Scopri la saggezza della Gatta Asociale

Esiste una gattona nera speciale, ormai stabilmente presente su Facebook ed Instagram. È bellissima e intelligente, ironica e scostante, enigmatica e cinica quanto basta per farci divertire e, nello stesso tempo, pensare. Ha una lingua affilata come una lama molto tagliente e, grazie a questa sua qualità, sa dispensare perle di saggezza rare:

È la Gatta Asociale, una magnifica, elegantissima felina che a volte incontra anche personaggi passati alla storia:

Quante volte ho scritto, su questo blog, che bisogna imparare a chiudere le porte? In senso metaforico, è chiaro. Ora sono felicissima di scoprire che anche la Gatta Asociale condivide la mia opinione:

Che la Gatta Asociale resti con noi.

Primavera: quando il pomeriggio si affievolisce

Della primavera amo i giorni sfumati di grigio chiaro, quelli che sembrano senza meta, senza direzione. I giorni di festa in cui il silenzio è un sospiro di sollievo e il tempo resta immobile nel sapore dolce dell’attesa, delle decisioni rimandate, del distacco dal mondo. E quando il pomeriggio comincia ad affievolirsi, e la luce s’indebolisce fino a spegnersi nel buio, vivo il momento più intenso della giornata, quello che mi trapassa il cuore.

Solo in primavera il sopraggiungere dell’oscurità è dipinto con il tono azzurro della pace profonda. Io, che quella pace desidero viverla e ascoltarla tutta, mentre il pomeriggio si sfalda non accendo neppure le luci in casa, perché incrinerebbero l’armonia di questo delicato passaggio – il giorno che si arrende alla sera.

Lascio che le ombre invadano adagio le stanze, esco sul balcone, guardo il cielo, torno in casa e mi sento felice.

Il cambiamento delle norme di cortesia nelle relazioni sociali

Come molte persone della mia generazione, fin dall’infanzia sono stata abituata ad applicare alcune regole fisse nelle relazioni con gli estranei. Mi è stato insegnato che l’uso del lei è tassativo con tutti, ma non con le persone molto più giovani, alle quali ci si rivolge con il tu. Fra persone della stessa età ma non in confidenza, è buona norma usare il lei ed eventualmente passare al tu solo dopo aver chiesto il permesso di farlo. Il lei, invece, è sempre obbligatorio con le persone molto più anziane.

Negli ultimi anni ho notato che queste norme di cortesia sono spesso trascurate e, in alcuni casi, considerate con sospetto. Sempre più di frequente, ad esempio, negli esercizi pubblici gli operatori si rivolgono ai clienti sconosciuti usando il tu, indipendentemente dalla eventuale differenza d’età, e, quando qualcuno si comporta così con me, avverto sempre un moto d’imbarazzo.

Ma io non sono una persona dogmatica: di fronte a un fenomeno nuovo, mi sforzo di non rifugiarmi mai nel rimpianto acritico per il passato, perché è un atteggiamento irrazionale. Preferisco riflettere e valutare quanto sta accadendo, e mi rendo conto che il mio disagio di fronte ai nuovi codici di condotta è frutto di un’abitudine, l’abitudine a comportarmi in un altro modo, in base alle regole di un’educazione ormai forse vicina al capolinea.

Non considero l’uso del tu da parte di un estraneo come un affronto o una mancanza di rispetto nei miei riguardi, perché non m’interessa mantenere distanze e costruire muri. Però so che le vecchie norme di cortesia non erano soltanto una vuota forma.

In passato, per molti di noi l’uso del tu era una conquista che si otteneva in seguito a una serie di passaggi: dapprima ci si conosceva, poi si raggiungeva un certo grado di confidenza e, finalmente, si abbandonava il lei. Nell’ambito dei rapporti interpersonali, questo mutamento segnava in modo ufficiale il momento di transizione fra una semplice conoscenza e una relazione di amicizia. Il cerimoniale che guidava il passaggio dal lei al tu rappresentava la consapevolezza del fatto che i rapporti sociali si distinguono in base al loro livello di profondità, fondandosi su un impegno che richiede lentezza, tempo e riflessione.

Ma in questa società frenetica parlare di tempo e di lentezza appare obsoleto. Del resto, considerando che tutto muta incessantemente, mi adeguo al nuovo che avanza oppure, se non riesco a farlo, evito di esprimere giudizi affrettati sulla base delle mie abitudini, accettando di sentirmi un po’ fuori moda.

Benvenuto maggio

L’inizio di un nuovo mese assume sempre la forma di una rivelazione importante: il tempo scorre, procede a dispetto di tutto, incurante dei nostri bisogni e desideri. È una verità di cui siamo consapevoli, ma ogni passaggio, ogni mutamento scandito dal calendario la illumina e la restituisce in tutta la sua limpidezza. Il primo giorno di maggio, dunque, ci parla della primavera che entra nella sua fase matura e avanza verso l’estate, verso un’altra stagione – il tempo non si ferma mai.

A chi piace maggio? Ho sempre pensato che sia un mese molto amato, grazie al clima dolce e spesso stabile, ai pomeriggi che sembrano senza fine e alle sere che compaiono molto tardi, quasi di nascosto, come a non voler interrompere il flusso della vita ormai rinata. È un mese estroverso, maggio, un mese che non conosce le dolci ingenuità e le ritrosie di aprile, ma che conserva quell’atmosfera dipinta di gioiosa tenerezza propria della primavera.

Quanto a me…

Qui il discorso cambia. All’arrivo di maggio, saluto sempre aprile con un velo di mestizia e un po’ di nostalgia, perché credo che sia lui a racchiudere in sé l’essenza profonda di questa stagione, mentre maggio lascia già intravedere qualche umore estivo; però bisogna accettare il cambiamento e mi adatto.

Nel frattempo, a sfiorarmi sono i ricordi, quel periodo lontano in cui anch’io assaporavo con entusiasmo la comparsa di maggio, che preludeva alla fine della scuola e alle vacanze.

E tu che ne dici? Ti piace il mese di maggio?

Amabili chiacchiere fra due gatte

Chi ama i piccoli felini lo sa: questi animali, dotati di insuperabile bellezza ed eleganza, non fanno altro che stupirci e ammaliarci, com’è successo a me tempo fa, quando ho avuto la fortuna di imbattermi in un vecchio video in cui compaiono due magnifiche gatte di circa dieci anni, intente a “conversare” amabilmente fra loro.

Sono sedute l’una accanto all’altra, dolcissime e serene, e chiacchierano con tranquilla disinvoltura. Peccato non poter comprendere il senso di questo loro intenso scambio, che è musica celestiale per le nostre orecchie. Eccole qui:

Le gatte, qui riprese circa diciannove anni fa, si chiamavano Still e Mossy, e ormai hanno raggiunto il Paradiso dei felini.

I colori della domenica

Se dovessi chiedermi che colore ha per me la domenica, non potrei dare una risposta univoca. Tutto dipende dalle singole stagioni, dagli umori personali, dai sentieri che si attraversano in un determinato momento della vita. Se, però, il mio riferimento sono le stagioni, direi che durante la primavera i colori della domenica sono i toni pastello, tenui, morbidi, talmente delicati da non lasciare spazio a frenesie e ardori e fuochi repentini.

Non sono soltanto sfumature, questi colori, ma insegnamenti: sono la descrizione, in chiave poetica ed estetizzante, della bellezza che nasce dalla pace, della tranquilla luminosità che deriva dall’assenza di conflitti e di eccessi. Sono una forma di armonia che s’impone con eleganza, misura, freschezza e spontaneità, valori troppo spesso elusi in mondo dominato dal frastuono di chiacchiere vuote e dal bisogno compulsivo, patetico e volgare, di mettersi in mostra, prevaricare e dominare.

Aprile, sia dolce il dormire

Aprile dolce dormire. Chi non conosce questo adagio popolare? È un detto famoso, che si riferisce a quel senso di spossatezza che colpisce molte persone in questo dolce periodo dell’anno, quando le giornate più lunghe e il tepore del clima sanciscono una rottura definitiva con la stagione precedente.

Anch’io appartengo alla schiera di coloro che, ad aprile, sono assaliti da una sorta di astenia, da un desiderio di dormire a lungo, profondamente, e, nel mio caso, da un senso di vuoto che fatico a spiegare. È un’indefinibile sensazione di assenza, un girare intorno a me stessa senza trovare un significato in ciò che faccio e sentendomi priva di una rotta, una guida, un riferimento – non so davvero cosa, tanto sono confusa.

È un dato di fatto: i mutamenti, anche quelli positivi, richiedono sempre uno sforzo, un riadattamento che passa attraverso una fase di incertezza, talvolta persino dolorosa. Si tratta di uno sconquasso, non ci sono dubbi, e mi colpisce che sia un mese come aprile, tenero e delicato, a creare questo piccolo terremoto che ci investe nel corpo e nella mente.

E in questo stato in cui mi sembra di oscillare fra la veglia e il sonno, il pensiero che stia per arrivare il lunedì, giorno detestato dalla maggior parte dei mortali, mi opprime e mi lascia quasi senza parole. Credo che aprile sia inadatto al lunedì, penso che non abbia nulla a che fare con questa giornata che sembra sempre troppo lunga, troppo monotona – troppo e basta.

Ma se continuo con questi toni rischio di straparlare, perché mi sento debole e, per così dire, in fase di assestamento; pertanto la finisco qui e auguro a chiunque passi sul blog una buona, nuova settimana di aprile.

Quando le giornate decidono per noi

Il giorno di Pasquetta è dedicato alle gite fuori porta, alle lunghe passeggiate nella natura e ai picnic all’aperto. Ma io, oggi, non ho fatto nulla di tutto questo: ho lasciato che la giornata fosse ciò che voleva essere, senza oppormi al suo ritmo e alla sua volontà. L’ho ascoltata e non me ne sono pentita.

Di mattina mi sono alzata con calma perché mi sentivo stanca, e ho scelto di accettare questo dato di fatto e di rendergli onore. Ho affrontato il rito della colazione con tranquillità, in modo molto diverso dal solito, come è bene che sia in un giorno di festa e quando si ha bisogno di ristoro.

Il sole tiepido e l’atmosfera primaverile mi invitavano a uscire, l’ammetto, ma la giornata evidentemente aveva altri piani, altri progetti, visto che neppure la tenera, commovente dolcezza del clima mi ha convinta a lasciare l’ambiente domestico. Ho pensato alla bellezza dei prati e dei fiori, che tanto mi rapisce, eppure no, non sono uscita. So che verranno altre occasioni, altri fine settimana soleggiati, altre feste.

È salutare riconoscere che siano certe giornate a decidere per noi, giornate che possiedono un’anima propria, invisibile ma reale, in grado di guidarci nel modo giusto e di condurci esattamente dove dobbiamo andare. Basta abbandonarsi al loro flusso, alla loro quieta presenza, e arrendersi senza opporre resistenza: è un’attenzione verso la propria autenticità e un gesto di cura potentissimo.

Benvenuto aprile

È arrivato mercoledì scorso, con il freddo nel cuore e il bel volto infantile tutto imbronciato. Aprile è comparso così, con un po’ d’inverno addosso e tante incertezze. Ma non mi stupisce, perché lui è l’essenza profonda della primavera, fatta di teneri splendori e inaspettati malcontenti.

Aprile è un mese che amo, ma che un poco mi turba e forse mi confonde: mi attraversa con delicatezza, mi regala sogni tinti di pallido rosa, ma, nello stesso tempo, mi avvolge in uno strano abbraccio, come se fosse un indefinibile senso di sospensione. È un non detto, un sospiro, una presenza lieve che resta in superficie, un tocco vellutato e rispettoso che vorrei afferrare e che, però, mi sfugge – come un desiderio che si realizza, ma solo in parte.

E allora che cos’è davvero aprile? Intanto, è il mese delle passeggiate all’aperto, più lunghe rispetto a quelle di marzo. Nei giorni di festa limpidi e tiepidi, è anche il mese delle gite fuori porta e del primo, intenso contatto con il mondo della natura: il verde dei prati si fa vibrante, i fiori ci accolgono con spontanea dolcezza e i giardini sono il romantico palcoscenico di intime conversazioni e piacevoli incontri.

Come trascorrere al meglio questo mese gentile ed emotivamente labile? Ogni persona ha le proprie insindacabili ricette, e va bene così. Però mi permetto un consiglio: ad aprile, lo spettacolo del pomeriggio che si spegne all’avanzare della sera è imperdibile, e vale la pena, almeno una volta, osservarlo, farlo proprio, lasciare che entri dentro di noi con fiducia. Forse quelli di aprile sono i tramonti più belli, perché l’affievolirsi del giorno unisce delicatezza e vitalità in un modo inspiegabile, quasi miracoloso.

Felice aprile, allora, e Buona Pasqua, buona festa di primavera.