DOM MARIANI – Apple of Life (Alive Naturalsound)

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Fra una band e l’altra, una collaborazione e quella successiva, Dom Mariani si ritaglia un po’ di tempo per un nuovo album solista, dando sfogo al suo mai sopito amore per i Cheap Trick e per i Byrds e rimettendo i piedi nella sua Jangleland.

Apple of Life ci restituisce un artista in grandissima forma, capace di meraviglie come Sad State of Affairs, World on Its Head, Just Can’t Wait, Apple of Life, ferraglia power-pop che non arrugginisce mai, mela che non va mai a male. Nel mucchio, anche qualche canzone sdolcinata come Where Do Lovers Go e Take It All Back percorse da chitarre slide, come a carezzarci il cuore, ricordandoci di averne uno e che magari necessita ogni tanto di qualche cerotto.

Però, meglio quando Dom ci costringe a medicare il naso, indossando ancora una volta i guantoni da peso massimo del rock raffinato, nonostante le rughe. Le nostre e le sue.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THOMAS JEFFERSON SLAVE APARTMENTS – Bait and Switch (Onion)

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Dopo aver infierito su Abraham Lincoln con i Great Plains, Ron House irride adesso Thomas Jefferson con la sua nuova band che suona praticamente come una scatoletta dei Raunch Hands andata a male.  

Il suono del quartetto dell’Ohio ruggisce di un punk squinternato e acido che la voce nasale di Ron rende ancora più malsano e demente. Le chitarre replicano una catena di montaggio di riff e rumori, esibendosi in una parata militare dal passo implacabile, in qualche modo memore della lezione dei Dead Kennedys. Dinamitarda anche nei testi, la musica dei TJSA brama di radere al suolo tutta la marcia industria della cultura e della sottocultura underground che si nutre dei suoi stessi cadaveri:  

Bombardate la Rock and Roll Hall of Fame /Non voglio vedere quel fottuto peluche di Eric Clapton /Non voglio vedere il fucile di Kurt Cobain /Non voglio vedere il fegato di David Crosby /Non voglio vedere tutta la droga che non potrei prendere
/Non voglio vedere tutta quella feccia strapagata dai collezionisti /Fatela saltare in aria prima che entri Johnny Rotten /Fatela saltare in aria prima che si
sieda Paul Westerberg /Fatela saltare in aria prima che Steve Albini faccia un discorso /Fatela saltare in aria!

La voce sgolata di Ron House mentre intona I She Shy sul campo minato di chitarra e batteria resta fra le cose più punk degli anni Novanta, anche se nessuno avrà la sincerità di ammetterlo allora né mai.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THEE HEADCOATS – The Sherlock Holmes Rhythm ‘n’ Beat Vernacular (Damaged Goods) / THEE HEADCOATEES – Man-trap (Damaged Goods)

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Uscita in simultanea per gli eroi e le eroine del Medway-sound. E se alla gente non piace, come dice Childish su una delle tracce del suo disco, deve essere una cosa buona. Anzi, buonissima: declinato al maschile o al femminile, il trash ‘n roll delle due formazioni del Kent rinverdiscono una tradizione che grazie a Dio fatica a morire, pur nella sua nicchia di accoliti.

L’ennesimo disco degli Headcoats non ha però la medesima forza di Irregularis, l’album che ne aveva segnato il rientro in scena due anni orsono. The Sherlock Holmes Rhythm ‘N’ Beat Vernacular è un lavoro più mansueto e, a tratti, quasi piatto (A Common Disease o quella logorroica affabulazione alla Fall di The Friends of Buff Medways Fanciers Association, per esempio, passano via senza catcalling, come vogliono le buone norme del nuovo vivere civile mentre la sfida su Modern Terms of Abuse va ad appannaggio delle ragazze).

Più frizzante il disco delle Headcoatees, con un orecchio puntato ai Ramones e i piedi che sguazzano nel garage-rock nodoso di scuola Kinks/Troggs, oltre che in quello americano (le folgori di Man-trap, il tiro beat spelacchiato di I Can’t Find Pleasure, l’arruffato riff di The Money Will Roll Right In, così come quella versione rivista e corretta di Night of the Phantom che è Jim Bowie).

Mi spiace per gli strenui difensori del sessualmente corretto, ma anche stavolta il famoso carro di buoi è stato battuto da quel che non si può dire.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BIG DIPPER – Heavens (Homestead)

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Nel 1987 Steve Michener e Gary Waleik decidono di aggiungere al loro lavoro nei Volcano Suns, quello in una band nuova di zecca, messa in piedi assieme al cugino del secondo e a Bill Goffrier, ormai disoccupato dopo lo scioglimento degli Embarrassment, la band del Kansas tra le cui fila militava anche il futuro batterista dei Del Fuegos Woody Giessmann.

Non avrebbero avuto grandissima fortuna, i Big Dipper, a dispetto di un esordio fulminante fatto di canzoni indie-pop con cui poi tanti si sarebbero arricchiti (i primi a venirmi in mente sono i Lemonheads e i Pavement, NdLYS). Siamo dentro quello che all’epoca veniva definito college-rock: ruvidezza e melodia fuse assieme, atteggiamento strafottente ma la capacità di scrivere pezzi romanticamente smaliziati, sorretti da un tappeto spelacchiato di chitarre che invitano a camminarci sopra scalzi, salvo poi pungerti le piante dei piedi.

Canzoni che ti invitano a scendere dal letto, salvo poi prenderti a calci nel culo fin sull’uscio del bagno. Heavens alterna piccole meraviglie (il ritmo ferroviario di Man o’ War, sullo stile di quello già sperimentato in Inghilterra da Smiths, Pastels, Woodentops, il garage rock esaltato di Mr. Woods, il rumoroso crescendo di Easter Eve) a sciocche canzonette per studenti (Younger Bums, il ritornello endemico di All Going Out Together), sfiorando l’ovvietà senza mai caderci dentro, facendo della semplicità un apparente, complesso labirinto. Trovando sempre la via d’uscita.    

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GIBSON BROS – Big Pine Boogie (OKra Recordings)

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La sezione ritmica dei Great Plains trova nuova linfa prima dello sfacelo di Sum Things Up rispondendo alla chiamata di Jeffrey Evans e Dan Dow per dar vita ad una band che maneggi rockabilly anni ’50 e country music lorda come la sottana di una prostituta da motel.

Dopo una cassetta registrata grazie all’amico Michael Hummer, trovano un’altra etichetta minuscola e malfamata disposta ad investire qualche dollaro su di loro. È così che nasce Big Pine Boogie, uno dei dischi essenziali del rock rurale americano.

Nessuna concessione alla modernità, nella scelta e nell’uso di strumentazione prossima all’obsolescenza e macchine di registrazione vecchie quanto l’olio di nero abissino. Bobine a magnete che girano come ruote di carro e quattro sfaccendati con le teste piegate su altrettanti rottami, a tirar fuori le viscere da quelle carcasse. Un suono radicale, a tratti impreciso, che odora di fienili e puzza come sudore di schiavi, come grasso per pistoni e come sterco di bestiame (o di negrieri, che alla categoria appartengono, NdLYS). Cover e originali col medesimo tanfo, che l’odore dei grandi pini non riesce a coprire.    

 

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

GREAT PLAINS – Born in a Barn (Homestead)

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La voce incerta di Ron House, a tratti paurosamente simile a quella di Gordon Gano, conduce per il fienile popolato da decine di icone di Abramo Lincoln la musica rurale e spartana dei Great Plains, anch’essa tutto sommato assimilabile al country svitato dei Violent Femmes.

Musicaccia roots suonata da punk urbani che, a furia di ciondolare fuori dalla birreria di paese, hanno messo i piedi nello sterco e sono rimasti assuefatti dal metano. Canzoni sgangherate e anaffettive che assimilano a modo loro il garage rock (When Honesty Gets Old), il cow-punk (What Are You Living On, la traccia più trascinante del disco), e trasformano le liturgie psichedeliche in psicodrammi di provincia (Black Like Me) e il punk-rock in pelle di grizzly (Old 3C).

I’m goin’ up the country, baby don’t you want to go?     

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EMBARRASSMENT – Heyday 1979-83 (Bar/None)

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I giorni migliori degli Embarrassment, che all’album sarebbero arrivati solo molto tempo dopo, già in sede di reunion.

Formatisi a Wichita, nel Kansas e fautori di una new wave che loro stessi definiranno, ironicamente, come “blister pop”, gli Embarassment suscitarono anche l’interesse di Greg Shaw che li volle fortemente all’interno della sua prima Battle of the Garages cui loro regalarono una versione di Pushin’ Too Hard fedele più al loro stile che a quello dei Seeds. Quel pezzo, probabilmente per problemi di licenza, è l’unico a mancare in questa collezione che mette insieme tutto quanto realizzato o registrato dal gruppo nei suoi cinque anni di vita.

Un repertorio che si regge su uno strumming chitarristico nervoso e anche parecchio intricato, sul modello dei Modern Lovers, sorretto da un basso possente e tossico.

Sono fortissimi, gli Embarassment.

E famelici, nervosi, schietti, fieramente indipendenti, amabilmente nerd e fottutamente slacker.

Con gli occhiali da secchioni poggiati sul naso e i giubbotti da studenti del collage, lavorano alacremente al loro concetto di rock mettendo in circolo tutto il loro potenziale antidoto anti-rock, riducendo in poltiglia pure la Immigrant Song degli Zeppelin, sfidando gli Dei con una voce squittente da topolino di laboratorio o suonando in maniera del tutto innaturale, ma sorprendentemente efficace Don’t Stop ‘Til You Get Enough di Michael Jackson. Ovviamente, il loro potenziale non va misurato su questa grottesca parodia ma su piccoli, sussultanti catorci new-wave come Sex Drive, Elizabeth Montgomery’s Face, Wellsville, Lewis & Clark, Death Travels Fast, After the Disco, Lifespan, Can’t Forget.

Quasi un ventennio dopo We Were Famous, You Don’t Remember racconterà su grande schermo la loro piccola storia, col beneplacito di Jonathan Demme, scoprendo al mondo uno dei sarcofagi più ricchi del Kansas.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GYASI – Here Comes the Good Part (Alive Naturalsound)

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Come per il disco di debutto, la copertina dice già tutto: Gyasi è il nuovo eroe androgino del glam rock americano. Erede “naturale” di Slade, Bowie e di certo, sottovalutato, Elton John che però, nei risultati, si avvicina più ai Wolfmother che al suono decadente ed urbano del glam propriamente detto. Certo, American Dream odora di Bowie e Baby Blue di Bolan oltre ogni ragionevole dubbio così come il riff di Star è poco più che una piacevole variazione sul giro di Ziggy Stardust, ma le pugnalate hard-rock di She Said, Sweet Thing o Street Life sono la reale misura di Here Comes the Good Part.

Se cercate la novità a tutti i costi, arriccerete il naso, perché Gyasi sembra non vedere oltre gli anni Settanta, quelli immersi nel fumo fulvo che aggredisce i musicisti sul palco e soffoca gli astanti con una nebbia purpurea mentre le valvole degli ampli saturano di calore l’aria e i glitter lievitano come particelle d’anidride carbonica sui vestiti che coprono corpi sottili come chiodi.

Gyasi vi propone un bagno rigenerante in quegli anni, in quello spirito, in quella levità libera e carica di energia. E ogni tanto, val la pena lavarsi.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SAINTS – Long March Through the Jazz Age (Fire)

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A tre anni e mezzo dalla scomparsa di Chris Bailey, la Fire Records pubblica i pezzi cui il leader dei Saints stava lavorando assieme a Pete Wilkinson prima che il cancro alla gola lo divorasse senza più risputarlo. Dodici pezzi, completati con l’apporto di svariati musicisti, finiscono dunque sul piatto a pochi giorni da quello che avrebbe dovuto essere il suo 69simo compleanno, con un campionario di canzoni che pagano il loro tributo al folk-rock (più a quello epico e decadente di Johnny Thunders e Nikki Sudden che a quello canonicamente attribuito a Dylan, a dire il vero) e al country dal cuore corvino di Johnny Cash. Nonostante ciò, nella musica di Long March Through the Jazz Age non c’è compiacimento o autocommiserazione e non evoca presagi di morte, tutt’altro: il passo dell’album è quello di una morbidezza ricercata, di arrangiamenti spaziosi, di una serenità avvolgente, ariosa.

Si assiste dunque ad una sorta di ribaltamento cromatico delle atmosfere care al primo Mark Lanegan solista. Abiti neri che, stesi al sole di Sydney, sono scoloriti rivelando una palette di colori che a certe ore del giorno rivelano addirittura una trama paisley come in quell’azzardo Rain Parade che è Imaginary Fields Forever

Lo struggimento è invece riservato a quella sacca di dolore che è Carnivore, con Bailey che ne avverte la suppurazione mentre si chiede Who is my Judas, who’s my whore /who is waiting to spit the Blues out one more time /who’s been waiting to spit the Blues out one more time. Una prece fra i cespugli che ancora, per un’ultima volta, generano vita.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DRAGS – 45×3 (Empty)

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Mentre la Estrus pubblica l’estremo Set Right Fit to Blow Clean Up, rumorosissima deriva dei Drags verso il rumore puro, la Empty rimette mano al catalogo “minore” della band pubblicando 45×3, che in matematica fa centotrentacinque e che invece qui fa quaranta minuti di garage rock spoglio quanto quello dei Gories dei quali si candidano come eredi per affinità di spirito, sporco quanto quello dei Mummies, ferale quanto quello dei Nobody’s Children alla cui Good Times il loro singolo di debutto I Like to Die, divertente dissertazione sui dubbi logistici di un suicida che si chiede quale sia il modo migliore per morire, paga ben più che un tributo.

Pezzi maniacali, feroci, come Feel Real Good, That Girl Is Coming Around, Elongated Man, Suicide Wipers, Mindbender, Allergic Reaction, Conspiracy o la febbrile cover di Rosalyn si susseguono senza sosta, catapultandoci addosso tanto di quel muco punk che manco quello sul pavimento dell’100 Club durante le notti infami del punk.

I Drags sono una pianta infestante, fareste bene a tenere d’occhio i vostri cespugli di rose.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro