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domenica 15 marzo 2015

Tutti gli anni Ottanta in una sola canzone.


Voi ridete quanto volete, ma in questo pezzo (e in questo video) ci stanno tutti gli anni Ottanta.
E quando dico tutti, voglio dire TUTTIIIIIIIIHHH

lunedì 16 febbraio 2015

C'era una volta il MiniDisc.


Avete presente quelli che si innamorano sempre della donna sbagliata?
E sanno già (o intuiscono) che quella storia non avrà alcun futuro, ma se ne fregano perché è bellissima e ci si imbarcano comunque?
Ecco, si potrebbe definire più o meno così la mia cotta per il MiniDisc.

Venivo dall'ennesimo walkman (quasi tutti Sony, un paio di Aiwa, forse) che mi aveva lasciato insoddisfatto: aspetto di scatolette di plastica economica, qualità sonora non paragonabile a quella del CD, accesso lento alle tracce, ingombro del lettore erano tutti difetti che si portavano dietro anche i modelli più costosi.
Alla fine degli anni novanta, era evidente che il walkman si trovava in quello che viene definito un vicolo cieco tecnologico: più di tanto, non si poteva migliorare.
Il DAT, la nuova cassetta digitale lanciata nel 1991, non era mai riuscita ad uscire dagli studi di registrazione, e alla DCC, progettata da Philips, non andò meglio.
Chi riuscì a sopravvivere qualche anno in più fu il MiniDisc prodotto da Sony.
Sembrava un piccolo Compact Disc, del diametro di sei centimetri, inserito in una custodia a chiusura automatica simile a quella dei floppy disk.
Utilizzava un composto magneto-ottico che consentiva di cancellare i dati registrati in precedenza e contemporaneamente scrivere nuove informazioni da registrare sotto forma di una sequenza di aree a differente orientamento magnetico: un piccolo raggio laser interpretava le perturbazioni provocate dal campo magnetico come una sequenza di zeri e uno.
Era perfetto per l'utilizzo in movimento: aveva un sofisticato sistema anti-shock, un accesso praticamente istantaneo alle tracce, era resistente agli urti e tutto il lettore era grande come un pacchetto di sigarette.
Ma era anche troppo costoso per sostituire gli economici walkman a cassette, e qualunque sviluppo futuro gli venne precluso dall'avvento prima dei masterizzatori CD a basso costo e poi dei lettori MP3... che spazzarono via definitivamente ogni ricordo del MiniDisc, nonostante Sony abbia continuato a promuoverlo strenuamente fino a pochi anni fa.
Eppure, io conservo ancora il mio Sharp MD-MS702.

Era una specie di miracolo di miniaturizzazione: lettore e registratore, tre modalità di riproduzione dei bassi, riproduzione casuale, un ingresso per un microfono esterno e uno ottico per la registrazione, sofisticate funzioni di editing, titolazione delle tracce e controllo dei livelli di registrazione.
Il tutto sigillato in una scocca di metallo che lo fa assomigliare ad un oggetto proveniente dalla plancia dell'Enterprise.
Lo comprai su eBay, usato ma senza un graffio, e lo utilizzai per due anni interi... finché un lucido iPod di prima generazione, bianco e con un hard disk da cinque gigabyte, una sera d'inverno del 2002 non fece la comparsa nella mia vita e cambiò tutto quanto.


Davanti la sua praticità d'uso, la velocità di trasferimento dei dati attraverso la porta FireWire, la sterminata capacità di stoccaggio e la perfetta integrazione col Mac, il MiniDisc finì presto in fondo a un cassetto, a scaricarsi lentamente e a spegnersi nell'obsolescenza di tante altre tecnologie estinte prima della sua.

Ogni tanto lo ritiro fuori, godo del suo peso nella mano, del suo aspetto curato con attenzione zen nei dettagli più minuscoli (i pulsanti smussati con dolcezza, il meccanismo d'espulsione che fa un verso come di uccello, le piccole viti Tork incassate e simmetriche), accendo il display azzurrino, mi sistemo le cuffiette nelle orecchie e tocco il tasto "play".
E faccio un po' come il tizio in questo vecchio spot pubblicitario.

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