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venerdì 15 gennaio 2016

Ashley Olsen

Io Ashley Olsen non la conoscevo. Pur vivendo nella stessa città (una città tutto sommato piccola, dove in questi anni ho sperimentato di continuo l'incrociarsi di amicizie e conoscenze - "Firenze è piccola" diciamo tutti) non credo nemmeno mi sia mai capitato di incrociarla per strada. La sua vita era probabilmente quanto di più lontano dalla mia, quasi un altro pianeta.
Eppure per giorni, ed ho aspettato giorni a scriverne, mi sono chiesto perché questo omicidio mi avesse immediatamente colpito con tanto dolore. Ho pensato subito la solita formuletta banale - "uomini che odiano le donne" - e sapevo di averci azzeccato.
Uomini che pensano di averne il "possesso", uomini violenti perché in fondo le donne sono attributi e se ne possono liberare con una spinta, con una manata. Via!
Purtroppo, purtroppo, purtroppo avevo ragione. Una facile profezia, oltretutto: in questo tipo di vicende c'è quasi sempre una violenta mano maschile che colpisce.
Non frequento facebook o altri luoghi simili (mi limito a twitter) ma mi è capitato di leggere, ad esempio proprio qui, di deliranti offese alla sua memoria. "Oltre al femminicidio", si dice in quel post, "anche l'onta del se l'è cercata".
Il disprezzo totale di una morte bestiale in cambio di una crocifissione postuma: come ci piace la vendetta e il fango che vola da una parte all'altra... Sembra quasi che il "sessismo" sia il vero centro, il vero argomento. Il bullismo degli adulti, di CERTI adulti, che non hanno fatto in tempo a praticarlo altrove. O forse lo praticano ogni giorno senza che alcuna istituzione, alcun osservatorio se ne occupi.

E poi il peso, tutto cattolico, del 'giudizio'. Dove c'è qualcuno che divide il grano dal loglio e fa giustizia. Sparlando, infangando la memoria della/e vittima/e, violentando persino la morte.
Ci ho messo una vita intera (e continuo a farlo ancora, ogni giorno) per liberarmi della mia asfissiante educazione cattolica piena di gelosie, invidie, (pre)giudizi, ignoranza, meschinità, del dio terribile e vendicativo della bibbia. E ci ho messo una vita a capire quanto quel tipo di giudizio non serva a niente e non sia altro che una 'condanna'. E non c'è perdono, non c'è pietà umana, se nemmeno dopo la morte una donna, morta come è morta Ashley (quasi con nonchalance, nelle prime dichiarazioni dell'assassino...), può avere RISPETTO.

(Parentesi. Che razza di uomo sono, io, se dopo i primi articoli di giornale - molti di essi morbosi, voyeristici, nella sostanza colpevolisti verso la vittima! - anch'io sono stato sfiorato da quel sospetto?: "Certo, però, che vita sconclusionata. Forse se l'è cercata". Che razza di uomo sono, io, se malgrado tutto, malgrado rivendichi il mio pensiero, ho per un attimo fatto lo stesso volgare pensiero di tanti? Allora credo ci sia un lungo cammino ancora da fare. Un cammino però non difficile se certe orrende vicende ci fanno porre domande e ci fanno dare risposte, anche quando crediamo di essere immuni dal sessismo. Forse un cammino a cui, ogni povera vittima, aggiunge un tassello di consapevolezza. Fintanto che bisognerà che smettano di esserci vittime e la nostra consapevolezza di uomini ce la troviamo dentro noi stessi: "che razza di uomo sono, io?".)

Io di Ashley non so nulla e, almeno in questo caso, non mi interessa sapere. Non mi interessa portare fiori al suo portone o creare quei ridicoli hashtag tipo #prayfor.
A me piacerebbe, intanto, che una donna possa essere libera davvero come chiunque altro. Come un uomo, anche se spesso noi uomini dimostriamo di non meritarcela, la nostra libera libertà.
Che una donna possa tornare a casa una notte in compagnia di qualcuno che si è scelta e svegliarsi ancora, il mattino dopo. Come un uomo.
Che una donna possa interpretare a suo modo la propria esistenza. Come un uomo.
Che una donna non debba mai sentirsi sporca. A differenza di un uomo.
Non ci sarà libertà fintanto che ad una donna si affibbierà qualche epiteto volgare e violento solo perché è donna. Solo perché ci sfugge e non si fa "possedere" come oggetto, dal maschio.
Io spero allora, infine, che Ashley non riposi affatto in pace ma venga a tormentarci l'anima quando ci comportiamo da benpensanti, quando qualche delirio ci fa anche solo per un momento confondere i pensieri, quando ribaltiamo senza pudore il ruolo di carnefice con quello di vittima e quello della vittima liquidato con "se l'è cercata".
Spero vivamente che Ashley, con quello spirito allegro e solare che pare la guidasse, ci visiti ancora a lungo e ci faccia stare scomodi nei nostri panni. Me, senz'altro.
Spero anche vada a svegliare la notte quei beceri ignoranti cafoni che ne offendono la memoria.

mercoledì 25 settembre 2013

Radio Mamma?!

La mattina davanti alla scuola. Momento rilassante, prima di cominciare la giornata. Si conversa, andiamo a prenderci un caffè insieme ai genitori coi quali, nel corso degli anni, siamo diventati amici.
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.

Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!

sabato 26 gennaio 2013

Dilemmi

"Babbo, ho un dilemma. Ma, secondo te, perché una ragazzina presa da sola è molto ordinata e precisa mentre un maschio è casinista e disordinato e, invece, le ragazzine in gruppo diventano disorganizzate e vulnerabili mentre i maschi all'improvviso sono una squadra e vanno diritti come un treno"?!?!?!
La donna grande è tornata da una festa di compleanno.

martedì 6 novembre 2012

Le donne, la violenza, gli uomini

Per una volta non parlerò con parole mie.
Parlerò con le parole di un'amica con la quale ieri sera ci siamo messi a ragionare attorno ad alcuni temi. Una ragione precisa c'era, per la nostra chiacchierata via chat, ed è rintracciabile qui.
Perché le parole di Annalisa sono fondamentali, soprattutto quando immaginiamo, da genitori ma anche, più semplicemente, da uomini e donne, cosa significhi una "educazione" ai modelli di genere. Cosa significhi riprodurre invece, qualche volta persino inconsapevolmente, vecchi stereotipi. Quanta violenza si nasconda dentro le nostre parole, dentro i gesti. Dentro innocenti battute.
Le "parole per dirlo" potrebbero essere le mie (e lo sono, anche) ma ringrazio lei per averle trovate e tirate fuori. Le lascio qui. Queste:

Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.

Queste altre:

Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.


E, soprattutto, queste:

Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine.

mercoledì 26 settembre 2012

Idee chiare

La donna grande, stamattina, a colazione.
- Appena diventerò Presidente della Repubblica, la prima legge che farò sarà che il bicchiere si mette a sinistra.
- Come, scusa?!
- Perché è più comodo: mentre uno con la destra mangia, se deve bere, prende il bicchiere con la sinistra.
Ecco, abbiamo le idee chiare su come sarà il futuro: destrorsi, prepariamoci a soffrire...

sabato 18 agosto 2012

Sua Maestà l'Alba

Stamattina il sole non si è fatto pregare. Non c'era foschia e abbiamo potuto vedere già da subito il primo millimetro di idrogeno arancione che bruciava a tutta potenza, imprendibile sull'orizzonte infinito.
Era tutto scuro, in controluce.
C'è un paradosso che sostengo con forza: in spiaggia c'è più gente all'alba che alle 9.00 e non li vedi arrivare. Presenze nere in controluce che spuntano dalla terra, dall'ombra notturna che si solleva pigra.
Camminano.
Sulla sabbia, nell'acqua, sul bagnasciuga, tra le ondine della bassa marea.
Quella vecchina era lì, ci sarà sempre stata, ho pensato, anche stanotte. China fino a terra. E "a terra" è una parola grossa, avendo le mani immerse nel mare. Cercava.
La retina verde strascicata e una mano pigra che cercava, dietro l'occhio, nell'acqua bassa. Poi un guizzo veloce che le fa tuffare le dita sotto la sabbia.
E' una caccia, una minuscola ricerca.

La nostra giornata familiare in spiaggia all'alba è ormai un rito dell'estate, da diversi anni. La sera prima l'eccitazione la si potrebbe incartare in tanti pacchetti di carta luccicante. I pargoli s'inventano quei pochi secondi in cui il sole sorgerà davanti i nostri occhi. Tardano ad addormentarsi, smaniano.
"Faremo un castello di sabbia enorme".
"Faremo il bagno e non ci sarà nessuno".
"Raccoglieremo i granchi, poverini!, morti".
"A che ora ci dobbiamo svegliare"?
E' una festa. Un giorno da calendario.

Se la guardi, la vecchietta è sospettosa. Ti restituisce di sottecchi un lampo, turista strampalato: "che ci fai qui, a quest'ora poi". E continua la sua marcia, a piccoli passi regolari, con metodo, marziale come un esercito anche se di un sol uomo.
Se ti avvicini, però, e le rivolgi una parola curiosa, ti guarda meglio. (I pargoli sono discosti, sbirciano la loro stessa timidezza che gli ha impedito di chiedere). La vecchietta ti spiega cosa fa (tu lo sai già, tua nonna lo faceva, tuo padre anche): raccoglie molluschi. Qualche granchio, se è fortunata, oppure telline. I cannille, sono il meglio del menù.
Mio padre, anche lui come tutti e come lei adesso, li tirava su con le mani, anzi con le dita, infilate fulmineamente sotto la sabbia, dopo aver individuato il foro sottilissimo che li cela. Prelibatezze della povertà, cibo gratuito, lo scopo di una passeggiata in acqua, per le vene.
Varicose, "vedi"?
Sembra tutto semplice, un po' di folklore marinaro.

I pargoli intanto si sono stufati di osservare il loro babbo strambo che si ferma a parlare con la gente, ovunque, e sguazzano in acqua più in là. Gridano allegri, spruzzano, trovano persino un pallone gonfiabile perso da qualcuno e coccolato dalle ondine sottili.
Quando torni da loro, la curiosità torna tutta. Impellente.
"Babbo, ma chi era"?

Quando il filo della conversazione sembra che stia per spezzarsi, la vecchietta ti guarda meglio. Il tuo parlare non è (più) il suo dialetto: "ma tu nen 'cì..." e immediatamente si corregge: "ma lei non è di qui".
No.
Cioè sì.
Io sono (anche) di qui, ci sono nato, ma adesso vivo lontano e forse parlo con un accento lontano. Anche se mi sorprendo sempre quando qualcuno me lo fa notare.
La vecchietta riempie la sua retina da pesca di un vuoto che è sempre lo stesso.
"Pure fjième sta fòre".
"Ogne tante revè, me vè a 'ttrévà".
"Ma qust'anne, ancore, n's'ha vèste".
Una lontananza, la solita. Quella di qualcuno che se n'è andato. A volte per necessità, a volte per scelta. A volte per amore.
Però resta lontano, parla lontano.
E' una caccia, una grande ricerca.

I cannolicchi, invece, stanno qui. Sotto la sabbia, nell'acqua. Vicini.
Basta saperli acchiappare, all'alba, quando ancora figli lontani non sollevano, nelle acque basse, la sabbia.

lunedì 12 marzo 2012

Le mamme blogger se stanno a allarga'

Lei è elasti.
Chi non la conosce... Ecco, appunto, chi non la conosce?
Sarebbe la mamma degli hobbit ma in realtà è la mamma di tutti noi, genitori blogger (non solo mamme), la capostipite di una intera genìa che ha invaso il web.
Insomma, senza farla troppo lunga e troppo celebrativa (in realtà il mommy blogging viene da più lontano, dagli USA soprattutto), da queste parti è stata lei una delle prime e, senza dubbio, la più seguita.
Qui.
Così tanto seguita che persino il Quirinale se n'è accorto.
Io invece, del fatto che persino il Quirinale se ne fosse accorto, me ne sono accorto solo ora, qui. Perdo colpi, con l'autoaggiornamento mediatico, lo ammetto.
E mi sembra una gran bella cosa. Intanto perché se hanno nominato elasti "Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica" vuol dire che anche le Istituzioni (o almeno alcune) cominciano a guardare un po' oltre il loro stesso naso.
Poi, trovo anche molto interessante (rivoluzionario, forse?...) che ad una persona normale, per il solo fatto di essere genitore, venga riconosciuto un merito. Non è poco come cambiamento di rotta, come messaggio inviato all'opinione pubblica.
Infine, elasti scrive divinamente (prima ancora di «aver contribuito, con il suo personaggio di "mamma elastica", a diffondere un'immagine ironica e intelligente delle sfide quotidiane che deve affrontare una donna che è insieme professionista e madre» come recita la motivazione ufficiale) ed è stata lei stessa motore di un cambiamento, anche di una forma di coraggio che ha aiutato tant* altr* genitor* a guardarsi e a raccontarsi, cercando la condivisione delle proprie esperienze.
(E' vero: c'erano anche altri genitori, pare, insigniti tutti della stessa onorificenza. Ma elasti è elasti, proprio una di noi).
E allora: brava, Claudia. E tante grazie a te!

giovedì 8 marzo 2012

Post(o) d'onore

Solitamente non scrivo alle riviste.
Però la rubrica di Claudio Rossi Marcelli su "Internazionale" è per me un appuntamento fisso: è riuscito a sopravanzare persino l'oroscopo di Brezsny che così è retrocessa a 'seconda pagina che leggo'.
Allora, da lettore diligente, ho scritto la mia brava mail per sottoporgli un quesito che mi sta a cuore da tempo. Da quando mi dicono "vedrai, non sai cosa ti aspetta". Insomma la donna grande diventa sempre più grande e tutti mi mettono in guardia. Da cosa?
Claudio è stato gentilissimo. La sua risposta, come sempre, è molto intelligente ed anche ironica. E pure puntuta, non si nasconde dietro nessun dito. Direttamente al centro.
Mi è molto piaciuta, la condivido in pieno. Soprattutto quando dice "che i figli crescano e comincino ad avere una vita sessuale non mi crea nessun turbamento".
Ho sempre pensato che i figli non siano né piezz'e corebelli di mammà. I figli li penso come piccoli (neanche poi tanto; neanche per sempre) vascelli pronti a salpare. Anzi, come Gibran, li sento le frecce viventi del domani, "la brama che la vita ha di sé".
Oggi, in occasione dell'otto marzo, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha potuto fare a meno di sottolineare come, troppe volte, gli uomini considerano gli affetti una loro "proprietà".
Non voglio mescolare troppe cose ma oggi, Claudio Rossi Marcelli da una parte, Gibran dall'altra, Napolitano da un'altra ancora, hanno detto cose importanti e belle. Per riflettere, da ricordare.
Tra tutti e tre, mi sembrano proprio una bella compagnia. Dedico loro questo post(o) d'onore.
Ah, e non c'è dubbio: dormo notti tranquillissime!

mercoledì 7 dicembre 2011

Reminiscenze estive (in autunno)

Non c'è niente da fare.
Puoi essere presente quanto vuoi. Puoi cambiargli i pannolini. Puoi dargli da mangiare, foss'anche una sola volta in vita tua.
Puoi accompagnarli a scuola. Puoi portarli in piscina due volte la settimana.
Puoi persino fare il rappresentante di classe. Andare a tutte le riunioni sulla scuola, sulla riforma Gelmini, dei Cobas, della CGIL, del Tavolo Regionale sulla Scuola Pubblica. Potresti addirittura avere la balzana idea di metterti a capo di un Comitato di Genitori. E lo fai.
Eppure arriverà prima o poi una torrida serata di fine estate. In cui il caldo si appiccica alla pelle come una sanguisuga. E tu passi la serata a tavola con tua moglie (nel caso specifico, naturalmente, la profe) e una comune amica. E si chiacchiera delle vacanze appena trascorse, della scuola che sta per ricominciare, dei pargoli e dei comuni problemi educativi.
E mentre tu ripensi che hai anche scarrozzato i tuoi deliziosi pargoletti su e giù per le Dolomiti dentro uno zaino quando erano infanti. Fatto di tutto perché, una volta usciti da quello zaino, si appassionassero a camminare sulle loro stesse gambette, su e giù per quegli stessi monti.
Non c'è niente da fare.
Mentre accade tutto questo, nel momento esatto in cui ti dici "beh, in fondo non ho fatto proprio così schifo, come babbo. Almeno fino ad oggi", ecco che salta fuori una sacrosanta verità: "certo, voi uomini. Non fate proprio niente, eh?!".
Per fortuna che ci sono, le donne.

martedì 17 maggio 2011

Il maschio qualunque

Vorrei concentrarmi su alcune parole, una frase di Dominique Strauss-Kahn.
"Oui, j'aime les femmes, et alors"?
Certo, mi piacciono le donne. E con questo?

Non mi colpisce la candida ammissione da vecchio seduttore (sic!), come ce ne sono altri in giro: spesso l'abuso del potere casca dentro le mutande. Non mi sconvolge nemmeno il primo sottotesto, quello che dice: "al mio posto, col mio potere, cosa volete che mi accada"? Impunità.
No.
Mi fa riflettere invece la banalità del senso ultimo dell'affermazione, ciò che davvero significa quella frase: "le donne sono a disposizione di chi se le prende". Volenti o nolenti.
E con questo?

E' lì che si torna, ancora una volta al senso di possesso che rende la forza maschile (non il potere, non il prestigio e nemmeno la seduzione. La brutalità) in grado di fare propria ogni cosa. E le donne più di ogni altra, territorio di scorribanda da sempre.


Anche la faccia stessa di DSK in aula, davanti al giudice. Un'espressione divisa tra la noia, l'incredulità, la strafottenza e, appunto, l'impunità. "Cosa ci stiamo a fare qui per queste fregnacce. Facciamo presto, ho altro da fare, io".
Le braccia conserte che segnano il confine tra lui, lo strapotente, e gli altri. E con questo?
Così l'uomo più potente della Terra (le classifiche lo posizionano ai primissimi posti assoluti...) è anch'egli maschio qualunque, uomo cresciuto, educato, vivificato da una sola idea.
Quella lì.
Come una passione ricercata fin da bambino, in un cortile grigio, su giornalini per adulti, a sbirciare qualche foto slabbrata o chissà. Una semplice ossessione, avrebbe potuto dire Philip Roth?
L'idea che, in fondo in fondo, "non c'è nulla di male".
Un apprezzamento pesante che fa presto a diventare un'offesa.
Bando ai falsi moralismi, "chi non ha mai" ci insegnano esimi intellettualoni in bretelle, nel prime time televisivo nostrano.
E l'uomo è cacciatore. E via di questo passo.
Le donne in fondo si sa: sono tutte.
E l'uomo?!
Chi è, l'uomo?

mercoledì 9 marzo 2011

Gli occhi della donna grande

Donna grande, che mi guardi coi tuoi occhi di carnevale. Dentro il tuo costume splendido, vero gioiello di arte nonnesca.
Quello sguardo lungo lungo mi ricorda qualcosa. Quell'espressione seriosa, sempre al centro del tuo centro smarrito.
Perché a nove anni, mi ricordo i miei, si sta così: come le foglie tenere verdissime in attesa di salirci, sull'albero. L'albero della vita.
I pensieri dei novenni sono grandi, importanti, ti riempiono i giorni. Schermano persino la luce del sole, che accarezza gli occhi e li fa brillare.
E le paure. Le paure dei novenni sono enormi, insostenibili, silenziose. Non fanno più alcun rumore (come quelle invece di qualche anno prima). Ogni tanto hai bisogno di cercare col tuo sguardo gli occhi di un adulto, attorno a te, e li trovi, li trovi sempre.
Il tuo sguardo lungo lungo promette una distanza che non vorremo permetterci. Sì, certo: una distanza generazionale, una distanza di regole e rispetto dei ruoli.
Ma le parole? Scopriremo le parole per dirci cosa abbiamo visto?
La distanza, laggiù, sarà un abisso? O sarà un viaggio.

mercoledì 16 febbraio 2011

lunedì 14 febbraio 2011

E ora ancora

Ecco, uno si sente parte. Mondo.
Ieri eravamo tantissime/i, Firenze sorrideva anche sotto un cielo grigio e mezzo piovoso. E ho visto una grande, placida forza. Quella di chi dice qualcosa, di chi afferma.
Non era una protesta, non solo almeno, come blatera chi non vede al di là del proprio naso, per quanto pinocchiescamente lungo. Era un'affermazione colorata, era uno stare insieme fortissimo.
Facce di donne, anche quelle dei tanti uomini mi son sembrate femminili. Ho visto tanta bellezza politica, scritta gridata sorrisa. Disegnata sui volti.
E ora, ancora. E ancora.

domenica 13 febbraio 2011

sabato 30 ottobre 2010

Un complimento

Crescevamo tra donne. Gli uomini lavoravano e, nell'Italia del boom, non c'era tempo (non c'era modo?) per stare coi figli.
Ascoltavamo le donne. Anche noi maschietti eravamo spesso catapultati in storie inverosimili di amori traditi, fatiche casalinghe, malanni ancestrali che non avevano un nome ma solo dei segni. Sembravano un miracolo, però al contrario.
Qualche volta restavamo schiacciati da tante parole, in quei pomeriggi uggiosi d'estate, quando il sole era ancora troppo alto per uscire per strada, e bisognava restare in casa. Riposare un po'. A nove anni riposare significava almeno stare ad ascoltare. Il tempo passava più veloce, lo spazio si riempiva di vecchie parenti lasciate in campagna, di lavori d'un tempo, della difficoltà di essere state strappate alle proprie origini. Si stava in città, anche se era soltanto un paesone.
Nella testa, mi frullano ancora parole e storie, situazioni di donne. Racconti.
Stasera, ad un compleanno, un babbo parlava di un altro bambino e diceva: "ah, ha un carattere bello, espansivo. Parla tantissimo, come una donna".
Ecco: un complimento così l'avrei voluto per me. Un piccolo uomo che parla (e quindi magari parlerà anche da adulto), che sa esprimere il suo mondo, che non resta mutanghero e attorcigliato intorno a pensieri che non sa decifrare.
Un ragazzino che racconta.
Fantastico un uomo che parla come una donna.

venerdì 5 marzo 2010

Test psicologico (ovvero: Ancora sul corpo delle donne)

Attenzione: questo post è esplicito e può contenere delle oscenità. Sono certo che ciascun lettore saprà dove trovarle.
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Adoro i muri, adoro i graffiti e le scritte che ci sono su. Adoro i muri, perché qualche volta sembrano essere specchi; sono una specie di televisione senza corrente elettrica, un giornale en plein air.
Qualche volta quello che c'è su è terrificante: violenza pura sotto gli occhi di tutti. Eccola:



A tal proposito, allora, propongo un test psicologico di valutazione del livello di complicità a cui siamo disponibili (il calcolo del punteggio è libero: ognuno se lo faccia da sé). Secondo voi questo manifesto vuole comunicarci:

a) sempre meglio che lavorare
b) l'intelligenza e la logica prima di tutto: è solo una "A"
c) l'utero è mio e me lo gestisco io
d) quanto costa?
e) è proprio una bella topa, me la scoperei volentieri (o si dice "me la scopassi"?! mah, la sostanza non cambia)
f) smettetela voi idioti moralisti retrogradi: le donne ormai sono emancipate, cosa c'è da scandalizzarsi?!
g) ah quanto vorrei esserci io al suo posto: chissà com'era cospicuo l'assegno che le hanno staccato!!!
h) suvvia, in fondo non c'è niente di male: è anche una bella ragazza!
i) di certo non guadagna 500 euro al mese, come me
l) VADE RETRO SATANA!
m) le donne sono tutte puttane, tranne mia madre e mia sorella
n) chissà che freddo, po'erina!
o) se è uno scherzo, è di cattivo gusto
p) ganzo!!! cos'è, uno scherzo?
q) maddài, è un fotomontaggio, vero?

Si possono scegliere anche risposte multiple...

Questo manifesto campeggia per le strade di Firenze ma immagino che possa essere comparso anche in altre città. Nessuno se n'è accorto finora? O, magari, non vi disturba come ha disturbato me?

Allora: qui c'è il link al sito internet dell'azienda in questione. Volendo, sulla sinistra, potete cliccare su "contacts" e mandare una bella mail di commento a questa campagna pubblicitaria progressista e rispettosa della dignità. Della dignità di tutti, delle donne e degli uomini che ogni giorno transitano sotto quel megaposter. Io l'ho già mandata.
In caso contrario, potreste sempre cliccare su "area b2b" e iniziare una fantastica collaborazione con tale gioiellino d'azienda!

E, naturalmente, buon fine settimana.

giovedì 26 novembre 2009

Il prete e le donne

"Nella Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne che si è svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la violenza è stata declinata per lo più in termini fisici. Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani, delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa quella cristiana e cattolica".

Queste parole non le ha scritte uno dei soliti atei impenitenti e provocatori.
Queste parole le ha scritte un prete. Certo uno di quelli che le gerarchie ecclesiastiche tengono d'occhio da anni. Ah, se potessero...

Il prete si chiama Enzo Mazzi e spesso ci dà da riflettere.

venerdì 13 novembre 2009

La donna giusta

La scuola, almeno la primaria, è davvero una galassia tutta femminile (poi si potrebbe discutere per millenni del perché certi ambiti lavorativi siano lasciati per intero alle donne, per poi sminuirne il valore sociale, per poi sminuirne gli stipendi, per poi. Quindi non dico nulla che sennò divento idrofobo).
Nel nostro plesso, tutte donne le insegnanti, donna la dirigente, donne il personale ATA e donne anche le custodi. Solo quest'anno si è affacciato un timido custode-uomo, un signore non proprio giovanissimo che chiaramente si sente come un gatto dentro una piscina: "ma proprio me dovevano metterci? Qui?!".
Che se vai e gli chiedi:
- Scusi, l'uomo piccolo ha perso il grembiule, glien'è mica capitato uno tra le mani? Era fatto così e cosà -
lui ti risponde:
- Mah... le donne mettono tutto qua.
E ti indica un trespolo polveroso in un angolo che sembra non rimestato da decenni. Poi continua a sfogliare il giornale.

Beh sì, avete letto bene: l'uomo piccolo ha perso il grembiule (che è un po' come perdere il rubinetto del bagno: dove vuoi che possa finire? Eppure lui c'è riuscito, volatilizzato) ma è pur sempre un grosso passo avanti rispetto a ritagliare un babbo buttando giù le forbici dalla finestra...

Dopo tre anni di esperienza, l'orizzonte si è ormai definito. Tutte donne pure le rappresentanti di classe.
Tranne me.
Che quando parli ti guardano di sottecchi mentre stanno pensando "cosa ne saprà mai un dilettante d'un uomo di come si fanno queste cose qua".
E quando si invitano a vicenda a prendere un caffè, a fare shopping il pomeriggio, alla seduta di squamomassaggio-urticante o solo iniziano interminabili match di chiacchieralonga, tu non ci sei mai. Perché "non puoi" esserci, tu dilettante che non sai nemmeno com'è fatto un bambino, figuriamoci un paletot con maniche alla raglan...
(Poi, non è proprio così: qualcuna mi coccola un monte, perché quello che è rimasto col cerino corto in mano non va mai lasciato proprio proprio solo. E in fondo, un po' di quel cerino se lo sentono anche loro tra le dita).
E perché i pregiudizi sono duri a morire.
Così ho capito, finalmente.
Eh no, non sono proprio la donna giusta al posto giusto.

mercoledì 8 luglio 2009

Nel mondo di Harry Potter

"Nel mondo delle favole d'amore perché tutte (parlava al femminile, parlava di donne, ndr) noi abbiamo bisogno di sognare. Nel mondo delle storie leggere, usa-e-getta. Una botta e via".

Per fortuna che nel mondo c'è anche una signora che in vita sua ne ha fatte duemila. Che scrive libri per bambini e ragazzi. Che parla anche ai grandi, sia quando scrive che quando, appunto, parla. E che risponde al nome di Silvana De Mari.
Che è capace di tenere botta venti minuti interi (avete presente quanto sono lunghi, 20 minuti?!), senza perdere un colpo, senza sbagliare una parola. Inchiodandoti alla tua seggiolina di maschio parlandoti della vagina. Sconvolgendoti con l'idea che adesso, proprio ora, in questo preciso momento, una ragazzina da qualche parte nel mondo sta urlando di dolore perché la stanno infibulando.
Io quell'urlo l'ho sentito mentre Silvana parlava.
Come posso vivere tranquillo e incosciente dentro un mondo siffatto?!

Questo episodio è avvenuto settimane fa ma l'ho raccontato solo ora perché avevo bisogno che sedimentasse, che in qualche modo trovasse la sua strada, il suo luogo e le parole per dirlo. Dopo così tanto tempo ce l'ho ancora dentro. Il racconto risuona in me, l'orrore rimbalza tra le mie pareti cerebrali. Una parola che, in se stessa, è un delirio di inciviltà e che suona sinistra anche solo pronunciarla: infibulazione.

Il corpo delle donne, raccontato dalle donne.
Grazie De Mari.
Per la forza.
Per... il ceffone.

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