Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post

14 mar 2018

un week-end à Paris

Sono stata a Parigi nel week end. 
Mancavo da quasi tre anni (più o meno come da questo blog) E, siccome io ogni tot DEVO tornarci (a Parigi. Ma anche sul blog, forse), mi sono organizzata. Il pretesto era assistere a Le Mondial du Tatouage, ma ho anche fatto altro, tipo andare a vedere la splendida mostra dedicata a Margiela al Palais Galliera, mangiare tartàre come non ci fosse un domani e, pensate un po', ho trovato tempo per andare anche al cinema.


Andare al cinema a Parigi costa uno sproposito. Ho pagato il biglietto ben 11.40€. Con quei soldi a Torino ci vedo due film, prendendo un caffè e lasciando pure la mancia, ma vabbè.
Comunque, cosa ho visto, con quegli 11.40€?


I, Tonya. O, semplicemente,  Tonya. O, visto che ero a Parigi, Moi, Tonya. Perché i titoli li traducono, ma se non altro i film non li doppiano., O li doppiano poco. Oppure li doppiano ma nella sala dove sono andata io no, ma soprattutto, chi se ne frega? comunque l'ho visto in lingua originale e tanto mi basta. 
La Tonya del titolo è Tonya Maxine Harding, ex pattinatrice artistica, famosa per essere stata la prima statunitense ad eseguire, nel 1991, un triplo axel, che ripeté altre tre volte in quell'anno, ma, purtroppamente, ancor più famosa per aver "partecipato" all'aggressione - avvenuta a Detroit il 6 gennaio 1994 - ai danni di Nancy Kerrigan, sua prossima avversaria alle imminenti olimpiadi invernali di Lillehammer. 
Nonostante non sia stata lei ad aggredire la rivale, ma il suo discutibile marito, coadiuvato dall'imbarazzante guardia del corpo, la Harding venne comunque condannata e bandita a vita da qualsiasi competizione, in questo mondo e quell'altro. Lei ancora oggi si proclama innocente, ma, l'accusa stabilì che "lei sapeva e non fece nulla per impedire che accadesse".
Nel film di Craig Gillespie, noto ai più per quel piccolo gioiellino che fu "lars e una ragazza tutta sua" la Harding è interpretata da una bravissima Margot Robbie, e ripercorriamo con lei le tappe della sua vita, contrassegnata da violenze e soprusi, da parte della madre prima, e del marito poi. Alla fine della fiera la povera Tonya cercava solo di farsi accettare, un po' da chiunque, un po' in ogni modo. Ma le figure che aveva accanto - una madre dura e anaffettiva e un marito violento -  non l'hanno certo facilitata nel compito.

“I never apologized for growing up poor and a redneck, which is what I am.”

29 lug 2016

Bastille Day


Vedere Bastille Day dopo i tragici fatti di Nizza fa effettivamente un po' impressione, ma tant'è. Un film è un film, la realtà, che sempre più spesso è peggio, è un'altra cosa.
Fa impressione anche vedere che nell'Intelligence di intelligente ne prendono uno a campione, nello specifico l'agente Briar, interpretato da Idris Elba, che, signori miei, fossercene di più in giro.
Poi abbiamo Michael, un borseggiatore coi controcazzi proprio, interpretato da tal Richard Madden, uno con la faccia un po' così, che a tratti ricorda Brandon Walsh di Beverly Hills 90210, quindi la dolce e ingenua Zoe, più una manciata di cattivi con la faccia da cattivi che Lombroso si sta dando pacche sulla spalla da solo, poliziotti mediamente rincoglioniti, politici corrotti, città in rivolta, inseguimenti sui tetti che se soffrite di vertigini come sua bionditudine vi faranno paura, combattimenti (Idris Elba che corca di mazzate più o meno tutti), dialoghi di quelli che non si prendono mai troppo sul serio che è sempre cosa buona e giusta, ecc.


Siamo a Parigi, e tutto parte dall'esplosione di una bomba nel posto sbagliato e al momento sbagliato, con il borseggiatore coi controcazzi che si ritrova ad essere un terrorista per caso, anzi, a dire il vero il film inizia con una ragazza che scende la scalinata del sacro cuore completamente nuda, ma voi non fatevi distrarre. Non racconto molto di più perché sono a rischio spoiler, ed è un attimo che arriva Idris Elba e corca di mazzate pure me.
Bastille day, a cui noi, come sempre abbiamo dovuto aggiungere "il colpo del secolo" perché proprio non ce la facciamo a tenerci un film col suo titolo così com'è, non verrà certo ricordato come un capolavoro della cinematografia lussemburgofrancoamericana, ma per un'ora e mezza fa egregiamente il suo lavoro. E questo, nel desolato panorama cinematografico stagionale, per me è più che sufficiente.


11 ago 2015

Zulu


Il viaggio a Parigi (e che palle, basta!!!) mi ha dato lo spunto per recuperare un film che giaceva nel mio HD da mesi.
Dopo la visita al musée du quai Branly per la mostra "Tatoueurs, Tatoués" (che si può visitare fino al 18 ottobre, se vi interessa) abbiamo come sempre visitato il bookstore, che, oltre a vendere un po' la qualunque, fra le altre cose ha una sezione di film in qualche modo collegati alla Francia che hanno attirato la nostra attenzione.
Alcuni titoli li avevamo visti, poi ci è capitato sott'occhio questo "Zulu", diretto dal francese Jérôme Salle, ambientato in Sudafrica ed interpretato da Orlando Bloom e Forest Whitaker. La bionda lo voleva vedere e io mi sono impegnata a cercarlo.
Salvo scoprire poi, una volta a casa, che ce l'avevo già e me ne ero totalmente dimenticata.
E' che c'ho un'età, e non è che posso ricordarmi proprio tutto, no?
Comunque, il film è del 2013 ed è la pellicola che ha chiuso il festival di Cannes di quell'anno, anche se, curiosando qua e là, ne ho letto le peggio cose, su tutte il suo essere pieno di cliché da film poliziesco americano (laggente sono noiosi, si sa).
Sarà. Ma, nonostante i cliché, a me Zulu è piaciuto.
Il film inizia con la corsa di un bambino disperato, che cerca di sfuggire agli uomini che hanno torturato ed ucciso suo padre. La corsa si conclude sul tapis roulant di un moderno appartamento di Cape Town, e quel bambino è diventato il detective Ali Sokhela (Forest Whitaker) che viene chiamato ad indagare su un caso: il cadavere di una ragazza viene ritrovato nel giardino botanico.
Sul posto viene raggiunto dal collega Brian Epkeen (Orlando Bloom) e, potrei sbagliarmi, ma eccoci di fronte al primo cliché: poliziotto nero ligio al dovere e agli insegnamenti di Mandela, con un fardello di traumi psichici e fisici che levati, più poliziotto bianco sregolato, semialcolizzato, alle prese con un divorzio difficile, e rapporto complicato col figlio adolescente, ecc.ecc.
Preso atto? Bene, andiamo avanti.
L'omicidio sembra essersi consumato nel mondo della tossicodipendenza, ma, indagando, Epkeen e Sokhela scopriranno - a caro prezzo - che dietro c'è molto altro, che ha a che fare nientemeno con il Project Coast. Si spiegherebbero in questo modo anche le scomparse di un sacco di ragazzini delle township, di cui nessuno - tranne Ali e la sua anziana madre - sembrava preoccuparsi.


Whitaker e Bloom se la cavano in maniera più che dignitosa, non si lesinano pallottole e sangue a secchiate, e per il finale ci si sposta in Namibia, tra gli splendidi paesaggi del Soussousvlei e Deadvlei. 

11 giu 2015

Ho fatto cose, ho visto gente, ho speso soldi, son tornata da Parigi.

Sono un po' in fase apatia portami via, avete presente quando avreste voglia di fare qualcosa (nello specifico scrivere un post) ma allo stesso tempo non sapete bene di cosa parlare e quindi la voglia vi passa? Ecco.
Potrei parlare anch'io della famigerata quanto misteriosa questione dei cookies. ma, a parte non averci capito una beata minchia a quadretti, mi verrebbe da aggiungere che, conoscendomi, se in questo blog ci fossero dei cookies, io me li sarei già mangiati, e, se ne fosse rimasto uno da qualche parte, ormai sarebbe diventato come la Luisona.
Potrei anche raccontarvi che la settimana scorsa ho visto un film tanto tanto carino, che si intitola "Il fascino indiscreto dell'amore".
Si intitola così qua in Italia, ovviamente, perché il titolo originale sarebbe Tokio Fiancée. E' la trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico "Nè di Eva nè di Adamo" di Amélie Nothomb, di cui - nonostante abbia letto interviste e recensioni che mi hanno spesso incuriosito - non ho mai letto nulla. La protagonista è Pauline Etienne, già vista in La religiosa e  2 automnes 3 hivers, e l'ho trovata davvero molto brava. 
Potrei, dicevo, ma siccome non saprei esattamente cosa dire, non dico. Ma io e la bionda siamo uscite dalla sala col sorrisino ebete di quelle che hanno visto un film tanto tanto carino.


Sono stata a Parigi, cosa che non sarà sfuggita ai mie 4 follower(s) su Instagram. 
Sono stata a Parigi, per la settordicesima volta, credo.
E, per quanto potrà sembrare banale, io adoro Parigi. 
Infatti è proprio per questo che ci sono stata per la settordicesima volta. 
Il nostro volo è atterrato sabato alle 12.30, e alle 14.30 stavamo affrontando senza vergogna la nostra prima birra, in accompagnamento all'insalata presa nella prima brasserie trovata vicino al nostro hotel. Che certe abitudini bisogna mantenerle, e la Leffe alla spina è ormai il nostro rituale francese. 
E lo so che la Leffe è una birra belga, e che in Francia sarebbe più corretto bere Kronenbourg, al limite. Ma, potendo scegliere, e, soprattutto, dovendo pagare, io bevo quello che mi piace, soprattutto perché - almeno da queste parti - la Leffe alla spina non si trova facilmente. 
Detto ciò mi piacerebbe raccontarvi un po' di cose, ma cosa c'è ancora da dire su Parigi che la gente non abbia letto un po' ovunque e sappia già a memoria?
Ad esempio che, la prima domenica del mese, la maggior parte dei musei parigini sono ad ingresso gratuito, e noi ne abbiamo approfittato per visitare, nell'ordine:
il Musée Rodin (79 rue de Varenne - Mètro: Varenne linea 13 o Invalides linee 13 e 8 - RER C Invalides)
il Muséè du quai Branly (37 quai Branly - Métro Alma-Marceau o Iéna linea 9, Ecole Militaire linea 8, Bir Hakeim linea 6 - RER C pont de l’Alma oppure Champ de Mars - Tour Eiffel) dove volevo assolutamente vedere la mostra Tatoueurs, Tatoués.


Il museo (delle arti primitive o delle arti e civiltà d'Africa, Asia, Oceania e Americhe) è stato aperto nel 2006, ed è, a prescindere dalle mostre temporanee, molto interessante. Ad esempio, percorrendo la rampa di accesso agli spazi espositivi, si cammina sull'installazione permanente (di Charles Sandison) "The River", un vero e proprio fiume di parole in movimento, e l'effetto - credetemi - è, oltre che fluido, estremamente affascinante. 
Il Musèe d'Orsay, (1 Rue de la Légion d'Honneur - Métro Solferino, linea 12 - RER C, Musée d'Orsay) situato nell'ex stazione ferroviara (la Gare d'Orsay, appunto) dove ci siamo dedicate alla visita del 5° piano, quello dedicato agli impressionisti, e, per conludere, le Centre Pompidou, (place Georges Pompidou - Métro: Rambuteau linea 11, Hôtel de Ville linee 1 e 11, Châtelet–Les Halles linee 1, 4, 7, 11, 14 - RER A-B-D Châtelet–Les Halles)  dove potermi perplimere in tutta scioltezza di fronte all'arte contemporanea. Per quanto certe opere siano indubbiamente affascinanti, altre mi lasciano spesso interdetta, e mi ritrovo a guardarle con la tipica espressione della mucca che guarda il treno, sentendomi anche abbastanza deficiente. e con la convinzione che l'artista mi stia prendendo per il culo. Probabilmente è un mio limite, in quanto di arte, come di un sacco di altre cose, non capisco nulla. 
Ma, siccome non di solo cultura vive l'uomo (o, nel nostro caso, la donna) abbiamo deciso che, avendo risparmiato sull'acquisto di ben 4 biglietti di ingresso, potevamo fare le fighe e concederci il momento "dacci oggi il nostro birrino quotidiano" al bar in terrazza del Centro Pompidou, che, per una botta di fantasia davvero spinta, si chiama  Georges. dove una birra costa solo 9 euro, ovvero il doppio rispetto agli altri posti. Va detto però che per quella cifra ci hanno portato anche 8 olive. 

Portrait de femme algérienne, Marc Garanger. Algérie,
tirages d'exposition négatifs monochromes, 1965
Tatoueurs, tatoués




14 apr 2014

L'importanza di chiamarsi Ernesto



Ho letto tutto Oscar Wilde attorno ai 20 anni. 
E, sempre a 20 anni entravo per la prima volta al Père-Lachaise, per il mio pellegrinaggio fra le tombe di Jim Morrison, Edith Piaf, Marcel Proust, Moliere, Chopin, Isadora Duncan, e, ovviamente Oscar Wilde.
Confesso che rimasi un po' interdetta di fronte a quel monumento funebre, con quella che a me sembrava una brutta sfinge, e ancora oggi resto dell'idea che se fosse vera la frase che gli viene attribuita in punto di morte, "O se ne va questa carta da parati o me ne vado io!" (Either this wallpaper goes, or I do!), riferendosi alla brutta tappezzeria della camera in cui si trovava, avrebbe preso a martellate questo obbrobrio. All'epoca non era ancora di moda ricoprire la tomba di baci col rossetto, pratica che ha avuto inizio nel 1990, e il 30 novembre del 2011 (anniversario della morte di Wilde) è stata posta davanti alla tomba una vetrata protettiva, dato che i numerosi interventi di pulizia delle tracce d’inchiostro e di rossetto avrebbero danneggiato gravemente la pietra facendola diventare molto porosa e fragile.
Ma torniamo a noi.
Questa commedia in tre atti venne rappresentata per la prima volta a Londra nel 1985 e riscosse un successo strepitoso, ma breve. Infatti venne tolta dal cartellone dopo appena 6 repliche, a causa dello scandalo in cui rimase coinvolto Wilde, dopo aver querelato Lord Queensberry che lo aveva accusato pubblicamente di sodomia.
Ovviamente la traduzione in italiano non ha alcun senso, in quanto il titolo originale (The importance of being Earnest) usa un gioco di parole tra il termine "earnest" (serio, sincero) e il nome "Ernest", che, in inglese, si pronunciano nello stesso modo. 
Ma la commedia rimane assolutamente godibile, con il gusto del paradosso e permeata di quel sano cinismo che si prende gioco del periodo vittoriano, ma che, incredibilmente, risulta attuale ancora oggi.
E infatti la settimana scorsa sono andata a vederla a teatro.
La storia, per chi non la conoscesse, è questa
Portata in scena da Geppy Gleijeses, definito dalla critica teatrale "l'erede di Eduardo" (mah. Sarà), vede lo stesso Gleijeses nel ruolo di Worthing, e, scelta che io ho trovato alquanto bizzarra, e che, sinceramente, mi ha convinto davvero poco, Marianella Bargilli nel ruolo di Algernon. Siccome questa cosa mi incuriosiva (possibile che non si sia trovato un uomo che potesse ricoprire il ruolo?) sono andata a curiosare. Per scoprire che la Marianella in questione aveva partecipato alla terza edizione del Grande Fratello (e io me la ricordo grazie ai programmi della Gialappa's) e che, casualmente, è diventata la moglie di Gleijeses. E ditelo subito, no?
In ogni caso, superato lo stupore iniziale, ci si fa l'abitudine. 
E, appena compare in scena Lucia Poli nel ruolo di Lady Bracknell, si è disposti a perdonare tutto, Algernon versione Marianella compreso.
Semplicemente fantastica.
Infatti, non a caso, al termine gli applausi più fragorosi, sono stati riservati a lei.
Grandissima.