THE MONSTERS – Masks (Record Junkie)

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Berna, metà anni Ottanta.

Un ragazzone appassionato di blues, garage punk, rockabilly e death metal lavora come commesso nel miglior negozio di dischi della città. Finito il lavoro si sposta dall’altro lato della strada, nel suo pub preferito, beve qualcosa, si intrattiene con i clienti, poi tira fuori la sua chitarra e si esibisce come Teab Zerfall. E intanto sogna di realizzare un disco da esporre assieme agli altri, sugli scaffali di Record Junkie. Ne parla a Pfifu, il proprietario. E Pfifu che quel sogno lo ha sempre inseguito senza mai raggiungerlo, decide di investire nel sogno dell’amico. Nasce così il progetto Monsters, con Beat-Man alla voce e chitarra e Pfifu alla batteria, e un disco stampato dal negozio ora riconvertito in etichetta discografica dal titolo Masks.

666 copie in vinile e numero di catalogo 667, che il numero del diavolo era già stato usato per il singolo d’esordio di qualche mese prima.  Dodici originali che vanno da hoedown/ska ubriachi come Whisky Song a putridi numeri psychobilly come Addams Family, da strumentali di serie Z come Real Monster Theme a un garage rock per cavemen ritardati come Wilma e Rosemary Mc Coy per chiudere con una versione di Wild Thing in cui clave e bave fanno chiasso oltre che rima.

Nessuno stato è indipendente, quando i mostri si destano dal sonno.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

PETER ZAREMBA’S LOVE DELEGATION – Delegation-Time (Accord) / FULL TIME MEN – Your Face My Fist (Coyote)

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Il venerdì 13 scelto come data di uscita di Fleshtones Vs. Reality tiene fede alla sua fama, portando i Fleshtones sull’orlo dello scioglimento, sfiniti da un tour di supporto ad un disco che, malgrado si appoggi anche al marchio New Rose, soffre di una distribuzione lacunosa e durante il quale le frizioni all’interno della band finiscono per sfiorare il patetico.  

Peter e Keith decidono dunque di distogliere l’attenzione sul marchio storico e di simulare una separazione che nei fatti è solo fittizia (tanto che ognuno collabora fattivamente al lavoro della band dell’altro) cercando rifugio nelle loro band da “dopolavoro”: i Full Time Men per il primo e i Love Delegation per il Conte Zaremba che a questo punto sono già al secondo album. Delegation-Time vede sfilare, in abiti sobri in modo che diano poco nell’occhio, il leader dei Savages Barrence Whitfield, Fred Smith dei Television e Vincent Nguini del team di Paul Simon oltre ai soliti Michael Ullman, Wendy Wild, Ricky Rothchild e mesce nella stessa pastoia colorata del disco precedente, talmente su di giri da sembrare a volte un gruppo di animatori (di talento) costretti a far divertire gli ospiti di un villaggio vacanze delle Hawaii. Meno prosaicamente e più in linea con il suo immaginario la band dichiarerà che il disco suona come Lee Hazlewood e Nancy Sinatra che registrano in acido allo Studio 54. Altrettanto calzante. Finirà tuttavia per avere sorte anche peggiore di Vs. Reality, diventando introvabile già dal secondo giorno della sua uscita, senza tuttavia vendere il numero di copie necessarie per giustificare la sua irreperibilità.  

Non va molto meglio all’album dei Full Time Men di Keith Streng, altro disco che si può fregiare di collaborazioni pregevoli ma sprecate (Peter Buck dei R.E.M., Dave Faulkner degli Hoodoo Gurus, Stiv Bators dei Lords of the New Church, Pat DiNizio degli Smithereens, Jeff Conolly dei Lyres) e che rispetto a quello dei Love Delegation sfodera un suono meno esuberante e più vicino al vecchio rock ‘n’ roll con pezzi come Wreckin’ Ball, Southern Twitch, One More Time, Critical List, Nothing’s Gonna Stop Our Train, High on Drugs, Baby Don’t Do It che non avrebbero sfigurato dentro un disco del gruppo-madre, cosa della quale Zaremba si mostrerà presto abbastanza irritato disertando un intero mini-tour italiano programmato assieme ad Elliott Murphy e Phranc e portando i ‘tones nuovamente sul punto di rottura (artistica, ma non di meno anche anatomico-genitale).   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – Peaches! (Easy Eye)

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Quando sembravano orami pronti per il catetere, i Black Keys hanno ritirano fuori il loro orinale.

Peaches!, vivaddio, è nuovamente fatto di acqua sporca, saltando a piè pari gli ultimi discutibili dischi e tornando a saltare sulle pozzanghere di piscio dei primi dischi anche se il tocco si è fatto indiscutibilmente più raffinato tanto da ricordare in più passaggi il Paul Weller del periodo Stanley Road, quello sul quale il musicista inglese si divertiva a fare il verso a Dr. John. Altrove, il duo americano va vicino ai capricci neri dagli occhi blu degli Yardbirds, come se ci trovassimo dentro la British Invasion degli anni Sessanta, quindici anni prima che Dan e Patrick venissero al mondo e il blues era già al suo primo, grande revival.

I fighetti da serata-aperitivo storceranno il naso come gli avessero servito una scatoletta di alici rancide, ma Peaches! torna a fare dei Black Keys una band con gli attributi.  

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

THE JAZZ BUTCHER Conspiracy – Distressed Gentlefolk (Glass)

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Con David J risucchiato dal progetto Love and Rockets, Jazz Butcher riassetta il suo gruppo con il bassista Graham Fudger, ribattezzandolo Jazz Butcher Conspiracy.

Il debutto discografico è un album di frizzante “folk gentile” che si dibatte tra atmosfere jazzate (la “spazzolata” Who Loves You Now? e The New World, in particolare) e rockabilly acustici come Big Bad Thing o Hungarian Love Song.

Il risultato complessivo non soddisfa in pieno Pat Fish, soprattutto per l’eccessivo uso del riverbero in fase di produzione, per la prima volta eseguita in digitale, che toglie parte dell’emotività naturale degli strumenti, ma si tratta di un giudizio eccessivamente severo per un lavoro che invece supererà brillantemente la prova degli anni (molto più che il disco di debutto, per esempio, nonostante il “calore” sprigionato da quelle prime canzoni) e generoso di buone, pacate, vibrazioni.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MARY WEISS – Dangerous Game (Norton)

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É molto probabile che fra i miei lettori ci siano più fans di Greg Cartwright che delle Shangri-Las. Ad entrambe le fazioni farà comunque piacere sapere che l’ex Shangri-La Mary Weiss ha scelto, un po’ come l’altra icona della stagione d’oro delle girls-band Ronnie Spector, di dedicarsi ad un estemporaneo progetto musicale coadiuvata proprio da Greg con i suoi Reigning Sound, pronti ad un’operazione nostalgia che li vede impegnati nel ruolo di autori, co-produttori e musicisti anche se forse la You’re Never Gonna See Me Cry scritta da Andy Shernoff e Billy Miller a restituirci la Weiss che tutti sognavamo di riascoltare.

Un disco dove il peso specifico è dato dalla densità oleografica dell’insieme, Dangerous Game, e dove la nostalgia per l’età d’oro della pop music americana ha un ruolo determinante nell’empatia che si potrebbe instaurare e che sugli altri, me compreso, fatica a fare breccia se non in maniera sporadica (come nella bella iniezione rock ‘n’ roll di Don’t Come Back, fra i bagliori melodici di I Don’t Care o nella spensierata Tell Me What You Want Me to Do scritta da John Felice) e che per il resto finisce nel contenitore del già sentito.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LIVING COLOUR – Time’s Up (Epic)

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Time’s Up ribadisce il concetto di Vivid ma lo fa forse anche meglio (o peggio, i punti di vista sono sempre relativi e tutti degni di attenzione) e con un ventaglio ancora più ampio e colorato, confermando la centralità del cromatismo caratteristico della band di New York. L’apertura del disco squarcia il silenzio andando addirittura a recuperare nell’hardcore dei maestri Bad Brains per poi convergere verso quella miscela tra metal e soul che aveva caratterizzato il debutto, quasi come fosse una versione in maglia d’acciaio di Terence Trent D’Arby.

Gli sbrodolamenti chitarristici (davvero orribili quelli di Fight the Fight, NdLYS) fanno pendant con la forza propulsiva della sezione ritmica, ancora “gonfiata” come un rigurgito estremo degli anni Ottanta e dell’epic-metal. Under Cover of Darkness sembra aprire nuovi orizzonti con la sua intro melliflua ma poi preferisce trovare una quadra fra le sincopi funk dei Red Hot Chili Peppers e quelle dei Redskins di Bring It Down!, replicandone in parte le figure ritmiche.

Tag Team Partners apre allo scratch. Richiudendo fortunatamente tutto prima di un minuto. Solace of You è invece una briosa ballata dal gusto caraibico che prelude a quello che dovrebbe essere il grande finale e che è invece un pastiche fra il symphonic metal e una sorta di caricaturale goth-rock che tenta di pagare tributo ai nuovi eroi dell’hard-rock come Soundgarden e Danzig, senza raggiungere lo slancio epico ne’ dei primi ne’ del secondo. E neppure il carisma dei Metallica, che proprio in quel periodo stanno approdando al loro omonimo capolavoro e a cui i Living Colour guarderanno con interesse già col successivo Stain, con un pubblico sempre meno interessato al loro crossover un po’ sovraccarico di virilità mal gestita.        

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GIORGIO GABER – E pensare che c’era il pensiero (Carosello)

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Il palco è completamente buio.

Un buio denso, profondo.

Al centro del palco una sedia, illuminata da un occhio di bue come un indiziato sotto interrogatorio.

Gaber non c’è, ma si sente. Anzi, di Gaber sembra ce ne siano due. Disquisiscono fuori dalla scena sulla necessità di spostare quella sedia.

Della sedia Gaber aveva già parlato su Dialogo tra un impegnato e un non so, anche quello disco-spettacolo con un Gaber sdoppiato. Adesso però quella sedia che simboleggia il potere politico deve essere spostata. “Anche a calci” dice uno dei due Gaber, non c’è dato sapere quale.

Questa è l’introduzione del nuovo spettacolo di Gaber E pensare che c’era il pensiero. Se avete in casa l’edizione GIOM vuol dire che eravate presenti alla prima stagione dello spettacolo, perché viene venduto solo lì, in un banchetto all’ingresso dei teatri che ospitano la prima stagione del tour. E che avete in casa una rarità.

Poi il disco viene registrato ex-novo al Teatro Regio di Parma nel corso della seconda stagione, con la scaletta parzialmente modificata e messo in commercio dalla “solita” Carosello.

Ma il vero protagonista del nuovo tour non è la sedia bensì il pensiero. Questo sconosciuto, potremmo aggiungere. Il pensiero mortificato e deviato dai mass-media, ridotto ad un opinionismo da bar. Ad uno scambio di pareri costruiti dando un’occhiata superficiale a qualche salotto televisivo, a qualche titolo di giornale. Un’opinione stesa fuori come il bucato salvo poi, appena piove, ritirare di corsa i panni. Ognuno i suoi. Una filosofia spicciola che si spegne nel tentativo rampante e aggressivo dell’affermazione individuale, egocentrica.

Dal 1992 al 1999 su Canale 5 Vittorio Sgarbi, il critico d’arte che sdogana la figura del polemista, conduce in tv un rotocalco dove, mentre gli italiani pranzano, esprime la sua opinione su tutto. Senza confrontarsi con nessuno.

Su Rete 4, in tardo pomeriggio Giancarlo Funari dice la sua su Funari News e Punto di svolta.

Davanti alle telecamere di Italia 1 si posiziona, stringendosi un po’, Giuliano Ferrara con L’istruttoria.

Sembra uno spettacolo di Gaber. Invece, tristemente, è l’Italia dei medi anni Novanta. Medi per davvero.       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LUCIO DALLA – Terra di Gaibola (RCA) 

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Un lunghissimo guado di quattro anni separano il disco di debutto di Lucio Dalla dal suo successore. Quattro anni durante i quali il beat e i musicarelli che avevano adottato non senza remore il discolo bolognese hanno raggiunto il loro apice per poi dissolversi in polvere cosmica (e qualche altro tipo di polvere). Anche la Arc, la sottoetichetta della RCA nata con l’intento di promuovere la “nuova onda” (Patty Pravo, i Rokes, Ricky Shayne, i Primitives e lo stesso Lucio Dalla di 1999 saranno pubblicati tutti sotto lo storico emblema, NdLYS) ha chiuso i battenti e ha deciso di rinnovare il contratto a Dalla sotto l’egida dell’etichetta madre.

Terra di Gaibola, il cui titolo falsamente esotico in realtà fa riferimento ai luoghi natali dell’artista emiliano, esce dunque per la RCA, l’etichetta che firmerà tutte le produzioni di Dalla fino alla sua chiusura avvenuta nel 1987.

Il luogo dove Lucio Dalla è stato bambino sono anche i luoghi dove simbolicamente diventa adulto: Terra di Gaibola è sicuramente meno matto rispetto al disco precedente. E anche, onestamente, più “vecchio”. Canzoni come Il fiume e la città e Occhi di ragazza sembrano riconciliare i vecchi leoni ribelli del Piper col melodramma e il romanticismo più melenso della “vecchia guardia”.

Il tentativo di preservare l’ultimo anelito di gioventù sono quelle sacche fumettistiche da Corriere dei Piccoli che sopravvivono in canzoni come Fumetto, Abcdefg, K.O. e La capra Elisabetta e che, ancora una volta confermano quante chance Lucio Dalla avrebbe potuto avere come autore per le canzoni dello Zecchino d’Oro, se per lui il destino non avesse scelto una sorte diversa.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STRANGLERS – Aural Sculpture (Epic)

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Potrebbe capitarvi di ascoltare Bring on the Dancing Horses di Echo and The Bunnymen e sentirci dentro un’atmosfera familiare. E potete stare tranquilli: non avete le traveggole. Semplicemente, quello che sarà l’ultimo singolo dignitoso della formazione di Liverpool, era stato prodotto da Laurie Letham usando gli stessi trucchetti utilizzati l’anno prima su Skin Deep, il primo estratto da Aural Sculpture ovvero il disco più dichiaratamente commerciale sin qui prodotto dagli uomini che continuano a vestire in nero e la cui musica, adesso deturpata non solo dai suoni di plastica che avevano già fatto capolino ma anche da un’intera sezione fiati, viaggia verso i cieli colorati del pop. Alternativo quanto si vuole (a cosa, poi? NdLYS), ma pur sempre pop, sfiorando addirittura il mondo della novelty songs, delle canzoni per bambini, delle sigle dei cartoon e ridisegnandosi gli Stranglers come una band neo-doo wop su pezzi come Punch & Judy o Mad Hatter.

L’unica cosa interessante è il gioco di ruolo “nascosto” come traccia supplementare nella versione su cassetta (purtroppo editabile solo collegando il mangianastri ad un home computer ZX Spectrum, quindi inutilizzabile per quasi tutti) che permetteva di potersi distrarre durante l’ascolto del tuffo nell’inutilità posticcia degli Stranglers, oramai marinai in pensione.   

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

fIREHOSE – “Flyin’ the Flannel” (Columbia)

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Come inebriati dal nuovo contratto con la Columbia, i fIREHOSE finiscono per cadere come mosche dentro quel calice di vino. E, proprio come i ditteri dai grandi occhi composti, per annegarci dentro.

A parte il vezzo di incorniciare il titolo con le virgolette e di dedicare un siparietto a qualche collega (i Meat Puppets e Michael Stipe sui dischi precedenti mentre qui è il turno di Dave Alvin), ben poco rimane della vecchia band SST. Non che “Flyin’ the Flannel” sia completamente privo di idee, ma certamente è povero di grinta ed è una mancanza che la band prova a dissimulare cadendo nel banale gioco della chitarra distorta e dei riff e dei solo elettrici di cui son pieni non solo gli scaffali dei dischi. Il vecchio funky, quando c’è, sembra inevitabilmente inquinato da una sorta di vena caraibica (Epoxy for Example) o pare volteggiare su una pista ghiacciata di jazz (Toolin’), senza reggersi all’impiedi. La sensazione è che i fIREHOSE ci siano scivolati dalle mani, che il loro sogno non sia più il nostro, tanto meno quello di D. Boon. Che guardandosi allo specchio, non trovino più alle loro spalle il pubblico che ne aveva fatto degli eroi. Che la flanella che in quel momento va per la maggiore li abbia costretti a vestire un guardaroba inadeguato.   

                                                                               Franco “Lys” Dimauro