostra finitezza. Possiamo approssimativamente capire ciò che è, ma ce ne mancherà sempre un pezzo, un resto.
Detto in altri termini, la ragione non è misura di tutte le cose: se usata correttamente, non può non indicare un oltre per lei irraggiungibile, come una funzione che tenda asintoticamente all’infinito, al Mistero.
Raccontare l’infinito
L’infinito è uno di quei concetti che spesso prendiamo un po’ alla leggera ma che, se ci pensassimo un attimo su, ci farebbe vacillare la mente.
Il buon vecchio Aristotele distingueva tra infinito potenziale e infinito attuale, un dualismo nato dai paradossi che sorgono dall’esplorare concettualmente la natura dell’universo. Achille riuscirà mai a raggiungere la tartaruga? Un punto è fatto di infiniti punti? L’infinito attuale, “in atto”, preso in una sola botta, pone problemi non banali che l’infinito potenziale – che sì, è potenzialmente è infinito, ma ci si arriva un po’ per volta, per accrescimento, uno più uno più uno – evita o ignora.
Il cosmo degli antichi greci è piccolino e finito. Le stelle sono appese al cielo, gli dei sono marpioni potenti ma del tutto comprensibili. I filosofi per la maggior parte giocano nel giardinetto di casa. Cos’è che viene a sconvolgere quella dottissima visione del mondo? L’irruzione del cristianesimo.
Il Dio dei cristiani non è un essere umano finito. E’ infinito, tanto che si riesce a descrivere solo indicando ciò che non è. In un certo senso, la sua definizione è simile a quella di un numero irrazionale. Un numero irrazionale è un numero che non può essere descritto come una frazione di due numeri naturali. Un esempio è la radice quadrata di due, cioè la diagonale di un quadrato di lato uno. Un altro è pi greco. Sono numeri che, si può dimostrare, non finiscono. Non è che a un certo punto, alla decimillesima, milionesima, millemiliardesima cifra si interrompono. Vanno avanti senza fine. Se noi, esseri finiti, dobbiamo maneggiarli, lo possiamo solo fare indicando la cifra finita prima, la cifra finita dopo. Pi greco è tra 3,14 e 3, 15. E anche tra 3,141592653589793 e 3,141592653589794.
Se Dio ha le stesse caratteristiche, noi non siamo in grado di afferrarlo appieno. Possiamo approssimarlo, mai arrivarci. Tra la divinità e gli uomini si è aperto un abisso che prima non c’era, un abisso che può esser superato solo in un senso, quando l’assolutamente infinito decide di farsi finito.
Da questo genere di riflessioni nasce la matematica moderna. Un Dio razionale ha creato il mondo e lo governa tramite leggi altrettanto razionali, matematiche, che possono essere ricercate e scoperte. L’infinito entra a piè pari, nelle equazioni differenziali, nei numeri trascendenti, negli integrali; fino a culminare alla fine dell’800 con Cantor, i concetti di limite, di asintoto, di continuità e quella strana matematica degli infiniti. L’oggettività della scienza e della conoscenza stessa non è garantita dal conoscere tutta la verità, ma dall’approssimarla sempre meglio, proprio come una funzione tende a un limite senza mai raggiungerlo, se non all’infinito. Un infinito che può essere contenuto anche in un segmento limitato, perché in un segmento limitato sono comunque contenuti infiniti punti.
Quando ho dato il titolo “Polvere d’infinito” al mio ultimo libro è perché ho ben presente che ognuno dei racconti che compongono la raccolta è una piccola finestra su ciò che non ha fine. Una approssimazione, un suggerimento, una rapida occhiata su uno dei possibili universi. Che, come la polvere, come l’infinito, non si possono contare, solo raccontare.
Pretendono
Arrivano ogni giorno, quei filmati. Sono io che ho scelto di riceverli. Cose del genere una volta le potevi vedere solo al cinema, magari in televisione a tarda notte, o forse neanche lì.
Internet semplifica le cose. Anche i cellulari che ormai persino nei paesi più remoti ognuno si porta in tasca, con quella videocamera sempre presente. Con essa puoi filmare quello che vuoi. Condividerlo. E’ semplice, economico. Ce l’hanno tutti.
Anche i droni. Anche i soldati al fronte. Anche gli assassini. I sadici. Le stazioni della metro, persino dentro i vagoni. Ovunque vai ne trovi, pronte a mostrarti ciò che hanno davanti.
Il blindato che salta in aria, mentre chi sta sopra tenta vanamente di fuggire. Il volto del soldato un istante prima che un drone lo faccia a pezzi. I feriti inseguiti, colpiti e colpiti, e colpiti ancora, finché non si muovono più. Il missile che cade. I brandelli di bambini. La gamba sinistra della nonna, senza la nonna. Il ciclista accanto alla sua bici e il cane che ne lecca il sangue. Il coltello che scende, lo sguardo che si spegne. Le ultime parole.
La morte, insomma. Quella a cui non eravamo più abituati, noi pacifici e soddisfatti. Quella che avevamo relegato nei racconti dei vecchi che avevano fatto la guerra, nei fumetti, in quei film a tarda notte che almeno erano finti, non si moriva davvero. Non c’era sangue. Non c’erano arti strappati, budella sparse, salvo in quelli dell’orrore.
L’orrore adesso arriva ogni giorno, in videoclip magari montati professionalmente, con musichette a celebrare che quel ragazzo non tornerà più a casa. Ma era un nemico, si può festeggiare. Tieni più alta la sua testa.
Ricevo quei filmati ogni giorno. Sono io che scelgo di guardarli. Per non dimenticare di quanta malvagità è capace l’uomo. Per non far parte di coloro che parlano di morale a vanvera, che negano l’esistenza del vero e pretendono. Pretendono che non ci sia peccato, non ci sia il male, che non ci sia bisogno di perdono, che non ci sia bisogno di pentimento.
Non riuscirò mai ad abituarmi.
Fuoco alle polveri
Sapevo che i tre giorni passati a Pescara alla manifestazione “Visioni del domani” avrebbero avuto conseguenze. Così temo. Non ho avuto ancora il coraggio di pesarmi, ma sono abbastanza sicuro che i bottoni sul davanti della mia camicia non erano così tesi prima di partire. E’ stato un fine settimana stupendo, passato in una bella città a parlare di cose interessanti con gente interessante.
Generalmente in ogni convegno ci sono interventi poco appassionanti. Qui no, uno meglio dell’altro, davvero. Valeva proprio la pena di fare tanti chilometri.
Anche per posare finalmente le mani su quella novità a cui avevo accennato in un post precedente. Il mio quarto libro pubblicato (questo il link alla sua pagina).
Questa volta non si tratta di un romanzo, ma di una antologia. Precisamente, la raccolta di tutti o quasi i miei racconti di fantascienza scritti negli ultimi vent’anni. I frequentatori del mio blog ritroveranno ciò che hanno potuto leggere in passato, per l’occasione riveduto e corretto. In aggiunta, il materiale che era ancora inedito e le storie pubblicate su riviste, stavolta su vera carta anziché in pixel luminosi su di uno schermo. Le storie puramente fantastiche e quelle più – come dire – demoniache sono state lasciate fuori, per evitare un tomo dalle dimensioni esagerate. Non è escluso che trovino a loro volta la strada delle librerie.
Certo, dipenderà da come i lettori accoglieranno questa mia fatica. “Polvere d’infinito” racchiude al suo interno pezzi che vanno dall’umoristico al tragico passando per tutto lo spettro intermedio. Ce n’è per tutti i gusti.
Potete ordinarlo dal sito dell’editore o negli altri negozi online – su Amazon dovrebbe essere presto disponibile e magari ne correggeranno anche la sinossi che ora è del tutto sballata, appartiene a un altro volume.
Lo so che l’orgoglio è peccato, ma non posso fare a meno di provarlo sfogliando questo nuovo libro. Trovarle tutte lì, una di seguito all’altra, queste storie scaturite della fantasia, è come accompagnare delle figlie a un diploma, una laurea, vederle lasciare casa, partire per altri luoghi. Comportatevi bene, mie creature. Vi mando nel mondo.
Flauti e lamenti
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto
Matteo 11, 17
Rimango sempre un poco perplesso quando mi dicono che la verità non si può conoscere. Noi non viviamo un solo istante della nostra vita senza affermare qualche verità: che esistiamo, che respiriamo, che c’è il sole, che camminiamo sulla Terra. Che una certa persona ci ama. Che un atto è giusto. Quando ci sediamo su una sedia siamo certi che essa esiste ed è lì. Che qualcuno ce la tolga di sotto non cambia la cosa. Diventa una verità diversa.
Perché, se una verità esiste in casi particolari, per altri non dovrebbe esistere? Perché, se si può conoscere per casi particolari, per altri dovrebbe rimanere inconoscibile? Perché l’inconoscibilità dovrebbe essere la sola verità di cui si deve essere certi? L’assurdità logica di tale posizione la comprenderebbe anche un bambino, ma occorre farsi bambino per capirla bene: rinunciare a tutti i sofismi inadeguati che annebbiano la mente, guardarla con occhi limpidi.
C’è chi afferma che, siccome ci sono molte opinioni su un determinato argomento, nessuna di esse sia vera. Io dico che, tra tutte quante, una di loro può essere vera. Chi ha la mente più aperta? Chi esclude tutte le possibilità, o chi ne conserva una? Se tale persona fosse sincera, si preoccuperebbe piuttosto di capire come fare a identificare quell’unica. La cercherebbe, invece di assomigliare a chi guarda il mondo con il gomito davanti agli occhi, rifiutando tutto per timore. Perché la verità talvolta è uno specchio nel quale è terribile riflettersi.
Le possibili scelte fossero anche miliardi, una è quella giusta, così come tra miliardi di persone uno solo sei tu, ed è possibile conoscerti. Se si scopre poi che ciò che si credeva giusto non lo è, vorrà solo dire che la verità è un’altra.
L’uomo che nega
Diceva S.Tommaso d’Aquino chi ogni male si fonda in qualche bene e ogni falsità in qualche verità.
Il male, infatti, non esiste di per sé: è la mancanza di un bene. La menzogna è la negazione di una verità, ma ha bisogno di un elemento di verità per essere efficace o credibile.
Si può dire che la verità racchiude il tutto, mentre la menzogna si concentra su un particolare. Mi è venuto in mente riascoltando quel brano della Genesi in cui il serpente tenta Adamo ed Eva dicendo loro a proposito del famoso frutto proibito “quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male“. Che di per sé non è sbagliato: effettivamente, siamo diventati come Dio, nel senso che come Dio adesso sappiamo cos’è il bene e cos’è il male. Il guaio è che sapendo cos’è il male, abbiamo cominciato a farlo e a subirlo. Non che non fossimo stati avvisati.
Mi fa parecchio ridere che certi atei e agnostici sostengano l’inesistenza del male e della verità, li riducano a ubbie personali, come se non ci fosse stato un serpente, una caduta dall’innocenza. Ma ciò che nei nostri progenitori era ignoranza, in loro è voluta negazione; un male, come abbiamo visto. Costoro non sono molto coerenti, in quanto negano la verità sostenendo di conoscerla e negano il male pur usandolo per accusare o ricusare Dio. Ma
Ciò serve a confutare l’errore di certuni i quali, riscontrando nel mondo il verificarsi del male, affermavano che Dio non esiste. Boezio infatti riferisce questa domanda di un Filosofo: «Se Dio esiste, di dove viene il male?». Invece bisognerebbe fare questo ragionamento: «Se c’è il male, Dio esiste». Infatti il male non ci sarebbe se non esistesse l’ordine del bene, la cui privazione costituisce il male. Ma tale ordine non esisterebbe, se non esistesse Dio.
S.Tommaso, Contra Gentiles, Libro III, cap. LXXI
Io leggo quotidianamente notizie delle guerre che giorno dopo giorno affliggono il mondo, comprese quelle dimenticate dall’usuale narrazione. Vedo spettacoli orribili, morti date con gioia crudele. Mi colpisce sempre come la menzogna sia parte integrante del conflitto; come il male sia spesso fatto passare come necessario, quindi come un bene.
Occorre davvero una mente grande e un grande cuore per amare l’uomo. Questo uomo reale, questo uomo che nega. Loro, tu, io.
Tanto, anzi parecchio
L’ho rifatto. Sono, per la seconda volta, finalista al premio Urania per il miglior romanzo di fantascienza, due anni dopo la mia vittoria con “Quando lottano gli dei”. Che dire? Che questa volta sono molto più certo del valore mio (gli alti voti sulle varie piattaforme mi hanno confortato) ma decisamente più spaventato, se così si può dire, dalla qualità dei concorrenti rimasti in gara.
Ci sono professori universitari, editor, sceneggiatori, autori già affermati. Il punto non è se il mio romanzo sia bello (mi sono divertito molto a scriverlo e credo mi sia riuscito bene) ma se ce ne siano altri di più belli. Oh, beh, se così sarà me ne farò una ragione. Mi farà piacere leggerli.
Nel frattempo, vi avviso che tra una decina di giorni sarò a Pescara a “Visioni del domani”, dove parlerò di montagne fantastiche. Tutti invitati, è chiaro. Per l’occasione forse ci sarà un’altra sorpresa che non anticipo ancora.
In questi mesi passati molti mi hanno chiesto se continuo a scrivere. Sì, continuo. Non sono le idee che mi mancano, anzi, sono fin troppe. In questo istante ho due racconti e un romanzo da terminare, più altri due in attesa. La conseguenza è che trascuro il blog, come vi sarete accorti. La scrittura è un’attività che riesco a portare avanti solo nei ritagli di tempo avanzati dal resto della vita, che è bella intensa. L’immondizia non si porta fuori da sola. Gatti e figli vogliono attenzioni. Ho anche una moglie e un impiego.
E’ probabilmente anche la storia degli altri scrittori. Prima di conoscere questo mondo mi immaginavo una congrega di creature ultraterrene che aleggiava a trenta centimetri dal suolo irradiando libri e saggezza. Adesso so che non siamo divinità, ma esseri fin troppo umani. Persino quei pochi, pochissimi che si possono permettere di avere la scrittura come solo lavoro, gli dei della pagina scritta, i profeti del best seller. Siamo poveracci che hanno avuto il dono, o la maledizione, di sapere cosa scrivere e come farlo.
Che a noi poi piace. A me, almeno. Parecchio.
Trasfigurazione
Probabilmente l’ho già detto altre volte, ma se c’è qualcosa che mi rende davvero certo del cristianesimo e della mia fede sono certe morti, certi funerali.
La morte è quel momento della vita che mette davvero in chiaro tutto. Per varie ragioni, ci ho spesso a che fare. Chi non l’ha mai visto accadere con i propri occhi difficilmente può comprendere la differenza che c’è tra una debole speranza, o l’assenza della stessa, rispetto a una ragionevole certezza..
La settimana scorsa è morto, dopo una lunga lotta contro la malattia, il figlio di alcuni miei amici. La famiglia si è battuta strenuamente ma non c’è stato niente da fare, era rara e apparentemente incurabile. Lui era studente universitario, un ragazzo come tanti.
Il sacerdote che ne ha celebrato il funerale in apertura ha parlato di gioia. Nessuno dei presenti che l’abbia conosciuto, meno che meno la sua famiglia, ha pensato che fosse inappropriato. C’era in quel ragazzo la ricerca di chi può portare a compimento quel cuore manchevole che abbiamo dentro.
Dall’omelia:
Dio ci guarda dal Cielo e dice “Che bello! Guarda come sta usando bene del dono che gli ho dato, la vita, il cuore. Che meraviglia!” (…)
Amici, potete piangere, potere ricordare, ma nessuno di voi, nessuno di noi potrà mai dimenticare gli occhi, lo sguardo, la certezza, la pazienza, la roccia che ci ha testimoniato. Attenti bene (…), era uno di noi, non aveva quelle particolari… aveva il cuore, il cuore di Dio, quel pezzetto di Dio che ha usato e lo ha permesso, in qualche modo misterioso, perché succede così, quando Dio entra nella vita tu diventi trasfigurato. (…)
Il desiderio che aveva, per la bellezza che aveva di questo desiderio di vita, di pienezza, ha permesso al mistero di entrare nella sua vita e lì succede la fine del mondo, si chiama trasfigurazione. Amici, potete dire “io non ci credo, io non credo in Dio, io non vado più in chiesa, io sono ateo (…) Ma non potete dire, non potete negare di avere visto cosa succede nella vita nostra, nella vita degli uomini quando Dio, il Mistero, Gesù, entra. (…) Tanti amici, anche ammalati (…) d’impeto ci dicevano “io voglio vivere e morire così”. (…) Ce l’hai davanti, (…) questo è il regalo che consegna Dio attraverso [di lui]. Io, dice Dio, io, dice Gesù, voglio compiere il destino buono di ciascuno di voi. Non è un sogno, non è un pensiero, non è un’idea, perché questo fosse incontrabile mi sono fatto uomo perché tu mi potessi vedere, riconoscere. Ognuno di noi ha la possibilità di spalancare ‘sti benedetti occhi, di allargare questo cuore. Per riconoscerLo. Per riconoscere dentro la realtà il mistero di Dio che fa nuove tutte le cose, compreso le malattie più toste. E’ assurdo, ma è così. Voi l’avete visto. Non possiamo più far finta di non avere visto cos’è la santità di Dio nei suoi amici.
Scrive un’altra mia amica infermiera che è stata vicina negli ultimi suoi giorni:
Volevo scrivervi 2 righe sull’onore che è stato per me, di poter accompagnare a portare una scheggia della croce [della sua famiglia]. Percorso, che molti di voi hanno fatto con la stessa intensità, semplicemente in modalità diverse.
Voi dovete sapere che (…) ho sempre avuto una devianza positivista dentro di me e spesso di fronte alle molte morti a cui ho assistito si è spesso inserito il dubbio di Nietzsche: “Ma la nostra è tutta una illusione per acquietarci?” Di questo dubbio mi vergognavo, ma non potevo annullarlo, anche pregando. Con Don Alessandro dell’hospice (uno dei tanti santi di quel posto) ho imparato che questa cosa ci sarà forse per tutta la mia vita, ma è semplicemente il modo in cui mi acchiappa il diavolo tenendo conto della mia struttura mentale. (…)
Quei giorni di compagnia, condivisione, affezione con loro (che continua) e con alcuni santi dell’hospice mi hanno fatto vivere sulla VERTIGINE della vita, però su quel punto dove capisci che solo così vale la pena vivere e morire. La santità [sua e della sua famiglia] è stata non tanto di accettare, infatti cosa ci puoi fare davanti ad una malattia incurabile? Ma di dire di sì pieni di Fede, Speranza e Carità, con una concretezza e pragmaticità di fronte a ciò che capitava. Dico questo per sottolineare che non hanno vissuto su una nuvoletta, ma nel Reale!
Inoltre all’hospice abbiamo vissuto 3 carismi diversi (quello cottolenghino, il nostro ed il focolarino) tutti al servizio di quel Gesù che si trasfigurava dentro la camera 13.
Non potevo non raccontarvi questa esperienza di cui sarò grata per tutta la vita e spero di vedere in vita la [sua] beatificazione.
Questa bellezza, la desideriamo sì o no? Il cristianesimo è questo.
C’è il dolore, il magone? Certo. Ci sono le lacrime? Certo. Ma sappiamo che saranno asciugate. Che sono asciugate. Perché siamo amati, e Dio vuole portare a termine in noi questa bellezza umana, questa pienezza di vita. La stessa bellezza, pienezza, verità. Non è qualcosa che finisce, è qualcosa che continua.