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24 maggio 2023

Broker - Le buone stelle (H. Koreeda, 2022)

Broker - Le buone stelle (Broker)
di Hirokazu Koreeda – Corea del Sud 2022
con Song Kang-ho, Bae Du-na
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il gestore di una lavanderia (Song Kang-ho) e un giovane orfano suo amico (Gang Dong-won) sottraggono neonati abbandonati anonimamente dalle madri nella "baby box" di una chiesa per rivenderli clandestinamente a coppie che vogliono adottarli. Una giovane prostituta (Lee Ji-eun) che aveva lasciato lì il proprio figlio scopre il loro traffico, ma accetta di unirsi a loro per vendere il proprio bambino. Per un motivo o per l'altro, però, la vendita non andrà in porto: e mentre girano per il paese, i tre – ai quali si aggiunge un altro ragazzino fuggito dall'orfanotrofio – si ritrovano a formare una sorta di "famiglia", affezionandosi nel frattempo sempre più al neonato, il tutto mentre vengono pedinati in segreto da un'agente di polizia (Bae Du-na), intenzionata ad arrestarli in flagranza di reato. Dopo la Francia (con "Le verità"), Koreeda gira un altro film all'estero, stavolta in Corea, con l'attore di "Parasite" (Song Kang-ho, premiato a Cannes). È una storia che parla di abbandono, di orfani, di "famiglia" e del sogno di ricominciare da capo, con un pizzico di retorica ma anche personaggi estremamente umani, compresa la poliziotta che, a furia di seguire e sorvegliare i trafficanti di bambini (ma loro si definiscono "broker"), finisce per comprenderne i sentimenti e le motivazioni. Forse un po' lento, soprattutto nella seconda parte, ma con tutta la profondità e l'attenzione agli aspetti relazionali, umani e sociali che caratterizzano da sempre il cinema del regista giapponese. Il tema del rapporto (non di sangue) fra genitori e figli, per esempio, era già stato affrontato in "Father and son", e quello della famiglia non convenzionale che vive ai margini della legalità in "Un affare di famiglia". Lee Joo-young è la collega di Bae Du-na, mentre diversi attori celebri per serial televisivi coreani fanno la loro apparizione in parti minori.

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

3 agosto 2016

Jupiter - Il destino dell'universo (Wachowski, 2015)

Jupiter - Il destino dell'universo (Jupiter Ascending)
di Lana e Lilly Wachowski – USA 2015
con Mila Kunis, Channing Tatum
**

Visto in TV.

Jupiter Jones (Mila Kunis), umile immigrata clandestina che si guadagna da vivere come donna delle pulizie, scopre di essere nientemeno che la reincarnazione di colei che un tempo era la legittima proprietaria della Terra. Il pianeta, insieme a molti altri sparsi nella galassia, fa infatti parte delle proprietà di una ricca famiglia reale (gli Abrasax) che ne "alleva" gli abitanti per ricavare da essi un elisir di giovinezza che poi vende in tutto l'Universo. Contro il ritorno di Jupiter e la rivendicazione dei suoi diritti si battono i suoi tre "figli", Balem (Eddie Redmayne), Titus (Douglas Booth) e Kalique (Tuppence Middleton), che non intendono lasciare che la ragazza si riappropri della loro eredità ma soprattutto che metta fine, per motivi etici, al loro "commercio". Per fortuna Jupiter sarà aiutata dagli ex legionari spaziali Caine (Channing Tatum) – un licatante (ibrido fra uomo e lupo) di cui si innamora – e Stinger (Sean Bean). Incaricate dalla Warner Brothers di sviluppare una franchise fantascientifica nuova di zecca, le sorelle (ex fratelli) Wachowski sfornano una variazione sul tema di "Matrix" (un mondo in cui misteriose entità extraterrestri “sfruttano” gli esseri umani a nostra insaputa) stavolta in chiave di space opera, ricca di effetti speciali, di viaggi interstellari e di strane creature aliene in un universo che alterna scenari quotidiano-familiari ad altri barocco-esotici. I toni sono comunque più leggeri, con una storia che non si prende sempre sul serio (si pensi alla sezione con i burocrati), che si diverte a spiazzare le attese dello spettatore (Sean Bean non muore!), che gioca con cliché e citazioni ("Io non sono tua madre!", grida Jupiter, capovolgendo completamente la celebre frase di Darth Vader) e soprattutto che traccia un audace parallelo fra i genocidi intergalattici della dinastia Abrasax e i moderni metodi di sfruttamento delle imprese terrestri a scopi commerciali (come gli allevamenti di bestiame). Il successo al botteghino però non è arriso, e anche la critica statunitense è stata parecchio negativa: forse non solo per le scene d'azione lunghe e a volte confuse e per una sceneggiatura con diversi momenti incoerenti o sopra le righe, ma anche perché fondamentalmente la pellicola lancia un forte attacco al capitalismo, con il cattivo che agisce all'insegna del motto "Vivere è consumare" e che rivendica come la sua impresa debba “creare profitto” a ogni costo (che la protagonista sia di origine russa, dunque, forse non è un caso). In compenso, buona l'accoglienza da parte del pubblico femminile. Nel cast, da segnalare i piccoli ruoli per Bae Du-na (la cacciatrice motorizzata), Terry Gilliam (il vecchio ministro burocrate, in una scena che ricorda “Brazil”) e James D'Arcy (il padre di Jupiter).

29 giugno 2013

Air doll (Hirokazu Koreeda, 2009)

Air doll (Kuki ningyo)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2009
con Bae Du-na, Arata
**

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Nozomi, una bambola gonfiabile, prende vita all’improvviso quando “scopre di avere un cuore”. Durante il giorno, mentre il suo inconsapevole proprietario è al lavoro, comincia a uscire per le strade, a esplorare la città (sempre nel suo costume da french maid), a entrare in contatto con altre persone, a indagare il mondo e la vita. Troverà anche lavoro come commessa in un negozio di videonoleggio, dove si innamorerà di un giovane collega, mentre il continuo confronto con altri abitanti del quartiere – che si sentono tutti, più o meno, “vuoti” come lei – la porterà a sviluppare emozioni ed empatie sempre più intense. Nonostante il curioso soggetto (che, a parte la natura da oggetto sessuale della protagonista, ha precedenti illustri, sia fiabesco-letterari – da “Pinocchio” a “La sirenetta”, di cui peraltro si cita esplicitamente il cartoon Disney – che cinematografici – da “La bambola di carne” di Lubitsch ad “A.I.” di Spielberg), tratto da un manga, e la presenza sempre graditissima dell'attrice coreana Bae Du-na (al suo secondo film giapponese dopo “Linda Linda Linda”), mi è parso il lavoro finora meno riuscito di Koreeda, quello dove il suo delicato minimalismo si fa più noioso e dove l’esistenzialismo tocca vette di tale tragica e banale assurdità da lasciare più perplessi che incantati. Si salva in parte, comunque, per via della malinconia di fondo (il regista ha dichiarato che il film parla della solitudine della vita urbana e della questione su cosa significhi essere umani) e della mancanza di lieto fine. Fra le scene più belle, quella in cui Nozomi incontra il suo “creatore”, che non si mostra così sconvolto dal fatto che la bambola abbia preso vita. Filo conduttore che ricorre in continuazione è il tema del “soffio”: dal respiro vitale che anima la protagonista al vento che muove le girandole e fa volare i soffioni, fino alle pratiche amorose che vedono Nozomi sgonfiata e rigonfiata in continuazione dal suo spasimante.

13 gennaio 2013

Cloud Atlas (Wachowski, Tykwer, 2012)

Cloud Atlas (id.)
di Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer – Germania 2012
con Tom Hanks, Halle Berry, Bae Du-na
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

"Tutto è connesso", recita la frase di lancio di un film affascinante e complesso, che racconta in parallelo sei vicende ambientate in epoche diverse (tre di queste sono state dirette dai fratelli Wachowski – che dai tempi di "Matrix" sono diventati un fratello e una sorella – e tre dal talentuoso Tom Tykwer, il regista tedesco di "Lola corre"), apparentemente scollegate l'una dall'altra ma in realtà unite non solo dal ricorrere di temi ed elementi comuni (la libertà e la schiavitù; la ricerca della verità; il cambio di prospettive; la fuga attraverso l'arte) e di attori (praticamente ogni interprete recita – camuffato in vario modo – in tutti e sei gli episodi) ma anche per il modo in cui, attraverso il tempo e lo spazio, la vita e le azioni di ciascun individuo hanno una diretta influenza su quelle degli altri; e non importa se ciò avviene attraverso i fatti oppure mediante sogni, visioni, percezioni. Al punto che "un unico atto di gentilezza si propaga attraverso i secoli per ispirare una rivoluzione in un lontano futuro". Ed è proprio questo "passaggio di testimone", che può non essere colto se si guarda a un episodio per volta, a rendere più ampio il risultato finale e a mostrare come ogni periodo dell'umanità e ogni azione di un singolo uomo abbia una profonda influenza non solo sul suo presente ma anche sul suo futuro (confutando l'affermazione dell'uomo d'affari del primo episodio, che di fronte al desiderio del suo genero di lottare per l'abolizione della schiavitù, afferma che un tale atto non produrrà nulla e sarà solo una goccia nell'oceano. "Ma l'oceano è fatto di gocce", ribatte lui). Se il sottotesto filosofico e karmico (ci sono di mezzo anche le reincarnazioni) poteva rischiare di appesantire il film, ciò non avviene perché esso è appunto veicolato in maniera naturale e mai pedante: gli autori lasciano che esso fluisca dagli eventi che ci mostrano, senza mai mollare la presa sulla narrazione e riuscendo – cosa più unica che rara – a portare a termine le sei storie con un montaggio serrato che spazia dall'una all'altra, senza smarrire per strada l'attenzione dello spettatore. Merito, oltre che di una buona sceneggiatura (che offre tanti e tali spunti, rimandi, riferimenti e citazioni, da non riuscire a tenerne il conto), anche di un cast davvero fenomenale, di cui parleremo fra poco.

Nel 1849, l'avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) sta attraversando in nave l'Oceano Pacifico per riportare al suocero, un ricco uomo d'affari della California, un lucroso contratto firmato con il proprietario di una piantagione. L'incontro con uno schiavo maori che sogna la libertà e che gli salverà la vita durante la traversata, cambierà ogni sua idea, al punto da spingerlo a ribellarsi al potente suocero. Nel 1936, a Edimburgo, il giovane musicista gay Robert Frobisher (Ben Whishaw) si fa assumere come copista dall'anziano e celebre compositore Vygan Ayrs. Vivendo al suo fianco, troverà l'ispirazione per scrivere a sua volta un capolavoro, il "Cloud Atlas Sextet": ma quando il maestro vorrebbe impadronirsene e pubblicarlo con il proprio nome, minacciando di rivelare al mondo il suo passato non proprio cristallino, Robert lo ferisce e si dà alla fuga, per completare il proprio lavoro in clandestinità prima di suicidarsi. Nel 1973, a San Francisco, la reporter Luisa Rey (Halle Berry) indaga sulle attività clandestine di una potente azienda che opera nel campo dell'energia, spinta da indiscrezioni che le sono state fornite dal fisico nucleare Rufus Sixmith. Quest'ultimo viene ucciso da un misterioso sicario, e anche Luisa si ritrova in pericolo, avendo scoperto che la corporazione, al soldo delle lobby petrolifere, vorrebbe provocare un disastro in un reattore nucleare. Nel 2012, l'editore britannico Timothy Cavendish (Jim Broadbent) viene rinchiuso dal rancoroso fratello in un ospizio per anziani, gestito con il pugno di ferro dalla tirannica infermiera Noakes. Con l'aiuto di un gruppo di arzilli vecchietti, Timothy organizzerà un piano di fuga. Nel 2144, in un mondo distopico e totalitaristico, Somni-451 (Bae Du-na) lavora come "servente" in un ristorante nella megalopoli di Neo Seoul. Come tutti coloro che sono nati "artificialmente" (ossia in provetta, a differenza dei "purosangue" che nascono in maniera naturale), non ha diritti ma solo doveri, e ignora persino che sia possibile una vita diversa. L'incontro con Hae-Joo Chang, membro di un gruppo di ribelli che l'aiuta a fuggire, la porterà a scoprire un nuovo mondo e diventerà l'ispiratrice di una prossima rivoluzione. In un futuro post-apocalittico (i titoli di coda dicono che siamo nel 2321), 106 anni dopo "la caduta" (un cataclisma di origine nucleare), l'umanità ha ormai abbandonato la Terra per trasferirsi su colonie in altri pianeti, lasciando dietro di sé pochi individui che vivono divisi in sparuti gruppi: i "prescelti", privilegiati che vivono in isolamento e hanno conservato la conoscenza della tecnologia, e alcune tribù ridotte a uno stato barbarico e semi-primitivo, in perenne guerra fra loro. Fra queste ci sono gli abitanti della valle dove vive Zachry (Tom Hanks), tormentato da un fantasma misterioso e diabolico. L'arrivo della "prescelta" Meronym, in cerca di un modo di comunicare con le colonie extraterrestri, cambierà il suo mondo.

Il film (formalmente di produzione tedesca, al punto che è stato battezzato dai media "il primo blockbuster della Germania", dimenticandosi di cosucce come "Metropolis"...) è tratto dall'omonimo romanzo del britannico David Mitchell (in italiano pubblicato col titolo "L'atlante delle nuvole"), dove il meccanismo delle "storie contenute in altre storie", come scatole cinesi, era ancora più esplicito ed evidente (ogni vicenda era raccontata, letta o vista dal protagonista della storia successiva). Anche nella pellicola, comunque, ci sono questi collegamenti: Il diario di viaggio di Adam (1849) viene letto da Robert nel 1936 e contribuisce ad ispirare la sua composizione. La musica di Robert viene ascoltata da Luisa nel 1973, che ne legge anche le lettere indirizzate all'amante Rufus Sixsmith, anzi è l'incontro con quest'ultimo in persona a dare il via alla sua indagine. La storia di Luisa – come preannunciato dal suo giovane amico ispanico – diventa un libro, anzi un manoscritto che viene recapitato nel 2012 a Timothy Cavendish, che lo porta con sé nella casa di ricovero. L'avventura di Cavendish, il suo anelito per la libertà (con tanto di citazione da Solženicyn) e la sua ardita fuga si trasformeranno in un film, che sarà visto nel 2144 da Somni-451 e ispirerà il suo animo rivoluzionario. La testimonianza di Somni, infine, tramandata da generazione in generazione, si ammenterà di un'aura religiosa: le tribù barbariche nel 2321 la venereranno come una dea, mentre per i "prescelti" sarà comunque un'importante figura di riferimento. Oltre a quelle intertestuali, sono poi innumerevoli le citazioni, i rimandi e i riferimenti a libri, film, poesie, opere musicali "esterne", molte addirittura esplicite, che arricchiscono le vicende in profondità. Ne cito una su tutte: nel 2012 Cavendish grida, durante la sua ribellione, "Soylent Green is people!", la celebre frase che conclude il capolavoro fantascientifico "2022: i sopravvissuti" di Richard Fleischer con Charlton Heston. Ebbene, la trama di quel film riecheggia in modo impressionante gli eventi che si svolgono a Neo Seoul nel 2144, con tanto di scoperta che i corpi degli umani defunti vengono "riciclati" per produrre il "sapone" di cui sono costretti a nutrirsi.

Acclamata da una (piccola) parte della critica, la pellicola è stata invece male accolta da chi l'ha accusata di essere eccessivamente ambiziosa o addirittura caotica e confusa. A torto: perché seguirla, pur nella sua stratificazione, non è difficile. E non solo perché le varie storie, anche se corrono in parallelo, sono comunque lineari (non ci sono salti temporali, flashback o contorcimenti narrativi), ma anche perché ciascuna di esse ha un proprio look e un proprio tono che la rende diversa dalle altre. E non mancano i punti di riferimento cinematografici: l'episodio del 1973, per esempio, si rifà chiaramente alle pellicole di blaxploitation di quegli anni, come il celebre "Shaft", oppure ai film di fantapolitica e di indagine poliziesca; quello del 2012 è quasi una commedia, dai toni grotteschi e surreali (merito anche della comicità del protagonista, Jim Broadbent), ma con richiami a "Qualcuno volò nel nido del cuculo" (vedi l'infermiera Noakes); il mondo futuristico del 2144 richiama naturalmente "Blade Runner", "Il quinto elemento" ma anche sparute pellicole di SF giapponesi e coreani ("The resurrection of the little match girl"), e così via. Le regie di autori diversi non rappresentano in questo caso un handicap, ma contribuiscono ulteriormente a differenziare fra loro le storie. In ogni caso, bravi sia i Wachowski (che hanno diretto gli episodi più fantascientifici o avventurosi: quelli del 1849, del 2144 e del 2321) che il talentuoso Tykwer (dallo stile più classico, responsabile dei segmenti del 1936, del 1973 e del 2012). Tornando alle citazioni, un riferimento fondamentale – che pochi hanno colto ma che mi sembra evidente – è quello del manga giapponese "Le bizzarre avventure di JoJo" di Hirohiko Araki: il film lo ricorda per le avventure ambientate in epoche diverse ("JoJo" è diviso in varie serie, che partono appunto dall'ottocento per poi proseguire negli anni trenta del novecento, ai giorni nostri, nel futuro, e così via), ma anche per dettagli minori come la voglia a forma di stella (qui una cometa) che è sempre presente sul corpo dei protagonisti delle varie storie... E c'è persino uno "stand"! Mi riferisco, naturalmente, al fantasma che appare a Zachry nell'ultimo episodio, visibile a lui solo, che gli parla e influenza le sue azioni: anche nell'aspetto ricorda certe creazioni grafiche di Araki, con tanto di cappello a cilindro (che peraltro richiama quello indossato da Adam nel primo episodio: un altro ciclo che si chiude!).

Eccezionale – come dicevo – il cast, per varietà e composizione (che bello vedere come l'attrice coreana Bae Du-na, mia beniamina già da diversi anni, sia stata finalmente notata e scoperta anche da Hollywood!) ma soprattutto per la capacità interpretativa (su tutti mi sono piaciuti Halle Berry e Jim Broadbent, ma nessuno sfigura e persino Tom Hanks e Hugh Grant riescono a sorprendere in più occasioni). Come già sottolineato, quasi tutti gli attori ricompaiono in tutti gli episodi: a volte da protagonisti, a volte in piccole parti; a volte camuffati con pesanti trucchi che li rendono quasi irriconoscibili, a volte addirittura in ruoli femminili (gli attori maschi) o maschili (le femmine). Tom Hanks, oltre a Zachry (2321, ma anche nel prologo e nell'epilogo ambientato ancora più nel futuro), è dunque anche il medico avvelenatore nel 1849, il portiere d'albergo nel 1936, l'impiegato che consegna il dossier nucleare a Luisa nel 1973, lo scrittore gangster nel 2012, l'attore che interpreta Cavendish nel film del 2144. Halle Berry, oltre a Luisa Rey (1973), è anche una maori nel 1849, la moglie dell'anziano compositore nel 1936, e soprattutto la "prescelta" Meronym nel 2321. Jim Broadbent, oltre a Cavendish nel 2012, è il capitano della nave nel 1849 e il compositore nel 1936. Jim Sturgess, oltre ad Adam nel 1849, è Hae-Joo Chang nel 2144 e il cognato di Zachry nel 2321. Bae Du-Na, oltre a Somni nel 2144 (in più ruoli, e concedendoci anche una scena di nudo!), è anche la moglie di Adam nel 1849 e la messicana nel 1973. Ben Whishaw, oltre a Robert Frobisher nel 1936, è anche Georgette, la cognata di Cavendish, nel 2012. Ma oltre a questi ruoli ce ne sono tanti altri, ancora più "minori": la visione dei titoli di coda, dove vengono mostrate tutte le "incarnazioni" (è la parola giusta) degli attori, riserva non poche sorprese, visto che in certi casi gli interpreti sono davvero irriconoscibili, soprattutto quando si tratta di personaggi del sesso opposto (ci sarà stato lo zampino, in questa scelta, di Lana Wachowski?). Incidentalmente, la cosa ha anche generato una stupida polemica: un'associazione si è lamentata perché alcuni personaggi di Neo Seoul erano interpretati da attori occidentali "truccati" con gli occhi a mandorla, come ai tempi delle yellowfaces (in particolare Jim Sturgess nei panni di Chang), anziché usare veri attori asiatici. Evidentemente questi sedicenti paladini dei diritti altrui non si sono resi conto che uno degli scopi del film era proprio quello di mostrare, per dirla con le parole dei Wachowski, "la continuità delle anime": tanto che ci sono anche asiatici nel ruolo di occidentali (la suddetta Bae Du-na), neri in ruoli di bianchi (e viceversa), e appunto maschi nel ruolo di femmine (e viceversa).

La stessa varietà di apparizioni vale anche per il cast di contorno, pure questo di notevole livello. Parliamo infatti di Susan Sarandon (il primo amore di Cavendish nel 2012; la sciamana nel 2321; e altro ancora), Hugo Weaving (il suocero di Adam nel 1849; il killer nel 1973; l'infermiera Noakes nel 2012; il fantasma diabolico nel 2321; e altro ancora), Hugh Grant (il boss della corporazione nel 1973; il fratello di Cavendish nel 2012; e altro ancora), James D'Arcy (Rufus Sixsmith sia nel 1936 che nel 1973; l'archivista nel 2144), e inoltre Zhou Xun, Keith David, David Gyasi... Da notare come Hugo Weaving faccia praticamente il cattivo in ogni episodio! Al contrario, altri personaggi (ed ecco perché è giusto chiamarle "incarnazioni") compiono un viaggio karmico attraverso il tempo, alternando vite "positive", "negative" o "neutrali", e portando con sé elementi, luoghi e sensazioni che si ripeteranno lungo lo scorrere del tempo (pensiamo a quante volte vengono citati certi luoghi, per esempio: l'Oceano Pacifico, la California, la Scozia, la Corea...). La gestazione del film è stata lunga e travagliata: l'idea iniziale di adattare il romanzo di Mitchell è stata di Tykwer, che ha poi coinvolto i Wachowski, avendo questi opzionato i diritti del testo. Più volte, per problemi di budget, la produzione ha rischiato di abbandonare il progetto: l'entusiasmo di coloro che erano stati coinvolti, come Tom Hanks, ha contribuito a portarlo avanti. La colonna sonora è stata composta dallo stesso Tom Tykwer (con i suoi soliti collaboratori Reinhold Heil e Johnny Klimek) ed è ricca di fascino: da ricordare soprattutto il brano orchestrale che, nel film, è composto da Robert Frobisher e che riecheggia in tutti gli altri segmenti: anch'esso è protagonista di un "ciclo karmico", visto che dal futuro torna nel passato: Vygan Ayrs lo ode in un sogno ambientato nella "mangeria" del 2144 dove lavora Somni-451. E Luisa Rey afferma di conoscerne già la musica prima ancora di udirla in un disco per la prima volta.... Un'ultima riflessione da fare è quella relativa al linguaggio, soprattutto nei due episodi ambientati nel futuro. La lingua ha evoluzioni, alcune parole mutano di significato e altre si semplificano mentre ne nascono di nuove, ma soprattutto è la grammatica a cambiare, al punto che – pur rimanendo intellegibile – la lingua parlata nel 2144 e soprattutto nel 2321 è profondamente diversa da quella del passato e del presente. Anche in questo si nota la cura nella realizzazione del film (e, per una volta, nell'adattamento italiano).

21 novembre 2012

As one (Moon Hyun-sung, 2012)

As one (id.)
di Moon Hyun-sung – Corea del Sud 2012
con Ha Ji-won, Bae Du-na
**1/2

Visto in volo da Abu Dhabi a Bangkok, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1991, i governi della Corea del Sud e della Corea del Nord decisero per la prima volta di inviare ai campionati mondiali di ping pong, che si svolgevano in Giappone, una squadra unificata, composta da atleti di entrambe le nazioni, per competere sotto una bandiera comune. La campionessa sudcoreana Hyun Jung-hwa (Ha Ji-won) e quella nordcoreana Li Bun-hui (Bae Du-na), da sempre acerrime rivali, furono così costrette a unire le proprie forze e portarono la squadra femminile a vincere la medaglia d'oro, sconfiggendo l'avversaria di entrambe, la Cina. Ispirato a fatti realmente accaduti (che sono tuttora ricordati come una delle poche liete parentesi nel lento e ancora difficile processo di riunificazione delle due Coree), il film racconta la storia di quel leggendario torneo, mostrando la lenta e progressiva amicizia fra gli atleti delle due nazioni, dapprima "imposta" dall'alto e poi – quando finalmente i ragazzi si dimostrano in grado di superare diffidenze e pregiudizi – mal tollerata e anzi ostacolata dagli stessi responsabili istituzionali delle due squadre. Forse semplicistico, a tratti melodrammatico ma comunque sempre coinvolgente, è un originale teen movie a sfondo sportivo che invita a superare le divisioni politiche e ideologiche in nome dell'amicizia, dell'amore (si veda la sottotrama "romantica" che unisce due dei ragazzi della squadra) e del sano agonismo. Ottimi gli interpreti, fra cui spiccano le due protagoniste che hanno dovuto sottoporsi a lunghe sessioni di allenamento (sotto la consulenza della Hyun in persona, che fa anche un breve cameo nei panni dell'allenatrice della squadra francese) per poter interpretare in maniera convincente le sequenze degli incontri di ping pong, girati in stile drammatico e spettacolare da una regista (l'esordiente Moon) che dona tensione e dinamismo a ogni scambio, fra sudore e lacrime, senza comunque sacrificare l'autenticità e il realismo. Alla fine, sui titoli di coda, vengono mostrate immagini e fotografie delle vere atlete protagoniste di quell'evento.

9 giugno 2009

Mr. Vendetta (Park Chan-wook, 2002)

Mr. Vendetta (Boksuneun naui geot, aka Sympathy for Mr. Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2002
con Shin Ha-kyun, Song Kang-ho
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Ryu, un giovane operaio sordomuto alla disperata ricerca di denaro per consentire alla propria sorella un trapianto di rene (dopo che una banda di trafficanti di organi gli ha sottratto tutti i soldi che aveva faticosamente accumulato), decide di rapire la figlioletta di Park, il suo ex datore di lavoro, e di chiedere un riscatto. Ma il destino è in agguato: la sorella si suiciderà prima di essere operata, mentre la bambina affogherà in un fiume per un incidente prima che Ryu possa restituirla al genitore, scatenando la ritorsione di quest'ultimo. Primo film della cosiddetta "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook (i titoli successivi sono "Old Boy" e "Lady Vendetta"), tre pellicole slegate fra loro ma che hanno in comune il tema appunto della vendetta, che in questo film non è solo quella di Park nei confronti dei giovani rapitori, ma anche quella di Ryu stesso verso i trafficanti di organi. Ogni atto di violenza, in effetti, finisce con lo scatenare una rappresaglia da parte di qualcun altro, in un vortice di morte che termina soltanto con i titoli di coda. Caratterizzato da toni che sfiorano il grottesco e il caricaturale e da una violenza truce e sanguinosa che non lascia scampo a nessun personaggio, ma anche da uno stile elegante e asciutto (i dialoghi sono essenziali, le inquadrature sono accuratamente studiate e gli snodi narrativi sono mostrati allo spettatore senza inutili didascalismi), il film è interessante e non lascia indifferenti, anche se non è certo per tutti i gusti e adombra un certo autocompiacimento nell'esibire torture ed efferatezze sullo schermo. A tratti la mano del regista ricorda il miglior Kitano, con echi anche di Peckinpah e di Cronenberg: peccato che in seguito Park virerà invece verso istrionismi alla Tarantino. Nel cast spicca Bae Du-na nei panni della ragazza del protagonista, attivista politica di sinistra che lo aiuta nel rapimento della bambina. Brutta l'edizione italiana: meglio vederselo in coreano con sottotitoli.

22 dicembre 2008

Cane che abbaia non morde (Bong Joon-ho, 2000)

Cane che abbaia non morde, aka Barking dogs never bite (Flandersui gae)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2000
con Lee Sung-jae, Bae Du-na
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Questa bizzarra dark comedy, che segna l'esordio di Bong (autore in seguito di grandi successi come "Memories of murder" e "The host"), è incentrata su un improvvisato serial killer di cani. Il protagonista, un giovane assistente universitario che sta cercando in tutti i modi di diventare professore, è infatti talmente infastidito dal continuo latrato di un cagnolino nel suo condominio che comincia a uccidere tutti i cani del vicinato che gli capitano a tiro. Più tardi, però, scopre con raccapriccio che anche la sua moglie incinta, che lo tiranneggia mica male, ha acquistato un cagnolino: e quando l'animale gli scappa mentre lo stava portando al parco, è costretto a affiggere cartelli per ritrovarlo, proprio come avevano fatto i proprietari delle sue precedenti "vittime". Nella ricerca verrà aiutato da una ragazza che lavora presso l'amministrazione del condominio e che si è presa a cuore la vicenda. La storia coinvolge anche altri inquietanti personaggi, fra i quali un inserviente ghiotto proprio di carne di cane e un barbone che vive nei sotterranei dell'immenso edificio. In quanto a crudeltà sui cagnolini, questa divertente e grottesca pellicola potrebbe fare il paio con "Un pesce di nome Wanda". Il titolo originale del film è un riferimento a "Il cane delle Fiandre", un racconto per bambini piuttosto celebre in estremo oriente (ne fu tratto anche un anime giapponese, una variante della cui sigla si può sentire in sottofondo nel trailer del film).

27 novembre 2008

Linda Linda Linda (N. Yamashita, 2005)

Linda Linda Linda (id.)
di Nobuhiro Yamashita – Giappone 2005
con Bae Du-na, Yu Kashii
***1/2

Visto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

In un liceo di provincia, in occasione del festival della scuola, quattro alunne del club di musica leggera hanno in programma di suonare alcuni brani rock davanti ai propri compagni. Ma una di loro dà forfait quando mancano pochi giorni all'esibizione, ed è dunque necessario rivoluzionare il repertorio (i brani originali vengono sostituiti con alcune vecchie canzoni del gruppo The Blue Hearts, fra cui la trascinante "Linda Linda" che dà il titolo alla pellicola e il cui refrain rimane indelebile in mente dopo la visione) e soprattutto trovare al più presto un'altra cantante: la scelta improvvisata ricade su Son, studentessa coreana in viaggio di scambio culturale, che pur non padroneggiando completamente il giapponese si lascia coinvolgere dalle nuove amiche (la statuaria chitarrista Kei, l'allegra ma timida batterista Kyoko e la taciturna bassista Nozomi). Incredibilmente gradevole e minimalista, la pellicola è molto efficace nel mettere a fuoco i personaggi e il loro mondo privato/scolastico/musicale senza ricorrere a esagerazioni narrative, a luoghi comuni o a scene madri: la personalità delle quattro protagoniste emerge poco a poco in un'atmosfera di realismo e quotidianità, mentre il regista ci mostra le lunghe sessioni di prova (che lasciano le ragazze sempre più esauste), i timidi approcci amorosi, i fraintendimenti, le ostinazioni e i sogni dei personaggi. La calma e l'apparente lentezza con cui il film procede si sciolgono tutte nell'emozionante finale, con il concerto tanto atteso che ha finalmente luogo – nonostante le difficoltà e i ritardi – in una palestra colma di gente a causa della pioggia che imperversa all'esterno. Regia e montaggio si mettono fedelmente al servizio della storia, mentre fra le attrici, tutte brave, spicca l'ottima (come sempre) Bae Du-na.

18 giugno 2006

The host (Bong Joon-ho, 2006)

The host (Gwoemul)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2006
con Song Kang-ho, Byun Hee-bong
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Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes)

Le sostanze tossiche versate nell'acqua del fiume Han, che attraversa Seul, fanno nascere un gigantesco e mostruoso pesce-anfibio che semina il terrore in superficie. Ad affrontarlo, anziché l'esercito (che anzi ne ostacola gli sforzi), ci pensa una famiglia (il vecchio padre, due figli e una figlia, tutti in cerca di qualche forma di riscatto) che vuole ad ogni costo salvare la nipotina, catturata e tenuta prigioniera dal mostro. La prima parte di questo action/horror movie è gradevole e moderatamente divertente, e stempera con una certa ironia le situazioni tipiche dei film di mostri. La seconda, invece, è troppo lunga e commette l'errore di prendersi sul serio, trasformando così in veri eroi quelli che erano nati come personaggi ridicoli. La commistione di generi (qui abbiamo la commedia, il dramma familiare e l'horror), di solito un punto di forza delle pellicole dell'estremo oriente, non sembra funzionare al meglio, e spesso si rimane perplessi davanti a un film che cerca a fasi alterne di emozionare, di far ridere o di far paura (o addirittura di abbozzare discorsi di denuncia sociale, lanciando strali contro i militari, gli scienziati e la burocrazia), senza mai riuscire veramente in nessuno di questi intenti. Bae Du-na, nei panni della figlia che tira con l'arco, è sprecata. Bello il mostro in CG, ma viene rivelato subito e appare in troppe scene, tanto che alla lunga anche lui comincia a stufare. Gode di un certo riscontro fra gli appassionati del genere, ma è poco più che una pellicola fracassona e superficiale.

10 giugno 2006

Tube (Baek Woon-hak, 2003)

Tube (id.)
di Baek Woon-hak – Corea del Sud 2003
con Kim Seok-hun, Park Sang-min, Bae Du-na
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Visto in DVD con Albertino.

Un cattivone sequestra un treno della metropolitana di Seul e lo riempie di esplosivo. Ovviamente a bordo, fra i passeggeri, c'è anche un eroico poliziotto. Un action movie inutile e insulso, che prende un po' da "Speed" e un po' da "Die Hard", mentre la sparatoria iniziale guarda direttamente a John Woo e il finale (tutto sommato la parte migliore) ricorda "A trenta secondi dalla fine". Ma oltre a non essere originale, il film non è nemmeno coinvolgente. Pieno di buchi logici e di personaggi piatti e stereotipati, in alcuni punti pretende persino di commuovere, ovviamente senza riuscirci. Ed è un peccato vedervi coinvolta un'attrice di valore come Bae Du-na, già vista in "Mr. Vendetta" e che personalmente avevo adorato in "Saving my hubby". Credo sia giunto in Italia solo perché è un film d'azione ad alto budget, mentre titoli coreani ben più meritevoli come "Memories of Murder", "Attack the gas station" o "Kick the moon" sono ancora inediti...