Visualizzazione post con etichetta Maggie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maggie. Mostra tutti i post

17 agosto 2022

Irma Vep (Olivier Assayas, 1996)

Irma Vep (id.)
di Olivier Assayas – Francia 1996
con Maggie Cheung, Jean-Pierre Léaud, Nathalie Richard
***

Rivisto in divx.

René Vidal (Jean-Pierre Léaud), regista "autoriale" da tempo in declino, è in procinto di girare un remake del classico serial del 1915 "I vampiri" di Louis Feuillade (naturalmente muto e in bianco e nero, come l'originale) scegliendo come protagonista Maggie Cheung (sé stessa), popolare attrice di Hong Kong. Giunta a Parigi, Maggie si ritrova spersa in una città straniera di cui non conosce la lingua e su un set pieno di confusione, dove abbondano tensioni e litigi. Per non parlare del fatto che si trova al centro delle tensioni fra la troupe e un regista in profonda crisi, sia professionale che personale, e delle attenzioni che, secondo feroci gossip, esercita su Zoé, la costumista lesbica (un'ottima Nathalie Richard). Una sorta di "Effetto notte" per Assayas, con cui affronta svariati temi semi-autobiografici e legati allo stato della settima arte in un momento di passaggio dalle velleità autoriali delle Nouvelle Vague (di cui René è uno degli ultimi rappresentanti: non a caso il personaggo è interpretato da Léaud, celebre "alter ego" di Truffaut nel ciclo di Antoine Doinel iniziato con "I quattrocento colpi") al post-modernismo di Tarantino & Co. (esemplificato dalla macchietta del giornalista che intervista Maggie, innamorato di John Woo e del cinema di arti marziali e feroce detrattore del vecchio cinema francese, descritto come "noioso", "intellettuale" e interessato solo al "proprio ombelico": sembra di sentire le stesse critiche che si facevano all'epoca al cinema impegnato italiano, o le parole rivolte da esegeti del cinema "popolare" e "d'azione" contro quello "d'autore"; il paradosso, naturalmente, è che le due cose possono convivere, come ha dimostrato la stessa Maggie nel corso della sua carriera, passando dalle pellicole di Jackie Chan a quelle di Wong Kar-wai). Lo stile di Assayas, per forza di cose, va alla ricerca del realismo, con la macchina a mano, lunghi piani sequenza, musica diegetica, dialoghi improvvisati o che si sovrappongono fra loro in modo fluente; e non mancano momenti intensi e sorprendenti, come quello in cui Maggie, per "entrare nel personaggio", indossa il costume di Irma Vep (una tuta in lattice, aderente e completamente nera, simile a quella di Musidora nel film di Feuillade ma ispirata anche alla Catwoman del secondo "Batman" di Tim Burton) e si aggira per l'albergo dove risiede, entrando persino nella stanza di una turista americana (interpretata da Arsinée Khanjian, moglie e musa di Atom Egoyan!) e rubandole una collana. L'insieme è affascinante, nel ritrarre il caos turbolento di una produzione cinematografica destinata da subito al fallimento: alla fine René abbandonerà il progetto e gli subentrerà un altro regista, José Mirano (Lou Castel), che come prima cosa rinuncerà all'attrice cinese, sostituendola con la sua controfigura. Maggie come sempre è esotica, splendida e vulnerabile. Nel cast anche Bulle Ogier (l'amica di Zoé). Nella colonna sonora spicca "Bonnie and Clyde" cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2022 lo stesso regista ha realizzato un remake autoreferenziale sotto forma di miniserie televisiva (con Alicia Vikander).

10 luglio 2021

Comrades, almost a love story (P. Chan, 1996)

Comrades, almost a love story (Tian mi mi)
di Peter Chan – Hong Kong 1996
con Leon Lai, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film segue nell'arco di dieci anni la relazione prima d'amicizia e poi d'amore – fra alti e bassi, momenti di povertà e di successo, periodi trascorsi insieme e lunghe separazioni – tra Li Xiao-jun (Leon Lai) e Li Qiao (Maggie Cheung), due immigrati dalla Cina continentale a Hong Kong, dove giungono insieme nel 1986. Lui, inizialmente sprovveduto, si appoggerà a lei, opportunista e all'apparenza più abile nell'adattarsi al nuovo ambiente. E mentre tutto attorno muta (passando per crisi economiche e cambi di paradigmi politici e sociali), anche il loro legame si farà più consapevole. Pellicola delicata e nostalgica, graziata da ottimi interpreti (in particolar modo Maggie Cheung, davvero deliziosa) e una notevole cura nel rapporto fra i personaggi e l'ambiente circostante: da notare soprattutto la relazione ambivalente con il luogo di nascita e con quello di elezione (Qiao finge di essere hongkonghese, vergognandosi delle proprie origini), rappresentata sullo schermo in più modi, in particolare attraverso le canzoni di Teresa Teng (che punteggiano tutta la colonna sonora), assai popolari in Cina ma anche legate a un passato e a una tradizione che la modernità cerca di superare. In effetti il titolo originale del film è quello di una canzone di Teng, e la pellicola termina proprio nel giorno in cui viene annunciata la morte della cantante (nel 1996). Realizzato alla vigilia dell'handover della colonia britannica alla Cina, il film è dunque in un certo senso una testimonianza del rapporto ambivalente fra Hong Kong e la madre Cina (vista da sempre dall'alto verso il basso), un rapporto che proprio in quegli anni stava cominciando a ribaltarsi (con gli immigrati che cominciavano a tornare nella madrepatria). Ma non si equivochi: la pellicola non intende lanciare un messaggio politico ma conserva una natura calda, intima e romantica, e forse anche per questo è riuscita a farsi amare da tutti e a diventare un piccolo classico. Le scene finali sono ambientate a New York (anche i rimandi alla cultura occidentale, in particolare americana, e alla sua attrattività sono numerosi: dai McDonalds ai ricorrenti Mickey Mouse, passando per la passione della vecchia zia di Xiao-jun per l'attore William Holden). Eric Tsang è il gangster che protegge Qiao (e di cui lei diventa l'amante), Kristy Yang la fidanzata che Xiao-jun ha lasciato al proprio paese, Christopher Doyle (in una rara prova da attore) l'insegnante di inglese Jeremy.

30 giugno 2021

Police story (Jackie Chan, 1985)

Police story (Ging chaat goo si)
di Jackie Chan – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Brigitte Lin
***1/2

Rivisto in DVD.

Il poliziotto hongkonghese Chan Ka-Kui (ribattezzato Kevin nella versione internazionale) deve proteggere fino al processo una testimone riluttante (Brigitte Lin), indispensabile per sgominare la banda di un ricco trafficante di droga (Chor Yuen) che però riuscirà a farla franca. Accusato ingiustamente di essere responsabile della morte di un collega, e abbandonato dai propri superiori, sarà tentato di farsi giustizia da solo. Uno dei titoli più belli e importanti della ricchissima filmografia di Jackie Chan (che come nel precedente "Project A", oltre a recitare, collabora alla sceneggiatura (con Edward Tang), cura la regia e canta persino la canzone dei titoli di coda). Rimasto deluso da come l'americano James Glickenhaus lo aveva appena diretto in "Protector" (uno dei tanti tentativi falliti di "sfondare" in Occidente), Jackie volle mostrare a tutti qual era la sua idea di un poliziesco d'azione: il risultato fu un film assai influente e dall'enorme successo di pubblico, capostipite di un intero filone che lo lancerà in versione "moderna", aggiornando il suo kung fu comico a un'ambientazione urbana e dando vita a un personaggio – il poliziotto bonaccione ma coraggioso – che l'attore riprenderà in numerosi altri lungometraggi (lo stesso "Police story" avrà diversi seguiti). Al di là della trama, Jackie appare come uno spericolato funambolo che gioca e si diverte nel cacciarsi (e districarsi) in situazioni acrobatiche e pericolose. Non solo combattimenti e arti marziali, dunque, ma anche salti, capitomboli e inseguimenti mozzafiato. In effetti è proprio in questo periodo che l'intera industria cinematografica di Hong Kong si affranca definitivamente dagli stilemi del vecchio gongfupian di ambientazione storica, trasferendo i classici temi della vendetta, della giustizia e della fratellanza in un setting contemporaneo ("A better tomorrow" di John Woo, per esempio, è del 1986: c'è però da dire che già Bruce Lee aveva recitato in pellicole di ambientazione moderna). Lo stesso Jackie ha affermato a più riprese di considerare "Police story" il suo titolo migliore in termini di pura azione. Ciò nonostante, il film è incredibilmente rimasto inedito in Italia per molti anni, fino a quando è finalmente uscito in DVD.

Moltissime le sequenze indimenticabili e di forte impatto, a seconda dei casi frenetiche (la catastrofica distruzione della baraccopoli lungo la collina, l'inseguimento all'autobus con l'aiuto di... un ombrello), comiche (la falsa aggressione alla testimone, la deposizione al processo, la scena in cui Kevin si giostra con innumerevoli telefoni) o spettacolari (il salto dalla cima del palazzo nella piscina, e naturalmente la discesa lungo la pertica elettrificata). A causa dell'enorme quantità di vetri infranti durante il combattimento finale nel grande magazzino, gli stuntmen e la troupe intera ribattezzarono la pellicola "Glass story". Il film è rimasto celebre anche per i molti "infortuni" occorsi agli attori: nella scena in cui Jackie ferma l'autobus, per esempio, i cattivi proiettati fuori dai finestrini avrebbero dovuto attutire la caduta finendo sul tetto dell'automobile; invece il veicolo ha frenato troppo presto e i malcapitati stuntmen sono caduti sull'asfalto. Lo stesso Jackie è stato ricoverato in ospedale dopo alcune scene troppo "realistiche", con le mani ustionate (in seguito alla discesa lungo il palo elettrificato) e qualche vertebra quasi rotta... ma in fondo è anche questo il bello dei suoi film: siamo sempre sicuri che tutto ciò che vediamo sullo schermo è stato fatto davvero, senza controfigure o effetti speciali. Oltre alle sequenze d'azione e agli elaborati e pericolosissimi stunt, però, Jackie si concede come detto (e come suo solito) alcuni irresistibili momenti slapstick che rendono omaggio ai grandi comici del muto (ci sono persino le torte in faccia!), lasciando che il tono del film ondeggi continuamente fra il thriller poliziesco e la commedia degli equivoci. E in assenza dei fidi compagni Sammo Hung e Yuen Biao, e anche senza un vero e proprio cattivo da affrontare nel finale, al protagonista fanno da contraltare soprattutto i due personaggi femminili: Brigitte Lin si rivela un'ottima spalla, mentre resta indelebile nella memoria (anche per le divertenti scene con il motorino!) la performance di una giovanissima e quasi esordiente Maggie Cheung nei panni della fidanzatina May, timida e gelosa.

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).

3 aprile 2018

The heroic trio (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio (Dung fong saam hap)
di Johnnie To [e Ching Siu-tung] – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

La supereroina Wonder Woman – sotto la cui maschera si cela Tung (Anita Mui), moglie del detective Lau (Damian Lau) – indaga su una serie di misteriose sparizioni di neonati. A rapirli (per conto di un demoniaco "maestro", un crudele eunuco dai poteri soprannaturali che intende scegliere fra loro il futuro "imperatore della Cina" e metterlo alla guida di un esercito per conquistare il mondo) è San (Michelle Yeoh), alias Invisible Girl, in grado di rendersi invisibile grazie al mantello messo a punto da uno scienziato (James Pak). Quando Tung scoprirà che San è in realtà Ching, la sua sorella da tempo perduta, riuscirà a portarla dalla propria parte. Alle due si unirà anche la mercenaria motorizzata Chat (Maggie Cheung), alias Thief Catcher: e insieme le tre eroine sconfiggeranno il nemico. Le tre attrici forse più carismatiche del cinema di Hong Kong recitano insieme in un pastiche fantastico, grezzo e kitsch, che mescola wuxia e supereroi, scenari fantasy e ambienti urbani/futuristici (la grotta sotterranea del cattivo, letteralmente sotto le strade e i tombini della città, non appare meno irreale dell'ospedale dove vengono rapiti i neonati), pathos o drammi melò e situazioni ridicole da cartoon. C'è davvero di tutto, senza porre freni alla fantasia o al (cattivo) gusto, a volte prendendosi sul serio (la morte di un bambino, con tanto di lacrima che scorre sulla maschera di Wonder Woman; la storia d'amore fra Ching e lo scienziato) e a volte schiacciando il pedale dell'ironia (il personaggio di Chat, l'elemento più comico del trio, che a differenza delle altre due eroine non usa le arti marziali ma armi da fuoco e candelotti di dinamite) o del grottesco (il guardiano della grotta Kau (Anthony Wong), che divora le proprie dita, o che sfoggia come arma una classica "ghigliottina volante"). Nel finale, c'è spazio anche per l'animazione a passo uno dello scheletro scarnificato del cattivo. Vedere insieme sullo schermo tre attrici così diverse tra loro come Anita Mui (elegante diva della canzone), Michelle Yeoh (abile atleta di arti marziali) e Maggie Cheung (meravigliosa habitué del cinema d'autore) può essere straniante, ma di certo è un testamento alla capacità del cinema di Hong Kong di mescolare i generi sotto ogni punto di vista. Il divertimento, se si sta al gioco, non manca. Il tema dei neonati in pericolo ricorda "Hard boiled" di John Woo: e uno di loro muore durante la scaramuccia fra eroine, cosa davvero impensabile in un film occidentale! Diretto da un Johnnie To a inizio carriera, il film presenta più le stimmate di Ching Siu-tung (già collaboratore di Tsui Hark e regista di celebri fantasy come "Storie di fantasmi cinesi", qui produttore e coreografo) che non quelle del futuro autore di noir della Milkyway. L'iconica canzone sui titoli di coda è cantata da Anita Mui. Il film ha ispirato, fra i tanti, Olivier Assayas (che lo citerà in "Irma Vep") e la versione hollwyoodiana di "Charlie's Angels" di McG. Nello stesso anno uscirà un sequel, "Executioners".

11 febbraio 2014

Twin dragons (Ringo Lam, Tsui Hark, 1992)

The twin dragons (Shang long hui)
di Ringo Lam e Tsui Hark – Hong Kong 1992
con Jackie Chan, Maggie Cheung
**1/2

Rivisto in TV.

In questa classica commedia degli equivoci, Jackie Chan interpreta il doppio ruolo di due gemelli separati alla nascita. Uno, John Ma, cresciuto ed educato negli Stati Uniti, è diventato un celebre direttore d'orchestra; l'altro, Boomer, vissuto nei bassifondi di Hong Kong, è ora un pilota clandestino ed esperto in arti marziali. Quando John torna ad Hong Kong per esibirsi in un concerto, i due entrano a contatto, dando il via a un'inevitabile serie di scambi di persona. A un certo punto Boomer si ritroverà a dirigere sul palco mentre John dovrà affrontare i gangster che hanno un conto in sospeso con il fratello... Costruita su uno spunto vecchio come il cinema (da "Non c'è due senza quattro" a "Inseparabili"), una pellicola forse carente dal punto di vista dei combattimenti (visto che manca un avversario vero e proprio) ma ravvivata sul piano comico-romantico da un Jackie in gran forma e dalle due interpreti femminili, la splendida Maggie Cheung (al suo quinto film con Jackie, dopo i tre "Police Story" e il secondo "Project A") e la conturbante Nina Li Chi (che nel mondo reale è la moglie di Jet Li), ciascuna delle quali si innamorerà del Jackie "sbagliato", credendo che si tratti dell'altro. L'umorismo è a tratti quello demenziale delle commedie hongkonghesi degli anni ottanta, ma non mancano trovate interessanti, come quando i movimenti o le sensazioni di uno dei gemelli influenzano l'altro, anche a distanza. Ringo Lam ha diretto per lo più le scene d'azione (in particolare il lungo combattimento finale nella fabbrica dove si testano le automobili, con il continuo passaggio fra le due camere caratterizzate dal caldo e dal freddo), mentre Tsui Hark si è occupato di quelle a sfondo comico-romantico (ovvero tutta la sezione centrale della pellicola). Kirk Wong è il gangster che provoca lo scambio dei bambini, Teddy Robin è l'amico di Boomer. Moltissimi i cameo di attori e registi hongkonghesi: si va da John Woo (il prete) a Lau Kar-Leung (il medico), da Wong Jing (il curatore "alternativo") ad Eric Tsang (l'uomo che parla al telefono), da Sylvia Chang e James Wong (i genitori dei gemelli) a Mabel Cheung (la madre adottiva di Boomer), fino agli stessi registi Ringo Lam e Tsui Hark (due dei meccanici che giocano a carte).

8 marzo 2012

A fishy story (Anthony Chan, 1989)

A fishy story (Bu tuo wa de ren)
di Anthony Chan – Hong Kong 1989
con Maggie Cheung, Kenny Bee
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nella Hong Kong del 1967, scossa da disordini, scioperi e proteste (fu uno dei periodi più tumultuosi dell'ex colonia britannica, investita dall'onda lunga della "rivoluzione culturale" cinese), un'aspirante attrice di cinema (Maggie Cheung) e un tassista senza licenza (Kenny Bee) che abitano in due appartamenti adiacenti (lei al piano di sotto, lui nella piccionaia) stringono una forte amicizia che si tramuta presto in amore. Ma le difficoltà economiche si rivelano un ostacolo insormontabile: lei, che sogna il lusso e l’America, cerca goffamente di atteggiarsi ad “arrampicatrice sociale”; lui, che risparmia per acquistare un vero taxi, è mantenuto da una ricca cliente che lo ha scelto come amante. Girato con un ritmo e un mood da musical (non solo per le canzoni retrò – su tutte “Smoke gets in your eyes”, vero filo conduttore della pellicola, e “Sealed with a kiss” – ma anche per la fotografia calda e colorata di Peter Pau), è un film romantico assai superficiale nelle sue svolte melodrammatiche e nella descrizione dell'ambiente socio-politico, che culmina in alcune sequenze ai limiti del grottesco (le riprese del film durante le quali il regista fa maltrattare Maggie dalle altre attrici, gli scioperi “comunisti”). Deliziosa, in ogni caso, una Maggie Cheung sbarazzina che ha sicuramente come punto di riferimento la Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany” (in una delle scene iniziali, fra le fotografie in bianco e nero che illustrano gli scioperi, la vediamo ammirare proprio le vetrine della celebre gioielleria). Nel cast anche lo stesso regista (nei panni di Paul, il corteggiatore americano di Maggie) e Josephine Koo (l’amante di Kenny Bee).

3 gennaio 2011

The iceman cometh (C. Fok, 1989)

The iceman cometh (Ji dong ji xia)
di Clarence Fok – Hong Kong 1989
con Yuen Biao, Maggie Cheung
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Grazie a un mistico artefatto buddista, una guardia imperiale dell'epoca Ming (Yuen Biao, compagno di tante avventure di Jackie Chan e Sammo Hung, qui in una delle sue rare apparizioni "da solo") e un suo collega che si è dato al crimine (il dinoccolato Yuen Wah, abbonato alle parti da cattivo) si ritrovano trasportati 300 anni nel futuro, nella Hong Kong moderna, dove faticheranno ad abituarsi ai nuovi usi e costumi ma proseguiranno la loro incessante lotta. Divertente pellicola d'azione e d'avventura con un sottotesto fantastico e soprattutto una lunga parte centrale che si sviluppa come commedia romantica sofisticata, grazie alla preziosa presenza di Maggie Cheung nei panni della furba e capricciosa prostituta che accoglie il protagonista Ching e ne fa il proprio "servetto", lasciandogli credere nel mondo moderno gli uomini sono al servizio delle donne. Naturalmente fra i due nascerà l'amore, ma gli ideali nobili e conservatori di Ching gli impediranno di vivere al fianco della donna se prima non avrà portato a termine il suo compito, quello cioè di fermare l'acerrimo rivale che, anche nel ventesimo secolo, continua a dedicarsi a rapine, stupri e omicidi. Nonostante i ridicoli effetti speciali e un vago senso di deja vù (il riferimento principale potrebbe essere "Highlander"), il film è gradevole per merito dei tre ottimi interpreti e del buon ritmo nelle scene d'azione, specialmente nel finale. Il titolo, identico a quello di un dramma teatrale di Eugene O'Neill adattato al cinema da John Frankenheimer del 1973 (con il quale non ha nulla a che vedere), si riferisce al fatto che i due guerrieri, nel passaggio fra passato e futuro, si ritrovano congelati come mummie nei ghiacci tibetani.

18 ottobre 2010

2046 (Wong Kar-wai, 2004)

2046 (id.)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2004
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Rivisto in DVD.

Tornato a Hong Kong dopo un breve soggiorno a Singapore, sullo sfondo dei turbolenti disordini dei tardi anni sessanta, il giornalista Chow – un Tony Leung bravo come non mai, qui con baffetti alla Clark Gable – cerca di dimenticare la sua infelice storia d'amore con Su Li-Zhen, la signora Chan (narrata in "In the mood for love", di cui questo film è il sequel), trasformandosi in un cinico seduttore e vivendo numerose avventure sentimentali senza lieto fine. "Ho amato una sola donna nella mia vita, ma non ho mai saputo se anche lei mi amava", spiega. Insediatosi in una camera dell'Oriental Hotel, scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 (ovvero il numero della stanza d'albergo in cui si incontrava di nascosto con la sua amata nel film precedente): più che un anno (che fra l'altro indica la data in cui terminerà l'amministrazione autonoma di Hong Kong rispetto al resto della Cina), un luogo mentale dove è possibile ritrovare i ricordi perduti, anche a costo di non tornare più indietro. E difatti il tema dei sentimenti si intreccia fortemente a quello della memoria, come dimostra la sottotrama di Lulu (personaggio che proviene da uno dei primi film di WKW, "Days of being wild"), che non ricorda di aver mai incontrato Chow.

Se negli inserti fantascientifici – che fondono atmosfere di "Alphaville", "Blade Runner" e "Galaxy Express 999" – un viaggiatore diretto verso il 2046 a bordo di un treno speciale si innamora di un'androide (Faye Wong) dotata di "emozioni differite", nella realtà Chow frequenta prima la giovane ed elegante escort di lusso Bai Ling (Zhang Ziyi), inizialmente altezzosa ma che finisce con il legarsi troppo a lui, tanto che a un certo punto è costretto a respingerla; poi Jing Wen (ancora Faye Wong), figlia maggiore del proprietario dell'albergo, fidanzata a distanza con un giapponese e aspirante scrittrice che diventa la sua assistente, ispirandogli fra l'altro gran parte del suo romanzo; e infine ricorda la sua relazione con la "vedova nera" Su (Gong Li), un'affascinante giocatrice d'azzardo dal passato misterioso che ha curiosamente lo stesso nome della sua amata perduta (Maggie Cheung, che compare solo per pochi istanti in un breve flashback). Con ciascuna di loro, così come con la ballerina Lulu (Carina Lau), trascorrerà una diversa vigilia di Natale: nel suo romanzo, le zone 24 e 25/12 dello spazio sono infatti quelle più fredde, dove c'è assolutamente bisogno di calore umano per sopravvivere. Rispetto a "In the mood for love" il film è più passionale ed erotico, più frammentato ma altrettanto struggente e visivamente stupendo. Splendido il cast, con una concentrazione di attrici da brivido. E meravigliose, come sempre, l'elegante e coloratissima fotografia di Christopher Doyle (coadiuvato da Kwan Pung-leung) e la suggestiva colonna sonora di Shigeru Umebayashi (integrata con brani come "Casta diva", associata a Faye Wong, e "Siboney", associata a Zhang Ziyi).

4 giugno 2010

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000)

In the mood for love (Fa yeung nin wa)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 2000
con Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Hong Kong, 1962. Alloggiati in due stanze affittate in appartamenti adiacenti, il signor Chow (giornalista con la passione per i romanzi wuxia) e la signora Chan (segretaria in un'agenzia di trasporti) cominciano a frequentarsi quando scoprono che i rispettivi coniugi, spesso assenti per lavoro, sono amanti. Dapprima cercano semplicemente di comprendere come sia nata la relazione altrui; ma poi l'intensità del rapporto, sotto il peso delle loro vite solitarie, crescerà sempre di più, fino alla sofferta decisione di separarsi: lui si trasferirà a Singapore, lei si rifarà una vita con un figlio. Il capolavoro di Wong Kar-wai, con il quale il regista volta stilisticamente pagina rispetto ai lavori precedenti per dedicarsi a una ricerca estetica estrema e quasi calligrafica, è un film talmente perfetto da lasciare estasiati. La struggente (anche se quasi banale) storia d'amore è raccontata contemporaneamente con grande distacco (non vedremo nemmeno un bacio fra i due protagonisti, benché ci siano pochi dubbi che il figlioletto che accompagna la signora Chan nell'epilogo sia stato concepito con Chow) e con enorme empatia, trasportando lo spettatore in un mondo chiuso e autoreferenziale, distante nel tempo e nello spazio ma vicino per emozioni e sentimenti. "Proprio perché non facciamo nulla di male, dobbiamo evitare i pettegolezzi", si dicono i due protagonisti, preoccupati di cosa penseranno i vicini di casa nel vederli insieme, imprigionati in ruoli sociali che la collocazione della vicenda negli anni sessanta, in una Hong Kong scossa da tensioni socio-politiche, rende ancora più soffocanti. La narrazione procede lenta, cadenzata da piccoli segnali che indicano la sempre maggior vicinanza dei protagonisti l'uno all'altro. La separazione finale, per quanto dolorosa, è quasi inevitabile. E a Chow non resta che confidare il suo segreto, l'amore per la donna, a un foro scavato nella parete delle rovine di Angkor Wat, in Cambogia, in una sequenza preceduta da filmati di repertorio sulla visita di Charles De Gaulle che contestualizzano l'ambientazione storica ("De Gaulle è parte della storia coloniale che sta per dissolversi", ha spiegato il regista).

Ma anche a livello di stile, tutto è straordinario in questo film: la regia curatissima, con ralenti che fermano il tempo e prolungano gli attimi di rassegnazione e di compartecipazione; una sceneggiatura che gioca con le ellissi, i dettagli, le frasi non dette, le menzogne degli amanti; un casting che si concentra sui due protagonisti e su poche altre figure marginali (il collega di Chow, la padrona di casa), scegliendo invece di non mostrare mai direttamente – se non attraverso l'inquadratura di una nuca o una voce fuori campo – i rispettivi coniugi che sono poi i motori della vicenda; la recitazione dei due interpreti, con un superbo Tony Leung, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes, e una splendida Maggie Cheung, capace di farsi finalmente notare anche da quegli spettatori distratti che ancora non conoscevano la sua bravura; la fotografia di Christopher Doyle (sostituito nel finale da Mark Lee Ping-bin, collaboratore abituale di Hou Hsiao-hsien), dai colori forti, accesi, almodovariani, in grado di dare spessore palpabile a luci, ombre (sui muri), fumo di sigaretta e gocce di pioggia estiva; la colonna sonora, con lo splendido "Yumeji's theme" di Shigeru Umebayashi (tratto da un film di Seijun Suzuki) e brani di Michael Galasso affiancati da oldies di Nat King Cole ricchi di sensuale fascino latino, come le canzoni "Aquellos ojos verdes" e "Quizas, quizas, quizas" (il brano che dà il titolo al film, invece, si sente solo nei trailer); gli abiti, con Maggie Cheung in particolare che ne cambia a decine, indossando un cheongsam diverso in ogni scena ma sempre con estrema eleganza, i tessuti che le fasciano il corpo come un guanto (indimenticabili le sequenze in cui scende le scale per andare a comprarsi i ravioli al vapore quando il marito non c'è, incontrando immancabilmente Chow che si reca a fare lo stesso); e le scenografie, curatissime sin dalla scelta degli oggetti d'arredamento, le tende, le carte da parati, i muri scrostati per le strade. Quattro anni dopo Wong girerà un seguito, "2046", sempre con Tony Leung ma senza Maggie Cheung (a parte un breve cameo).

31 agosto 2009

New Dragon Gate Inn (R. Lee, 1992)

New Dragon Gate Inn (Sun lung moon hak chan)
di Raymond Lee – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Brigitte Lin, Tony Leung Ka-fai
***

Rivisto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Remake del classico "Dragon Gate Inn" di King Hu (1967), realizzato dalla factory di Tsui Hark in piena "new wave" hongkonghese ("Once upon a time in China" era uscito appena l'anno precedente) e con un cast pieno di stelle. La regia è accreditata al solo Raymond Lee, un carneade, ma pare che in realtà il coreografo Ching Siu-tung e lo stesso Tsui Hark abbiano diretto numerose scene. Anche se la sceneggiatura presta maggior attenzione al lato intimo dei personaggi e alle relazioni fra di loro, rispetto alla pellicola originale lo scheletro della vicenda cambia ben poco: all'epoca della dinastia Ming, il perfido eunuco Cao fa sterminare la famiglia di un ministro ribelle e intende usare i suoi figli come esca per attirare in trappola i suoi alleati. Presso la Locanda del Drago, desolato avamposto dalle pareti di fango e dai pavimenti di legno che sorge praticamente nel nulla fra il deserto e le montagne ai margini dell'impero, si ritrovano così sotto false identità tanto i seguaci del ministro deposto quanto gli agenti segreti inviati da Cao, costretti a una prolungata e difficile convivenza a causa del maltempo che imperversa all'esterno; al gioco di duelli notturni segreti e silenziosi partecipa però anche una terza fazione, quella guidata dalla seducente Jin (una Maggie Cheung splendida e ammiccante), proprietaria della locanda e in realtà capo di un gruppo di banditi che non esitano ad uccidere gli ospiti sgraditi e ad usarne i cadaveri per preparare la cena! L'aggiunta di un pizzico di sesso e di gore rende il film più vicino al gusto dello spettatore moderno, come testimonia anche lo stile che fa ampio uso di ralenti e wire work per mettere in scena combattimenti "volanti" e irrealistici, più spettacolari ma anche più confusi e meno rigorosi rispetto a quelli del film originale. Straordinari i paesaggi di frontiera, con il deserto roccioso la cui polvere sollevata dalle tempeste di sabbia o dai cavalli al galoppo contribuisce a rendere quasi oniriche le scene d'azione, che sembrano così svolgersi davvero ai confini del mondo conosciuto. In più c'è anche una sottotrama romantica e melò, con il triangolo fra il prode Tony Leung Ka-fai, la sua amata Brigitte Lin (che, come spesso le capita, si traveste da uomo per tutto il film) e la "terza incomoda" Maggie Cheung, subdola e intrigante. Imperdibile, in particolare, il combattimento-spogliarello fra le due attrici. Nel finale il film si colora anche di grottesco, con il cuoco dazi (una minoranza etnica del nord della Cina) – fino ad allora personaggio del tutto secondario – che spunta dalla sabbia nel momento in cui il cattivo sembra trionfare e "spolpa" gamba e braccio con il suo coltellaccio al malcapitato Donnie Yen. La fotografia, che sarebbe piaciuta a Ridley Scott, sfrutta la luce che filtra dalle pareti e i granelli di polvere sospesi nell'aria per costruire un'atmosfera onirica e ovattata, dominata dal colore bianco e a tratti anche più claustrofobica di quella del suo predecessore.

22 febbraio 2008

Clean (Olivier Assayas, 2004)

Clean (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Canada/GB 2004
con Maggie Cheung, Nick Nolte
**1/2

Visto in DVD.

Secondo film di Assayas con Maggie Cheung, dopo "Irma Vep" (nel quale l'attrice hongkonghese, che dal 1998 al 2001 è stata sposata per tre anni proprio con il regista francese, intepretava sé stessa). Qui Maggie è la vedova di un cantante canadese morto per overdose che, pur essendo a sua volta tossicodipendente, cerca di ricostruirsi una vita "pulita" nella speranza di poter riabbracciare il figlioletto che nel frattempo viene custodito dal nonno paterno, un ottimo e misurato Nick Nolte. Permeato dal consueto naturalismo di Assayas (che gradisco parecchio), il film propone personaggi e dialoghi realistici (ma chissà perché quelli in francese e quelli in inglese sono stati doppiati in italiano, mentre quelli in cinese no) ed è ambientato nel mondo della musica alternativa, fra il Canada, Parigi e Londra. Mi piacciono i film dove le conflittualità sono ben presenti ma non vengono esasperate, dove le persone riflettono prima di gridare, dove si è convinti che la gente possa cambiare e c'è sempre qualcuno (come Nolte, in questo caso) che crede nel perdono. Maggie conferma di essere un'attrice a tutto tondo (la sua interpretazione le è valsa il premio come miglior attrice al festival di Cannes) e si esibisce anche in alcuni bei numeri di canto.

27 marzo 2007

Center stage (Stanley Kwan, 1992)

Center stage (Yuen Ling-Yuk, aka The Actress)
di Stanley Kwan – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Carina Lau, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Ambientato a Shanghai, racconta gli ultimi anni della vita di Ruan Ling Yu, celebre star cinese del cinema muto, morta suicida a soli 25 anni dopo esser rimasta vittima di una campagna stampa che la accusava di essere l'amante di un uomo sposato. Maggie interpreta la protagonista con la consueta grazia e bravura, ma anche il suo impegno non riesce a sollevare il film – che pure in patria ha vinto svariati premi – da un freddo manierismo. Il regista sembra più interessato alla ricostruzione storica (non mancano accenni alle proteste contro l'occupazione giapponese della Manciuria) che a coinvolgere il pubblico, e il ritratto dell'attrice che ne esce, aspetti protofemministi compresi, è noioso e non del tutto convincente. Curiosi, nella prima mezz'ora di film, alcuni "godardismi" come l'inserimento di brevi interviste a Maggie e ad altri membri del cast che parlano, "fuori dal personaggio", del loro ruolo nella pellicola o di cosa pensano di Ruan; oppure inserti con le testimonianze di persone che avevano davvero conosciuto l'attrice.

20 marzo 2007

Green snake (Tsui Hark, 1993)

Green snake (Ching se)
di Tsui Hark – Hong Kong 1993
con Maggie Cheung, Joey Wong
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Un film bizzarro e affascinante, visivamente molto bello, tratto da un'antica leggenda cinese. La smeraldina Maggie Cheung (splendida!) e la sorella maggiore Joey Wong sono due spiriti-serpente, malvage per natura eppure dotate di un animo gentile, che assumono forma umana per integrarsi fra gli uomini: la seconda arriva addirittura a sposare un essere umano (nascondendogli la sua reale identità), mentre la prima – meno abile nel controllare la propria metamorfosi – va in cerca di avventure. Devono però vedersela con un monaco dai grandi poteri spirituali che dà la caccia a tutte le creature sovrannaturali. Meno pretenzioso di altri wuxia di Tsui Hark, presenta per una volta una trama lineare e facile da seguire ed è graziato, oltre che dalla bellezza delle due protagoniste, da una fotografia caleidoscopicamente colorata e da paesaggi straniti e surreali. Belle anche le musiche. Piuttosto buona la qualità del dvd Mei Ah.

26 febbraio 2007

Days of being wild (Wong Kar-wai, 1991)

Days of being wild (A Fei jing juen)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1991
con Leslie Cheung, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD.

Non me lo ricordavo così bello. Come il suo primo film, "As tears go by", anche il secondo lungometraggio di WKW non mi era piaciuto molto quando lo avevo visto per la prima volta, mentre adesso ne riconosco tutti i pregi, soprattutto stilistici. La pellicola, un viaggio malinconico attraverso amori, solitudini, delusioni e sofferenze nella Hong Kong degli anni sessanta, è quasi tutta incentrata sul personaggio di Leslie Cheung, giovane nichilista che passa da una donna all'altra e che sembra più interessato alla morte e all'oblio che alla vita. Prima di partire per le Filippine all'inutile ricerca della sua vera madre che lo ha abbandonato alla nascita, ha il tempo di spezzare il cuore di due ragazze, la prima delle quali, Maggie Cheung, troverà conforto nell'amicizia con un poliziotto notturno (Andy Lau) a sua volta testimone poi della fine del protagonista. Con uno stile misurato e rarefatto, il regista fa le prove generali per i suoi capolavori successivi, soprattutto "In the mood for love", del quale condivide già epoca e ambientazione, qualche ralenti e i ritmi latino-americani nella colonna sonora. Il risultato è di altissimo livello, grazie soprattutto alle ottime interpretazioni degli attori e alla magica fotografia di Christopher Doyle, giocata tutta su tenebrosi toni di verde. Curiosa l'ultima scena, con protagonista il gigolò interpretato da Tony Leung Chiu-wai, che in questo film ha un ruolo davvero marginale ma che successivamente diventerà l'attore per eccellenza di WKW.

4 settembre 2006

As tears go by (Wong Kar-wai, 1988)

As tears go by (Wong gok ka moon)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1988
con Andy Lau, Maggie Cheung, Jacky Cheung
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Da parecchio tempo volevo rivedere i primi due film di WKW perché troppo tempo era trascorso dalla prima volta che li avevo visti. Per di più, allora non mi erano piaciuti granché, mentre stavolta li ho apprezzati molto di più. Il suo film d'esordio è datato 1988, quando il cinema di Hong Kong era in piena rinascita grazie all'onda lunga del successo di "A better tomorrow". Non a caso, anche se il fulcro della vicenda è già una struggente e romantica storia d'amore come nelle sue opere successive, i temi trattati sono più simili a quelli del film di John Woo: personaggi che prosperano nel sottobosco della criminalità organizzata, amicizia virile (qui, a dire il vero, quasi "paterna", con Lau che – nelle vesti di "fratello maggiore" – difende e cerca di tener fuori dai guai la testa calda Jacky Cheung fino al punto di sacrificarsi per lui), onore e tradimento. A ricordare le storie di gangster di Woo c'è anche la recitazione esagerata e gesticolata di Lau e J. Cheung, simile a quella di Chow Yun-fat, mentre la splendida e bravissima Maggie Cheung è più misurata e fornisce equilibrio al film. In ogni caso si tratta di un esordio coi fiocchi, nel quale WKW mette in mostra uno stile già maturo e personale. Se personaggi e ambientazione possono ricordare "Mean streets" di Scorsese, la visione poetica e malinconica della violenza sembra quasi anticipare, a volte, Takeshi Kitano. I pregi del regista, comunque, c'erano già tutti: grande senso dell'inquadratura, sapiente utilizzo delle canzoni nella colonna sonora, montaggio ricercato, fotografia brillante e ipercromatica (sorprendentemente non di Christopher Doyle, che diventerà suo collaboratore abituale soltanto dal secondo film).

5 giugno 2006

Ashes of time (Wong Kar-wai, 1994)

Ashes of time (Dung che sai duk)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1994
con Leslie Cheung, Tony Leung Kar-fai, Brigitte Lin
***

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Finalmente ho visto l'ultimo Wong Kar-wai che mi mancava, fra l'altro l'unico a non essere uscito in italiano, nonostante fosse stato presentato a suo tempo al festival di Venezia. È anche il solo wuxiapian della sua filmografia, seppure decisamente atipico e caratterizzato dal suo stile personale. Splendidissimo il cast, composto in gran parte da suoi habitué: Leslie Cheung, Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung, Brigitte Lin (è sempre un piacere vederla vestita da uomo, come fa spesso in questo genere di film), Jacky Cheung, Carina Lau e Tony Leung Kar-fai.
Uno spadaccino vive ai margini del deserto, struggendosi nel ricordo della donna amata e perduta. Nella sua capanna si incrociano le storie di una moltitudine di personaggi: amici che gli fanno visita, viaggiatori di passaggio, stranieri che intendono assoldarlo, rivali giunti a sfidarlo. Un film complesso e affascinante, visivamente straordinario, con il tempo e la memoria come filo conduttore: scandito dal passare delle stagioni e dai ricordi che alcuni vorrebbero cancellare e altri mantenere immutati per sempre, ricco di personaggi tormentati, di guerrieri che si allenano combattendo contro il proprio riflesso o che attendono in eterno l'arrivo di fantomatici nemici, storie incrociate di gelosia, vendette e tradimenti… la narrazione è destrutturata al punto da sembrare, almeno inizialmente, saltare di palo in frasca, salvo poi tirare le fila di ogni sottotrama al momento opportuno. Quello che lo rende affascinante è lo stile di WKW, ipnotico e avvolgente, con la sua regia sofisticata, le inquadrature sghembe o ricercate, l'attenzione ai dettagli, il montaggio frammentato. Interessante come sempre la fotografia di Christopher Doyle, dominata da tonalità gialle, rosse e ocra, colori caldi come la sabbia del deserto che fa da sfondo alle vicende. La copia in DVD che ho visto (Mei Ah) era piuttosto scadente, ma la sgranatura e le imperfezioni donavano ulteriore fascino alle immagini. Le rare sequenze di combattimento, più contrappunti didascalici che scene madri, sono girate in maniera confusa e sperimentale, a scatti oppure con ralenti che fanno assomigliare i movimenti degli spadaccini alle pennellate su un dipinto. Ed è quasi incessante l'accompagnamento della colonna sonora, magari non sempre memorabile ma fondamentale nell'economia della pellicola.