Come molte persone della mia generazione, fin dall’infanzia sono stata abituata ad applicare alcune regole fisse nelle relazioni con gli estranei. Mi è stato insegnato che l’uso del lei è tassativo con tutti, ma non con le persone molto più giovani, alle quali ci si rivolge con il tu. Fra persone della stessa età ma non in confidenza, è buona norma usare il lei ed eventualmente passare al tu solo dopo aver chiesto il permesso di farlo. Il lei, invece, è sempre obbligatorio con le persone molto più anziane.
Negli ultimi anni ho notato che queste norme di cortesia sono spesso trascurate e, in alcuni casi, considerate con sospetto. Sempre più di frequente, ad esempio, negli esercizi pubblici gli operatori si rivolgono ai clienti sconosciuti usando il tu, indipendentemente dalla eventuale differenza d’età, e, quando qualcuno si comporta così con me, avverto sempre un moto d’imbarazzo.
Ma io non sono una persona dogmatica: di fronte a un fenomeno nuovo, mi sforzo di non rifugiarmi mai nel rimpianto acritico per il passato, perché è un atteggiamento irrazionale. Preferisco riflettere e valutare quanto sta accadendo, e mi rendo conto che il mio disagio di fronte ai nuovi codici di condotta è frutto di un’abitudine, l’abitudine a comportarmi in un altro modo, in base alle regole di un’educazione ormai forse vicina al capolinea.
Non considero l’uso del tu da parte di un estraneo come un affronto o una mancanza di rispetto nei miei riguardi, perché non m’interessa mantenere distanze e costruire muri. Però so che le vecchie norme di cortesia non erano soltanto una vuota forma.
In passato, per molti di noi l’uso del tu era una conquista che si otteneva in seguito a una serie di passaggi: dapprima ci si conosceva, poi si raggiungeva un certo grado di confidenza e, finalmente, si abbandonava il lei. Nell’ambito dei rapporti interpersonali, questo mutamento segnava in modo ufficiale il momento di transizione fra una semplice conoscenza e una relazione di amicizia. Il cerimoniale che guidava il passaggio dal lei al tu rappresentava la consapevolezza del fatto che i rapporti sociali si distinguono in base al loro livello di profondità, fondandosi su un impegno che richiede lentezza, tempo e riflessione.
Ma in questa società frenetica parlare di tempo e di lentezza appare obsoleto. Del resto, considerando che tutto muta incessantemente, mi adeguo al nuovo che avanza oppure, se non riesco a farlo, evito di esprimere giudizi affrettati sulla base delle mie abitudini, accettando di sentirmi un po’ fuori moda.