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lunedì 18 gennaio 2010

Jumbo, finalmente (1932)


“Finalmente” perché?

Finora abbiamo parlato di un settimanale ben conosciuto, “Il Vittorioso”, ed esplorato un caso particolare, “Bombolo – Cine Comico” – quest’ultimo perché ce n’era stata offerta l’occasione dal “caso” Braccio di Ferro-Schiffìo, partito dal blog di Luca Boschi e rimbalzato in rete.

Ora, invece, è la volta di un vero e proprio scavo archeologico. Jumbo (1932) è infatti, per unanime parere degli storici del Fumetto (e per le testimonianze vive dei suoi lettori) il primo periodico a fumetti “moderno” italiano. Il problema è che tutti ne hanno parlato, in cinquant’anni di pubblicistica, ma nessuno ha mai affrontato lo studio del settimanale con criteri bibliografici e scientifici, certo anche per la rarità della collezione. Non che voglia farlo qui ed ora, per carità. Ma voglio provare a raccontare la storia del periodico come se fosse un vero e proprio scavo stratigrafico, per tornare alle favolose origini del Fumetto in Italia e del Fumetto italiano. Insomma, finalmente affronto un territorio vergine.




D’obbligo una scheda bibliografica:

JUMBO. A. 1, n. 1 (17 dic. 1932) - a. 7, n. 306 (13 nov. 1938) - 309 numeri - Milano: Società Anonima Editrice Vecchi (SAEV) [1932] - Fumetti b/n e color. ; 32x26 cm. - Settimanale. Dal n. 1 del 7 gen. 1933, la numerazione ricomincia da 1 fino al termine della testata.

Intendiamoci: questo settimanale è storicamente importante, ma i contenuti vi lasceranno sicuramente un po’ perplessi: fra il 1932 e il 1937 (inizio del Vittorioso, che abbiamo già visto) sembra passi un secolo, non pochi anni. Proprio col Vittorioso, se vogliamo, c’è un tenue collegamento: alcuni personaggi antropomorfi di produzione inglese apparsi su Jumbo somigliano agli “zoolandini” di Sebastiano Craveri, e forse i secondi derivano davvero dai primi. Ma di questo, semmai, parleremo poi.

Dunque facciamo un salto indietro al 17 dicembre 1932, quando il Fumetto moderno non è ancora arrivato in Italia. In realtà quest’affermazione può sembrare assai lontana dal vero, perché il Corriere dei Piccoli è sulla breccia dal lontano 1908, e vari suoi epigoni – alcuni di ispirazione cattolica; uno socialista, “Cuore” – sono nel frattempo sorti e tramontati. Ci sono state anche edizioni italiane di riviste francesi, contenenti pseudo-fumetti (come il primo “Intrepido” di Picco e Toselli). Quando però, il 17 dicembre 1932, esce il primo numero di Jumbo, è come una rivoluzione copernicana: le edicole sono prese d’assalto, e non è un’immagine retorica. Racconta lo storico Giorgio Salvucci, un testimone:

Jum..bo, Jum..bo, vo..glia..mo Jum..bo!!! Questa invocazione scandita da un gruppetto di ragazzini dai 7 ai 10 anni nelle orecchie di uno spazientito edicolante nel lontano 1933 (come protesta del ritardato arrivo del numero settimanale) ed il successivo arrembaggio alla cesta del ciclista – finalmente arrivato – per accaparrarsi la copia del sospirato giornaletto, sono fatti vissuti che pongono in tutta evidenza l’importanza dell’avvento di Jumbo nella storia del giornalismo italiano.”
(GIORGIO SALVUCCI, Il primo giornalino italiano, in: “Il Fumetto”)

Sfogliando oggi il primo numero di Jumbo, non si coglie appieno, almeno di primo acchito, questa carica rivoluzionaria: insomma, non è certo come con L’avventuroso. E allora?
Come necessaria premessa, ecco qua le pagine salienti del numero 51 del Corriere dei Piccoli, uscito il 18 dicembre 1932, contemporaneamente al n. 1 di Jumbo. Ci danno un’idea esatta di quel che leggevano i ragazzi italiani prima dell’ubriacatura “americana” degli anni Trenta:


Il grande Bonaventura del grandissimo Sergio Tofano



Antonio Rubino, uno dei “padri fondatori” del CdP


Una tipica rubrica educativa, illustrata dal notevole ma dimenticato Domenico Natoli, attivo fino agli anni Sessanta
 

Barney Google di Billy DeBeck, violentato e rimontato



Bringing Up Father (Arcibaldo e Petronilla) di George McManus



Marmittone di Bruno Angoletta



Sor Pampurio di Carlo Bisi



Niente meno che Felix The Cat (Mio Mao) di Otto Messmer/Pat Sullivan

Ho scelto le sole pagine a colori e con fumetti, tralasciando, tranne una, quelle contenenti redazionali, racconti illustrati, ecc., ovvero nove su un totale di sedici. Come si vede, sono tutte stelle di prima grandezza, capolavori immortali. E allora, perché l’uscita di Jumbo è tanto epocale?

Ho letto tutte le testimonianze, e anche parlato personalmente, oltre trent’anni fa, ma con contatti che si sono protratti fino ad oggi, con i “sopravvissuti” del 1932, ovvero con i lettori che acquistarono Jumbo in edicola. Essi erano e sono tutti concordi nel dire che quel settimanale fu un’autentica rivoluzione. I testimoni concordano soprattutto su una sensazione importante: Jumbo fu il primo giornale a fumetti che sentirono proprio loro, che li distinse da genitori e fratelli maggiori, in parte ostili al nuovo venuto. Non va dimenticato che il corrierino era per lo più imposto dai genitori.
Quindi credo di non esagerare dicendo che Jumbo fu la prima “bandiera generazionale”, come lo fu, trent’anni dopo, “Linus”. Cerchiamo di capire perché, se vi va.
Dal prossimo post.

venerdì 27 novembre 2009

Un piccolo mistero svelato

Vi ricordate i "piccoli quiz" che ho messo in linea nelle settimane scorse? Riguardavano l'identità di un paio di talentuosi disegnatori, troppo bravi... per essere veri ;-) pubblicati nel remoto 1946 sull'altrettanto dimenticato settimanale "L'ometto Pic". Le immagini, dato che non possiedo quella collezione, mi erano state fornite da Sergio Lama. Ebbene, l'amico Sergio, dotato, come già sapevo da tempo immemore, di grandi capacità filologiche e soprattutto di straordinaria intraprendenza e tenacia, ha addirittura scovato uno di quei disegnatori, ovvero il fantomatico Gianni Gianese, e lo ha intervistato!
Sergio Lama pubblicherà sul Notiziario Gaf, nel prossimo futuro, il risultato della sua brillante ricerca, ma per il momento regala a noi la seguente:

GHIOTTA ANTICIPAZIONE!

NEL PROSSIMO NOTIZIARIO G.A.F. (IL 38) PREVISTO PER MARZO 2010, L’INSERTO A COLORI DI SEDICI PAGINE SARA’ DEDICATO ALL’«OMETTO PIC»

di Sergio Lama



E’ stata dura! Ma ci siamo riusciti!
Un insperato colpo di fortuna ci ha permesso di contattare il Professor Gianni Gianese, che nei lontani anni 1945/1946 collaborò con l’«Ometto Pic» disegnando per le sue pagine alcune belle storie a fumetti.
Una lunga chiacchierata con il nostro cortese interlocutore, un giovanile signore classe 1928, ci ha permesso di chiarire alcune “zone d’ombra” e colmare diverse lacune circa l’attribuzione di storie a fumetti non firmate dagli autori.
Nell’immediato frenetico Dopoguerra romano, uno degli editori che iniziarono a stampare testate a fumetti è stato Fausto Capriotti, già titolare di un’importante tipografia, sollecito a cogliere al volo l’occasione e a trasformarsi in editore.



Prontamente acquisiti i diritti di stampa per quegli storici eroi americani del fumetto che nell’Anteguerra avevano fatto la fortuna della fiorentina casa editrice Nerbini, il Capriotti, servendosi anche di altre sigle editoriali quali S.E.P.I., la Modellismo, la Pegaso, La Meridiana, stampa testate per ragazzi, quali «L’Avventura»,«Giramondo», «Contastorie» oltre ad un infinito numero di albi, per la maggior parte dedicati alla riproposta delle avventure degli eroi dei comics statunitensi, grazie al considerevole materiale rimasto bloccato a causa delle vicende belliche e ora finalmente disponibile.

Capriotti ha anche l’intuito di creare una nuova pubblicazione destinata, secondo le sue intenzioni, a ritagliarsi uno spazio del tutto autonomo esclusivamente dedicato ai “più piccini”.
Il nuovo giornalino è «L’Ometto Pic», un settimanale che arriva nelle edicole nel maggio del 1945, il cui sottotitolo “Nel Mondo dei Piccoli” evidenzia chiaramente la frangia di lettori a cui è destinato. Una curiosità, pare che il titolo della testata sia stato suggerito a Fausto Capriotti dal nipotino Roberto Guadagno.



Nei suoi quarantadue numeri appariranno numerosi fumetti opera di validi artisti quali Vittorio Cossio, Ennio Zedda, Mario Guerri, Franco Caprioli, Sergio Tofano, Gianni Gianese, Orlando Grassetti.

La presenza più significativa è quella di Franco Caprioli con la bella storia L’incantesimo dell’Orco Babalà. Una fiaba splendidamente disegnata, alla quale la stampa spesso fuori registro e la pessima carta del giornalino non rendono giustizia. Il Caprioli era già impegnato con Capriotti in quanto qualche mese prima aveva iniziato a lavorare per «Giramondo», un’altra testata delle Edizioni Pegaso.
Il Caprioli ricomparirà di nuovo sulla prima pagina soltanto negli ultimi due numeri della testata, con un’altra storia di stampo favolistico, L’isola incantata, rimasta purtroppo interrotta dopo un paio di puntate e mai più riproposta.