martedì 30 luglio 2019

Roba che non serve a niente. Ma che è così figa.


Che qualche volta comperi roba assolutamente inutile ([i-nù-ti-le] agg. Che non serve perché superfluo, inefficace o inutilizzabile) non è esattamente una novità per me – anni fa ci creai apposta la tag che trovate in fondo il post – ma diciamo, ecco, che sono in buona compagnia, giusto?

Il fatto è che ogni tanto ti passa sotto gli occhi della roba come questa, tipo il numero 50 di Electronic Sound, magazine britannico dai testi ben curati, bel design e ottime fotografie (copia cartacea a 5 sterline, PDF scaricabile a tre) che ha la bella idea di ripubblicare una versione estesa dell'intervista con Karl Bartos rilasciata nel 2013 in occasione dell'uscita del suo Off The Record... stavolta accompagnandola a un singolo da sette pollici con due tracce tratte dal suo album (Without A Trace Of Emotion e Vox Humana).
Il sette pollici non è in vendita nei negozi, ha una copertina apribile esclusiva (che adoro) e un poster.
Ed è andato esaurito nel giro di pochissime settimane.
Non ho idea se diventerà un pezzo da collezione o meno (sono uscito da anni dalle logiche perverse del collezionismo), ma la cura editoriale e il design erano davvero alti, così mi sono messo a cercare su eBay... e ne ho trovato una copia offerta da un venditore in Spagna, ancora sigillata, al prezzo di una cena in pizzeria.
Per ottenere una rivista che probabilmente leggerò una sola volta, comprendendo grosso modo il sessanta per cento del contenuto dall'alto della mia conoscenza della lingua inglese, e naturalmente per un pezzo di vinile che non posso in nessun modo ascoltare – perché l'ultimo giradischi funzionante in casa mia è stato un piatto Akai acquistato sul finire degli anni ottanta e rottamato senza clamori intorno i primi duemila... ma, credetemi, esposto su uno dei miei scaffali, questa magnifica copertina minimale rossa e nera fa un gran bell'effetto.

E, prima che qualcuno di voi possa sentirsi molto più furbo di me, vi invito ad alzare lo sguardo e a contemplare tutta la roba che tenete in casa, nell'armadio, nei cassetti, sotto il letto, in garage o ancora a casa di genitori compiacenti e che risponde – con sconvolgente esattezza – alla definizione giusto in apertura di questo post... almeno, questo occupa poco spazio.


venerdì 26 luglio 2019

[cosplay in progress] Death Star Trooper.


I soldati della Marina imperiale, noti anche come Imperial Navy Trooper sono stati immaginati da George Lucas nel suo macroverso di Star Wars come una sezione particolare dei reggimenti della flotta imperiale.
Seppur ben equipaggiati e adeguatamente addestrati per il combattimento, non venivano impiegati in scontri a terra frequentemente quanto i loro più popolari colleghi stormtrooper in armatura bianca, ma prestavano prevalentemente servizio a bordo degli Star Destroyer e altre installazioni, come la famigerata Morte Nera nel ruolo di soldati e guardie di sicurezza, protezione dei blocchi di detenzione, controllo degli scudi deflettori, monitoraggio degli array di sensori, controllo del traffico degli hangar e la guida del superlaser. 
Possiamo notarli già nel primo Star Wars (A New Hope) come sentinelle nella sala conferenze principale sulle Morte Nera, scortare Darth Vader nella stanza degli interrogatori o monitorare le apparecchiature nella sala controllo del laser principale che ridurrà in polvere Alderaan. 

Chiamati anche Death Star Trooper, furono i primi a indossare il caratteristico elmetto piombato nero e l'uniforme nera che presto si diffuse alle altre unità militari della Marina imperiale; la loro arma principale era una pistola blaster SE-14 o un fucile blaster E-11, e dovevano la loro lealtà alla Marina imperiale e allo stesso Grand Moff Tarkin – in contrapposizione agli stormtroopers, che erano fedeli all'Imperatore Palpatine .



Come per qualsiasi altro costume dell'universo di Star Wars, per ottenere un'approvazione ufficiale dagli organi riconosciuti da Lucasfilm e da Disney, vanno rispettate scrupolosamente le indicazioni contenute nel databank della 501nesima Legione.
Alla voce Imperial Navy Trooper, scopriamo, ad esempio, che caratteristiche deve avere il caratteristico elmetto (chiaramente ispirato nel design a quello kabuto dei samurai medievali): la  dimensione esatta della cupola in plastica, dei fori e dei blocchi auricolari.
Seppur non popolare come l'iconica maschera blindata di Darth Vader o l'elmetto bianco degli assaltatori imperiali, è possibile trovare in commercio alcune repliche ben realizzate, che rispondono ai requisiti del databank della 501nesima Legione. 
Il mio proviene da Ross Walmsley, un propmaker inglese che mi ha assemblato e spedito l'elmetto in meno di quattro settimane. L'elmetto è leggero, reso più confortevole da un'imbottitura in schiuma, ha un buon livello di dettaglio e non costa una fortuna.


Il resto dell'uniforme è costituito da una divisa standard da ufficiale in gabardine nero, pantaloni da cavallerizzo e stivali da equitazione: quello che la distingue dalle altre, è l'assenza dei cilindri di codice e dai gradi sul petto, la presenza di box metallici sul cinturone e dei guanti che arrivano a metà avambraccio.
Esistono tuttavia fino a quattro versioni di questo outfit, ognuna soggetta a differenti omologazioni, che differiscono tra loro per piccoli dettagli (le differenze sono dovute alle modifiche introdotte dai costumisti nei diversi film della saga in cui sono apparse le Imperial Navy Troopers).




A completare l'equipaggaimento, c'è naturalmente un blaster, l'arma corta a energia dell'universo di Star Wars. Gli Imperial Navy Trooper hanno più di un modello in dotazione, ma io ho scelto l'SE-14. Secondo il database ufficiale, si tratta di una pistola blaster semiautomatica in grado di sparare raffiche da 5 colpi. Consente di infliggere rapidamente dei danni al nemico, ma che va incontro a un surriscaldamento che la rende inutilizzabile per qualche secondo.
Molti propmaker producono e vendono repliche dell'SE-14, alcune delle quali sono stampate direttamente in 3D.
La mia replica è stata costruita da Andrea Zanichelli, da anni un nome noto nelle legioni per la qualità delle sue riproduzioni: leggera e molto dettagliata, è pensata per essere riposta in una fondina di cuoio nero assicurata al cinturone.

La mia prima apparizione come Death Star Trooper è prevista per il prossimo Romics, tra due mesi e spicci (sempre che, una volta completato l'outfit, riesca ad ottenere l'approvazione ufficiale): se vi va di vederlo dal vivo, passate allo stand della 501nesima Legione e dovrei assomigliare a questa immagine qua sotto.

giovedì 25 luglio 2019

Sagrada Familia: un antenna puntata verso Dio.


La prima volta che visitai la Sagrada Familia fu nel 1988, e all'epoca non aveva ancora nemmeno il tetto. Ogni mia successiva visita a Barcellona, tornavo a vedere, come un vecchio che studia un cantiere, come procedevano i lavori di completamento di quello che tuttora giudico il più straordinario edificio mai realizzato dall'uomo – e probabilmente la massima espressione dell'ingegno umano applicato all'arte, permeato di un'ideologia così forte che traspare da ogni dettaglio, da ogni rilevo, ogni statua, ogni mattone.
La Sagrada Familia parla.

La Sagrada Familia è entrata da un paio d'anni nella sua fase finale di costruzione, e diventerà presto l'edificio più alto di tutta l'Europa: l'architetto capo Jordi Fauli – che è poi quel signore barbuto che vedete nelle foto in fondo il post – ha affermato che sarà proprio la Torre di Gesù Cristo, la più alta delle sei (172 metri) e in posizione centrale a completare la meraviglia architettonica concepita un secolo fa da Antonio Gaudí.
Il completamento delle torri e della maggior parte della struttura della chiesa è previsto per il 2026, l'anno del centenario della morte di Gaudi... ma ci saranno ancora alcuni elementi da finire, come le decorazioni, che richiederanno ancora dai quattro ai cinque anni di lavoro. Il budget totale è di 374 milioni di euro, finanziato interamente da donazioni e biglietti di ingresso.

Janet Sanz, responsabile della pianificazione urbana, ha raccontato che le autorità hanno scoperto solo nel 2016 che la Sagrada Familia non aveva mai ricevuto – tecnicamente – il permesso di essere costruita... fin da quando Gaudí ne inoltrò richiesta nel remoto 1882 al comune di Barcellona (e poi noi ci lamentiamo delle nostre lungaggini).
Fortunatamente per tutta l'umanità, Gaudí era un anarchico: se ne fregò della burocrazia e diede inizio lo stesso ai lavori della più grande realizzazione abusiva di tutti i tempi.

Oggi, dopo decenni di trattative, la (ridicola) questione dei permessi è stata risolta (la firma è avvenuta il 7 giugno scorso), anche se dietro l'esborso di 4,6 milioni di euro da parte della fondazione che gestisce la basilica... il che può sembrare un'enormità, ma va anche detto che Il Consiglio Comunale di Barcellona è responsabile di rendere possibile l'accesso principale del tempio, e per questo dovrà procedere con la demolizione di diversi edifici ed appartamenti.


La Sagrada Familia, dunque, una volta completata svetterà su Barcellona con la bellezza di diciotto torri. In questo momento, solo otto sono finite, e in costruzione ce ne sono altre sei, oltre quella di Gesù Cristo, quella della Vergine e quelle dei quattro evangelisti (nel video si capisce molto meglio).
Le torri sono costruite con pannelli di pietra che hanno funzione sia decorativa che strutturale: la tecnica di tensionamento si basa sulla perforazione di pezzi di pietra con fori circolari per poter introdurre barre di metallo in acciaio inossidabile (QUI trovate molti più dettagli su questa tecnica).

Le fotografie di questo post sono state raccolte da Ted Thornhill e John Hutchinson per MailOnLine e sono uno straordinario reportage di una delle più imponenti realizzazioni del nostro secolo. Vi consiglio di guardare anche i tre brevi video in coda: sono spettacolari pure quelli, e valgono i pochi minuti del vostro tempo.

La prima pietra fu posata il 19 marzo 1882 su progetto neogotico elaborato dall'architetto Francisco de Paula del Villar y Lozano.

Quando, nel 1922,  fu chiesto a Gaudí quando i lavori del tempio sarebbero terminati, questo rispose: Il mio cliente non ha fretta.
Gaudi, nella sua visione, era convinto che il suo cliente fosse Dio... e poiché non vi era nessuna fretta di finire, il primo edificio costruito fu la scuola per i figli degli operai, un umile edificio in mattoni modellato dai conoidi che, ai tempi, meravigliò anche un tipo come Le Corbusier.

Le torri dedicate agli apostoli, agli evangelisti, a Maria Vergine e a Gesù, per il loro aspetto bizzarro sono state paragonate a termitai o a castelli di sabbia. Gaudì non si accontentò delle forme disponibili nella storia dell'architettura... ma attinse al repertorio della natura con l'intento di migliorare tenuta e staticità. Ogni torre ha una struttura paraboloide e, all'interno, una scala ispirata alle lumache di mare, mentre le colonne della basilica sono concepite come una foresta.

“La linea retta è la linea degli uomini, quella curva la linea di Dio.” (Antoni Gaudí) 
Le colonne della Sagrada Familia rappresentano, architettonicamente una novità assoluta: partono in un modo ed elevandosi, cambiano, "sintonizzate per raggiungere il cielo."
Il risultato, è che l'interno del tempio ha una struttura più simile a una foresta che a una chiesa. Gaudí pensò che questo ambiente avrebbe permesso all'essere umano di sentirsi più vicino a Dio. 

Gaudi era un cattolico fervente, e dedicò la sua intera vita al progetto della Sagrada Familia. Incorporò simboli cristiani e forme organiche in un insieme assolutamente unico.
Gaudì è stato associato a occultismo, numerologia, spiritismo, passando – ovviamente – per l'uso di sostanze allucinogene. Sono molte le immagini della Sagrada Familia interpretate in chiave massonica ed esoterica: dal labirinto al triangolo, dal tau alla stella di David, dal pellicano alla piramide... ma storicamente non c'è alcuna prova che leghi Gaudi alla massoneria – in un contesto in cui questa era legale e pubblici i nomi degli iscritti.




mercoledì 24 luglio 2019

Cosa aspettarci da Terminator: Dark Fate.

In occasione del recente Comic-Con di San Diego, è stato diffuso un nuovo footage (con immagini inedite) del prossimo capitolo di una delle saghe fantascientifiche più popolari degli ultimi trent'anni.
Cinque film e una serie TV (abortita già nel 2009), serie a fumetti, romanzi, videogiochi, un personaggio che è diventato un'icona... ma, ad ascoltare i fan duri e puri, due soli lungometraggi sono davvero buoni, e gli altri campano di luce riflessa, perdendosi in script scadenti e confusi e consolidando le prime due pellicole come due cult insuperati.
Se lo chiedete a me, ecco in poche righe cosa penso di ognuno dei film della saga di Terminator.

The Terminator, 1984, regia di James Cameron
Un film a basso budget che è diventato un classico quasi senza volerlo. Del tutto privo di umorismo, è graziato da un cast straordinario e dalla figura iconica di Arnold Schwarzenegger nel ruolo del cyborg inarrestabile venuto dal futuro. Cameron mette assieme un macroverso coerente e credibile, gioca coi paradossi temporali e confeziona un thriller inattaccabile supportato dai magnifici effetti visivi di Stan Winston.

Terminator 2 - Il giorno del giudizio, 1991, regia di James Cameron
Uno dei rarissimi casi in cui il sequel è quasi superiore all'originale. Uno script a prova di bomba, che riesce a non essere un semplice remake del predecessore ma con molti più soldi. Cast, colonna sonora, effetti speciali (firmati dalla ILM) ancora ottimi (e rivoluzionari per l'epoca), rispetto della continuity: Cameron recupera il suo primogenito e lo sviluppa degnamente.

Terminator 3 - le macchine ribelli, 2003, regia di Jonathan Mostow
Cameron non viene coinvolto nella realizzazione di quuesto sequel, e si vede: i toni drammatici e cupi dei primi due capitoli sono dimenticati a favore di una messa in scena ironica e quasi parodistica che disintegra l'iconografia classica di Terminator. Infelici scelte di casting, una Terminator donna di cui nessuno sentiva il bisogno, scene d'azione ben coreografate ma già dimenticate da tutti.
Dove il film rialza la testa è nei dieci minuti finali: Mostow spiazza tutti scippando il pubblico dell'happy end, ma non è abbastanza per salvarlo.

Terminator Salvation, 2009, regia di Joseph McGinty Nichol
Ricordo che in QUESTA recensione lo feci letteralmente a brandelli. A posteriori, riconosco di essere stato troppo severo: gli vanno riconosciuti i meriti di aver osato immaginare un mondo post-giorno del giudizio, con più di un'invenzione visiva (vediamo per la prima volta i modelli precedenti di Terminator, la base di Skynet, John Connor in azione) ma con uno script completamente sballato, fuorviante e praticamente privo di agganci col resto della filmografia. È anche l'unico film della saga senza Arnold Schwarzenegger, presente solo in un cameo digitale.

Terminator Genisys, 2015, regia di Alan Taylor
Un ennesimo prodotto non altezza né delle aspettative né della mitologia: punta fortissimo per tutta la prima metà sul citazionismo illudendosi di campare di rendita ricalcando scene e topoi di Terminator e di T2, ma si affossa da solo con uno script contorto, ripetitivo, con una pretesa di denuncia sociale da quattro soldi e un cast sbagliato dall'inizio alla fine. Schwarzenegger ritorna, ma comincia ad essere fuori tempo massimo per il ruolo. QUI trovate la mia recensione completa.

Cosa aspettarsi, allora, da questo imminente Terminator: destino oscuro?
Quello che fa ben sperare è il ritorno di James Cameron alla produzione (ma non alla regia), e la ricomparsa di Linda Hamilton come anziana (avrei voluto scrivere matura, ma i suoi 63 anni si vedono tutti) badass dal bazooka facile. E poi, sì, c'è ancora Arnold, è ancora ultrasettantenne, chissà se ci crede ancora – già in Terminator 3 recitava col minimo dell'impegno possibile, anche considerando la natura robotica del suo ruolo – e dai teaser trailer si evince poco della storia, a parte le solite esplosioni e le solite acrobazie di stuntman reali e digitali.
E Terminator era, prima di ogni altra cosa, una bella storia.
Terminator: destino oscuro ignora dichiaratamente tutti i sequel dopo Il giorno del giudizio, riprendendo là dove Cameron aveva lasciato. E questo potrebbe essere un bene... ma alcune robe e un paio di anticipazioni sulla trama mi hanno ricordato fortissimo The Sarah Connor Chronicles, la mediocre – e decisamente matriarcale serie tv a cui accennavo prima, che si è fatta dimenticare molto, molto in fretta (anzi, scommetto che molti di voi che leggete non ne avete visto neanche un episodio).
Che dire? Spero di sbagliarmi.
Tanto, una chance gliela si dà lo stesso (figuriamoci se non gliela si dà), e a novembre mancano tre mesi e spicci.
Se lo amate come me, incrociate le dita e pregate che non faccia troppo schifo.


martedì 23 luglio 2019

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (3).


È David Bowman il vero odisseo di Kubrick, il navigatore che – per mari perigliosi – resterà il solo superstite della missione Discovery.
Guarda coi suoi (assieme glaciali ma umanissimi) occhi azzurri dentro l'unico occhio (come quello del Ciclope dell'Odissea) rosso di HAL cercando verità, senza sospettare il tradimento (possiamo progettare un dispositivo sicuro contro gli incendi e la stupidità, ma non possiamo progettarne uno che sia sicuro contro la malizia deliberata), fissandolo dritto nella sua anima artificiale... e senza poter immaginare che di lì a poco – è incredibile quanto ci metteranno gli eventi a precipitare – sarà costretto a procedere alla sua lobotomia, escludendo l'unica forma di coscienza rimasta a bordo della nave.
Bisogna restare soli per tuffarsi nell'abisso, sembra suggerirci Kubrick, e sordi al canto delle sirene: Bowman non può commuoversi alla canzoncina che HAL intona nei suoi ultimi secondi di consapevolezza, deve partire per un altro universo, libero dalle grettezze dell'io e dove la sua stessa pelle dovrà cambiare, consumata a ipervelocità in uno dei montaggi più magistrali della storia del cinema.

Per realizzare il ritratto di David Bowman ho usato le stesse tecniche che vi mostrai QUI, QUI e QUI


domenica 21 luglio 2019

Picard, il nuovo trailer.

Una notizia buona e una cattiva: la buona è che è stato appena diffuso il nuovo trailer di Star Trek: Picard, la nuova serie prodotta da Amazon e CBS con protagonista Patrick Stewart nel ruolo dell'ex comandante dell'Enterprise.
La cattiva, è che il lancio è stato posticipato al 2020.
Prima di allora, ci restano questi bei poster promozionali e le immagini contenute nei due minuti e spicci del trailer, popolata di volti ben noti a qualsiasi fan di Star Trek come Brent Spiner (Data), Jonathan Frakes (William Riker), Marina Sirtis (Deanna Troi) e Jery Ryan (Sette di Nove) che hanno – prevedibilmente – messo letteralmente il turbo all'hype che già montava intorno la serie.

Che dire? Stewart ha la faccia giusta per un'operazione di questo tipo (sufficientemente iconica da far perdonare con la sua sola presenza eventuali soggetti fiacchi o falle di sceneggiatura), il macroverso di Star Trek è talmente ampio da poter campare anche solo di richiami e rimandi a questa o quella civiltà/personaggio/situazione, e il livello tecnico mi sembra altissimo come già lo è in Discovery.

Quindi direi che Picard è uno dei successi annunciati del prossimo anno, e personalmente, pur non essendo un fan sfegatato di The Next Generation (lo dico in due righe: gran bella epopea, col gigantesco merito di avere retto il confronto con la TOS, ma che risente di tutti i difetti delle produzioni televisive di quell'epoca) sono davvero curioso di guardarla.


giovedì 18 luglio 2019

Max Headroom. 20 Minuti nel futuro.


Nel 1987, il termine cyberpunk (corrente letteraria e pseudoartistica in cui prosperava gente sconosciuta fino al giorno prima come William Gibson, Bruce Sterling o John Shirley) era sulla bocca di tutti... e Max Headroom, serie TV britannica scritta da Annabel Jankel e Rocky Morton sembrò arrivare al momento giusto nel posto giusto, promettendo di affrontare tematiche quali la registrazione delle coscienze umane su giganteschi mainframe, lo sfruttamento della pubblicità subliminale, la manipolazione massiva dell'informazione e – naturalmente – gli sviluppi imprevedibili dell'intelligenza artificiale.

Di fatto, la serie trasmessa da Channel 4 venne edulcorata già dal primo episodio (il pilot, 20 minutes into the future, venne completamente rigirato per la televisione) trasformandola in qualcosa più da tv dei ragazzi che altro... il protagonista Max Headroom che dava anche il titolo alla serie, una delle primissime creature digitali di fantasia che prendeva autocoscienza alla fine del primo episodio, si ridusse a parlare come un qualsiasi dj dell'epoca e divenne – suo malgrado ma neanche tanto – un'icona pop che venne sfruttata per video musicali e spot pubblicitari.


La fortuna di Max Headroom ebbe comunque breve durata: dopo due stagioni e soli quattordici episodi trasmessi, Channel 4 gettò la spugna davanti gli ascolti bassi e cancellò la serie, che non arrivò mai agli anni novanta. A guardarla oggi, sembra persino più ingenua di quanto già non apparisse all'epoca, ma il pilot originario – che trovate in coda a questo post – mantiene una sua forza espressiva, ha un cast strepitoso, effetti visivi dignitosi e una fotografia da videoclip anni ottanta (il che, detto così, può non sembrare un punto di forza, e invece).

Vorrei potervi dire che ne esiste una versione in digitale, ma niente da fare.
Esiste un cofanetto americano datato 2010, ma senza traccia audio italiana e difficile da trovare... quindi, nei miei dieci minuti liberi di oggi, mi sono divertito a progettare la copertina del blu-ray, che poi è quella che vedete in apertura.
Hai visto mai, tra tanta immondizia televisiva riportata in vita sugli scaffali, qualcuno si ricorda anche di Max Headroom.


domenica 14 luglio 2019

Lio e le banana split.

Questa se la ricordano solo gli over 40.
Lio non mi ha mai fatto impazzire, né per l'aspetto, né per il look, e nemmeno l'ho mai trovata particolarmente talentuosa.
Ma Dan Lacksman – fondatore dei Telex e con un curriculum lungo un braccio – nel 1978 o da quelle parti intravide nella ragazzina portoghese naturalizzata belga il pezzo mancante per uno dei primissimi "prodotti" musicali più o meno ben progettati che da lì a pochi anni avrebbero letteralmente invaso la scena musicale pop: l'album omonimo di debutto di Lio era in pratica un LP dei Telex – quindi leggero e piacevole come un mojito ma sorretto dalla migliore elettronica analogica dei tempi – cantato dalla ninfetta che stava seducendo tutti e finiva su tutte le copertine.

Il vertice della sua carriera Lio lo toccò coi primi due album, che vendettero sfracelli nei primissimi anni ottanta, per poi andare a svanire in una serie di progetti musicali poco incisivi (è apparsa anche come attrice in una ventina di pellicole francesi, nessuna delle quali mai distribuita in Italia), e anche il remix di Le Banana Split che cercò di rilanciare nel 1995 è una roba del tutto dimenticabile.
Quello che non mi va di dimenticare, invece, è la sua versione originale, nonsense, plasticosa, electro: salutava e annunciava uno dei decenni più colorati del secolo, e ve la ripropongo in questa esibizione (rigorosamente in playback) dell'epoca.

Ça me déplairait pas que tu m'embrasses / na na na
Mais faut saisir ta chance avant qu'elle passe / na na na
Si tu cherches un truc pour briser la glace / banana / banana / banana
C'est le dessert que sert l'abominable homme des neiges
À l'abominable enfant teenage, un amour de dessert

C'est le dessert que sert l'abominable homme des neiges
À l'abominable enfant teenage, un amour de dessert
Banana na banana na, banana split, hmm!

Les cerises confites sont des lipsticks /na na na
Qui laissent des marques rouges sur l'Antarctique /na na na
Et pour le faire fondre une tactique / banana banana banana

(Refrain)

Baisers givrés sur les montagnes blanches / na na na
On dirait que les choses se déclenchent / na na na
La chantilly s'écroule en avalanche / banana banana banana



sabato 13 luglio 2019

Cloverfield Paradox (un anno dopo).

Cloverfield Paradox (diffuso da Netflix nel febbraio dello scorso anno)è il secondo film che viene “modificato” per adattarlo a una specie di (confusa) continuity “figlia” del fortunato Cloverfield diretto da Matt Reeves e prodotto da J. J. Abrams esattamente dieci anni prima.
È una precisazione doverosa per giudicarlo, perché, a quanto pare, lo script originario era sostanzialmente diverso e quello che è stato poi messo in circolazione merita tutte le attenuanti di un prodotto rimaneggiato, smontato e rimontato in un ordine diverso, usando pezzi nuovi e scartandone altri. Una specie di Frankenstein cinematografico che, va detto anche questo, non funziona neanche troppo male.

Soffre certamente di caratterizzazioni deboli, di scarsa chiarezza di fondo sulla vicenda e di alcuni passaggi privi di coerenza e dal gusto (inutilmente) splatter… ma dalla sua ha la potenza della suggestione della catastrofe irrecuperabile innescata dal malfunzionamento di un acceleratore di particelle che mette in collisione due dimensioni parallele, simili ma diverse, portando con sé tutto un carico di orrore, contrapposizioni, domande a cui nessuno può rispondere, angosce, terrore... più – parrebbe – i mostri visti (visti?) nel primo film – ma già quelli mostrati negli ultimi minuti di Cloverfield Lane (2016) sembrano appartenere a un’altra “famiglia”: peccato per la poca coerenza, anche qui, ammesso fosse nelle intenzioni degli autori di questo universo narrativo.
La sequela di morti a cui va incontro l’equipaggio della stazione spaziale è una delle cose meno interessanti del film, per quanto gli autori si sforzino di renderle fantasiose e inaspettate: sono altri i veri momenti stranianti del film, e, anche se pochi (pochissimi), riescono ad essere spaventosi (il giusto).

Quindi, tirando le somme, vale la pena recuperarlo?
Dipende. No, se non ve ne frega nulla dell'universo di Cloverfield: visto come un film sci-fi "indipendente" non mostra niente che non abbiate probabilmente già visto in altre pellicole del genere, e vi infastidiranno a morte tutte quelle scene di cui sopra lasciate senza una spiegazione (il biliardino, la bussola giroscopica, il braccio, i vermi...).
Se, invece, al tempo avete amato Cloverfield, la sua meravigliosa incompiutezza, il suo mostrare poco e niente restando comunque ineluttabile e inquietante – e non v'è dispiaciuto troppo Cloverfield Lane (dove il giochetto di appiccicare una sequenza al termine di un soggetto già scritto e chiuso è molto più evidente), allora dovete vedervi anche questo.
Magari ne salverete poco, come ho fatto io, ma quel poco vi basterà per mettervi a rimuginare, a schermo spento, su possibili connessioni, spiegazioni, indizi nascosti (potete trovarne un bel po' in rete, ma QUI mi sembrano riassunti i più ragionevoli).

giovedì 11 luglio 2019

Pet Shop Boys: It's A Sin.

Sebbene Actually (il secondo album in studio dei Pet Shop Boys, datato 1987) possa considerarsi una vera e propria raccolta di singoli – basterebbe che citassi anche solo Rent o Heart – It’s A Sin è la vera hit del disco: una intro maestosa apre un pezzo solenne e violento, sospeso in un clima tragico e ferrigno, che si sfoga in una delle melodie più memorabili degli interi anni ottanta.
Il pezzo, un miratissimo J'accuse alla rigidità del cattolicesimo, figlio dell'educazione ricevuta da Neil Tennant  al collegio di Saint Cuthbert in Newcastle upon Tyne (giusto sul finale Neil pronuncia in latino il Confiteor – Confesso a Dio onnipotente, e a voi fratelli, che ho molto peccato eccetera eccetera) è indimenticabile anche da chi lo ascolta una sola volta, ha una potenza drammatica venata di triste ironia ed è letteralmente senza tempo  (non dimostra nemmeno uno dei trenta e passa anni che ha sul groppone).
Imprenscindibile. 


Quando guardo la mia vita in retrospettiva
È sempre con un senso di vergogna
Sono sempre stato l'unico colpevole
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

È un, è un, è un, è un peccato
È un peccato
Qualunque cosa io abbia mai fatto
Qualunque cosa io faccia
Ogni posto che abbia mai visto
Ovunque io vada
È un peccato

A scuola mi hanno insegnato come essere
Così puro in pensieri, parole e azioni
Non hanno avuto molto successo
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

(refrain)

Padre, perdonami, ho cercato di non farlo
Ho voltato pagina, e poi l'ho strappata
Qualunque cosa tu mi hai insegnato, io non ci credevo
Padre, mi hai combattuto, perché non mi importava
E io continuo a non capire

Così guardo la mia vita in retrospettiva
Sempre con un senso di vergogna
Sono sempre stato l'unico colpevole
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

(refrain)

(Confiteor Deo omnipotenti vobis fratres, quia peccavi nimiscogitatione,
Verbo, opere et omissione, mea culpa, mea culpa, mea maximaculpa)


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