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Visualizzazione dei post con l'etichetta steely dan

Il 1980: Una Terra di Mezzo

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Il 1980 in musica lo ricordo come un anno a cavallo tra il vecchio che stava scomparendo e le novità che stavano arrivando, una terra di mezzo in cui il rock classico perdeva centralità senza essere ancora diventato repertorio museale, la disco veniva archiviata in fretta e spesso con malafede, e il pop iniziava a riorganizzarsi attorno a nuove grammatiche produttive. Era un anno di passaggio, non ancora nostalgico e non ancora davvero moderno, in cui convivevano fine corsa e possibilità, stanchezza e intuizione, con la sensazione diffusa che qualcosa si stesse chiudendo senza che fosse ancora chiaro cosa avrebbe preso definitivamente il suo posto. McCartney II ne è un bell’esempio e lo trovo un capolavoro a suo modo. Quella terra di mezzo aveva però una sua compattezza, e alcuni dischi di quell’anno la fotografano con precisione insolita. Prendiamo quattro album, due produzioni anglosassoni e due italiane, che utilizzano materiali contemporanei come se fossero già residui, suonano spe...

Elliott Randall’s New York - Elliott Randall (1977, Kirshner)

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  Il secondo album solista di Elliott Randall, pubblicato a ben sette anni di distanza dal precedente Randall’s Island , ebbe la sfortuna di uscire nel 1977, anno in cui la disco era al top e il punk stava già facendo piazza pulita del cascame rock.  Randall è ricordato come “l’assolo” di chitarra di Reelin’ in The Years  degli Steely Dan, Jimmy Page ebbe a dire che era il miglior assolo che avesse mai ascoltato, oltre ad essere uno dei turnisti più ricercati negli anni 70; in pratica qualsiasi nome vi venga in mente, è molto probabile che Randall ci abbia suonato insieme. Questo album si colloca in un limbo di generi, nel senso che non è rock, non è soul, non è blues, ma cerca di essere una crasi di questi. Non ha brani memorabili, comunque almeno tre riescono a risultare interessanti: It’s Gonna Be Great , I Give Up , I Only Wanna Make You Feel Like a Woma n (quest’ultimo con un buon tiro funk) pezzi che rincorrono le suggestioni a la Doobie Brothers, ma che purtroppo n...

CLASSICI: STRANGE KIND OF LOVE - LOVE AND MONEY (1988)

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Infausto sia chi ha coniato il termine easy listening, e sciagurati siano quelli che si attaccano ai pregiudizi che può evocare l'espressione (ci mettiamo anche il pop qui dentro, ma si dai) come scusante per evitare di ascoltare quegli artisti e quei dischi che potrebbero regalar loro anche solo per un breve attimo una piccola emozione. E maledetta sia la preclusione che si ha di fronte a determinati musicisti, in questo caso l'imputato è Jeff Porcaro, che si, bravo tecnicamente, ma freddo, brrrr, vuoi mettere con chi sa a malapena tenere in mano due bacchette. Sembra di sentirli: il non saper suonare a volte può essere un pregio. Si, forse lo sarà per alcuni, non per me, fermamente convinto da sempre che la forma e l'estetica sonora vadano a braccetto con la creatività: volete un altro nome ? Gino Vannelli ! Oppure portiamo ad esempio un disco del 1988, dove Porcaro suona in tutti i brani di una band scozzese e come un metronomo ne scandisce ogni singola canzone ren...

UNA CANZONE: PRETZEL LOGIC - STEELY DAN

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"Pretzel Logic", title track dell'omonimo album, è una delle canzoni che ha contribuito a creare il mito degli Steely Dan. Blues come portante del pezzo, note jazz incastonate nel cerchio dorato del pop, testi oscuri e apparentemente senza un senso compiuto, caratteristica questa che sarà una costante nelle canzoni a venire del duo statunitense. Il testo della canzone ad una prima lettura sembra che narri di un turista in viaggio verso il sud degli Stati Uniti per andare a vedere un "Minstrel Show" e diventare una stella degli stessi (gli spettacoli dove un bianco si tingeva la faccia di nero per intrattenere i suoi pari) ma addentrandoci nelle liriche si legge che il turista vuole "incontrare un Napoleone solitario" e che si trova in imbarazzo per le scarpe che indossa. Lo stesso Fagen, tanto per ingarbugliare di più le cose ci dice che la canzone parla di viaggi, si, ma di viaggi nel tempo, (i "Minstrel Show" di cui si parla erano mort...

PORTA APERTA

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Una porta socchiusa che lascia intravedere uno spiraglio di luce, il nostro che se ne sta seduto su una sedia con un uccello notturno su di una spalla, indeciso sul da farsi, una corda a mo' di serpente che sbuca dalla porta. Se Mayer Hawthorne voleva farcire di significati esoterici la copertina del suo nuovo disco, "Where Does This Door Go", direi che ci è riuscito alla perfezione.  Il sottoscritto, che di esoterismo conosce il giusto, preferisce entrare attraversare la soglia della porta per scoprire quello che ci propone il soul singer del Michigan. Terzo album di studio questo, che promette e mantiene un rinnovamento stilistico del sound di Hawthorne, lasciando al passato le suggestioni retro soul in salsa Motown/Stax che avevano caratterizzato le produzioni precedenti. Qui infatti si può a ragione parlare di un disco che ha come punto di riferimento le stagioni d'oro del "blue eyed soul" e infatti in più di un brano il pensiero va in direzione Hall...

ATTO DI FEDE

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Il disco di oggi non è propriamente una novità, essendo uscito circa due mesi fa, ma per un disco del genere direi che due mesi di ascolto quasi continuo non fanno altro che bene per poterne parlare con calma. Bluey, nick di Jean Paul Maunick, è il leader di una delle band faro del movimento acid jazz degli anni '90, gli Incognito, e questo "Leap of Faith" è il suo primo album da solista e il primo disco dove il nostro fa anche il cantante, visto che negli album della band si è sempre avvalso di belle fanciulle, come ad esempio la brava Maysa. Diciamo che la voce di Bluey non è spettacolare ma comunque la trovo ben a fuoco per le canzoni ivi contenute. "Leap of Faith" è un po' la summa del Bluey pensiero, l'album prima di tutto è suonato e registrato in maniera impeccabile, scevro da quel suono a volte lezioso della sua band; è come se il sound degli Incognito ci sia restituito nudo e senza orpelli. Funk morbido girato in mid tempo per molti dei bran...

IL RITORNO DEL GENIO

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Non aspettatevi un altro The Nightfly, né un altro Aja, e nemmeno Gaucho. Il nuovo album solista di Donald Fagen, il quarto, Sunken Condos, non ha le stimmate del capolavoro, anche se ci si avvicina molto. Non è neanche uno di quei dischi da prendere, consumare e lasciare a candire dentro l’iPod. Dentro ci troverete tutte le intuizioni che hanno reso geniale l’arte di Fagen. Se proprio dobbiamo trovare un riferimento, va cercato negli album citati degli Steely Dan, con una menzione anche per Pretzel Logic. L’unico vero aggancio con The Nightfly è Miss Marlene, il brano più pop del lotto, che riecheggia I.G.Y.. Le sonorità sono chiaramente in chiave funk. A tal proposito, c’è anche una bella cover di Out of the Ghetto di Isaac Hayes, a ribadire le scelte portanti del disco. Un album che non arriva subito: richiede tempo e dedizione. Io sono al quinto ascolto in due giorni, per intenderci. E se escludiamo l’inarrivabile The Nightfly, Sunken Condos è il migliore tra gli altri lavori sol...

UN SORSO DI BLACK COW

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Rieccoci; per ripartire accettate un drink, magari un "Big Black Cow" ? Che razza di intruglio è vi chiederete? Allora, in base a quel che si chiede, il Black Cow consiste in una mistura di Cola e panna e gelato alla vaniglia con sciroppo al cioccolato, ma questo è opzionale. C'è chi al posto della cola ci mette la Root Beer, che non è la birra comunemente intesa ma un'intruglio analcolico prodotto negli states, tipo soda. Se volete darvi una spinta alcolica, potete farvelo col Grand Marnier e il caffè freddo. Intanto la spinta per ricominciare un'altra stagione di buona musica ve la do' io, anzi, ve la danno gli Steely Dan, con il brano dedicato al beverone. Prosit! P.s. Ho riattivato il mio vecchio blog, "Call of the West", in un'altra veste però, solo video, musica, cinema e quant'altro mi verrà in mente e zero parole, se volete rifargli visita siete i benvenuti.

RICORDANDO JOHN BELUSHI A TRENT'ANNI DALLA SCOMPARSA

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Nella biografia di John Belushi, Wired, l'autore racconta di come durante la realizzazione del film " I Vicini di casa" nel 1981, Belushi suonava il pezzo degli Steely Dan "Hey Nineteen" incessantemente a tutto volume. Ha detto il produttore del film che John voleva fare un film basato sulla canzone in cui una ragazza degli anni '60 racconta la sua storia ad un punk rocker. Un buon motivo per riascoltare la canzone.

STEELY DAN: JOSIE, 1977

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Trenta musicisti coinvolti, nottate passate a riascoltare un fraseggio di chitarra, un piatto di batteria fatto costruire apposta per suonare una determinata nota su un determinato passaggio di una determinata canzone, una parte per sax suonata da Wayne Shorter scritta come un assolo improvvisato e più autentica di un'improvvisazione - tutto vero, Wayne Shorter si vide recapitare la sua parte per sax nel brano "Aja" da Fagen e Becker, logico poi che li mandò bellamente affanculo dicendo loro che lui, jazzista, avrebbe improvvisato e non avrebbe mai suonato parti scritte; il bello è che dopo aver ascoltato il brano se ne tornò dai due dicendo che erano si, due figli di puttana, ma quel che avevano scritto per lui era così perfetto da superare qualsivoglia improvvisazione da lui pensata. Di "Aja" si potrebbe scrivere un libro soltanto con gli aneddoti, oggi però voglio focalizzarmi su "Josie", pezzo posto a conclusione del secondo lato del disco (già, i ...

PERCHE' DOCTOR WU ?

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Questo blog vuole essere un mio personale omaggio a tutti quei musicisti sconosciuti della west coast americana e non che hanno realizzato dei dischi ispirati alla musica degli Steely Dan e sconosciuti ai più. Iniziamo però dai maestri, ovvero dagli Steely Dan in persona con la canzone che da il titolo al blog. Buon Ascolto e a presto.