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22 dicembre 2019

Pinocchio (Matteo Garrone, 2019)

Pinocchio
di Matteo Garrone – Italia 2019
con Federico Ielapi, Roberto Benigni
***

Visto al cinema Colosseo.

I registi italiani sembrano avere una predilezione, se non una vera e propria ossessione, per il personaggio di Collodi, protagonista della favola italiana più nota nel mondo. E dopo le versioni, fra le altre, di Luigi Comencini e Roberto Benigni, ecco arrivare quella di Matteo Garrone, che già nel 2015 aveva compiuto un'incursione nel campo delle fiabe con "Il racconto dei racconti". Il rischio, giungendo dopo così tanti predecessori (non dimentichiamo il film animato della Disney, forse la versione più popolare di tutte, del quale fra l'altro sarebbe in cantiere un remake in live action), era quello di risultare datato o già visto: ma questo "Pinocchio" ha il merito di bilanciarsi perfettamente fra la fedeltà al testo originale, di cui riprende tutti gli episodi, e un'impronta visiva affascinante e pittorica, eccellente per atmosfera, costumi e scenografie, dove anche i personaggi più fantastici (come il burattino stesso o gli animali antropomorfi) assumono una palpabile concretezza grazie al make up, ad effetti digitali (e artigianali!) e a una fotografia (di Nicolaj Brüel) che fonde mirabilmente il mondo magico con quello del quotidiano. In fondo, spogliata dal linguaggio della fiaba (e dal moralismo ottocentesco), quella che Pinocchio visita è la realtà del mondo degli adulti, che ha le sue regole e le sue punizioni: una realtà trasfigurata dalle fantasie e dall'immaginazione di un bambino con tutte le sue tentazioni, le paure e i desideri, un bambino che vuole fare le marachelle ma ha paura delle conseguenze. La natura affabulatoria della novella è conservata, affascinando anche uno spettatore che conosca già a menadito le vicende del burattino di legno e le sue disavventure mentre va all'esplorazione di un mondo vasto, sconosciuto e ricco di pericoli e tranelli. E la naturalezza con cui sullo schermo convivono personaggi quasi neorealisti (falegnami, pastori, osti, contadini) e ambientazioni veriste (le campagne o le colline della Toscana, ritratte in diverse stagioni) con creature fiabesche (fate, marionette viventi, animali in parte o del tutto antropomorfi) è il punto di forza di un film superbo per le interpretazioni e per la qualità dell'immagine, che pur non perdendo mai di vista il rispetto per la fonte originale (è forse uno degli adattamenti più fedeli di sempre) si premura di limitarne in qualche modo gli elementi più datati (come gli intenti pedagogici, eliminando per esempio la paternalistica voce del narratore) senza peraltro edulcorare quelli più cupi (l'onnipresente tema della morte). L'abilità di Garrone sta anche nel sottolineare aspetti che erano presenti in Collodi ma quasi dimenticati rispetto ad altri divenuti più popolari (come il naso che si allunga, qui presente in una sola scena): basti pensare, per esempio, ad alcuni passaggi satirici, grotteschi o non-sense che non stonerebbero in "Alice nel paese delle meraviglie" (come il processo in cui Pinocchio viene assolto perché "colpevole"). Se l'interpretazione del piccolo Ielapi nel ruolo del burattino di legno è filtrata dal trucco e dagli effetti digitali, il resto del cast brilla per l'azzeccata scelta dei volti e la totale immersione nel mondo di Collodi. Roberto Benigni, che nel fallimentare film del 2002 da lui diretto aveva interpretato il burattino (e forse proprio quello era stato il motivo del suo fallimento), veste qui i panni, assai più adatti a lui, del falegname Geppetto. Massimo Ceccherini, forse il migliore del cast (nonché co-sceneggiatore insieme a Garrone) è la Volpe. Rocco Papaleo è il Gatto, Gigi Proietti è Mangiafuoco, Marine Vacth è la Fata Turchina da adulta (già, perché appare anche da bambina, intepretata da Alida Baldari Calabria). Davide Marotta è un inquietante Grillo Parlante, il cui ruolo è ridotto rispetto ad altre versioni. Da ricordare anche Alessio Di Domenicantonio (Lucignolo), Enzo Vetrano (il maestro), Maria Pia Timo (la Lumaca), Paolo Graziosi (Mastro Ciliegia), Nino Scardina (l'Omino di burro che porta i bambini nel Paese dei Balocchi). Musiche di Dario Marianelli.

15 marzo 2019

Primo amore (Matteo Garrone, 2004)

Primo amore
di Matteo Garrone – Italia 2004
con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon
***

Rivisto in divx.

Vittorio (Trevisan), piccolo artigiano orafo, è ossessionato dalla magrezza femminile. E quando comincia a frequentare Sonia (Cescon), commessa e modella in una scuola d'arte, la spinge a perdere sempre più peso, cosa che la ragazza accetta di fare per amore: una sorta di "anoressia imposta" che mette a repentaglio non solo la sua salute ma anche i legami sociali e professionali di entrambi... Dopo "L'imbalsamatore", Garrone firma un'altra storia di ossessioni: per Vittorio è il tentativo di plasmare la sua donna a proprio desiderio, esattamente come fa con gli oggetti e i monili d'oro nel suo laboratorio (è una sorta di pigmalione alchemico e dietologo, che insegue una propria idea di perfezione o purificazione). Sonia, dal suo canto, è una vittima-succube del suo fidanzato, che in nome di un amore malsano si lascia modellare a piacimento da lui senza opporre alcuna resistenza, quasi annullando la propria volontà. Non si tratta di una vera e propria costrizione, quanto di una persuasione o di una pressione psicologica, che porta la ragazza a perdere le proprie certezze e a sentirsi giudicata e a disagio. La patologia di Vittorio lo rende invece un parassita che si realizza nel plasmare gli altri anziché nel lavorare su sé stesso (le sedute dallo psicologo che intravediamo ogni tanto non paiono avere frutti): in fondo anche la sua attività, il laboratorio di oreficeria, è stato ereditato dal padre e non è frutto di una sua iniziativa. E più si va avanti, più i personaggi si isolano nel proprio rapporto malsano, irrimediabilmente dipendenti l'uno dall'altra. Fra le scene migliori, quella al ristorante nel quale Sonia non ce la fa più e cede di colpo alla tentazione di mangiare dal piatto del compagno. La pellicola è girata e ambientata a Vicenza (e dintorni). Belle le musiche d'atmosfera della Banda Osiris. Un piccolo gioiellino di analisi psicopatologica, ben recitato e diretto con eleganza. Peccato per il sonoro in presa diretta, che aiuta a caratterizzare i personaggi in chiave realistica ma rende talvolta poco intelleggibili le battute.

23 maggio 2018

Dogman (Matteo Garrone, 2018)

Dogman
di Matteo Garrone – Italia 2018
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

In una periferia degradata e opprimente, una vera e propria arena sul litorale che ha visto tempi migliori (il film è stato girato nei pressi di Castel Volturno), il piccolo e mansueto Marcello gestisce con passione un negozio di toelettatura per cani. Il suo problema, che è anche quello degli altri commercianti della zona, si chiama Simone: pugile prepotente, bullo, instabile e attaccabrighe, che lo coinvolge in piccoli furti e al quale è però legato da un rapporto di amicizia difficile da scindere. In fondo sono entrambi come dei cani: Simone è quello aggressivo e territoriale, Marcello quello sottomesso e dipendente dal padrone anche di fronte ai maltrattamenti. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca di fine anni ottanta, il caso del "canaro della Magliana", il film è un riuscitissimo ritratto di un personaggio complesso, buono nell'anima e disposto ad accettare (quasi) di tutto pur di vivere quietamente: anche la modesta attività di spaccio di droga (che forse, a ben vedere, finisce con l'esacerbare il problema di Simone, diventato cocainomane) viene svolta con le migliori intenzioni, in particolare quella di integrare i piccoli guadagni nel negozio per potersi permettere le gita fuori porta con la figlia, appassionata di immersioni subacquee (i due sognano di andare alle Maldive o al Mar Rosso: e le sequenze che mostrano padre e figlia che si immergono sembrano quasi appartenere a un altro film, con la loro atmosfera di sogno e di libertà). Marcello è quasi costretto dalle circostanze a diventare un assassino. La macchina da presa di Garrone lo segue continuamente, senza mollarlo mai un istante, spesso riprendendo da vicino il suo volto in primo piano (come nell'intenso finale all'alba): il protagonista, Marcello Fonte, ha vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Oltre a lui e ad Edoardo Pesce (Simone), il terzo personaggio è l'ambiente (magnificamente esaltato sullo schermo dalla fotografia di Nicolaj Brüel), un ex resort turistico sulla spiaggia dimenticato da tutti, trasformatosi nella piazza di un western, dove si vive alla giornata fra sogni di fuga (attraverso il lavoro, il gioco o la delinquenza) e in attesa di un'occasione migliore. E di fronte alle follie e alla violenza degli uomini, i cani sono spettatori curiosi e inermi. Fra tutti i film di Garrone, ricorda in parte "L'imbalsamatore" (peraltro girato negli stessi luoghi) nel mettere in scena individui al margine della società. Come quello, si ispira a un fatto di cronaca reale: lì il protagonista imbalsamava animali morti, qui accudisce animali vivi, ma in entrambi i casi il vero animale si conferma essere l'uomo stesso (indicative le scene in cui Marcello finisce in prigione e in cui Simone viene rinchiuso in una gabbia, proprio come i cani feroci).

19 maggio 2015

Il racconto dei racconti (M. Garrone, 2015)

Il racconto dei racconti (Tale of Tales)
di Matteo Garrone – Italia 2015
con Salma Hayek, Vincent Cassel
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro.

"Lo cunto de li cunti" è una raccolta di cinquanta fiabe popolari, scritta in napoletano nel 1600 da Giambattista Basile. Garrone sceglie di adattarne tre, che si alternano sullo schermo con i loro motivi e i loro simboli, sullo sfondo di un mondo barocco e incantato. Nella prima favola ("La regina"), il desiderio di avere un figlio è forte a tal punto che una sovrana (Salma Hayek) fa ricorso alla magia per ottenerlo: contemporaneamente, però, una giovane serva dà la luce a un ragazzo identico al principe. I due gemelli (Christian e Jonah Less) crescono come amici inseparabili. E quando la regina scaccerà dal regno il figlio della serva, il giovane principe – allertato da una sorgente magica, la limpidezza della cui acqua lo avvisa dello stato di salute dell'amico – partirà alla sua ricerca. Nella seconda ("La pulce"), una principessa (Bebe Cave) sogna di sposarsi e di lasciare il castello dove è sempre vissuta. Suo padre (Toby Jones), però, è costretto a concedere la sua mano a un mostruoso orco, l'unico che ha saputo indovinare da quale animale proviene la pelle che il sovrano ha steso nella sala del trono (ovvero da una pulce!). Nella terza ("Le due vecchie"), un re lascivo (Vincent Cassel) si innamora di Dora (Hayley Carmichael) dopo averla udita cantare, ignorando che non si tratta di una giovinetta ma di una vecchia. Grazie a una strega, Dora tornerà magicamente giovane (Stacy Martin) e sposerà il re, scatenando l'invidia della sorella Imma (Shirley Henderson). Un cast internazionale (ci sono anche John C. Reilly, Guillame Delaunay, Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini) e una confezione che poco ha da invidiare ai fantasy hollywoodiani (la fotografia di Peter Suschitzky, le musiche "elfmaniane" di Alexandre Desplat) per un film che in realtà è assai distante per ritmo e contenuti dalle pellicole di intrattenimento adolescenziale: proprio come le fiabe di Basile (che, nonostante il sottotitolo "lo trattenemiento de peccerille", sono più adatte ai lettori adulti), la pellicola presenta un complesso substrato di significati psicologici e dinamici, per non parlare di connotazioni quasi horror secondo i criteri odierni. Girato in spettacolari e celebri location dell'Italia centrale e meridionale (si riconoscono le gole di Alcantara, la fortezza di Castel del Monte, il castello di Donnafugata con il labirinto, Civita di Bagnoregio, il castello di Roccascalegna, quello di Sammezzano, e il Palazzo Reale di Napoli), il film dà vita a un microcosmo suggestivo e caleidoscopico, popolato da creature fantastiche (il drago d'acqua, mostri vari), orchi, maghi e streghe, ma soprattutto da esseri umani i cui desideri e i peccati, i vizi e le virtù, sono spesso pronti a essere puniti dal destino. Come nei precedenti lavori di Garrone (si pensi a "Primo amore" o a "Reality"), uno dei temi principali è l'ossessione o il desiderio di qualcosa che, forse, sarebbe meglio non ottenere ("Sta attento a cosa desideri", diceva Oscar Wilde), che si tratti di un figlio, di un marito o della giovinezza (spesso raggiunti attraverso una magia che chiede sempre un prezzo in cambio di ciò che concede). Altro tema è quello dell'abbandono, o dell'incapacità di accettare una separazione (la regina non riesce a separarsi dal figlio, la vecchia Imma dalla sorella, il re dalla sua pulce domestica, alla quale sembra più interessato che non alla figlia). Il montaggio alterna le tre storie, che non si incrociano mai: gli unici momenti in cui si sfiorano sono quelli in cui – in occasione di un funerale, di un matrimonio o di un'incoronazione – i sovrani dei regni vicini si presentano nei castelli dei propri confinanti.

24 giugno 2014

L'imbalsamatore (Matteo Garrone, 2002)

L'imbalsamatore
di Matteo Garrone – Italia 2002
con Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Marco, Paola, Costanza, Giovanni e Rachele.

Il tassidermista Peppino Profeta, nano e gay represso, assume come apprendista il prestante Valerio, verso il quale manifesta un'attrazione ossessiva. Lo prende sotto la propria ala protettiva, lo riempie di attenzioni e lo ospita persino in casa sua. Ma quando Valerio decide di fidanzarsi con Deborah, una ragazza conosciuta durante una trasferta a Cremona (dove Peppino si era recato per compiere un "lavoretto" per conto della Camorra), le cose si complicheranno. Ispirato a una vicenda di cronaca nera (avvenuta a Roma nel 1990), un thriller psicologico avvincente e inquietante, che si appoggia su un personaggio (quello di Peppino) sfaccettato e ottimamente caratterizzato, "al di là del bene e del male" con i suoi complessi, le sue pulsioni, i suoi tormenti. Basti pensare alle serate con le donnine che organizza pur di stare in compagnia di Valerio, verso il quale, nonostante la propria apparente schiettezza, non ha mai il coraggio di dichiarare i propri sentimenti. Lo stesso lavoro che svolge, quello appunto dell'imbalsamatore, può essere letto come una metafora: la conservazione (sotto formalina?) dei sentimenti e delle emozioni, in un sottile confine a metà fra la vita e la morte. L'atmosfera generale della pellicola (cui giova la fotografia di Marco Onorato) e la parlata napoletana, con il suo tono "normalizzante", donano un ulteriore strato di ambiguità e di inquietudine alla tensione che si respira senza un attimo di tregua. È anche il film con cui Garrone, dopo i primi lavori – peraltro non certo trascurabili: vedi "Estate romana" – raggiunse il successo di critica (vinse, fra le altre cose, il David di Donatello per la miglior sceneggiatura e quello per il miglior attore). Regia, ritmo e montaggio, d'altronde, mostrano dalle prime sequenze che si tratta di un prodotto di qualità superiore alla media del cinema italiano: e negli anni seguenti Garrone dimostrerà di essere, insieme con Paolo Sorrentino, il più promettente dei nuovi talenti nostrani. Girato a Castel Volturno (nella frazione abusiva del Villaggio Coppola) e a Cremona. Oltre all'eccezionale Ernesto Mahieux nei panni di Peppino, il trio di protagonisti è completato dall'esordiente ex-modello Valerio Foglia Manzillo e da Elisabetta Rocchetti. Musiche della Banda Osiris.

3 ottobre 2012

Reality (Matteo Garrone, 2012)

Reality
di Matteo Garrone – Italia 2012
con Aniello Arena, Loredana Simioli
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Luciano, estroverso pescivendolo che vive in un fatiscente palazzo nel cuore di Napoli e che “arrotonda” le proprie entrate travestendosi da drag queen alle feste di nozze e trafficando illegalmente in elettrodomestici venduti per corrispondenza, viene convinto dai propri familiari a partecipare alle selezioni locali per la nuova edizione del “Grande Fratello”. Quando gli viene fatta balenare innanzi la possibilità di entrare a far parte della trasmissione, Luciano è pervaso dall’illusione di diventare una celebrità e di poter così evadere dalla squallida vita quotidiana. L’ossessione per il programma lo porta a montarsi la testa: lascia il lavoro, vende la pescheria e si aliena sempre più dalla famiglia e da coloro che gli stanno attorno, perdendo gradualmente ogni contatto con la realtà. Tanto che, in attesa di una risposta dalla produzione (che non giungerà mai), viene colto dalla convinzione paranoica che “quelli della tv” lo stiano spiando, studiando tutto quello che fa, proprio come se si trovasse già nella casa del reality show. Dopo il successo di “Gomorra”, Matteo Garrone non abbandona Napoli ma cambia completamente registro narrativo: con i toni della parabola e della commedia, un tocco di esistenzialismo surreale e una fotografia che esalta i colori vivaci, sceglie di affrontare il tema dell’illusione che, soprattutto in tempi di crisi, colpisce tutti coloro che sperano di fare fortuna senza sforzo, in un mondo dove l’apparire in tv, anche per breve tempo, può trasformare chiunque in una celebrità popolare (come “Enzo”, l’idolo locale che, prima di Luciano, ha già avuto il suo momento di notorietà grazie allo spettacolo e che incoraggia il protagonista a non abbandonare mai il proprio sogno: “Never give up!”). Memorabile l'ambiguo finale in cui Luciano riesce a introdursi di soppiatto proprio nella sorvegliatissima casa dello show, senza che nessuno si accorga di lui mentre vi si aggira come un fantasma (ma forse i veri fantasmi sono gli altri personaggi dello show): che si tratti solo di una fantasia o, appunto, di un sogno che si autoavvera? L’ambientazione campana, la simpatia dei personaggi (il colorito parentame, tipicamente napoletano, o gli abitanti del quartiere dove vive il protagonista), la regia elegante e la buona scrittura sono al servizio di una lucida esposizione dei rischi che si corrono quando si rimane ossessionati dalla prospettiva di una facile popolarità. “Per molti la tv diventa come una certificazione della propria esistenza, un problema esistenziale più che narcisistico”, ha commentato il regista. “Vivendo in una società dei consumi si è sempre vulnerabili alle seduzioni che arrivano dall'esterno”. Anche se alla resa dei conti il film non dice nulla di particolarmente nuovo e originale sul tema: la miglior pellicola sui reality show rimane ancora quel capolavoro che – incredibile a dirsi – è stato realizzato ancora prima che il “Grande Fratello” televisivo vedesse la luce, vale a dire “The Truman Show”. Il bravo protagonista Aniello Arena è un’ergastolano, detenuto nel carcere di Volterra, che proprio nella recitazione (teatrale e cinematografica) ha trovato una nuova ragione di vita. Nel cast anche Nando Paone (l'amico Michele) e Ciro Petrone (il barista). La colonna sonora di Alexandre Desplat, in linea con il tono “fiabesco” della pellicola (si pensi anche all'incipit, con la carrozza trainata dai cavalli bianchi che giunge in un vero e proprio castello per la fastosa celebrazione delle nozze: qui Garrone si è ricordato di uno dei suoi primi documentari, "Oreste Pipolo"), ricorda le sonorità delle musiche di Danny Elfman per i film di Tim Burton. Una curiosità: i sottotitoli in italiano (almeno nella copia proiettata qui a Milano) su alcune frase in dialetto napoletano.

26 marzo 2010

Estate romana (M. Garrone, 2000)

Estate romana
di Matteo Garrone – Italia 2000
con Rossella Or, Salvatore Sansone, Monica Nappo
***

Visto in DVD, con Martin.

Per la prima volta alla prese con un lungometraggio di durata convenzionale, Garrone mette momentaneamente da parte il mondo degli immigrati (ma non quello dei personaggi disagiati e ai margini della società) e racconta la storia di tre "anime perdute" e alla deriva in una Roma torrida, nervosa e inospitale. La fragile e stralunata Rossella, vittima di suggestioni new age, torna in città dopo un'assenza di diversi anni con l'intenzione di riallacciare vecchie amicizie, instaurare nuovi rapporti sentimentali e mettere ordine nella propria vita disastrata. Ma si rivelerà patetica e inadeguata, collezionerà soltanto rifiuti e umiliazioni e non riuscirà nemmeno a tornare alla sua passione precedente, il teatro. Nella sua casa ora abita Salvatore, un artista immaturo che si illude di guadagnare qualche soldo realizzando scenografie per uno spettacolo teatrale con l'aiuto della sua assistente Monica, di cui è silenziosamente e inutilmente innamorato. Quest'ultima, separata e con una bambina a carico, sembra più attiva ma è altrettanto sola: lavora di notte presso un chiosco-bar alla periferia della città e cerca a sua volta nuovi affetti. Nella prima parte il film fatica un po' a ingranare, forse per la narrazione frammentata o per l'inconcludenza degli stessi personaggi, schegge impazzite e prive di direzione; la sezione centrale, quella in cui i tre si recano al mare portando con sé il gigantesco mappamondo di cartapesta realizzato da Salvatore e Monica, è all'insegna dell'assurdo e della commedia esistenzialista (ricompare anche Corrado, il fotografo già visto nel precedente "Ospiti"); il finale, ammantato di tragicità, compatta infine la pellicola sui suoi temi fondamentali. Bravi e convincenti, come sempre nei film di Garrone, gli interpreti (molti dei quali provengono dall'ambiente del teatro d'avanguardia e underground degli anni settanta; e tutti hanno gli stessi nomi dei loro personaggi). Pur spingendosi ai confini della commedia drammatica (ci sono persino alcuni passaggi morettiani – d'altronde coproduce la Sacherfilm – come la scena in cui un uomo tenta inutilmente di fare colpo su una ragazza al bar: quando questa si alza per andarsene, al suo "Te ne vai? Pensavo di averti colpito..." lei risponde "Sì, infatti... In maniera molto negativa..."), la pellicola mantiene quel tono documentaristico che aveva caratterizzato i precedenti lavori del regista, attento soprattutto a descrivere un ambiente. La macchina da presa segue da vicino i personaggi, senza però diventare protagonista a sua volta, e non distoglie mai lo sguardo dalla realtà e dal malessere che li circonda (il dibattito politico, i discorsi del regista teatrale, l'invasione dei commercianti cinesi, i problemi familiari di Monica).

25 marzo 2010

Ospiti (Matteo Garrone, 1998)

Ospiti
di Matteo Garrone – Italia 1998
con Julian Sota, Llazar Sota
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

I cugini Gherti e Gheni, giovani immigrati albanesi giunti in Italia in cerca di lavoro, vengono ospitati a casa di Corrado, fotografo timido e balbuziente, con il quale fanno amicizia. Attraverso il consueto stile realista, episodico e minimalista (col senno di poi, appare chiaro come "Gomorra" non sia nato dal nulla e fosse un film già nelle corde di Garrone: anzi, è ancora più evidente come il regista abbia piegato il libro di Saviano alle proprie esigenze e alla propria poetica, l'osservazione sincera e mai voyeuristica della realtà scomoda e multiculturale che lo circonda), la pellicola mostra diversi momenti della dura quotidianità dei suoi protagonisti senza cercare scorciatoie o facili emozioni. Privo di una vera trama, il film presenta situazioni legate solo debolmente l'una all'altra, come – nel finale – quella in cui i ragazzi aiutano l'anziano Lino nella ricerca della moglie, malata di mente, che si è smarrita. Come e più del precedente "Terra di mezzo", il film descrive un mondo di individui ai margini della società, che molti italiani non vogliono nemmeno conoscere (emblematica la scena in cui gli inquilini del palazzo dove vive Corrado si lamentano per la presenza dei due albanesi): questo cinema, che piaccia o meno, è forse l'unico vero antidoto alla demenza, alla piaggeria e ai cliché delle fiction televisive.

17 marzo 2010

Terra di mezzo (M. Garrone, 1996)

Terra di mezzo
di Matteo Garrone – Italia 1996
con Pascal, Ahmed Mahgoub
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Attraverso tre episodi ambientati alla periferia romana e narrati con stile semidocumentaristico, Garrone illustra la vita e le difficoltà di alcuni immigrati extracomunitari che cercano di sbarcare il lunario in Italia come possono, fra lavori precari e l'attesa di migliori opportunità, confinati ai margini della società, senza speranza di una vera integrazione ma senza rinunciare al tentativo di sopravvivere in un mondo che sembra escluderli o accorgersi di loro soltanto per sfruttarli. In "Silhouette", alcune prostitute nigeriane si vendono lungo la cintura periferica di Roma. In "Euglen & Gertian", operai e muratori albanesi si prestano a eseguire lavoretti di ogni tipo, naturalmente in nero e sottopagati. In "Self service", un egiziano di mezza età lavora di notte come benzinaio abusivo presso una stazione di servizio. Lo sguardo attento e incisivo di Garrone, il sonoro in presa diretta, una sceneggiatura che non drammatizza la realtà ma si limita a riprodurla e la caratterizzazione efficace dei personaggi da parte di "non attori" che interpretano di fatto sé stessi rendono la pellicola un quadro sociale che non risulta mai didascalico o accondiscendente. Il regista ha potuto finanziare il resto del film grazie al primo episodio che – presentato come cortometraggio a sé stante – aveva vinto un premio a un festival organizzato da Nanni Moretti.

18 giugno 2008

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

Gomorra
di Matteo Garrone – Italia 2008
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato
***

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

"Gomorra" è la città del peccato, ed è davvero curioso come per assonanza ricordi la parola "camorra". Ispirato dall'omonimo romanzo-saggio di Roberto Saviano (che non ho letto, quindi non mi interessa fare un confronto), il film di Garrone racconta più storie che illustrano – attraverso vicende tragiche e violente – alcuni dei diversi e sfaccettati aspetti del sistema malavitoso che governa interi quartieri di Napoli e della Campania, a volte come un stato parallelo e assistenziale che si preoccupa persino di ridistribuire le proprie ricchezze, a volte trasformandosi una vera e propria industria, e a volte portando la morte e la guerra all'interno dei quartieri periferici e cittadini. A Scampia, per esempio, "la più grande piazza di spaccio in Europa", è in corso una sanguinosa faida fra il clan Di Lauro e gli "scissionisti" che finisce per coinvolgere tutti: anche il giovanissimo Totò (un ragazzino che all'inizio si limitava a consegnare la spesa negli appartamenti) e l'attempato Don Ciro (il cassiere incaricato di portare denaro alle famiglie dei camorristi morti o in galera). In un'altra zona, due giovani delinquenti (Marco e Ciro) si atteggiano a Scarface e sognano di mettersi in proprio e di impadronirsi delle attività nel territorio, ma dovranno fare i conti con il clan che non sopporta le loro iniziative. Pasquale, un semplice sarto esperto di alta moda, accetta invece la proposta di un imprenditore cinese che gli chiede di dare lezioni ai suoi operai: ma la camorra, che controlla anche il traffico delle griffe, non tollera la concorrenza. Infine il tecnico Franco e il giovane apprendista Roberto si occupano dello smaltimento clandestino dei rifiuti tossici provenienti dal nord-est e dall'estero: ma la coscienza di Roberto gli impedirà di proseguire il lavoro. L'estremo realismo delle ambientazioni (i caseggiati, le cave, le spiagge, i locali, le fabbriche, gli interni fatiscenti o barocchi), la recitazione (si va da attori "navigati" come Servillo e Imparato ad altri relativamente poco noti come Salvatore Cantalupo e Carmine Paternoster, fino a giovani come Marco Macor, Ciro Petrone, Salvatore Abbruzzese) e i dialoghi (spesso in dialetto napoletano stretto, che richiedono i sottotitoli in italiano sullo schermo) donano forza e spessore a un film corale che per tutta la sua durata non ha momenti di pausa o di cedimento. Tutti i personaggi sembrano sulla stessa barca, per scelta o meno, anche se fra di loro ci sono estreme differenze: c'è chi si illude che la guerra non lo riguardi, finendo per trovarcisi trascinato dentro (come Don Ciro), chi non ha alternativa perché cresciuto in quell'humus da sempre (Totò), chi non ha scrupoli di contribuire al sistema (Franco), chi ha la forza di uscirne (Roberto), chi non vede al di là del proprio mondo (Marco e Ciro) e chi approfitterà della lezione per farsi un'altra vita (Pasquale). Proprio i personaggi di Pasquale e di Roberto, soprattutto quest'ultimo (il primo in fondo sceglie una più facile fuga), donano al finale della pellicola un briciolo di speranza che contrasta con la tragedia e il pessimismo delle storie del piccolo Totò e delle "teste calde" Marco e Ciro. La regia è funzionale ed essenziale, senza virtuosismi o retorica, e contribuisce a descrivere la "quotidianità" della camorra senza ammantarla di aura epica (lo squallore e il disagio del sistema è chiaramente visibile). Fra le scene che più mi hanno colpito, oltre a quella del rito di iniziazione con il giubbotto antiproiettile, c'è sicuramente la sequenza della cava con i bambini che guidano i camion per seppellire i fusti di rifiuti tossici. Meritato il Grand Prix a Cannes: se fosse arrivata anche la Palma d'Oro credo che nessuno avrebbe avuto da ridire.

Nota: durante la visione, mi chiedevo come Garrone avesse potuto girare il suo film impunemente a Scampia, quando invece lo scrittore Saviano gira con la scorta da oltre un anno proprio a causa del suo libro. Scopro adesso che sarebbe stata proprio la camorra a dare l'assenso alle riprese: "Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire" (da Cinema e dintorni).

19 giugno 2006

Oreste Pipolo (M. Garrone, 1998)

Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni
di Matteo Garrone – Italia 1998
con Oreste Pipolo, Teresa Onorato
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Una delle opere d'esordio di Garrone, l'interessante regista de "L'imbalsamatore" e "Primo amore". Si tratta di un documentario su un celebre fotografo napoletano specializzato in matrimoni e rinomato per i suoi scatti insoliti e personali, ritratto all'opera durante ma soprattutto prima e dopo le cerimonie nuziali. Divertente e colorato, il film segue incessantemente Oreste Pipolo e i suoi poveri assistenti durante il loro lavoro, ma trova spazio anche per mostrare alcune delle cerimonie e dei pranzi di nozze decisamente kitsch che fanno da sfondo alla sua attività (a Napoli e dintorni, infatti, le feste di matrimonio sono qualcosa di straordinariamente fuori misura!). La copia proiettata aveva sottotitoli in inglese sul dialetto napoletano, cosa che le donava un ulteriore tocco surreale e umoristico.