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13 gennaio 2012

Le fantasie di una tredicenne (J. Jireš, 1970)

Le fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů)
di Jaromil Jireš – Cecoslovacchia 1970
con Jaroslava Schallerová, Helena Anýžová
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Valerie vive con la nonna in un villaggio medievale. Nella stessa notte in cui passa dall’infanzia all’adolescenza (ovvero in cui ha le sue prime mestruazioni), riceve in sogno la visita di Orlik, un ragazzo che potrebbe essere il suo fratello da tempo perduto. La mattina dopo lo ritrova in compagnia di una creatura demoniaca e vampiresca, forse legata al passato della sua famiglia, alla quale la nonna si concede in cambio di una nuova giovinezza. Attraverso l'incontro con una serie di personaggi fiabeschi, bizzarri e inquietanti (streghe e vampiri, un gruppo di saltimbanchi, una congrega di missionari fra i quali si cela un parroco vizioso che cerca di insidiarla), Valerie va alla scoperta della sessualità, dell'amore e della morte, in un'atmosfera onirica e surreale, dominata dai temi del sangue e della crescita. Evidenti i rimandi a "Cappuccetto rosso", "Alice nel paese delle meraviglie" e "Nosferatu", in una inquietante commistione fra sogno, fiaba e horror. Ambienti e scenografie rimangono impressi anche grazie alla fotografia espressionista e alla cura nella messa in scena. Tratto dal romanzo gotico e surrealista di Vítězslav Nezval (noto anche con il titolo inglese, "Valerie and her week of wonders"), il film ha ispirato, fra gli altri, la scrittrice Angela Carter (e il film di Neil Jordan "In compagnia dei lupi", da lei sceneggiato).

11 maggio 2011

Picnic ad Hanging Rock (P. Weir, 1975)

Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)
di Peter Weir – Australia 1975
con Rachel Roberts, Dominic Guard
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Stefano.

Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse di un college privato dell'entroterra australiano si reca a fare un picnic ai piedi di Hanging Rock, antichissima formazione geologica e vulcanica nello stato di Victoria. In un'atmosfera di impalpabile sospensione (il tempo sembra fermarsi, passato e presente si compenetrano, la natura e gli animali rimangono in osservazione), accade qualcosa di inesplicabile: tre ragazze (la bellissima Miranda e le compagne Irma e Marion) e un'insegnante (l'anziana Miss Craw), attratte da una forza misteriosa, si arrampicano sulla roccia e scompaiono nel nulla. Le ricerche e le indagini della polizia non portano ad alcun risultato: ma una settimana più tardi, il giovane inglese Michael riuscirà in qualche modo a "riportare indietro" una delle ragazze, Irma. L'affascinante film di Weir, uno dei capolavori del suo periodo australiano, pone molte domande allo spettatore senza apparentemente fornire le risposte: il trascendente, l'ignoto e il mistero (perché sia Irma che Michael hanno le medesime ferite sulla fronte e sulle mani?) rimangono impenetrabili a chi non desidera o non è in grado di avvicinarvisi (come, nel film, fa la quarta studentessa, Edith, che sceglie di non attraversare la soglia). Ma una chiave di lettura è fornita dalla bellissima colonna sonora, che oltre alle sonorità inquietanti di Bruce Smeaton (più Bach, Mozart, Tchaikovsky e Beethoven, con l'adagio del concerto per pianoforte n. 5 che Weir riutilizzerà anche in un altro film ambientato in un college, "L'attimo fuggente") contiene temi eseguiti da Gheorghe Zamfir con il flauto di Pan: strumento non certo scelto a caso, visto che Pan era il dio della natura selvaggia, colui che rapiva le ninfe (e al quale erano consacrate le cime dei monti!). Le sue fattezze (corna e zampe di caprone) hanno ispirato nella nostra cultura quelle del diavolo, e difatti Hanging Rock può essere assimilata a una di quelle località, sparse un po' in tutto il globo, che tradizionalmente sono indicate come via d'accesso agli inferi: una voragine che inghiotte le persone (soprattutto le fanciulle: vedi Persefone!) e dove è possibile entrare in contatto – spirituale o fisico – con "l'altro mondo", oppure con la parte di questo mondo che normalmente non è visibile a tutti.

Che stiamo parlando di un "passaggio" lo dimostra anche la collocazione geografica (l'Australia era davvero "un altro mondo" per gli europei, segnatamente per gli inglesi come i protagonisti di questo film; anche se nella pellicola non sono presenti aborigeni – a differenza di un altro film di Weir di questo periodo, "L'ultima onda" – con l'eccezione di qualcuno che si intravede fra coloro che cercano le ragazze, è chiaro il collegamento con le "vie dei canti" e i sogni: lo suggeriscono, per esempio, la visione notturna di Michael che si trova dinnanzi Miranda trasformata in cigno, o il sogno dell'amico Albert in cui la sorella Sara giunge a salutarlo per l'ultima volta) e soprattutto quella temporale (siamo esattamente nel 1900, ovvero nel passaggio da un secolo a un altro). Pan è anche un dio fortemente legato alla sessualità: e dunque quella di queste ragazze, dall'aspetto verginale, vestite di bianco, è una vera e propria iniziazione, un rito di passaggio verso la maturità e l'età adulta. Miranda e le sue amiche vengono "chiamate" dalla natura (e nella natura ci si addentra a piedi nudi, senza il corsetto o vestiti ingombranti), guarda caso a mezzogiorno preciso ("l'ora di Pan"): "C'è un tempo e un luogo giusto perché ogni cosa abbia principio, e fine...". Eppure la ricchezza (anche visiva, oltre che di contenuti) del film sembra suggerire molti altri paralleli: notevole quello, avanzato da Giuliano nel suo blog, con "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll: la ragazza che sparisce in un buco, l'ambientazione vittoriana, gli orologi, la matematica, gli animali, i personaggi e i loro abiti (la direttrice della scuola ricorda davvero, anche nell'aspetto, la Regina di Cuori)... Ma l'intera vicenda può anche essere letta più semplicemente come una metafora del tema della scomparsa: che sia per eventi naturali o violenti, tutti prima o poi sono destinati ad andarsene, e quelli che rimangono devono fare i conti con la loro assenza (Weir ha dichiarato di essere stato molto colpito dalle testimonianze di coloro che avevano perduto i propri cari durante la prima guerra mondiale: e di molti, dispersi in battaglia e la cui sorte è rimasta sconosciuta, hanno inutilmente atteso il ritorno per anni e anni).

L'atmosfera onirica e soprannaturale si tinge dunque di concretezza (il sangue delle ferite, la presenza fisica delle rocce – che sembrano volti umani – e degli alberi, gli sguardi degli animali), la dolcezza e l'eterea figura delle ragazze contrastano con le rigide norme di comportamento dell'epoca vittoriana (della dura disciplina e dell'oppressione fra le quattro mure del college fa le spese soprattutto la fragile e sensibile Sara, orfana e indifesa, che vive in adorazione della compagna Miranda). Anche per questo, nonostante il tripudio di pizzi, abiti bianchi, fiori e poesie, il film non risulta assolutamente melenso, e al posto del sentimentalismo troviamo la suspense e – come abbiamo visto – una continua tensione sessuale (che si tratti di iniziazione o di repressione). A renderlo indimenticabile, oltre alla colonna sonora, ci sono l'eccellente regia, la splendida fotografia (molte sequenze sono incredibilmente pittoriche), i vertiginosi scenari e le intense interpretazioni (magnifica la galleria di volti delle protagoniste: "Miranda è un dipinto del Botticelli", dice l'istitutrice francese). Ai numerosissimi personaggi, anche quelli minori, rendono giustizia molti bravi attori: spiccano, fra i tanti, Rachel Roberts nei panni dell'autoritaria Miss Appleyard, la direttrice del collegio, e Anne Louise Lambert in quelli della bellissima Miranda (nome shakesperiano...), personaggio centrale nonostante compaia solo nella prima mezz'ora di film. Il romanzo originale di Joan Lindsay (e in parte anche il lungometraggio) lasciava intendere che la vicenda narrata fosse tratta da una storia vera, di cui però non vi è menzione nella stampa dell'epoca. Il successo del film (una delle prime pellicole australiane a raggiungere una certa notorietà internazionale) ha dato un forte impulso alla carriera del bravissimo regista. Nel 2018 dal romanzo di Lindsay è stata tratta anche una miniserie televisiva in sei episodi.

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).

5 settembre 2010

Che? (Roman Polanski, 1972)

Che? (What?)
di Roman Polanski – Italia/Francia/Germania 1972
con Sydne Rome, Marcello Mastroianni
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una giovane e ingenua turista americana, in vacanza in Italia e troppo propensa a fidarsi degli sconosciuti, scappa da un gruppo di violentatori e si rifugia in una villa sul mare (il film è stato girato sulla costiera amalfitana), abitata da bizzarri personaggi. Grottesca e sgangherata parodia di "Alice nel paese delle meraviglie", ai limiti del misogino e dell'assurdo, con una Sydne Rome quasi sempre seminuda che si aggira spaesata e curiosa in un luogo caotico e decadente (dove anche il tempo sembra ripetersi), circondata da individui eccentrici, ipercollerici, feticisti o erotomani. Se la trama non va da nessuna parte e la pellicola è solamente un susseguirsi di situazioni paradossali e sopra le righe, va almeno apprezzata una certa vena ironica-sperimentale tipicamente anni settanta (in alcuni momenti il film potrebbe persino essere definito una versione scollacciata de "L'anno scorso a Marienbad"!), oltre al non prendersi assolutamente sul serio. Nel cast ci sono anche Romolo Valli (il maggiordomo che suona Mozart) e Hugh Griffith (il moribondo proprietario della villa). Polanski si ritaglia il ruolo del piccolo e nevrotico "Zanzara", mentre in brevi particine sono riconoscibili Carlo Delle Piane (uno dei violentatori nella scena iniziale) e Alvaro Vitali (l'operaio che dipinge di azzurro una gamba della protagonista). Nel finale la pellicola si fa anche metacinematografica, con i personaggi che si dimostrano consapevoli di trovarsi in un film. Splendida comunque la location, una villa arredata con opere d'arte di ogni tipo, a picco su una spiaggia privata. Nella colonna sonora spiccano Schubert (il quartetto "La morte e la fanciulla") e Beethoven (la sonata "Chiaro di luna").

12 marzo 2010

Alice in Wonderland (C. M. Hepworth, 1903)

Alice in Wonderland
di Cecil M. Hepworth e Percy Stow – Gran Bretagna 1903
con May Clark, Mrs. Hepworth
***

Visto su YouTube.

È la prima versione cinematografica in assoluto di "Alice nel paese delle meraviglie". L'unica copia esistente (circa 8 minuti, all'epoca si trattava del film inglese più lungo mai prodotto!), conservata negli archivi nazionali del British Film Institute, è purtroppo gravemente danneggiata e ne mancano alcune parti. Il BFI l'ha restaurata e le ha restituito le originali tinte di colore. Nel film vediamo Alice seguire il coniglio nella sua tana, rimpicciolire e aumentare le proprie dimensioni, prendere il té con il Cappellaio Matto e la lepre marzolina, assistere alla parata della Regina di Cuori, e infine svegliarsi di nuovo nel nostro mondo. Naturalmente, vista l'età del film, è assente qualsiasi movimento di camera: la regia consiste in poco più che nella coreografia e nella direzione degli attori. Tuttavia, il risultato è notevole e in particolare i costumi (come quello del coniglio o della lepre marzolina) ma soprattutto gli effetti speciali (Alice che cambia dimensioni, il gatto del Cheshire – un vero gatto, fra l'altro – che appare e scompare) sono davvero convincenti per un'epoca così pionieristica (anche se Méliès sperimentava già da tempo). Le didascalie sono relativamente poche, e molti passaggi possono risultare poco chiari a un pubblico che non conosca già la storia: il film è più illustrativo che narrativo, come era la consuetudine dell'epoca. L'attrice che interpreta Alice, all'epoca quattordicenne, è apparsa in diversi film fra il 1900 e il 1907, ed è morta a 95 anni nel 1984! La Regina di Cuori era invece la moglie di Hepworth (produttore, co-regista e direttore della fotografia), il che lega questo film a quello di Tim Burton (ricordo infatti che Helena Bonham Carter, che ha interpretato la Regina Rossa nel 2010, è la moglie di Tim). Sempre Mrs. Hepworth recita sotto il costume del coniglio bianco, Hepworth stesso è il guardiano con la testa di rana, mentre il gatto del Cheshire era il gatto di famiglia! Le carte da gioco sono infine impersonate da un gran numero di attori bambini.

Alice in Wonderland (W.W. Young, 1915)

Alice in Wonderland
di W.W. Young – Gran Bretagna 1915
con Viola Savoy
**

Visto in divx.

Il terzo adattamento del libro di Lewis Carroll per il cinema (dopo quelli del 1903 e del 1910) è anche il primo a disporre di una lunghezza superiore a un singolo rullo di pellicola. Con quasi un'ora di durata, e dunque tempi meno compressi, il film può raccontare le avventure di Alice nel paese delle meraviglie con maggiore fedeltà e anche con più calma, come dimostra il bellissimo incipit nel quale la bambina passeggia per la campagna in compagnia della sorella maggiore, e prima di addormentarsi incontra molti animali (fra cui un coniglio e un gatto) che torneranno trasfigurati nel suo sogno. La struttura del film è essenzialmente episodica, e le sequenze rappresentate sono praticamente tutte quelle del libro (in altre versioni cinematografiche, come in quella animata della Disney, ne mancano invece molte): la sala delle porte, la convention degli animali, la visita alla casa del coniglio, l'incontro con il bruco e la recita della poesia "You are old, father William", la zuppa della Duchessa, il gatto del Cheshire, la corte della Regina di Cuori e la partita di croquet, la Finta Tartaruga, la quadriglia delle aragoste, il processo al Fante di Cuori. Curiosamente è assente proprio una delle scene più celebri, il té con la lepre marzolina e il Cappellaio Matto, ma forse si tratta di una parte andata perduta, visto che alla fine del secondo rullo Alice dichiarava di voler appunto andare a far visita alla lepre, e che poi il Cappellaio ricompare durante il processo. L'estetica del film deve molto all'iconografia classica. Tecnicamente la cosa più interessante sono le maschere e i costumi da animali indossati dagli attori. Rispetto alla versione del 1903 c'è ovviamente una maggior profondità di campo e più cura nei dettagli, ma anche più staticità e un minor dispiego di effetti ottici, quasi inesistenti (mancano, in particolare, tutte le sequenze in cui Alice cambia dimensioni). Le didascalie sono numerose, il che permette di dare spazio anche alla vena poetica e ai paradossi linguistici di Carroll ma rallenta a volte l'azione in modo eccessivo. L'attrice protagonista è decisamente più attraente rispetto a quella del 1903: si tratta di Viola Savoy, all'epoca quindicenne e piuttosto popolare come baby diva. Aveva già recitato in oltre un centinaio di film, ma all'epoca di "Alice" era praticamente a fine carriera (!).

11 marzo 2010

Alice in Wonderland (Tim Burton, 2010)

Alice in Wonderland (id.)
di Tim Burton – USA 2010
con Mia Wasikowska, Johnny Depp
*

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni, Rachele, Ginevra, Paola e Stefano.

Dopo tredici anni, Alice – ormai cresciuta – fa ritorno nel paese delle meraviglie, dove combatterà al fianco dei suoi vecchi amici (a partire dal Cappellaio Matto) contro la Regina Rossa e il suo Jabberwocky (non riesco a ricordarmi come è stato tradotto in italiano, mi dispiace). Se visivamente questa rilettura/sequel disneyano-burtoniana del classico di Carroll ha i suoi buoni momenti (le scenografie sono sicuramente la cosa migliore, e valgono da sole la visione), come operazione nel suo complesso si rivela, alla resa dei conti, una delusione. Il mondo fantastico e onirico creato da Carroll era tutto all'insegna del nonsense, del paradosso e di una follia anarchica che stravolgeva le consuetudini sociali e i comportamenti logici, calando la protagonista e la sua ragionevolezza vittoriana in un mondo incoerente e sovversivo. Qui, invece, si sono eliminate le metafore, il caos e l'odissea psichedelica, e si è cercato di ingabbiare il tutto in un'avventura lineare e imperniata sui consueti canoni del cinema hollywoodiano, con tanto di divisione fra buoni e cattivi, un destino eroico da compiere e uno scontro finale in stile fantasy con il nemico, con risultati banalotti e rinunciando di fatto a quegli elementi eccentrici e assurdi che rendevano unica e preziosa la storia di Alice. Un'altra dimostrazione, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l'anticonformismo di Burton è sempre stato solo di facciata. Se l'inizio del film fa ben sperare, e tutta la prima parte fino alla caduta nel buco sotterraneo è bella e convincente, la pellicola si trasforma poi in una sorta di "Ritorno a Oz" (d'altronde i racconti di Baum, rispetto a quelli di Carroll, sono sicuramente di gusto più americano e meno europeo). E visto che storia e personaggi diventano presto irriconoscibili (persino lo stregatto è "inquadrato" e arruolato al servizio del bene!), di Carroll rimangono soltanto i giochi di parole, peraltro in gran parte decontestualizzati e annacquati da una versione italiana che dà un lato si rifà al cartone animato del 1951 e dall'altra ricorre ad alcune traduzioni infelici: si veda per esempio la poesia del Jabberwocky, che recitata in quel modo dal Cappellaio impedisce persino allo spettatore di soffermarsi a riflettere sulle singole parole, che sembrano un'accozzaglia di termini senza alcun senso (e invece il senso, per quanto diverso, c'è). Nella versione originale il film può contare su voci del calibro di Alan Rickman (il brucaliffo), Stephen Fry (lo stregatto), Christopher Lee (il Jabberwocky). Fra gli attori in "carne e ossa", invece, oltre a Depp nei panni del Cappellaio (il cui ruolo viene ingigantito a dismisura, e che nel finale si esibisce in un'imbarazzante "deliranza"), si riconoscono Helena Bonham Carter (la regina rossa, forse il personaggio migliore di tutta la pellicola), Anne Hathaway (la regina bianca, che invece è piuttosto insulsa) e Crispin Glover (il fante di cuori). Il 3D mi è parso avere più senso narrativo e filmico qui che in "Avatar", visto che contribuisce a rendere tangibile e materiale un ambiente circostante fantastico e visionario. Un altro sequel (non di Burton) nel 2016.

14 luglio 2009

Coraline e la porta magica (H. Selick, 2009)

Coraline e la porta magica (Coraline)
di Henry Selick – USA 2009
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni.

Coraline, spigliata bambina dai capelli azzurri, si trasferisce con la famiglia in una vetusta dimora su una collina isolata e fangosa. La casa, i dintorni e i vicini sono grigi e noiosi, mentre i genitori sembrano avere ben poco tempo da dedicarle. Attraverso una misteriosa porticina sul muro, però, la ragazzina scopre però un passaggio verso un'altra dimensione dove le persone hanno bottoni al posto degli occhi e – soprattutto – ogni cosa appare più accattivante e colorata: i suoi "altri" genitori, per esempio, sono premurosi e vivaci, e tutti sembrano farsi in quattro per intrattenerla e farla divertire. Dietro tante meraviglie, tuttavia, si nasconde una trappola, e il sogno si tramuta presto in un incubo angosciante... Una gradevole fiaba dark e visionaria, diretta dal regista di "Nightmare before Christmas" (ormai un vero specialista dell'animazione di pupazzi a passo uno), tratta da un racconto di Neil Gaiman (l'autore di "Sandman") e ovviamente ispirata ad "Alice nel paese delle meraviglie" (c'è persino un gatto che svanisce dietro i rami degli alberi!), con il grande pregio di essere uno dei rari prodotti fantasy-horror di qualità rivolto a un pubblico infantile, grazie al giusto dosaggio di elementi terrorizzanti e meravigliosi, anche se a tratti forse un po' noiosetta per un adulto abituato a sviluppi più complessi e meno prevedibili. Bello il character design, affascinanti gli scenari (l'aspetto visivo è senza dubbio la cosa migliore del film) e ottima l'animazione, mentre sul 3D (l'ho visto con i famigerati "occhialini") c'è da fare un discorso a parte.

L'effetto tridimensionale non mi è sembrato aggiungere granché al film, che probabilmente mi sarebbe piaciuto allo stesso modo (se non di più!) anche nella versione in 2D. In effetti sono piuttosto scettico su questa tecnologia, che continuo a reputare sopravvalutata, non necessaria e poco coinvolgente, oltre che – in certi casi – persino fastidiosa. E fra l'altro non ho notato particolari miglioramenti tecnologici rispetto al passato. Certo, la tridimensionalità degli ambienti può aggiungere qualcosina a film incentrati solo sull'azione e l'avventura (l'effetto è quello di trovarsi all'interno di un'attrazione di un parco di divertimenti), ma non può che avere una minimissima parte nella buona riuscita o meno di una pellicola, la quale continuerà a dipendere soprattutto dai contenuti, dalla storia e dai personaggi. Per capire se si tratta di uno strumento utile anche alla creatività degli autori, e non solo agli interessi dei produttori e degli addetti del marketing, bisognerà probabilmente attendere – a fine anno – il primo film in 3D di un grande regista, vale a dire "Avatar" di James Cameron, e vedere l'uso che ne farà lui.

3 dicembre 2007

Alice (Jan Švankmajer, 1988)

Alice (Neco z Alenky)
di Jan Švankmajer – Cecoslovacchia 1988
Animazione a passo uno
**1/2

Visto in DVD con Hiromi, in inglese.

Questa versione di "Alice nel paese delle meraviglie", realizzata in stop motion dal grande animatore ceco (le cui opere hanno ispirato, fra gli altri, Terry Gilliam e Tim Burton) è abbastanza fedele nella forma (ma non nella sostanza) sia al libro sia alla versione disneyana. Quello che cambia è il mood, decisamente più angosciante e claustrofobico rispetto a quello della Disney. La bambina, unica attrice in carne e ossa del film (anche se quando riduce le proprie dimensioni viene "sostituita" da una bambola, animata a passo uno come il resto dei personaggi), attraversa stanze e ambientazioni che sembrano uscite da un film di Tarkovskij, è alle prese con oggetti minacciosi e polverosi degni di un museo di storia naturale dell'ottocento, lotta contro animali e pupazzi che fanno davvero paura (conigli impagliati, scheletri di uccelli, marionette a molla) ed esplora un mondo surreale e violento popolato dagli oggetti e dai giocattoli della sua stessa stanza, trasfigurati attraverso l'immaginazione. Il film è espressionista al punto giusto e non disdegna di ricorrere alla ripetizione ossessiva di temi e situazioni (quanti tavolini, scaffali, chiavi, biscotti!). Più che un sogno, quello di Alice è un incubo, anche se l'intera vicenda rimane volutamente ambigua e probabilmente si tratta di una storia che la ragazzina racconta a sé stessa, visto che è proprio lei a "dare la voce" agli altri personaggi.

1 luglio 2007

Alice nel paese delle meraviglie (aavv, 1951)

Alice nel paese delle meraviglie (Alice in Wonderland)
di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Hamilton Luske – USA 1951
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in VHS con Elena, Alberto, Eva, Marisa.

Walt Disney aveva sempre desiderato trarre un film dal libro di Lewis Carroll, che amava particolarmente: già negli anni '20, ancora prima di creare Topolino, aveva realizzato degli short che mescolavano animazione e live action con una piccola Alice in carne e ossa che si aggirava in un mondo di meraviglie disegnate. Eppure, a prima vista, sembrerebbe che l'umorismo e il nonsense tipicamente britannici di Carroll non vadano molto d'accordo con il buonismo e i valori conservatori di Walt: Alice è un personaggio "cerebrale", mentre gli eroi Disney si sono sempre basati sui sentimenti. Forse anche per questo motivo l'Alice disneyana è sempre stata considerata da critica e pubblico una pellicola "fuori posto" nella sua filmografia e uno dei suoi lavori meno riusciti, sicuramente meno popolare rispetto ad altre pellicole ad essa contemporanee. Fra gli anni '60 e '70, comunque, il film è tornato di moda, soprattutto nei campus universitari e fra le comunità hippy, che vi hanno visto la descrizione di un viaggio mediante l'uso di sostanze allucinogene: dal coniglio bianco al brucaliffo, sono parecchie le icone prese in prestito dalla cultura alternativa. Personalmente non vado matto per il film (preferisco di gran lunga il libro, anzi i libri, visto che la sceneggiatura pesca anche dal seguito "Attraverso lo specchio"), ma lo trovo comunque gradevole e ricco di invenzioni, a dire il vero più visive che linguistiche come invece era in Carroll. In alcune sequenze che richiamano "Biancaneve" e "Fantasia" (Alice perduta nel bosco, i fiori che si animano), Disney sembra addirittura rifare il verso a sé stesso. E probabilmente si tratta di uno dei classici disneyani che ha più influenzato l'immaginario collettivo: basti pensare, su tutte, alla sequenza della festa di "non compleanno" con il Cappellaio matto (personaggio che tornerà nelle storie di Topolino di Martina/Scarpa) o a quella della partita a croquet con la Regina di cuori.