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giovedì 24 luglio 2014

More di rovo




Ieri passeggiavo con Tabù lungo la strada che costeggia il centro sportivo, sul lato “selvaggio”, dove i rovi hanno fagocitato tutta la rete che delimita alcuni campi incolti.

Le more iniziano ad essere mature!

In un attimo ero con la mente in altri luoghi e in altri tempi.



Prima di andare ad abitare nel podere di mio marito sui Colli Euganei io pensavo che le more crescessero solo sui gelsi.

Basavo questa mia idea sul fatto che nel campeggio sul Lago di Garda dove passavo i fine settimana con i miei, c’erano molti alberi pieni di more bianche e nere che noi bambini mangiavamo voracemente.

Invece sui colli avevo scoperto che esisteva un'infestante tremenda che, se lasciata indisturbata, si mangiava boschi e soprattutto vigneti, abbracciando tutto con i suoi lunghissimi tralci spinosi.
Il primo anno che avevamo ripreso in mano la campagna, i roveti imperversavano ovunque.

Un giorno di giugno io ed un lavorante idiota, vecchio amico della ex moglie di mio marito (e t’ho detto tutto…) stavamo andando nel vigneto basso, portando una scala, per pulire dei ciliegi e sistemare le rive del ruscello dove c’erano dei noccioli completamente infestati.

Il cretino oltre a fumare come un turco soffriva anche di allergie varie, per cui era più il tempo in cui non faceva niente che quello in cui lavorava.

Fatto sta che per superare il ruscello usiamo la scala come ponte e mentre io la tengo lui passa dall’altra parte.   
A quel punto lui avrebbe dovuto tenere mentre passavo io, ma ha avuto un attacco di sternuti ed io sono caduta nel fosso pieno di rovi (avevo i pantaloncini corti e una canottiera) ed invece di aiutarmi si è acceso una sigaretta perché diceva che così gli passava l’allergia!

Quando sono risalita sembravo una comparsa di quei film di guerra sul Vietnam, piena di fango e graffi ovunque, con foglie tra i capelli e sui vestiti. 
Anche la mia espressione doveva somigliare a quella di un Viet Cong inferocito…

In ogni caso il lato positivo dei rovi è che appunto producono le more.

Qui i ricordi sono decisamente migliori.

Partivo con mia figlia, prima nel marsupio, poi nello zainetto ed infine per manina, per andare a raccogliere le more lungo i bordi del podere (erano finalmente state domate).

Lei si portava il secchiello giallo del mare, quello comprato assieme alle formine, al setaccio e alle palette, e piene di buona volontà iniziavamo la raccolta.

Stavamo in giro anche un paio d’ore ma il secchio era sempre mezzo vuoto.
Le nostre bocche viola e le nostre mani sporche e un po’ graffiate.

La sera a cena mio marito chiedeva: “ma non hai detto che andavate a prendere le more?”
“Eh sì, ma non erano ancora mature!”.

Dai, oggi se non piove troppo, riprovo a raccoglierne un po’. 
Tanto a Tabù non piacciono…

A sinistra un po' di rovi lungo il sentiero verso il podere
 
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sabato 9 febbraio 2013

La cura del verde



Appena usciti dal tunnel influenzale io e mio marito ci siamo fiondati in giardino.

E’ bastata una settimana di sole e mille gemme hanno fatto capolino.   

Cos’è tutta questa fretta?  

Non avevamo ancora potato nulla e così abbiamo dovuto tagliare senza pietà.

Ma adoriamo questa attività. 

Ne avevo già parlato in uno dei primi - e da me più amati - post “Vita in campagna”. 
Potare una pianta, soprattutto una vigna, per noi significa aprire un portale verso un altro mondo.   
Il mondo dove volevamo vivere. 
Dove il tempo avrebbe dovuto essere scandito dai ritmi delle piante. 

Così ci si ritrova a rifare movimenti mai dimenticati, a ragionare su cosa accorciare, cosa eliminare. Immaginare lo stesso ramo da qui a qualche settimana. 

Il giardino è piccolo ed in poco tempo tutti questi lavori sono fatti.

Io mi ritrovo a centellinare i tagli, per avere la scusa di passare ancora una mezz’oretta davanti la siepe di ibischi, tagliuzzando qui e là come un parrucchiere delle dive che ad ogni ZAC si allontana per ammirare il lavoro di insieme.

Non vedo l’ora che sia primavera. 

Togliere quei brutti sacchi che coprono le piante più delicate, vedere spuntare le bulbose, rigenerare il prato invaso dal muschio.  

Bisogna resistere, perché giornate come oggi inducono a pensare che il peggio sia passato, ma la gelata è sempre in agguato e la visione dei tristi vasi sul balcone dovrà farmi compagnia per altre due o tre settimane prima di azzardarsi a piantare le violette.

Per adesso accontentiamoci di aver riordinato un po’. 
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lunedì 7 gennaio 2013

La foto della domenica - 06/01/2013

Domenica all'insegna dello scoramento per la fine delle vacanze...

Una luce nella nebbia poteva essere il classico giro al mercatino dell'antiquariato di Povegliano Veronese, ma abbiamo scoperto che in gennaio non c'è e così abbiamo fatto una mini escursione in un parco che hanno appena aperto lì vicino.


Il parco naturale comunale Calfura, dove è stata ripulita e resa fruibile al pubblico una magnifica risorgiva.
Ci siamo ripromessi di tornare in primavera, quando il fango e il freddo e la nebbia non ci impediranno di godere di questo bel posto.

Quindi accontentatevi di queste foto, con la promessa di qualcosa di meglio entro i prossimi mesi.


La foto della domenica è un'iniziativa di Bim Bum Beta

domenica 19 agosto 2012

La foto della domenica - 19/08/12

Ecco un paio di immagini scattate durante le nostre lunghe biciclettate la mattina presto:



La foto della domenica è un'iziativa di Bim Bum Beta.


lunedì 17 ottobre 2011

Storie di piante

Il giuggiolo nel mio piccolo giardino è stracolmo di frutti di un bel marrone lucido.  Mi da’ il buongiorno ogni mattina quando apro la finestra della camera da letto.

Lui non lo sa, ma è stato piantato insieme ad altre specifiche piante come la rosa, la vite e gli ibischi, a perenne memoria degli anni in cui ho vissuto sui Colli Euganei nel podere della famiglia di mio marito.

Lì ogni pianta aveva la sua storia. 

Dagli anni trenta, prima il nonno e poi il padre di mio marito avevano piantato vigneti e frutteti, messo a dimora piante ornamentali e olivi, rosai ed iris.

La famiglia dei mezzadri che gestiva l’azienda vitivinicola ci aveva messo del suo, innestando molti castagni con i marronari, piantando salici e pioppi piumati, cipressi e acacie.

All’inizio degli anni ’90, quando ci siamo trasferiti nella villetta delle vacanze sopra al rustico principale, il podere era stracolmo di piante che avevano preso il sopravvento.

Io e mio marito, con l’entusiasmo dei neofiti, avevamo deciso di prendere in mano la situazione. 

Lui mi raccontava gli aneddoti legati ad ogni pianta: il ciliegio dal quale suo fratello si era lanciato fratturandosi il braccio, la prima vite di barbera piantata dal nonno che ormai aveva il tronco più grosso di quello di un albero, i quattro pioppi nel vigneto basso chiamati col nome dei mezzadri: Antimo, Miranda, Narciso e Toni e cosi via.

A nostra volta abbiamo legato i nostri ricordi ad altre piante. 
A due giovani cotogni che ci hanno regalato fioriture meravigliose. 
A fichi così piccoli e dolci che non abbiamo mai più mangiato. 
A meli e peschi inselvatichiti che abbiamo fatto fruttificare di nuovo con grande soddisfazione. 

C’erano rose e ortensie che gridavano vendetta e olivi così alti da doverli potare con cesoie e seghetti attaccati a lunghi pali. 

Mettevo mia figlia nello zainetto e passeggiando lungo i filari ed il ruscello le elencavo il nome di ogni albero, dai noccioli ai bagolari, dal noce dietro il vecchio porcile all’ippocastano con le castagne matte che raccoglieva per giocare.  

Nel giardino davanti casa c’era un grande giuggiolo e poi rose, iris, ortensie e ibischi siriacus. 
Due enormi cedri del libano dove avevamo costruito una piattaforma di legno da raggiungere con una scaletta. 
Il tiglio con l’altalena attaccata al ramo più basso e un glicine bastardo che non ne voleva sapere di fiorire.
Davanti la cantina quando è nata nostra figlia avevamo piantato una betulla. 
La sua betulla.

Poi tutto è stato parcellizzato e venduto a persone diverse. 
La villetta col suo giardino, la cantina, il vigneto alto, quello basso e il bosco.

Nessuno degli acquirenti sa la storia delle piante. 

Ma io la conosco e qualche volta su Google Earth controllo se stanno bene e ripercorro i sentieri che facevo con mia figlia sulle spalle, rimpiangendole come si fa con i vecchi amici lontani e mai dimenticati.
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martedì 27 settembre 2011

Avventure friulane

Oggi voglio parlare di Soprapaludo, una piccolissima frazione vicino San Daniele del Friuli, dove vivevano i parenti di mio padre.

Il nome è brutto ma in realtà paludi non ce n’erano, solo un piccolo laghetto. 
Ricordo campi di mais e girasoli, collinette alberate, stradine bianche e fossi, montagne in lontananza.

Si andava almeno una volta l’anno e si faceva il giro da tutti. 
Alcuni cugini abitavano in altri paesini lì vicino, ma tutti dovevano invitarti a pranzo e a cena e ti volevano portare dal più bravo produttore di prosciutto crudo per fare scorta.

La mia fortuna era che a fianco dello zio abitava una famiglia dove c’era una bambina della mia età, amica da sempre, con la quale durante l’anno ci scrivevamo e che mi aspettava impaziente per giocare.

Le mie giornate friulane erano molto diverse e avventurose rispetto a quelle cittadine.

Intanto appena arrivati, si può dire mentre eravamo ancora in auto, la zia prendeva il coniglio più bello, ce lo mostrava da lontano e con un colpo secco sul collo lo uccideva ed in un attimo era scuoiato e appeso. Uno spettacolo raccapricciante che mi rovinava sempre i saluti di benvenuto.

Con la mia amichetta si cominciava a girovagare, prima di tutto dai conigli, per consolarli… poi andavamo da suo nonno, che abitava lì vicino, per vedere le mucche e i vitellini ma soprattutto i volatili da cortile più belli che esistessero: fagiani dorati e pavoni, galline e galli di razze pregiate, faraone ed enormi tacchini. 
Anche qui però c’era il risvolto “pulp”: il nonno era appassionato di tassidermia ed aveva un locale dove esponeva i suoi lavori, pieno di volpi, pavoni, cerbiatti e teste varie impagliate con gli occhi di vetro. Orribile.

Tutti mi prendevano in giro perché ero così pallida ed impressionabile.
C’era un granaio con montagne di pannocchie e bidoni pieni di miele da filtrare. Da lì pescavamo pezzi di cera gocciolante e la tenevamo in bocca come fosse gomma da masticare.
Andavamo negli orti a rubare i pomodori più saporiti che io ricordi e su un albero di noci, sporcandoci tantissimo.
Giocavamo a nascondino nei campi di granturco, per scappare da suo fratello, che era più piccolo. 

Ricordo paioli enormi di polenta bianca fumante, rovesciata sul tagliere. Lo zio ci passava sotto uno spago e la tagliava a fette.  
Le cose più semplici erano per me fonte di continua meraviglia.

Trascorsero gli anni.   
Noi crescevamo e dai giochi eravamo passate alle confidenze tra ragazzine, ai sogni per il futuro. 
Lei aveva decine di fotoromanzi, che io a Verona non compravo mai, ma che divoravo quando andavo a trovarla.   
Erano così pieni di storie d’amore appassionanti e di ragazzi bellissimi. 
Mi vedo ancora nel lettino con le lenzuola felpate a sospirare per Franco Gasparri…

Le case di Soprapaludo sono state lesionate dal terremoto del '76 e tutti sono andati ad abitare da altre parti.
Noi abbiamo finito la scuola e lei si è sposata prestissimo. Ci siamo viste ancora qualche volta, ma ormai gli impegni della vita ci dividevano ed io non riuscivo ad accompagnare sempre i miei nella visita annuale.
Però l’ho ritrovata su Facebook ed è stata una grande gioia.  Spero proprio di riuscire ad organizzare una gita per far conoscere a mia figlia parenti che non ha mai visto e soprattutto lei, la mia amica d’infanzia.

Mi auguro solo che nessuno ammazzi un coniglio appena arriviamo.
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martedì 30 agosto 2011

Storie di animali

Questa mattina mentre ero nella sala d’aspetto del nostro veterinario, chiamato amichevolmente “lo zio”, ho atteso per una buona mezz'ora il mio turno per fare la vaccinazione annuale a Tabù e così mi sono letta tutti gli annunci affissi in bacheca.  

Cucciolate di cani e gatti in regalo o a prezzi stracciati.
Ritrovamenti di bestiole abbandonate.
Animali in cerca di adozione per improvvisi problemi allergici dei padroni.
La vita e la morte di queste creature è come, e anche più della nostra, legata al caso, alla fortuna e in definitiva al destino.

Come noi non chiedono di nascere, ma, al contrario di noi, raramente possono cambiare la loro situazione.
Dipendono da noi, ci amano a prescindere.
Sono inconsapevoli, fiduciosi, ottimisti.

Voglio raccontare la storia di due cani che io e mio marito abbiamo avuto la fortuna di incontrare.

Vivevamo in un bel podere sui Colli Euganei, tentando di fare i viticoltori, quando abbiamo deciso che ci mancava un cane “da fattoria”.
Siamo andati al canile di Lozzo Atestino e lì ci si è presentata la scena straziante: decine di cani chiusi in piccoli recinti, tutti in piedi che scodinzolavano abbaiando per attirare la nostra attenzione.

Sceglierne uno e lasciare gli altri è stata dura veramente.  Che pena!

Abbiamo adottato quello che descrivevamo sempre come un finto segugio.
Nero focato con le orecchie a scaloppina. Lo abbiamo chiamato Tabù.
   
Sì, anche lui si chiamava come il cocker che abbiamo ora. (Nella famiglia di mio marito tutti i cani maschi si sono chiamati così. Siamo arrivati al sesto.)

In poco tempo aveva segnato i confini del podere e preso possesso del suo territorio.  
Correva felice tra i filari di uva, attraverso il bosco di castagni e tra i ciliegi. 
Dormiva sullo zerbino, estate e inverno. 
Era refrattario ad ogni guinzaglio e catena. Lo chiamavamo Houdini.

Cacciava lepri e upupe per istinto. 
Sentiva il rumore del nostro fuoristrada da lontanissimo e arrivava tutto trafelato scendendo dalla collina per farci le feste. 
Ci seguiva mentre potavamo le vigne, giocando con i tralci come si fa con il tiro alla fune.
Rubava i chicchi di uva da tavola e metteva sempre la sua testa sotto la nostra mano per sollecitare una carezza.

Un giorno ci ha fatto capire di seguirlo nella rimessa del trattore, dove abbiamo trovato quello che sembrava un cadavere di pastore belga.
Era una cagna magrissima, buttata su un fianco, piena di ferite sul corpo e sul muso, che però muoveva debolmente la coda. L'abbiamo chiamata Nerona.
I primi giorni le portavo un pastone di carne, pane vecchio e brodo, che mangiava avidamente sollevando appena la testa.   
Poi, appena è riuscita a camminare, Tabù l’ha accompagnata sotto il portico di casa e le ha ceduto il suo cesto di vimini.
Un po’ alla volta si è ripresa ed è diventata una bellissima cagna. Sempre un po’ zoppicante, ma sana.
Tanto da fare ben 11 cuccioli, metà pastori belga e metà finti segugi.

Quattro sono morti subito, ma gli altri abbiamo dovuto piazzarli girando come commessi viaggiatori, tra amici e conoscenti, associazioni animaliste e volontari di buon cuore.

Eravamo felici, noi e loro. 
Quando è nata nostra figlia l’hanno subito adottata.
Affiancavano prima la carrozzina, poi il passeggino e poi direttamente lei, che muoveva i primi passi. Sempre scortata e protetta da eventuali cadute dai bordi dei terrazzamenti.

Non erano cani da salotto. 

Il podere non aveva recinti (l’Ente Parco dei colli lo proibiva) e scorrazzavano per chilometri. 

Hanno iniziato a rubare qualche gallina in giro. Noi abbiamo sparso la voce che avremmo rifuso qualsiasi danno, bastava venire a chiedere. 

Non stavano legati. Si liberavano sempre.

Gli hanno uccisi a fucilate.
Questo ci è stato detto da qualcuno che sapeva.  Ma prove non ce n’erano.
Un giorno sono spariti e non abbiamo nemmeno potuto seppellirli.

Abbiamo le loro foto, in cornici d’argento, in mezzo a quelle di tutta la famiglia. 
La nostra unica consolazione è che grazie a noi hanno vissuto qualche anno liberi e felici.

Sono sicuramente nel paradiso dei cani.
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giovedì 28 luglio 2011

Sogni, scelte e rimpianti

Oggi ho letto questa frase: "Noi siamo la generazione che non sceglie: dai 20 ai 45 pensiamo a cosa faremo da grandi, dai 45 in poi pensiamo a quello che avremmo potuto diventare…".
Penso sia drammaticamente vero.

Io sono nella fase del rimpianto e del "se quella volta...", però almeno alcune scelte, anche importanti, le ho fatte.

Il dubbio che viene ad una certà età è se le scelte fatte sono state quelle migliori.
Ma chi può dirlo?
Bisognerebbe poter vivere molte vite e poi tirare le somme per saperlo.

Sul cosa avrei fatto da grande ho simpatici ricordi.
Alle medie pensavo che avrei potuto fare la giornalista.
Questo perchè l'insegnante di italiano mi aveva detto che era una possibilità, visto e considerato il mio carattere e il mio modo di scrivere.
Già in prima superiore avevo cambiato idea, avendo cambiato anche insegnante.

Sono figlia, nipote e pronipote di "colletti bianchi" e per i miei genitori era chiaro che avrei fatto l'impiegata e tanto mi hanno tormentata che alla fine per qualche anno l'ho fatto.

Ma tornando un po' indietro sognavo di imbrogliarli e riuscire a fare la hostess.
Ho fatto pure il concorso all'Alitalia e, stando alla lettera ricevuta poco dopo, mi terranno presente.

Ho cercato di lavorare anche in un'agenzia di viaggi e pure lì mi hanno detto che quando fossi tornata da Londra, mi avrebbero fatto sapere.

Una volta ho deciso che avrei disegnato stoffe.
Ho comprato i colori e per un paio di giorni ci ho dato dentro come una pazza.

Poi, come ho raccontanto in un vecchio post, ho fatto l'indossatrice per un paio di stagioni e alla fine è calata la mannaia della banca.

Dalla banca sono passata a una ditta che è fallita a causa di Tangentopoli e da lì a una multinazionale americana della consulenza dove, devo dire, non si stava male.

Però mi piaceva avere sempre quell'aria un po' insoddisfatta, di chi fa questo ma avrebbe potuto e voluto essere altrove.

Davo la colpa ai miei, che mi avevano tarpato le ali, passavo per quella "imprestata" ai lavori d'ufficio, ma destinata a ben altro.

A cosa non si sa bene, ma era bello avere degli alibi e vagheggiare cambiamenti radicali.

In realtà mi ero bella che rassegnata e avevo il mio bravo fondo pensione, il mio bilocale tutto bello arredato, gli scatti di anzianità e qualche concreta prospettiva di carriera.

Poi ho incontrato lui, l'uomo della mia vita, e in pochi mesi mi sono licenziata, ho venduto casa e ho cambiato città.
Anzi, dalla città mi sono trasferita sui Colli Euganei per fare la viticoltrice.

Lui, a sua volta, aveva chiuso la sua attività e deciso di gestire un podere di famiglia che era stato fino a quel momento affidato a dei mezzadri.

Due pazzi incoscienti.
Per cinque anni abbiamo fatto di tutto, dai braccianti agli enologi, dagli orticoltori ai produttori di vino e marmellate, entusiasti e sognatori.

Ma i conti non tornavano.
Troppo lavoro, pochi soldi, molte preoccupazioni, niente tempo libero.

Alla fine siamo tornati in città, al posto sicuro, alle ferie pagate.

E questi sono gli anni in cui le domande sono sempre quelle: "se avessimo resistito ancora un po'...", "se avessimo aperto un agriturismo...", "se....se...se".

Ma in definitiva, la scelta importante è stata quella di metterci insieme.

E finora non sembra sbagliata.

Tutto il resto, si sa, poteva essere diverso, ma non ci lamentiamo più di tanto.

Solo un po', giusto per far vedere che non ci siamo adagiati.
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sabato 14 maggio 2011

Né Crimilde né Biancaneve

Rileggendo i titoli dei miei post, mi sono resa conto che la mia specialità è il salto dal palo alla frasca. Ho parlato di tutto e di niente, così come veniva...
Mi piace.  E' come sono io.  Vado a giornate, a sensazioni e in fondo questo è il mio blog e almeno qui non ci sono regole..

Oggi pensavo che ho parlato abbastanza spesso di mio marito, di mia figlia e del nostro cane, ma quasi per niente del mio essere "matrigna".

Che brutta parola. In realtà la matrigna sarebbe teoricamente la seconda moglie di un vedovo con figli, credo.
Quindi io cosa sono per i figli di mio marito?
Sono quella dei week-end alternati e delle vacanze? Sì, ma non solo, spero!


Quando li ho conosciuti la bambina aveva 4 anni ed il maschio 9.
Ero terrorizzata.
Mi ricordo che mi sono cambiata molte volte, optando poi per jeans e felpa con Topolino.
Dovevo arrivare con una mia amica con figli e trascorrere la domenica in campagna tutti insieme.
Io non avevo alcuna esperienza di tipo materno. Mai fatto la baby sitter.
Non so come, la giornata è passata senza danni apparenti e il commento dei bambini alla domanda di mio marito  "allora, cosa ne pensate?" è stato "simpatica, ma ha i capelli corti!".
Boh....

Loro si sono fatti sempre meno problemi di noi, oppure se ne sono fatti ma erano diversi da quelli che prevedevamo.
All'inizio quando c'erano loro io dormivo nella stanza degli ospiti, ma ad un certo punto hanno chiesto a loro padre perchè mi faceva stare da sola al piano di sotto quando nel suo letto c'era tanto spazio...

Il problema vero è stato fargli da mangiare qualcosa che gli piacesse. Una disperazione.
Alla fine, dopo aver provato di tutto, ho deciso di fare solo quello che amavano: pastasciutta col pomodoro, prosciutto crudo e patatine.
Dopo qualche anno finalmente hanno ampliato i lori orizzonti gastronomici e adesso divorano qualsiasi cosa.

Ho cercato di non intromettermi, che fossero loro a coinvolgermi se ne avevano voglia.
E così è stato.
Non ho mai voluto fare la mamma. Ne avevano già una.
Un'amica, piuttosto.
Hanno accolto con gioia la loro nuova sorellina e, pur vivendo in un'altra città, ci vediamo ancora molto spesso.

Sono passati 22 anni da quella domenica di ottobre e non sono state tutte rose e fiori, ma ci vogliamo bene, davvero.



domenica 1 agosto 2010

Vita in campagna

Io sono cittadina da generazioni, ma c'è stato un periodo felice durante il quale ho abitato sui Colli Euganei, coltivando insieme a mio marito un sogno bucolico, lontano dal "logorio della vita moderna".
Avevamo 10.750 vigne, 6 ettari di bosco ceduo e vari alberi da frutto, ciliegi, castagni, fichi, albicocchi e moltissimi roveti (i bastardi...).

Avevamo affrontato questa avventura con l'entusiasmo e l'ingenuità dei neofiti, e purtroppo dopo qualche anno siamo dovuti rientrare nei ranghi cittadini e lasciare la campagna ai veri contadini.

Questa esperienza mi ha comunque segnata e mi ha dato la possibilità di imparare moltissimo su di me e sulle mie capacità, più di qualsiasi scuola o azienda che avessi frequentato fino ad allora.

C'è un senso vero e antico nel lavoro dei campi.
Si fatica, di quella fatica che ti fa dormire bene, e si ottengono dei risultati che si possono toccare con mano, anzi si possono mangiare.

Per anni avevo visto passare carte sulla mia scrivania, qualcuno le aveva elaborate prima di me ed altri le avrebbero ricevute per elaborarle dopo.
Banche, società di consulenza, in pratica venditori di fumo.

Quello che facevo e che faceva la mia azienda non sarebbe servito a nulla in una società preindustriale o post nucleare...

Mangiare la propria frutta, vendere marmellate preparate da me, andare in un ristorante e bere vino uscito dalla nostra cantina, sono soddisfazioni che non si possono paragonare a nessun memo di complimenti di un freddo dirigente di Milano.

Nella vita poche cose possono essere gratificanti per me come potare una vecchia vite.

E' una cosa che si fa di solito in pieno inverno, quando la linfa sta dormendo, e si esce di casa con la nebbiolina gelida, tutti imbacuccati con le forbici da potare appena molate.
La pianta è lì, apparentemente secca, con tutti i suoi lunghi tralci aggrovigliati e bisogna cominciare a guardarla...a capirla.
Se ne devono scegliere solo 2 o tre ed eliminare senza pietà gli altri.

Magicamente la vite prende forma e allora si puliscono e accorciano i tralci rimasti...un'ultima occhiata per vedere se c'è qualche tralcio che esce da sotto l'innesto e avanti con la prossima.
Non bisogna aver paura di aver tagliato troppo, perchè nel giro di qualche settimana ogni gemma si ingrosserà e la vite comincerà a "piangere" con la linfa che gocciola e brilla al sole primaverile.

Poi sarà come in quei filmati accelerati, dove le nuvole corrono veloci, e le piccole foglioline si allungheranno in nuovi tralci verdissimi, pieni di viticci che abbracceranno ogni cosa e presto si vedranno mazzetti di fiorellini bianchi: i nuovi grappoli d'uva sono già qui... e bisognerà eliminarne alcuni perchè altrimenti la pianta si stressa...

Già...la pianta si stressa.

Anche noi avremmo bisogno di qualcuno che ci togliesse qualche grappolo di troppo, abbiamo questa iperattività inutile, basterebbe aver fatto per un po' i contadini per capirlo...
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