mercoledì 13 maggio 2026

Porte aperte – Leonardo Sciascia

“Lei sa come la penso – disse il procuratore generale. Perfetto cominciare: di chi non si sa come la pensa, e se la pensa, e se pensa. Il piccolo giudice lo guardò con soave, indugiante, indulgente sonnolenza.” 

 “Ma da quel particolare era rampollata nella mente del giudice una constatazione: che Matteotti era stato considerato, tra gli oppositori del fascismo, il più implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si entrava ed usciva, ma perché parlava in nome del diritto. Del diritto penale.” 

 “Consideri, poi, se gli istinti che ribollono in un linciaggio, il furore, la follia, non siano, in definitiva, di minore atrocità del macabro rito che promuove una corte di giustizia dando sentenza di morte: una sentenza che appunto in nome della giustizia, del diritto, della ragione, del re per grazia di dio e volontà della nazione, consegna un uomo, come è da noi, al tiro di dodici fucili; dodici fucili imbracciati da dodici uomini che, arruolati per garantire il bene dei cittadini, quel supremo bene che è la vita, ad un certo punto si sono sentiti chiamati, e con tutta volontà hanno risposto, all’assassinio non solo impunito ma premiato… Una vocazione all’assassinio che si realizza con gratitudine e gratificazione da parte dello Stato.”

 “Qui, lei sa, corre l’opinione che da quando c’è il fascismo si dorme con le porte aperte… Io chiudo sempre la mia – disse il giudice.” 

 “Tant’è che spesso ci si sbaglia, nel giudicare i nostri simili come del tutto simili a noi. Ce ne sono di peggio, ma ce ne sono anche di meglio.” 

 “Questo povero Rocco: ordinario di diritto e procedura penale nella regia università di Roma, ministro della giustizia (e grazia), sua eccellenza Rocco. Titoli che andavano benissimo, a paludamento del lacché: ma quello di avvocato, che amava far precedere al suo nome, questo titolo no, il giudice non riusciva a concederglielo.”

 “Un brav’uomo, il procuratore: ma di brav’uomini è la base di ogni piramide d’iniquità.” 

 “Le porte aperte. Suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia: Si dorme con le porte aperte. Ma era, nel sonno, il sogno delle porte aperte; cui corrispondevano nella realtà quotidiana, da svegli, e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare e capire e giudicare, tante porte chiuse.” 

 “Cominciando il processo, già alla prima udienza il giudice, baluginante fantasia ma insistente, infantile e suscitata dalle tante fiabe, ilari a volte, a volte spaventose, da cui la sua infanzia era stata segnata, cominciò a dirsi che sarebbe stato bello possedere la facoltà, il magico dono, di rendere invisibile l’imputato.”

 “Gli era toccato un caso in cui un uomo, anche il più giusto e sereno, il più illuminato di quella che i teologi chiamano la Grazia e quelli senza teologia chiamano la Ragione, deve fare i conti con la parte più oscura di sé, la più nascosta, la più ignobile appunto.” 

 “Carezze di pugnale: e come si può arrivare ad accettare, ad aiutare, a plaudire una fazione che le promette a quelli che vi si rifiutano?”

 “Nel suo essere spavaldo e servile, quell’uomo si poteva considerare il prodotto di un ambiente, quasi di una città intera, in cui ai servi era promessa più spavalderia che ai padroni.”

 “E anche nell’aula del processo – squallida, di avara luce, ogni cosa consunta e madida da far temere un qualche contagio, nello stagnare di un tanfo che faceva pensare alle vite degli inquisiti che vi si erano macerate, al macerarsi e muffire di carte che maceravano altri umani destini – anche se in quell’aula i due carabinieri in alta uniforme che gli stavano alle spalle gli davano un senso di sicurezza e, se so voltava a guardarli, di riposo, di ricreazione visiva. Il blu, il rosso, l’argento: colori vivi, in quell’aria smorta e purulenta.” 

 “La materia sordida di quel processo, l’atroce e sanguinolenta miseria dei fatti, cominciò a sollevarsi e a configurarsi in tragedia.”

 “Quale che sia il giudizio che l’avvocato nutre in pectore nei riguardi dell’imputato che ha accettato di difendere, il suo dovere è appunto quello di difenderlo con tutti i mezzi che la legge gli consente.” 

 “Ma anche la difesa, forse, aveva della follia una nozione del tutto comune e banale: la follia priva di metodo, priva di calcolo, inconseguenziale: mentre ci sono follie in cui è soltanto il primo anello che non tiene, e tutto il resto vi è metodico, calcolato, conseguenziale: e il primo anello è di solito quello dell’amor proprio che si è consegnato al suo nemico.” 

 “Così la pena di morte era rientrata, dopo circa quarant’anni, nella legge italiana; per la difesa dello Stato fascista; e si era arrivati a darla a chi aveva l’intenzione, soltanto l’intenzione, di attentare alla vita di Mussolini: era poi stata estesa ai più gravi delitti non politici: ma le restava quell’impronta.” 

 “Ma c’era, nella giuria che era sortita eletta per quel processo, in qualcuno dei giurati (la legge voleva ora che si chiamassero assessori), un qualche segno, appena percepibile, di umana tenerezza. Non verso l’imputato, ché nessuno poteva mai riuscire a provarne; ma verso la vita, le cose della vita, l’ordine e il disordine della vita.” 

 “C’erano state un paio d’anni prima, vistosamente ordinate dal regime, le celebrazioni dei grandi siciliani: una di quelle contraddizioni in cui il fascismo spesso cadeva, nel suo dover per certe cose fare i conti con la realtà, la storia e le abitudini degli italiani.” 

 “Non si erano mai posto il problema di giudicare il fascismo nel suo insieme, così come non se lo erano posto nei riguardi del cattolicesimo.” 

 “Parlarono della guerra appunto, dei loro ricordi. E poi di libri, dentro la bella biblioteca: e grande, armoniosa, calda del colore degli scaffali e di estrema grazia, da sfiorare il rococò e da anticipare il liberty, nelle decorazioni, negli intagli.” 

 “Le dirò che anch’io potevo sottrarmi a quel processo, mi è stato anzi autorevolmente consigliato. Ma l’ho visto come il punto d’onore della mia vita, dell’onore di vivere.” 

 “Ed è un principio di tale forza, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nl giusto anche se si resta soli a sostenerlo.” 

 “…che sono stato un morto che ha seppellito altri morti. E anzi: che lo siamo tutti, in questo nostro mestiere di accusare e di giudicare.” 

 “Ma mi conforta questa fantasia: che se tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo a discutere, l’agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti su altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte.”

venerdì 8 maggio 2026

L’autorità perduta – Paolo Crepet

 “Dovremmo trovare il coraggio di esimerci dall’idea di asportare chirurgicamente ogni forma di dolore e di frustrazione dal cammino di crescita dei nostri figli.” 

 “E quando i nostri giovani vedono che dagli adulti non viene impegno ma rassegnazione ed egoismo, come dovrebbero diventare? Cresceranno assomigliandoci.” 

 “Un bambino che “pensa troppo” comporta una sfida al silenzio e alla rassegnazione della famiglia. Si realizza così una santa pax domestica in cui ciascun membro può continuare a curare i propri personali interessi e seguire le proprie solipsistiche inclinazioni nell’evidente disinteresse verso le altrui necessità.” 

 “La prima e più immediata risposta che un genitore tende a fornire a fronte di un episodio di evidente intemperanza del proprio figlio è quella che va in sua difesa, contravvenendo alla più elementare regola di buon senso educativo.” 

 “Il bambino vissuto come peso, intralcio, impiccio, ingombrante e insopportabile responsabilità. E non già e non più come gioia, sorpresa, incanto, futuro, speranza, vitalità.” 

 “L’educazione non può prescindere dal principio etico che distingue il bene dal male: non è vero che oggi il bene e il male si sono confusi l’uno nell’altro. Sono alcuni adulti di questa comunità ad aver volutamente abdicato: perché ciò implicherebbe l’onere morale della condanna.” 

 “Quando i genitori non proveranno più vergogna se la propria creatura vorrà fare il cuoco in una trattoria in collina, si potrà finalmente impedire che i figli della borghesia italiana diventino tutti inutili e dannosi avvocati, psicologi, criminologi, attori di fiction.”

 “La vita non è mai adesso. La vita, quella vera, è sempre domani e dopodomani, ovvero è nel progetto, nel divenire, in ciò che potrà accadere.” 

 “Tante volte, in diverse regioni, mi è capitato di ascoltare genitori lamentarsi di dover fornire la carta igienica, quando non addirittura le sedie, alle scuole elementari frequentate dai figli. Come può crescere un bambino sapendo che la comunità non è capace di investire sul suo futuro, visto che non riesce a provvedere nemmeno al minimo presidio igienico?” 

 “Quei genitori non capiscono che non svegliare i figli è pedagogico, che affina le capacità di autonomia e li fa crescere indipendenti, mentre mettersi a bussare alla porta della camera per implorare che si vestano e si ricordino di lavarsi i denti significa allevarli deboli, incapaci di affrontare persino le più semplici incombenze.” 

 “Così facendo, il genitore cameriere e il genitore autista contribuiscono alla demolizione di uno dei capisaldi di una buona educazione: l’autodeterminazione, ovvero l’assunzione della responsabilità del crescere.” 

 “Il segreto dell’educare oggi risiede infatti nella capacità di sottrarre, non in quella di aggiungere. I genitori non devono essere elicotteri, camerieri, autisti, tutor e catering: solo e semplicemente genitori, ovvero sovrintendenti all’educazione. Devono stare sopra, non alla pari, occuparsi delle grandi questioni (felicità, serenità, sensibilità, complicità), non dei dettagli.” 

 “Voler bene a un giovane non significa imbonirlo con i soldi, ma permettergli di essere libero.” 

 “Molti genitori sono felici che in famiglia non vi siano motivi di dissidio. Ciò che conta è il silenzio, una dorata rassegnazione dove nessuno più comanda, nessuno più reagisce, nessuno più protesta.” 

 “Non sono i maturandi a chiedere che mamma e papà si mettano in malattia per seguirli all’esame: sono i genitori a volerlo. Non sopportano il minimo affiorare di un turbamento nei ragazzi, e non capiscono che la loro ansia induce ansia. Un’ansia che non inizia con la maturità, ma risale a quando i figli erano ancora all’asilo.” 

 “La paura per l’esame di maturità e le lacrime di una ragazza scottata dall’amore rappresentano le pietre miliari di una crescita forte e consapevole. Sono i mattoni che servono a edificare una vita piena, coraggiosa e matura. Se di quelle pietre e di quei mattoni si fanno carico i genitori sottraendoli all’ineludibile esperienza di un giovane, tutto viene vanificato e distrutto.” 

 “La compresenza di diverse figure paragenitoriali è alla base di uno dei problemi più diffusi nelle famiglie italiane: la disparità (quando non è opposizione) di punti di vista fra i vari soggetti educativi.” 

 “Le mie esperienze di frequentazioni serali di famiglie con bambini piccoli sono in genere disastrose: urlano, fanno i capricci non appena gli adulti smettono di dar loro retta, interrompono la conversazione e non ti lasciano cenare in pace. Dei despoti insopportabili, ma ancora più insopportabili sono i genitori che permettono loro qualsiasi cosa, senza mai intervenire con un sano Stai fermo e zitto! o un E’ ora di andare a letto, fila in camera!” 

 “Senza stressa saremmo morti: abbiamo bisogno di stimoli e di essere stimolati. Cancellare totalmente questo elemento è punitivo, soprattutto per chi sta evolvendo. Lo stress è un ottimo concime e come tale non deve essere somministrato in dosi massicce, ma nemmeno tolto dalla dieta per una buona crescita.” 

 “Punire è esercizio fondamentale, parte integrante dell’autorevolezza: non significa affatto violenza fisica o psicologica, ma coerenza con le regole impartite. Che senso mai potrebbe avere una regola distinta da un regolamento?” 

 “Il coraggio di avere fiducia e di credere in chi sta crescendo ha lasciato spazio a un diritto al controllo, tanto più tranquillizzante quanto più ossessivo, asfissiante e non immediatamente visibile.”

domenica 3 maggio 2026

Mia madre è un fiume – Donatella Di Pietrantonio

“Certi giorni la malattia si mangia anche i sentimenti. E’ un corpo apatico, emana l’assenza che lo svuota. Ha perso la capacità di provare. Allora non soffre, non vive.” 

 “Stavi dove nasce il vento, un posto luminoso e aspro, con le montagne a fare da quinta. Era aspra anche la gente. I bambini lavoravano, ma non quanto gli adulti, per questo in molte famiglie occupavano appena un gradino sopra i cani. Non nella tua.” 

 “Il nostro amore è andato storto, da subito. Era troppo educata al sacrificio per permettersi il piacere di stare con la sua creatura.” 

 “Riprovo poche volte a memoria la voglia di stringermi al suo odore di contadina giovane e sana. Di lei è rimasta l’assenza. Avevo una madre inaccessibile, separata, non per disamore, per fretta, quest’altra forma di disamore.” 

 “Inflessibile, aspettavo la sera. La lontananza mi mordeva il petto.” 

 “La prima rivoluzione nella tua vita l’ha fatta la scuola.”

 “Fioravante ci teneva a mandarvi a scuola. Non vi ha mai comprato un giocattolo, ma libri si, Cuore, Pinocchio, il Don Chisciotte, e romanzetti per ragazze.” 

 “Hai perso l’ingenuità verso la tua condizione scoprendo dai compagni le differenze tra le vostre vite.” 

 “Amava al contrario, non dava per paura del dare a forza che aveva conosciuto come preda.” 

 “I conti non si chiudono mai tra me e lei. Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro. Ancora la cerco. Non la trovo. La cerco. Madre dolorosa.”

 “Ho avuto paura per il bambino. Non lo meritavo, per i miei cattivi pensieri. Sembrava appena uscito dalla fabbrica degli angeli, con la testa di pane fragrante e l’alito di latte tiepido, gli occhi vasti già aperti al mondo.” 

 “Bambini, appunto, non abbiamo mai capito perché partivano. La necessità di denaro non ci riguardava. Chiusi nel nostro mondo delimitato dagli alberi, dalle nuvole, dalla solitudine, ci svegliavamo la mattina presto, bevevamo il latte delle mucche alloggiate al piano di sotto inzuppandovi il pane fatto in casa, come la pasta del pranzo e questi tutto il resto.” 

 “La madre è il solo silenzio che risponde al suo dolore.” 

 “Ha paura. Si è persa. Perso anche il tempo. Non sa che giorno è, che mese, che anno. Non distingue più le stagioni, non riconosce l’autunno nell’orto, nella pelle d’oca delle sue braccia ancora scoperte. Brancola in questa nebbia opaca.” 

 “Dopo l’abbandono delle abitazioni, la natura si è ripresa gli spazi occupati, ha distrutto le opere, infilato l’edera nelle crepe, teso radici sotto le fondamenta, a sovvertirle. Le case hanno bisogno dell’uomo per durare.” 

 “Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia.” 

 “Non si è mai lamentata del destino avverso, lo ha preso su di sé, in una tacita espiazione di una colpa solo a lei nota.”

 “Mia madre era un albero. Ho avuto la sua ombra. Mia madre era una piccola farfalla dal corpo tozzo, l’esperia, con le ali corte e il volo a scatti. Sognavo di poter toccare la sua povera bellezza. E’ stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine.” 

 “Di quanti fantasmi ti racconto. Così forti da vivi, diventano con il passare degli anni delle figurine senza potere, quasi patetiche. Hanno avuto il torto di andarsene prima di noi.” 

 “Le vacanze gli sembrano normali, per tutti. Non sa quanto costa questa normalità, la colpa che sento verso mia madre. Mi ha educata al sacrificio, la sveglia era alle sette anche a scuola chiusa, per non abituarmi all’ozio.”
 “Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi sono giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto.”