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lunedì 27 dicembre 2010

«In questo Pdl sono a disagio C'è un clima da caccia all'untore»


«Sono stata in silenzio per quattro giorni. E sono stati quattro giorni di disagio».

Per il voto contrario del Parlamento, ministro Prestigiacomo?
«Quell'episodio, grave, è stato in parte chiarito. Con Cicchitto ci siamo spiegati, grazie anche al dottor Letta. Ma certo non mi aspettavo di leggere, sul Giornale della famiglia Berlusconi, una ricostruzione dei fatti alterata, e un editoriale offensivo, palesemente ispirato da qualcuno che fa il direttore occulto...».

Si riferisce a Daniela Santanché?
«Sì. Un attacco personale, basato su fango».

Ancora la sua amicizia con Fini?
«Lasciamo perdere. È stato un piccolo replay del trattamento Boffo. Pieno di falsità. Innanzitutto: non è vero che l'altro giorno alla Camera ho pianto. È vero che piansi sette anni fa, in consiglio dei ministri, dopo una discussione con Berlusconi. Non l'altro giorno. Ed è grave che un problema serissimo come quello dei rifiuti, della salute, delle ecomafie, sia trasformato in un problema di donne. E giù analisi psico-sociologiche: l'isteria, il ciclo...».

La politica italiana è maschilista?
«Qui siamo molto oltre il maschilismo, e molto peggio. Le donne in politica non sono una categoria. Ognuna ha la sua storia e le sue competenze. Se Tremonti, Alfano, La Russa hanno un problema, si parla di quello. Se ce l'hanno la Prestigiacomo, la Gelmini, la Carfagna, si parla delle donne, delle loro lacrime, dei loro nervi».

Anche altri quotidiani hanno attribuito a Berlusconi l'espressione «bambine viziate» riferita a lei e alla Carfagna.
«Conosco bene il presidente Berlusconi ed escludo che abbia detto così. So che lui è attento al merito dei problemi. Ed è consapevole sia dell'importanza della questione rifiuti, sia della mia assoluta lealtà nei suoi confronti. Non sono una yes-woman: non dico sempre di sì, dico quel che penso. Ma l'idea che io, dopo sedici anni, possa essere accusata di infedeltà sarebbe ridicola se non fosse mortificante. Non prendo lezioni di fedeltà da nessuno. Sono nata politicamente con Berlusconi, morirò politicamente con Berlusconi».

Allora perché si vuole iscrivere al gruppo misto?
«Non ho ancora deciso. Non sono un'irresponsabile. Certo in questo Pdl mi sento sempre più a disagio. Si è creata un'atmosfera da caccia all'untore, quando ormai lo scenario è chiaro: Fini e il suo partito stanno all'opposizione, noi dobbiamo cercare di aprire al centro».

E invece?
«Invece la caccia alle streghe continua. Si fa politica con la bava alla bocca. E una parla con Bocchino, e l'altra parla con quell'altro... Davvero crediamo sia il modo giusto per allargare la maggioranza?».

Lei è stata solidale con la Carfagna?
«Sì, lo sono stata e lo sono. Mara ha fatto una carriera politica veloce, ma poi ha dimostrato umiltà, si è candidata alle Regionali senza rete, senza che Berlusconi le facesse la campagna elettorale, e ha preso 50 mila voti. Non è giusto che il partito in Campania decida senza consultarla».

Anche Barbara Berlusconi ha annotato che la Carfagna non ha fatto esattamente la gavetta.
«Questo non intendo commentarlo. La specificità di Forza Italia è stata portare in Parlamento persone che non avevano mai fatto politica, e questo l'ha resa il partito più fresco, più innovativo. Io nel '94 sono entrata con Forza Italia subito in Parlamento; ma solo dopo sette anni ho fatto il ministro. Non siamo tutte uguali in quanto donne, come non sono uguali i nostri colleghi».

Niente lacrime, quindi.
«Ciò non toglie che le scene dell'altro giorno alla Camera, con deputati della maggioranza che mi insultavano e chiedevano le mie dimissioni, mi abbiano profondamente ferita. Erano tutti ex di An. La parte che dovrebbe essere minoritaria nel partito. Mi chiedo se invece non siamo noi, nati con Forza Italia, a essere finiti in minoranza».

Che cos'è successo esattamente alla Camera?
«Due giorni prima avevamo ottenuto il primo voto favorevole a Montecitorio dopo la fiducia, sul decreto rifiuti. Rappresentavo io il governo. Abbiamo concesso qualcosa al Fli, qualcosa all'Udc, qualcosa pure al Pd e all'Italia dei Valori, portando a casa il risultato. Poi mi sono ritrovata una norma, di cui non sapevo nulla, uscita guarda caso dalla commissione Lavoro, quella di Moffa, che ci teneva moltissimo...».

Una norma che sospende la tracciabilità dei rifiuti.
«L'80 per cento dei rifiuti italiani è speciale. Ed è fuori controllo. Viaggia per i fatti suoi. La documentazione è tutta cartacea, ed è facile falsificarla. Il controllo deve diventare telematico, con i dati su una chiavetta, una scatola nera sui camion, e la sorveglianza affidata ai carabinieri. Una rivoluzione. La Confindustria ci appoggia. Purtroppo molte aziende preferiscono il vecchio sistema. E dietro i rifiuti ci sono lobby potentissime».

Così la sua maggioranza le ha votato contro.
«Vanificando il lavoro di anni. Per fortuna è un disegno di legge; il modo di rimediare si trova. Ma le grida, gli insulti, quelli lasciano traccia».

Cosa chiede a Berlusconi?
«Di intervenire nel merito dei problemi. Nel partito, dove i giovani non possono essere sacrificati per sempre, dove non possono essere tre persone a fare e disfare. E nel ministero, che nel 2011 non può lavorare con un taglio al bilancio del 60 per cento. Sono riuscita a salvare i parchi, che rischiavano la chiusura. Ma per bonificare 53 siti, grandi come una regione italiana, non ho un euro. Come faccio? La logica dei tagli orizzontali è deleteria, soprattutto per un ministero disastrato come quello che ho ereditato da Pecoraro Scanio. Che aveva un viceministro e due sottosegretari. Io sono rimasta senza il mio unico sottosegretario, Menia. Lavoro 12 ore al giorno. Non merito di essere trattata così».

Dicono che sia tentata dal partito di Micciché.
«Da sempre guardo con grande attenzione al partito del Sud. Costruire un contraltare alla Lega è una grande sfida. Dentro ci sono tantissime tra le persone con cui ho iniziato a fare politica. In prospettiva - non oggi - mi sentirei a casa più che nel Pdl com'è diventato».

E la fedeltà a Berlusconi?
«Ma il partito del Sud avrà in Berlusconi il suo faro...».

Aldo Cazzullo
27 dicembre 2010

mercoledì 1 dicembre 2010

La fragile unità del nostro paese


Domani si apre a Roma un significativo convegno sull'unità d'Italia, che vedrà - oltre al ritorno sulla scena pubblica di Dino Boffo - l'intervento di studiosi e del presidente del comitato per le celebrazioni, Giuliano Amato. Il promotore però non è lo Stato italiano. È il leader storico dei vescovi, Camillo Ruini.

Sono molti i segni dell'attenzione della Chiesa ai 150 anni. La presenza del segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il 20 settembre scorso a Porta Pia, per la prima volta dal 1870. L'appello all'unità e a un federalismo solidale del nuovo capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ripetuto la settimana scorsa alla Camera, nell'incontro con ottanta parlamentari di ogni partito. Anche i giornali cattolici si occupano non solo dell'anniversario ma della discussione politico-culturale che vi è sottesa. Avvenire ha dedicato una serie di articoli alle sofferenze dei cattolici nel Risorgimento, ma senza accenti polemici. Il Messaggero di Sant'Antonio, uno dei periodici più diffusi d'Europa, dedica la copertina dell'ultimo numero ai 150 anni.

E anche un quotidiano concentrato sulle vicende internazionali più che su quelle interne italiane, come l'Osservatore Romano, mostra un'attenzione al dibattito sul Risorgimento e anche sulla Resistenza che non si spiega solo con la storia familiare del suo direttore Gian Maria Vian è nipote di Ignazio, che della Resistenza cattolica fu l'eroe: militante della Fuci con Moro e Andreotti, sottotenente dell'esercito, fu il primo a salire in montagna, sopra Boves: i nazifascisti uccisero il parroco del paese e impiccarono Vian a Torino.

La Chiesa considera da tempo superata quella frattura con lo Stato unitario che alcuni suoi zelanti interpreti vorrebbero riaprire l'Osservatore ha rievocato la decisione di Paolo VI, che sciolse i corpi militari proprio nel centenario di Porta Pia. Mostra un approccio sereno a fatti laceranti, che richiederebbero qualche revisione sul fronte laico: è vero che Pio IX dopo le iniziali aperture fu avversario dell'unificazione e della nuova Italia; è vero pure che da parte «piemontese» vi furono accanimenti ed eccessi, se si pensa che fu soppresso pure il convento di San Francesco ad Assisi, uno dei simboli dell'identità italiana.

Soprattutto, la Chiesa mostra di aver compreso che l'unità nazionale è davvero in pericolo, così come la coesione sociale. È paradossale che lo stesso timore non sia così diffuso tra i laici o nella società civile. Forse per non dispiacere alla Lega e per percorrere facili suggestioni revisioniste. Negli ultimi anni, tutte le secessioni europee sono riuscite, con esiti drammatici nei Balcani e comunque dolorosi in Europa centrale. Altri Paesi, come il Belgio, non riescono né a separarsi né a riunificarsi. L'idea delle gerarchie ecclesiastiche è che dividere gli italiani sia molto più difficile, ma forse non impossibile; e che la questione non vada sottovalutata. Paradossalmente, a salvare quel Risorgimento che fu fatto contro la Chiesa potrebbe essere proprio la Chiesa.

Aldo Cazzullo
01 dicembre 2010

martedì 17 agosto 2010

Amori, rivelazioni e veleni: la fine dei galantuomini in un'estate senza pudore


L'estate 2010 resterà nelle cronache come quella in cui crollò ogni pudore, qualsiasi scrupolo, l'ultimo simulacro di riservatezza. Non bastava il mondo alla rovescia, in cui quotidiani dedicano titoli più grandi di quelli con cui fu annunciata la seconda guerra mondiale al ritrovamento della fattura di un lavello, e il nemico numero uno dell'etica pubblica diventa Giancarlo Tulliani ex vicepresidente della Viterbese. C'è qualcosa di più. Diventa regola generale spifferare «le due o tre cose che so di lei», da parte di chi la conosceva bene, magari dopo essersi tanto amati.

L'uomo più intervistato del momento è Luciano Gaucci, luminosa figura di bancarottiere già latitante a Santo Domingo con moglie locale di 42 anni più giovane, ora assistito dall'avvocato di Cesare Previti: «Ti innamoravi di Elisabetta, e prendevi anche il fratello. Gli ho comprato la Porsche. E al padre una Bmw. Poi ho capito che lei mi tradiva. Ma io li rovino, 'sti morti di fame...». Seguono dispute su schedine del Superenalotto, appartamenti intestati alla fidanzata per sottrarli ai creditori, tangenti per un collaboratore di Bush e altri dettagli di cui è bene si taccia.

Per Vittorio Sgarbi rivelare antiche frequentazioni con personaggi oscuri poi saliti alla ribalta è quasi un classico. Surama, la ballerina brasiliana divenuta compagna dell'allora sindaco di Catania Umberto Scapagnini, fu definita «una mia scoperta giovanile». Frequente la metafora della «collezione privata» e della «nuova acquisizione». Ma con Elisabetta Tulliani è andato oltre: «Ho l'abitudine di presentare le mie ragazze alla mia fidanzata ufficiale, Sabrina Colle. Di fronte alla Tulliani ha allargato le braccia. Non ha deposto a suo favore l'insistenza con cui chiedeva la tessera Freccia Alata dell'Alitalia».

Il placido mondo Rai, sempre scevro da questioni personali e maldicenze interne, non poteva deludere neanche stavolta. Così, con l'aria di schermirsi, Guido Paglia conferma a Libero le pressioni di Fini a favore del «cognato»: «Giancarlo Tulliani mi è costato un'amicizia durata trent'anni». A sua volta, Paolo Francia confida al Corriere: «Paglia è stato per anni il braccio armato di Fini in Rai. Farne ora un Padre Pio, suvvia...». Scrive il Giornale: «È da quando, nel lontano 1994, il leader della destra italiana ha messo piede nel Palazzo, che in un modo o nell'altro le sorti (e gli uomini e le donne) della tv pubblica gli stanno particolarmente a cuore». Daniela Santanché, già smascheratrice del compagno di Veronica Berlusconi, esemplifica sul Fatto quotidiano: «Fu Fini a inaugurare Vallettopoli. Portò in Rai Fanny Cadeo e Angela Cavagna, detta "la tetta della destra". È meglio che lasci ora, altrimenti cadrà per la vergogna. Le rivelazioni non sono finite"». Ma lui, Fini, di persona com'è? «Un uomo freddo, anaffettivo, spietato. Umanamente, una...». Ancora Sgarbi: «Fini non è Sarkozy e la Tulliani non è Carla Bruni. La Bruni è ricca, intelligente e di sinistra. La Tulliani invece era una ragazza di destra come la Gregoraci, la grande raccomandata dell'ex portavoce di Fini, Salvo Sottile. Abbiamo tutti sopravvaluto Fini e sottovalutato la Tulliani. Eppure era una curva ben segnalata...». E L'Espresso spiega tutto con una rivelazione attribuita a Berlusconi in persona: «La Tulliani cercò di arrivare a Palazzo Grazioli, ma non ci riuscì. Una volta s'era fatta assegnare un posto a tavola vicino al mio e fu fatta spostare. Da allora ha cercato di mettere Fini contro di me».

Colpisce non tanto la maldicenza, quanto il fatto che provenga ineluttabilmente dall'interno, frutto di lotte fratricide. La querelle dell'appartamento a Montecarlo nasce da una denuncia della Destra di Francesco Storace, che di Fini è stato portavoce, compagno di vacanze - «ti ricordi Gianfranco la volta in cui entrammo a pugno chiuso in una sezione del Pcus a Mosca presentandoci come tovarish italiani?» -, amico fraterno. Dal canto loro, i finiani scoprono con una trentina d'anni di ritardo il modo limpido in cui ancora Previti procacciò al Cavaliere la villa di Arcore (peraltro confusa da Italo Bocchino con quella di Macherio). Non poteva mancare Ciarrapico: «Fini pupillo di Almirante? Ma no. Almirante mi raccontava di lui che sa dire meglio di chiunque altro che l'estate fa caldo e l'inverno fa freddo, ma che bisogna avere del tempo prima per spiegarglielo bene. Negli ultimi mesi di vita, bloccato nel suo letto nella casa di via Quattro Fontane, Giorgio si confidò con me: "Peppino, io di Fini non mi fido..."». Viene da rimpiangere l'ipocrisia democristiana. O le allusioni maliziose di Cossiga, che per fortuna sta un po' meglio. E finiremo con il rivalutare Daniela Fini, l'unica che nella vicenda sia rimasta in silenzio. Corteggiatissima dai giornali, a tutti ha risposto allo stesso modo: «Da me non avrete una sola parola contro Gianfranco».

Aldo Cazzullo
17 agosto 2010

domenica 31 gennaio 2010

Bologna, la tentazione di Prodi.


«È vero. Mi stanno martellando…». Romano Prodi ha un sorriso triste. L’altro giorno ha perso Giovanni, il matematico della Normale, il più anziano tra i suoi fratelli. Il telefono in via Gerusalemme squilla di continuo: vecchi amici, notabili cittadini, sacerdoti. Tutti gli fanno le condoglianze. Tutti o quasi aggiungono una frase: «Sei l’ultima speranza di Bologna… Pensaci».

Prodi non risponde né sì, né no. Fino a qualche giorno fa, fare il sindaco era l’ultimo dei suoi pensieri. Ora qualcosa è cambiato. Il quarantenne a lui più vicino, Filippo Andreatta, con cui Prodi ha un rapporto quasi paterno, spiega che la suggestione non è più improponibile; e il motivo sono i bolognesi. «È impressionante quanta gente stia facendo pressione su Romano, dai colleghi ai sacerdoti, dai conoscenti ai passanti. Gli elettori del Pd, e non solo loro, percepiscono l’anomalia di un politico che ha mollato tutto davvero, che in Africa è andato sul serio. E ora che la sbornia per i professionisti della politica che hanno preso in mano il Pd è finita in pochi mesi, l’idea del ritorno di Prodi appare alla gente opportuna se non inevitabile. Anche perché, per come sono messe le cose dopo l’addio di Delbono, Prodi è l’unico sicuro di vincere».

«Prodi sindaco? Magari — dice Fabio Roversi Monaco, storico rettore dell’università, presidente della Fondazione Carisbo, uno degli uomini più influenti in città —. La sua candidatura sarebbe un evento significativo per Bologna. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma è evidente che con lui navighiamo a un livello superiore rispetto a qualsiasi altro nome. Prodi è uomo di caratura internazionale, ha intuito tra i primi le potenzialità della Cina dove oggi è noto quasi come in Italia, conosce l’Europa e gli Stati Uniti. Sarebbe una grande chance per la città».

L’alternativa a sinistra sono uomini popolari sotto i portici ma quasi sconosciuti fuoriporta: Luciano Sita, uomo delle Coop, ex manager di Granarolo; Duccio Campagnoli, già segretario della Camera del lavoro, da 15 anni assessore in Regione; Maurizio Cevenini, detto Cev Guevara, molto popolare per aver celebrato 5 mila matrimoni e per la costanza con cui ogni anno invia le felicitazioni alle coppie che hanno resistito. Casini esclude di dare una mano al Pd e, più che al ritorno di Guazzaloca, pensa a lanciare in pista Galletti. Il Pdl ha dirottato su Bologna Giancarlo Mazzuca, già candidato alla Regione, l’ex direttore del Carlino. Ma ieri i giornali locali erano pieni di giudizi sull’ipotesi Prodi. Alessandro Haber, attore: «Firmerei subito un appello per Romano sindaco». Alberto Vacchi, imprenditore: «Sarebbe un valore aggiunto, cercherei di convincerlo». Franco Colomba, allenatore del Bologna: «Serve una persona di grande valore ed esperienza, e Prodi ha queste qualità». Renato Villalta, ex azzurro di basket: «È l’uomo giusto». Carlo Lucarelli, scrittore: «Per Bologna Romano è come un padre». E Stefano Bonaga, filosofo: «Io l’ho detto per primo due anni fa, quando cadde il suo governo, che Prodi deve fare il sindaco di Bologna».

Un coro quasi imbarazzante
. Per questo il professore spiega di essere colpito e commosso dalle attestazioni di stima e dalle telefonate, tra cui ieri è arrivata quella di Lucio Dalla, che sul Corriere aveva proposto la sua candidatura: «Romano, io piuttosto di andare a Palazzo d’Accursio in un momento come questo mi farei tagliare una mano, ma tu sei migliore di me…». «Lucio, mi hai messo nei guai, però ti ringrazio lo stesso» è stata la risposta. Un «martellamento», appunto; che però è l’unico modo per stanarlo. «È evidente che l’unico a poter togliere le castagne dal fuoco al centrosinistra è lui – spiega Massimo Bergami, il direttore di Almaweb scuola master dell’università, altro quarantenne molto vicino a Prodi —.

Sia per le chance di vittoria, sia per dare alla città un profilo non strettamente municipale. Romano sindaco vuol dire agganciare Bologna all’Europa. Ma per lui sarebbe un sacrificio personale non indifferente. Serve una supplica corale per convincerlo a questo passo».

Nel silenzio di via Gerusalemme, nell’ora del lutto in cui la famiglia si riunisce e si ritrovano le radici, Prodi sta maturando la decisione. Il colpo di scena resta improbabile, ma non è più impossibile. In via santa Caterina, Giuliano Mongiorgi, 84 anni, ha affisso i suoi manifestini: «Romano Prodi sindaco». Tra i suoi amici ieri sera girava un sms: «Continuiamo a spingere, perché il prof comincia a sperare di essere convinto».

Aldo Cazzullo
31 gennaio 2010

mercoledì 4 novembre 2009

«Io e Lotta continua, il germe della violenza c'era già alle origini»

Andrea Casalegno
«E’ una storia, quella cominciata qua­rant’anni fa, che sento raccontare a volte in modo compiaciuto, a volte in modo falso. E’ falso che piazza Fontana abbia rappresenta­to la “perdita dell’innocenza” per una gene­razione di militanti di sinistra. E’ falso che Marino possa essersi inventato di aver con­dotto l’auto dell’assassino di Luigi Calabre­si. Ma questo gli ex di Lotta continua lo san­no tutti».

Andrea Casalegno sta per compiere 65 an­ni. «Molti più di quelli che aveva mio padre quando fu assassinato dalla Brigate Rosse». Carlo Casalegno, azionista, partigiano, vice­direttore della Stampa su cui teneva la rubri­ca «Il nostro Stato», morì a Torino il 29 no­vembre 1977. «L’attentato» si intitola il li­bro, pubblicato da Chiarelettere, in cui suo figlio ricostruisce la tragedia della famiglia. Sempre a Torino, quarant’anni fa, era nata dall’autunno caldo Lotta continua, di cui An­drea Casalegno fu un militante.

«E’ una storia che comincia bene ma qua­si subito conosce un’involuzione. C’ero: partecipai all’occupa­zione dell’università, andavo alle assem­blee studenti-operai. Gli operai si ribellava­no dopo quindici anni di un controllo op­pressivo e oscurantista, e lo facevano no­nostante il Pci e i sin­dacati 'pompieri', co­me allora li definiva­mo, avvicinandoci molto alla realtà. Cer­to, so bene che quan­do il padrone perde il controllo della fabbri­ca sono guai, non bia­simo la marcia dei 40 mila e l’operazione co­raggiosa con cui la Fiat riprese le redini. Ma ho un ricordo e un giudizio positivo di quelle lotte. Presto pe­rò nascono i partitini. Comincia l’irrigidi­mento ideologico. E comincia la violenza. Fu giusto scrivere li­bri come 'La strage di Stato', scoprire le radi­ci nere di piazza Fonta­na. Ma non fu giusto – sostiene Casalegno – definire piazza Fon­tana come 'la perdita dell’innocenza' per i rivoluzionari di sini­stra. E’ un’espressio­ne di cui si palleggiano la paternità due per­sone tra loro diverse come Luigi Manconi e Adriano Sofri; ma, pur essendo teste pensan­ti e brillanti, hanno tutti e due torto. Qualsia­si persona sensata sa, anche senza aver letto Machiavelli e Sartre, che chi fa politica non è mai innocente; dire il contrario è ridicolo. Oltretutto sappiamo per bocca di un fondatore, Alberto Franceschini, che i futuri briga­tisti già si preparavano alla lotta armata. At­tribuire la responsabilità del terrorismo ros­so alla bomba di piazza Fontana è una scioc­chezza. Le responsabilità sono sempre per­sonali, e vanno sempre separate le une dalle altre. Anche se la strategia della tensione eb­be certo un ruolo nel precipitare il paese ne­gli anni di piombo».

Nel maggio 1972, Andrea Casalegno fu ar­restato a Torino, per aver distribuito i volan­tini con cui Lotta continua approvava l’omi­cidio di Calabresi. «Ero entrato da poco in Lc, dopo 18 mesi di servizio militare. Quan­do seppi dell’assassinio del commissario, pensai che il nostro gruppo fosse del tutto estraneo. Ucciderlo mi pareva un’aberrazio­ne non solo morale ma politica: a noi Cala­bresi serviva vivo, in vista del processo che avrebbe dovuto far luce sulla morte di Pinel­li, di cui i principali giornali italiani avevano accreditato versioni inverosimili. Completa­mente diversa fu la mia reazione quando, se­dici anni dopo, seppi dell’arresto di Sofri. So­prattutto perché c’era di mezzo Marino». Perché? «Perché tutti sapevano benissimo chi era Leonardo Marino. Solo qualche sprovveduto può ancora far finta di ignorar­lo». Vale a dire? «Marino non era uno qualsi­asi. Fu la prima avanguardia Fiat licenziata – e mai riassunta - per la sua attività politica. L’emblema dell’operaio-massa. Ed era politi­camente e umanamente molto vicino a So­fri. 'Marino libero, Marino innocente' non è più di una battuta. Difficile che abbia agito di testa sua; del resto, in un’organizzazione rivoluzionaria chi mette a repentaglio le vite dei compagni con un’azione inconsulta vie­ne allontanato, e questo a Marino non è ac­caduto. Ci vuol davvero molta ingenuità, o peggio, a sostenere che si sia inventato ogni cosa. Non è così. E questo gli ex di Lotta con­tinua lo pensano tutti». Ma non lo dicono. «Sì invece. A ben vedere, in molti l’hanno fatto capire, magari per allusioni. Ma non voglio esprimermi oltre. Non è mia intenzio­ne maramaldeggiare. Certo non troverete la mia firma in calce ai manifesti che protesta­no l’assoluta estraneità di Sofri. Né del resto mi è mai stata chiesta. Non frequento più i vecchi compagni, tranne un paio di veri ami­ci ».

Furono due compagni di allora, Gad Ler­ner e Andrea Marcenaro, a intervistare Casa­legno per il quotidiano Lotta continua, dopo il ferimento del padre. Un’intervista in cui Casalegno rievocava la prima azione delle Br, il sequestro Macchiarini (marzo 1972): «A noi di Lc quel rapimento non era dispia­ciuto perché, dicevamo, e forse era vero, un sacco di operai ne erano contenti. Però quel­lo era il primo passo nella logica che li ha portati a sparare in faccia a mio padre, senza neppure conoscerlo». Oggi però Casalegno dice che «quell’intervista fu sopravvalutata. Sì, molti fanno risalire ad allora la propria presa di coscienza. Però quella notte le co­pie del giornale furo­no bruciate davanti ai cancelli di Mirafiori.

Ricordo la sorpresa con cui fu annotata la commozione degli amici di papà al suo capezzale: ci si stupi­va nel notare che gli azionisti torinesi non erano esponenti della borghesia marcia e ipocrita, che erano uo­mini come noi». Gio­vanni De Luna ha rav­visato un tratto comu­ne, ad esempio nel moralismo, tra gli azionisti torinesi e i militanti di Lotta con­tinua. «Una parentela c’era, anche in senso tecnico – dice Casale­gno - . Molti di noi, da Revelli a Gobetti ad Agosti, eravamo figli o nipoti di azionisti, così come altri veniva­no da famiglie comu­niste. Ma i nostri pa­dri si erano battuti contro nazisti e fasci­sti, ed erano nel giu­sto. Noi ci siamo bat­tuti per la rivoluzione, ed eravamo nel torto.

Molti però sono tutto­ra convinti di aver sempre avuto ragio­ne, sia all’epoca sia og­gi che magari lavora­no per il nostro presi­dente del Consiglio o militano nel suo cam­po. Invece abbiamo commesso errori terribi­li. E non lo dico perché sono il figlio di una persona assassinata. Certo è impossibile ar­rivare a una memoria completa, ma non dobbiamo smettere di esercitare la riflessio­ne critica, la ricerca storica. Sono contrario a colpi di spugna, a una presunta pacificazio­ne per chiudere una guerra che non è mai esistita. La penso come il figlio del giudice Galli, assassinato nell’80 da Prima Linea, l’organizzazione terroristica nata dal servi­zio d’ordine di Lotta continua: sono contra­rio a film come quello che getta una luce ac­cattivante su Sergio Segio, che di Prima Li­nea fu uno dei capi. Tutto è lecito, ma non tutto è opportuno».


Aldo Cazzullo
03 novembre 2009

domenica 30 agosto 2009

Ruini: «Non mi pento di averlo scelto come direttore»


Il cardinale Camillo Ruini, per sedici anni capo dei ve­scovi italiani e vicario del Papa a Roma, ha sul suo computer il lan­cio dell’agenzia Ansa con la dichia­razione di Giuseppe Betori, ora ar­civescovo di Firenze, segretario della Cei quando Ruini ne era il presidente. Betori risponde all’at­tacco del Giornale ribadendo «sti­ma » e «fiducia» a Dino Boffo, e ri­cordando la lunga collaborazione al tempo «del mio servizio alla Conferenza episcopale italiana».

Ruini legge con attenzione, e di­ce al Corriere : «Faccio integral­mente mie le parole di monsignor Betori, essendo stato ancora più a lungo di lui in stretto contatto e collaborazione con Dino Boffo; ed essendo inoltre il primo responsa­bile della sua nomina alla direzio­ne di Avvenire . Una scelta della quale — aggiunge Ruini, scanden­do le parole — certo non mi pen­to » .

La dichiarazione finisce qui. Nelle conversazioni private, il car­dinale ricorda la prima volta che incontrò l’allora ventinovenne Boffo, nel 1981. Ruini non era an­cora vescovo — lo sarebbe diven­tato nell’83 —, Boffo era un giova­ne dirigente dell’Azione cattolica, che dopo una fase «gauchiste» aveva colto l’innovazione del pa­pato wojtyliano, ed era stato invi­tato a parlare a Reggio Emilia. Il suo discorso, distante dalla vulga­ta cattolico democratica in voga al tempo, colpì l’allora don Ruini. Boffo sarebbe stato assunto ad Av­venire nell’89, prima che Ruini di­ventasse presidente della Cei, e nominasse proprio lui alla direzio­ne del quotidiano.

È significativo che, nell’ora del­le polemiche, Ruini non si limiti a ribadire la fiducia nelle qualità personali e professionali di Boffo, ma rivendichi di averlo voluto al­la guida del giornale dei vescovi, incarico in cui è stato confermato dal cardinale Bagnasco. Segno che Boffo è stato il «braccio gior­nalistico » della stagione di Ruini, un uomo-chiave nella strategia che il capo della Cei elaborò con la fine dell’unità politica dei catto­lici e l’ingresso a tutto campo del­la Chiesa nella discussione pubbli­ca.

Dai primi Anni 90, il percorso di Ruini e di Boffo sono stati pres­soché paralleli. Come da una par­te la Chiesa italiana recuperava spazi nel dibattito culturale e poli­tico — sino al sostegno della mis­sione italiana a Nassiriya e alla scelta vincente dell’astensione al referendum sulla fecondazione assistita —, così dall’altra parte Avvenire si ritagliava uno spazio di intervento e un peso editoriale che non aveva mai avuto. Una sta­gione che Ruini rivendica in pie­no, oggi che Boffo è chiamato in causa così duramente. Non a ca­so, tra le parole di Betori che l’ex presidente Cei fa «integralmen­te » sue ci sono anche quelle che definiscono «degni del cestino della spazzatura» i «fogli anoni­mi che circolano in questi giorni, assurti al rango di «informativa», ma che «dalla spazzatura proven­gono e nella spazzatura devono tornare».


Aldo Cazzullo
30 agosto 2009

sabato 22 agosto 2009

L'ex colonia e i nostri doveri di dare asilo












Due punti non dovrebbero essere in discussione: la moderna tratta degli schiavi tra la Libia e l’isola di Lampedusa va interrotta; non per questo i naufraghi che sfuggono al pattugliamento, chiunque siano, possono essere lasciati morire in mare. La storia della tragedia del Canale di Sicilia è ancora da scrivere; di certo emergono— e non per la prima volta— pesanti responsabilità di marinai maltesi.

C’è però un aspetto ineludibile, che ci riguarda. Se c’è un popolo che noi italiani abbiamo il dovere storico e morale di soccorrere, è il popolo eritreo. Perché della storia e dell’identità italiana, di cui finalmente si discute senza pregiudizi, gli eritrei fanno parte da oltre un secolo; così come noi apparteniamo alla loro, al punto da averla plasmata. Il nome stesso — Mar Eritreo era per i greci il Mar Rosso—fu suggerito a Francesco Crispi da Carlo Dossi, capofila della scapigliatura lombarda e collaboratore dello statista siciliano. Ma l’Eritrea è se possibile qualcosa di più della prima colonia italiana; senza l’intervento del nostro esercito e della nostra amministrazione, forse non sarebbe mai esistita come unità politica e culturale, e le tribù che abitavano l’altopiano sarebbero rimaste per sempre alla mercé dell’impero abissino.

Proprio questo legame particolarissimo consentì agli eritrei di godere solo dell’aspetto positivo del colonialismo— il centro dell’Asmara è una vetrina dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, mentre la ferrovia Massaua-Asmara fu distrutta dai bombardamenti inglesi —, e di evitare le pagine nere, dalla repressione in Libia ai bombardamenti sull’Etiopia. Ma è soprattutto la fratellanza d’armi ad aver coniato tra i due popoli un vincolo di solidarietà, che in questi giorni dovrebbe morderci la coscienza. I prigionieri di Adua, cui il negus fece tagliare il piede destro e la mano sinistra in quanto sudditi ribelli, rei di aver combattuto accanto agli italiani. I centinaia di militi ignoti sepolti nel cimitero di guerra di Cheren, dove avevano resistito agli attacchi britannici. Il libro di Montanelli, intitolato appunto XX battaglione eritreo.

Il sacrificio di migliaia di ascari, da quelli del 1896 ai loro nipoti che ancora dopo la resa del Duca d’Aosta all’Amba Alagi continuarono a combattere nelle bande irregolari di Amedeo Guillet, l’ultimo eroe d’Africa. E la traccia che di tutto questo è rimasta nella cultura collettiva: gli acquerelli di Caccia Dominioni, i fez rossi sulle copertine della Domenica del Corriere, le fotografie degli sciumbasci— gli ufficiali indigeni — in gita premio nella Roma del 1912, accolti alla stazione Termini dalla folla entusiasta (e rivisti nella recente mostra al Vittoriano). Una memoria che non va confusa con le disavventure del regime fascista, ma affonda le sue radici nell’Italia risorgimentale e porta frutti ancora oggi.

Basta sbarcare all’Asmara per toccare con mano il profondo legame che ancora unisce gli eritrei all’Italia, dai caffè ai modi di dire, dall’urbanistica alla toponomastica, che celebra nomi in Italia dimenticati, i testimoni antichi del nostro mal d’Africa cui erano dedicati i battaglioni eritrei: il primo, contrassegnato dal colore rosso, intitolato a Turitto; il secondo, azzurro, a Hidalgo; il terzo, cremisi, a Galliano; il quarto, nero, a Toselli. Da quasi vent’anni, come ha documentato sul Corriere Massimo A. Alberizzi, l’Eritrea è schiacciata dal tallone di Afeworki, l’uomo che parve un liberatore e si è rivelato un aguzzino del suo popolo, sfiancato da una guerra impari con l’Etiopia. È normale che, alla ricerca di un Paese d’asilo, gli eritrei guardino all’Italia, dove già vive una comunità molto attiva.

Salire sulle imbarcazioni degli scafisti criminali non può essere il modo di raggiungere le nostre coste. Così come è indispensabile che il governo prosegua nella politica di collaborazione con la Libia, che palesemente deve coinvolgere anche le autorità maltesi. Questo non ci esime dal dovere di accordare soccorso e, se del caso, asilo; tanto più se alla deriva sono i discendenti dei nostri antichi fratelli d’arme.

Aldo Cazzullo
22 agosto 2009

martedì 16 giugno 2009

Mastella: «Dissi no ai "Dico", mi chiamò il Papa, pensai a uno scherzo»


«Vaso di coccio tra vasi di ferro»: così si descrive Clemente Mastella. Stanco di esse­re additato come il simbolo di una politica deteriore, il neoeletto del Pdl ha scritto le sue memorie, Non sarò Clemente (in uscita da Rizzoli). Una galleria di ritratti, magi­stralmente messi in fila dal coautore Marco Demarco. Da Moro a D’Alema, da De Mita a Berlusconi. Compreso Ratzinger, che rega­la a Mastella la soddisfazione più grande: «Mi schierai per il no ai Dico, le unioni tra omosessuali. Prodi arrivò a minacciare con­seguenze sulla mia permanenza al gover­no: 'O firmi anche tu per i Dico, o te ne vai'. Tenni duro. E un giorno mi arrivò una telefonata dal Vaticano. Mi passarono la se­greteria del Santo Padre. Subodorai uno scherzo, e quando sentii quella voce dall’ac­cento teutonico pensai a Fiorello. Ma poi mi convinsi che era davvero il Papa. Voleva esprimermi il suo apprezzamento per la mia posizione».

Con il Cavaliere la prima volta fu nell’87, in piazza del Gesù: «La Dc chiamò proprio lui a occuparsi, insieme con altri, della pro­paganda. Ci riunimmo in tre: De Mita, Ber­lusconi e io». Ma i consigli del re delle tv non persuadono il segretario: «Cleme’, ma chi mi hai portato?». Sette anni dopo, nel ’94, è Mastella ad andare ad Arcore, con Ca­sini: «L’unico che rideva a tutte le barzellet­te di Berlusconi. A me, ma anche a D’Ono­frio e a Confalonieri, capita di apprezzarne al massimo tre o quattro a serata; lui no, Berlusconi raccontava e il bel Pier riusciva a ridere disinvoltamente dieci volte su die­ci. Comunque sia, andammo ad Arcore. Da Linate, centomila lire di taxi. Vista la nota riluttanza di Casini per i conti da saldare, pagai io, naturalmente...». Berlusconi non voleva Mastella ministro. «Fu Bossi a insi­stere. Fece questo ragionamento: noi sia­mo un governo di centrodestra, il sindaca­to si scatenerà; meglio affidare il ministero del Lavoro a un ex democristiano».

De Mita fu un padre padrone: «Ero il por­tavoce, ma in tv doveva apparire solo lui. Durante le direzioni Dc, quando arrivavano le telecamere dovevo abbassarmi o nascon­dermi dietro le scrivanie per non farmi ri­prendere. Una volta citai Claudio Baglioni in un discorso del segretario sugli anziani: 'I vecchi sulle panchine dei giardini/ suc­chiano fili d’aria a un vento di ricordi...'. De Mita mi chiese se ero impazzito. Lui, per alleggerire i discorsi, al massimo citava Bu­nuel». Cossiga? «Il più intelligente dei de­mocristiani, colto quasi al pari di Moro, di cui però non aveva la sensibilità e la capaci­tà di comprendere lo spirito dei tempi». Ga­va? «Si faceva baciare l’anello e riceveva av­volto nella nuvola di fumo del suo sigaro. Ma oggi l’erede del laurismo è Bassolino». Pannella? «Mi querelò perché dissi in tv che gozzovigliava nei villaggi vacanze du­rante il suo sciopero della fame in Africa; ma avevo un testimone, il direttore del vil­laggio». Andreotti? «Il migliore dei media­tori tra i cittadini e lo Stato. Casini e io fum­mo i soli ad assistere alla prima udienza del processo di Palermo. La sera, in albergo, stavamo per decidere di rinunciare. Telefo­nai a Sandra. Mi disse: 'Passami Pier'. Po­chi minuti e Casini cambiò idea: 'Sandra ha ragione, non possiamo più tirarci indie­tro' ».

Sulla sua vicenda giudiziaria e sulla cadu­ta di Prodi, Mastella ripete quanto raccontò un anno fa al Corriere: «Feci come il casto­ro citato da Gramsci. Un tempo il castoro era molto ricercato dai cacciatori, perché dai suoi testicoli si ricavava una sostanza ritenuta miracolosa. Così, quando si senti­va braccato, se li strappava e li gettava ai cacciatori, per aver salva la vita. Anch’io, braccato, mi sono tagliato i testicoli; e ho lasciato il ministero della Giustizia». La tesi di Mastella è che su di lui, cerniera tra i due schieramenti e anello debole dell’Unione, si sia concentrata ogni sorta di malevolen­za, a cominciare da quella dei magistrati ­punta di lancia De Magistris, regista Di Pie­tro - contrari alla sua riforma della giusti­zia. L’ex ministro spiega con la teoria della persecuzione anche le foto che lo ritraeva­no a bordo dell’aereo di Stato, diretto verso il Gran Premio di Monza: «L’aereo era lì per il vicepresidente del Consiglio. Ma Rutelli nelle foto non c’era. C’ero solo io, con mio figlio». Quanto a Prodi, «da presidente del­­l’Iri fu interrogato da Di Pietro: probabil­mente da lì è nata quella soggezione nei confronti dell’ex pm; una soggezione visibi­le a ogni occasione, a ogni riunione del con­siglio dei ministri». A volere Prodi all’Iri, scrive Mastella, era stato De Mita, «che ben presto cominciò a diffidare di lui. Romano, così almeno mi diceva, gli sembrava più di­sponibile alle sollecitazioni di Craxi e di An­dreotti che alle sue. E’ probabile che Prodi abbia trasferito su di me la sua speculare sfiducia nei confronti di De Mita».

Il periodo nel centrosinistra è il più bur­rascoso. Da D’Alema che lo convoca a Palaz­zo Chigi - «Clemente, qui gira la notizia di una banca americana che avrebbe messo sul tuo conto cinquanta milioni di euro» ­alla tormentata partecipazione alle prima­rie dell’Ulivo: «Gli elettori si muovevano in gruppo, spesso spostandosi su piccoli bus. Saltavano da paese a paese, da quartiere a quartiere, e ogni volta votavano. Ci credo che i registri con gli elenchi non sono mai saltati fuori». Ma sono mille le storie di un personaggio che conquista Moro spedendo la prima confezione di quei dolcetti ormai noti come «mastellini», arriva vergine a 28 anni ma al referendum sul divorzio tradi­sce le consegne della Chiesa e si astiene, battezza di persona con la saliva il figlio Pel­legrino che pare in punto di morte per la febbre altissima, riceve i clientes di Ceppa­loni anche all’alba, si tormenta consultan­do i blog «dementemastella», «mastellatio­dio », «mastellacadente» e «mastellainpa­stella », respinge «una giornalista famosa che tentò di sedurmi e poi andò a dire in giro che ero gay», porta per la prima volta Baudo, Elisabetta Gardini ed Enrica Bonac­corti ai congressi Dc, rivendica di aver avu­to un ruolo nell’elezione di Cossiga al Quiri­nale («nel voto preliminare dei parlamenta­ri Dc ebbe il 60% dei voti, ma io diedi la no­tizia che aveva avuto l’80») e nell’assunzio­ne di David Sassoli in Rai, di essersi occupa­to di Cocciolone abbattuto in Iraq, di aver fatto votare per una volta Dc la Carrà «co­munista da sempre»...


Aldo Cazzullo
16 giugno 2009

venerdì 15 maggio 2009

Mughini: «Adriano Sofri sapeva dell’azione contro Calabresi»



Giampiero Mughini ha in casa una cartelli­na intitolata «La confessione di Sofri». Dentro c’è il ritaglio dell’articolo che il fondatore di Lotta continua ha pubblicato sul Foglio un an­no fa, e che Mughini considera «la sconcertan­te e drammatica prima puntata di una parzia­le 'confessione' sul come sono andate le cose a via Cherubini», la strada milanese dove fu assassinato il commissario Calabresi. Ma So­fri, scrive Mughini, «rimane in debito con la verità». Ed è Sofri il vero destinatario del li­bro che Mondadori manderà in libreria la prossima settimana, Gli anni della peggio gio­ventù. L’omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione. Un libro che è una requisito­ria durissima contro Lotta continua, fatta da un gior­nalista che — pur non par­tecipando alla fattura — i settimanali di Lc li ha diret­ti.

Quell’articolo del 2008, Mughini lo traduce così: «Sofri sapeva dell’azione contro Calabresi, ma non ne era stato il responsabi­le, non era stato quello che l’aveva decisa e ordinata». Eppure si addossa tutta in­tera la storia della sua orga­nizzazione, al punto da de­finire «non malvagi» e an­zi «mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime» gli autori dell’omi­cidio Calabresi. Deduce Mughini che «se uno spen­de parole talmente impe­gnative nei confronti di chi uccise Calabresi, vuol dire che li conosce per no­me e cognome e curri­culum».

La ricostruzione di Mu­ghini comincia a Pisa, il 13 maggio 1972, il giorno del comizio di Sofri al termine del quale Marino avrebbe ricevuto il mandato a uccidere. Mughini quel giorno c’era. E, scrive, «non è vero che a comi­zio concluso sarebbe stato assolutamente im­possibile, a causa della pioggia battente, bivac­care ancora un po’ in piazza». Perché «la piog­gia in quel momento era finita». «C’era stato, lo dico in via di ipotesi, il tempo perché alme­no un attimo si incontrassero» Sofri e Mari­no. Anche perché «non è vero quel che ha so­stenuto con veemenza la difesa, che i bar pisa­ni fossero chiusi quel pomeriggio del 13 mag­gio. Non lo erano affatto». In ogni caso, Mu­ghini precisa: «Io non reputo che Sofri abbia dato l’ordine di uccidere. O più precisamente non lo reputo provato. Che è poi la sola cosa che conta». E chiede al presidente della Re­pubblica di dargli la grazia. Ma non rinuncia a denunciare un’ipocrisia collettiva.

Ricorda di aver provato, alla notizia della morte di Cala­bresi, «orrore che lo avessero fatto dei 'com­pagni', cosa di cui non dubitavo allora e di cui nessuno in Italia ha mai dubitato veramen­te»; eppure «è lunga la fila di intellettuali e giornalisti convinti della colpevolezza di Lc, che non aprono bocca per non disturbare la platea dei loro lettori di sinistra». E denuncia quello che definisce il «fanatismo innocenti­sta», «una Grande Bugia e una Grande Ipocri­sia che non hanno alcun fondamento nei fatti processuali e nelle relative sentenze».

I suoi bersagli polemici sono illustri. Luigi Manconi: «Non ho dubbi, Manconi lo ha sapu­to da subito come andarono esattamente le co­se nel maggio 1972». Carlo Ginzburg: «La tesi secondo cui la confessione di Marino sarebbe stata concertata da magistrati e carabinieri è talmente risibile che in un processo di qualsia­si altro tipo non sarebbe stata presa in consi­derazione dai giornali e dall’opinione pubbli­ca neppure cinque minuti. Ancor più risibile la tesi che le sentenze dei giudici di primo gra­do e poi d’appello fossero animate da una sor­ta di spirito di 'vendetta' contro quelli di Lc, personaggi di cui all’alba dei Novanta non si ricordava più nessuno». Antonio Tabucchi, che «si è dato a recitare sgangheratamente la parte che era stata di Emile Zola nell’'Affaire Dreyfus'». Gad Lerner, cui Mughini rimprove­ra una frase detta in tv — «Lotta continua non c’entrava proprio niente con la violenza dei Settanta» —, mentre «quelli di Lc nel 1972 nella violenza e nella sua apo­logia c’erano dentro fino al collo, ne erano ebbri».

Ma l’interlocutore resta co­munque Sofri. Per cui Mughini ha parole di stima e affetto, ma ha anche paro­le severe («lasciamo stare l’argomento ripetu­to da tanti, 'lo conoscevo, non può averlo fat­to'. È un argomento che vale niente»), anche a proposito del suo ultimo libro, La notte che Pinelli, in cui «un po’ crede e un po’ ammic­ca» a «inumane panzane» sulla morte del­l’anarchico. Compresa «l’evocazione di una macelleria sudamericana da contrapporre simbolicamente al lutto e al pudore di cui tra­boccava il recente e fortunatissimo libro di Mario Calabresi. Un libro che per gli ex di Lot­ta continua è stato uno schiaffo in volto più violento che non una sentenza di tribunale».

Gli «anni della peggio gioventù» rivivono attraverso la reazione euforica di Lc all’assassi­nio in Argentina del dirigente Fiat Oberdan Sallustro. L’arresto di Maurizio Pedrazzini sul­le scale della casa milanese del missino Servel­lo, in pugno una pistola proveniente dalla ra­pina a un’armeria raccontata ai giudici da Ma­rino. Le telefonate dei compagni in casa Sofri, il giorno dell’arresto: «È Marino che ha parla­to?». Le «vanterie» di Chicco Galmozzi, ex Lc, rivolte ai brigatisti: «Mentre voi ancora brucia­vate macchine, noi sparavamo a Calabresi». E quella scena terribile, la vedova che esce dal­l’obitorio dove ha riconosciuto il cadavere del marito, e viene accolta da estremisti di sini­stra che la scherniscono, con il fratello che le copre la testa dicendo di non ascoltare. «Un’immagine che mi porto appresso da tanti anni — scrive Mughini —, l’immagine che ha fatto scattare l’idea di scrivere questo libro. Qualcosa che attiene a un debito. Perché quel­li che schernivano Gemma Calabresi erano co­munque i miei compagni di generazione».

Aldo Cazzullo
15 maggio 2009

martedì 5 maggio 2009

«Italia a rischio Turkmenistan Il premier vuole prendersi tutto»


Franceschini: «Ma a destra non vedono che si sente al di sopra di legge e morale? O hanno paura? L’8 giugno se ci sarà netto disequilibrio tra maggioranza e opposizione, ci sveglieremo in una repubblica asiatica »

«Vorrei fare una domanda alla bor­ghesia produttiva, agli imprenditori, agli intellettuali, ai moderati, anche a una parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane: possibile che non vediate dove ci sta conducendo Berlusconi? Possibile che non vediate che ormai si considera al di sopra della legge e di ogni morale, che pensa di avere così tanto potere da permettersi tutto? Vorrei suonare un campanello d’allarme: siamo ben oltre il conflitto di interessi e il controllo del­le tv; siamo all’intreccio di ogni potere, economico, bancario, finanziario. Sulla spinta della crisi, intrecciando la sua for­za di imprenditore con il controllo dello Stato, Berlusconi sta allungando le ma­ni su tutto, sta riducendo ogni potere autonomo. La Sardegna è stata la prova generale. Vuole stravincere se l’8 giu­gno, dopo le Europee e le Amministrati­ve, l’Italia si risveglierà con un netto di­sequilibrio tra maggioranza e opposizio­ne, vale a dire tra Pdl e Pd, sarà un’altra Italia. Berlusconi cercherà di prendersi tutto: non solo la Rai, non solo le modifi­che costituzionali; diventeremo un Pae­se profondamente diverso da quello di oggi. Altro che Peron: il modello di Ber­lusconi sono alcune delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, dal Turk­menistan all’Uzbekistan. Paesi in cui il potere personale del capo è intrecciato con il potere dello Stato e i poteri econo­mici ».

Dario Franceschini, non le pare di esagerare?

«Questa sua domanda mi conferma che lo spirito diffuso è ormai di assuefa­zione. L’Italia si sta assuefacendo a cose che in qualsiasi Paese occidentale provo­cherebbero una rivolta morale, a comin­ciare dalla stampa. Invece arriva la noti­zia della classifica di Freedom House, che colloca l’Italia al 73˚ posto, tra i Pae­si 'parzialmente liberi', e sui giornali ve­do al più un titoletto. Intendo rivolger­mi non tanto al mio campo, quanto agli ambienti che negli altri Paesi tendono a stare dall’altra parte, sul fronte conser­vatore: non vedete che Berlusconi non c’entra nulla con le destre europee? Che non ha niente in comune con la Merkel, con Sarkozy, con Aznar, con Cameron? Non parlate perché non avete capito i ri­schi per il vostro Paese? O perché avete paura?».

Franceschini, lei farebbe bene a ri­volgersi anche al campo che in teoria è suo. I giornali riferiscono anche un sondaggio Ipsos, secondo cui la mag­gioranza degli operai vota per Berlu­sconi, non per il Pd.

«È un problema serio. Ma non è un alibi ricordare che, dal ’94 a oggi, ogni partita elettorale è truccata, perché si svolge in condizioni totalmente anoma­le. Se McCain avesse affrontato Obama avendo il controllo delle tv e di una par­te crescente dell’apparato finanziario e produttivo o cento volte in più di fondi per le campagne elettorali, avrebbe for­se perso? Il problema non è solo la tv. In Italia si stanno assuefacendo anche i mondi che contano. Noi siamo ancora qui a contare i secondi che ci dedicano i vari tg, peraltro con un disequilibrio ver­gognoso, ma intanto la tv in questi vent’anni ha costruito un modello socia­le: non ha solo informato, ha formato gli italiani a gerarchie di valore e di com­portamento. Eppure a Berlusconi non basta: attacca Sky, blocca la concorren­za. Il degrado populistico si intreccia con il degrado morale, e comporta un forte rischio neoautoritario».

Diranno che lei è dilaniato dal­l’odio.

«Ma quale odio? Anzi, quando lo ascolto mi mette di buon umore. Ma questo non mi impedisce di vedere che Italia ha in mente. Ho sperato che la na­scita del Pdl consentisse di superare il rapporto proprietario di Berlusconi con Forza Italia, che introducesse un ele­mento di controllo. Ma non è così».

Come no? E Fini?

«Il fatto stesso che dire qualcosa di buon senso trasformi chi lo fa in una sorta di 'eroe civile', è un altro segno di dove siamo arrivati».

Che effetto le fa Veronica Berlusco­ni che chiede il divorzio?

«Ripeto: tra moglie e marito non met­tere il dito. La saggezza popolare torna sempre utile. E poi ogni italiano si sarà già fatto un’opinione senza bisogno di commenti politici».

La Chiesa secondo lei si è ormai schierata con il governo?

«No. Questa è una semplificazione tutta italiana. Né io ho titoli per dare consigli. Ma un’attenzione rigorosa alla coerenza tra valori proclamati in pubbli­co e comportamenti personali di chi ha responsabilità politiche, me la aspette­rei ».

Una mano a Berlusconi gliela date anche voi. Il Pdl candida il leader e i ministri, voi rispondete con Cofferati e Berlinguer: non proprio un segno di rinnovamento.

«Le nostre candidature sono tutte in­dicate dai partiti regionali e radicate nel territorio. Tranne i cinque capilista, scel­ti con il criterio dell’autorevolezza e del­la competenza: l’età non è un ostacolo, semmai una garanzia. E poi non sono li­ste bloccate: saranno gli italiani a sce­gliere chi eleggere con le preferenze, non i politologi o i blog».

Ma perché lei non è sceso in campo di persona a fronteggiare Berlusconi?

«Finché rivesto questo ruolo, sono pronto a condividere i risultati positivi con tutto il partito, e ad assumermi da solo la responsabilità di quelli negativi. Ma non arretro di un centimetro su un’esigenza: la serietà. In nessuno dei ventisei Paesi d’Europa si candidano il capo del governo e il capo dell’opposi­zione. Ho posto la domanda a Parigi, a Madrid, a Berlino: non capivano, se la facevano ripetere. Sarkozy, Zapatero, la Merkel governano e affrontano la crisi, non puntano a un plebiscito permanen­te ».

D’Alema le chiede di rompere l’alle­anza con Di Pietro.

«Le alleanze si fanno per governare. Noi siamo all’opposizione, con Di Pie­tro, Casini e la sinistra radicale. Sarebbe bene che l’opposizione fosse il più possi­bile unita: le liti interne sono a somma zero. Purtroppo, Di Pietro e Casini attac­cano ogni giorno me e il Pd molto più di quanto non contrastino Berlusconi. Ma io non risponderò».

Una parte consistente del suo parti­to, a cominciare da Enrico Letta, pre­me per l’alleanza proprio con Casini.

«Fare bene l’opposizione insieme è il modo migliore per preparare un’allean­za. Ma dobbiamo sapere che tenersi le mani libere è la ragione sociale dell’Udc: le alleanze alle prossime Politiche non le deciderà prima del 2012. Può farci pia­cere o dispiacere, ma è così».

Sempre dall’interno del Pd, in parti­colare dagli ambienti vicini a Rutelli, viene la richiesta di cambiare linea sul referendum elettorale: il sì rafforze­rebbe Berlusconi.

«Anche qui: serietà. Il referendum ci chiede se abolire o no la legge che il suo stesso autore ha definito 'una porcata'. La risposta di chi ha contrastato questa legge non può che essere sì. La direzio­ne del Pd ha approvato questa linea con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlu­sconi camminando nelle vie di Varsavia significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impauri­te ».

Il Pdl avverte che, se vince il sì, non si farà una nuova legge elettorale.

«Dimentica di avere 271 deputati su 630. Gli altri potrebbero decidere di far­la ».

Resta il fatto che Berlusconi è così forte perché il Pd appare inconsisten­te.

«Il problema non è solo il Pd. Io non chiedo agli elettori di farsi carico dell’op­posizione, ma del Paese in cui vivranno i loro figli. È evidente che, se il Pd terrà, il progetto ne uscirà rafforzato. Ma è il futuro dell’Italia la vera posta in gioco. Se il giorno dopo le elezioni il disequili­brio sarà troppo netto, troppo lontano dalla differenza tra il 37,4 del Pdl e il 33,2 del Pd delle Politiche, se Berlusconi sarà messo in condizioni di portare al­l’estremo la sua volontà di conquista del Paese, allora rischieremmo di risve­gliarci davvero in una repubblica ex so­vietica dell’Asia centrale. E se succedes­se gran parte della colpa sarà di chi, da qui ad allora, sarà rimasto inerte o zitto. Per scelta o per paura».

Aldo Cazzullo
04 maggio 2009

lunedì 13 aprile 2009

«Letta, Alemanno . Stimo anche chi sta a destra»


ROMA — Visto di persona, il volto notissimo di Rita Levi-Montalcini colpisce per il colore verde ac­qua degli occhi — «La vista è calata, ma uso uno speciale visore che ingrandisce le parole di libri e giornali e mi consente di leggere da sola» —, e per la bellezza dei gioielli. «Li ho disegnati io. Questo bracciale l’ho fatto per mia sorella Paola. Questo in­vece è l’anello di fidanzamento di mia madre. La fe­dina me l’hanno regalata a Uppsala: è il simbolo del mio matrimonio con la scienza. La prima volta che andai in America, mi chiesero chi fosse mio marito. Non erano abituati a una donna che conducesse la sua vita di studiosa da sola. 'I’m my own husband', sono il marito di me stessa, risposi. Non capirono. Pensarono non sapessi l’inglese».

Professoressa Levi-Montalcini, tra dieci giorni, il 22 aprile, il paese intero si stringerà a lei per il suo compleanno. Com’è la vita a cento anni?

«Ottima. Anche l’udito è calato. Ma il cervello per fortuna funziona».

È vero che mangia e dorme pochissimo?

«Sì. Mangio una sola volta al giorno, dormo due o tre ore per notte».

Legge?

«Sì. I quotidiani: Repubblica e Corriere della Se­ra. E pubblicazioni scientifiche. Ma non la notte. La notte penso alle ricerche e agli esperimenti per il giorno dopo. Il mattino vado all’Ebri: European Brain Research Institute. C’è un gruppo di giovani ricercatrici molto affiatato, che lavorano in laborato­rio. Il pomeriggio mi sposto alla Fondazione che porta il mio nome. La coordina Giuseppina Tripodi, al mio fianco da molti anni, consigliere delegato del­la Fondazione che ha come scopo il sostegno al­l’istruzione, a tutti i livelli, delle donne africane».

Le piacciono i giovani d’oggi?

«Questa è una domanda generica. Ci sono giova­ni eccellenti, ma sono una minoranza. Ce ne sono molti che non sono diversi da quelli del passato. Purtroppo, sono riapparsi i fascisti».

Ho letto che ai fascisti lei non porta rancore. È così?

«Non è così! Rancore ne ho per quello che hanno fatto: lo sterminio degli ebrei, la Germania distrut­ta, l’Italia a pezzi. Non ho rancori personali, quelli no. Senza le leggi razziali, quando lo Stato stabilì che la mia famiglia e io appartenevamo a una razza inferiore, non sarei stata costretta a lavorare chiusa nella mia camera da letto, dove avevo allestito un piccolo laboratorio, sia a Torino che ad Asti. Ricer­che che nel 1986 mi hanno portato a Stoccolma».

Quali sono stati i libri della sua vita?

«Kafka. Calvino. E Primo Levi. Se questo è un uo­mo me lo regalò sua sorella. L’editore Einaudi l’ave­va rifiutato, su indicazione di Natalia Ginzburg, e l’aveva pubblicato Antonicelli con la sua piccola ca­sa editrice. Fu una folgorazione. Con Primo diven­tammo molto amici. Ho sofferto per la sua tragica fine; anche se credo che non sia andata come è stato raccontato».

Cioè crede che Primo Levi non si sia suicidato?

«Una persona della sua altezza morale non deci­de di buttarsi giù dalle scale: non era nello stile di Primo Levi. Sono convinta sia andata diversamente: penso che abbia perso l’equilibrio».

Lei è stata allieva del padre di Natalia Ginz­burg, Giuseppe Levi, il protagonista di «Lessico fa­migliare ».

«Una persona di valore. Non una mente origina­le, ma un bravo maestro. Eravamo in tre, Dulbecco, Luria e io: tutti suoi allievi, tutti arrivati a Stoccol­ma. Ricordo quando Giuseppe Levi venne a Firenze, nella pensione dov’eravamo nascosti, e non sapeva che nome dire. Per non sbagliare, chiese solo: dov’è la Rita?».

Eravate fuggiti da Torino?

«Dopo l’8 settembre lasciammo Torino per rag­giungere il Sud, ma scendemmo di soppiatto a Fi­renze perché sul treno avevo notato un ufficiale fa­scista. Arrivammo alla pensione dando un falso no­me, il primo che mi era venuto in mente: Lupani. I proprietari avevano intuito qualcosa, ma tacquero».

Lei ha conosciuto bene altri due grandi del No­vecento: Bobbio e Montanelli.

«Con Bobbio eravamo amici di famiglia: suo pa­dre e suo fratello Antonio erano chirurghi. Vecchie frequentazioni torinesi. Siamo rimasti amici per tut­ta la vita. Con Montanelli eravamo coetanei: nati lo stesso giorno mese e anno, il 22 aprile 1909. A lun­go ho fatto fatica a stimarlo: era un uomo di destra. Poi l’ho conosciuto di persona. E l’ho stimato».

Lei nel biennio del governo Prodi è stata molto lodata e molto criticata per la sua scelta di soste­nere sempre il governo.

«Stimo molto Prodi, e anche la Finocchiaro. Non ho mai mancato una votazione perché il mio voto era decisivo; ora che è ininfluente non serve la mia presenza. Ma non ho mai inteso la mia funzione di senatore a vita come una funzione di parte. Sento di rappresentare l’intero mio Paese, tutti gli italiani».

Ci sono donne e uomini di destra che stima?

«Innanzitutto, Gianni Letta. L’ho visto di recente: uomo di valore, al servizio dello Stato italiano. Cono­sco da tempo la Moratti, una persona seria. Ora ho incontrato anche Alemanno e con mia sorpresa l’ho trovato simpatico, mi piace quando parla. Mi pare stia facendo bene il sindaco di Roma».

Lei ha incontrato anche la Gelmini. Che impres­sione le ha fatto?

«Buona. Una persona gentile, con cui è facile co­municare. Abbiamo instaurato un eccellente rappor­to. La stimo anche per le cose che ha fatto: il ripristi­no del voto di condotta è giusto. Pur essendo così giovane e pur non avendo conoscenze scientifiche, visto che è avvocato, sta svolgendo il suo lavoro con coerenza».

È vero che l’ha emozionata più la notizia della nomina a senatore a vita di quella del Nobel?

«Sono state due emozioni diverse. Da Stoccolma chiamarono mentre stavo leggendo un giallo di Aga­tha Christie, Dieci piccoli indiani. Mentre ricordo a memoria la telefonata dal Quirinale: 'Sono Ciampi. La nomino senatore a vita per la sua attività scientifi­ca e sociale, e la abbraccio'. La mia ammirazione e gratitudine per Ciampi è stata ed è enorme. Anche per Napolitano, che incontro spesso, ho viva simpa­tia e ammirazione».

Non le sono mancati un marito e i figli?

«Ero ancora adolescente quando decisi che non mi sarei sposata. Dissi a me stessa che non avrei mai obbedito a un uomo come mia madre obbediva a mio padre. Eravamo una famiglia vittoriana. Mam­ma dipendeva dalle decisioni che venivano da mio padre. Era questo il motivo per il quale gli serbavo rancore. L’ho stimato solo dopo la sua morte preco­ce ».

Com’è il suo rapporto con Israele? Teme per il futuro?

«Sono molto amica del presidente, Shimon Pe­res. Spero che l’apertura di Obama all’Iran dia buoni risultati. Se si dovessero usare armi distruttive non scomparirebbe solo Israele. Per questo la sua distru­zione non è accettabile, non è concepibile, e non la penso possibile».

Ricorda l’altra grande crisi, quella del 1929?

«Certo. Ero ragazza, e rammento un’epoca dura, difficile. Oggi ritrovo un’atmosfera analoga, ma an­che con motivi di speranza. Ricorderò sempre il pri­mo viaggio in America: in particolare mi aveva colpi­to il fatto che i neri, quando salivo sull’autobus, era­no tenuti ad alzarsi per cedermi il posto in quanto bianca, e io non riuscivo a comprenderne la ragio­ne. Oggi però un nero è presidente degli Stati Uniti. E può rappresentare per l’America un nuovo Roose­velt ».

Vivremo davvero molto più a lungo?

«No. Non c’è posto. Se tutti vivessimo sino a cen­to o più anni, non lasceremmo il giusto spazio ai nuovi nati».

Lei è stata la prima donna ammessa all’Ac­cademia Pontificia. Che ricordo ha di Wojtyla?

«Meraviglioso. Una personalità carismatica, spesso incompresa dai laici. Non tutti capirono che era uomo illumina­to, progressista. Certo più di Roncalli, che pri­ma di diventare Papa in­tratteneva rapporti ami­chevoli con Mussolini».

E Ratzinger?

«Ho avuto modo di incontrarlo varie volte: è per­sona estremamente colta, con una forte preparazio­ne filosofica. Come Pontefice, non posso e non deb­bo giudicarlo».

Non ha paura della morte?

«Non me ne importa. È solo il corpo che muore. Credo che qualcosa di noi sopravviva».

L’anima?

«No. Il messaggio. Le azioni, i pensieri è quanto rimane di ognuno di noi. Io credo di lasciare buone azioni, buoni pensieri. Per questo, anche se alla mia età può succedere in ogni momento, non ho paura di morire».

Aldo Cazzullo
12 aprile 2009

martedì 17 febbraio 2009

Il custode della «sardità» sconfitto da Silvio-Ercole


Il motto dell’ex governatore: la simpatia non serve

Soru era molto più del presidente della Regione Sardegna e forse non era solo «il nostro piccolo Berlusconi», come lo definì l’altro grande sardo Cossiga. Non si sentiva un nuovo Illy, per citare l’altro imprenditore divenuto governatore di una Regione mai espugnata prima dalla sinistra e infine sconfitto da un carneade berlusconiano. Piuttosto, un giggirriva al contrario: non il lombardo che trova una nuova vita in Sardegna, ma il sardo che sbancata Milano torna a casa vincitore.

Nel suo intimo, mutato il moltissimo che c’è da mutare, Soru si sentiva una sorta di Sciascia di Sardegna: non Sciascia lo scrittore, quello vero, ma il guardiano dell’anima isolana, il custode della specificità insulare, l’idea che di Sciascia si erano fatti in continente i lettori che lo veneravano e coloro che, come il Michele Serra dei Falsi («La mia tata si chiamava Peppinedda. Tutti dovrebbero chiamarsi Peppinedda...»), lo prendevano rispettosamente in giro. Anche per questo, essere battuti dal figlio del commercialista di Berlusconi è una sconfitta all’apparenza umiliante; in realtà, testimonia la forza e la singolarità di Soru. Il Cavaliere, come Ercole, ha strozzato in culla il serpente che un giorno avrebbe potuto stritolarlo. Ha fatto testare il suo peso nazionale dai sondaggisti. Ne ha seguito l’ingresso nell’editoria con l’acquisto dell’Unità, che ne ha raccontato la campagna con mediterraneo calore.

Ha letto le interviste in cui Soru evocava le due vittorie di Prodi. E ha dimostrato che chi invoca «non tutto è in vendita!» sbaglia, almeno qui in Italia, isole comprese. Quando è venuto in Sardegna l’inviato del Monde, Soru ha rilasciato un’intervista di silenzi, lunghi anche trenta secondi; quando il malcapitato pensava che la risposta fosse finita e tentava un’altra domanda, lui chiedeva un po’ stizzito: «Per cortesia, non mi interrompa ». Quando si era candidato per la prima volta, nell’autunno 2003, Soru aveva portato il cronista del Corriere a vedere Sa Illetta, l’isoletta, la sede di Tiscali inaugurata appunto da Cossiga, poi la laguna dei fenicotteri (Soru dice «fenicoteri»), quindi la spiaggia del Poetto, dove si fermò a parlare con i mendicanti che lo conoscevano tutti e gli davano del tu (ricevendo il lei).

Spiegò di aver deciso di scendere in politica dopo aver visto l’insegna di un negozio che si chiamava SARDEGNERIA. «Pensai: mai più. Mai più faranno mercato della nostra terra. Mai più villaggi turistici finti, che non sono costruiti da sardi, non impiegano sardi, non usano prodotti sardi, non distribuiscono utili ai sardi. La Sardegna è il campo giochi di partite altrui; di suo non ha neppure uno scivolo. Basta con le lottizzazioni sulla costa, con le moto d’acqua a tutto gas, con l’assedio degli yacht di ferragosto. Non possiamo diventare un’immensa Ibiza, perché anche Ibiza sta cambiando. Portiamo cavi e fibre ottiche, ma ritroviamo la nostra anima profonda, perché è quella che interessa al mondo globale ». Soru era così complicato e così sardo che non solo detestava la Costa Smeralda, nelle due versioni di Tom Barrack e del Billionaire, della ricchezza internazionale e delle paillettes de noantri (e si seccò molto quando al bar dell’aeroporto di Cagliari vide nel menu il panino Porto Cervo).

Non lo convinceva neppure l’idea della Sardegna cara a continentali che l’hanno molto amata, ad esempio Montanelli, affascinato da quello che gli pareva il Far West italiano, con i banditi, le cavalcate, gli spazi sconfinati, le sparatorie e tutto. L’idea dell’isola di Mesina e delle greggi gli pareva inutilmente romantica, ai limiti dell’oleografia: «Io la Sardegna la sento nel buio, nel silenzio. Due risorse quasi esaurite nel resto d’Europa, che sono la vera ricchezza naturale da sottrarre agli speculatori». Anche per la profondità del suo radicamento, oltre che per i cinque anni di potere, la sconfitta di Soru che si profila nella notte appare un’impressionante dimostrazione di forza del suo rivale: non l’oscuro Cappellacci, ma Berlusconi. Certo, Soru lamenta che il vescovo di Cagliari, Giuseppe Mani, abbia benedetto il Cavaliere in arcivescovado: «Ricordatevi che questo presidente vuole bene ai sardi» («non è vero, non vuole bene ai sardi ma al potere!» fu la sua replica).

D’accordo, l’Unione sarda di Sergio Zuncheddu, editore e costruttore, non l’ha mai intervistato, «neppure una volta in cinque anni, e la sua tv Videolina a stento ha fatto sentire la mia voce». Di sicuro la tassa sul lusso gli ha alienato simpatie influenti, così come la vecchia nomenklatura di sinistra da Cabras in giù ha remato contro. Ma è evidente che la sua hybris è stata la sfida con Berlusconi, che della Sardegna conosce soprattutto le proprietà di famiglia ma si è rivelato in sintonia con i sardi d’oggi almeno quanto lui. E’ stato proprio Soru ad accettare il duello. Conscio delle divisioni del centrosinistra e della sua debolezza endemica nell’isola, il governatore ha tentato di risvegliare l’orgoglio sardo contro l’invasore brianzolo, e magari ha cominciato a fare un pensierino anche alla partita nazionale. Intervistato per Vanity Fair da uno scrittore conterraneo, Pino Corrias, che gli chiedeva della successione a Veltroni, ha risposto: «Non credo. Però vedremo ».

E poi, quasi come motto finale: «Per governare non si deve necessariamente essere simpatici». Un rischio che Soru non ha mai corso, sostengono i suoi nemici («quali sono? Se ha il pomeriggio libero le faccio l’elenco »). «Pescecane travestito da spigola» l’ha definito con metafora ittica Giovanni Valentini, ex direttore dell’Espresso ed ex dirigente Tiscali. In realtà, Soru non è antipatico. E’ asciutto, essenziale, rapido. A 46 anni (ora ne ha 51) era già nonno. Scuola dai padri Scolopi («la mia famiglia era molto cattolica, e non di sinistra»). Un passaggio in autostop da un signore milanese fiero di avere gli eredi alla Bocconi; l’iscrizione alla Bocconi. Il padre aveva un minimarket; lui aprì un supermarket. Poi la finanza. La tecnologia. «A Milano ho passato 17 anni, sono nati due dei miei quattro figli, mi sono trovato benissimo. E’ tutto diverso dal Sud, là nessuno ti chiede nulla del tuo passato, basta quel che sei e quanto hai da dare. Però, quando ci torno, mi pare di non esserci mai stato».

La scoperta di Internet e dell’Est: Praga. L’amicizia con Grauso. Il boom in Borsa, quando Tiscali capitalizzava più delle grandi aziende italiane, e il rapido declino della new economy, che Berlusconi gli ha rinfacciato come fosse uno smacco personale («ho verificato l’ingiustizia del Lodo Alfano: lui mi insultava, mi calunniava, e io non potevo neppure querelarlo»). Ai sardi ha parlato di nuove tecnologie ma anche di formaggi («l’80 per cento del pecorino romano è fatto con il nostro latte!») e di leppe, il coltello tradizionale, di cui lamentava aver trovato alla festa dell’Assunta a Bonaria una versione made in China. Amava raccontare di quando da bambino andò a vedere la prima e ultima partita del Cagliari in Coppa Campioni: eliminato dall’Atletico Madrid, neanche dal Real. «Avevamo un grande allenatore, Scopigno, autore di una delle migliori battute di ogni tempo: "Tutto mi sarei atteso nella vita, tranne vedere Niccolai via satellite"». E’ successo davvero, una volta. Ma era molto tempo fa.

Aldo Cazzullo
17 febbraio 2009