Spinoza non mangiava praticamente nulla, si cibava prevalentemente di avena, come i cavalli, alla sera cenava con una zuppa d’avena con un po’ di burro e di giorno si accontentava di una farinata d’avena con un po’ d’uvetta. L’avena possedeva quelle proprietà diuretiche e lassative che gli permettevano di condurre una vita sana e regolata, sia dal punto di vista del corpo che da quello dello spirito, i quali non sono altro che i principali attributi della medesima Sostanza, cioè Dio. A motivo di questa coabitazione in Dio del corpo e dello spirito – Res cogitans e Res extensa – Spinoza si attirò l’accusa di empietà, perché se Dio è la Natura, e viceversa, allora sono Dio tanto l’uomo quanto le cose più immonde a lui correlate, e viceversa.
Scacciato per le sue idee eterodosse dal grembo della comunità ebraica di Amsterdam, ripudiato dalla famiglia, stramaledetto dal consesso dei rabbini,
“Che egli sia maledetto di giorno e sia maledetto di notte, sia maledetto quando si sdraia e sia maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra. Il Signore non lo risparmierà”
Spinoza non si perse d’animo e condusse la sua vita nel modo più semplice possibile al solo scopo di godere dei suoi studi e della piacevole compagnia degli amici. Viveva con poco, in beata solitudine, come uno stoico in esilio, all’uomo di mondo perfettamente calato nel tramaglio della società doveva apparire un ben strano individuo, tanto più che aveva rifiutato l’insegnamento per non turbare quella perfetta routine che gli permetteva di sviluppare i suoi pensieri con la precisione degli assiomi della matematica.
Cullato dal tepore della stufa si domandava: quali sono le caratteristiche che deve possedere la Sostanza, cioè quell’ente primo che fa da sostegno a tutti gli altri enti e di cui in ultima analisi tutte le cose sono fatte? Se le sostanze fossero due, come sosteneva Cartesio, l’una non comunicherebbe con l’altra essendo le sostanze fatte di due nature completamente differenti, la Sostanza doveva dunque essere unica, indivisa, generata da se stessa, poiché se non fosse stato così, non sarebbe potuta essere la vera Sostanza, ma soltanto una sua derivazione. Quindi la Sostanza è unica e comprende in sé tutte le cose, ovvero è infinita. Ma queste caratteristiche, nota Spinoza, sono le stesse attribuibili a Dio, cioè quell’ente perfettissimo che data la sua somma perfezione include conseguentemente la qualità dell’esistenza necessaria (se mancasse dell’esistenza necessaria, infatti, non sarebbe somma perfezione).
“Di nessuna cosa possiamo essere certi quanto dell’esistenza dell’Ente assolutamente infinito e cioè perfetto, che è Dio”
Ogni aspetto della realtà è dunque espressione della medesima Sostanza di natura divina, Dio è in tutto, il tutto è in Dio: Deus sive Natura, Dio, quindi la Natura. Un Dio siffatto era silenzioso e immobile, non giudicava le azioni degli uomini, era piuttosto la regola geometrica sopra la quale poggiavano le figure del mondo. Questa particolare nozione di Dio, causa immanente del mondo privata della sua funzione inquisitoria, non poté incontrare il favore delle scuole rabbiniche che all’ineffabile ordine del cosmo prediligevano lo sfrigolio delle fiamme della Geenna.
Stabilitosi dapprima a Rijnsburg, presso Leida e poi definitivamente a Voorsburg, sobborgo dell’Aja, Spinoza si manteneva esercitando il mestiere di preparatore di cristalli ottici, si era infatti nel secolo dei cannocchiali e le sue lenti erano rinomate per la loro qualità. Aveva subito soprusi e angherie di ogni sorta, qualcuno aveva pure tentato di pugnalarlo e alla morte del padre, commerciante di frutta esotica, le sorelle non vollero neppure riconoscergli l’eredità, e tutto questo perché aveva espresso idee non conformi al contenuto delle Sacre Scritture. Ma gli ebrei non furono i soli a stramaledirlo, anche i cristiani misero all’indice i suoi libri, scontentando di rimbalzo anche i protestanti. Si fece la fama di empio e di blasfemo, e tutto perché aveva osato negare il libero arbitrio.
Spinoza sopportava con serenità degna di uno stoico, la sua calma nell’affrontare i torti muoveva dall’idea che tutto accade per come deve accadere. Infatti se Dio è il principio che si autoproduce, Egli sottostà alle leggi della necessità, non produce il mondo per un arbitrio ma perché non mancando di nulla non può far a meno di produrlo. Dio non si alza una mattina e decide di creare il mondo laddove prima non c’era nulla, e nemmeno potrebbe decidere di distruggerlo perché Egli stesso è il mondo. L’unica libertà che vi è in Dio è che non è determinato da altro che non sia se stesso. Dio non ha dunque alcun fine, Egli produce il mondo come le proprietà geometriche del triangolo scaturiscono dalla stessa figura.
Se tutto è Dio, anche il Male è Dio. Ma il Male, così come il Bene, non ha un valore in sé, è solo una nozione, un’opinione che ci formiamo sulle cose: tutto procede secondo un ordine stabilito dalla divina necessità, quel che accade non si giudica, si comprende.
“Per quanto attiene al Bene e al Male, neanch’essi indicano alcunché di positivo nelle cose, in sé considerate, e non sono altro che modi del pensare, ossia nozioni che formiamo mediante il confronto delle cose tra loro.”
Tuttavia, per tanto che fosse votato alla calma e alla ragione, capitò anche al filosofo Spinoza di cedere di quando in quando al sordido tumulto delle passioni, e lo confessò a Leibniz quando lo andò a trovare pochi mesi prima della sua morte:
«Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha raccontato che il giorno dell’orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum; ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch’egli fosse fatto a pezzi».
Nel Trattato teologico-politico, pubblicato anonimo nel 1670 per salvaguardare la sua persona, negava fra le altre cose l’origine divina dell’Antico Testamento. Si proponeva di combattere la credulità e quelle suggestioni umane che sono scambiate per fede, vasto programma. Ma era fatto così Spinoza, tanto placido nel temperamento quanto deciso a far valere i suoi argomenti, non già per vantarsene, ma perché ritenuti i più veritieri secondo ragione.
Gli uomini, scrisse Spinoza in una celebre lettera, sono simili a pietre che scagliate in aria pensano di essere esse stesse la causa del loro movimento, non si rendono conto di essere invece agiti dalle passioni, e anche quando condotti dalla ragione, non si avvedono di essere calati in un intreccio di necessità che determina ineludibilmente ogni loro passo. Vano è dunque l’agitarsi dell’uomo, nella contemplazione della necessità s’acquieta ogni dolore e viene emendato ogni errore.
Spinoza morì di tubercolosi all’età di 44 anni, forse per la troppa esposizioni alle polveri siliciose delle lenti, la sua eredità era così misera che la sorella ritenne più conveniente rinunciarvi.