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venerdì 21 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Reazione a catena (1971)


La challenge horror, questa settimana, chiedeva la visione di un film non in lingua inglese. Ho scelto così Reazione a catena, diretto e co-sceneggiato nel 1971 dal regista Mario Bava.

Trama

Dopo la morte, per apparente suicidio, di una contessa, speculatori ed eredi si affrontano per il possesso di una baia...

Recensione

Dopo mesi passati a sbattermi nelle difficili ricerche di horror in lingua non inglese, sono stata colta, quasi alla fine della challenge, da un'illuminazione, ovvero che nella categoria rientrano anche film italiani. A tal proposito, sappiate che sia Chili che Plex vengono incontro, gratuitamente, allo spettatore che dovesse ritrovarsi privo di un DVD/Blu Ray di uno dei capolavori di Mario Bava, Reazione a catena, giustamente considerato il "nonno" dello slasher americano. Un "nonno" plagiato ed omaggiato più volte, soprattutto da Venerdì 13, che con Reazione a catena condivide l'ambientazione naturale e un paio di omicidi particolarmente efferati, ma anche l'indifferenza del killer nei confronti delle vittime, trattate alla stregua di sacchi di carne da uccidere nei modi più sanguinosi ma, attenzione, senza infierire. Non siamo nell'ambito del torture porn, per fortuna, e Reazione a catena ha comunque diverse attinenze col Giallo, di cui Bava era e rimane uno dei maestri indiscussi. Tutto parte, infatti, dall'omicidio di un'anziana contessa, anzi, da un doppio omicidio, in quanto, subito dopo la morte della donna, tocca al suo assassino perire per mano sconosciuta. I motivi sono da ricercarsi nell'eredità della contessa, proprietaria di una baia che fa molta gola agli speculatori edilizi, ma anche questi motivi, in realtà, poco importano a Bava e allo spettatore. Quello che è importante, all'interno di Reazione a catena, è dipingere personaggi sgradevoli che, per via della loro natura bieca, finiscono nelle maglie della reazione titolare ed intrappolati in un vortice di violenza che non risparmia nessuno, per motivi ben futili che si distanziano sempre più dall'idea di "eredità". Un' "ecologia del delitto" intesa, ovviamente, non come salvaguardia dell'ambiente (anche se, in alcuni dialoghi, viene toccato anche questo argomento, sempre usato come strumento per manipolare comunque l'ascoltatore e ripulirsi la coscienza), quanto studio della relazione tra gli uomini, attraverso l'occhio cinico e disincantato del regista. La violenza sembra quasi inevitabile, innata, e questo osservatore esterno si riserva il ruolo di studioso, di entomologo di questi insetti denominati "razza umana" (cit.), che si dibattono e si lanciano l'uno contro l'altro al punto che non importa più nemmeno perché; l'elemento giallo cade in secondo piano, ogni motivazione suona come una scusa perfettamente evitabile, c'è solo il gusto di "giocare" con la vita umana e tornare alla squallida vita di tutti i giorni come se non fosse successo nulla.

Questa scelta tematica è coerente con quella stilistica. I personaggi di Reazione a catena sono immersi in un ambiente naturale, all'interno del quale si muovono da una "tana" all'altra, accompagnati o da suoni naturali come il vento o gli uccelli, oppure da una colonna sonora tribale, che ne sottolinea la natura selvaggia, di scimmie violente. Dette scimmie possono darsi arie di intellettualità o raffinatezza, persino abbracciando hobby eccentrici come entomologia o cartomanzia, ma sempre scimmie restano, grette, violente ed impiccione, oppure, se giovani, mosse da irrefrenabili desideri sessuali. Accanto a questa natura grezza, ci sono le vestigia di una civiltà raffinata. Ville dall'arredamento moderno, night club abbandonati, magioni decadenti, sono tutti palcoscenici di delitti violentissimi, i cui effetti speciali terribilmente realistici sono stati affidati alla mano esperta di Carlo Rambaldi ed hanno assicurato a Reazione a catena un posto di diritto all'interno dei Video Nasties inglesi (ai quali, prima o poi, dovrò dedicare una rubrica). Effettivamente, alcune sequenze sono raccapriccianti. Gli omicidi all'arma bianca includono persone impalate, gole squarciate e teste spaccate come meloni ma, come ho scritto sopra, la caratteristica del film è che la cinepresa di Bava non mostra alcun compiacimento relativamente a queste sequenze. I delitti avvengono, punto, a prescindere che le vittime lo meritino o meno, ma sono rapidi ed efficaci, e la loro violenza indica disinteresse più che perversione. Sembra, insomma, che l'assassino colpisca con quello che ha sottomano, senza pensare alla sofferenza delle vittime, ma solo al modo più rapido di levarsele dai piedi (come dimostra il "due al prezzo di uno") e lo spettatore non può che rimanere angosciato non tanto dall'efferatezza, quanto dall'estrema futilità della vita umana. Nonostante ciò, Reazione a catena, come tutti i migliori gialli dell'epoca, non manca di ironia. E' un'ironia beffarda e gelida, per una volta non affidata a personaggi che ricoprono il ruolo di comic relief (anche se Laura Betti, in tal senso, è tristemente perfetta), quanto proprio alla reazione a catena del titolo, che tocca l'apice in un finale che è un compendio perfetto di humour nero, e che lascia lo spettatore di sale, davanti ad una delle opere più feroci della filmografia di genere italiana. 

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Mario Bava ho già parlato QUI. Nicoletta Elmi, che interpreta, non accreditata, la figlioletta di Renata e Alberto, la trovate invece QUA.

mercoledì 3 giugno 2015

La maschera del demonio (1960)

Ultimamente avevo un po' abbandonato i recuperi consigliati da Stephen King in Danse Macabre ma con oggi si ricomincia col botto visto che parlerò de La maschera del demonio, diretto e co-sceneggiato nel 1960 dal regista Mario Bava e tratto dal racconto Il Vij di Nikolaj Vasil'evič Gogol'!


Trama: due viaggiatori trovano la tomba della strega Asa, condannata a morte alcuni secoli prima, e accidentalmente la risvegliano, mettendo così in pericolo i suoi discendenti...



Può un horror girato nel 1960 fare tuttora paura? Accidenti se può! E accidenti alle circostanze che hanno portato Bava dall'esordire alla regia (tolte le collaborazioni con Freda) con una meraviglia come La maschera del demonio, caposaldo dell'horror mondiale, al mettersi al servizio della Rai per un congedo miserrimo come La venere d'Ille, di cui ho parlato nei giorni scorsi! Siccome ho visto i due film in un periodo abbastanza ravvicinato, il paragone mi viene spontaneo e per un paio di motivi. In entrambe le pellicole l'amore proibito e sensuale è uno dei temi fondanti ma mentre ne La venere d'Ille viene declinato in chiave soapoperistica, in La maschera del demonio il sentimento che nasce tra Katia e il fascinoso dottor Gorobec è subordinato a un'atmosfera perturbante, minacciosa, un'oscura sensualità interamente racchiusa negli occhi neri di Barbara Steele e nel suo sembiante aristocratico ed inquietante allo stesso tempo. Anche il tema del "doppio" è presente in entrambe le pellicole. La Venere assumeva le sembianze dell'interesse amoroso del protagonista ma il distacco tra le due donne era netto, facilmente intuibile; in La maschera del demonio la giovane principessa Katia è identica alla strega Asa, terribile antenata condannata a morte per empi atti di stregoneria e probabilmente anche incesto, e lo spettatore non è mai interamente sicuro di avere davanti l'una o l'altra, così come del resto non lo sono i protagonisti della vicenda che, ingannati dalla bellezza di Asa, vengono rapiti dal suo sguardo e trasformati in vampiri senz'anima, interamente asserviti al desiderio di vendetta della donna. Come già accadeva nel film I vampiri di Riccardo Freda, la figura del succhiasangue presente in La maschera del demonio non si rifà ai modelli stokeriani e per il suo film d'esordio "in solitaria" Bava sceglie di distaccarsi completamente dal mito del vampiro sdoganato dalla Hammer e di andare a scavare nel floklore dell'Europa dell'Est, adattando quello che era il suo racconto preferito di Gogol', Il Vij, e realizzando così un mix di gotico italiano e fiaba horror dal sapore "esotico" in grado di sorprendere e coinvolgere ancora oggi.


Il motivo per cui La maschera del demonio è tuttora incredibilmente affascinante non è solo per la trama accattivante e audace (non a caso il film è stato censurato in molti paesi) ma anche e soprattutto per la regia di Bava e per lo splendido bianco e nero della fotografia, che spesso ricorda più i film dell'espressionismo tedesco piuttosto che gli horror della Universal. Bava sciocca lo spettatore fin dalla prima, insostenibile sequenza, che ha per protagonista La maschera del demonio del titolo ed è talmente crudele da far impallidire molte delle produzioni attuali, ma non è finita qui; l'apparizione del viso di Asa nelle acque del lago, il suo lento ma inesorabile ritorno dalla morte, la resurrezione di Javutich e il rogo sul finale sono tutte scene magistrali e tuttora inquietanti. Il chiaroscuro della splendida fotografia è talmente ricco di sfumature che sembra quasi di avere davanti una pellicola a colori e, complice la natura estremamente dettagliata delle scenografie e degli esterni, immerge lo spettatore in un sogno (o un incubo?) ad occhi aperti mentre gli ininterrotti giochi di luci ed ombre rendono la divina Barbara Steele una figura irreale alla quale è impossibile fuggire, nel bene o nel male. Barbarona potrà anche essersi trovata male sul set a causa dei pregiudizi nei confronti delle produzioni italiane e delle difficoltà legate alla lingua  ma ciò non toglie che la sua consacrazione ad icona horror è giustamente cominciata con questo film. Lo sguardo allucinato di Asa e le ferite inflittele dalla terribile maschera bucano lo schermo con una forza impressionante ma in generale è la mera presenza scenica della Steele, il suo sembiante sensuale ed innocente allo stesso tempo, ad imporsi all'attenzione dello spettatore e a sconvolgere l'atmosfera della pellicola persino nelle scene in cui l'attrice è assente perché tutti i personaggi paiono sempre scrutare nell'oscurità, in attesa dell'arrivo della terribile e crudele strega. Se non avete mai avuto modo di godere di questo caposaldo dell'horror italiano e mondiale cercate di recuperarlo il prima possibile, vi si aprirà un mondo, ve lo garantisco!


Del regista e co-sceneggiatore Mario Bava ho già parlato QUI mentre Barbara Steele, che interpreta Asa/Katia, la trovate QUA.

John Richardson interpreta il Dottor Andre Gorobec. Inglese, ha partecipato a film come Un milione di anni fa, La donna venuta dal passato, I corpi presentano tracce di violenza carnale, Scuola di ladri - parte seconda e La chiesa. Ha 71 anni.


Arturo Dominici interpreta Igor Javutich/Javuto. Originario di Palermo, ha partecipato a film come Caltiki - Il mostro immortale, Ercole contro Moloch, I promessi sposi, Danza macabra, L'indomabile Angelica, Angelica e il gran sultano, Satiricosissimo, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Il trucido e lo sbirro; come doppiatore, ha lavorato per il film Vip, mio fratello superuomo. E' morto nel 1992 all'età di 74 anni.


La ragazza che interpreta la giovane figlia dei locandieri è Germana Dominici, figlia proprio di Arturo Dominici. All'estero La maschera del demonio è incappato in molti problemi di censura e vari ridoppiaggi, tanto che in America ne esistono quattro versioni con quattro titoli diversi (Black Sunday, Revenge of the Vampire, The Mask of Satan e La maschera del demonio); del film esiste inoltre un remake del 1989 diretto dal figlio di Mario Bava, Lamberto Bava, con Debora Caprioglio (all'epoca signora Kinski) nei panni della vergine (!!) ed Eva Grimaldi in quelli della strega. Credo tale remake sia recuperabile sul tubo ma non ci giurerei... il mio animo trash quasi bramerebbe vederlo ma se voi non siete pazzi come la sottoscritta e avete amato La maschera del demonio recuperate piuttosto I tre volti della paura. ENJOY!

martedì 26 maggio 2015

Bollalmanacco On Demand: La Venere d'Ille (1981)

On Demand particolare, quello di oggi. Qualche tempo fa, infatti, Galerius mi aveva chiesto di guardare La Venere d'Ille, ultimo film di Mario Bava, co-diretto col figlio Lamberto che della pellicola è anche co-sceneggiatore. Quello che non avevo capito, però, è che La Venere d'Ille fosse un episodio della serie TV I giochi del Diavolo! Per la cronaca, il prossimo film On Demand sarà... Oggesù... Paganini. ENJOY!


Trama: nei terreni di un nobile spagnolo viene ritrovata la statua di una Venere. Il nobiluomo, orgoglioso del ritrovamento, espone la preziosa opera in giardino ed invita Mathieu, giovane artista e studioso parigino, ad ammirarla, proprio pochi giorni prima del matrimonio tra il figlio e la bella ereditiera Clara...



Per chi, come me, è abituato ad associare il nome Bava al giallo o all'horror gotico la visione de La Venere d'Ille è un'esperienza spiazzante. La definizione di horror gotico, in effetti, gli calzerebbe anche a pennello, non solo per l'ambientazione ma anche per la presenza di un protagonista sensibile e tormentato e per i misteri che circondano l'antica statua della Venere.. se non fosse che, per almeno quaranta minuti, questi elementi vengono messi in secondo piano da quella che, in definitiva, è una storia d'amore platonico nata tra un giovanotto e una donna in procinto di sposarsi. La Venere del titolo sembra quasi fare da cornice all'approfondimento psicologico di personaggi che sarebbero ben delineati anche senza la presenza di questo elemento "perturbante". La famiglia del proprietario terriero, un arricchito con pose da uomo di cultura anche troppo viscerale per nascondere le sue origini, comprende una moglie e un figlio che non fanno alcuno sforzo per dissimulare la loro natura di burini e, ovviamente, nemmeno alcun tentativo di nascondere lo scopo puramente economico del matrimonio tra Clara ed Alfonso; a rompere questo "equilibrio" ci pensa il timido, colto e raffinato Mathieu, che subito si invaghisce (probabilmente ricambiato) di Clara ma è così signore da sfogare il proprio tormento dedicandosi a ritrarre la fantomatica Venere, le cui sembianze sono anche troppo simili a quelle della promessa sposa. Insomma, La Venere d'Ille sarebbe in poche parole il racconto di un ideale triangolo amoroso, di passioni trattenute, di amori calpestati dalla lussuria e dal bieco interesse, con l'aggiunta di un'oscura statua che le superstizioni popolari vorrebbero maledetta e che arriverà a poco a poco a minacciare la vita e le certezze dei protagonisti. Negli ultimi cinque minuti di pellicola, ça va sans dire.


E il tocco del Maestro?, direte voi? Eh, il tocco di Bava padre si vede giusto sul finale e nelle riprese notturne di corridoi e stanze, durante le quali si respira un'atmosfera assai inquietante, alimentata da rumore di passi, riprese di scale e porte chiuse, ombre nascoste da sottili baldacchini e un singolo, minaccioso spruzzo di sangue. Il resto (purtroppo e non me ne voglia Galerius che mi pare assai affezionato all'ultima opera di Mario Bava)  è anche troppo simile a una puntata de Il segreto per essere anche solo lontanamente apprezzabile; considerata la natura di produzione televisiva di La Venere d'Ille, sono stranamente belli i costumi e suggestive le scenografie ma registicamente parlando è la sagra del piattume. Gli attori invece li ho trovati tutti perfettamente calzanti, soprattutto il sanguigno Mario Maranzana nei panni del Signore De Peyrehorade, suo "figlio" Fausto Di Bella ("raffinatissimo" manzone che forse qualcuno ricorderà come fidanzato di Marisol in Un sacco bello, ma nella sua filmografia spuntano anche Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda tutta calda, Emmanuelle Nera: Orient Reportage e Novelle licenziose di vergini vogliose, quindi potete immaginare il genere di attore, perfetto per interpretare un giovane e arrapato porco fedifrago!) e una Daria Nicolodi talmente magra, giovane e graziosa da essere quasi irriconoscibile. Come avrete capito, La Venere d'Ille non mi ha appassionata granché quindi non vi consiglierei di diventare matti per recuperarlo ma se siete dei fan scatenati di Bava, vi piacciono questo genere di miniserie un po' vintage o siete semplicemente curiosi... perché no?


Del co-regista Mario Bava ho già parlato qui, mentre qualche notizia sul co-regista e co-sceneggiatore Lamberto Bava la trovate qua. A queste coordinate, invece, trovate Daria Nicolodi, che interpreta Clara.

Marc Porel (vero nome Marc Landry) interpreta Mathieu. Svizzero, ha partecipato a film come Non si sevizia un paperino, Sette note in nero e Il marchese del Grillo. Anche sceneggiatore, è morto nel 1983, all'età di 34 anni.


La serie I giochi del Diavolo è stata trasmessa su Rai 2 nel maggio del 1981 e constava di sei episodi da un'ora; il tema comune era la letteratura fantastica del diciannovesimo secolo e le opere da cui trarre ispirazione erano state selezionate nientemeno che da Italo Calvino! Gli altri episodi della serie sono L'uomo della sabbia (diretto da Giulio Questi e tratto dall'omonimo racconto di E.T.A. Hoffmann), La presenza perfetta (diretto da Piero Nelli e tratto dal racconto Il fantasma di Edmund Orme di Henry James), La mano indemoniata (diretto da Marcello Aliprandi e tratto dal racconto La mano incantata di Gerard de Nerval), Il diavolo nella bottiglia (diretto da Tomaso Sherman e tratto dall'omonimo racconto di Robert L. Stevenson)e Il sogno dell'altro (diretto da Giovanna Gagliardo e tratto dal racconto Il fu signor Elvesham di H.G.Wells), tutti disponibili sul Tubo nel caso foste curiosi di dargli un'occhiata. ENJOY!

giovedì 31 luglio 2014

Mario Bava Day: Sei donne per l'assassino (1964)


Oggi la blogosfera unita festeggia un regista italiano tra i più amati, ovvero il buon Mario Bava. Orgoglio nostrano in più di un senso visto che, nonostante si sia poi insediato a Roma, il regista è nato a Sanremo, in Liguria, nel 1914. Quindi, per ribadire l'innegabile supremazia ligure, ho deciso di guardare Sei donne per l'assassino, diretto da Mario Bava nel 1964.


Trama: un assassino comincia ad uccidere le modelle che lavorano in un atelier di moda. Tra droga, ricatti e misteriosi diari il mistero si fa sempre più fitto...



Pur amando l'horror e, relativamente, il giallo all'italiana, di Mario Bava avevo visto solo La maschera del demonio e I tre volti della paura. Convinta com'ero di non avere altro che questi due film in casa ho inveito contro i blogger che se li sono accaparrati (scherzo, vi lovvo!) quando a un tratto ho rinvenuto in mezzo alla polvere questo Sei donne per l'assassino, che mai avevo visto prima d'oggi. Male, molto male!! Intanto shame on me perché la pellicola di Bava è praticamente la Bibbia a cui si è rifatto ogni altro regista intenzionato a girare gialli, Dario Argento in primis (le inquadrature iniziali di Sei donne per l'assassino mi hanno ricordato un sacco Suspiria), poi perché il film in questione è veramente bello e, per quanto al giorno d'oggi risulti zeppo di cliché che possono fare sorridere, riesce ad intrattenere dall'inizio alla fine. Il canovaccio è piuttosto esile: le sei donne del titolo (le ho contate, sono proprio sei!!) vengono uccise una ad una da un killer letteralmente senza volto. Ovviamente, il divertimento sta innanzitutto nello scoprire l'identità dell'assassino, cosa che sono riuscita a fare poco dopo aver passato la prima metà del film, e nell'assistere ai fantasiosi modi in cui il bruto fa scempio delle povere fotomodelle: niente di troppo gore, per carità, ma l'utilizzo di un triplo uncino e di una stufa fanno il loro effetto anche dopo 40 anni, senza contare il gusto sadico con cui Bava indugia sui volti sofferenti e sfigurati delle belle fanciulle. Neanche a dirlo, le motivazioni finali dell'assassino sono risibili e anche troppo esagerate, equivalgono al bruciare un nido di calabroni scagliando una bomba atomica nel circondario ma così è, il pubblico dell'epoca non aveva bisogno di grandi motivi e cervellotiche spiegazioni ed era molto meno smaliziato di quanto potremmo essere noi. Sei donne per l'assassino quindi potrebbe essere un giallo come tanti... se non fosse che la mano dell'Autore si riconosce eccome.


Sei donne per l'assassino, infatti, è innanzitutto bello visivamente, fin dai quei titoli di testa accompagnati da un'accattivante e sculettosa melodia (Bossa nova? di musica ci acchiappo proprio poco...). Il regista ci conduce per mano all'interno di un'atelier dove il lusso e la decadenza imperano e dove il salotto principale è popolato da inquietanti manichini dai colori accesi (il rosso e il blu la fanno da padroni) sui quali la macchina da presa indugia spesso e volentieri, mostrando alternativamente questi pupazzi privi di vita e le fotomodelle, quasi a voler precorrere il loro destino e a mostrarcele altrettanto frivole e vuote. Il primo omicidio, così come quelli che seguono, è il perfetto manuale dei codici del Giallo all'italiana, con l'assassino che si confonde tra le ombre di tempestosi boschi solitari o compare e scompare come un fantasma all'interno di case abbandonate dalle architetture impossibili mentre la povera vittima si aggira sempre più inquieta e perduta... ed è più la tensione provata nell'attesa del colpo inferto a scuotere lo spettatore rispetto all'assassinio in sé. Altrettanto interessanti sono le carrellate sui possibili colpevoli durante la sfilata, durante la quale lo sguardo di tutti i personaggi (uno più sospetto dell'altro, ovviamente) è attirato da una borsetta nera contenente il diario della prima vittima che a un certo punto sparisce, una bella sequenza girata apposta per trarre in inganno lo spettatore, così come molti altri dettagli inseriti nel corso di alcune scene chiave girate in modo da mettere la pulce nell'orecchio anche ai più scafati... e, alla fine, credetemi, tutto tornerà alla perfezione, come il meccanismo di un orologio svizzero. Si può sicuramente trovare un difetto a Sei donne per l'assassino ed è il livello altalenante della bravura degli interpreti, ma anche così nella pellicola predominano una tale cura, qualità e stile che su questo dettaglio si può benissimo sorvolare.. ed è per questo che Mario Bava merita il nostro e mille altri omaggi!

A tal proposito, i festeggiamenti continuano su questi blog... ENJOY!

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Montecristo
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Non c'è paragone
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La fabbrica dei sogni
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