Io Ashley Olsen non la conoscevo. Pur vivendo nella stessa città (una città tutto sommato piccola, dove in questi anni ho sperimentato di continuo l'incrociarsi di amicizie e conoscenze - "Firenze è piccola" diciamo tutti) non credo nemmeno mi sia mai capitato di incrociarla per strada. La sua vita era probabilmente quanto di più lontano dalla mia, quasi un altro pianeta.
Eppure per giorni, ed ho aspettato giorni a scriverne, mi sono chiesto perché questo omicidio mi avesse immediatamente colpito con tanto dolore. Ho pensato subito la solita formuletta banale - "uomini che odiano le donne" - e sapevo di averci azzeccato.
Uomini che pensano di averne il "possesso", uomini violenti perché in fondo le donne sono attributi e se ne possono liberare con una spinta, con una manata. Via!
Purtroppo, purtroppo, purtroppo avevo ragione. Una facile profezia, oltretutto: in questo tipo di vicende c'è quasi sempre una violenta mano maschile che colpisce.
Non frequento facebook o altri luoghi simili (mi limito a twitter) ma mi è capitato di leggere, ad esempio proprio qui, di deliranti offese alla sua memoria. "Oltre al femminicidio", si dice in quel post, "anche l'onta del se l'è cercata".
Il disprezzo totale di una morte bestiale in cambio di una crocifissione postuma: come ci piace la vendetta e il fango che vola da una parte all'altra... Sembra quasi che il "sessismo" sia il vero centro, il vero argomento. Il bullismo degli adulti, di CERTI adulti, che non hanno fatto in tempo a praticarlo altrove. O forse lo praticano ogni giorno senza che alcuna istituzione, alcun osservatorio se ne occupi.
E poi il peso, tutto cattolico, del 'giudizio'. Dove c'è qualcuno che divide il grano dal loglio e fa giustizia. Sparlando, infangando la memoria della/e vittima/e, violentando persino la morte.
Ci ho messo una vita intera (e continuo a farlo ancora, ogni giorno) per liberarmi della mia asfissiante educazione cattolica piena di gelosie, invidie, (pre)giudizi, ignoranza, meschinità, del dio terribile e vendicativo della bibbia. E ci ho messo una vita a capire quanto quel tipo di giudizio non serva a niente e non sia altro che una 'condanna'. E non c'è perdono, non c'è pietà umana, se nemmeno dopo la morte una donna, morta come è morta Ashley (quasi con nonchalance, nelle prime dichiarazioni dell'assassino...), può avere RISPETTO.
(Parentesi. Che razza di uomo sono, io, se dopo i primi articoli di giornale - molti di essi morbosi, voyeristici, nella sostanza colpevolisti verso la vittima! - anch'io sono stato sfiorato da quel sospetto?: "Certo, però, che vita sconclusionata. Forse se l'è cercata". Che razza di uomo sono, io, se malgrado tutto, malgrado rivendichi il mio pensiero, ho per un attimo fatto lo stesso volgare pensiero di tanti? Allora credo ci sia un lungo cammino ancora da fare. Un cammino però non difficile se certe orrende vicende ci fanno porre domande e ci fanno dare risposte, anche quando crediamo di essere immuni dal sessismo. Forse un cammino a cui, ogni povera vittima, aggiunge un tassello di consapevolezza. Fintanto che bisognerà che smettano di esserci vittime e la nostra consapevolezza di uomini ce la troviamo dentro noi stessi: "che razza di uomo sono, io?".)
Io di Ashley non so nulla e, almeno in questo caso, non mi interessa sapere. Non mi interessa portare fiori al suo portone o creare quei ridicoli hashtag tipo #prayfor.
A me piacerebbe, intanto, che una donna possa essere libera davvero come chiunque altro. Come un uomo, anche se spesso noi uomini dimostriamo di non meritarcela, la nostra libera libertà.
Che una donna possa tornare a casa una notte in compagnia di qualcuno che si è scelta e svegliarsi ancora, il mattino dopo. Come un uomo.
Che una donna possa interpretare a suo modo la propria esistenza. Come un uomo.
Che una donna non debba mai sentirsi sporca. A differenza di un uomo.
Non ci sarà libertà fintanto che ad una donna si affibbierà qualche epiteto volgare e violento solo perché è donna. Solo perché ci sfugge e non si fa "possedere" come oggetto, dal maschio.
Io spero allora, infine, che Ashley non riposi affatto in pace ma venga a tormentarci l'anima quando ci comportiamo da benpensanti, quando qualche delirio ci fa anche solo per un momento confondere i pensieri, quando ribaltiamo senza pudore il ruolo di carnefice con quello di vittima e quello della vittima liquidato con "se l'è cercata".
Spero vivamente che Ashley, con quello spirito allegro e solare che pare la guidasse, ci visiti ancora a lungo e ci faccia stare scomodi nei nostri panni. Me, senz'altro.
Spero anche vada a svegliare la notte quei beceri ignoranti cafoni che ne offendono la memoria.
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venerdì 15 gennaio 2016
giovedì 7 gennaio 2016
Fantasmi
Avvertenza. Questo non è un articolo pieno di grafici e numeri e tabelle che corroborano la notizia, dimostrando cioè che essa è "numericamente" rilevante. Non è nemmeno uno di quei pezzi di fact checking journalism (come parliamo tutti forbiti...) nel senso che non ho intervistato parte e controparte né citerò fonti o bibliografia. Questa è una piccola, insignificante storia. Che però accade, senza numeri. E' accaduta stamane. Prendetela come una storia, anzi come un racconto di fantasmi, di ectoplasmi evanescenti. Di quelli che si racconta(va)no accanto al fuoco, nelle serate invernali. E spero, crediate o no ai fantasmi, che vi faccia almeno un po' paura.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
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sabato 8 marzo 2014
L'otto marzo
Oggi è l'otto marzo.
Poi sono state assassinate Assunta, Ofelia, Silvana.
Oggi doveva essere l'otto marzo. E da domani?
Poi sono state assassinate Assunta, Ofelia, Silvana.
Oggi doveva essere l'otto marzo. E da domani?
venerdì 6 dicembre 2013
Il colloquio
Al colloquio con gli insegnanti può capitare davanti a te una mamma (molto più raramente un babbo) visibilmente spazientita. Nel suo visone-finto-astrakan-bordato-prada si agita. Con stile.
Perché la scuola è "la più pvestigiosa della città" (testuale, nemmeno fosse Harvard) e la fauna è spettacolare come si conviene. La signora, peraltro con signorile-accento-montenapoleone-blasé-millesimato con tanto d'evve moscia, comincia una sua filippica. A signorile voce alta.
Che non si pevmetta, la signova insegnante di fvancese, di andavsene quando il suo (dell'insegnante) ovavio lo vichieda pevché altvimenti lei, altisonata blasé milanese purosangue docg, cosa è venuta a fave fin qua se non può pavlavci?! Non ha mica tempo da pevdeve, lei.
Perché noi, invece.
A niente vale far notare alla signova che, magari, la prof di francese è lì a scuola da stamane all'otto, che ha tenuto testa a una serie di bimbetti scalmanati preadolescenti tra i quali c'era magari anche il/la suo/sua (la mia di sicuro), di pargolo/a. Che magari tenere testa anche ad un branco di genitori vocianti non è proprio il massimo del relax.
In fondo è il lovo mestieve, se non hanno voglia possono sempve sceglievsene un altvo.
Della serie: io pago e pvetendo. Cafonaggine melangiata potere d'acquisto.
Quando, appunto, all'ennesimo spvoloquio, ecco girarsi verso di lei un'altra mamma. Ragionevole e competente, che prova a spiegare alla panterata-upper-class che "anche" le insegnanti hanno un contratto nazionale di lavoro; il quale, mediamente, prevede degli orari di servizio e che andrebbe possibilmente rispettato, almeno finché c'è; che l'insegnante ha metà cattedra nella nostra "pvestigiosa" scuola e metà in un'altra per cui, per rispetto verso i genitori dell'altra scuola, dovrebbe ad un certo punto salutare noi e raggiungere anche quelli.
La divinità dagli occhi di bragia e dal cervello imbullonato al culo, a sentirsi redarguita in quel modo (per di più citando contratti di lavoro e roba in odor di sindacalese; vecchi avnesi di un vecchio mondo, immagino che pensi), solennemente sbrocca: "Guavdi signova, lei savà anche un'insegnante e, in fondo, ognuno ha il cuvviculum che ha".
Peccato non avere braccia lunghe abbastanza: gliele avrei girate intorno al collo tante volte. Stvette stvette, alla megera.
Perché la scuola è "la più pvestigiosa della città" (testuale, nemmeno fosse Harvard) e la fauna è spettacolare come si conviene. La signora, peraltro con signorile-accento-montenapoleone-blasé-millesimato con tanto d'evve moscia, comincia una sua filippica. A signorile voce alta.
Che non si pevmetta, la signova insegnante di fvancese, di andavsene quando il suo (dell'insegnante) ovavio lo vichieda pevché altvimenti lei, altisonata blasé milanese purosangue docg, cosa è venuta a fave fin qua se non può pavlavci?! Non ha mica tempo da pevdeve, lei.
Perché noi, invece.
A niente vale far notare alla signova che, magari, la prof di francese è lì a scuola da stamane all'otto, che ha tenuto testa a una serie di bimbetti scalmanati preadolescenti tra i quali c'era magari anche il/la suo/sua (la mia di sicuro), di pargolo/a. Che magari tenere testa anche ad un branco di genitori vocianti non è proprio il massimo del relax.
In fondo è il lovo mestieve, se non hanno voglia possono sempve sceglievsene un altvo.
Della serie: io pago e pvetendo. Cafonaggine melangiata potere d'acquisto.
Quando, appunto, all'ennesimo spvoloquio, ecco girarsi verso di lei un'altra mamma. Ragionevole e competente, che prova a spiegare alla panterata-upper-class che "anche" le insegnanti hanno un contratto nazionale di lavoro; il quale, mediamente, prevede degli orari di servizio e che andrebbe possibilmente rispettato, almeno finché c'è; che l'insegnante ha metà cattedra nella nostra "pvestigiosa" scuola e metà in un'altra per cui, per rispetto verso i genitori dell'altra scuola, dovrebbe ad un certo punto salutare noi e raggiungere anche quelli.
La divinità dagli occhi di bragia e dal cervello imbullonato al culo, a sentirsi redarguita in quel modo (per di più citando contratti di lavoro e roba in odor di sindacalese; vecchi avnesi di un vecchio mondo, immagino che pensi), solennemente sbrocca: "Guavdi signova, lei savà anche un'insegnante e, in fondo, ognuno ha il cuvviculum che ha".
Peccato non avere braccia lunghe abbastanza: gliele avrei girate intorno al collo tante volte. Stvette stvette, alla megera.
lunedì 2 dicembre 2013
Famigliuole
Stasera la città era ostaggio di una partita di calcio. Fiorentina-qualcosa, non so bene cosa.
Per fare quella manciata di chilometri che separano l'ufficio da casa - che nel traffico serale del rientro sono dieci, quindici minuti - ci ho messo un'ora e venti.
Questo ha significato il salto di ogni programma: niente judo per la donna grande e un paio di suoi amici, visto che ero io l'incaricato al trasporto comune verso il dojo. Ma questo è il meno che possa capitare all'ignaro (e sinceramente un po' coglione) individuo che si aggira per la propria città senza pensare ai sacrosanti diritti di chi di calcio vive.
Le strade in mano a trogloditi armati di scooter che potevano fare quel che volevano: passare col rosso, scavalcare gli altri, salire sui marciapiedi, invadere la corsia del tram (mentre il tram era lontano, of course...). Qualcuno di tali cavalieri senza cervello e senza regole (regole?!?! Mai sentita la parola, proprio) aveva persino da scuotere la testa, incredulo di tanto caos (come se lui, lo scuotitore, non fosse parte attiva di quel caos).
Neanche sottolineo che, ad un certo punto, un attempato gentiluomo in moto mi si è stampato sulla fiancata dell'auto urlando dietro il finestrino ben chiuso "ma che fretta c'hai?!?! Fammi passare!!!". Figuratevi che fretta avessi, marciando a 7 kmh.
Ma tant'è. Il calcio, questo sport per famigliuole.
Che stimola comportamenti così virtuosi.
È reato sperare che la squadruccia retroceda fino in serie C? Magari le famigliuole troverebbero qualcosa di meglio da fare, il lunedì sera.
Per fare quella manciata di chilometri che separano l'ufficio da casa - che nel traffico serale del rientro sono dieci, quindici minuti - ci ho messo un'ora e venti.
Questo ha significato il salto di ogni programma: niente judo per la donna grande e un paio di suoi amici, visto che ero io l'incaricato al trasporto comune verso il dojo. Ma questo è il meno che possa capitare all'ignaro (e sinceramente un po' coglione) individuo che si aggira per la propria città senza pensare ai sacrosanti diritti di chi di calcio vive.
Le strade in mano a trogloditi armati di scooter che potevano fare quel che volevano: passare col rosso, scavalcare gli altri, salire sui marciapiedi, invadere la corsia del tram (mentre il tram era lontano, of course...). Qualcuno di tali cavalieri senza cervello e senza regole (regole?!?! Mai sentita la parola, proprio) aveva persino da scuotere la testa, incredulo di tanto caos (come se lui, lo scuotitore, non fosse parte attiva di quel caos).
Neanche sottolineo che, ad un certo punto, un attempato gentiluomo in moto mi si è stampato sulla fiancata dell'auto urlando dietro il finestrino ben chiuso "ma che fretta c'hai?!?! Fammi passare!!!". Figuratevi che fretta avessi, marciando a 7 kmh.
Ma tant'è. Il calcio, questo sport per famigliuole.
Che stimola comportamenti così virtuosi.
È reato sperare che la squadruccia retroceda fino in serie C? Magari le famigliuole troverebbero qualcosa di meglio da fare, il lunedì sera.
venerdì 3 maggio 2013
Il mio primo fucile
Lo so, il tema è drammatico. Eppure, da anni ormai, non mi basta più praticare lo sgomento muto e il buon senso non mi ha mai consolato.
Mi interessano le domande, la muffa che soffiano via. Sono abituato a grattare la crosta del mondo col ditino, a infilarcelo anche, se necessario, dentro la piaga. Perché lo trovo necessario. Troppo importante provare a capire.
Mi sopporterete. Oppure volterete pagina.
Non sono un consumatore pacificato. Men che meno del dolore. E non mi accontento più (non l'ho mai fatto, forse, dall'adolescenza in poi...) di fioriture di candeline, fiori e peluche e folle piangenti che sempre, in casi del genere, spuntano all'improvviso sui luoghi degli omicidi.
Non li sopporto più perché sono l'incarnazione delle risposte che non sappiamo, o non vogliamo, darci. Spesso anche l'alibi per non essercele nemmeno poste, le domande.
Un fucile vero ad un bambino di cinque anni.
Certo, il dolore e la tragedia si presentano nelle nostre vite in varie forme. C'è l'ineluttabile, c'è la malattia, il destino incomprensibile. Ma ci sono spesso anche le scelte.
Le azioni educative intraprese oppure no.
I modelli abbracciati e quelli rifiutati.
I comportamenti responsabili e quelli no.
Con tutte le sfumature di grigio che ci sono nel mezzo, sia chiaro.
Qualche volta è anche questione di modelli culturali, di come educhiamo i bambini, di come li proiettiamo nel corpo sociale (quello che per Thatcher nemmeno esisteva). Perché, se la vogliamo guardare da un'altra prospettiva, la tragedia di Burkesville, Kentucky è anche l'ennesimo femminicidio. La morte in casa, dentro le pareti della famiglia: al maschio regaliamo il fucile; alla femmina una bambola o un fornello se va bene, un babydoll di pizzo nell'ipotesi peggiore.
(P.S.: li ho visti coi miei occhi completini osé uscir fuori dagli incarti di compleanno di bambine di 9 o 10 anni. E se persino Woody Allen si scherniva a regalare alla Diane Keaton adulta-dei-suoi-desideri un pagliaccetto sexy, qui e oggi non si schernisce più nessuno).
Così mi chiedo se sia più umano pentirsi o uccidere, scegliere o accorrere. Espiare le colpe in eterno o provare a capire, a riconoscersi in un evento tanto devastante? E come, se non esiste nemmeno un termine diretto per nominare la perdita di un figlio?
Cosa sarà adesso dell'esistenza futura di questo bambinetto/assassino? E cosa di questi genitori?
"Non sapevamo che fosse carico" pare sia stata la giustificazione disperata. Scusatemi, ma non sembra affatto una giustificazione. Non lo è.
E' la più atroce ammissione di colpa. Quasi una rivendicazione.
Mi interessano le domande, la muffa che soffiano via. Sono abituato a grattare la crosta del mondo col ditino, a infilarcelo anche, se necessario, dentro la piaga. Perché lo trovo necessario. Troppo importante provare a capire.
Mi sopporterete. Oppure volterete pagina.
Non sono un consumatore pacificato. Men che meno del dolore. E non mi accontento più (non l'ho mai fatto, forse, dall'adolescenza in poi...) di fioriture di candeline, fiori e peluche e folle piangenti che sempre, in casi del genere, spuntano all'improvviso sui luoghi degli omicidi.
Non li sopporto più perché sono l'incarnazione delle risposte che non sappiamo, o non vogliamo, darci. Spesso anche l'alibi per non essercele nemmeno poste, le domande.
Un fucile vero ad un bambino di cinque anni.
Certo, il dolore e la tragedia si presentano nelle nostre vite in varie forme. C'è l'ineluttabile, c'è la malattia, il destino incomprensibile. Ma ci sono spesso anche le scelte.
Le azioni educative intraprese oppure no.
I modelli abbracciati e quelli rifiutati.
I comportamenti responsabili e quelli no.
Con tutte le sfumature di grigio che ci sono nel mezzo, sia chiaro.
Qualche volta è anche questione di modelli culturali, di come educhiamo i bambini, di come li proiettiamo nel corpo sociale (quello che per Thatcher nemmeno esisteva). Perché, se la vogliamo guardare da un'altra prospettiva, la tragedia di Burkesville, Kentucky è anche l'ennesimo femminicidio. La morte in casa, dentro le pareti della famiglia: al maschio regaliamo il fucile; alla femmina una bambola o un fornello se va bene, un babydoll di pizzo nell'ipotesi peggiore.
(P.S.: li ho visti coi miei occhi completini osé uscir fuori dagli incarti di compleanno di bambine di 9 o 10 anni. E se persino Woody Allen si scherniva a regalare alla Diane Keaton adulta-dei-suoi-desideri un pagliaccetto sexy, qui e oggi non si schernisce più nessuno).
Così mi chiedo se sia più umano pentirsi o uccidere, scegliere o accorrere. Espiare le colpe in eterno o provare a capire, a riconoscersi in un evento tanto devastante? E come, se non esiste nemmeno un termine diretto per nominare la perdita di un figlio?
Cosa sarà adesso dell'esistenza futura di questo bambinetto/assassino? E cosa di questi genitori?
"Non sapevamo che fosse carico" pare sia stata la giustificazione disperata. Scusatemi, ma non sembra affatto una giustificazione. Non lo è.
E' la più atroce ammissione di colpa. Quasi una rivendicazione.
lunedì 22 aprile 2013
Un negozio di giocattoli
- Eh, domani è festa. Mentre tutti dormono sai noi che facciamo? Ce ne andiamo a giocare, nei boschi.
- Ma babboooh. Non mi porterai mica ancora a cercare funghi?! All'alba, in quella nebbia?
- Macché funghi. Fidati. Ho già chiamato pinco e pallino e tizio e caio. Portano anche i loro.... scusa ma come si dice? Loro o suoi?
- Loro, babbo, si dice loro.
- Ecco, appunto, lo sapevo. I loro figli, così non sei da solo. Ti diverti. Anche tu.
- E che facciamo babbo? Nel bosco. E non ci alzeremo mica all'alba?
- Eh, un po' bisogna alzarsi. Presto, voglio dire. Però ci divertiamo, fidati.
- E come?
- Dai, giochiamo ai uorgheimz!
- Che cosa? Ma non puoi dirlo in italiano che io a scuola faccio francese?!
- Uffa, quanto sei pissero. Giochiamo alla guerra, dai, la simulazione. Hai capito, con le tute, le mimetiche, i fucili i mitra le pistole. Bombe a mano no, che ci sporchiamo troppo. Poi la mamma rompe.
- La guerra!!! La guerra, babbo?! Ganzo. E cosa ci portiamo, quelle quattro pistolette dell'altra volta?
- Macché pistolette. Vedrai che sorpresa, vedrai che cosa ho comprato stavolta.
- Dai dai dai, voglio vedere. Fammi vedere cos'hai comprato.
- Guarda qua. Questo sì che spara.
- E che cos'è?!
- Aaah, è un gioiello. Un mitragliatore leggero, si chiama MG36. Lo fanno i tedeschi, lo fanno. Roba buona.
- Sei sicuro, ba'?!
- Oh ciccio, questo è una signora replica, funziona ad aria compressa. Pensa ci vanno dentro le stesse bombolette di gas che usavo per gonfiare i copertoncini forati, quando andavo in bici. E poi lo fanno i tedeschi, Heckler & Koch si chiama la ditta. Mitragliatore leggero, canna rinforzata per sostenere volumi di fuoco elevati ed un caricatore, pensa, un caricatore C-Drum da 100 colpi. Quello vero, naturalmente. Noi qui abbiamo dei gommini colorati ma pensa quanti alberi possiamo impallinare mentre aspettiamo di colpire un nemico. Una figata, credimi.
- E si può sparare a ripetizione, come una mitraglia?
- Giuro, mitragliatrice leggera ma valida, anche cento colpi in sequenza.
- Sei sicuro sicuro?
- Mah, insomma. Boh. Però, dai, lo proviamo. Vedrai che ci divertiamo. Hai tirato fuori la mimetica che la riguardiamo se c'è qualche guasto e lo facciamo sistemare alla mamma? Dai. E l'elmetto? Non te lo dimenticare l'elmetto, eh.
- Ok, vai che mi preparo per domani. .... Senti, scusa. Ma dove l'hai comprato, il mitragliatore?!
- Ah, facile. In quel negozio di giocattoli. Dove comprammo le mimetiche. E il resto.
- Ah, ecco, per fortuna.
- Ma babboooh. Non mi porterai mica ancora a cercare funghi?! All'alba, in quella nebbia?
- Macché funghi. Fidati. Ho già chiamato pinco e pallino e tizio e caio. Portano anche i loro.... scusa ma come si dice? Loro o suoi?
- Loro, babbo, si dice loro.
- Ecco, appunto, lo sapevo. I loro figli, così non sei da solo. Ti diverti. Anche tu.
- E che facciamo babbo? Nel bosco. E non ci alzeremo mica all'alba?
- Eh, un po' bisogna alzarsi. Presto, voglio dire. Però ci divertiamo, fidati.
- E come?
- Dai, giochiamo ai uorgheimz!
- Che cosa? Ma non puoi dirlo in italiano che io a scuola faccio francese?!
- Uffa, quanto sei pissero. Giochiamo alla guerra, dai, la simulazione. Hai capito, con le tute, le mimetiche, i fucili i mitra le pistole. Bombe a mano no, che ci sporchiamo troppo. Poi la mamma rompe.
- La guerra!!! La guerra, babbo?! Ganzo. E cosa ci portiamo, quelle quattro pistolette dell'altra volta?
- Macché pistolette. Vedrai che sorpresa, vedrai che cosa ho comprato stavolta.
- Dai dai dai, voglio vedere. Fammi vedere cos'hai comprato.
- Guarda qua. Questo sì che spara.
- E che cos'è?!
- Aaah, è un gioiello. Un mitragliatore leggero, si chiama MG36. Lo fanno i tedeschi, lo fanno. Roba buona.
- Sei sicuro, ba'?!
- Oh ciccio, questo è una signora replica, funziona ad aria compressa. Pensa ci vanno dentro le stesse bombolette di gas che usavo per gonfiare i copertoncini forati, quando andavo in bici. E poi lo fanno i tedeschi, Heckler & Koch si chiama la ditta. Mitragliatore leggero, canna rinforzata per sostenere volumi di fuoco elevati ed un caricatore, pensa, un caricatore C-Drum da 100 colpi. Quello vero, naturalmente. Noi qui abbiamo dei gommini colorati ma pensa quanti alberi possiamo impallinare mentre aspettiamo di colpire un nemico. Una figata, credimi.
- E si può sparare a ripetizione, come una mitraglia?
- Giuro, mitragliatrice leggera ma valida, anche cento colpi in sequenza.
- Sei sicuro sicuro?
- Mah, insomma. Boh. Però, dai, lo proviamo. Vedrai che ci divertiamo. Hai tirato fuori la mimetica che la riguardiamo se c'è qualche guasto e lo facciamo sistemare alla mamma? Dai. E l'elmetto? Non te lo dimenticare l'elmetto, eh.
- Ok, vai che mi preparo per domani. .... Senti, scusa. Ma dove l'hai comprato, il mitragliatore?!
- Ah, facile. In quel negozio di giocattoli. Dove comprammo le mimetiche. E il resto.
- Ah, ecco, per fortuna.
lunedì 8 aprile 2013
Barry Tamerlane
Chi si ricorda di Barry Tamerlane, il Prepotente de "L'inventore di sogni" di Ian McEwan?
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
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giovedì 28 marzo 2013
Fiducia e speranza
Ho nutrito una grande fiducia nello sforzo che in questi giorni Pierluigi Bersani ha fatto per dare un Governo a questo Paese. Anche una enorme speranza. Che qualcosa potesse accadere, che le donne e gli uomini del "vaffanculo" avessero un sussulto di responsabilità. Ma chi usa argomenti politici così strutturati, precisi e profondi come il "vaffanculo" cosa altro può articolare?! Una lallazione, un bavoso rigurgito.
Torno a Bersani, che oltretutto non ho votato, non direttamente almeno. A differenza di quasi tutti, ho stima nell'uomo politico e nelle sue capacità e competenze. Peraltro, da vent'anni a questa parte almeno, quella che si è presentata alle ultime elezioni, insieme a Vendola che nessuno ricorda, era la miglior coalizione di sinistra che si fosse mai vista. Ripeto, di sinistra, con un programma di sinistra. Magari di sinistra moderata, ma sicuramente alternativa all'idea (!) che hanno qualunquisti di lusso come Renzi o Grillo. Per tacere naturalmente degli "impresentabili" che sono tanti e ributtanti. Ma che vogliono pure il Quirinale (e che se continua così lo otterranno, possiamo scommetterci).
Poco fa ho visto la breve comunicazione di Bersani alla stampa, al termine del suo giro di consultazioni. Stasera andrà a riferire al Quirinale. Probabilmente dovrà parlare del suo fallimento.
Riflettendo sul suo sguardo, più ancora che sulle sue laconiche parole e sul suo rifiuto di sottoporsi alle domande dei giornalisti, e sul suo viso che in questi giorni ho visto invecchiato di secoli, mi è sembrato di capire che la tragedia di questo Paese sia sì lo stato in cui si trova ma sia soprattutto la fermissima volontà quotidiana di distruggere e schiacciare le sue forze migliori. Sui luoghi di lavoro, nelle scuole, tra operai ed impiegati, il tentativo quotidiano è quello di spezzare anche le ultime resistenze, la forza di chi qualche responsabilità ancora se la piglia.
E non lo dico solo dei politici ma, come qui sopra, anche di noi lavoratori, in qualsiasi campo e a qualsiasi livello e anche per esperienza personale: lasciare che le cose vadano secondo schemi rigidissimi ed umanamente incomprensibili, porsi come duri e puri solo perché non si hanno parole per dire qualcosa di differente, per riacquistare un senso a quel che facciamo ogni giorno, tutti. Chi cerca uno spiraglio dentro questa enorme pressione o cerca di "metterci del suo", come si dice, ed io nel mio lavoro mi metterei tra questi, viene sbeffeggiato, lasciato andare al suo destino.
I nostri sguardi diventano laconici, i nostri visi invecchiano. La nostra anima avvizzisce.
Auguri.
Torno a Bersani, che oltretutto non ho votato, non direttamente almeno. A differenza di quasi tutti, ho stima nell'uomo politico e nelle sue capacità e competenze. Peraltro, da vent'anni a questa parte almeno, quella che si è presentata alle ultime elezioni, insieme a Vendola che nessuno ricorda, era la miglior coalizione di sinistra che si fosse mai vista. Ripeto, di sinistra, con un programma di sinistra. Magari di sinistra moderata, ma sicuramente alternativa all'idea (!) che hanno qualunquisti di lusso come Renzi o Grillo. Per tacere naturalmente degli "impresentabili" che sono tanti e ributtanti. Ma che vogliono pure il Quirinale (e che se continua così lo otterranno, possiamo scommetterci).
Poco fa ho visto la breve comunicazione di Bersani alla stampa, al termine del suo giro di consultazioni. Stasera andrà a riferire al Quirinale. Probabilmente dovrà parlare del suo fallimento.
Riflettendo sul suo sguardo, più ancora che sulle sue laconiche parole e sul suo rifiuto di sottoporsi alle domande dei giornalisti, e sul suo viso che in questi giorni ho visto invecchiato di secoli, mi è sembrato di capire che la tragedia di questo Paese sia sì lo stato in cui si trova ma sia soprattutto la fermissima volontà quotidiana di distruggere e schiacciare le sue forze migliori. Sui luoghi di lavoro, nelle scuole, tra operai ed impiegati, il tentativo quotidiano è quello di spezzare anche le ultime resistenze, la forza di chi qualche responsabilità ancora se la piglia.
E non lo dico solo dei politici ma, come qui sopra, anche di noi lavoratori, in qualsiasi campo e a qualsiasi livello e anche per esperienza personale: lasciare che le cose vadano secondo schemi rigidissimi ed umanamente incomprensibili, porsi come duri e puri solo perché non si hanno parole per dire qualcosa di differente, per riacquistare un senso a quel che facciamo ogni giorno, tutti. Chi cerca uno spiraglio dentro questa enorme pressione o cerca di "metterci del suo", come si dice, ed io nel mio lavoro mi metterei tra questi, viene sbeffeggiato, lasciato andare al suo destino.
I nostri sguardi diventano laconici, i nostri visi invecchiano. La nostra anima avvizzisce.
Auguri.
mercoledì 13 marzo 2013
giovedì 3 gennaio 2013
Anche
Ho di fronte a me quest'uomo. E' un venditore di auto usate. Potrebbe sembrare una licenza poetica, una scena di film americano anni '70, ma vi giuro che è vero. Ce l'ho qui davanti.
Un venditore di auto usate che non sta facendo altro che telefonare, di continuo, da quando sono salito su questo treno.
"Io ho il maschio. Poi ho anche la femmina. I maschi sono semplici, li accontenti facilmente, li porti a vedere le macchine, nel piazzale, gli compri la psp e sono felici. Le femmine sono complicate, non le accontenti mai. Sono come quelle grandi, sono stupide".
Un venditore di auto usate che non sta facendo altro che telefonare, di continuo, da quando sono salito su questo treno.
"Io ho il maschio. Poi ho anche la femmina. I maschi sono semplici, li accontenti facilmente, li porti a vedere le macchine, nel piazzale, gli compri la psp e sono felici. Le femmine sono complicate, non le accontenti mai. Sono come quelle grandi, sono stupide".
martedì 6 novembre 2012
Le donne, la violenza, gli uomini
Per una volta non parlerò con parole mie.
Parlerò con le parole di un'amica con la quale ieri sera ci siamo messi a ragionare attorno ad alcuni temi. Una ragione precisa c'era, per la nostra chiacchierata via chat, ed è rintracciabile qui.
Perché le parole di Annalisa sono fondamentali, soprattutto quando immaginiamo, da genitori ma anche, più semplicemente, da uomini e donne, cosa significhi una "educazione" ai modelli di genere. Cosa significhi riprodurre invece, qualche volta persino inconsapevolmente, vecchi stereotipi. Quanta violenza si nasconda dentro le nostre parole, dentro i gesti. Dentro innocenti battute.
Le "parole per dirlo" potrebbero essere le mie (e lo sono, anche) ma ringrazio lei per averle trovate e tirate fuori. Le lascio qui. Queste:
Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.
Queste altre:
Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.
E, soprattutto, queste:
Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine.
Parlerò con le parole di un'amica con la quale ieri sera ci siamo messi a ragionare attorno ad alcuni temi. Una ragione precisa c'era, per la nostra chiacchierata via chat, ed è rintracciabile qui.
Perché le parole di Annalisa sono fondamentali, soprattutto quando immaginiamo, da genitori ma anche, più semplicemente, da uomini e donne, cosa significhi una "educazione" ai modelli di genere. Cosa significhi riprodurre invece, qualche volta persino inconsapevolmente, vecchi stereotipi. Quanta violenza si nasconda dentro le nostre parole, dentro i gesti. Dentro innocenti battute.
Le "parole per dirlo" potrebbero essere le mie (e lo sono, anche) ma ringrazio lei per averle trovate e tirate fuori. Le lascio qui. Queste:
Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.
Queste altre:
Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.
E, soprattutto, queste:
Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine.
martedì 17 maggio 2011
Il maschio qualunque
Vorrei concentrarmi su alcune parole, una frase di Dominique Strauss-Kahn.
"Oui, j'aime les femmes, et alors"?
Certo, mi piacciono le donne. E con questo?
Non mi colpisce la candida ammissione da vecchio seduttore (sic!), come ce ne sono altri in giro: spesso l'abuso del potere casca dentro le mutande. Non mi sconvolge nemmeno il primo sottotesto, quello che dice: "al mio posto, col mio potere, cosa volete che mi accada"? Impunità.
No.
Mi fa riflettere invece la banalità del senso ultimo dell'affermazione, ciò che davvero significa quella frase: "le donne sono a disposizione di chi se le prende". Volenti o nolenti.
E con questo?
E' lì che si torna, ancora una volta al senso di possesso che rende la forza maschile (non il potere, non il prestigio e nemmeno la seduzione. La brutalità) in grado di fare propria ogni cosa. E le donne più di ogni altra, territorio di scorribanda da sempre.

Anche la faccia stessa di DSK in aula, davanti al giudice. Un'espressione divisa tra la noia, l'incredulità, la strafottenza e, appunto, l'impunità. "Cosa ci stiamo a fare qui per queste fregnacce. Facciamo presto, ho altro da fare, io".
Le braccia conserte che segnano il confine tra lui, lo strapotente, e gli altri. E con questo?
Così l'uomo più potente della Terra (le classifiche lo posizionano ai primissimi posti assoluti...) è anch'egli maschio qualunque, uomo cresciuto, educato, vivificato da una sola idea.
Quella lì.
Come una passione ricercata fin da bambino, in un cortile grigio, su giornalini per adulti, a sbirciare qualche foto slabbrata o chissà. Una semplice ossessione, avrebbe potuto dire Philip Roth?
L'idea che, in fondo in fondo, "non c'è nulla di male".
Un apprezzamento pesante che fa presto a diventare un'offesa.
Bando ai falsi moralismi, "chi non ha mai" ci insegnano esimi intellettualoni in bretelle, nel prime time televisivo nostrano.
E l'uomo è cacciatore. E via di questo passo.
Le donne in fondo si sa: sono tutte.
E l'uomo?!
Chi è, l'uomo?
"Oui, j'aime les femmes, et alors"?
Certo, mi piacciono le donne. E con questo?
Non mi colpisce la candida ammissione da vecchio seduttore (sic!), come ce ne sono altri in giro: spesso l'abuso del potere casca dentro le mutande. Non mi sconvolge nemmeno il primo sottotesto, quello che dice: "al mio posto, col mio potere, cosa volete che mi accada"? Impunità.
No.
Mi fa riflettere invece la banalità del senso ultimo dell'affermazione, ciò che davvero significa quella frase: "le donne sono a disposizione di chi se le prende". Volenti o nolenti.
E con questo?
E' lì che si torna, ancora una volta al senso di possesso che rende la forza maschile (non il potere, non il prestigio e nemmeno la seduzione. La brutalità) in grado di fare propria ogni cosa. E le donne più di ogni altra, territorio di scorribanda da sempre.
Anche la faccia stessa di DSK in aula, davanti al giudice. Un'espressione divisa tra la noia, l'incredulità, la strafottenza e, appunto, l'impunità. "Cosa ci stiamo a fare qui per queste fregnacce. Facciamo presto, ho altro da fare, io".
Le braccia conserte che segnano il confine tra lui, lo strapotente, e gli altri. E con questo?
Così l'uomo più potente della Terra (le classifiche lo posizionano ai primissimi posti assoluti...) è anch'egli maschio qualunque, uomo cresciuto, educato, vivificato da una sola idea.
Quella lì.
Come una passione ricercata fin da bambino, in un cortile grigio, su giornalini per adulti, a sbirciare qualche foto slabbrata o chissà. Una semplice ossessione, avrebbe potuto dire Philip Roth?
L'idea che, in fondo in fondo, "non c'è nulla di male".
Un apprezzamento pesante che fa presto a diventare un'offesa.
Bando ai falsi moralismi, "chi non ha mai" ci insegnano esimi intellettualoni in bretelle, nel prime time televisivo nostrano.
E l'uomo è cacciatore. E via di questo passo.
Le donne in fondo si sa: sono tutte.
E l'uomo?!
Chi è, l'uomo?
sabato 12 febbraio 2011
venerdì 29 ottobre 2010
Ironici e abominevoli
All'ennesimo possibile reato del Presidente del Consiglio, che ormai spazia dai grandi reati economico-finanziari fino ai risvolti malavitosi da marciapiede, stavolta particolarmente odioso, ecco ripartire l'ironia da stadio.
Naturalmente il Premier ci mette del suo: "aiuto chi è in difficoltà". Travestito da babbo natale dell'abuso di potere a favore degli "amici", si rende davvero un ominicchio.
Facebook si traveste da curva e si riempie di "ironici" (?) commenti e facezie da buontemponi (!): "pagami le bollette", "aiuta anche me". Massì, facciamoci quattro risate. Siamo ridotti a questo. Invece di vedere il reato o, almeno, il laido che c'è in quell'uomo, ci ridiamo su. E bravi pagliacci.
Persino Repubblica, che ha un po' perso la trebisonda sulla realtà che ci circonda, ci sguazza, spiegandoci a modino cosa sia il "bunga-bunga", quale siano le, persino!, nobili origini: a questa specie di scherzo da dementi partecipò persino Virginia Woolf. Quindi, che volete voi, o pezzenti?
Ebbene, non ho nulla da dire. Soltanto tre domandine, facili-facili, come quelle dei telequiz:
1) ma sia proprio sicuri che ci sia da fare dell'ironia su qualcosa che significa "stupro di massa"? Ma ci siamo tutti bevuti il cervello, o cosa?
2) ma è possibile che il codice penale, che servirebbe a dirimere e sistemare alcune questioni, quando esse si presentano, non valga proprio più nulla in questo Paese?
3) esiste (o è mai esistita) una opinione pubblica seria, matura e responsabile in questo Paese? O ci siamo tutti, donne e uomini, trasformati in fantastici, splendidi, abominevoli cazzoni?
Buona giornata.
Naturalmente il Premier ci mette del suo: "aiuto chi è in difficoltà". Travestito da babbo natale dell'abuso di potere a favore degli "amici", si rende davvero un ominicchio.
Facebook si traveste da curva e si riempie di "ironici" (?) commenti e facezie da buontemponi (!): "pagami le bollette", "aiuta anche me". Massì, facciamoci quattro risate. Siamo ridotti a questo. Invece di vedere il reato o, almeno, il laido che c'è in quell'uomo, ci ridiamo su. E bravi pagliacci.
Persino Repubblica, che ha un po' perso la trebisonda sulla realtà che ci circonda, ci sguazza, spiegandoci a modino cosa sia il "bunga-bunga", quale siano le, persino!, nobili origini: a questa specie di scherzo da dementi partecipò persino Virginia Woolf. Quindi, che volete voi, o pezzenti?
Ebbene, non ho nulla da dire. Soltanto tre domandine, facili-facili, come quelle dei telequiz:
1) ma sia proprio sicuri che ci sia da fare dell'ironia su qualcosa che significa "stupro di massa"? Ma ci siamo tutti bevuti il cervello, o cosa?
2) ma è possibile che il codice penale, che servirebbe a dirimere e sistemare alcune questioni, quando esse si presentano, non valga proprio più nulla in questo Paese?
3) esiste (o è mai esistita) una opinione pubblica seria, matura e responsabile in questo Paese? O ci siamo tutti, donne e uomini, trasformati in fantastici, splendidi, abominevoli cazzoni?
Buona giornata.
lunedì 2 agosto 2010
Oggi, 2 agosto 1980
Avevo quasi quattordici anni ed era mattina. Lì sulla spiaggia, la notizia della strage fu portata da una radiolina a transistor.
Per la mia famiglia Bologna era una fortezza inespugnabile, il luogo dove mio padre aveva sconfitto il cancro (una vittoria sontuosa in una famiglia semplice, di pochi mezzi) e a me capitava spesso, ancora in quegli anni, di accompagnarlo alle sue periodiche visite di controllo.
Bologna per me era un eden fatto di croissant (si sa, i ricordi sono strani, molto strani, a volte), di pane ferrarese, un lungo viaggio d'autostrada tra nebbie grigie e il mare, fin dove c'era. Bologna era una festa, una vacanza da scuola.
L'avevano colpita a morte, un po' di fascisti coperti dall'alto. Tanto in alto che ancora oggi "quel" potere, trasformatosi perché tutto resti uguale, ne ha paura. Scappa, non si fa vedere.
Eppure io mi ricordo, mi ricordo immagini confuse, mi ricordo il sangue, non so perché non vedo volti né corpi; ricordo il sangue, strisce rosso cupo, rivoli forse sulla pelle di qualcuno (una faccia...) ma non ne "vedo" i tratti. Ricordo le grida e le sirene e come rumore di automobili: stridio di freni, gomme che fischiano sull'asfalto, fumo. E grida, grida, grida... "Una bomba".
Avevo quasi quattordici anni ed era mattina. E oggi mi ricordo e ricorderò ancora e ricorderò sempre. E se la mia memoria non dovesse bastare la passerò a qualcun altro. La regalerò a chi verrà dopo.
Che duri a lungo. Che duri ancora. E poi ancora. Fino a scoperchiare i colpevoli. Quelli veri, maiali.
Bologna, 2 agosto 1980.
sabato 10 luglio 2010
Ieri silenzio...
...e oggi il ducetto ha ricominciato a dire bestialità.
Qui, l'articolo di Repubblica (ma avete visto che espressione ha in quella foto?!).
Dice, il ducetto, che la libertà di stampa non è un diritto assoluto.
Evidentemente non ha mai letto la nostra Costituzione.
Evidentemente non conosce la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo.
Evidentemente non ha mai sentito parlare di Rivoluzione Francese, Illuminismo.
Evidentemente... ma dove diavolo ha studiato?!
Ma, la conosce la Storia?
Qui, l'articolo di Repubblica (ma avete visto che espressione ha in quella foto?!).
Dice, il ducetto, che la libertà di stampa non è un diritto assoluto.
Evidentemente non ha mai letto la nostra Costituzione.
Evidentemente non conosce la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo.
Evidentemente non ha mai sentito parlare di Rivoluzione Francese, Illuminismo.
Evidentemente... ma dove diavolo ha studiato?!
Ma, la conosce la Storia?
mercoledì 7 aprile 2010
Lasciate che i bambini...
"Aprile è il più crudele dei mesi".
Malgrado la suggestione letteraria, o proprio per seguirla, vorrei lasciare una riflessione, fatta con le parole di un giornalista: secondo me, parole senza polemica e senza "pruriti" politici.
Una riflessione, appunto, che sappia magari suggerirci delle domande o delle considerazioni su quello che accade, da decenni (da sempre?), in certe chiuse stanze.
Chiuse dai muri.
Chiuse dal silenzio, dall'omertà.
(L'articolo è uscito ieri, in prima pagina, su il manifesto).
Marco d’Eramo
L’autogol del Papa
«Ma hanno perso la brocca?» mi chiede preoccupato un amico, cattolico praticante. È una domanda che molti credenti si pongono davanti alle uscite del Vaticano - sempre più scomposte e più autolesioniste - sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica.
Riepiloghiamo: mercoledì 31 marzo il più eminente esorcista vaticano, padre Gabriele Amorth, afferma a Mediaset News che sono stati «dettati dal demonio» gli attacchi contro il pontefice del New York Times - cioè di uno dei più prudenti e sussiegosi organi di stampa al mondo -, fornendo così un impareggiabile assist alla columnist di quel quotidiano, Maureen Dowd: il Vaticano «ha bisogno di un sessorcista più che di un esorcista». Il 2 aprile, nell’imponente decoro della Basilica di San Pietro, davanti a papa Benedetto XVI, nella sua omelia del venerdì santo padre Raniero Cantalamessa, compara l’attacco «violento e concentrico» contro la Chiesa e il papa agli «aspetti più vergognosi dell’antisemitismo»: si può immaginare la reazione di ebrei che vedono paragonare un odio razziale sfociato nello sterminio di 6 milioni di correligionari con una campagna contro abusatori di bambini. Il Vaticano ha poi cercato di correre ai ripari parlando di un’opinione personale di Cantalamessa, ma il predicatore della Curia non avrebbe mai sostenuto quella tesi se l’avesse ritenuta invisa al pontefice. Infine domenica 4, appena prima della messa pasquale, il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, in un augurio (senza precedenti nella liturgia cattolica) ha detto a Joseph Ratzinger: «È con lei il popolo di Dio, che non si lascia impressionare dal ’chiacchiericcio’ del momento». Il «chiacchiericcio» in questione è talmente «irrilevante» che appena la Chiesa cattolica tedesca ha istallato un numero verde per raccogliere le denunce di molestie pedofile, il centralino è stato sommerso da più di 4.000 chiamate. Mai si era vista una tale serie di autogol. Ma quel che più spaventa i cattolici è la glaciale indifferenza nei confronti delle vittime molestate. Prelati e cardinali sono tutti impegnati a difendere l’onorabilità della Chiesa, la credibilità del clero, a salvare il papa dalle «maligne insinuazioni», ma mai che si senta - per lo meno a Roma - una parola di affetto, una briciola di simpatia, un partecipare, per quanto ritardato, al dolore di coloro che furono bambine e bambini o adolescenti quando erano abusati da persone adulte che avrebbero dovuto trasmettere la parola di Dio e invece... A reverendi e monsignori delle vittime degli abusi sembra non importare nulla.
Come mai? Si possono avanzare due ipotesi. La prima riguarda la civiltà della comunicazione di massa, alla cui creazione la cultura ecclesiastica è sempre rimasta estranea e implicitamente ostile, col risultato di trovarsi disarmata, di non sapere proprio che pesci prendere. In fondo è la prima volta che la Chiesa si trova presa di mira, bersaglio dei mass-media di tutto il mondo. Ed è culturalmente impreparata a reagire.
Con eccezioni rarissime, nell’ultimo secolo il Vaticano non ha mai maneggiato bene i mass-media: d’istinto, di pelle più che di ragione, solo Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II furono grandi comunicatori, e solo Joaquín Navarro Valls fu un buon Pr (public relations), prontamente cacciato da Benedetto XVI. Non c’è dubbio, la Chiesa avrebbe disperato bisogno di consulenti per gestire questa crisi.
Ma la crisi non è solo mediatica e neanche Navarro Valls potrebbe molto in questo frangente. Il problema infatti è più profondo: va molto al di là del celibato dei preti spesso addotto in questi giorni (i casi di pedofilia sono assai frequenti anche presso i pastori protestanti, pur sposati). Attiene alla concezione stessa del peccato e della sessualità nella Chiesa cattolica. Noi, e la nostra vituperata «liberazione sessuale», consideriamo la sessualità un’attitudine naturale e riteniamo il sesso fondamentalmente «buono». Anzi consideriamo che reprimerlo è nocivo. Proprio per questo, per noi c’è un abisso tra pedofilia e sesso consenziente: è il baratro che separa una libera scelta da un vero e proprio stupro, anche quando si presenta senza coercizione fisica, in quanto imposto a chi non è in grado di argomentare e difendere il proprio dissenso.
Del tutto agli antipodi è la visione della gerarchia cattolica: per lei il sesso è fondamentalmente peccaminoso, solo (parzialmente) redento dalla funzione riproduttiva. Fare l’amore senza altro scopo che fare l’amore è sempre male, è un peccato mortale. L’amore con adolescenti o infanti è peccato forse un po’ più grave, ma non qualitativamente diverso: sempre alla dannazione eterna conduce. Come nella concezione puritana (compresa quella protestante), il sesso coi minori è solo una gradazione più fosca del demoniaco, nello stesso modo in cui anche l’omosessualità è un’aggravante «contronatura». Ecco perché la gerarchia cattolica letteralmente non capisce come mai la pedofilia ecclesiastica c’indigna tanto. Si spiega così la curiosa argomentazione del cardinal Ruini, secondo cui la pedofilia sarebbe stata istigata nei preti dalla «liberazione sessuale»: circondati dall’oscenità tentatrice dei media, delle carni discinte e svergognate per strada, i preti cadrebbero «in tentazione» (come dice Gabriele Amorth).
Ruini, e con lui tutta la gerarchia, non vede che è successo esattamente il contrario: la pedofilia è sempre esistita, ma prima, in una società puritana, era equiparata alle altre trasgressioni, alla masturbazione, al sesso extramatrimoniale, e perciò non faceva tanto scandalo: era coperta dalla stessa cappa d’ipocrisia e quindi abbuonata con la stessa indulgenza. La pedofilia è diventata uno scandalo insopportabile solo quando il velo dell’ipocrisia è stato sollevato, quando la sessualità è stata (in forme pur discutibili) liberata e quindi la pedofilia si è rivelata per quel che è: un abuso
ingiustificato e ingiustificabile. Solo a questo punto la pedofilia è diventata per la nostra civiltà il male assoluto, l’equivalente laico del demoniaco.
Per capirlo, la Chiesa di Roma dovrebbe compiere una rivoluzione, ribaltare l’atteggiamento verso la sessualità e - ancor più nel profondo - la corporeità. Ma se non lo fa, rischia di pagare un prezzo salatissimo: perché – parliamoci chiaro - questo scandalo porta la crisi nel cuore della dottrina, mette in discussione il sacramento della confessione. Se la Chiesa deve denunciare alla magistratura il prete che confessa la propria pedofilia, allora la confessione va gambe all’aria come sacramento; se invece non lo fa, la Chiesa viene schiantata come complice dei pedofili, che copre i misfatti dei suoi.
Il Vaticano si trova perciò in una posizione oggettivamente difficilissima. Ma non ne esce atteggiandosi a vittima di persecuzioni mediatiche: questa crisi è l’esito di secoli di divaricazione crescente tra la morale del comune sentire e la morale della dottrina. È inutile gridare ai complotti. Mentre è patetico, persino comico, chiedere ai preti di «essere angeli», come ha fatto ieri Ratzinger.
Malgrado la suggestione letteraria, o proprio per seguirla, vorrei lasciare una riflessione, fatta con le parole di un giornalista: secondo me, parole senza polemica e senza "pruriti" politici.
Una riflessione, appunto, che sappia magari suggerirci delle domande o delle considerazioni su quello che accade, da decenni (da sempre?), in certe chiuse stanze.
Chiuse dai muri.
Chiuse dal silenzio, dall'omertà.
(L'articolo è uscito ieri, in prima pagina, su il manifesto).
Marco d’Eramo
L’autogol del Papa
«Ma hanno perso la brocca?» mi chiede preoccupato un amico, cattolico praticante. È una domanda che molti credenti si pongono davanti alle uscite del Vaticano - sempre più scomposte e più autolesioniste - sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica.
Riepiloghiamo: mercoledì 31 marzo il più eminente esorcista vaticano, padre Gabriele Amorth, afferma a Mediaset News che sono stati «dettati dal demonio» gli attacchi contro il pontefice del New York Times - cioè di uno dei più prudenti e sussiegosi organi di stampa al mondo -, fornendo così un impareggiabile assist alla columnist di quel quotidiano, Maureen Dowd: il Vaticano «ha bisogno di un sessorcista più che di un esorcista». Il 2 aprile, nell’imponente decoro della Basilica di San Pietro, davanti a papa Benedetto XVI, nella sua omelia del venerdì santo padre Raniero Cantalamessa, compara l’attacco «violento e concentrico» contro la Chiesa e il papa agli «aspetti più vergognosi dell’antisemitismo»: si può immaginare la reazione di ebrei che vedono paragonare un odio razziale sfociato nello sterminio di 6 milioni di correligionari con una campagna contro abusatori di bambini. Il Vaticano ha poi cercato di correre ai ripari parlando di un’opinione personale di Cantalamessa, ma il predicatore della Curia non avrebbe mai sostenuto quella tesi se l’avesse ritenuta invisa al pontefice. Infine domenica 4, appena prima della messa pasquale, il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, in un augurio (senza precedenti nella liturgia cattolica) ha detto a Joseph Ratzinger: «È con lei il popolo di Dio, che non si lascia impressionare dal ’chiacchiericcio’ del momento». Il «chiacchiericcio» in questione è talmente «irrilevante» che appena la Chiesa cattolica tedesca ha istallato un numero verde per raccogliere le denunce di molestie pedofile, il centralino è stato sommerso da più di 4.000 chiamate. Mai si era vista una tale serie di autogol. Ma quel che più spaventa i cattolici è la glaciale indifferenza nei confronti delle vittime molestate. Prelati e cardinali sono tutti impegnati a difendere l’onorabilità della Chiesa, la credibilità del clero, a salvare il papa dalle «maligne insinuazioni», ma mai che si senta - per lo meno a Roma - una parola di affetto, una briciola di simpatia, un partecipare, per quanto ritardato, al dolore di coloro che furono bambine e bambini o adolescenti quando erano abusati da persone adulte che avrebbero dovuto trasmettere la parola di Dio e invece... A reverendi e monsignori delle vittime degli abusi sembra non importare nulla.
Come mai? Si possono avanzare due ipotesi. La prima riguarda la civiltà della comunicazione di massa, alla cui creazione la cultura ecclesiastica è sempre rimasta estranea e implicitamente ostile, col risultato di trovarsi disarmata, di non sapere proprio che pesci prendere. In fondo è la prima volta che la Chiesa si trova presa di mira, bersaglio dei mass-media di tutto il mondo. Ed è culturalmente impreparata a reagire.
Con eccezioni rarissime, nell’ultimo secolo il Vaticano non ha mai maneggiato bene i mass-media: d’istinto, di pelle più che di ragione, solo Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II furono grandi comunicatori, e solo Joaquín Navarro Valls fu un buon Pr (public relations), prontamente cacciato da Benedetto XVI. Non c’è dubbio, la Chiesa avrebbe disperato bisogno di consulenti per gestire questa crisi.
Ma la crisi non è solo mediatica e neanche Navarro Valls potrebbe molto in questo frangente. Il problema infatti è più profondo: va molto al di là del celibato dei preti spesso addotto in questi giorni (i casi di pedofilia sono assai frequenti anche presso i pastori protestanti, pur sposati). Attiene alla concezione stessa del peccato e della sessualità nella Chiesa cattolica. Noi, e la nostra vituperata «liberazione sessuale», consideriamo la sessualità un’attitudine naturale e riteniamo il sesso fondamentalmente «buono». Anzi consideriamo che reprimerlo è nocivo. Proprio per questo, per noi c’è un abisso tra pedofilia e sesso consenziente: è il baratro che separa una libera scelta da un vero e proprio stupro, anche quando si presenta senza coercizione fisica, in quanto imposto a chi non è in grado di argomentare e difendere il proprio dissenso.
Del tutto agli antipodi è la visione della gerarchia cattolica: per lei il sesso è fondamentalmente peccaminoso, solo (parzialmente) redento dalla funzione riproduttiva. Fare l’amore senza altro scopo che fare l’amore è sempre male, è un peccato mortale. L’amore con adolescenti o infanti è peccato forse un po’ più grave, ma non qualitativamente diverso: sempre alla dannazione eterna conduce. Come nella concezione puritana (compresa quella protestante), il sesso coi minori è solo una gradazione più fosca del demoniaco, nello stesso modo in cui anche l’omosessualità è un’aggravante «contronatura». Ecco perché la gerarchia cattolica letteralmente non capisce come mai la pedofilia ecclesiastica c’indigna tanto. Si spiega così la curiosa argomentazione del cardinal Ruini, secondo cui la pedofilia sarebbe stata istigata nei preti dalla «liberazione sessuale»: circondati dall’oscenità tentatrice dei media, delle carni discinte e svergognate per strada, i preti cadrebbero «in tentazione» (come dice Gabriele Amorth).
Ruini, e con lui tutta la gerarchia, non vede che è successo esattamente il contrario: la pedofilia è sempre esistita, ma prima, in una società puritana, era equiparata alle altre trasgressioni, alla masturbazione, al sesso extramatrimoniale, e perciò non faceva tanto scandalo: era coperta dalla stessa cappa d’ipocrisia e quindi abbuonata con la stessa indulgenza. La pedofilia è diventata uno scandalo insopportabile solo quando il velo dell’ipocrisia è stato sollevato, quando la sessualità è stata (in forme pur discutibili) liberata e quindi la pedofilia si è rivelata per quel che è: un abuso
ingiustificato e ingiustificabile. Solo a questo punto la pedofilia è diventata per la nostra civiltà il male assoluto, l’equivalente laico del demoniaco.
Per capirlo, la Chiesa di Roma dovrebbe compiere una rivoluzione, ribaltare l’atteggiamento verso la sessualità e - ancor più nel profondo - la corporeità. Ma se non lo fa, rischia di pagare un prezzo salatissimo: perché – parliamoci chiaro - questo scandalo porta la crisi nel cuore della dottrina, mette in discussione il sacramento della confessione. Se la Chiesa deve denunciare alla magistratura il prete che confessa la propria pedofilia, allora la confessione va gambe all’aria come sacramento; se invece non lo fa, la Chiesa viene schiantata come complice dei pedofili, che copre i misfatti dei suoi.
Il Vaticano si trova perciò in una posizione oggettivamente difficilissima. Ma non ne esce atteggiandosi a vittima di persecuzioni mediatiche: questa crisi è l’esito di secoli di divaricazione crescente tra la morale del comune sentire e la morale della dottrina. È inutile gridare ai complotti. Mentre è patetico, persino comico, chiedere ai preti di «essere angeli», come ha fatto ieri Ratzinger.
venerdì 5 marzo 2010
Test psicologico (ovvero: Ancora sul corpo delle donne)
Attenzione: questo post è esplicito e può contenere delle oscenità. Sono certo che ciascun lettore saprà dove trovarle.
___________________________________________________
Adoro i muri, adoro i graffiti e le scritte che ci sono su. Adoro i muri, perché qualche volta sembrano essere specchi; sono una specie di televisione senza corrente elettrica, un giornale en plein air.
Qualche volta quello che c'è su è terrificante: violenza pura sotto gli occhi di tutti. Eccola:

A tal proposito, allora, propongo un test psicologico di valutazione del livello di complicità a cui siamo disponibili (il calcolo del punteggio è libero: ognuno se lo faccia da sé). Secondo voi questo manifesto vuole comunicarci:
a) sempre meglio che lavorare
b) l'intelligenza e la logica prima di tutto: è solo una "A"
c) l'utero è mio e me lo gestisco io
d) quanto costa?
e) è proprio una bella topa, me la scoperei volentieri (o si dice "me la scopassi"?! mah, la sostanza non cambia)
f) smettetela voi idioti moralisti retrogradi: le donne ormai sono emancipate, cosa c'è da scandalizzarsi?!
g) ah quanto vorrei esserci io al suo posto: chissà com'era cospicuo l'assegno che le hanno staccato!!!
h) suvvia, in fondo non c'è niente di male: è anche una bella ragazza!
i) di certo non guadagna 500 euro al mese, come me
l) VADE RETRO SATANA!
m) le donne sono tutte puttane, tranne mia madre e mia sorella
n) chissà che freddo, po'erina!
o) se è uno scherzo, è di cattivo gusto
p) ganzo!!! cos'è, uno scherzo?
q) maddài, è un fotomontaggio, vero?
Si possono scegliere anche risposte multiple...
Questo manifesto campeggia per le strade di Firenze ma immagino che possa essere comparso anche in altre città. Nessuno se n'è accorto finora? O, magari, non vi disturba come ha disturbato me?
Allora: qui c'è il link al sito internet dell'azienda in questione. Volendo, sulla sinistra, potete cliccare su "contacts" e mandare una bella mail di commento a questa campagna pubblicitaria progressista e rispettosa della dignità. Della dignità di tutti, delle donne e degli uomini che ogni giorno transitano sotto quel megaposter. Io l'ho già mandata.
In caso contrario, potreste sempre cliccare su "area b2b" e iniziare una fantastica collaborazione con tale gioiellino d'azienda!
E, naturalmente, buon fine settimana.
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Adoro i muri, adoro i graffiti e le scritte che ci sono su. Adoro i muri, perché qualche volta sembrano essere specchi; sono una specie di televisione senza corrente elettrica, un giornale en plein air.
Qualche volta quello che c'è su è terrificante: violenza pura sotto gli occhi di tutti. Eccola:
A tal proposito, allora, propongo un test psicologico di valutazione del livello di complicità a cui siamo disponibili (il calcolo del punteggio è libero: ognuno se lo faccia da sé). Secondo voi questo manifesto vuole comunicarci:
a) sempre meglio che lavorare
b) l'intelligenza e la logica prima di tutto: è solo una "A"
c) l'utero è mio e me lo gestisco io
d) quanto costa?
e) è proprio una bella topa, me la scoperei volentieri (o si dice "me la scopassi"?! mah, la sostanza non cambia)
f) smettetela voi idioti moralisti retrogradi: le donne ormai sono emancipate, cosa c'è da scandalizzarsi?!
g) ah quanto vorrei esserci io al suo posto: chissà com'era cospicuo l'assegno che le hanno staccato!!!
h) suvvia, in fondo non c'è niente di male: è anche una bella ragazza!
i) di certo non guadagna 500 euro al mese, come me
l) VADE RETRO SATANA!
m) le donne sono tutte puttane, tranne mia madre e mia sorella
n) chissà che freddo, po'erina!
o) se è uno scherzo, è di cattivo gusto
p) ganzo!!! cos'è, uno scherzo?
q) maddài, è un fotomontaggio, vero?
Si possono scegliere anche risposte multiple...
Questo manifesto campeggia per le strade di Firenze ma immagino che possa essere comparso anche in altre città. Nessuno se n'è accorto finora? O, magari, non vi disturba come ha disturbato me?
Allora: qui c'è il link al sito internet dell'azienda in questione. Volendo, sulla sinistra, potete cliccare su "contacts" e mandare una bella mail di commento a questa campagna pubblicitaria progressista e rispettosa della dignità. Della dignità di tutti, delle donne e degli uomini che ogni giorno transitano sotto quel megaposter. Io l'ho già mandata.
In caso contrario, potreste sempre cliccare su "area b2b" e iniziare una fantastica collaborazione con tale gioiellino d'azienda!
E, naturalmente, buon fine settimana.
mercoledì 24 febbraio 2010
Italiani ladri
Capita spesso, parlando con le persone delle nostre disgrazie nazionali, commentare dicendo "vabbè, ora abbiamo proprio toccato il fondo".
Capita spesso anche qui, sulla rete, che rimbalzino, dall'Alpi alle piramidi, gli sconforti di tanti.
Oggi siamo a "una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale".
Scusate, lo vorrei ripetere un po' meglio:
"UNA DELLE PIU' COLOSSALI FRODI POSTE IN ESSERE NELLA STORIA NAZIONALE".
C'è chi è vissuto all'epoca di Mazzini e Garibaldi, chi in quella di Leonardo da Vinci. E chi è nato e cresciuto all'ombra di questa gente qui.
Oggi, la nostra storia nazionale parla di LADRI SISTEMATICI. E impuniti: giurateci e scommettete, lo saranno anche stavolta.
Vedrete.
E non stiamo parlando di una costola deviata della società (la criminalità organizzata, "o' sistema", come dice Saviano).
No.
Parliamo di due delle più visibili aziende del Paese. Una nata da pochi anni, con una propaganda politica, sociale, mediatica, pubblicitaria da urlo: la modernizzazione, la fibra ottica fin dentro le vostre budella. Con l'ex presidente Scaglia che è "ricercato" (storia già vista?). L'altra è "l'Azienda", quella coi profitti d'oro, quella dei bilanci megagalattici e sempre in crescita (fino a pochissimi anni fa, almeno).
Questa gente, questi capitalisti ignoranti tronfi cialtroni e ladri, questi montezemoli d'accatto, ha rubato, ruba e continuerà a farlo. Lorsignori stornano fondi per comprare il sesto yacht (ché due non bastano) a quel Tronchetti-come-diavolo-si-chiama. Creano fondi neri per comprarsi la mafia e, con essa, la politica. Quella grossa, quella dei capintesta, non quella del parlamentarucolo eletto all'estero. Per poi ricambiare il favore. E ripartire. "Teniamo famiglia".
Questa gente ha incistato un cancro nella società italiana e l'ha lasciato a noi: loro restano superiori, sono ad un livello di beata yachtitudine che noi facciamo fatica persino a concepire.
(Pausa) Cosa deve insegnare un padre (o una madre, beninteso) a dei figli, in un Paese siffatto?!
Non certo se scappare all'estero o restare, nel dubbio amletico dell'ingenuo di turno.
Piuttosto bisogna scegliere tra insegnare a rubare ("rubate tutto, figli miei, arraffate quel che potete e fottetevene degli altri. Compratevi il concorso per un posto alla Asl. Compratevi le persone. Arricchitevi") per rimanere al passo coi tempi oppure insegnare la povera rassegnazione muta ("lasciate che vi portino via tutto, bambini, noi siamo onesti: lasciate che vi rubino le scuole, gli ospedali, il lavoro e che facciano pagare a voi le tasse che loro si scolano in champagne, in droga, in armi, mignotte e chissà che altro").
(Reprise) Io che non ho mai rubato nemmeno una mela nelle crisi di fame adolescenziali. Io che mi vergogno a contrattare cinque lire di sconto persino al mio amico Iba che mi vende i fazzoletti fuori da scuola (se il prezzo è quello, lo pago, è la mia regola).
Io che noi.
E noi? Quanti di noi rubano sistematicamente? In quanti siamo ad essere corrotti e mafiosi come loro? Chi di noi maneggia fondi neri, denaro sporco e riciclato?
C'è qualcuno, là fuori?!
Spesso ci guardiamo specchiati dalle grasse risate che all'estero si fanno di noi. Da stamattina, la Terra intera si vergogna di averci sul mappamondo.
"Italiani ladri". Forever?
E buona giornata, coscienza.
Capita spesso anche qui, sulla rete, che rimbalzino, dall'Alpi alle piramidi, gli sconforti di tanti.
Oggi siamo a "una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale".
Scusate, lo vorrei ripetere un po' meglio:
"UNA DELLE PIU' COLOSSALI FRODI POSTE IN ESSERE NELLA STORIA NAZIONALE".
C'è chi è vissuto all'epoca di Mazzini e Garibaldi, chi in quella di Leonardo da Vinci. E chi è nato e cresciuto all'ombra di questa gente qui.
Oggi, la nostra storia nazionale parla di LADRI SISTEMATICI. E impuniti: giurateci e scommettete, lo saranno anche stavolta.
Vedrete.
E non stiamo parlando di una costola deviata della società (la criminalità organizzata, "o' sistema", come dice Saviano).
No.
Parliamo di due delle più visibili aziende del Paese. Una nata da pochi anni, con una propaganda politica, sociale, mediatica, pubblicitaria da urlo: la modernizzazione, la fibra ottica fin dentro le vostre budella. Con l'ex presidente Scaglia che è "ricercato" (storia già vista?). L'altra è "l'Azienda", quella coi profitti d'oro, quella dei bilanci megagalattici e sempre in crescita (fino a pochissimi anni fa, almeno).
Questa gente, questi capitalisti ignoranti tronfi cialtroni e ladri, questi montezemoli d'accatto, ha rubato, ruba e continuerà a farlo. Lorsignori stornano fondi per comprare il sesto yacht (ché due non bastano) a quel Tronchetti-come-diavolo-si-chiama. Creano fondi neri per comprarsi la mafia e, con essa, la politica. Quella grossa, quella dei capintesta, non quella del parlamentarucolo eletto all'estero. Per poi ricambiare il favore. E ripartire. "Teniamo famiglia".
Questa gente ha incistato un cancro nella società italiana e l'ha lasciato a noi: loro restano superiori, sono ad un livello di beata yachtitudine che noi facciamo fatica persino a concepire.
(Pausa) Cosa deve insegnare un padre (o una madre, beninteso) a dei figli, in un Paese siffatto?!
Non certo se scappare all'estero o restare, nel dubbio amletico dell'ingenuo di turno.
Piuttosto bisogna scegliere tra insegnare a rubare ("rubate tutto, figli miei, arraffate quel che potete e fottetevene degli altri. Compratevi il concorso per un posto alla Asl. Compratevi le persone. Arricchitevi") per rimanere al passo coi tempi oppure insegnare la povera rassegnazione muta ("lasciate che vi portino via tutto, bambini, noi siamo onesti: lasciate che vi rubino le scuole, gli ospedali, il lavoro e che facciano pagare a voi le tasse che loro si scolano in champagne, in droga, in armi, mignotte e chissà che altro").
(Reprise) Io che non ho mai rubato nemmeno una mela nelle crisi di fame adolescenziali. Io che mi vergogno a contrattare cinque lire di sconto persino al mio amico Iba che mi vende i fazzoletti fuori da scuola (se il prezzo è quello, lo pago, è la mia regola).
Io che noi.
E noi? Quanti di noi rubano sistematicamente? In quanti siamo ad essere corrotti e mafiosi come loro? Chi di noi maneggia fondi neri, denaro sporco e riciclato?
C'è qualcuno, là fuori?!
Spesso ci guardiamo specchiati dalle grasse risate che all'estero si fanno di noi. Da stamattina, la Terra intera si vergogna di averci sul mappamondo.
"Italiani ladri". Forever?
E buona giornata, coscienza.
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