Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
03 settembre, 2026
3 settembre 1966 – La band dal punto interrogativo
02 settembre, 2026
2 settembre 1986 - Il precoce talento di Debbie Gibson
La mattina del 2 settembre 1986, quando firma il suo primo contratto discografico con la Atlantic, la cantautrice Debbie Gibson ha compiuto sedici anni da meno di due giorni. È nata, infatti, il 31 agosto 1970 a Long Island. I discografici non vogliono, però, perdere tempo e già nel pomeriggio la ragazza inizia a registrare il suo primo album sotto le attente cure del produttore Fred Zarr. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si tratta dell’ennesimo caso di un’adolescente belloccia dall’immagine patinata costruita a tavolino da furbi produttori. Pianista, cantante e autrice precoce Debbie Gibson è da tempo un personaggio nell’ambiente musicale newyorkese. A partire dall’età di sei anni si è fatta notare con una serie di composizioni premiate in vari concorsi riservati ai giovani talenti. Allieva, come Billy Joel, del grande Morton Estrin, nel 1984 ha prestato la sua voce alla colonna sonora del film "Ghostbusters" e un anno dopo è stata scelta dai produttori del musical "I miserabili", ispirato al romanzo di Victor Hugo, per vestire sulla scena i panni della giovane protagonista. Il padre ha ritenuto, però, che il tempo di permanenza in scena e le fatiche del teatro musicale fossero incompatibili con la sua giovane età, per cui non se n’è fatto niente. Le più importanti case discografiche statunitensi l’hanno corteggiata con insistenza e alla fine l’ha spuntata l’Atlantic Records. La sedicenne Debbie pubblica nei primi mesi del 1987 il suo primo album Out of blues, che arriva al terzo posto nelle classifiche di vendita statunitensi, dal quale vengono estratti alcuni singoli di successo come Only in my dreams, Shake your love e Out of the blue . Nel 1988 con Foolish beat ottiene uno straordinario successo di vendite tanto da diventare la più giovane cantautrice mai arrivata al vertice delle classifiche discografiche statunitensi. Contrariamente a quanto accade a molti giovanissimi artisti Debbie non perderà mai il senso della misura. Terminerà gli studi e, dopo il parziale insuccesso del terzo album Anything is possible, nel 1990 deciderà di ritirarsi per qualche tempo dalle scene musicali e di dedicarsi al teatro. Tornerà in sala di registrazione solo nel 1993.
01 settembre, 2026
1° settembre 1891 - Ferdinando, padre della Lambretta
31 agosto, 2026
31 agosto 2000 – A Venezia dodici minuti di applausi per “I cento passi”
30 agosto, 2026
30 agosto 1950 - Claudio Di Nicola, soulman made in Italy
29 agosto, 2026
29 agosto 1946 - Junior Magli, tra beat e melodia
28 agosto, 2026
28 agosto 1920 - Giorgio Consolini, il primo interprete di “Luna rossa”
27 agosto, 2026
27 Agosto 1950 - La fatica di vivere uccide Cesare Pavese
26 agosto, 2026
26 agosto 1959 – Arriva la Mini, l’auto della Swingin’ London
Il 26 agosto 1959 vede la luce la Mini, un’auto destinata a diventare, negli anni Sessanta il simbolo della rottura con le tradizioni, una sorta di trasposizione a quattro ruote del look moderno e aggressivo che accompagna la nascita e la crescita di un nuovo protagonismo giovanile. Non è un caso che proprio questa minuscola quattroruote, insieme alla minigonna, ai Beatles, ai variopinti abiti di Carnaby Street e alle musiche di derivazione rhythm and blues sia ancora oggi considerata una delle componenti fondamentali della Swingin’ London, la Londra capitale della gioventù d’Europa all’alba degli anni Sessanta. E pensare che quando nasce alla fine degli anni Cinquanta in molti arricciano il naso di fronte a un gioiellino che frantuma le regole auree del perfetto costruttore d’auto. Fino a quel momento, infatti, per i costruttori britannici d’automobili “piccolo” non poteva essere ancora associato a “bello”. L’idea di vettura di città era legata alle “bubble cars”, vetturette spesso con tre ruote, con i posti in tandem e accesso frontale all’abitacolo. La rottura avviene per opera di Alec Issigonis, un geniale progettista d’origine greco-turca che, su incarico di Leonard Lord, l’amministratore delegato della BMC (British Motor Corporation) realizza a tempo di record una vettura dalle caratteristiche costruttive rivoluzionarie: motore anteriore disposto trasversalmente, radiatore laterale, trazione anteriore e sospensioni indipendenti con elementi elastici in gomma. Queste ultime sono frutto dell’apporto creativo di un grande amico di Issigonis, Alex Moulton, una specie di genio dei sistemi di sospensione. Solo otto mesi dopo l’affidamento dell’incarico i primi prototipi cominciano a macinare chilometri sulle strade britanniche! Il primo nome della vetturetta progettata da Alec Issigonis è ADO 15, una fredda sigla d’officina per un prototipo tutto da inventare. L’involontaria artefice di un nome destinato a restare per sempre nell’immaginario collettivo è la moglie di un giovane ingegnere dello staff di Issigonis. La donna, infatti, recatasi per caso a trovare il marito al quartier generale dei progettisti in Longbridge, si trova di fronte per la prima volta il misterioso modello di cui fino a quel momento aveva soltanto sentito parlare e, sorpresa, esclama: «Com’è mini!». La frase, buttata lì di getto, colpisce il gruppo di progettisti perché il termine sintetizza efficacemente tutti i valori espressi dall’autovettura. L’ADO 15 diventa Mini e il 26 agosto 1959 viene presentata ufficialmente.. Il primo modello ha un motore da 848 cc in grado di erogare 34 cv e viene immesso sul mercato come Austin Mini Seven e come Morris Mini Minor. La sua commercializzazione, cioè, viene affidata ad Austin e Morris, due dei molti marchi che compongono la BMC. Nonostante l’ottimismo del grande capo Leonard Lord, un tipo il cui principio era «quando costruisci automobili terribilmente buone, l’ultima preoccupazione che hai è quella di venderle!», l’accoglienza del pubblico non è esaltante e, per qualche tempo il modello, nonostante il prezzo tutt’altro che inaccessibile, sembra destinato ad attrarre l’interesse della fascia medio-alta della popolazione britannica, numericamente poco interessante per chi pensava di conquistare il mercato della motorizzazione di massa. È soltanto una falsa partenza che non pregiudica più di tanto il progetto. In breve tempo la Mini si tramuta in un grande successo commerciale e di costume, diventando il simbolo della rivoluzione generazionale degli anni Sessanta. L’accordo tra la BMC e il costruttore di vetture da corsa per la formula 1 dà il via alla produzione delle Mini Cooper, vetturette aggressivamente sportive con cerchi in lega, rifiniture e accessori presi a prestito dalle versioni destinate alle competizioni. Le vittorie di questo modello a ben tre edizioni del Rallie di Montecarlo (1964, 1965 e 1967) e i risultati conseguiti in centinaia di gare su strada e in pista fanno entrare la Mini anche nella storia degli sport motoristici.
25 agosto, 2026
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23 agosto 1975 - Togliete quel Reynolds!
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21 agosto, 2026
21 agosto 1964 - L’ultimo western italiano prima della rivoluzione di Leone
Il 21 agosto 1964 a Milano viene proiettato per la prima volta “Le pistole non discutono”. Il film, diretto da un abile artigiano delle pellicole d’avventura come Mario Caiano, è il secondo western dopo “Duello nel Texas” prodotto dalla Jolly Film di Arrigo Colombo e Giorgio Papi che hanno come partner la spagnola Trio Film e la tedesca Constantin. L’impegno economico è notevole. Il costo preventivato è di duecentoquaranta milioni di lire, trenta dei quali rappresentano il cachet concordato con il “vecchio” cow boy statunitense “prestato” da Hollywood Rod Cameron. Sono tanti soldi, ma la società di produzione romana pensa di poter ottimizzare l'investimento utilizzando le scene e i macchinari per girare un altro lungometraggio. Si tratta di un western a basso costo diretto da Sergio Leone il cui obiettivo principale è quello di arrotondare gli incassi della Jolly Film. In realtà il destino ha in serbo una sorpresa. Il film di Leone, uscito nelle sale circa un mese dopo il film di Caiano con il titolo “Per un pugno di dollari”, segna l’inizio del “western all’italiana”, un genere destinato a lasciare un segno importante nella storia del cinema. “Le pistole non discutono”, invece, resta nella memoria collettiva come “l’ultimo western prima di Leone”, cioè l’ultimo esempio di una produzione italiana di film western “d’imitazione americana”. Nonostante la fama che lo circonda “Le pistole non discutono”, è un film decisamente meno “americano” di quanto si possa ritenere. Non è poi così strano visto che nel cinema, come in ogni ambito culturale, nulla nasce all’improvviso e la genialità del singolo in genere accelera e sintetizza processi che sono già in atto. Il western all’italiana non fa eccezione. Se Sergio Leone può essere considerato il primo a definire in modo compiuto i “codici di genere”, altri in quegli stessi mesi concorrono a fissarne contorni e ambiti, come Sergio Bergonzelli con “Jim, il primo” o Sergio Corbucci con il suo “Minnesota Clay”. In questo quadro il film diretto da Mario Caiano nonostante il suo impianto decisamente tradizionale come il protagonista anziano alla John Wayne o l’arrivo della cavalleria nel finale dovrebbe essere rivalutato. Anch’esso, infatti, contiene innovazioni che in qualche modo anticipano alcune caratteristiche del western all’italiana. È il caso, per esempio, della figura di Billy, il bandito paranoico che legge la Bibbia, più vicino ai cattivi senza sfumature degli “attori di parola” del cinema mitologico italiano cui si sono ispirati Leone e i suoi epigoni che ai complicati cattivi hollywoodiani. Decisamente più in linea con il western all’italiana che con la tradizione “americana” appare poi l’ostentazione delle ferite, con il sangue rosso vivido, nelle sequenze della morte di Billy colpito dal coltello di Santero o della cauterizzazione della ferita di George. In linea con questa impostazione appare anche la violenza esibita nel massacro finale dei banditi messicani.
20 agosto, 2026
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