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sabato 17 dicembre 2011

Antipolitica e partitocrazia



MASSIMO FINI
Il senatore Andrea Fluttero, del Pdl, sta facendo circolare fra i suoi colleghi parlamentari una lettera in cui si lancia contro “l’ondata di antipolitica” e di discredito che ha colpito la classe dirigente. Fluttero ammette, bontà sua, che ci sono “comportamenti quanto meno discutibili di esponenti pubblici”, ma che accanto a queste “mele marce” ce ne sono tante buone. Io non dubito che in Parlamento assieme a una quantità impressionante di ladri, di taglieggiatori, di lestofanti, di opportunisti, di fancazzisti e di Minetti ci siano delle persone perbene e anche colte, naturalmente in relazione al bassissimo livello culturale oggi in circolazione.
Purtroppo il problema della democrazia italiana non è solo e tanto quello della scadente qualità dei suoi rappresentanti, ma è soprattutto di sistema.

La nostra democrazia non è mai stata, fin dal primo dopoguerra, una democrazia ma una partitocrazia. La questione affonda le radici nella nostra storia. Dopo l’ 8 settembre tutti i partiti, dai comunisti ai monarchici, si riunirono nel Cln per dare un contributo, sia pur marginale, alla lotta contro il nazifascismo. Dopo la guerra si spartirono quel che era rimasto dello Stato italiano (prefetture, sindaci, presidenti delle Province). Dopo di che, mentre l’Italia si ricostruiva, cominciarono a occupare tutto ciò che riguardava lo Stato e il parastato e in modo molto rapido se già nel 1960 il grande giurista Giuseppe Maranini fece in Parlamento un vibrante discorso contro la partitocrazia, seguito a ruota dallo stesso presidente del Senato Cesare Merzagora (allora in Parlamento non esistevano solo persone specchiate ma anche di cultura). Naturalmente rimasero inascoltati. I partiti, in competizione fra loro, forti della propria posizione dominante, per raccattare il consenso si diedero a elargire favori clientelari che non hanno nulla di diverso dal “voto di scambio” mafioso che pure praticavano. Inoltre dai primi anni 80 cominciarono a praticare la grassazione sistematica su ogni appalto (la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di lire, un quarto del debito pubblico).

L’avvento dell‘imprenditore Berlusconi, che pur era partito lancia in resta contro “il teatrino della politica”, non solo non ha sanato nessuna di queste anomalie strutturali della democrazia italiana, ma ha portato in Parlamento il peggio della Prima Repubblica aggiungendovi, di suo, un cospicuo manipolo di troie. E anche la Lega, un movimento che pure era partito per fare piazza pulita dell’occupazione partitocratica dello Stato, si è presto adeguata inserendo i suoi uomini in ogni ganglio del potere a cominciare dalla Rai. Così, negli anni, è montato in buona parte della cittadinanza un disgusto e un disprezzo per la classe politica che non data dalla crisi economica, ma la precede (alle ultime amministrative il 40 % non ha votato). Ma l’assoluta incapacità di affrontare una situazione di emergenza ha portato alla luce tutte le magagne della classe politica e oggi i sondaggi danno l’astensionismo intorno al 45 %. Si potrebbe sperare che sia il colpo di grazia. Ma non sarà così. Dopo la parentesi bocconiana, i partiti – e se ne avvertono già le avvisaglie nei talk show – continueranno a fare, imperterriti, quello che han sempre fatto.

Mentre, a mio avviso, potrebbe tornar buona oggi una proposta di Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, impraticabile negli anni 50, l’epoca delle ideologie, ma plausibile ora che le ideologie sono morte e che fra destra e sinistra non ci sono che differenze di dettaglio: un Ragioniere dello Stato, nominato per cinque anni e non rieleggibile.

Il Fatto Quotidiano, 17 Dicembre 2011

mercoledì 7 settembre 2011

Paese di m.? Per forza, c’è B.


di Massimo Fini

“L’Italia è un Paese di merda".

Capisco che il presidente della Repubblica, che pur ogni giorno ci rompe i timpani con la retorica dell'Unità d'Italia, abbia le mani legate perché quell'espressione Berlusconi l'ha usata in una conversazione privata, peraltro con uno di quegli avanzi di galera di cui il premier italiano ama circondarsi.

Capisco, per gli stessi motivi, il silenzio del presidente della Camera e del Parlamento oltre che la dovuta inerzia della Magistratura.

Ma mi aspettavo un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani, che a differenza delle cariche istituzionali non hanno obblighi di forma. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché quella frase, privata o meno, offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei 'pezzi di merda'.

MI ASPETTAVO quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inutile sciopero politico alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoni, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall'energumeno per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l'esercito di guardie private da cui è difeso, e dirgli il fatto suo.

Invece la cosa è passata come se nulla fosse. Encefalogramma piatto.

A parte un articolo sul Fatto del solito Travaglio, che ha trattato l'argomento, se così vogliamo chiamarlo, con la consueta, magistrale ironia. Ma non è più il tempo dell'ironia, che depotenzia la gravità dei fatti.

Sono 17 anni che costui delegittima, di volta in volta, impunemente tutte le Istituzioni dello Stato: il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, la magistratura ordinaria, la Corte costituzionale, la Cassazione, la magistratura civile, la Corte dei conti, il Tar, il governo (quando non c'è lui), il Parlamento (quando non ne ha il controllo) e adesso, in blocco, il popolo italiano.

Sono 17 anni che costui insulta tutti impunemente: “Pm eversivi", "Pm sovversivi", "Pm peggio della criminalità", "i magistrati milanesi come la mafia", "magistratura metastasi", "magistratura cancro della società", "i giudici sono antropologicamente dei pazzi", "l'opposizione è criminale", "i giornali sono criminali". E non è che un florilegio minimo di un repertorio che va avanti da 17 anni.

Fino a quando tollereremo questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questo corruttore di magistrati (nessuno crederà, sul serio, che Previti abbia pagato in nome proprio il giudice Metta perché 'aggiustasse' il Lodo Mondadori a favore della Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore di colossali 'fondi neri', campione, attraverso decine di società 'offshore', di quell'evasione fiscale che oggi dice di voler combattere (proprio lui che incitò gli italiani a 'eludere' le tasse)?

DEMOCRATICAMENTE non c'è difesa quando esiste una maggioranza parlamentare che, in spregio a ogni principio di uguaglianza, sforna a raffica leggi 'ad personam' ed è persino disposta ad avallare la tesi che la marocchina Ruby fosse creduta nipote del presidente egiziano Mubarak. E se oggi "l'Italia è un Paese di merda" è perché abbiamo permesso a questo inqualificabile individuo, con la complicità dei suoi sgherri e 'servi liberi', di cacarci sopra per 17 anni.

domenica 21 agosto 2011

Il vero deficit è dei valori


MASSIMO FINI

In un articolo pubblicato sul Corriere il 17 agosto (Il vero disavanzo delle democrazie) il settantenne Ernesto Galli della Loggia, docente di Storia contemporanea all’Università Vita-Salute del San Raffaele (curiosa parabola per uno che era partito comunista e si è scoperto, al momento opportuno, liberale e forse anche pio), storico che non ha mai scritto un libro di storia, risvegliandosi da un letargo durato quasi mezzo secolo, da quando era un giovane e promettente collaboratore dell’Einaudi, scopre che il deficit dei sistemi democratici sta nella loro mancanza di valori o, per usare il suo linguaggio contorto, nella loro “unidimensionalità economicista”. Geniale.

Nel mio spettacolo teatrale del 2004 Cirano, se vi pare… dicevo: “La democrazia è un metodo, un sistema di forme e di procedure, non è un valore in sé e non produce valori. È un contenitore, un sacco vuoto che andrebbe riempito. Ma il pensiero e la pratica liberale e laica, che sono il substrato sul quale la democrazia è nata, mentre facevano ‘tabula rasa’ dei valori precedenti, non sono stati in grado, in due secoli, di riempire questo vuoto se non con contenuti quantitativi e mercantili”. In realtà nella pièce riprendevo concetti espressi quasi un quarto di secolo prima ne La Ragione aveva Torto? e ribadite poi in Denaro. Sterco del demonio (1998), nel Vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità (2002) e in Sudditi. Manifesto contro la Democrazia(2004).

In realtà la democrazia, almeno così come si è storicamente determinata, non è che l’involucro legittimante del modello di sviluppo basato sul mercato. E il mercato, che è uno scambio di oggetti inerti, non può produrre valori, né laici né di qualsiasi altro tipo. L’unica divinità veramente condivisa è il Dio Quattrino. E la vera debolezza dell’Occidente democratico (in questo Della Loggia ha ragione, anche se arriva fuori tempo massimo), lo vediamo in rapporto con altre culture, Islam in testa, proprio in questo vuoto di valori.

Bisogna aggiungere che la democrazia, perlomeno quella rappresentativa, non solo non aiuta a costruire valori condivisi, ma sembra il sistema perfetto per demolirli. La liberal-democrazia si è infatti venuta strutturando, contro le intenzioni dei suoi padri fondatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis de Tocqueville), come un sistema di partiti in competizione fra di loro. I partiti per conquistare consensi hanno bisogno di apparati (il voto di opinione, secondo lo stesso Norberto Bobbio, gran studioso e strenuo difensore della democrazia, “è solo quello di coloro che non votano”). Per mantenere gli apparati hanno bisogno di soldi, per procurarseli li drenano illegalmente dal settore pubblico, di cui si sono impossessati, o da quello privato tenendo l’imprenditoria sotto ricatto (o mi dai la tangente o non vincerai mai un appalto). Essendo abituati a corrompere o a farsi corrompere per superiori esigenze di partito, i dirigenti politici diventano, quasi sempre, dei corrotti in nome proprio. Questa corruzione pubblica trascina fatalmente con sé i cittadini (se rubano loro perché non dovrei farlo anch’io?) spazzando così via tutta una serie di valori, onestà, lealtà, dignità, che tengono insieme una comunità.

A ciò si aggiunge che i partiti, pur di non scontentare i rispettivi elettorati, perdono completamente di vista l’interesse nazionale. E questo non è un vizio solo italiano se in America, Paese che deve le sue passate fortune a un fortissimo senso di appartenenza nazionale, repubblicani e democratici si stanno scannando da mesi mentre il loro Impero rischia di crollargli sotto i piedi. Per cui sento di poter dire che l’attuale crisi economica non è solo il segno del fallimento di un modello di sviluppo ma anche del suo involucro legittimante: la democrazia.

Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2011

sabato 2 luglio 2011

Un futuro spaventoso

MASSIMO FINI

Si avverte in giro, sotto le rutilanti bellurie che ogni giorno ci vengono ammannite per placare la nostra ansia, un desolante “sensus finis”. Non parlo qui dell’Italia che un tempo, molti secoli fa, fu un luogo importante e oggi è ridotta a uno sputo nell’universo mondo. Parlo dell’Occidente inteso non però in senso tecnico (del resto che cosa sia realmente l’Occidente, termine inquietantemente orwelliano, nessuno è mai stato in grado di precisarlo), ma come modello di sviluppo economico e sociale che ormai coinvolge il mondo intero, da New York agli Urali alla muraglia cinese al Gange.

La grande Rivoluzione che ha cambiato la storia del mondo ha preso le mosse circa otto secoli fa proprio dall’Italia quando si afferma per la prima volta come forte classe sociale la figura del mercante (oggi detto imprenditore) fino ad allora collocata, in tutte le culture d’oriente e di occidente, all’ultimo gradino della gerarchia umana, inferiore, perlomeno eticamente, persino allo schiavo. È la Rivoluzione della percezione del tempo. Si passa dal quieto e statico presente al dinamico e allettante futuro. Lo storico Piero Camporesi esprime così, nel dualismo contadino/mercante, povero/ricco, questo diverso atteggiamento esistenziale: “L’affannoso tempo storico e lineare del mercante misurato sui ritmi della partita doppia, dei tassi di interesse e dell’investimento produttivo, non era il tempo dei contadini, serpentino, ciclico, ritmato dalle stagioni, dai soli e dalle lune… Il povero coniuga i verbi al presente, non conosce le lusinghe ingannevoli del futuro, contrariamente al ricco che costruisce strategie nel tempo tracciando precari piani e ipotetiche prospettive” (Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna).

Per otto secoli abbiamo inseguito questo futuro orgiastico con accelerazioni sempre più parossistiche che passano per la Rivoluzione industriale e l’odierna globalizzazione che ha coinvolto, per amore o per forza, anche culture che non ne volevano sapere. Ed ora questo futuro è finalmente arrivato. È qui. E si presenta sotto forme spaventose. Un modello che ha puntato tutto sull’economico, rendendo marginali tutte le altre e complesse componenti dell’essere umano, provocando stress, angoscia, nevrosi, depressione, anomia, dipendenza da ogni sorta di droga per avere la forza di tirare avanti, fallisce anche, e proprio, sull’economico. Le crisi si succedono alle crisi. E, invece di rifletterci su, vengono tamponate al solito modo: immettendo nel sistema denaro inesistente, cioè un’ipoteca su un ulteriore futuro tanto sideralmente lontano da essere solo una Fata Morgana. Ma un giorno, vicino, questo trucchetto da magliari non reggerà più. La gente, sia pur confusamente, lo avverte. Un modello basato sulle crescite infinite, che esistono solo in matematica, cioè nell’astrazione, quando non potrà più espandersi imploderà su se stesso provocando una catastrofe planetaria.

Probabilmente questo era il destino, ineludibile, di quell’arrogante specie animale che è quella umana. Elisabetta Pozzi conclude la pièce Cassandra che, col mio contributo, porterà in tournèe nei prossimi mesi, nel circuito teatrale estivo, con queste profetiche e agghiaccianti parole di Nietzsche: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della storia del mondo: ma tutto durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Quando tutto sarà finito, non sarà avvenuto nulla di notevole”.

Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2011

sabato 11 giugno 2011

LO STUPRATORE E I SESSUOFOBI

di Massimo Fini

Stupratori di tutto il mondo unitevi! Non ho alcuna simpatia per Dominique Strauss-Kahn, ex capo del Fondo monetario internazionale, un covo di vecchi malvissuti col compito di taglieggiare i Paesi poveri per dare ai ricchi. E conosco bene l'arroganza dei potenti, il senso di impunità da cui sono posseduti per cui si ritengono autorizzati a tutto. In Italia ne abbiamo una vera collezione.

Ma ancor meno mi piacciono la gogna e il linciaggio, strumenti di tortura e di punizione medievali che non dovrebbero avere diritto di cittadinanza nelle democrazie moderne.

Strauss-Kahn è dovuto passare fra due ali di folla irridente, sotto l'occhio delle telecamere di tutto il mondo, mentre, per aumentarne la pubblica umiliazione, un gruppo di cameriere d'albergo, radunate dagli avvocati dell'accusa, lo insultavano e gli gridavano "vergogna!".

Non è stato costretto a infilare la testa nel collare di ferro esponendo il viso al pubblico ludibrio, ma fra le ganasce di uno strumento ancora più infame, la Tv, che solletica gli istinti più bassi dell'essere umano, che non sono quelli sessuali, ma la voluttà per l'umiliazione altrui o, in altri casi, un sozzo voyeurismo mascherato da pietà (Avetrana docet).

In ogni caso colpevole che sia Strauss-Kahn, come l'ha già giudicato e condannato la folla, ogni tipologia di reato conosce varie gradazioni di gravità e punizioni ad esse adeguate.

C'è la rapina a mano armata, la rapina semplice, il furto con scasso, il furto, il borseggio.

La decapitazione di una carriera prestigiosa, il braccialetto al piede come per una scimmia, una guardia all'uscio e sei milioni di dollari mi sembrano un prezzo un po' alto per un pompino, sia pure estorto.

L'America, società matriarcale, sta inoculando in Europa, oltre a tutto il resto, il suo puritanesimo ipocrita.

In Francia un viceministro, Georges Tron, è stato costretto a dimettersi perché accusato di molestie sessuali da due impiegate cui stava massaggiando i piedi. Pare che, approfittando della situazione, abbia tentato un approccio più esplicito. E non è un caso che in Italia le suorine di sinistra e tutti i giornali si siano focalizzati sulle escort di Berlusconi o sulla presunta induzione alla prostituzione di una pseudo minorenne (oggi una ragazza di quasi 18 anni è minorenne solo per l'anagrafe, ci sono in circolazione delle vere mine vaganti) piuttosto che su reati molto più gravi come la concussione o la corruzione di testimone in giudizio, già accertata, questa, in primo grado.

Negli Stati Uniti un deputato democratico, Anthony Weiner, candidato a sindaco di New York, è stato costretto a confessare, in lacrime, davanti ai media di aver scambiato messaggi a sfondo sessuale e fotografie con sei donne, senza peraltro averle mai incontrate. È stato considerato adulterio (per incastrarlo è stato usato il solito, ipocrita, escamotage: in un primo tempo aveva negato, quindi è un mentitore professionale).

A parte che un adulterio dovrebbe essere cosa che riguarda solo chi lo compie e sua moglie, stiamo arrivando ad eccessi deliranti.

Qui siamo già oltre il processo alle intenzioni di storico stampo cattolico.

Siamo in pieno “1984” di Orwell.

Ancora un passo e verranno punite le nostre fantasie sessuali. Gli stupri solo immaginati. I peccati di pensiero.

Da dieci anni stiamo conducendo una guerra in Afghanistan per estirpare la sessuofobia talebana, ma i veri sessuofobi, a parti invertite, siamo noi.

Quanto a me mi rifiuterò di albergare in qualsiasi hotel dove il personale che si occupa delle camere non sia rigorosamente maschile.

domenica 5 giugno 2011

La politica del conte Ugolino. Con o senza B.

MASSIMO FINI

Quello che ci aspetta nei prossimi due anni lo conosciamo già. Lo abbiamo visto tante volte nella vita politica e intellettuale italiana. I roditori che diciassette anni fa erano saliti sul rutilante Rex che doveva portare l’Italia verso non si sa quali meravigliosi lidi, dopo averne saccheggiato le stive, abbandoneranno la nave che sta per affondare. No, non si butteranno in mare. Il coraggio del suicidio, nemmeno quello politico, non gli appartiene. Non sono sorci, son uomini. Prima che la nave vada sotto la linea di galleggiamento armeranno scialuppe di salvataggio, protenderanno passerelle, lanceranno gomene verso quella dei probabili vincitori.

Fuor di metafora sarà uno smottamento lento, graduale, prudente (non si sa mai), la sagra dell’“io l’avevo detto” (vedi, per tutti, il fondo di Galli della Loggia sul Corriere di venerdì) per potersi trovare, al momento opportuno, se non fra i vincitori almeno nelle loro immediate vicinanze. E saranno accolti come il “figliol prodigo”.

Non per carità cristiana, ma perchè la classe dirigente italiana è un sistema di oligarchie il cui obbiettivo primario è la propria autoconservazione. Quella politica e intellettuale è l’unica, vera, classe in termini marxiani rimasta su piazza. La presidenza di un Ente pubblico, l’ingresso in un prestigioso Consiglio di amministrazione, la conduzione di un talk show non si nega a nessuno. In modo che al prossimo giro, a parti invertite, sia restituito il favore.

Questa è la democrazia liberale, bellezza. Non quella immaginata da Stuart Mill o da Locke che voleva valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell’individuo, ma quella reale, vera, praticata, che pretende affiliazioni a questo o a quel gruppo di potere ed emargina chi conserva quel tanto di rispetto di se stesso per rifiutarsi a questi umilianti infeudamenti e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata.

Ma le lotte più feroci non si avranno fra gli sconfitti, ma fra i vincitori, scene dantesche, da Conte Ugolino, in cui non si esiterà ad azzannare il cranio del compagno di ieri pur di affermare la propria primogenitura nell’aver affondato il Rex e il Corsaro che lo capitanava. Abbattuto il Corsaro, certamente il Paese godrà di un restyling estetico, perchè l’uomo, negli ultimi anni, era diventato da neurodeliri, da autoambulanza oltre che da cellulare, ma nulla, nella sostanza, cambierà. Perchè il problema dell’Italia non è di uomini, anche animati da buona volontà, ma di un sistema marcio fino al midollo, che si è incistato nelle nostre fibre più intime, di una metastasi che nulla, se non un evento realmente traumatico, può estirpare, di un Paese che ha perso, non solo nella classe dirigente ma nel suo popolo, ogni etica, ogni valore condiviso che non sia il Dio Quattrino. Un Paese così non lo ha inventato il Corsaro, anche se ha contribuito a potenziarlo con le sue Tv, se lo è trovato già bell’e pronto e lo ha utilizzato, al peggio.

Intanto alla Festa della Repubblica per i 150 anni dell’Unità d’Italia il presidente Napolitano ha ricevuto Hamid Karzai, l’emblema della corruzione “democratica” che l’Occidente ha portato in Afghanistan, e ha elogiato le Forze Armate, sia italiane che alleate, per il coraggio e lo spirito di sacrificio con cui difendono la pace nel mondo. Non più tardi di domenica questi coraggiosi “missionari di pace”, non avendo il fegato di affrontare i guerriglieri talebani nemmeno ad armi impari, hanno chiamato in soccorso gli aerei della Nato che, bombardando a casaccio un villaggio, hanno assassinato dodici bambini afgani. Un giorno questo sangue innocente, sparso a piene mani in una guerra ignobile, ci ricadrà sulla testa.

Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2011

domenica 6 febbraio 2011

Il re è cotto


Silvio Berlusconi, fatte le debite proporzioni, è nella stessa situazione di Mubarak. Dopo sedici anni di regime personale mascherato da democrazia c’è quasi un intero Paese che non ne può più di lui, di questo energumeno che ha monopolizzato per tre lustri la vita politica, e non solo la vita politica, italiana.

Importanti pezzi della sua coalizione lo hanno abbandonato, prima l’Udc di Casini, poi il “cofondatore” Fini con Futuro e libertà. Anche giornali, Libero, e uomini, Feltri e Belpietro, che lo hanno sempre sostenuto a spada tratta cominciano a prenderne le distanze. Solo tre o quattro anni fa Libero non m’avrebbe mai chiesto di scrivere un articolo, cui è stato dato il posto dell’editoriale, sul tema “Perché sono antiberlusconiano da sempre” (Libero, 29/1). Il ministro dell’Interno Maroni dà chiari segni di insofferenza. La Lega lo sostiene solo perché spera che concluda sul federalismo fiscale (e garantiteglielo voi, sinistre, cretine. È una stronzata? E chi se ne frega, l’importante, al momento, è liberarsi dell’energumeno). Il presidente della Repubblica Napolitano ne sopporta sempre più a fatica le devastanti sortite contro le Istituzioni e la Magistratura (“Bisogna punire i pm”, è solo l’ultima della serie), anche se poi il suo ruolo lo costringe a dichiarazioni generiche tipo “bisogna abbassare i toni” quando c’è uno che urla da mane a sera. L’intera opposizione ne chiede le dimissioni. La Chiesa, che in verità non dovrebbe metter becco ma in Italia conta, è sempre più imbarazzata. Il Cavaliere è inseguito da una serie di processi per reati gravissimi (concussione, corruzione di testimone in giudizio, colossali evasioni fiscali) cui si sottrae cambiando, in corsa, le regole del gioco.

L’uomo è cotto, politicamente, fisicamente, mentalmente, come dicono i dispacci diplomatici riservati degli americani che, dopo averlo sostenuto per anni, come Mubarak, sarebbero ora dispostissimi a mollarlo, come Mubarak, purché il suo sostituto dimostri la consueta fedeltà canina agli Usa e mantenga le nostre inutili truppe in Afghanistan.

Ma, come Mubarak, Berlusconi resiste, asserragliato nel Palazzo, circondato dai suoi giannizzeri. Dopo aver sputato per anni sulle opposizioni adesso “in articulo mortis”, proprio come Mubarak, cerca di blandirle. In alternativa manda in piazza i suoi carri armati, vale a dire i media di cui è proprietario o di cui si è impadronito, costringendo il direttore del Giornale a sparare a salve su
Ilda Boccassini perché 28 anni fa ha dato un bacio a un giornalista di Lotta Continua, o un poveraccio, allampanato, dall’aspetto di uno spaventapasseri, a fargli sul Tg1 di Minzolini un’intervista così comicamente servile da risultare inutile se non controproducente anche per il più sprovveduto degli ascoltatori. Anche i carri armati di Berlusconi, come quelli di Mubarak, sembrano avere i cannoni spuntati. Ma lui non se ne va.

In Tunisia sono bastati due giorni di manifestazioni, non armate, ma nient’affatto pacifiche, per cacciare Ben Alì, un dittatore che vi spadroneggiava da ventitré anni. Sarebbe sufficiente una spallata del genere per abbattere Silvio Berlusconi. Ma in Italia non si può. Siamo una democrazia, la violenza, anche minima, è bandita. Basta un cazzotto a Capezzone e siamo già al golpe. Ma qui si pone una domanda. Che difesa ha, in democrazia, il cittadino quando c’è un personaggio che l’ha svuotata di tutti i suoi contenuti e proprio grazie a questo inganno si mantiene al potere?

Meditate, suorine democratiche del Fatto, meditate.

Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2011

mercoledì 2 febbraio 2011

Quanto ci piacciono i dittatori


MASSIMO FINI

È evidente l’estremo imbarazzo dell’Occidente (con ciò intendendo l’America e tutti i Paesi cosiddetti democratici che le fanno da codazzo) di fronte alle rivoluzioni popolari, laiche, emerse improvvisamente in Tunisia, in Albania, in Egitto. Perché ci mette di fronte alla nostra contraddizione di fondo: da una parte noi siamo i grandi vessilliferi dell’ideale democratico tanto che non esitiamo a imporlo, anche a suon di “bombe blu” e all’uranio impoverito, a popoli che non ne vogliono sapere (Afghanistan), dall’altra se emergono forze, democraticamente elette, che non ci sono amiche, o che sospettiamo che non lo siano, preferiamo le dittature, anche quelle particolarmente infami e corrotte (una nostra specialità è appoggiare i regimi più corrotti del mondo, perché sono più facilmente manovrabili).

La prova si ebbe nel 1991 quando in Algeria si tennero le prime elezioni libere e democratiche di quel Paese dopo trent’anni di una dittatura militare sanguinaria. Vinse il Fis, Fronte Islamico di Salvezza, col 75% dei consensi. Allora aiutammo i generali tagliagole algerini ad annullare quelle elezioni con la motivazione che il Fis avrebbe instaurato un regime totalitario. Cioè in nome di una dittatura ipotetica si ribadiva quella che già c’era. I dirigenti del Fis furono arrestati e decine di migliaia di militanti messi in galera. Quando si vuole schiacciare una forza che ha il consenso di tre quarti della popolazione la conseguenza non può che essere la guerra civile, che infatti ha insanguinato l’Algeria per più di dieci anni con centinaia di migliaia di vittime che pesano in buona parte sulla nostra adamantina coscienza di occidentali. Comunque la lezione algerina aveva questa pedagogia: le elezioni democratiche valgono solo quando le vinciamo noi.

Un discorso apparentemente diverso ma sostanzialmente analogo va fatto per la Rivoluzione khomeinista. Per decenni l’Occidente ha sostenuto lo Scià di Persia, un dittatore patinato (quanti servizi su Soraya, “la principessa triste”, e Farah Diba abbiamo dovuto sorbirci nella nostra giovinezza) quanto spietato, la cui polizia, la Savak, era la più famigerata del Medio Oriente, il che è tutto dire. Lo Scià rappresentava una sottilissima striscia, il 2%, di borghesia occidentalizzante ricchissima che si poteva vedere in quegli anni, tutta in ghingheri a Londra e a New York, mentre il resto del Paese era alla fame. Finché il tappo è saltato ed è arrivato Khomeini che, poiché noi ragioniamo sempre e solo con le nostre categorie, dapprima fu scambiato dalle sinistre per un bolscevico (“Baktiar = Kerenski, Khomeini = Lenin” scriveva l’Unità) e in seguito, quando fu chiaro che proponeva una via allo sviluppo del mondo islamico che non fosse né comunista né capitalista, divenne per tutti “il demonio”. Tanto è vero che gli opponemmo un dittatore vero, e particolarmente criminale, Saddam Hussein, mentre la teocrazia non è certo la democrazia, ma non è nemmeno il potere assoluto nelle mani di un solo uomo. La stessa cosa sta avvenendo in questi giorni in Egitto. Hosni Mubarak sarebbe saltato da tempo come un tappo, sotto la pressione dell’ebollizione strisciante di un’intera popolazione che non ne poteva più del suo prepotere, del suo nepotismo, della corruzione sua e del suo clan, dei metodi illiberali e polizieschi (non per nulla gli americani quando hanno catturato illegalmente, violando ogni norma di diritto internazionale, l’imam di Milano Abu Omar, lo hanno spedito subito nelle prigioni del Cairo perché vi potesse essere adeguatamente torturato), se gli Stati Uniti non lo avessero sostenuto per decenni con miliardi di dollari l’anno e costruendogli addosso uno dei più imponenti eserciti del mondo, in funzione antiraniana e pro israeliana (ma era stato Sadat, un uomo probo, e non quel pendaglio da forca di Mubarak, ad avere il coraggio di alzare il telefono e dire al nemico di sempre: piantiamola). Anche qui la lezione è che, nonostante i nostri roboanti proclami, i regimi dittatoriali, i calpestatori professionali dei “diritti umani”, ci stanno bene purché stiano ai nostri ordini e servano i nostri interessi. Così abbiamo sostenuto Musharraf, il sanguinario dittatore del Pakistan, perché ci ha aperto le porte dell’Afghanistan, così come sosteniamo, per lo stesso motivo, il corrottissimo e altrettanto dittatoriale, sotto false forme democratiche, Sali Berisha, Alì Zardari, o il re Abdullah dell’Arabia Saudita dove la sharia è applicata in modo più sistematico di quanto avvenga in Iran e di quanto avvenisse sotto il demonizzato regime talebano, e tiranni e tirannelli di mezzo mondo, purché “amici” e sensibili ai dollari.

Adesso la tentazione, anzi il progetto, è di pilotare le rivoluzioni tunisina, albanese e egiziana a nostro uso e consumo. Di giocare sulla carne e sulla pelle di chi ha avuto il coraggio – che manca in Italia – di ribellarsi all’ingiustizia, perché torni tutto come prima e quei Paesi restino a fare da servi agli interessi dell’Occidente. Io credo che questa politica imperiale, di “gendarmi del mondo” che si sono autonominati tali, non paghi più, nemmeno in termini di realpolitik. Credo che sia venuto finalmente il momento di lasciare agli altri popoli il diritto elementare di autodeterminarsi da sé, secondo la propria storia, le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria vocazione e anche i propri interessi. E forse allora scopriremmo che l’evidente ostilità che circonda l’Occidente, in Medio Oriente, in America Latina, in quel che resta dell’Africa nera, in Asia centrale, in Afghanistan, non è dovuta a motivi ideologici o religiosi, ma alle prepotenze militari, economiche e politiche di cui li facciamo oggetto da decenni se non da secoli. Usando costantemente la pratica dei “due pesi e due misure”. Questo sarebbe anche un modo per spazzar via il radicalismo terrorista, che peraltro è un fenomeno marginale. Dopo gli attentati londinesi di qualche anno fa, il sindaco di Londra, Livingstone, molto amato dai suoi concittadini, li condannò, ma disse anche: “Se il popolo inglese avesse dovuto subire le ingerenze che noi anglosassoni stiamo perpetrando da più di un secolo su quelli arabi e musulmani, credo che io sarei diventato un terrorista britannico”.

Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

No al reato di negazionismo


MASSIMO FINI

Si è svolto ieri a Roma un importante convegno dal titolo La Shoah e la sua negazione. Il futuro della memoria in Italia cui hanno partecipato, oltre ai più importanti esponenti della comunità ebraica italiana, il ministro Angelino Alfano, Pier Ferdinando Casini, Benedetto Della Vedova e altri politici.

Durante il Convegno è rispuntata fuori una ricorrente proposta del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: rendere il negazionismo un reato. Cioè chi, a parole o negli scritti, nega o ridimensiona l’Olocausto va in galera. Argomenta Pacifici: “Distinguiamo fra diritto di opinione e negazionismo. Affermare in una casa privata che l’Olocausto non sia mai avvenuto può essere un gesto stupido, immensamente riprovevole e simile a chi sostiene che la Terra è piatta. Ma credo non si possa più concedere il diritto di alzarsi in piedi in un’aula parlamentare, in un’università, in un luogo pubblico in cui si formano le coscienze e dire che la Shoah è stata un’invenzione. La legge riguarderebbe questo ambito”.

Ringraziamo Pacifici perché ci concede almeno di dire in casa nostra quel che pensiamo. Ancora un passo e si arriverebbe al reato di “puro pensiero” ipotizzato da Orwell nel suo 1984: certe cose non solo non si possono dire, ma nemmeno pensare.

Non capisco come Pacifici e coloro che seguono la sua linea non si rendano conto che la legge che propongono è una norma liberticida, totalitaria, in tutto e per tutto degna proprio di quello Stato fascista che emanò le ripugnanti leggi razziali. In una democrazia, se vuole esser tale, tutte le opinioni, anche quelle che paiono più aberranti al senso comune, devono avere diritto di cittadinanza. È il prezzo che la democrazia paga a se stessa. Ciò che la distingue da uno Stato totalitario o quantomeno autoritario.

Intaccare, anche con le migliori intenzioni, un principio come quello della libertà di espressione, oltre che ingiusto, è estremamente pericoloso. Perché si sa da dove si inizia, ma non si sa mai dove si può andare a finire. Si comincia con cose apparentemente indiscutibili, perché condivise ampiamente dalla communis opinio, e si finisce col mandare gli ebrei nelle camere a gas. Inoltre – ma questo è solo un argomento a latere – una legge come quella proposta da Riccardo Pacifici sarebbe controproducente, perché finirebbe per fare dei “negazionisti” dei martiri e dare loro una rilevanza e un’importanza che attualmente non hanno.

Di questi pericoli sembra rendersi conto Tobia Zevi, il nipote di Tullia, che propone una soluzione diversa. “Forse sarebbe più utile immaginare sanzioni amministrative che vietino di assumere posizioni negazioniste nell’esercizio dell’insegnamento nelle scuole o nelle università”. Insomma, agli storici che hanno idee negazioniste dovrebbe essere impedito di insegnare e quelli che già lo fanno, come il professor Claudio Moffa dell’Università di Teramo, dovrebbero essere esulati come lo furono i tredici docenti che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.

Al giovane Tobia Zevi sfugge, credo in totale buona fede, che i “provvedimenti amministrativi” da lui proposti ledono un altro diritto fondamentale: quello alla ricerca. Premesso che, per quel che mi riguarda, non ha nessuna importanza se gli ebrei sterminati furono quattro milioni invece che sei, uno studioso ha diritto di fare anche, e forse soprattutto, ricerche che vadano contro la communis opinio per gli stessi motivi per cui ogni cittadino ha diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero come recita la Costituzione all’articolo 21.

Pacifici, quando dice che le posizioni negazioniste sono simili a quelle di “chi sostiene che la Terra è piatta”, non si rende conto che Galileo, ai tempi suoi, era un “negazionista”, perché negava ciò in cui allora tutti, o quasi, credevano: che la Terra fosse piatta e che fosse il sole a girarle attorno. Non voglio, con ciò, paragonare un genio come Galileo ai cialtroni negazionisti. Ma il principio è lo stesso. E la memoria dovrebbe servire non solo a ricordare lo sterminio degli ebrei, ma a evitare di ripetere, in un contesto diverso e mutato, oltre agli orrori, anche gli stessi errori del passato.

Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2011

sabato 22 gennaio 2011

A letto con la carta d’identità


Non mi convince per nulla la parte dell’inchiesta della Procura di Milano che riguarda i risvolti sessuali della vicenda Berlusconi. La prostituzione è reato in Italia? No. Se quindi uno si porta in casa ragazze attratte dal “denaro facile” e dopo cena lui e i suoi ospiti ci vanno a letto a pagamento, sono fatti loro. C’è il caso di Ruby, minorenne, diciassettenne. E la prostituzione minorile è reato (del cliente, non del minore). Ma a parte che oggi una ragazza di diciassette anni è minorenne per l’anagrafe, ma non di fatto (e sarebbe bene, per i reati sessuali, abbassare la soglia della minore età, perché in giro circolano delle vere “mine vaganti“), in questo caso Berlusconi più che carnefice potrebbe essere stato vittima, oltre che della sua imprudenza, della ragazza. È plausibile che nei primi incontri il premier ignorasse la vera età di Ruby e che in seguito costei l’abbia ricattato come risulterebbe dalle carte della Procura. D’altronde non è che uno prima di andare a letto con una ragazza – sempre ammesso che Berlusconi ci sia andato – le può chiedere la carta d’identità. Non è reato nemmeno fare in casa propria festini dove le ragazze siedono a cena, orrore, con i seni al vento.

Mi pare che qui venga fuori tutto l’ipocrita moralismo cattolico. E infatti per queste cose si sono mossi Vaticano, cardinali, vescovi e preti che non avevano alzato ciglio per fatti ben peggiori commessi da Berlusconi (corruzione di testimone in giudizio per esempio, caso Mills). Dico questo perché mi sembra che tutta questa focalizzazione sugli aspetti sessuali della vicenda distolga l’attenzione da un fatto ben più grave che non è avvenuto nelle privatissime e sacrali stanze della propria casa (che è la difesa del Cavaliere), ma è pubblico e certo, che lo stesso Berlusconi ha ammesso. Mi riferisco alle due telefonate fatte alla Questura di Milano per influenzare le decisioni della polizia sul destino di Ruby. Questo è un reato gravissimo, si chiama concussione e prevede una pena da 4 a 12 anni ed è la ragione per cui la competenza su tutta la vicenda non è della Procura di Monza ma di quella di Milano (il reato maggiore assorbe il minore). Recita l’articolo 317 c.p.: “Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringe o influenza taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito…”.

Le telefonate del premier sono “in re ipsaconcussione, anche se la Questura non si fosse fatta influenzare dai “desiderata” di Berlusconi come poi invece ha fatto. Berlusconi inoltre ha ingannato la polizia quando ha indicato la Minetti come affidataria. Si è infatti trattato di un affido “pro forma”, allo scopo di sottrarre Ruby agli interrogatori e impedirle di rivelare particolari scottanti sui festini di Arcore. Tant’è che la Minetti non l’ha tenuta presso di sé nemmeno quella notte, ma l’ha sbolognata a una prostituta brasiliana, che era l’ultimo posto dove la ragazza doveva finire. E infatti Ruby poco dopo si è messa di nuovo nei guai. E se proprio vogliamo parlare di morale è qui che viene fuori tutta la spietatezza e il ributtante cinismo dell’uomo (altro che la generosità di cui va cianciando) perché dopo aver abusato del proprio ruolo per sottrarla a interrogatori per lui imbarazzanti si è completamente disinteressato del suo destino facendola finire da un casino a un altro. Anch’io, come tutti, non vedo l’ora che questo energumeno si tolga dai piedi, ma vorrei che fosse costretto a farlo perché ha commesso dei reati certi e gravi e non per delle dubbie infrazioni alla morale sessuale.

Da Il Fatto quotidiano del 22 gennaio 2011

mercoledì 8 dicembre 2010

Vespa, il lamentoso ronzio della voce del padrone


di Massimo Fini

Ieri ho letto sul “Corriere della Sera” un titolo che mi ha fatto sobbalzare: “Vespa: noi moderati condannati al Lazzaretto”. Era una lettera aperta al direttore in cui il conduttore di “Porta a porta” lamentava che alla presentazione di un suo libro al Multicenter Mondadori di piazza Duomo era stato preso a parolacce da Pietro Ricca e da alcuni suoi amici che lo accusavano di essere “un servo ben retribuito” e di fare “un uso scorrettissimo del servizio pubblico” mentre nessuno, “tranne due signori, ha avuto la forza e il coraggio” di difenderlo.

Lazzaretto? Costui conduce da quattordici anni un talk-show spalmato, caso unico nella storia della Radio-Televisione italiana, su quattro serate, senza contare le infinite apparizioni in tutti i programmi tv quando deve sponsorizzare un suo libro e altri inserimenti vari durante l'anno. E sarebbe lui il discriminato? E cosa dovrebbero dire allora altri che in tv non hanno neppure potuto metterci piede?

Vespa con la consueta arroganza, che è anche quella dei Mimun e dei Minzolini e di altri lacchè televisivi di Berlusconi, con la differenza che il suo mestiere lo sa fare perché a suo tempo fu scelto da quel grande uomo di televisione che è stato Ettore Bernabei, afferma di “non aver mai visto dei Maradona in panchina”.

A parte che Vespa non è Maradona, ma solo un disonesto mediano di contenimento al servizio del suo padrone, un tempo la Dc oggi il Cavaliere, come fanno i ragazzi del vivaio a farsi vedere se in squadra giocano sempre gli stessi?

Anni fa a Telelombardia c’era un giovane giornalista, Daniele Vimercati, che conduceva un talk-show, “Iceberg”, che era più obiettivo, più divertente, più ironico, più autoironico e infinitamente più libero e indipendente del plumbeo programma di Bruno Vespa. Ma in Rai non ha potuto metterci piede perché non era sufficientemente sponsorizzato da un partito.

La trasmissione di Vespa è asfittica non solo perché da tre lustri è condotta dalla stessa persona, ma perché, che parli di politica o di costume o faccia i suoi indecenti “processi paralleli”, si serve sempre della stessa compagnia di giro. Mai che spiri, nemmeno per sbaglio, un po’ di aria nuova, che si dica qualcosa che non sia trito e ritrito, scontato.

Vespa ha sempre lavorato al servizio di un padrone. Lo ammise lui stesso nell’aprile del 1992 quando disse “il mio editore di riferimento è la Democrazia Cristiana”. E io sull’“Indipendente” di allora, che certo non aveva nessuna simpatia per la Prima Repubblica ma al contrario si dava da fare per contribuire a disarcionarla, lo difesi perché, per una volta aveva trovato il coraggio di dire la verità (“Ma Vespa ha detto la verità”, “Indipendente”, 30/4/1992). Un giornalista di una tv pubblica non dovrebbe essere di parte. Altrimenti non è più un giornalista ma un agit-prop. La cosa naturalmente non riguarda solo Vespa, ma tutti, i Fazio, i Floris, i Paragone, i Santoro che è una specie di “doppel ganger” di sinistra di Vespa.

Non è possibile fare diversamente? È possibilissimo. Alla televisione svizzera, dove sono stato a volte invitato, il conduttore non fa il domatore alla Santoro né il mellifluo supporter soccombista di qualche leader politico, fa il conduttore cercando di stimolare gli ospiti a dire al meglio le proprie opinioni, a fornire le proprie conoscenze, rimanendo rigorosamente neutrale. E i programmi di approfondimento della pur vicinissima e italianissima tv (o radio) del Canton Ticino sono di primissimo ordine, non il guazzabuglio inverecondo cui ci tocca assistere ogni sera. Quando sono terminati il telespettatore ne sa un po’ di più sull’argomento, ha le idee un po’ più chiare.

L’altro giorno Tiziana Maiolo mi raccontava, indignata, di essere vittima di “una sorta di maccartismo” perché da quando è passata al partito di Fini nessuno osa più pubblicare un suo libro.

Costoro non si sono resi conto (credo la Maiolo) o fan finta di non rendersi conto (Vespa) degli enormi vantaggi professionali di cui hanno goduto nei sedici anni di regime berlusconiano.

In questi lunghissimi sedici anni, una vita, nel Lazzaretto ci sono stati altri.

Quelli che hanno conservato quel tanto di dignità e di rispetto di sé per non appecoronarsi ai piedi di un padrone, fosse di destra o di sinistra.

Quelli che hanno partecipato a questo infame gioco delle sudditanze incrociate, mortificando tutti gli altri, non hanno ora il diritto di piagnucolare, meravigliarsi e scandalizzarsi se qualcuno esasperato da sedici anni di regime (il fascismo durò solo quattro anni di più) li insulta per via.

domenica 22 agosto 2010

“Cari Berlusconi e Previti, siete querelanti o delinquenti?”


di Massimo Fini

L’Italia è proprio un curioso Paese. Privo, oltre a tutto il resto, di memoria, soprattutto nella sua classe dirigente, politica, intellettuale e giornalistica, come dimostra anche il turibolante e totalitario elogio funebre tributato a Francesco Cossiga pur risalendo le sue malefatte a epoca relativamente recente e quasi tutti vivi i testimoni del tempo. Adesso che è in ballo il tinello del presidente della Camera tutti, non solo i “finiani”, ma anche i giornali di sinistra, compreso il nostro, “scoprono” il colossale raggiro che Silvio Berlusconi, in combutta con Previti, operò, nei primi anni ’70, ai danni della marchesina Annamaria Casati Stampa scippandole, per un tozzo di pane, la villa di Arcore (3500 metri quadrati), i Tintoretto, i Tiepolo, i Luini che la arredavano, un parco di un milione di metri quadrati e un immenso terreno di 2.466.000 (due milioni quattrocento sessanta sei mila) metri quadrati nel comune di Cusago. Di tutte le nefandezze attribuite a Berlusconi questa è, dal punto di vista morale, la più ripugnante e grave. Qui infatti non ci troviamo di fronte a un imprenditore che pur di mandare avanti la sua azienda si muove ai limiti della legalità e ogni tanto li oltrepassa, unge le ruote, paga qualche mazzetta ai finanzieri, gonfia le fatture per sfuggire al Fisco e precostituirsi fondi neri e magari, in seguito, corrompe un testimone per salvarsi dalle inchieste della magistratura, tutte cose che (corruzione di testimoni a parte, almeno spero) fanno parte di un collaudato malcostume imprenditoriale ma che sono così generalizzate ed entrate nella consuetudine della società italiana da non essere più percepite nella loro reale gravità. Qui ci sono due figuri che approfittano di una ragazza, all’inizio della vicenda minorenne, diventata improvvisamente orfana di padre e di madre nel più traumatico dei modi. Al marchese Casati Stampa piaceva infatti guardare la bella moglie mentre se la faceva con dei giovani amanti. Ma un giorno, nel 1970, il gioco pericoloso gli sfuggì di mano. La donna si innamorò di uno di questi amanti occasionali e il marchese, pazzo di gelosia, uccise la moglie, il giovane e poi si suicidò. Per sfuggire all’enorme scandalo e ritrovare un po’ di serenità Annamaria riparò in Brasile. E così Previti, che della giovane era stato protutore, e Berlusconi ebbero mano libera.

L’inchiesta di “Gente”

MA LA COSA curiosa, diciamo così, è che la vicenda della villa di Arcore e annessi era nota e pubblica già nel novembre 1994. L’aveva raccontata e documentata, in modo accuratissimo, un coraggioso giornalista di Gente (per la verità sarebbe spettato a cronisti di altro tipo di giornale fare inchieste di questo genere), Giovanni Ruggeri, che le “vispe Terese” di oggi non hanno nemmeno la buona creanza di ricordare, in un capitolo del suo libro (“Gli affari del Presidente”) intitolato “Il grande imbroglio”. Solo l’Espresso riprese la vicenda. Berlusconi, allora presidente del Consiglio, non mosse orecchia. E non la muoverà mai (lo aveva fatto preventivamente quando La Notte, intervistando Ruggeri, aveva dato alcune anticipazioni, con una telefonata minacciosa al direttore, Piero Giorgianni, urlandogli: «Io la riduco in povertà». E Giorgianni aveva risposto: «Non può, presidente. Sono già povero»). Previti, ministro della Difesa, aveva annunciato una querela. Poi tutto era caduto nel dimenticatoio. Fui io, sei mesi dopo, a riportare a galla la vicenda della villa di Arcore quando mi capitò fra le mani per caso, il libro di Ruggeri (in genere non sono appassionato di questo tipo di pubblicistica) e lessi quella sconvolgente storia. Scrissi un fondo, sull'Indipendente, intitolato «Cari Berlusconi e Previti, siete querelanti o delinquenti?» (L'Indipendente, 5/6/1994. L’articolo, se interessa, è disponibile nel mio ultimo libro "Senz’anima", del maggio di quest’anno). Vi raccontavo per filo e per segno la storia, riprendendola da Ruggeri, e chiedevo a Berlusconi e Previti se avessero querelato il collega che li aveva così infamati (in realtà sapevo benissimo che non l’avevano fatto) perché “la cittadinanza non può essere lasciata nel dubbio che un ex presidente del Consiglio, candidato a ridiventarlo, e un ex ministro della Difesa siano dei truffatori, dei delinquenti, dei criminali di diritto comune. Aspettiamo fiduciosi una risposta”. Berlusconi, al solito, rimase silente. Previti pure. Scrissi un secondo fondo ripetendo la domanda. Previti rispose con un fax contorto e ingarbugliato, dove, giocando sui gerundi, non faceva capire se avesse o no proposto querela. Infine a un mio terzo fondo, tirato per i capelli e solo in quel momento (erano passati sei mesi dalla pubblicazione del libro) si decise ad agire contro Ruggeri, contro L’Espresso e contro di me. Ma non con una querela penale con cui da che mondo è mondo (pardon: fino ad allora) si tutela la propria reputazione e che vuole l'accertamento della verità dei fatti, ma con un’azione civile di danno per diffamazione dove il focus è soprattutto sul danno e anche un ladro chiamato ladro può essere danneggiato se ciò è avvenuto “in termini non continenti”.

Così vuole la nostra legge. Il Tribunale civile di Roma, con sentenza del 3/12/1999, assolse Ruggeri e L’Espresso avendo ritenuto il giudice, Franca Mangano, “non contestabile la sostanziale veridicità, quantomeno putativa” dei fatti raccontati dal Ruggeri. Condannò invece me argomentando che poiché la querela è un diritto, e non un dovere, del cittadino, non potevo trarre dalla sua mancata proposizione da parte di Previti (e implicitamente di Berlusconi) le conclusioni che ne avevo tratto.

La battaglia giudiziaria

IO AVEVO le mani legate perché ero stato condannato, sia pur con una motivazione abbastanza bizzarra (non potevo trarre conclusioni che lo stesso Tribunale riteneva veritiere). Mi stupì però che L’Espresso, che aveva vinto la causa e di quella importanza, non la cavalcasse e rimanesse in silenzio. In quanto a Ruggeri era stato intimidito a tal punto che scrisse un comunicato in cui diffidava chiunque dal fare riferimento al suo libro. Il che è, a dir poco, singolare. Del resto lo stesso Ruggeri mi aveva raccontato che quando aveva parlato con la Casati Stampa – che nel frattempo aveva sposato un Donà delle Rose e si era rifatta una vita in Brasile – le era parsa molto timorosa. Aveva paura dei due. Soprattutto di Previti. E la sua testimonianza per rogatoria, resa in Appello, è piena di “non ricordo” assai strani e al limite della reticenza. Io ho fatto appello. Ed è cominciata una lunghissima causa, durata dieci anni, che mi è costata tempo, fatica, denaro, stress, senza che nessun giornale o politico d’opposizione mi venisse di rincalzo, lasciandomi solo in questa battaglia. Finché la Corte d’Appello di Roma, con sentenza dell’8 ottobre 2008, mi ha assolto avendo ritenuto legittime le domande che avevo posto a Previti e Berlusconi perché di interesse pubblico.

Adesso arrivano gli “ante marcia” del dopo, categoria storica in Italia, e “scoprono” la storia della villa di Arcore. Ho detto, all’inizio, che questo è un Paese che, nella sua classe dirigente, è senza memoria. Non è esatto. Politici e giornalisti dimenticano o ricordano a seconda di comodo, convenienza, momento. Che non è un bel modo di fare politica. E tantomeno del buon giornalismo.

giovedì 19 agosto 2010

La leggenda del picconatore


di Massimo Fini

Che Francesco Cossiga sia stato “il picconatore” della Prima Repubblica, come han titolato ieri tutti i giornali, di destra e di sinistra, è una leggenda metropolitana che non si capisce come si sia potuta creare. Se “picconò” mai qualcosa fra il 1990 e il 1992, quando era Capo dello Stato, fu proprio quello che allora veniva chiamato “il nuovo che avanza”: la Lega, la Rete, Leoluca Orlando, Mani Pulite.

La telefonata a Miglio

PRIMA delle elezioni del 1990, violando ogni regola di imparzialità imposta dalla sua carica, attaccò pesantemente la Lega allora agli albori e qualche mese dopo definì i leghisti “criminali”. Inaudita è la telefonata intimidatoria che fece a Gianfranco Miglio, il principale consigliere di Bossi, come qualcuno ricorderà, il 26 maggio 1990, pochi giorni dopo le elezioni, e che lo stesso Miglio ha raccontato in un libro: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). E Miglio così proseguiva: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo, avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”. Cossiga non ha mai querelato Miglio per queste affermazioni gravissime che denunciavano atti (la telefonata intimidatoria con i suoi corollari) che andavano ben oltre la violazione clamorosa del galateo istituzionale ma che non possono essere definiti altrimenti che criminali e che non hanno precedenti, nella pur nebulosa storia dell’Italia repubblicana e che in qualsiasi altro Paese avrebbero provocato l’avvio immediato di un procedimento di impeachment. Ma gli scricchiolanti partiti della Prima Repubblica, che stavano per essere abbattuti dai colpi di maglio della Lega e di Mani Pulite, si guardarono bene dal muovere orecchia, plaudirono anzi alle iniziative antileghiste e anti-magistratura così come oggi altri partiti, diversi nei nomi ma non nella sostanza, e le più alte cariche dello Stato lo beatificano come “Padre della Patria” e definiscono “insigne costituzionalista” un uomo che ha sistematicamente violato, e nei modi più gravi, la Costituzione (sia detto di passata: docente di Diritto Costituzionale Francesco Cossiga non ha mai scritto un rigo in materia se non, nel 1950, una nota sulla Rassegna di diritto pubblico che conteneva un clamoroso errore sulle attribuzioni dei Pubblici ministeri e nel 1969, fatto credo unico , il Consiglio di Facoltà dell’Università di Sassari, su richiesta degli studenti, gli revocò la cattedra dopo che il futuro “Presidente emerito” era stato bocciato due volte agli esami per diventare ordinario, per salvarlo gli inventarono una cattedra di “Diritto costituzionale regionale”).

Il grande difensore

IN COMPENSO, se picconava “il nuovo che avanza”, Cossiga difese fino all’ultimo i socialisti che dell’ancien régime e delle sue sozzure, delle sue tangenti, delle sue prevaricazioni erano considerati l’emblema. “Perché li difende?” gli chiesi una volta che mi aveva invitato al Quirinale dolendosi per alcune critiche che gli avevo mosso. “Oh bella – rispose – perché i socialisti difendono me”. Che non mi sembra un bel modo di ragionare per un Presidente della Repubblica. Del resto nella Prima Repubblica, e proprio nel suo centro, la Democrazia Cristiana, aveva fatto tutto il suo “cursus honorum”. Lui stesso ammise, in un momento di rara lucidità, di essere “un puro prodotto dell’oligarchia”. Forse l’averlo confuso con un “picconatore” deriva dal fatto che negli ultimi due anni del suo settennato si mise a insultare, nel modo più gratuito e sguaiato, uomini politici e non, con cui aveva vecchie e nuove ruggini personali: “piccolo uomo e traditore” (il dc Onorato), “cappone” (il dc Galloni), “zombie con i baffi” (il pds Occhetto), “poveretto” (il dc Flamigni), “analfabeta di ritorno” (il dc Zolla), “mascalzone, piccolo e scemo” (il dc Cabras), “cialtrone e gran figlio di puttana” (Wallis, caporedattore della Reuter) e, infine, un onnicomprensivo “accozzaglia di zombie e di superzombie” appioppato all'intero Parlamento. Da allora si aprirono le cateratte e furono una serie di messaggi trasversali,cifrati, allusivi, intimidatori, secondo il suo miglior stile. Ricattò il governo con una grottesca e inapplicabile “autosospensione”, minacciò undici volte le dimensioni, minacciò una crisi perché due parlamentari si erano permessi di concedere un’intervista a La Repubblica, giornale a lui sgradito. Finito il suo mandato si sperò che di Francesco Cossiga non si sarebbe sentito parlare più. E invece ha continuato a mestare, a mandare messaggi trasversali, a creare partitini (l'Udr, l'Upr, l'Associazione XX settembre, il Trifoglio) che otterranno sempre percentuali di albumina, senza però dismettere mai quell’aria di arrogante superiorità che non si capisce bene su che si fondasse se non sul suo delirio narcisistico che tutto riportava a sé, tutto riferiva a sé, come se il mondo intero ruotasse intorno alla sua augusta persona.

È stato un vecchio mal vissuto. E noi non saremo così ipocriti da scrivere ora, perché è morto, cose diverse da quelle che scrivevamo quando era vivo.

mercoledì 27 gennaio 2010

Quando erano giustizialisti


di Massimo Fini


Il Giornale di Vittorio Feltri e Libero di Maurizio Belpietro stanno conducendo una forsennata campagna d’aggressione ad Antonio Di Pietro accusato, sulla base di un dossier, di essere un uomo della Cia per cui, di fatto, le inchieste di Mani Pulite furono pilotate dagli americani.
Il sottinteso è che Tangentopoli non è mai esistita e che quelle inchieste non furono fatte per fini di giustizia ma per togliere di mezzo un certo numero di partiti politici. Tesi quanto mai in voga in un periodo in cui con le celebrazioni di Bettino Craxi si vuole liquidare definitivamente la stagione di Mani Pulite.
Il dossier ha tutta l’aria di essere una bufala e tale lo considera persino Fabrizio Cicchitto che pure di Di Pietro è un feroce avversario. Del resto non si capisce che interesse avrebbero avuto gli americani a far fuori partiti storicamente atlantisti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri) a favore di forze anti Usa quale la Lega di allora e il Pci, che pur essendo totalmente compromesso col sistema delle tangenti, come proprio la magistratura accertò, ne uscì meno malconcio.
La cosa curiosa è che Feltri e Belpietro allora direttore e vice dell’Indipendente furono, nel biennio 1992-94, i più assatanati fan di Di Pietro, che chiamavano affettuosamente Tonino, i più convinti sostenitori di Mani Pulite e i più “giustizialisti”, chiamando Craxi “il cinghialone”, dando così alle legittime inchieste dei magistrati il sapore di una “caccia sadica” e contribuendo a creare quel clima che poi porterà all’indegno linciaggio, a colpi di monetine, davanti all’hotel Raphael e all’inseguimento di Gianni De Michelis per le calli di Venezia. Accanendosi anche sui figli del leader socialista. Pubblicando, tutti goduti, la fotografia del segretario di Forlani, Enzo Carra, in manette.
Quando andarono a lavorare per Il Giornale di Berlusconi, inquisito a sua volta, i due divennero “garantisti” a 24 carati. Ma se si tratta di Di Pietro ritornano ad essere quello che sono sempre stati: dei forcaioli.
Ma ammettiamo, per ipotesi, che Di Pietro fosse un agente al servizio della Cia. Di Pietro era solo uno dei pm di Mani Pulite, il più visibile perché il suo capo, Borrelli, aveva deciso che sarebbe stato lui a sostenere in udienza le accuse del “pool” contando proprio su quella sua naivitè contadina che restituiva alle cose il loro nome di fronte al linguaggio da Azzaccagarbugli dei politici; i ladri tornavano ad essere chiamati ladri.
Quindi oltre a Di Pietro c’erano nel “pool” di Milano, Borrelli, Davigo, la Boccassini, Colombo, magistrati di prim’ordine con conoscenze tecnico-giuridiche molto superiori a quelle di “Tonino” che nelle inchieste portò soprattutto la sua enorme energia.
Tutti agenti della Cia anche loro? E i giudici che in sede di rinvio a giudizio, di sentenze di primo, di secondo grado, di Cassazione, avallarono le inchieste del pool? Tutti agenti della Cia anche loro? E le decine, le centinaia di piccoli e medi imprenditori che andarono a confessare di essere stati taglieggiati, su ogni appalto, dai partiti? Anche loro facevano parte del “complotto” organizzato dagli americani?
Non importa, oggi la favola convenuta, di cui Feltri e Belpietro si fanno vessilliferi, è che Tangentopoli non è mai esistita, fu solo una macchinazione DI QUALCUNO, n’importe pas (vedere americani, servizi, comunisti) in combutta con una magistratura corrotta.
Che gli infami non erano i ladri “eccellenti”, ma i magistrati che osarono inquisirli e condannarli.
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