Cane volante

Da due giorni c’è un vento assurdo.

In bicicletta sul ponte sembra di essere sul traghetto per la Corsica.

Gli alberi si flettono e gli uccelli volano un po’ a caso.

Ogni cosa si sposta, cade, si sgrendina.

E sotto il vento lei.

Bu.

Con le orecchie sollevate dalle raffiche impetuose, il naso in aria e i pensieri sparsi, corre da un punto all’ altro del giardino, confusa da tutto quello che si muove, e abbaia, e non capisce, e va, novella Dumbo con le orecchie al vento, senza senso alcuno.

E la chiamo da casa, che quando il vento soffia così boh, mi fa un po’ paura e un po’ no, e lei arriva, poi gratta per uscire perché ha sentito qualcosa volare e poi gratta di nuovo per entrare e poi di nuovo per uscire e così via.

E mi viene voglia di uscire con lei, per sentire, naso in aria, il vento bofonchiare, e mi piacerebbe avere le sue orecchie e prendere il volo insieme, fare un giretto chissà dove e tornare dal gatto, che ci guarda torvo, che a lei, del vento non solo non gliene frega ma se c’è una cosa che non sopporta è avere la coda spettinata.

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Tentativi

Il canaccio non è ancora riuscito a rimettere l’orologio dell’ora legale.

Per tutto l’inverno si è svegliato quasi con noi, verso le sei e mezzo.

Adesso alle cinque e mezzo si sveglia e vuole compagnia.

Non è neanche troppo interessato al cibo, semplicemente non vuole restare da solo in cucina mentre tutti noi dormiamo al piano di sopra.

Ogni giorno cerchiamo di resistere un minuto di più, per non dargli l’impressione che sia autorizzato.

La speranza è che piano piano ritorni per lo meno a un’ora decente.

Ieri notte abbiamo provato a chiudere tutte le persiane e simulare il buio in cucina.

È arrivato fino alle 6.00, un piccolo passo per un cane, un grande passo per la serenità.

Quando piange scendo giù, usciamo insieme, lei fa la pipì, io guardo il giardino che piano piano diventa più curato e più bello.

Faccio il caffè mentre mi guarda e aspetta.

Non le do da mangiare fino almeno alle sei e mezzo, per vedere se piano piano capisce.

Dà il benvenuto in cucina man mano che arrivano gli altri.

Quando poi siamo tutti a fare colazione, lei ha avuto la sua ciotola e la gatta il suo posto su una sedia, lei guarda soddisfatta il suo gregge riunito, si acciambella nella cuccia e si addormenta serena.

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Bioritmi

Il mio nonno Guido, che ha vissuto in questa casa, cenava alle sei di sera, si metteva un paio d’ore sulla seggiola in cucina, ora facendo qualche lavoretto, ora scambiando due parole (non per modo di dire, non gliene ho mai sentite dire molte di più), e verso le otto andava a letto.

Si svegliava molto presto, che avesse da fare o meno, e il suo ciclo aveva questi orari qui.

Io credo di aver preso da lui.

La sera ho sonno appena finito di cenare e la mattina mi sveglio molto presto.

Soffro, proprio fisicamente, quando faccio troppo tardi la sera, e in ogni caso non riuscirei a recuperare perché la mattina mi sveglio sempre alla stessa ora, che io abbia dormito a lungo o meno.

Solo ed esclusivamente da questo punto di vista, la primavera e l’estate non sono le mie stagioni.

Io dormo appena fa buio, mi sveglio appena fa luce.

Una specie di gallina insomma.

Non so cosa avesse portato mio nonno a conservare gli orari di quando faceva il contadino, mia nonna, sua moglie, non cenava con lui, pur cenando comunque prima di noi.

Il risultato in casa dei nonni era che cenavamo a turno, prima mio nonno, poi nonna, poi noi e gli zii e il cugifà e infine lo zioMeo quando tornava tardi dal lavoro.

Ognuno al suo ritmo.

E a me piace pensare di avere quello di nonno, così silenzioso, quasi misterioso dietro gli occhiali retinati che aveva, curvo e piccolino, lavoratore e grande giocatore di carte.

Così è la vita.

Forse non faccio i mazzetti di finocchio seduta in un canto della stufa, forse non so barare a carte come faceva lui, forse non saprei neanche imbastire un orto, come faceva lui.

Ma lo porto con me.

E ogni volta che riesco ad andare a letto presto so a chi mandare un pensiero.

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Il cane e la pioggia

Il cane sotto la pioggia ride.

O sorride.

O forse niente del genere e a me dà questa illusione.

Il cane mentre piove corre nell’erba alta del campo, bagnandosi in ogni parte del corpo, una specie di doccia totale, di fresca, leggera, pioggia di maggio.

Il cane sotto la pioggia ti vede da lontano ed è felice di vederti, ti corre incontro e ti piazza le zampe fangose sui pantaloni puliti.

Al cane, dopo la pioggia, piace essere asciugato con un asciugamano tutto suo, che puzza di cane e di pioggia in adeguate proporzioni.

Il cane, sotto la pioggia, guarda le chiocciole con aria incuriosita.

Il cane, nella pioggia, fa il cane, in tutta la sua canitudine normale.

E quando lo incontro, il cane bagnato, gli voglio quasi più bene di quando è asciutto, perché mi sembra che sia più vero, che sia più cane.

E lo faccio entrare, con grande sdegno del gatto, che lo guarda schifato, dall’alto del suo asciutto, profumato, perfettissimo pelo.

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Lo sconosciuto disperato

Lucca, domenica pomeriggio di tempo incerto fra il cielo che vuole caderci sulla testa e il sole di fine primavera.

Un giardino pubblico, pieno di bimbi impegnati in prove ginniche varie ed eventuali.

Dei lavori in corso, con una rete e un enorme cartello.

Appoggiato  con la testa al cartello, affranto, muto, lui.

Un uomo di mezza età.

In silenzio.

Come assorto in un suo intimo dolore.

Stride, il suo silenzio, nel vociare allegro dei bambini.

Mi avvicino per cercare di capire.

Non si muove, non dice nulla, sta solo così, con la testa appoggiata in chissà quale disperazione.

Faccio per allontanarmi e vengo presa da mille pensieri.

Magari ha bisogno di conforto, di una parola amica, di una pacca sulla spalla.

E mi avvicino.

Magari vuole solo stare solo, perché dovrei dargli fastidio? Meglio non disturbare.

E mi allontano.

Sono la solita lucchese. Tutti boni a discorsi, ma poi quando il prossimo ha bisogno accampiamo scuse per non uscire dal nostro guscio.

E mi riavvicino.

Indecisa sul da farsi, combattuta fra solidarietà umana e timidezza.

Lui sempre così, immobile, come arreso a una immensa tristezza.

Faccio qualche altro passo verso di lui, vincendo l’imbarazzo.

Quando arrivo a un paio di metri lui improvvisamente si distoglie.

CINQUANTA! CHI C’È C’È, CHI NON C’È NON C’È!

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Piante

È stato un compleanno molto vegetale e decisamente agrumato.

Iniziato con un’ortensia SPETTACOLARE di Thelma, proseguito con una pianta di Pomelo dei suoceri, continuato con un pompelmo rosa di HDC, chiuso con un limone selvatico del mammuth.

Si deve essere sparsa la voce che mi piacciono le piante.

Ed è così.

È un regalo bellissimo, che sa di futuro, di speranza, di cura.

HDC dice che non abbiamo un giardino, abbiamo una mostra mercato, ma non è così, perché nessuna pianta è in vendita.

E queste sere dopo la pioggia, mentre la luce radente del sole cambia i colori e i profumi si fanno tentatori, io guardo il mio caos di vasi, di terriccio, di piante in attesa di crescere, di quelle che sono già cresciute.

E mi chiedo cosa ci sia di meglio del fiorire improvviso di una rosa.

Forse una peonia.

O una dalia.

O i ricamati fiori del cedro.

O una fucsia intimidita.

E di un cane, che annusa, a coda ritta, tutti gli ingredienti di questa primavera.

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In bici sotto l’acqua

Sono stata temerariamente ottimista ieri.

E sono andata a scuola in bici.

Sotto un cielo che aveva appena smesso e poteva farla ancora, ma che sembrava, almeno per qualche momento, in pausa.

Sulla via del ritorno ha iniziato a gocciolare verso San Frediano.

Ho sperato di arrivare prima dell’ inizio della fine.

Ho accelerato.

Le gocce, sparate dalla velocità della bici, arrivavano negli occhi e fra i capelli, ma non sembravano granché.

Pochi minuti e il cielo mi è caduto sulla testa.

Gocce grandi come susine, grasse si pioggia maggiolina, una dietro l’altra, si schiantavano sulle gambe, sulla giacca, sul viso.

Mi si è dipinto in viso un sorriso ebete, o forse da bambina, chissà.

Ho deciso di prenderla con filosofia e ho continuato a pedalare.

Il grande piazzale delle giostre, l’argine del fiume, il parco fluviale bellissimo e struggente sotto una pioggia torrenziale.

Ho scelto la strada leggermente più corta e ho attraversato il fiume sul ponte di Monte San Quirico.

Lasciata la via di Camaiore per la più piccola via di casa mia ha smesso di piovere, è spuntato il sole e sono di nuovo tornati i colori.

A casa il cane mi ha guardato come se fossi stata una come lei.

Un cane bagnato che scende di bicicletta sorridendo come una scema.

Non lo so se la pioggia di maggio faccia diventare belli, di sicuro mi ha fatto diventare allegra.

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Fiori spampanati

Oggi promette una pioggia torrenziale, anche ieri l’ha fatta ma quasi gentile.

Dopo tanti giorni di vento tutte le piante ne avevano bisogno, di una pioggia rigenerante, per riempire le riserve, gonfiare il terreno e le radici, aiutare foglie e fiori a crescere, semi a germinare.

Ieri sera, i fiori gonfi d’acqua chinavano la testa sotto il peso, l’ortensia, le rose, le azalee, il rododendro, sembravano decisamente averne abbastanza.

Abbiamo protetto i più delicati, e lasciato che l’acqua di maggio facesse il suo dovere con tutti gli altri.

L’acqua di maggio fa diventare belli, diceva Santina.

E Santina ha sempre avuto ragione.

Perché bagna senza davvero raffreddare, perché bagna gli innamorati sorpresi dalla pioggia, perché bagna l’erba e la fa più verde, i petali e li fa più rossi, accende gli occhi e i sorrisi come i fiori.

Oggi il meteo minaccia bufera.

Quando sarà passata ognuno stenderà di nuovo le foglie al sole e crescerà un pochino.

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Non capisco

Sono cresciuta con lo slogan fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’ Italia.

Ricordo manifestazioni e altrettante narrazioni epiche di manifestanti manganellati prima e imbottiti di gomma piuma poi, presi di mira con l’idrante e trasformati nella spugna più grande del mondo (special thanks to AM).

Ricordo Gladio, stay behind, kossiga con la k, Andreotti che ghignava, CraSSi a Signonella, un sacco di cose, ricordo.

Ricordo anche che la presenza americana in Italia non era per difenderci, semmai per affermare una ingerenza militare che si faceva nascostamente (nascostamente neanche poi tanto ma vabbeh) anche politica.

Quindi che intende Trump quando minaccia di andarsene dall’Italia?

Minaccia o promette?

Diceva Fabio Mussi (famoso maître à penser di Piombino, per lo meno il mio, figuratevi quanto sono anziana) che quando le parole minacciose di uno statista suonano come promesse c’è da dubitare della grandezza dello statista in questione.

Si riferiva a Craxi, ma mi sembrano siano riflessioni buone per tutte le stagioni.

Dunque se ne va e non ci protegge più dall’invasione.

Di chi?

Di Putin?

Ma non è amico di Salvini?

Ah già.

Un altro statista…

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Diciotto

Abbiamo festeggiato una ragazza che ha compiuto 18 anni.

Noialtri, che eravamo più o meno tutti insieme quando 18 anni, a turno, li compivamo noi.

Un bel passaggio di testimone, confesso, non privo di elementi di dolcezza e commozione.

Più o meno noi che a turno ne stiamo compiendo 50.

Più o meno noi, che siamo adesso i genitori.

E va bene così.

È giusto e pure bello così.

E il sorriso dolce di M, pieno di sogni per il futuro presente o lontano, era così bello da guardare che faceva bene al cuore.

Capelli grigi, barbe bianche, una ruga in più, e la felicità dello stare insieme, tutti intorno a lei, a vedere quanto era cresciuta quella bimba vista per la prima volta col pannolone.

18 anni vuol dire prepararsi al volo, parlare di patente, di viaggi lontani, di università, di vita da grandi.

Ed è bellissimo.

Un milione di auguri, sorriso dolce, a te e a tutti quelli come te.

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