Visualizzazione post con etichetta Francesco Guccini. Mostra tutti i post
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giovedì 6 agosto 2026

Addio, Francesco


Se n'è andato l'ultimo della generazione dei grandi cantautori. Forse è stato il più grande di tutti, ma io vedo da sempre Guccini con occhi di parte e quindi non posso essere obiettivo.

Non scrivo niente. Gli ho dedicato talmente tanti post, nel corso degli anni, che non saprei cosa aggiungere. 

Difficile dire se l'abbia amato più come cantautore o come scrittore, coi suoi dischi che affollano le scansie nella sala e i suoi libri nella mia libreria. 

La prima cosa che mi viene in mente è una vecchia intervista in cui ammetteva che ogni tanto, da ragazzino, rubava qualche fumetto. Ma si giustificava dicendo che suo padre glieli proibiva perché temeva che i fumetti lo disabituassero alla lettura, quindi era costretto a "prenderne" qualcuno qua e là, quando poteva. E in fondo Guccini è stato più letterato, poeta e scrittore che cantautore. La musica è stata un accessorio capitato quasi per caso, la sua vita sono sempre stati i libri, quelli letti (una montagna) e quelli scritti.

Addio Francesco, e grazie di tutto ❤️

giovedì 6 novembre 2025

Dopo 160 pagine

Dopo aver letto le prime 160 pagine mi chiedo perché nell'immaginario collettivo I tre moschettieri è considerato letteratura per ragazzi. Anche nell'edizione che sto leggendo io (Giunti, 2003) nella parte bassa della copertina si legge la dicitura "Biblioteca per ragazzi". Boh, sarà per quella mania tipicamente umana di voler a tutti i costi etichettare le cose e anche le persone. Il problema - e questo vale per tutto, non solo per i libri - è che la suddetta etichetta una volta appiccicata non si toglie più. E poi, pensandoci, magari fosse letteratura per ragazzi; ve lo immaginate un quindicenne di oggi che mette via lo smartphone e legge un classico della letteratura? Manco a cercarlo col lanternino si trova.

Comunque sia, il romanzo è splendido: avvincente, intrigante, con personaggi perfettamente delineati e credibili. Torna alla mente il celeberrimo Il conte di Montecristo, sempre di Alexandre Dumas, e si inserisce a pieno titolo tra i grandi classici della letteratura ottocentesca. Forse anche lo stesso Dumas sorriderebbe sapendo che questa sua creatura letteraria viene oggi considerata un libro per ragazzi. Tra l'altro è vero che, in generale, si può considerare un'opera di fantasia, quindi maggiormente appetibile da un pubblico giovane, ma poggia comunque su basi storiche solidissime. Alexandre Dumas e il suo collaboratore, Auguste Maquet, passavano settimane negli archivi a leggere cronache, lettere e diari dell'epoca, poi Dumas prendeva i fatti veri e i personaggi reali e li riversava nel romanzo.

Il cardinale Richelieu, ad esempio, era davvero il potente consigliere di Luigi XIII di Borbone, sovrano di Francia dal 1610 al 1643; Anna d'Austria era davvero la moglie del sovrano, col quale ebbe un matrimonio complicato e freddo; la guerra di La Rochelle, di cui si parla nel libro, è stata una guerra realmente combattuta tra cattolici e protestanti francesi. Poi vabbe', D'Artagnan, Athos, Porthos e Aramis sono personaggi di fantasia, mentre il corpo dei Moschettieri è realmente esistito e nel romanzo di Dumas è impersonato dalla compagnia di soldati a guardia del cardinale Richelieu e di Luigi XIII. 

Ah, nel romanzo D'Artagnan è un personaggio che viene dalla Guascogna ed per questo spesso soprannominato "cadetto di Guascogna", denominazione che forse a qualcuno ricorda qualcosa. A me fa sempre venire in mente questa splendida canzone.


giovedì 30 ottobre 2025

"L'Atlantico, immenso, di fronte"

In questi giorni Francesca, la figlia più "apolide" e giramondo della famiglia, si trova in Portogallo con un po' di amici e sta visitando alcuni posti. Lunedì, ad esempio, erano a Lisbona, oggi invece mi sono arrivate un po' di immagini di lei sugli strapiombi sull'Atlantico di Ribeira Da Janela. A me il Portogallo richiama immediatamente alla mente due cose, la prima è José Saramago, la seconda è una certa canzone (ci arrivo).

Lunedì, quando Francesca ha fatto arrivare alcune foto da Lisbona, ho pensato immediatamente al grande scrittore portoghese e al rapporto ambivalente che nella sua vita ha avuto con questa città, che forse, chissà, un giorno avrò occasione di visitare anch'io. Saramago non è nato a Lisbona ma ci ha vissuto parecchi anni. L'ambivalenza del suo rapporto con la città si esplicita in una sorta di affetto non romantico né idealizzato, ma critico, lucido, spesso malinconico. Amava la città ma non chiudeva gli occhi davanti ai suoi "difetti". Ne vedeva al suo interno la bellezza della cultura portoghese e, al tempo stesso, le ferite di un paese diseguale, spesso ingiusto e pieno di contraddizioni. In uno dei suoi libri più celebri, Il vangelo secondo Gesù Cristo, un libro che in tempi un pochino più remoti sarebbe stato bruciato nei cortili di tutte le parrocchie, Lisbona appare come una presenza viva, quasi un personaggio. È una città avvolta dalla nebbia, enigmatica, ma piena di storia, di ironia e di contraddizioni. Ecco, mi piacerebbe un giorno poterla visitare anche per provare a "vederla" come la vedeva Saramago.

La canzone cui accennavo sopra, invece, dai cui versi è estrapolato il titolo del post, si chiama Canzone della bambina portoghese ed è un vecchio pezzo di Guccini, pubblicato nel 1972 all'interno dell'album Radici




Radici è il quarto album in studio del cantautore modenese e contiene canzoni ormai entrate nel mito come Il vecchio e il bambino, Incontro, Canzone dei dodici mesi, La locomotiva, Piccola città e la già citata Canzone della bambina portoghese, quella che mi viene in mente ogni volta che sento la parola Portogallo. 

Con questa canzone, costellata di metafore (compresa la bambina che se ne sta sulla spiaggia "al limite di un continente"), Guccini parla dell'idea che con un'intuizione si può quasi raggiungere la verità ma senza mai afferrarla completamente, e il punto geografico specifico, la fine dell'Europa di fronte all'Atlantico, simboleggia questo limite, questo ignoto e questo infinito oltre il quale si può intravedere qualcosa ma mai afferrarlo. È una canzone poetica, malinconica, evocativa, dove più che cercare un significato nelle parole lo si deve cercare nelle immagini evocate dal racconto. È anche una canzone sulla ricerca del senso della vita e dell'esistenza, uno dei pallini fissi del cantautore a cui ha dedicato più di una canzone. 

Di questa traccia sono in circolazione un'infinità di versioni e di cover, a me è sempre piaciuta molto questa dei Nomadi. Un giorno metterò da parte le titubanze e comincerò su questo blog a dedicare un post di spiegazione a ogni canzone che ha scritto Guccini :-)

E poi, e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente 
E capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente  
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere, vivere, e poi vivere...


giovedì 23 ottobre 2025

Canzoni di ieri e di oggi


Mi si rimprovererà, probabilmente a ragione, di essere un po' fissato con l'idea che il livello qualitativo della musica della mia generazione era significativamente più elevato di quello odierno. Non sto dicendo che la musica di oggi sia tutta da buttare, magari nei circuiti un po' più di nicchia o underground c'è anche oggi musica di qualità, così come del resto ai miei tempi assieme alla musica di qualità c'era anche quella usa e getta. Ma, mediamente, credo che il livello qualitativo generale di allora fosse di gran lunga più elevato. Me ne rendo conto ogni volta che ascolto i cantautori degli anni Settanta e Ottanta (nei Novanta cominciava già a vedersi una certa flessione in questo senso).

Ieri, ad esempio, ho riascoltato l'album Signora Bovary, di Francesco Guccini. Guccini, assieme a Paolo Conte e a pochi altri, è stato probabilmente uno dei cantautori più colti e raffinati che abbiamo avuto in Italia, degno rappresentante di quella generazione di musicisti-narratori che nelle loro canzoni raccontavano storie, scavavano nell'interiorità dell'umano e disseminavano i loro versi di richiami alla letteratura e alla storia. Nell'album di Guccini in questione almeno due canzoni si distinguono più delle altre in questo senso e una di queste è Scirocco.

Già l'incipit del testo lascia quasi senza fiato per la sua bellezza: "Ricordi, le strade erano piene di quel lucido scirocco, che trasforma una realtà abusata e la rende irreale. Sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco, e in via de' Giudei volavan velieri come in un porto canale". Pensate alla genialità di utilizzare l'aggettivo lucido per definire un vento e all'impatto emotivo che genera questo inusuale accostamento, apparentemente privo di senso. Ma anche l'immagine delle torri che si alzano in un largo gesto barocco sorprende per il suo cozzare contro il senso comune e contro la linearità di significato che usiamo attribuire alle cose e alle espressioni. Poi si entra nella storia col richiamo a via de' Giudei. Credo si sia capito da questi elementi che la vicenda narrata nella canzone si svolge a Bologna. Le torri citate da Guccini sono infatti le famose Garisenda e Asinelli, strutture di origine medievale che avevano sia funzioni militari che gentilizie. Ma anche la citata via de' Giudei è densa di richiami storici. Si tratta infatti di una delle vie principali del ghetto ebraico di Bologna. Il nome via de' Giudei deriva dalla presenza di famiglie ebree ancora prima della creazione del ghetto. Il nome fu mantenuto fino agli anni Trenta, quando, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, a cui seguì un certo clima antisemita, fu cambiato in via delle Due Torri.

La vicenda narrata nella canzone riguarda una relazione extraconiugale. Il testo prosegue con l'immagine di un uomo seduto a "un tavolo da poeta francese" in un bar sotto le due torri. A un certo punto arriva frettolosamente una donna, e arriva "danzando nella rosa di un abito di percalle che le fasciava i fianchi", si siede al tavolino, ordina qualcosa e i due cominciano a parlare. Non si sa di cosa parlano, ma a un certo punto lei si alza e se ne va frettolosamente, uscendo dal bar senza voltarsi indietro. È un arrivederci? Un addio? Non si sa. Mentre la scena si svolge, Guccini racconta con versi mirabili tutta la lacerazione e il conflitto interiore dell'uomo, "schiacciato fra lei e quell'altra che non sapevi lasciare, tra i tuoi due figli e l'una e l'altra morale, come sembravi inchiodato..." Dopo che lei se n'è andata "lui restò come chi non sa proprio cosa fare, cercando ancora chissà quale soluzione, ma è meglio poi un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica..."

La vicenda si chiude... beh, il finale non ve lo racconto, lo lascio raccontare a Guccini stesso.




L'altra perla di questo album è la canzone che gli dà il titolo, Signora Bovary, una splendida e poetica riflessione sul senso della vita, vita scandita da giorni che "gocciolano come rubinetti nel buio", da "atri a piastrelle di stazioni secondarie", dai pensieri di ognuno che spesso "sono come i cani in chiesa, che tutti prendono a calci", e dall'eterna domanda su cosa ci sia là in fondo, "quando bene o male faremo due conti". La lascio qui di seguito, con tutto il suo carico di riflessioni che suscita e con la ferrea convinzione che tra la musica della mia generazione e quella di oggi non c'è storia.


martedì 30 settembre 2025

L'impossibile coppia


La copertina dell'ultimo Venerdì è stata l'equivalente di un pugno sul muso. Quando l'ho vista mi sono chiesto, allibito: cosa ci fa uno dei più grandi cantautori che abbiamo in Italia con un rapper? Quale imponderabile disegno cosmico ha fatto sì che un signore che ha scritto testi che sono letteratura, testi che sono inseriti nelle antologie scolastiche; un signore che scrive romanzi e che nelle sue canzoni ha citato Hemingway e Cervantes e Dante si trovasse al desco con un ragazzotto che scrive cose tipo: "Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo, punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e la ammazzo"? 

Possibile che il "guccio" sia definitivamente rincoglionito?

In realtà, no. Molto semplicemente, Fabri Fibra nel suo ultimo lavoro ha campionato la celeberrima L'avvelenata ed è andato a trovare Guccini a casa sua per fare due chiacchiere. L'avvelenata, per chi non ne fosse al corrente, è una delle canzoni più controverse di Guccini per il turpiloquio di cui è infarcita. Inserita nell'album Via Paolo Fabbri 43, pubblicato nel 1976 e inserito dalla rivista Rolling Stones al 29° posto tra i 100 migliori album italiani, fu scritta di getto in un impeto di rabbia e si potrebbe quasi definire una sorta di "dissing" ante litteram. La rabbia con cui Guccini la scrisse fu generata da certe critiche di Riccardo Bertoncelli, uno dei più noti critici musicali dell'ultimo trentennio del Novecento. A Guccini non è mai fregato nulla di ciò che scrivevano i critici musicali dei suoi dischi, ma quelle critiche oltrepassarono la mera recensione di un disco (Stanze di vita quotidiana) e andarono sul personale, e questo per il cantautore fu intollerabile. La sua risposta a Bertoncelli entrò ovviamente nel testo della canzone: "Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni. Voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni. Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate".

Non credo sia casuale l'interesse del rapper per quel testo traboccante di termini ed espressioni che definire poco commendevoli è un eufemismo, perché ciò che 50 anni fa era un'eccezione che fece scandalo - quando uscì il disco L'unità titolò: "Guccini, da poeta a 'stabbiaro'" - oggi è la norma, specialmente in quel tipo di musica (musica, vabbe'...) di cui Fabri Fibra è esponente. C'è anche da aggiungere che il turpiloquio di Guccini era arte. Trovatemi oggi chi inserisca in un testo termini come "musico" o "teorete", anzi, trovatemi chi ne sappia anche solo il significato (i più probabilmente pensano che "musico" sia un errore di ortografia). Oggi esiste semplicemente un turpiloquio fine a se stesso, buttato lì per il solo fatto che è apprezzato in un paese come il nostro, precipitato negli ultimi decenni negli abissi dell'alfabetizzazione.

Comune, alla fine, più guardo l'immagine del cantautore e del rapper insieme, più mi prende quel qualcosa che è quasi tristezza.


sabato 14 giugno 2025

85

C'è un signore che oggi spegne 85 candeline e a cui, nonostante abbia scritto capolavori come questo, nessuno ha ancora assegnato il Nobel per la letteratura. È stato ed è ancora uno degli artisti fondamentali nella mia vita. 


domenica 8 dicembre 2024

Fra la via Emilia e il West

 


Ieri sono andato al cinema a vedere Tra la via Emilia e il West, la trasposizione su grande schermo dello storico concerto che Guccini tenne nel giugno del 1984 in piazza Maggiore, a Bologna, per celebrare i suoi primi 20 anni di carriera. 

Ci sono andato per poter dire "c'ero anch'io!" e per ritrovare qualche traccia dei miei 14 anni.

venerdì 7 giugno 2024

Quarant'anni fa


Queste sono le mie due musicassette originali del doppio live intitolato Fra la via Emilia e il West. Le conservo ancora in casa, anche se non ho più un mangianastri con cui ascoltarle (ebbene sì, sono abbastanza vecchio da aver ascoltato musica su nastri magnetici, ahimè).

Mi è venuto in mente di averle ancora dopo aver letto che il prossimo 17 giugno Francesco Guccini tornerà in Piazza Maggiore, a Bologna, per celebrare il quarantennale di quel memorabile evento. Era il 17 giugno 1984 e più di 100.000 persone affollavano Piazza Maggiore per assistere al concerto con cui il grande cantautore modenese celebrava vent'anni di carriera.

Io all'epoca avevo 14 anni e già Guccini era entrato prepotentemente nel novero dei cantautori che maggiormente amavo.

Quarant'anni fa non c'ero ad assistere a quel memorabile concerto, magari questa volta ci sarò.

lunedì 17 ottobre 2022

Don Chisciotte

Oggi pomeriggio avevo voglia di suonare questo vecchio pezzo di Guccini. Gli chiedo scusa anticipatamente e spero non passi di qui :-)

venerdì 26 agosto 2022

Van Loon

Hendrik Willem van Loon (1882 – 1944) è stato un giornalista, storico, scrittore e illustratore olandese naturalizzato statunitense. Francesco Guccini scelse il suo nome per titolare l'unica canzone che dedicò a suo padre. Lo scelse perché quella specie di Piero Angela degli anni Trenta del secolo scorso era per il padre del cantautore una specie di mito. Aveva infatti in casa tutti i suoi i libri e tutti i giornali in cui comparivano i suoi articoli. 

Ferruccio Guccini, semplice impiegato postale, aveva per i libri una passione smisurata e trasmise questa passione al figlio Francesco, colui che poi sarebbe diventato uno dei cantautori più amati da generazioni di italiani. Francesco ha raccontato spesso aneddoti su suo padre e sul rapporto a volte anche conflittuale (quale figlio non ha avuto conflitti col padre?) con lui. Uno di quelli più curiosi è che Ferruccio proibiva al figlio di leggere fumetti perché pensava che la presenza delle immagini lo disabituasse alla lettura. Ma Francesco, oltre che di libri, era appassionato anche di fumetti e li leggeva di nascosto, poi li nascondeva in posti che solo lui conosceva. 

Francesco ha mantenuto questa canzone nelle scalette dei suoi concerti fino alla morte del padre, poi l'ha tolta perché la commozione prendeva il sopravvento e a volte non riusciva a portarla a termine. Van Loon è la classica ballata gucciniana, poetica e ricca di richiami a piccoli episodi e aneddoti riguardanti suo padre. Inizia con toni abbastanza cupi, poi, lentamente, si apre e acquista colore, raggiungendo l'apice nel bellissimo assolo di chitarra classica eseguito dalbravissimo Flaco Biondini a metà del pezzo. Una delle tante perle scritte da Francesco Guccini.

domenica 1 maggio 2022

[...]

[...] Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera 

Il nuovo amore getti via l'antico nell'ombra della sera, nell'ombra della sera

Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore 

Mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e Folgore [...]


giovedì 17 marzo 2022

I segreti d'Italia


Ho terminato poco fa questo bellissimo saggio storico di Corrado Augias. In realtà, come specifica lo stesso autore nella prefazione, "segreti" è una parola impegnativa, con tutto quello che è successo nel nostro paese in tanti secoli (per raccontarli tutti non basterebbe una biblioteca intera). L'unico segreto da svelare, che li riassume tutti, è questo: perché le cose sono andate come sono andate? Perché la storia della nostra penisola ha conosciuto così numerosi contorcimenti e passioni e sventure e occasioni mancate? E perché, al contrario, questo lembo di terra gettato di sghembo in mezzo al Mediterraneo lungo un confine pericoloso e ambiguo tra Balcani, Nordafrica, Europa, è stato popolato come pochi da una tale quantità di geni? 

Scrive Augias: "I primi responsabili di queste incertezze sono gli italiani stessi che non sempre hanno ben chiaro il loro possibile ruolo. Chi sono gli italiani? Gli emigranti che sbarcarono in terre lontane con un sacco di stracci sulle spalle? Quelli che accettavano di fare, per quattro soldi, i lavori più umili e pericolosi? Oppure i brillanti architetti, i grandi stilisti, gli artisti sommi che si sono imposti all'ammirazione del pianeta? Non esiste un altro popolo - quanto meno non in Europa - che abbia toccato estremi così lontani. Questo è il nostro vero segreto che racchiude (quasi) tutti gli altri."

Il libro si snoda, spesso con le sembianze del romanzo, nel racconto di vari episodi storici (dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro all'elegante corte di Maria Luigia a Parma; dalla nascita del ghetto di Venezia alle eroiche giornate dell'insurrezione napoletana contro i nazifascisti; dall'Italia rappresentata nel romanzo Cuore, di De Amicis, a quella rappresentata ne Il piacere di D'Annunzio), indugiando in aspetti poco noti o generalmente trascurati delle vicende.

È un libro che si propone lo scopo di cercare di capire chi siamo ma che non lo raggiunge perché, come scrive l'autore nella chiusa citando Benedetto Croce: "Il carattere di un popolo è la sua storia, tutta la sua storia." [...] "Lì dobbiamo cercare questo segreto per imparare a riconoscerlo e, chissà, in un domani a correggerlo." Questo concetto, con altre parole, fu fatto suo da Francesco Guccini in Radici, quando scriveva: "...e tu ricerchi là le tue radici, se vuoi capire l'anima che hai."

Il guaio è che oggi, purtroppo, con le radici e con la storia abbiamo ormai poca o nulla dimestichezza.


mercoledì 2 febbraio 2022

Tempo che (s)corre


Oggi, all'uscita dal lavoro, è venuta a prendermi Michela, mia figlia più grande. Mentre mi accompagnava a casa pensavo a quando ero io che andavo a prendere lei e Francesca all'uscita da scuola e le portavo a casa. Invece, adesso, è lei che, uscita dalla scuola in cui insegna, a volte viene a prendere me. Mi sorprende pensare a quanto veloce corra il tempo e agli sforzi che ognuno di noi fa per riuscire a fare entrare in "quel poco che a vivere ci è dato"(*) tutto ciò che vorrebbe fare entrare. Senza riuscirci.

(*) Cit. tratta da qui.

sabato 29 gennaio 2022

Fumetti

Sull'ultimo Venerdì di Repubblica c'è una interessante inchiesta (qui) sulla diffusione dei fumetti nel nostro paese, dove tra le altre cose si parla dell'ottimo stato di salute in cui versa questo particolare settore editoriale. Due cose interessanti: nel 2021 appena chiuso circa nove milioni di persone sono andate in libreria, più o meno regolarmente, per comprare fumetti (rilevazione relativa alle sole librerie, che quindi esclude edicole e fumetterie); il fumetto è solo cartaceo. A differenza dei libri, che possono essere acquistati e letti su aggeggi elettronici, il fumetto viene letto solo su carta.

La cosa un po' mi ha sorpreso, dal momento che lavoro in un'agenzia di distribuzione stampa e ogni giorno mi vedo passare per le mani tonnellate e tonnellate di fumetti destinati esclusivamente alle edicole. Non pensavo che anche le librerie avessero un così attivo mercato dei fumetti. Bella, questa cosa.

L'inchiesta in questione mi ha fatto venire in mente l'infinita serie di fumetti che leggevo da bambino e da ragazzino prima del passaggio ai libri: Topolino, Braccio di ferro, Tex, Zagor, Diabolik, Il comandante Mark, Dylan Dog i primi che mi vengono in mente e che mi riportano al periodo più spensierato della mia vita. Tra l'altro, molti di questi (in particolare molti numeri di Topolino) li conservo ancora, da qualche parte.

I fumetti mi fanno venire in mente un aneddoto di cui parlò Francesco Guccini in una intervista di qualche anno fa, in cui raccontava che quand'era giovinetto doveva leggerli di nascosto perché suo padre glieli proibiva. Glieli proibiva perché temeva che i fumetti, con tutte quelle figure, lo disabituassero alla lettura. I libri andavano bene, e suo padre gliene regalava in continuazione, ma i fumetti no, quindi lui se li faceva prestare di nascosto da qualche amico e li leggeva quando suo padre non c'era. Dal momento che Guccini in mezzo ai libri ci ha passato tutta la vita e che è diventato a sua volta scrittore di romanzi, direi che i timori di suo padre erano palesemente infondati.

sabato 23 ottobre 2021

Cattelan e Van Loon

Sull'inserto Tuttolibri de La Stampa, c'è stamattina un'intervista ad Alessandro Cattelan, che finora conoscevo vagamente solo per averlo sentito nominare qua e là per qualche motivo. Si parla di libri, naturalmente, e alla domanda se Cattelan sia mai stato sedotto da un libro, questi risponde: "La storia dell'umanità, di Henrick Willem van Loon, un libro che parla di tutta la storia dell'umanità. Il libro è stato anche aggiornato dal figlio."

Nel leggere il nome Van Loon mi si è smosso qualcosa nella memoria. Dove ho già sentito questo nome? A che proposito? Ma lì per lì non sono riuscito a stabilire il collegamento, quindi sono passato oltre e ho continuato a sfogliare le pagine. Poi, all'improvviso, quando ho aperto la pagina dei necrologi (coincidenza?) la folgorazione: Van Loon è il titolo di una bellissima e struggente canzone che Guccini dedicò al padre, padre che era appassionato di libri e in particolare di Henrick Willem van Loon. 

Scriverà Guccini a proposito di questa canzone: "Van Loon è dedicata a mio padre, che leggeva le opere di questo Piero Angela dei suoi tempi, cioè gli anni '30. Van Loon era un olandese (o un fiammingo, non ricordo bene) divulgatore di storia, geografia e umanità varia, i cui scritti si trovavano di frequente nelle case di chi, come mio padre, aveva molti interessi ma non aveva avuto l'occasione e i soldi per studiare. Una canzone molto intensa che ho provato più volte a inserire nella scaletta dei miei concerti. La provo e poi sono costretto a rimetterla via. Non riesco a farla senza star male e piangere, perché, nel frattempo, mio padre è morto." (da Wikipedia)

A volte rimango ancora stupito dalla capacità della memoria, anche della memoria di uno ormai anzianotto come lo scrivente, di stabilire collegamenti temporali e percorsi mentali partendo semplicemente da un nome letto per caso.

martedì 19 ottobre 2021

A proposito di Guccini

Francesco Guccini non ha mai dato il permesso di utilizzare per qualsiasi motivo i versi delle sue canzoni. Ha fatto una bella eccezione qualche giorno fa, quando ha donato quattro tra le sue canzoni più famose al carcere circondariale di Bologna. Alcuni versi presi da Don Chisciotte, La locomotiva, Canzone di notte n. 2 e Il vecchio e il bambino saranno stampati dalla sartoria "Gomito a gomito" di Bologna su magliette e zaini, che saranno poi messi in vendita e il ricavato andrà all'associazione Siamo qua, che da oltre un decennio si occupa della formazione e dell'inserimento al lavoro dei detenuti. 

Sempre a proposito di Guccini, ieri sera tardi, quando sono tornato a casa dal lavoro, ho trovato sulla tavola della cucina questo:


È l'ultimo libro di Guccini, una raccolta di racconti uscita proprio in questi giorni. Ieri pomeriggio mia moglie era in giro per commissioni, l'ha visto nella vetrina di una libreria e me l'ha comprato. Un bel regalo fuori programma.

Le quattro canzoni donate da Guccini alla casa circondariale di Bologna sono tutti capolavori, ma forse il più capolavoro di tutti è Don Chisciotte, un dialogo costruito su una musica dalle tinte epiche e cavalleresche tra l'eroe di Cervantes e il codardo e pavido, ma fedelissimo, Sancho Panza. Sì, è un capolavoro.

mercoledì 15 settembre 2021

Modena e Pàvana

Ieri ho concluso la tre giorni sull'Appennino tosco-emiliano facendo una veloce tappa a Modena, prima di rientrare nella mia amata Santarcangelo. I portici del centro storico di Modena assomigliano un po' a quelli di Bologna: stessa fattura, stessa umanità che vi cammina sotto, fatta di giovani annoiati, signore con la borsa della spesa, persone che parlano al cellulare in tutte le lingue del mondo e qualche mendicante. Come in tutte le grandi città ho notato quella lieve forma di degrado fatto di biciclette male in arnese abbandonate, accenni di sporcizia lungo i viali più periferici, persone che camminano sotto gli anonimi palazzoni con fare sospettoso e lievemente intimorito, come se si guardassero dal pericolo imminente di essere aggredite da qualcuno. Su uno dei grandi viali che dalla stazione degli autobus, dove ho parcheggiato, conducono al centro storico mi sono imbattuto in una rissa tra alcuni giovani, e lì mia moglie mi ha sollecitato ad accelerare il passo. 

Per motivi di tempo mi sono limitato a visitare Piazza Grande, Palazzo Ducale e il duomo: bellissimi. Il duomo, in particolar modo, in stile romanico e con la Ghirlandina di fianco, mi ha ricordato vagamente il bellissimo duomo di Bergamo, che visitai in luglio mentre trascorrevo qualche giorno in Val Seriana. 

Alcune immagini del duomo e di Piazza Grande.







Prima di arrivare a Modena ho fatto tappa a Pàvana. Pàvana è un piccolo borgo appenninico, poche case, che si trova sulla Porrettana a una manciata di chilometri da Pistoia. Qui, anni fa, si è ritirato a vivere Francesco Guccini, uno dei miei miti musicali e letterari di sempre, e io sono venuto in questo posto semi-sperduto proprio con la speranza di vederlo e magari strappargli un autografo e un selfie. Purtroppo, niente da fare.

Inizialmente mi sono recato al mulino di proprietà della sua famiglia che si trova fuori Pàvana, tra i boschi, e fiancheggia il fiume Limentra, dove so che abita e dove ha registrato e inciso il suo ultimo album in studio prima del ritiro dall'attività musicale: L'ultima Thùle. Purtroppo il mulino, raggiunto dopo una abbastanza impegnativa scarpinata, l'ho trovato chiuso e una signora lì nei paraggi mi ha detto che Guccini non abita più lì da tempo ma nella sua casa nel borgo di Pàvana. Sono quindi risalito in auto e mi sono fermato nell'unico bar della frazione, che dà sulla Porrettana, uno di quei piccoli e anonimi bar che all'occorrenza vendono anche giornali e qualche genere alimentare, con i due o tre vecchi di paese di fuori al tavolino che giocano a carte e parlano di come si stava bene ai loro tempi, tipo gli avventori dei bar di certi romanzi di Marco Malvaldi. 

Sono entrato e ho notato subito, appesa a una parete, una fotografia in cui si vedono Guccini e Ligabue al banco del bar che ridono e bevono qualcosa. Ho chiesto alla ragazza del bar dove abiti Guccini e lei, con l'aria leggermente contrita, mi ha indicato la casa che si vede dalla vetrata del bar dall'altra parte della strada. Poi mi ha detto che Francesco, da quando abita lì, ha sempre ricevuto chiunque si presenti alla sua porta per autografi, foto, chiacchiere. Purtroppo, da quando è comparso il covid, sua moglie l'ha segregato in casa (sorride) e non riceve più nessuno. D'altra parte ha ormai più di ottant'anni. Sono uscito dal bar e mi sono avvicinato al cancello aperto, mi sono inoltrato lungo il vialetto, sperando magari di vederlo di fuori, ma niente da fare. Sono stato tentato di arrivare al portone e suonare, ma poi, a malincuore, alla fine ho deciso di lasciare perdere. Pazienza. 

Come consolazione mi sono fatto fare da mia moglie una foto davanti all'entrata del suo mulino. Magrissima consolazione.


lunedì 14 giugno 2021

Ricorrenze

C'è un signore che oggi compie gli anni, un signore che coi suoi libri, le sue canzoni, la sua poetica, ha indirizzato e influenzato gran parte della mia vita, del mio modo di essere e di pensare.

Buon compleanno, Francesco.

domenica 14 giugno 2020

Non so che viso avesse

Nella mia biografia si parla, anche e vagamente, di libri e biblioteche. Sì, si accenna a questo ma sarebbe impossibile rievocare l'emozione, il sottile piacere, quasi la frenesia, che ogni nuovo libro mi dava, fin dal primo in assoluto della mia vita, sul quale ho imparato a leggere, quel Pinocchio regalatomi da chissà chi, amato e tragicamente perduto in uno degli innumerevoli traslochi (che andrebbero raccontati, anche questi, a parte) a lungo rimpianto e poi finalmente riacquistato, riletto, e forse capito, da adulto. E il gusto per le letture infantili e adolescenziali, i Salgari, i Verne e poi, da studente, la religione dei libri, che altri ti suggerivano o che tu suggerivi ad altri: narrativa, con la predilezione per i romanzi umoristici, per i gialli e per la fantascienza, poesia, storia, linguistica. La scoperta di un autore faceva sì che andassi alla ricerca di tutto quello che quell'autore aveva scritto. E la mania per i fumetti, "letteratura disegnata" che mio padre, quando ero ragazzo, mi proibiva, perché mi avrebbe disabituato alla lettura, pensa te. E il leggere dappertutto, perché se leggi non ti annoi mai: alla scrivania, a letto, in bagno, in treno, da militare, con la pila sotto le coperte, aspettando l'autobus, dal medico, sulla spiaggia. Ovunque. E il piacere di possederli, i libri: dalla prima decina, accatastata nell'armadio assieme alla biancheria, alle centinaia impilati dentro a scaffali sempre troppo piccoli per contenerli tutti, ai tanti accumulati sui tavoli, per terra, quasi impossibili da trovare quando li cerchi perché ne avresti bisogno, e finisci per ricomprarli anche due, tre volte. Confesso di aver rubato dei libri, per necessità, o meglio, di non aver restituito dei prestiti; quattro volte mi è successo, perché non avrei più saputo dove recuperare i volumi, ma altrettante volte è capitato a me.

Tratto dalla prefazione al prossimo libro che leggerò.

It e AI

A un certo punto di It si parla di una misteriosa casetta al numero 29 di Neibolt Street, a Derry, casetta in cui Bill e Richie stanno per ...