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martedì 6 maggio 2025

Un altro piccolo favore (2025)

Nonostante fossero disponibili parecchi film più interessanti, in questi giorni, per una serie di motivi, ho recuperato prima Un altro piccolo favore (Another Simple Favor), diretto dal regista Paul Feig.


Trama: Dopo aver mandato in carcere Emily, Stepahanie è diventata una vlogger ed investigatrice affermata. Tutto sembra andare per il meglio, finché Emily non si ripresenta davanti a Stephanie e la invita a Capri per il suo matrimonio...


Avevo visto Un piccolo favore ai tempi dell'uscita cinematografica. Era un film carino, il cui punto di forza risiedeva nell'alchimia tra la "strana" mammina tuttofare Stephanie e la fascinosa, misteriosissima Emily, coinvolte in una trama delirante e, sul finale, anche un po' ridicola (l'incidente d'auto, rivisto oggi, è brutto come lo ricordate). Non mi sembrava fosse stato una hit clamorosa, quindi ho faticato a capire il perché di un sequel ma, spinta da curiosità, l'ho comunque guardato. Un altro piccolo favore è come il predecessore: una trama arzigogolata fatta di segreti, confessioni e omicidi, dove spicca la relazione di amore e odio tra Emily e Stephanie. Nel frattempo, però, la mammina timida e weird del film precedente è diventata una scrittrice sicura di sé che non sta tanto a farsi menare per il naso, soprattutto non da Emily, e gli scambi dibattute tra le due sono molto più sassy rispetto al film precedente. Con l'upgrade della protagonista, gli sceneggiatori hanno dovuto fare i salti mortali per creare una trama che fosse più complessa, più "esagerata" di quella precedente e, soprattutto, zeppa di rimandi, perdendo così anche un po' di coerenza, soprattutto perché Un altro piccolo favore cerca di inserire tutti i personaggi comparsi nel primo film, anche quelli solamente nominati; non si capisce dunque perché, al matrimonio di Emily, debba essere invitato anche l'ex marito (la scusa di volere che il figlio sia presente non sta in piedi), e la funzione del detective di colore e degli amici della scuola è talmente ridicola che avrebbero potuto anche non inserirli nel cast. Il boost della trama passa anche, purtroppo, per un cambio di setting imbarazzante per un'italiana. Per dare un tocco esotico al tutto, infatti, il matrimonio di Emily si tiene in una Capri da cartolina, ovviamente con un membro della malavita organizzata che è lo stereotipo (perdonatemi il razzismo) del terronaccio da operetta. Guardare le scene ambientate in Italia, ritornare a una rappresentazione anni '50 del Paese, filtrata dagli occhi di americani che, probabilmente, non ci hanno mai messo piede, è cringe quanto ascoltare la colonna sonora scelta per l'occasione, dove spiccano L'italiano di Toto Cutugno e l'esibizione di un terrificante cantante neomelodico che mi ha fatto rimpiangere che il film non fosse ambientato al Castello delle Cerimonie.


La sensazione avuta guardando il film è che tutto fosse volutamente più esagerato e kitsch rispetto a Un piccolo favore. Persino le mise di Blake Lively, elegantissime ed invidiabili nel primo capitolo, si sono evolute in un tratto distintivo assai simile a una caricatura; inoltre, se pensavate che nel primo film le relazioni familiari fossero leggermente di cattivo gusto (e inserite, anche lì, senza un reale perché) qui la sceneggiatura si supera, cercando l'elemento comico in qualcosa di difficilmente apprezzabile. Per il resto, è tutto più o meno simile a Un piccolo favore. La regia di Paul Feig alterna momenti di serio thriller a svolazzanti, coloratissime sequenze da commedia, risultando in un effetto assai straniante, non per tutti i palati. Le due protagoniste ci credono ancora tantissimo, in particolare la Kendrick, evolutasi nel frattempo come il suo personaggio (guardando i due film a distanza ravvicinata si vede che l'attrice era molto più dimessa un tempo, quasi non osasse affrontare ruoli più fascinosi, ora si abbandona a trucco, parrucco e abiti molto più particolari, anche quando il personaggio torna ad essere più "sfigatello"); la Lively è sempre a suo agio nel ruolo di Emily, ma Un altro piccolo favore le richiede un'altra interpretazione ancora, e l'attrice non mi è sembrata molto all'altezza, ho provato a tratti imbarazzo per lei. Lo stesso imbarazzo l'ho provato per buona parte del cast italiano, dove si salva solo Elena Sofia Ricci, elegante e divertentissima nei panni della madre del boss mafioso. Sicuramente, l'attrice fa più bella figura di una Allison Janney sprecata, il cui ruolo avrebbe meriato un po' più di impegno da parte degli sceneggiatori. Diciamo che Un altro piccolo favore funziona nella misura in cui viene affrontato senza aspettative, senza pensare troppo a quel che viene mostrato sullo schermo, prendendolo come una commedia nera dalle tinte thriller. In questo modo, intrattiene per tutta la sua durata, anche se due ore sono troppe. Ma, se già non vi era piaciuto il primo, fossi in voi lo eviterei come la peste.
 

Del regista Paul Feig ho già parlato QUI. Anna Kendrick (Stephanie Smothers), Blake Lively (Emily Nelson), Elena Sofia Ricci (Portia Versano), Allison Janney (Zia Linda McLanden) ed Elizabeth Perkins (Margaret McLanden) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Un altro piccolo favore vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Un piccolo favore, anche se vi converrebbe vederli in ordine. ENJOY!

mercoledì 16 aprile 2025

I ragazzi della Nickel (2024)

La mia Oscar Death Race si era conclusa con una bella mattonata, ovvero I ragazzi della Nickel (Nickel Boys), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista RaMell Ross a partire dal romanzo omonimo di Colson Whitehead


Trama: Per un banale errore, Elwood viene arrestato come ladro di auto proprio mentre si sta recando per la prima volta all'università grazie ad una borsa di studio. Viene spedito alla Nickel School, un riformatorio dove i ragazzi di colore come lui fanno una vita molto più tremenda degli altri...


I ragazzi della Nickel
racconta una vicenda romanzata tratta però da una storia vera, quella della Florida School for Boys della città di Marianna. All'interno del riformatorio, nel corso degli anni, sono avvenute moltissime morti sospette e, in tempi recenti, sono state trovate molte tombe scavate nel terreno, probabilmente appartenenti a ragazzi scomparsi misteriosamente, dichiarati "scappati da scuola". Una storia orrenda, di abusi che risalgono addirittura ai tempi della fondazione e che sono continuati fino al nuovo millennio, che ha ispirato Colson Whitehead a trarne un romanzo ambientato negli anni '60, l'epoca di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili delle persone di colore. Il protagonista, Elwood, è un ragazzo intelligente e dal forte senso di giustizia, ispirato proprio dai fondatori di questi importanti movimenti; mentre fa l'autostop per raggiungere l'università, però, ha la sfortuna di venire caricato da un ladro d'auto, e viene arrestato con l'accusa di esserne il complice. Da quel giorno, per Elwood inizia il calvario all'interno della Nickel School, dove i diritti civili non esistono e i ragazzi di colore vengono trattati molto peggio di quelli bianchi. Un posto dove è meglio mettere a tacere ogni velleità di giustizia ed altruismo, pena incappare in punizioni corporali, torture e persino morte. L'unico conforto, per Elwood, oltre alle rare visite della nonna materna, è l'amicizia con Turner, un compagno di prigionia disilluso e cinico, col quale Elwood sviluppa un legame quasi fraterno, nonostante il carattere del protagonista sia così riservato e schivo da rasentare l'autismo. Quest'ultima considerazione è un'idea che mi sono fatta io, e probabilmente deriva dallo stile scelto da RaMell Ross per raccontare la storia. I ragazzi della Nickel, infatti, è interamente girato attraverso un punto di vista soggettivo, che alterna ciò che vede Elwood (il punto di vista preponderante per quasi tutta la prima ora) a ciò che vede Turner, inserito dopo l'arrivo di Elwood alla Nickel. Il risultato, per quanto mi riguarda, ha avuto l'effetto opposto a quello probabilmente ricercato dal regista, ed è per questo che ho cominciato il post parlando di mattonata. Nonostante l'importanza e la natura dolorosa della vicenda, infatti, non riuscire ad avere un quadro "complessivo" di ciò che accade, vedere con gli occhi di un altra persona sprazzi di ambienti, persone ed avvenimenti, mi ha fatto provare un'enorme sensazione di distacco da tutto ciò che passava sullo schermo.


Questi sprazzi di vita, colti da uno sguardo mai diretto, quanto piuttosto timido e schivo, alternati a spezzoni televisivi, visioni, sogni e scampoli di futuro ripresi da una gopro, li ho trovati molto faticosi da seguire, soprattutto all'inizio, quando servono essenzialmente per dare un'idea generale dell'infanzia di Elwood, della sua personalità e di come sia finito su una macchina rubata. Da lì in poi, se non altro, I ragazzi della Nickel imbastisce un minimo di trama, per quanto sfilacciata ed episodica, e sviluppa maggior coesione poco prima del finale, quando Elwood prende un'importantissima decisione che influenzerà il futuro suo e di Turner. Anzi, è proprio il finale che ha risollevato la scarsa opinione che avevo del film, pur riconfermando come, su di me, uno stile come questo non abbia fatto presa, visto che avrei dovuto piangere come una fontana, conoscendomi. Riconosco dunque la bravura e l'originalità di RaMell Ross, almeno come regista, e la natura suggestiva del suo film, che vanta una fotografia e delle immagini splendide, e che sicuramente sarà stata una sfida non da poco per il responsabile del montaggio (anzi, non capisco perché I ragazzi della Nickel abbia ottenuto un'esageratissima candidatura a Miglior film e una per la Miglior sceneggiatura non originale, quando i meriti dell'opera sono altri...), ma onestamente avrei più voglia di leggere il libro di Colson Whitehead piuttosto che riguardare una pellicola che ho percepito come un'esercizio di stile fine a se stesso. Non mi sento comunque nemmeno di sconsigliarlo, perché magari quella che non è la mia cup of tea è la mug of chocolate di altri! Se siete curiosi, potete trovare comodamente I ragazzi della Nickel su Prime.  

RaMell Ross è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Tedesco, anche produttore, lavora principalmente come direttore della fotografia. Ha 42 anni.


Hamish Linklater
, che interpreta Spencer, fa parte della "Flanagan Family", perché era padre Paul nello splendido Midnight Mass. Ciò detto, se Nickel Boys vi fosse piaciuto, recuperate Moonlight. ENJOY!

mercoledì 9 aprile 2025

Holland (2025)

Siccome Fresh mi era piaciuto molto, appena è uscito su Prime Video il film Holland, della regista Mimi Cave, mi ci sono fiondata senza pensarci due volte. Occhio perché il post conterrà qualche spoilerino, quindi se non avete ancora visto Holland, guardatelo poi tornate qui.


Trama: Nancy vive nella fiabesca cittadina di Holland assieme al marito Fred e al figlioletto Harry. La sua è una vita da sogno, almeno finché, cercando un orecchino scomparso, la donna non comincia a sospettare che Fred le nasconda qualcosa...


Galeotto fu un orecchino. Un piccolissimo oggetto è tutto ciò che serve a Nancy per rimettere in discussione la sua vita. Ma diciamo che l'orecchino è la goccia che fa traboccare il vaso, l'incarnazione tangibile di un sassolino nella scarpa che Nancy magari non avverte coscientemente, ma che la porta ad avere tremendi incubi la notte, visioni di un'oscurità claustrofobica, di acque che la inghiottono trascinandola a fondo. Nancy è la tipica moglie di Stepford (è un caso che abbiano scelto la Kidman per il ruolo della protagonista? Io penso di no) e vive in una deliziosa cittadina dove tutti sono amici, i pochissimi outsider sono tenuti saldamente a bada, ogni cosa richiama le immagini da cartolina di un'Olanda che non esiste ma che viene celebrata da festival, tradizioni e ricette. Nancy è apparentemente molto grata della vita che ha. DEVE essere grata, in effetti, perché qualcosa nel suo passato, che non verrà mai rivelato precisamente al pubblico, ha fatto sì che toccasse a Fred salvarla e darle un posto dove stare, degli obiettivi... un ruolo. Eppure, come ho scritto prima, il sassolino c'è, e di solito le mogli di Stepford cominciano il loro percorso di liberazione "giocando" a fare le detective, fondamentalmente per vincere la noia (taciuta, mi raccomando!) di una vita perfetta e sempre uguale. Se poi a dare una mano nell'eccitante indagine ci si mette anche un collega carino, outsider a sua volta poiché proveniente nientemeno che da un posto esotico come il Messico, alla smania da investigatrice si aggiunge il "pensiero stupendo" di una scappatella, perché forse nemmeno la vita sessuale matrimoniale è idilliaca come ci si è costretti a credere. Ma questa, se vogliamo, è la parte meno interessante di un film che diventa prevedibile in ogni suo plot twist, poiché attinge a piene mani da una tradizione consolidata e che, a un certo punto, diventa quasi la fotocopia del racconto Un bel matrimonio di Stephen King. Ciò che avrei voluto maggiormente indagato, e che invece diventa la coda di un finale aperto un po' pasticciato, è il dramma psicologico della protagonista, "bloccata" anche nel momento della liberazione dalla "programmazione" impartitale non solo da Fred, ma dall'intero sistema sociale di Holland. Nonostante tutto, Nancy decide di continuare a fare finta di niente, dopo essersi cullata per settimane nei sogni infantili di un principe azzurro sexy intervenuto a salvarla da un marito fedifrago. Questo perché Fred è qualcosa di peggiore, e non è tanto il desiderio di preservare il figlioletto da un orribile trauma a spingerla, quanto la speranza di tornare alla sua vita da sogno, a un innegabile agio economico, a una routine che annebbia la mente e non fa pensare. Sicuramente meglio venire compatita perché cornuta, che vedersi togliere tutto perché il marito è un serial killer.


Holland
, dunque, pecca in ciò che l'avrebbe reso ben più interessante, nell'approfondimento dei personaggi. Non solo di Nancy, scelta già di per sé un po' criminale, ma anche del collega Dave, a sua volta uomo dal passato misterioso e, probabilmente, introdotto a Holland come "quota" integrativa, per sottolineare la natura buona ed inclusiva degli abitanti, MA con parsimonia (d'altronde, basta sentire odore di alcool per mettere al bando un altro membro della comunità). Anzi, Dave è proprio uno degli aspetti del film che ho apprezzato meno, perché mi è sembrato che la sceneggiatura non sapesse come gestirlo; sul finale, addirittura, il personaggio viene utilizzato come veicolo di un dubbio quantomeno scorretto, arrivati a quel punto, e gli viene appioppata una natura da stalker pericoloso che solo spettatori al loro primo thriller si sarebbero potuti bere. A parte questi aspetti, che potrebbero avere dato fastidio solo alla sottoscritta, Holland è un film molto curato, soprattutto esteticamente. Mimi Cave, come già in Fresh, accompagna a concetti sgradevoli delle immagini patinate, che rendono il tutto ancora più grottesco. Holland è un posto plasticoso, colorato e finto quanto l'importante diorama che Fred costruisce nel capannone assieme al figlio, nonché un luogo fuori dal tempo (non ho capito se il film è ambientato nei primi anni dell'attuale millennio o se è solo la cittadina ad essere rimasta volutamente indietro); la regia ricorre spesso ad angoli di ripresa che distorcono le fattezze di persone e ambienti, mentre la fotografia aumenta l'effetto straniante dipingendo tutto con colori e luci palesemente posticce. Anche a livello di colonna sonora, scenografie e costumi è stato fatto un ottimo lavoro, perché in ogni sequenza c'è qualche dettaglio strano in grado di colpire lo spettatore e sviarne le percezioni, mettendolo ancora più in dubbio. Ora magari peccherò di bodyshaming ma uno di questi dettagli strani è proprio il viso di Nicole Kidman, sempre più finto, perennemente atteggiato a un'espressione di stupore, con quei lineamenti da bambolotta e la pelle lucida per i continui ritocchi estetici. Sarà la mia percezione, ma mi è sembrato che anche la sua recitazione fosse "finta", troppo caricata. All'inizio poteva anche essere una scelta vincente, visto che Nancy è fondamentalmente costretta a recitare e zittire tutto ciò che la rende umana ed imperfetta, ma anche verso il finale rimane una leziosità di fondo, una teatralità, una fissità a mio avviso indegna della grande attrice di un tempo. Preso per quel che è, Holland non è un brutto film, ma è l'ennesimo thriller usa e getta da "cestone" streaming, che, come molti suoi simili, lascia il tempo che trova. Da vedere una sera senza troppe aspettative, però, va più che bene. 


Della regista Mimi Cave ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Nancy Vandergroot), Gael García Bernal (Dave Delgado) e Matthew Macfadyen (Fred Vandergroot) li trovate invece ai rispettivi link. 

Rachel Sennott interpreta Candy Deboer. Americana, la ricordo per film come Shiva BabyBodies, Bodies, Bodies. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 30 anni. 


Se Holland vi fosse piaciuto recuperate La donna perfetta, Don't Worry Darling e A Good Marriage. ENJOY!

venerdì 22 novembre 2024

My Old Ass (2024)

Attirata dalla presenza nel cast di Aubrey Plaza, ho recuperato su Prime Video il film My Old Ass, diretto e sceneggiato dalla regista Megan Park

Disclaimer con spoiler: il post (che ho ritenuto opportuno non modificare per non alterarne la natura super partes) è stato scritto subito dopo aver guardato il film, visto senza sapere nulla relativamente alle mille controversie che circondano Percy Hynes White, accusato di razzismo e violenza sessuale. Mi sono documentata dopo avere sbirciato una serie di recensioni negative che accusavano My Old Ass di whitewashing, di avere scelto un mostro come love interest della protagonista e di avere usato il personaggio per "instradare" la lesbica Elliott verso l'eterosessualità. Quest'ultimo aspetto è una grossa puttanata, perché la protagonista arriva a definirsi pansessuale (come lo è, del resto, l'attrice che la interpreta), mentre capisco che alcuni spettatori possano provare disagio e disgusto di fronte ad accuse abbastanza pesanti, sebbene ancora non provate. Quindi, prendete sia il mio post che il film con le pinze della vostra sensibilità personale. 


Trama: il giorno del suo 18simo compleanno, strafatta di funghi allucinogeni, Elliott incontra la se stessa adulta. I pochi consigli della donna cambieranno l'ultima estate che Elliott passerà prima di andare a vivere lontana dalla sua famiglia...


Non di solo horror vive la Bolla, lo sapete, anche se avrete notato che ho saltato a piè pari tutte o quasi le ultime uscite d'Autore, tra Sorrentino, Coppola e Scott. La verità è che è un periodo svogliato ma anche pieno di belle cose da fare nei weekend, zeppi di viaggi e occasioni di socializzare con gli amici, come non accadeva da un po'. E in settimana, senza nessuno che mi accompagni al cinema, mi viene il culo pesante ad andare da sola. Ma questo non c'entra nulla con My Old Ass, tranne il fatto di avere, per l'appunto, un "ass" che non solo è "heavy" ma anche "old", e di essermi ritrovata una sera con la voglia di ammirare l'adorata Aubrey Plaza. Purtroppo, l'unica attrice che potrebbe convincermi a cambiare sponda si vede poco in My Old Ass, giusto all'inizio e alla fine. Il secondo film di Megan Park, infatti, si concentra sui cambiamenti che Elliott, diciottenne lesbica in procinto di andare via dall'odiato paesino in cui è nata, subisce a seguito dell'incontro allucinato con la sua versione adulta. All'inizio del film Elliott è una teenager sicura del suo futuro radioso e consapevole di ciò che le fa schifo, vittima di quel disprezzo verso le nostre radici che abbiamo avuto tutti a quell'età; non sopporta i suoi strani fratelli minori, è insofferente verso i genitori, non ha intenzione di fare la loro stessa vita, ovvero vivere ai margini delle foreste canadesi nella fattoria di famiglia, a coltivare mirtilli (certo, è anche vero che non sa assolutamente cosa voglia diventare una volta trasferitasi nella grande città. Ma anche questo è tipico di quell'età). Durante i festeggiamenti per il suo diciottesimo compleanno, complice una tisana allucinogena, Elliott si ritrova faccia a faccia con la sua versione quasi quarantenne, la quale, senza troppo esagerare, le dà qualche consiglio che si rivelerà prezioso per trasformare l'ultima estate prima di trasferirsi in città in un percorso di maturazione e comprensione. Da uno spunto quasi fantascientifico, che si sviluppa in modo ancor più surreale sfruttando la tecnologia, Megan Park confeziona un altro slice of life, meno tragico di The Fallout ma comunque attento ad indagare nell'animo di adolescenti a un passo dall'età adulta, frastornati da cambiamenti sui quali non possono avere alcun controllo, con conseguente, somma frustrazione. La Park, però, stavolta parla anche ai nostri vecchi culi, ricordandoci che crogiolarci nella malinconia del passato per evitare di guardare con ottimismo al futuro, confondendo l'incoscienza entusiasta della gioventù per stupidità, è la via più rapida per diventare adulti tristi e pavidi, gli stessi che criticavamo con veemenza a 18 anni. Il risultato è una rom com dolceamara, che a quelli della mia età ricorderà, per qualcosa che non sto a spoilerarvi, uno dei film più spaccacuore di sempre (e, se vorrete, vi dirò quale nei commenti).


My Old Ass
alterna momenti assai divertenti, tra i quali il geniale utilizzo della canzone One Less Lonely Girl di Justin Bieber (a tal proposito, il mio ass è veramente old e meno male, mi sono venuti i brividi al pensiero di aver potuto essere una delle beliebers dell'epoca, eeew!!!) e le interazioni tra Aubrey Plaza e Maisy Stella, ad altri commoventi al punto che mi sono ritrovata a spendere copiose lacrime, anche se in questo ho trovato la sceneggiatura leggermente scorretta, salvo ovviamente sul finale. Il punto è che mentre Elliott e Chad sono ben caratterizzati, e Maisy Stella interpreta la protagonista con verve e credibilità sorprendenti, quella famiglia di cui dovrebbe importarci rimane evanescente e in sottofondo fino al momento dei confronti "emotivi", che ci strappano pianti commossi pur non avendo dietro una base solida, a meno che per "base solida" non si intendano gli splendidi paesaggi che Elliott è pronta ad abbandonare. Molto interessante, invece, far sì che la Elliott del futuro imponga solo un divieto alla sua giovane controparte; questo, unito a un dettaglio linguistico assai importante relativamente all'oggetto del divieto, spinge lo spettatore a seguire con maggiore curiosità la vicenda e a chiedersi, come la protagonista, il motivo dietro alla categorica richiesta. Quanto ad Aubrey Plaza, che è poi il motivo che mi ha spinta a recuperare My Old Ass, sfrutta al massimo il poco tempo concessole ed incarna alla perfezione le due anime del film, creando un'adulta imperfetta, cinica e amara, con la quale mi sono rispecchiata parecchio. Anzi, spero vivamente che il messaggio positivo di questo delizioso film mi spinga a cambiare un po' il mio atteggiamento già "vinto" nei confronti dell'esistenza, ché qui la nostalgia del tempo passato e sprecato, oltre alla volontà di fermarlo, è ormai diventata una costante dalla quale è difficile uscire, per di più ottimisti. Anche per questo, vi sconsiglierei di recuperare My Old Ass in un periodo di sconforto, perché la parte drammatica rischierebbe di abbattervi senza possibilità di venire sollevati dai tanti momenti lieti. Vi ho avvisati, ma sappiate che sarebbe comunque un peccato perderlo!


Della regista e sceneggiatrice Megan Park ho già parlato QUI mentre Aubrey Plaza, che interpreta la Elliott cresciuta, la trovate QUA.


Percy Hynes White
, che interpreta Chad, era lo Xavier della serie Mercoledì mentre Maddie Ziegler, che interpreta Ruthie, era la co-protagonista di The Fallout. ENJOY!

martedì 5 dicembre 2023

Totally Killer (2023)

Un altro degli horror recenti che volevo vedere era Totally Killer, diretto dalla regista Nahnatchka Khan e disponibile su Prime Video.


Trama: una cittadina vive nel mito e nel terrore del "Killer delle sedicenni", attivo negli anni '80. Ai giorni nostri, la figlia di una delle sopravvissute si ritrova a viaggiare nel tempo per impedire ulteriori omicidi...


Cercate un horror leggero da fare vedere ai vostri figlioli tween/teen? Non disperate, perché Totally Killer è il film che fa per voi! Infatti credo di essere un po' fuori target per apprezzare appieno una pellicola che vorrebbe essere divertente come Tanti auguri per la tua morte ma alla fine risulta una versione moscia di The Final Girls (purtroppo, senza il suo commovente, tragico cuore), tant'è che ho dovuto interrompere e riprendere più volte la visione, mandando indietro nei punti dove mi ero assopita. Non avrei dovuto aspettarmi molto da un BlumHouse distribuito da Prime Video, non dopo le esperienze pregresse, pertanto non sarò neppure eccessivamente feroce nella critica, perché comunque qualche risata Totally Killer la strappa. Il film funziona non tanto nella parte horror, le cui dinamiche (viaggi nel tempo compresi) sono già state sviscerate meglio altrove, quanto per il clash culturale tra la giovane Jamie e i suoi coetanei degli anni '80, un'epoca dove non si badava tanto ad educazione, razzismo, sessismo, privacy o salute: attraverso gli occhi della protagonista, arriviamo a chiederci come cazzo siamo sopravvissuti con adulti che ci fumavano in faccia, controlli superficiali e rispetto della privacy inesistente, ma l'umorismo funziona finché non ricordiamo che oggi non è che si sia tanto più progressisti, nonostante le sparate del personaggio. Cosa più grave, invece, che a distanza di due settimane dalla visione non ricordi quasi chi sia il killer e perché uccida le persone, a dimostrazione di come la scrittura di Totally Killer sia assai superficiale, al punto da non riuscire neppure a creare un assassino carismatico o, al limite, indimenticabile nella sua cialtroneria.


La Shipka nei panni della protagonista Jamie ha carisma sufficiente, si potrebbe dire che regga da sola il peso del film, non fosse che Olivia Holt le fa da degna spalla; si vede che le due fanciulle sono brave, ma purtroppo la sceneggiatura e la natura monodimensionale dei personaggi non le aiuta, e neppure lo fa il resto del cast, in cui spicca una Jamie Bowen sprecata, ahimé. Per quanto riguarda la regia, si vede che Nahnatchka Khan viene dalla commedia. Le sequenze di vita scolastica, così come ogni interazione tra adolescenti e genitori o anche il "twist" finale, sono gestite con sapienza e sono permeate da un'atmosfera frizzante e divertente, mentre quelle horror lasciano ben poco allo spettatore. Il confronto iniziale tra la Pam adulta e il killer è l'unico momento in cui mi sono sinceramente divertita e, allo stesso tempo, ho avuto qualche brivido, il resto è abbastanza sciatto e anonimo, un po' come la maschera del killer, che a me ha ricordato parecchio Johnny Bravo; in realtà, pare che i realizzatori abbiano voluto "omaggiare" gli attori bellocci che andavano di moda all'epoca, così che le giovani vittime potessero vedere il bianchissimo sorriso dell'assassino come ultima cosa prima di morire, quindi sono io a non avere capito ed apprezzato. E lo stesso vale, probabilmente, per il mio giudizio sul film, visto che a moltissimi altri spettatori è piaciuto, ed è per questo che non vi dissuaderò dal vederlo, anzi, fatemi sapere nei commenti come vi è sembrato!


Di Kiernan Shipka (Jamie Hughes), Lochlyn Munro (Blake Hughes), Randall Park (Sceriffo Dennis Lim) e Julie Bowen (Pam Hughes) ho già parlato ai rispettivi link.

Nahnatchka Khan è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Finché forse non vi separi ed episodi di serie quali Non fidarti della str**** dell'interno 23. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 50 anni. 


Olivia Holt, che interpreta Pam Miller, era la Dagger della serie Cloak and Dagger. Se Totally Killer vi fosse piaciuto recuperate The Final Girls, Auguri per la tua morte e Ancora auguri per la tua morte. ENJOY!

mercoledì 18 ottobre 2023

Jigen Daisuke (2023)

Avrei voluto interrompere la saga di Saw con un post su L'esorcista - Il credente, ma ci s'è messo in mezzo un malanno che mi ha impedito di andare in sala. C'è di buono che, per lo stesso motivo, sono riuscita a guardare Jigen Daisuke (次元 大介 ), diretto dal regista Hajime Hashimoto, il giorno stesso della sua uscita su Amazon Prime Video.


Trama: deciso a fare aggiustare il suo revolver, Jigen va in cerca di un'anziana fabbricante d'armi ormai in pensione e s'imbatte per caso in Oto, una bambina muta fuggita per un pelo a un'organizzazione di spietati trafficanti di droga...


Fin da quando, verso la fine dell'estate, era spuntato sul vecchio Twitter un inaspettato teaser poster di Jigen Daisuke, il film era diventato uno dei più attesi dalla sottoscritta. Tanto è il mio amore per il personaggio che sono persino venuta malata per riuscire a guardarlo venerdì 13 ottobre, il giorno stesso dell'uscita. Per carità, non che mi aspettassi grandi cose da un originale Amazon diretto da un mestierante non troppo legato al genere crime, infatti Jigen Daisuke ha almeno un paio di difetti fatali: intanto dura due ore, che per un film del genere sono eccessive (per allungare il metraggio sono state inserite lunghe sequenze di approfondimento di personaggi secondari, che nulla o poco apportano all'effettivo sviluppo della trama), inoltre è stato in parte contaminato dal "morbo di John Wick", cosa che, nelle sequenze di combattimento, si traduce in un vorrei ma non posso incredibilmente posticcio, senza contare che Jigen non è mai stato un Keanu Reeves col cappello, privo della la mania dell'headshot risolutore. Tolte queste considerazioni, che potrebbero essere frutto della mia pignoleria quando si tratta di Jigen, il film è gradevole. Senza fare spoiler, il personaggio si ritrova in una situazione tipicamente legata a due suoi punti deboli, ovvero il revolver e le donne. Per quanto riguarda queste ultime, a onor del vero, manca la femme fatale che ridurrà il cuore di Jigen in briciole (c'è l'inquietante Adele, ma i due non hanno modo di interagire granché), in compenso ci sono un'anziana signora scafatissima e un altro "cliché" di Jigen, la pargoletta che gli viene appioppata nonostante odi i bambini, costringendolo a rivelare un animo talmente tenero da tagliarsi con un grissino. Nonostante ciò, la trama non snatura la fondamentale natura fredda e dura del protagonista, un rispettabilissimo killer considerato quasi invincibile dai suoi pari, più a suo agio a vagare per le strade malfamate di una città di criminali che negli assolati quartieri commerciali di un paesino di mare, e il film vive della contraddizione (e contrapposizione) tra questi due, importantissimi aspetti del personaggio.


Un elemento che ho apprezzato moltissimo di Jigen Daisuke è l'alto livello di cattiveria in cui indulge. La piccola Oto non è una di quelle damsel in distress zuccherose che ammorbano le avventure animate di Lupin, bensì una povera bambina traumatizzata nel peggiore dei modi da persone senza scrupoli (non entro nel dettaglio ma il modo in cui l'organizzazione si procura la droga è degno di un horror) e, benché la resa finale dei colpi di proiettile sia quella esagerata di un videogame, le morti all'arma bianca e le sporadiche torture sono abbastanza sanguinolente da avermi lasciata soddisfatta. La regia, come ho scritto sopra, è poca cosa e gli unici sprazzi originali tali non sono, perché si rifanno appunto a modelli occidentali già a loro tempo mutuati dal cinema orientale, tra ralenti e momenti in cui la fisica e il realismo vanno a farsi dei gran giri, ma le ambientazioni sono suggestive, rese ancor più gradevoli da un palese sforzo produttivo, soprattutto per quanto riguarda le scenografie. Si è risparmiato invece un po' sui costumi, probabilmente perché la maschera del mutevole, interessantissimo villain si è mangiata tutto il budget in effetti speciali (a volte con risultati imbarazzanti ma l'illusione, almeno con me, ha retto di sicuro per il primo quarto d'ora, tanto che pensavo che i miei problemi di memoria cinematografica a breve termine si fossero aggravati). Nella recensione del live action Lupin III scrivevo "I costumi rispettano quelli iconici dei personaggi, tuttavia sono stati resi più "moderni" e soprattutto realistici, con l'unica eccezione dello sboronissimo gilet ricamato indossato da Jigen (un po' pacchiano ma mi rendo conto che riportato nella realtà l'abbigliamento di Jigen non sarebbe molto diverso da quello di un ragioniere, cappello a parte, quindi qualcosa andava fatto)": devono avermi letta, perché in Jigen Daisuke il look del protagonista è ridotto all'osso, camicia color fumo, giacca e niente cravatta né gilet, il che conferisce a Tetsuji Tamayama un'aria consumata e "sciatta" che non gli sta male ma che, complici i dieci anni e qualche chiletto in più sul groppone, una barba meno folta e il baffetto incorporato, mi ha ricordato troppo spesso un giovane Umberto Smaila. Per fortuna, l'aspetto non è tutto, e Tamayama ci crede tantissimo, il che lo rende un ottimo, benché imperfetto, Jigen, al quale dare una chance e almeno un po' d'aMMore, come del resto a tutto il film.


Di Tetsuji Tamayama, che interpreta Jigen, ho già parlato QUI.

Hajime Hashimoto è il regista della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Princess Sakura: Forbidden Pleasures. Anche sceneggiatore, ha 55 anni.


Yoko Maki
, che interpreta Adele, aveva partecipato a The Grudge nei panni di Yoko. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Lupin III e la saga di John Wick. ENJOY!


mercoledì 8 febbraio 2023

Nanny (2022)

Consigliata dall'amica Silvia, ho recuperato su Prime Video il film Nanny, diretto e sceneggiato dalla regista Nikyatu Jusu.


Trama: Aisha è un'immigrata che lavora per buona parte della giornata come babysitter per una famiglia facoltosa, così da consentire al figlioletto, rimasto in patria, di raggiungerla. A un certo punto, però, Aisha comincia a venire perseguitata da inquietanti presenze...


Un avviso agli sparuti naviganti, così non vi create false aspettative com'è successo a me. Nanny viene definito thriller sovrannaturale ma è un prodotto atipico, che di thriller ha davvero poco o nulla; ci sono alcune sequenze perturbanti, legate al folklore della terra da cui proviene la protagonista, il Senegal, spunti assai interessanti che (per quanto mi riguarda, ovviamente) la regista e sceneggiatrice avrebbe potuto approfondire di più, ma fungono quasi da corollario per una storia profondamente ancorata alla realtà. E quest'ultima, neanche a dirlo, è orribile e fa più paura, oltre che più male, di qualunque racconto horror. Preso atto, dunque, del fatto che Nanny è uno slow burn che potrebbe non piacere a buona parte degli amanti del cinema "di paura", parliamone un pochino. L'opera prima di Nikyatu Jusu si focalizza sul personaggio di Aisha, giovane immigrata senegalese senza documenti, che lavora a New York presso una facoltosa famiglia di minchioni. Uso questo aggettivo non a caso, perché non saprei come  altro definire Alison e il marito, la tipica coppia che ha messo al mondo una figlia tanto per, ognuno dei due concentrato a vivere la propria esistenza di successo e a imporre agli altri (bambina compresa) le proprie stressanti imposizioni e convinzioni, con una superficialità inenarrabile; Aisha, poverella, sopporta, perché i due minchioni hanno i soldi che le servono per portare a New York il figlioletto che non vede da un anno, rimasto in Senegal con la sorella. Col piccolo, ovviamente, i rapporti si stanno sfilacciando, perché per un bambino di sei anni il tempo scorre molto diversamente rispetto a un adulto, di conseguenza Aisha è una giovane donna sofferente, lontana dalla famiglia e dagli amici, persa in un Paese che la tratta con diffidenza, costretta a fare più ore dell'orologio per ottenere una felicità che i suoi datori di lavoro danno per scontata al punto da non farci nemmeno più caso. Logico che qualcosa, a un certo punto, in Aisha si rompa.


La particolarità di Nanny, tuttavia, non è la progressiva deriva psicotica della protagonista, come ci si potrebbe aspettare in questo genere di film. Le presenze che arrivano a perseguitare Aisha nel momento in cui il controllo della sua vita comincia a sfuggirle di mano sono, come detto in uno dei dialoghi, "né buone né cattive", nonostante diventino sempre più insistenti; Anansi e le sirene veicolano un messaggio ben preciso e fungono da contatto con un mondo da cui Aisha rischia di staccarsi pur non volendo, ma più il terrore nel cuore della protagonista aumenta, più si affermano la sua freddezza e determinazione, per non parlare della (giusta) rabbia, almeno fino a un angosciante punto di rottura che mi ha lasciata più sconvolta di mille jump scares. La regia e la sceneggiatura di Nikyatu Jusu danno proprio l'idea di un mondo altro, sempre presente anche in un Paese lontano dove le divinità ancestrali sono state dimenticate, sacrificate a un dio denaro implacabile che costringe le persone a fare scelte tristissime per amore, e l'interpretazione di Anna Diop conferisce ulteriore potenza al messaggio veicolato dalla regista. L'attrice, americana di origine senegalese, ha una bellezza incredibile e interpreta Aisha donandole un misto di forza e delicatezza semplicemente perfette. Si potrebbe dire che la Diop regge da sola l'intero film, in realtà il resto del cast trae forza dalla sua e si vanno a creare delle alchimie perfette, sia in negativo (sfido chiunque a non voler strangolare i genitori della pargoletta, una con le sue crisi di nervi e l'altro col suo finto cosmopolitismo) sia in positivo, col dolcissimo Malik e la sua interessante nonna, due personaggi di cui, onestamente, avrei voluto venisse maggiormente approfondito il background. Nanny non è film perfetto, soprattutto per quanto riguarda una sceneggiatura che, a tratti, perde ritmo e va un po' fuori fuoco, ma alcune sequenze sono splendide e, per essere un'opera prima, fa davvero ben sperare per i futuri lavori della regista. Dategli una chance e fatemi sapere che ne pensate! 


Di Michelle Monaghan, che interpreta Amy, ho già parlato QUI.

Nikyatu Jusu è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Americana, è al suo primo lungometraggio ed è anche produttrice. 


Anna Diop, che interpreta Aisha, aveva già partecipato al film Noi. Se Nanny vi fosse piaciuto recuperate His House. ENJOY!


mercoledì 19 ottobre 2022

My Best Friend's Exorcism (2022)

Un film perfetto per Halloween è My Best Friend's Exorcism, diretto dal regista Damon Thomas, tratto dal romanzo omonimo di Grady Hendrix e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: Abby e Gretchen sono amiche per la pelle ma tutto cambia quando la seconda viene posseduta da un demone...


Nonostante sia ormai arrivata a sopportare poco le "rievocazioni storiche" degli anni '80, mi sono ritrovata ad aspettare con gioia l'uscita di My Best Friend's Exorcism, soprattutto dopo avere letto il romanzo da cui è tratto (purtroppo ancora inedito in Italia ma disponibile in una gagliardissima edizione inglese dalla gradevole copertina vintage). Non avevo mai avuto occasione di conoscere Grady Hendrix, prolifico scrittore "di genere" americano, e mi sono ritrovata davanti una lettura gradevolissima e scorrevole, che sfrutta l'horror e un pizzico di sana ironia per fare una riflessione non banale sulla lotta di classe, sul tempo che passa e sull'amicizia, tratteggiando due protagoniste, Abby e Gretchen, sfaccettate ed adorabili nelle loro mille imperfezioni. Il mio consiglio, ovviamente, è quello di leggerlo senza indugio ma, nel frattempo, My Best Friend's Exorcism è un ottimo e simpatico antipasto. Purtroppo, il difetto principale del film è quello di essere inevitabilmente più superficiale e "semplice", al limite del banale, soprattutto per quanto riguarda le circostanze della possessione di Gretchen, nebulose e quasi oniriche nel romanzo e molto definite nel film (francamente avrei evitato l'espediente stra-abusato della tavoletta Ouija ma sono scelte, per carità...), e per ciò che concerne il finale, incredibilmente sbrigativo; l'altro difetto, se così si può chiamare in quanto My Best Friend's Exorcism percorre la via del teen horror umoristico, quindi potrebbe semplicemente essere una scelta di stile, è che il film manca della cattiveria a tratti crudele di cui il romanzo è permeato e di quei tantissimi momenti di autodisprezzo e disperazione che portano il lettore a temere davvero per il destino dei personaggi, sia quelli principali che secondari. 


Quello che rimane è una commedia horror godibile e ben realizzata, perfetta per un pubblico di adolescenti alle prime prese col genere, che alterna momenti spaventosi ad altri più ironici che stemperano la tensione di alcune scene abbastanza "forti". L'atmosfera della casa abbandonata dove Abby e Gretchen incontrano per la prima volta il demone Andras, così come la sequenza ambientata lì dentro, è molto efficace e lo stesso vale per la scena più schifosa del romanzo, fortunatamente mantenuta quasi inalterata (interessante come, invece, il parossismo autodistruttivo di Glee sia stato trasformato in un'allergia, forse perché per il target di riferimento un tentativo di suicidio sarebbe stato tabù), mentre non ho granché apprezzato il sembiante del demone, troppo simile a Gollum per non farmi scoppiare a ridere. La cosa più apprezzabile del film, però, è l'interpretazione delle due protagoniste. Elsie Fisher ormai è una garanzia, dopo l'ottima prova nella seconda serie di Castle Rock (lasciamo perdere Non aprite quella porta, lì non poteva farci nulla neppure lei!), ed interpreta Abby con una sensibilità incredibile, in parte aiutata da un make up che la rende più bruttina di quanto non sia in realtà, mentre Amiah Miller, giovane attrice che non conoscevo e che ha più di un punto in comune con Amanda Seyfried, è il perfetto mix di inconsapevole innocenza e diabolica malizia che mi sarei aspettata dalla povera, sfortunata Gretchen. Sulla rappresentazione degli anni '80 non commento ma sappiate che, più della colonna sonora e dei poster dei Culture Club, ciò che mi ha travolta a mo' di  madeleine proustiana sono i braccialetti di plastica indossati da Abby, che non vedevo dalle elementari e che mi hanno ricordato un angelo biondo e dolce quanto Gretchen, andato in cielo troppo presto. Sarà per questo che sul finale, nonostante l'atmosfera divertente e rilassata del film, mi è scesa la lacrima, chissà.


Di Elsie Fisher ho già parlato QUI.

Damon Thomas è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto episodi di serie come Penny Dreadful e Dracula. E' anche produttore e sceneggiatore. 


Cathy Ang, che interpreta Glee, era la voce originale della protagonista di Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria mentre Clayton Johnson, che interpreta Wallace, era uno degli stupidi amici di Jason nell'ultima stagione di Stranger Things. Detto ciò, se il film vi fosse piaciuto recuperate Jennifer's Body. ENJOY!



martedì 27 settembre 2022

Goodnight Mommy (2022)

Consapevole di andare incontro a una delusione, ho recuperato comunque Goodnight Mommy, remake del film omonimo, appena approdato su Amazon Prime Video e diretto dal regista Matt Sobel. Seguono SPOILER del Goodnight Mommy originale, quindi se lo avete già visto continuate pure a leggere (tanto gli snodi principali della trama rimangono gli stessi anche qui), altrimenti fermatevi, guardatelo ed evitate pure di recuperare il remake.


Trama: i gemellini Elias e Lukas vanno in campagna dalla madre e cominciano a sospettare che qualcuno si sia sostituito a lei...


Dopo tutti questi anni, è incredibile che io riesca ancora a stupirmi di quanto gli americani abbiano bisogno di prodotti masticati e digeriti, adattati al gusto "piatto" di chi riesce a seguire solo cose lineari e banali. Goodnight Mommy, l'angosciante film di esordio di Veronika Franz e Severin Fiala, non ha ancora compiuto 10 anni, è abbastanza conosciuto e, soprattutto, non è una di quelle opere prime sciatte e rozze che necessiterebbero di una ripulita per poter essere apprezzate di più, eppure ha subito comunque la pialla USA dell'adattamento a uso e consumo del mercato beota; purtroppo, ho fatto l'errore di riguardare il Goodnight Mommy austriaco qualche giorno fa, e il confronto è risultato ancora più impietoso. La trama dei due film è pressoché identica: ci sono sempre due gemellini, Elias e Lukas, che si ritrovano ad avere a che fare con una mamma reduce da qualche misterioso intervento chirurgico che la costringe a tenere il volto bendato, e c'è la crescente convinzione dei due di avere a che fare con un'estranea, con qualcuno che si è sostituito all'amata mamma. La differenza sta nell'approccio al materiale di base. Là dove la Franz e Fiala giocavano sul filo della paranoia innescata da immagini perturbanti ed eventi taciuti, alternando per tutto il film il punto di vista dei personaggi in modo da alimentare l'incertezza e l'angoscia dello spettatore (e posso assicurare che le sensazioni permangono, anzi, si acuiscono anche conoscendo il twist), i realizzatori del remake si prodigano in spiegazioni su ciò che si nasconde nel tragico passato della famigliola e per buona parte del film rendono "mamma" un personaggio umorale e scioccamente violento, per poi giocarsi la carta del "gemello malvagio"  poco prima del finale, tra l'altro preso paro paro, a livello di ambientazioni ed inquadrature, dal recente The Twin.


In realtà, il Goodnight Mommy originale non permetteva di empatizzare né coi gemelli, inquietanti nonostante molte loro attività "da bambini", né con la mamma che, attraverso i loro occhi, percepivamo come estranea, mentre il remake si impegna a connotare Elias e Lukas come due vittime di abusi inspiegabili. La scelta potrebbe forse funzionare con chi non avesse mai visto non solo l'originale ma nemmeno un horror in vita sua, mentre gli altri si ritroveranno a guardare una pellicola piatta, fatta di sequenze in cui Elias e Lukas spiano la mamma temendo di essere scoperti e Naomi Watts che sbrocca male senza motivo, nell'attesa di una risoluzione finale altrettanto banale. Sobel e soci, infatti, non osano inoltrarsi nei territori malati e disgustosi all'interno dei quali i due registi austriaci sembravano trovarsi così a loro agio e questo nuovo Goodnight Mommy prosegue col freno tirato anche nei momenti in cui avrebbe potuto dare un nuovo significato alla parola "bambino malvagio"; per fortuna non ci sono gatti annegati né blatte, per carità di Dio, che ho gli incubi a ripensarci, ma i sogni in cui la Watts diventa un Visitor sono dei blandissimi sostituti di momenti di orrore dolorosissimo e reale, a tratti insostenibile, durante i quali si riusciva a provare pena, disgusto e pietà per tutti i coinvolti, sia madre che bambini. L'unica nota positiva del film di Sobel è l'ottima interpretazione dei gemelli Crovetti, per il resto è un film dimenticabile e un'occasione sprecata che rischia di allontanare potenziali spettatori dalla pellicola originale, perché persino la Watts qui ha lavorato col pilota automatico. Che spreco, mannaggia!


Di Naomi Watts, che interpreta la madre, ho già parlato QUI.

Matt Sobel è il regista della pellicola, al suo secondo lungometraggio. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha diretto episodi della serie Al nuovo gusto di ciliegia


Cameron Crovetti (Elias) ha partecipato alla serie The Boys nei panni Ryan, mentre il fratello Nicholas (Lukas) è accreditato come Danny Glick in quello sfortunato Salem's Lot che, visti i casini alla Warner, pur essendo stato completato non vedrà probabilmente mai la luce. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente l'originale e aggiungete Two Sisters. ENJOY!

martedì 5 ottobre 2021

Bingo Hell (2021)

Su Amazon Prime Video sono approdati i primi due film della nuova "quadrilogia" Welcome to the Blumhouse, che già l'anno scorso ci aveva regalato qualche gioia e molta tristezza. Cominciamo con Bingo Hell, diretto e co-sceneggiato dalla regista Gigi Saul Guerrero.


Trama: in un quartiere degradato e quasi in stato di abbandono viene aperta una nuova sala bingo dove si fanno vincite enormi. La combattiva Lupita, con un gruppetto di anziani suoi coetanei, indaga, scoprendo un male terribile dietro il miraggio dei soldi facili...


Come ho scritto sopra, l'operazione Welcome to the Blumhouse, iniziata l'anno scorso sotto i migliori auspici, si era rivelata una sòla coi fiocchi, salvata solo dallo splendido Nocturne, film che tutti voi dovreste guardare se dotati di un abbonamento Prime Video. E' ovvio che, dopo la delusione cocente subita, abbia deciso di affrontare la seconda tornata di film originali Blumhouse con tutta la diffidenza del caso, e forse è questo il motivo per cui non mi sento di condannare in toto Bingo Hell all'ignominia perpetua, nonostante i suoi tremila difetti. Ma andiamo con ordine. Bingo Hell è il riaggiornamento cafone e moderno di un faustiano patto col Diavolo, in cui quest'ultimo offre soldi a profusione a una cittadinanza composta da disperati bloccati in un quartiere che sta lentamente morendo; guardando a modelli meno "nobili", Bingo Hell ricorda parecchio una delle mie opere kinghiane preferite, Cose Preziose, soprattutto per il modo in cui il Diavolo (o chi per lui) riesce ad entrare subdolamente nel cuore delle persone, carpirne i desideri e distruggere la loro anima dopo averli solo apparentemente esauditi. A Castle Rock il demonio arrivava nei panni del proprietario di un negozio di antiquariato, in Bingo Hell, come da titolo, apre una sala bingo che dispensa premi in denaro stratosferici, ma il risultato è il medesimo: una volta incassata la vincita, i "fortunati" si ritrovano a goderne per ben poco tempo e ad essere legati per sempre al bieco gestore della sala. Unica immune al fascino del denaro è Lupita, un'anziana di origine ispanoamericane che della difesa del quartiere ha fatto la sua ragione di vita, forte di un passato di "eroina" capace di prendere a calci delinquenti e spacciatori assortiti, pronti a rendere Oak Springs il centro del degrado urbano. 

Bingo Hell, a livello di trama, patisce di sicuro una caratterizzazione dei personaggi tra il superficiale e l'idiota, dove l'unica leggermente approfondita è la protagonista Lupita, che però risulta semplicemente una pazza dall'accento spagnolo che si sbatte per tenere in piedi un quartiere ormai decaduto quando potrebbe prendere i suoi cinque/sei amici più stretti, incassare i soldi derivati dalla vendita di case ormai da abbattere, e andare a trascorrere una serena vecchiaia al caldo e con un cocktail in mano, tanto ad Oak Springs non ci sono più i drogati, al massimo Starbucks ad accogliere gli hipster. I suoi già nominati amici sono appena abbozzati, si accenna giusto vagamente ai loro problemi così da giustificare la cecità davanti ai soldoni promessi da Mr. Big, e anche un paio di discorsoni "pesi" su droga, passato che ritorna e necessità di rifarsi una vita lasciano un po' il tempo che trovano, inghiottiti dalle uniche due cose che salvano Bingo Hell, ovvero il sembiante di Richard Brake e il gusto per il gore della Muñeca Del Terror Gigi Saul Guerrero, già apprezzato ai tempi del dimenticabile ABCs of Death 2.5. Richard Brake è ormai un mostro vero, mi basta vederlo comparire sullo schermo per farmela sotto davanti al suo sorriso malvagio e,  nonostante manchi dell'eleganza di un Max Von Sydow, non si può negare che come attore svetti sopra a tutti gli altri interpreti, incarnando una malvagità empia e anche un po' sudicia. Inoltre, rispetto agli altri Welcome to the Blumhouse, Bingo Hell ignora il PG-13 in favore di un paio di morti orribili e simpatiche piogge di sangue, il tutto condito da una regia vivace, colorata (spesso allucinata) e accompagnata da una colonna sonora assai gradevole. Il fatto che sia un film dalla breve durata non guasta, ovviamente, a quanto pare la Guerrero ha capito che un bel gioco dura poco e ha fatto sì che il suo bingo infernale non venisse a noia con ulteriori lungaggini. Non è il capolavoro horror dell'anno, lo avrete capito, e a Nocturne può solo baciare i piedi, ma per una serata disimpegnata ci sta e potreste anche divertirvi a patto che lo guardiate in lingua originale, ché il doppiaggio è davvero fastidioso.


Di Richard Brake, che interpreta Mr. Big, ho già parlato QUI.

Gigi Saul Guerrero è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, nonché una delle hipster che compaiono nel film. Messicana, ha diretto film come ABCs of Death 2.5 (il corto M is for Matador) ed episodi di serie quali Into the Dark e The Purge. Anche produttrice ha 31 anni. 


Adriana Barraza
interpreta Lupita. Messicana, ha partecipato a film come Babel, Drag me to Hell, Thor e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e The Strain. Anche regista, ha 65 anni e due film in uscita. 


L. Scott Caldwell
, che interpreta Dolores, era la Rose di Lost. Se Bingo Hell vi fosse piaciuto recuperate Cose preziose. ENJOY!

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