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giovedì 4 aprile 2019

You May Die In The Desert ‎– Co-Pilots (2005) + Patient Glaciers 7" (2017)

I due attuali estremi della risicatissima e discutibile discografia del trio di Seattle. Ai tempi della fondazione e della registrazione di Co-Pilots, Salter e Woods si arrangiavano con una drum-machine curatissima e sofisticata, ed avevano già forti attributi da mettere in mostra, dal punto di vista tecnico. Lo stile era quello un po' più giocoso e meno muscolare del LP d'esordio Bears in the yukon, sul quale confluirà la qui presente The writer's audience is fiction, piccolo gioiello explosionsiano in fast forward. L'influenza del quartetto texano è evidente per tutta la cassetta ma appariva chiaro che si trattava di un evoluzione soprattutto in chiave ritmica. Sull'eccezionale Harmonic Motion di 3 anni dopo appariranno versioni opportunamente rielaborate di In Case I Should Die e Let's have sarcasm for breakfast, che qui riescono comunque a fare la loro sporca figura prima dell'arrivo del piccolo grande drummer Mike Clarke. Un demo di gran lusso, in sostanza.
L'apparizione del 7'' Patient Glaciers, all'improvviso, due anni fa, è stata un piacere perchè significa che dopo tutto il trio è ancora vivo, e fa sorridere vederli dichiarare in un intervista non abbiamo più tanto tempo come una volta, ma siamo pieni di progetti e di idee da mettere in pratica. E' anche per questo che mi sono incredibilmente simpatici, i ragazzi: hanno pubblicato n. 25 pezzi in 14 anni, fanno qualche concerto e non sbrodolano perchè non fa parte del loro pensiero. I due pezzi sul vinile sono più o meno quello che mi potevo aspettare, il solito post-math-epic che non inventa nulla ma è di copyright inconfondibile, quel mix di forza e bellezza che mi conquista anche quando tutto il mondo si è voltato da altre parti. Forza YMD, datecene ancora un po'.

domenica 17 marzo 2019

Red Sparowes ‎– The Fear Is Excruciating, But Therein Lies The Answer (2010)

Quando andai a vederli a Bologna nel 2010, mi raccomandai con Greg Burns che non ci mettessero altri 4 anni per fare un disco nuovo dopo il capolavoro Every red heart... Oggi, dopo quasi un decennio di inattività, possiamo tranquillamente accettare il fatto che una delle migliori band di tutto l'epic-instru abbia cessato di esistere dignitosamente, senza riscontrare un calo di ispirazione ed output che al contrario ha pervaso tutti gli altri del filone. Con The Fear restavamo a livelli ancora alti, seppur inferiori al sopracitato ed al precedente At The Soundless Dawn. Se non altro bastavano due autentici manifesti e vertici come Hail of bombs e A swarm, che suggellavano un disco con qualche momento di stanca soprattutto nella seconda parte. Sempre meditativi e muscolari, crepuscolari ed energetici, riflessivi e fragorosi, i Red Sparowes hanno incarnato alla perfezione un punto d'incontro fra il post-rock ed il post-metal, forti di una line-up con elementi talentuosi e dalle provenienze più disparate. Erano l'evoluzione sintetica e personale di un incrocio fra gli Explosions In The Sky e gli Isis strumentali. Ce li ricorderemo a lungo.

lunedì 5 febbraio 2018

If These Trees Could Talk ‎– The Bones Of A Dying World (2016)

Approdato sorprendentemente alla Metal Blade, il quintetto ohioano sforna il suo terzo disco con il passo lento di chi vuole fare le cose con cura, senza fretta, a 4 anni dal precedente Red Forest.
Novità? Meno di zero. Il solito epic-instru, compattissimo, muscolare ed evocativo; si potrebbe notare qualche macigno chitarristico in più (per compiacere la nuova casa?), ma di progredire verso qualcosa di inedito non se ne parla neanche; è la solita mistura di Explosions, Astronaut ed affini. 
Giuro che mai avrei immaginato di poter esclamare ancora la frase Chissenefrega se il genere ha già espresso tutto il suonabile, noi ne vogliamo ancora, eppure è ancora così. Per un genere come l'epic-instru che, a meno di 15 anni di vita sembra invecchiato come Matusalemme, è un iniezione di benessere, al di là dei compartimenti stagni. Il disco è rigoroso, espanso e coinvolgente, punto e basta.

sabato 10 settembre 2016

Remember Remember ‎– Forgetting The Present (2014)

Ho sempre trovato un po' fastidiosa ed egocentrica la mania di gruppi che, arrivati ad un certo livello di popolarità, si mettono a fare da chioccia ad altri più giovani che ne ricalcano sonicamente le orme, facendoli incidere sulla loro etichetta, portandoseli in tour, eccetera. Nella fattispecie dei Mogwai, l'adozione dei concittadini Remember Remember è esattamente questa mossa e va a un po' a cozzare contro la filosofia che avevo imputato loro riguardo agli ultimi due dischi, in cui avevo puntato sull'essenza di un gruppo storico che con umiltà ritrovava il bandolo della matassa dopo quasi un decennio di sbandamenti.
Tralasciando questo importante dettaglio, il sestetto scozzese mi avrebbe comunque interessato perchè Forgetting the present, che a quanto pare è il loro canto del cigno, costituisce una curiosa versione barocca dei Mogwai: impianto strumentale ricco, arie autunnali e meditabonde, saliscendi emotivi, ma con arrangiamenti carichi ed esuberanti, ricchissimi di tastiere, qualche fiato, insomma raffinati per non dire sofisticati; a dirla grossa si potrebbe definirli Mogwai meets prog!. Funziona perchè il materiale è in larga parta più che buono (Why you got a blue face e La Mayo sono spettacolari) e costituisce una validissima alternativa all'ormai consunto e stanco epic-instru che ormai ha detto tutto quello che aveva da dire.

lunedì 16 novembre 2015

Calm Blue Sea ‎– Arrivals & Departures (2012)

Da strenuo difensore dell'epic-instru, spezzo una lancia in favore dei CBS perchè c'è stato un progresso rispetto all'esordio, il che configura, oltre ad uno stato di forma artistica invidiabile, il posticipo della morte per questo genere che bel bello si avvicina al compimento della maggiore età. Vogliamo negar esso la gioia dei vent'anni? No, non sia mai.
Con Arrivals & Departures i texani raggiungono un notevole climax emotivo e si affrancano dal mogwaianesimo, segno che l'episodio intermedio della realizzazione di una colonna sonora per film muto li ha fatti maturare e portati a creare orizzonti di una bellezza commovente. Per il resto non c'è tanto altro da dire, cambia il genere ma il problema è sempre quello: se un disco punk, metal, reggae o di qualsiasi altro recinto è fatto dannatamente bene, dobbiamo sempre cercare il motivo di fondo per cui è stato realizzato? In barba a qualsiasi ricerca ossessiva dell'originalità, i CBS soddisfano la ricerca del bello e basta.

venerdì 14 agosto 2015

Steve Jablonsky & Explosions In The Sky ‎– Lone Survivor (2013)

Ma sì, sembra proprio questo il destino dei grandi post-rockers; fare colonne sonore, che può essere dettato da tanti motivi, come il provare esperienze diverse, come il provare a superare il blocco creativo dandosi scadenze improrogabili, come la necessità di fare cassa, come semplice desiderio, etc. Per i Mogwai ha rappresentato un segno di rinascita, e per gli Explosions invece? Dieci anni dopo il felicissimo debutto con Friday night lights, il supportare un film di guerra dal budget importante si propone come occasione propizia per gli Explosions di rilanciarsi in una nuova veste.
Il parallelo coi Mogwai si ripropone, diabolicamente, anche in tema filosofico: li adoro talmente tanto che desidero si sciolgano subito, perchè il declino che hanno intrapreso sembra inesorabile. Pensavo la stessa cosa degli scozzesi dopo Hardcore will never die, finchè non è arrivato Les revenants. Ma secondo me ciò che aveva causato l'exploit era stato un bagno di umiltà, il che qui sembra improbabile semplicemente perchè gli Explosions non possono mai smarrirla, ce l'hanno troppo dentro.
A parte questo, anche su Lone survivor c'è poco da dire: è bellissimo ed al netto delle pause e delle lungaggini funzionali alla pellicola, contiene la solita ricetta di arpeggi incantevoli, scenari panoramici, tuffi solari ed introspezioni lunari. Ci poteva scappare fuori un buon album di inediti? Forse sì, forse no. La scintilla scatta sempre, ma la riflessione finale è; tutto molto bello, ma mi sa che stiamo esaurendo le risorse. Poco più che ininfluente il contributo di Steve Jablonski, già autore per cinema e per videogames, con sole 4 tracce su 20.
Potrei cambiare idea guardando il film, quello sì: se il loro posto è lì sul grande schermo, allora anche i fans incalliti ne trarranno soddisfazioni. Chissà che non arrivi un Oscar, se lo meriterebbero veramente.

martedì 7 aprile 2015

Godspeed You! Black Emperor - 'Allelujah! Don't Bend! Ascend! (2012)

Avevo scritto, qualche anno fa, che c'era bisogno di un loro ritorno. Poi è andata per gradi: la ricomparsa sui palchi, il ritorno discografico. Musicalmente non è cambiato molto, anzi non è cambiato niente.
Semmai è cambiato il mondo, ed in peggio. E così sono tornati, per emettere un nuovo bollettino ed incitare a non piegarsi, bensì ad elevarsi.
Allelujah segue un percorso naturale che si era interrotto senza preavviso, segue Yanqui Uxo. La formazione è praticamente intatta. Ci sono due pezzi di 20 minuti e due di 6. Si dice in giro che siano composizioni risalenti al 2002-2003. Chi se ne frega.
Per i detrattori, sarà un altra noia mortale, un suono usato ed abusato, i soliti schemi, blablabla. Chi se ne frega. Io spero che i Godspeed non ci abbandonino un altra volta. Dobbiamo restare uniti, per combattere.

sabato 10 maggio 2014

You May Die In The Desert - International Waters (2012)

Non nascondo un pizzico di disappunto per l'atteso (da me) seguito ai bellissimi EP che erano usciti negli anni precedenti. Per lo meno mi aspettavo una riconferma, ma i 3 di Seattle hanno operato una serie di scelte quantomeno discutibili: 1) intitolare l'album nello stesso modo dell'ep del 2010, creando casino; 2) riprendere gli stessi 4 brani presenti sullo stesso, ri-registrandoli e così facendo ulteriore casino. 3) optare per una produzione stranissima, contrassegnata da una compressione esagerata dei suoni che penalizza prima di tutto il batterista, a mio avviso il punto di forza del terzetto, e poi anche le frequenze alte in generale.
Comunque, se prendessi International Waters LP come il debutto di un qualsiasi gruppo epic-instru, direi che siamo fuori tempo massimo ma il livello è eccelso a prescindere. I 4 inediti presenti in scaletta si focalizzano su una maggior ricerca ritmica ed una chitarra più stridente e chiasssosa, ma con un impatto compositivo inferiore al passato. Con questi si sarebbe potuto fare un buon EP e non stare ad abbassare il livello di International Waters, West of 1848, Monolith e True north che restano infinitamente superiori nelle versioni del 2010. Amen.

mercoledì 23 aprile 2014

We Vs. Death - A Black House, A Coloured Home (2009)

Anzichè restare ancorati agli stilemi dell'epic-instru sul brillante disco d'esordio, gli olandesi hanno preferito introdurre il canto, ordinare ancor di più le strutture e svoltare verso un post-slow-core che sa tanto di anni '90.
Detto che la voce non è certo entusiasmante e quando va bene sembra una versione fredda e meno espressiva di Jason Molina, le capacità di songwriting restano di medio-alta qualità e regalano belle tessiture come The sun, Black Map e Golden medals. Nel complesso i WVD così facendo sono diventati un incrocio fra Van Pelt e i Rodan meno agitati, pur non avendo il talento di nessuno dei due. Insomma, un passo indietro; d'accordo il cambio, ma erano meglio prima.

mercoledì 25 settembre 2013

Red Sparowes - Split EP w/Gregor Samsa + Split EP w/Grails (2005/06)


Due EP condivisi che hanno contribuito (per modo di dire, viste la contigua sotterraneità e le esigue tirature) alla visibilità dei RS nei primi anni di cammino. Compagni di viaggio due band profondamente diverse, di diversa estrazione ma entrambe con lo stesso genuino spirito che le rende speciali, a modo loro.
Cronologicamente primo quello coi Gregor Samsa, in cui i RS fanno collidere un'inattesa influenza wave di I saw the sky...con la tipica esplosione wagneriana, in un insieme dinamico che mantiene l'equilibrio miracoloso, replicato dalla già pubblicata e speciale Buidings began to stretch. I GS regalano un altra manciata della loro leggiadria cameristica con Young & Old, doppiata dal fragore shoe-gaze di +Rock Song, quasi mogwaiana nella struttura.
L'anno successivo è la volta dei Grails, band di cui ho espresso seri dubbi in merito, ma che poi hanno replicato successivamente con un paio di bellissimi dischi; nel trittico offerto si ripropone il dilemma della loro ubiquità stilistica: folk, misticismo, esotismo, psichedelia tutti a cozzare uno contro l'altro, senza fare miracoli ma con discreto gusto.
Dal canto loro, i RS rispondevano col quarto d'ora di As the black wind withers...., elaborazione complessa e dilatata, piena di fughe e ripiegamenti, con momenti di sensibilità estrema ed altri con le maniere rudi. Non il loro top, ma da tenere sempre a mente all'interno della discografia.

mercoledì 29 maggio 2013

Neil On Impression - The Perfect Tango (2005)

A monte dello splendido L'oceano, questo movimentato tango, che stando ad un intervista fu ispirato ad una Parigi cinematica ed alle sue luci. 
Articolato in 4 movimenti strumentali fra i 7 e i 10 minuti, tutti dai titoli estremamente suggestivi, ci mostra un ensemble in crescita in cui piano, tromba e violoncello si ritagliano ruoli attivi nella costruzione degli arrangiamenti ma restano comunque un po' sacrificati dal fragore delle chitarre e dalle ritmiche poderose, non sempre adatte ad ospitare dinamiche con velleità diciamo pseudo-cameristiche. 
Non che con questo sia a giudicare il disco debole: diciamo c'era da smussare un po' di testosterone e che le potenzialità si intravedevano, infatti dopo 3 anni sarebbero uscite alla grande. In The Perfect tango i momenti belli e suggestivi non mancano, sono soltanto posizionati un po' alla rinfusa.

martedì 18 dicembre 2012

If These Trees Could Talk - Above The Earth, Below The Sky (2009)

Chissenefrega se il genere ha già espresso tutto il suonabile, noi ne vogliamo ancora.
La citazione è tratta da uno che la pensa come me. Ne vogliamo ancora a patto che sia di livello eccelso, e come già lasciava intravedere il mini d'esordio gli ohioani sanno raggiungere certe cime espressive e soprattutto non hanno fretta. In 6 anni totalizzano 2 album e mezzo, che secondo me è il ritmo ideale che quasi ogni  musicista si dovrebbe dare.
I momenti di emozione fortissima non si contano, ma una spanna sul resto risiede nelle due tracce consecutive che formano il titolo del disco, in Thirty-six silos e in The flames of Herostratus, dai tratti vagamente Isis atmosferici.
Continuate così, ignari...

martedì 11 settembre 2012

Explosions In The Sky - Friday night lights (2004)


Cosa c'entrino i miei grandi idoli texani col football americano non lo so. Ma tant'è che per un film ambientato proprio ad Austin sulla squadra del college qualcuno ha ben pensato di convocarli per approntare una soundtrack. E resta solo da fare un plauso per la scelta, anche se la pellicola non l'ho vista.
FNL è una sonorizzazione d'atmosfera, quasi esclusivamente priva di batteria, incentrata sui cristallini intrecci chitarristici. A parte le due versioni ridotte ed adattate di Your hand in mine (di cui una con tanto di archi a corredo, tanto per abbellire ciò che non aveva bisogno), sono tutte pieces inedite. Spiccano le arie di From west Texas, Our last days as children, Lonely train sul resto: mi piace immaginarle come outtakes di ciò che andò a confluire sul monumento di The earth is not..., al servizio delle immagini, funzionale, senza orpelli. Un uscita minore nella carriera, ma non qualitativamente.
Ah, dimenticavo che nella scaletta ci sono 3 intrusi che, immagino sempre per motivi funzionali, sono stati inseriti nel film. Il consiglio è ovviamente di skippare per non perdere la magia.

sabato 12 maggio 2012

Calm Blue Sea - The Calm Blue Sea (2008)

Sembrerebbe difficile trovare parole nuove per l'epic-instru della più bell'acqua come nel caso di questi bravi Austiniani. Tanto ormai si è capito che in Texas si respira un'aria fresca e coinvolgente e sono sempre più le formazioni che se ne escono con bei lavori come questo, alla faccia dei detrattori.
Qua siamo sul versante più mogwaiano per le fasi gentili, con fraseggi insistiti e delicatamente accademici ma di buon armonia. Le impennate rumorose trovano sbocco soltanto in due passaggi del disco (come nell'ultima, emozionante This will never happen again), mentre l'afflato chitarristico più concittadino possibile viene consegnato nella programmatica The river that runs beneath this city.
Siamo in seconda fascia, ma in ottima posizione. Escludo a priori che riusciranno a fare la rivoluzione, ma è decisamente un bell'ascolto alternativo ai maestri.

mercoledì 18 aprile 2012

Beware Of Safety - It Is Curtains (2007)

It's only post'n'roll.
Dalle tende si vede la tempesta, la quiete, la bravura di questi losangelini attivi da un quinquennio, pur persi nel marasma infinito della valanga epic-instru.
Questo debutto vale molto, più dei due successivi parti. Come già pensai riguardo ai If these trees could talk, se fossero tutti così ci sarebbe da far festa ogni giorno. It is curtains fa 36 minuti netti di abrasioni e carezze. Kaura è un sontuoso biglietto da visita. La differenza sembra farla il chitarrista solista, che quando decide di salire in cattedra elabora i giri più elementari quanto incisivi; chiamasi buon gusto.
Weak wrists in tal senso è maniacal-fumigante, una Like Herod riaggiornata. Ma una volta fuori dal caos spuntano le migliori melanconiche tessiture di The difference between wind and rain e To The Roof! Let's Jump And Fall, degne degli Explosions. Questo per non tacere degli altri due pezzi, il soliloquio di chitarre sinistre di Veneklasen, o dell'unico pezzo meno che memorabile del lotto, O'Canada.
I like it.

martedì 29 novembre 2011

Auto!Automatic!! - Another round won't Get us Down (2006)

Frizzantissimo e spumeggiante dischetto di math gioviale per questi tre floridiani che sembrano alquanto simpatici e finiscono anche per esserlo in senso strumentale.
Innanzitutto lascerei perdere il frequente paragone che mi è capitato di leggere in qualche review riguardo ai Don Caballero: passi un po' per lo stile del chitarrista Larsen che abusa del tapping e finisce per ricordare un po' lo Ian Williams di American Don, ma sia chiaro che di Damon Chè ce n'è (era?) uno solo. Tuttavia Fedele, il drummer degli A!A!!, si fa apprezzare per le sue doti metronomiche e perfettamente funzionali alle elaborate vignette qui presenti, completate dallo stile pennato (qualcuno si ricorda i Dianogah?) del bassista Murray.
Il rischio che si corre quando tutto è così perfetto e pulitino è che la noia faccia capolino, specialmente se le timbriche degli strumenti non cambiano mai e ancor più se non si hanno grandi doti compositive. In tal senso Another round cerca di ovviare puntando tutto sulle esecuzioni millimetriche e sull'allegria che vorrebbe trasmettere, risultando un buon solco di seconda categoria del genere.

venerdì 14 ottobre 2011

(Fallen) Black Deer - Requiem (2008)











Progetto one-shot nell'ambito di una collana della Southern, la Latitudes, del valentissimo bassista Burns dei Red Sparowes insieme ad un ex-chitarrista degli stessi, Graham, da lì in poi dimissionario ed impegnato nei super-apocalittici A Storm Of Light.
Una serie che sembra la miniatura della Into the fishtank che l'olandese Konkurrent promuoveva a fine anni '90. Agli artisti viene concesso un-giorno-uno di studio per registrare qualsiasi cosa, ed obiettivamente non si potrà pretendere di scovarvi dei capolavori all'interno, vista la ristrettezza della situazione.
Comunque, i due mettono in scena un Requiem di grande impatto, ispirato ad un ipotetica rielaborazione della soundtrack di Shining (intenzione verificata da uno dei titoli con cui viene divisa la scaletta, I seek to kill my son). Una suite di 25 minuti che galleggia senza ritmo in un desolante panorama di catastrofe imminente. Le similitudini con i magici Red Sparowes non tardano a farsi sentire, specialmente in alcune linee chitarristiche o nel distintivo, pulsantissimo stile bassistico di Burns. E' comunque un punto di partenza per lo svilupparsi del tema, disturbato da elevate interferenze rumoristiche che deturpano lo sconfinato ambiente, che come detto è privo di ritmo e quindi si stacca dai trademark abituali per costruire un lavoro suggestivo.
Forse non necessariamente funzionale ad un film o ad un documentario, ma con così poco tempo a disposizione direi che non sarebbe stato lecito chiedere di più.

venerdì 30 settembre 2011

You May Die In The Desert - Harmonic Motion Vol. 1 + International Waters EP (2008/10)


Ho il piacere di dire la mia sul gruppo che più di tutti, con una ripetizione maniacale, ho ascoltato nell'ultimo anno. E dire che si tratta di un repertorio piuttosto limitato, ovvero 3 EP o mini-lp per una durata totale di circa 90 minuti.
YMDITD è un giovane trio di Seattle la cui forza è stata anche quella di distillare queste uscite nell'arco di ben 4 anni, mettendo in campo tutta la cura che la sintesi ha richiesto; ovviamente mi aspetto una nuova produzione da parte loro, anche se sul loro piccolo sito non sembrano esserci news al riguardo. D'altra parte è sempre dura perseverare quando si agisce così sottoterra e si suona di fronte a pochi intimi.
Siamo dalle parti dell'epic-instru più emotivo, ma reinterpretato con un piglio del tutto personale: sulle melodie poliedriche del chitarrista Woods (molto evocativo, equamente diviso fra pulito ed effettato, con poca distorsione) e del bassista Stalter (molto abile, anche sul tapping), si staglia la figura del vero fuoriclasse del trio, lo smilzo ed emaciato batterista Clark, uno di quei ragazzetti che a vederlo non gli dai un centesimo ma in realtà è un fior di drummer: elastico, volitivo ed imprendibile su un set essenziale. Uno di quelli che ha la tecnica poco convenzionale.
In sostanza, si tratta di un gruppo che ha mandato bene a memoria la lezione degli Explosions In The Sky ma ne elabora una versione personalissima: muscolare, con qualche iniezione di math, fatta di semplici ma memorabili linee, mai melanconica ma fondamentalmente solare, quasi giocosa. Un attitudine che si intuisce anche dalle foto in cui i 3 sono immortalati, sempre divertiti ed ironici, a differenza della stragrande maggioranza dei gruppi epic-instru che sono distanti ed assorti.
Il debutto è del 2006 e si chiama Bears in the yukon: col senno di poi è un uscita un po' acerba ed autoindulgente, ma mette già in guardia sulle capacità del trio. Vorrei porre l'accento sugli ultimi due EP, il primo dei quali è uno split con i Gifts From Enola: 5 pezzi fenomenali, una rivelazione: The sound of titans, 11 minuti di micidiali progressioni atmosferiche. In case I should die spinge sul pedale energetico fra leggerezze ed eruzioni. Mitchell vs. Rowesdower è un mirabolante palestrare math prima dello stacco da brividi e del finale acrobatico. Commovente e all'altezza dei più immensi Explosions la meditazione di Seagulls = Sea Eagles, con uno sviluppo finale ludico che è già trademark assoluto. Ultimo picco per Let's have sarcasm for breakfast, con inizio balzellante, altro break ad alto tasso emotivo (tanto per dirne una da fan, ce l'ho come suoneria nel cellulare...) e crescendo epocale a chiudere in gloria
International Waters è uscito l'anno scorso e vede un progressivo indurimento del suono, nonchè una produzione più in your face. In particolare Clark, forte della propria sicurezza, si ritaglia una presenza più fisica, di primo piano nel missaggio. Purtroppo non si ripete il miracolo di Harmonic Motion, ma soltanto a causa di West of 1848 e Monolith, che vedono una distorsione troppo marcata nelle fasi topiche. Non sto certo sostenendo che siano due delusioni, ma a farsi la bocca dolce, insomma, ci siamo capiti. Ci pensano gli altri due a tenere altissima la bandiera: gli 8 minuti della title-track, una specie di replica energizzata di The sound of titans, e la marcia panoramica di True North, minimale cartolina tirata fino allo spasimo. Una versione accorciata è stata postata a mo' di video-promo sul sito del gruppo.
Mi aspetto un ritorno perlomeno a questi livelli dai ragazzi, una maggior esposizione mediatica nel limite del possibile e chi può dirlo? Magari che un giorno vengano a suonare dalle nostre parti.
Sono gruppi bravi come questo a mantenere alto un filone che viene dato per morto ormai da chiunque, anche chi non ne ha le competenze.

mercoledì 28 settembre 2011

Yndi Halda - Enjoy Eternal Bliss (2005)

Ma si fa ancora musica a Canterbury? Mi chiedo questo perchè non ho memoria di aver sentito gruppi / artisti significativi provenire dalla città dopo la gloriosa scuola degli anni '70? Non è dato di sapere news su questi ragazzi che nel 2005 hanno pubblicato il debutto e poi nient'altro.
In dotazione 4 strumentali atmo-melanconici di durata fra i 12 e i 20 minuti cadauno, un violino in line-up, e 1 + 1 fa 2. Tutto porta a sospettare che l'influenza maggiore degli YH siano i Godspeed, e tutto diventa una certezza all'ascolto del disco.
Ma trattasi di uno dei quei casi (rari) in cui è tale la bravura intrinseca della band che si riesce a far dimenticare le similitudini. Ad alcuni attenti e graditi ascolti, si può cogliere una differenza importante: al cospetto della heavy magnificenza dei canadesi, gli YH contrappongono un'attitudine più trasognata, più cameristica anche nelle fasi serrate. Ogni suite è complessa e strutturata in tante fasi diverse, con un lavoro di arrangiamento curato e funzionale ai sentimenti che tende ad esalare. A partire dall'inizio commovente di Dash and blast fino al capolavoro avvincente e programmatico di Illuminate my heart, darling!, il disco è un abbraccio avviluppante che riscalda e rinfranca.

mercoledì 14 settembre 2011

We Vs. Death - We Too Are Concerned / We Are Too Concerned (2006)

Brillante proposta di epic-instru per questi olandesi di Utrecht che svettano per capacità compositive e di arrangiatura in egual misura. In questo debutto compattano la loro formula fatta di cristallini arpeggi di chitarre, mai distorte, e la tromba che punteggia ovunque, laconica ed evocativa.
Il canovaccio degli 8 titoli è pressochè identico, ma sono tante le soluzioni che questi combattenti per la vita riescono ad ottenere: nel complesso si tratta di temi abbastanza melanconici, e l'equilibrio è invidiabile. Mai pesanti, mai stucchevoli, mai autoindulgenti. Con tali caratteristiche la noia potrebbe sempre esser dietro l'angolo, ma le belle ambientazioni la tengono ben lontana e soprattutto riescono ad evitare paragoni ingombranti.
Anche se uno alla fine me ne scappa, ma non c'entra nulla con i giorni nostri: il break centrale della splendida Snow cushioned the fall sfodera filigrane chitarristiche che chissà come mi ricordano addirittura lo Steve Hackett di certi passaggi in Selling England by the pound. E' solo il vertice, ma ci sono anche la sommessa One light will do, la frizzante We went to Novgrod, l'articolatissima Mother and father and me, a marcar bene le doti di questi olandesi raffinati e gentili.