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mercoledì 3 novembre 2010

In frantumi il patto con gli italiani


LUIGI LA SPINA

La fine del ventennio berlusconiano nella storia d’Italia è confermata, con una insistenza ormai quotidiana, dalla testimonianza più autorevole e diretta, quella di Silvio Berlusconi. Da quando è scoppiato lo «scandalo Ruby», le giustificazioni con le quali il presidente del Consiglio tenta di spiegare i suoi comportamenti dimostrano la fondamentale crisi di quello che è stato uno straordinario comunicatore e un grande interprete degli umori prevalenti nel Paese. Colui che ne ha rappresentato, con la massima spregiudicatezza, ma anche con la massima efficacia, sia la voglia di modernità, sia la fiducia nel futuro.

Quando, in un’Italia angustiata dalle difficoltà economiche, dalla disoccupazione giovanile, da una paralisi decisionale e legislativa impressionante, il premier rivendica uno «stile di vita» che cozza così clamorosamente con la sensibilità generale, vuol dire che si è rotto il legame più forte che lo ha identificato con i sentimenti della grande maggioranza degli italiani. Quando definisce un «atto di solidarietà», quello manifestato nei riguardi di una escort minorenne, clandestina e accusata di furto, non comprende di ferire milioni di donne che nel nostro Paese faticano a trovare un lavoro onesto.

Quando ripete una vecchia e squallida battuta sugli omosessuali non si accorge di un mondo che è cambiato rispetto ai suoi giovanili anni della metà del secolo scorso.

Anche la seconda e, forse, ancor più importante ragione del forte legame con la maggioranza dei moderati italiani, la convinzione della miracolistica capacità di Berlusconi di risolvere problemi che si trascinano nel nostro Paese da decenni, appare drammaticamente delusa, proprio in questi giorni. Basti pensare ai cumuli di immondizie sulle vie di Napoli che smentiscono clamorosamente le sue assicurazioni sui tempi rapidissimi di una soluzione del «caso rifiuti». Con l’aggravante di una poco onorevole ritirata rispetto alle proteste locali, davanti alle quali si era proclamata una fermezza governativa ben presto abbandonata.

E’ ancora di ieri, poi, la sconcertante ammissione dell’amministratore delegato dell’Alitalia, Rocco Sabelli, relativa all’inevitabilità di una fusione con Air France. Alla faccia dell’annunciato altro «miracolo» berlusconiano, la salvezza, peraltro a caro prezzo, dell’italianità della compagnia aerea nazionale. Così come appare indeciso e timoroso l’atteggiamento del governo nei confronti delle urgenze sulla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, a cominciare dalla linea dell’Alta velocità Torino-Lione.

Ecco perché, nonostante le apparenze, la crisi del berlusconismo non è provocata dalle inchieste giudiziarie sul suo conto. Né, confermando le apparenze, dall’efficacia dell’azione delle opposizioni. Ma nasce dalla fondamentale rottura tra il Cavaliere e la sensibilità di una parte importante dei moderati italiani. Proprio quella parte che vorrebbe rappresentare Fini, ma che il presidente della Camera teme di irritare se mostrasse di voler uscire dal recinto del centro-destra.

Così, una normale evoluzione del sistema politico che dovrebbe sancire il passaggio dalla cosiddetta seconda Repubblica a una fase nuova, anche se per ora indistinta, è bloccata da una serie di insopportabili tatticismi che rischiano di provocare una vera e propria crisi istituzionale. Un presidente del Consiglio come Berlusconi, com’è evidente, non si dimetterà, se non costretto da un voto di sfiducia parlamentare. Il leader di «Futuro e libertà» cerca di evitare d’apparire come il traditore del centrodestra, in odiosa combutta con la sinistra. Bersani esita a presentare una mozione che potrebbe mettere in imbarazzo il presidente della Camera. I parlamentari del Pdl, consapevoli dell’inconsistenza di un partito che esiste solo in quanto esiste Berlusconi, temono che la caduta del premier non possa lasciare superstiti fra di loro e giudicano più rischiosa la dissociazione dal premier che la resistenza, anche oltre ogni limite di dignità.

Con il mondo che guarda sbigottito, e non più sprezzantemente divertito, le cronache della nostra cosiddetta politica nazionale, bisogna porre fine a questi piccoli, ma pericolosi giochi di interdizioni reciproche, di furbizie personali, di calcoli di convenienze partitiche. L’opposizione, a cominciare dalla forza determinante, il Pd, faccia fino in fondo il suo mestiere, presentando, se davvero non ha paura di un’eventuale prova elettorale, una mozione di sfiducia. Fini, se pensa di poter interpretare i sentimenti di una parte non piccola dei moderati italiani, dimostri il coraggio della coerenza e la capacità di sfidare accuse e insinuazioni. I parlamentari del Pdl sappiano scegliere se credere più in se stessi o in Berlusconi. Quelli della Lega decidano se, sull’altare di un lento e confuso processo federativo, si può sacrificare ancora l’appoggio al presidente del Consiglio.

E’ possibile, e anche probabile, che lo sbocco di una crisi di questo governo non porti a un altro ministero, in questa legislatura. Non esistono governi tecnici. Tutti, quando hanno una maggioranza in Parlamento, sono governi politici che devono avere un programma condiviso e un sostegno coeso tra i partiti che lo promuovono. Ipotesi non facile nella composizione attuale delle Camere. Ma la paralisi decisionale davanti ai gravi e urgenti problemi dell’Italia d’oggi è un rischio più grave di nuove elezioni. Se il centrosinistra è diviso, incapace di candidare un leader credibile e tale da ispirare fiducia e magari un po’ d’entusiasmo, se il centrodestra non è in grado di pensare a un altro premier che non sia l’attuale presidente del Consiglio, non è giusto che la democrazia italiana resti bloccata in attesa di tempi più favorevoli.

giovedì 28 ottobre 2010

Cartellino giallo al governo


LUIGI LA SPINA

Le cifre possono sembrare modeste: per la Torino-Lione si tratta di un taglio di 9 milioni sui 671 stanziati; per la linea del Brennero la sforbiciata è più consistente, perché riduce il finanziamento di circa un quinto. La punizione dell’Europa per i ritardi e le inadempienze dell’Italia sulle grandi opere del trasporto ferroviario non è tale da compromettere, almeno per ora, la realizzazione dei progetti.

Ma la gravità della mossa attuata dalla Commissione sta nel segnale che ha voluto trasmettere, prefigurando lo spettro di una colossale beffa ai nostri danni: il possibile trasferimento dei soldi promessi al nostro Paese ad altre nazioni europee più pronte ad utilizzarli nei loro territori.

Dopo decenni di sostanziale blocco nella costruzione di importanti infrastrutture, l’Italia ha finalmente l’occasione di inserirsi in una grande rete di sviluppo del trasporto delle merci che dovrebbe aprire l’Europa a una nuova fase del mercato internazionale nell’era della globalizzazione. Con il contributo determinante di fondi Ue, il Nord-Ovest e il Piemonte occidentale, in special modo, potrebbe uscire dall’isolamento commerciale che rischia di strozzare il futuro della sua economia e il Nord-Est potrebbe ritornare al ruolo che, per secoli, ha esercitato, cioè quello di costituire la principale porta di comunicazione con l’Europa orientale.

Purtroppo, l’ipotesi del fallimento di questo aggancio italiano all’ultima carrozza di questo treno in partenza, per usare una metafora che, in questo caso, è molto vicina alla realtà, è tutt’altro che scongiurata, perché sull’Alta velocità Torino-Lione, ma anche sulla linea del Brennero, sembrano concentrarsi simbolicamente i tre fondamentali mali d’Italia: l’impossibilità di progettare opere con un’ottica di medio-lungo periodo, la confusione delle responsabilità decisionali, i tempi delle realizzazioni, drammaticamente in ritardo rispetto alla velocità necessaria nel mondo attuale.

La precarietà e l’instabilità che caratterizzano la vita di tutti i governi, anche quelli che, sulla carta, possono vantare maggioranze parlamentari ampie, riducono costantemente la politica a un raggio d’azione molto limitato, perché i vantaggi, in termini di consenso elettorale, si devono raggiungere immediatamente. Alla tradizionale miopia degli obiettivi si è aggiunta una paralisi decisionale che, negli ultimi anni, ha assunto livelli drammatici e persino farseschi. Alla vigilia di una trasformazione federalista del nostro Stato, di cui sono ancora oscuri quali saranno gli effetti concreti, l’intreccio delle competenze tra Stato, Regioni, Comuni, autorità di controllo, magistratura amministrativa, comitati più o meno spontanei, è tale da costituire un ottimo alibi per evitare l’individuazione delle responsabilità. I poteri di veto, formali o sostanziali, sono talmente estesi e incontrollabili che la fondamentale regola della democrazia, cioè il rispetto della maggioranza, è vanificata. Poiché il boicottaggio sistematico operato da qualsiasi minoranza, sia in forme violente sia in quelle della resistenza passiva, riesce sempre a prevalere.

Corollario inevitabile dei primi due mali è il terzo, quello forse più preoccupante: l’Italia è ormai fuori dal ritmo dei tempi. Il segnale che l’Europa ci ha inviato ieri è, in realtà, un ultimatum proprio su questo tema. Non bastano le dichiarazioni di principio, anche quelle solennemente sancite nelle aule parlamentari, senza l’armonizzazione dei nostri orologi con quelli di tutto il mondo. E’ vero che riusciamo a decidere solo sotto l’urgenza di problemi pressanti, che fatichiamo a decidere e, quindi, lo facciamo poco e male. Ma il peccato più grave è l’intollerabile ritardo che rende inutile e, magari controproducente, anche quel poco che riusciamo a fare.

Alla tradizionale ed emblematica incapacità italiana di realizzare le grandi infrastrutture si aggiunge, infine, l’aggravante di una chiara convenienza, questa sì contingente, della nostra economia in questo momento di crisi. Si parla troppo spesso delle difficoltà delle nostre aziende a esportare i loro prodotti, sia per le ragioni di cambio, sia per quelle dei costi. Ma forse andrebbe rivolta più attenzione alla domanda interna, perché se non ripartono i consumi, la ripresa nel nostro paese sarà sempre precaria ed esposta a troppe variabili internazionali. A questo fine, il volano delle grandi opere potrebbe offrire un grande contributo. Come sarebbe importante garantire ai nostri territori del Nord maggiori vantaggi competitivi per attirare investimenti dall’estero, perché la rapidità del trasporto è un fattore decisivo nell’allocazione degli impianti produttivi.

Ecco perché, se proprio i nostri politici non riescono ad alzare la testa e a guardare al futuro dell’Italia nei prossimi cinquant’anni, la tengano pure abbassata. Purché aprano gli occhi.

venerdì 23 luglio 2010

Un paese senza politica industriale


LUIGI LA SPINA

L’esercizio è semplice, ma l’effetto è impressionante. Basta accostare due notizie, registrate da tutti i giornali negli ultimi giorni. La prima, in ordine di tempo, si riferisce al rapporto Svimez 2010 sull’economia del nostro Mezzogiorno, dove si segnala addirittura il rischio di «una estinzione» dell’industria nel Sud. La seconda, di ieri, riporta le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nelle quali si annunciano, da Detroit, il passo decisivo e obbligato dell’azienda sulla via dell’internazionalizzazione e la scelta di spostare in Serbia la costruzione della nuova monovolume, in un primo momento prevista a Mirafiori.

Il drammatico allarme del più importante istituto di analisi economico-sociale sulla condizione delle nostre regioni meridionali e la cruda chiarezza con cui Marchionne esprime scetticismo sulle garanzie che negli stabilimenti italiani si possano ottenere per attuare progetti di investimento così impegnativi hanno suscitato nella classe politica e in quella sindacale del nostro Paese reazioni sconcertanti. Da una parte, deprecazioni generiche all’insegna di un meridionalismo sempre più vecchio e senza idee.

Dall’altra, minacce, barricadiere nei toni e vane nella sostanza, contro le regole della competitività e dei mercati internazionali e proposte di liturgici tavoli di discussione.

La debolezza di queste risposte al significato complessivo delle due notizie è sconfortante, per almeno due ragioni. La sproporzione rispetto al pericolo di un forte declino dell’industrializzazione italiana e, quindi, di una sostanziale emarginazione di quella che figura ancora come settima potenza dell’economia mondiale dal futuro vertice dei Paesi più sviluppati del ventunesimo secolo. La sorpresa per due annunci che non sono affatto «due fulmini a ciel sereno», ma sono gli esiti, purtroppo largamenti previsti, di fenomeni che, in Italia, si manifestano non da anni, ma da decenni.

E’ da decenni, infatti, che i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi non hanno avvertito la gravità della crisi e che, perciò, non hanno lanciato un vero piano straordinario di politica industriale. L’unico progetto con il quale, concentrando tutte le risorse del Paese, si possa sperare di restare a far parte dell’élite economica del mondo. L’unico modo, al di là di astratti, confusi e velleitari piani di riconversione delle vocazioni fondamentali dell’Italia, con il quale si possa assicurare il futuro ai nostri giovani.

Nel recente e non solo recente passato i governi hanno diviso la questione industriale in Italia, separando, di fatto, l’attenzione e le terapie tra la condizione del Nord e quella del Sud. Nel Settentrione, si è pensato di compensare le difficoltà delle grandi aziende per competere sui mercati internazionali con il modello della piccola manifattura che si è sviluppato nel Nord-Est. Un sistema fondato su presupposti economici, sociali, finanziari che non poteva reggere davanti alla crisi dei mercati esteri e alla concorrenza delle condizioni di lavoro nei Paesi meno evoluti.

P
er il Mezzogiorno si è oscillato, invece, tra due convinzioni, in realtà senza applicare nessuna delle due con la minima coerenza. Alcuni hanno teorizzato che la migliore scelta fosse quella di non fare nulla. I risparmi ottenuti, rispetto alle onerose politiche di incentivi e di assistenza, avrebbero potuto consentire al Nord una più rapida crescita e, quindi, trainare anche il Sud verso un progresso economico più sano e più indipendente. Altri hanno invocato, invece, una specie di ritorno al passato, alla «gloriosa» epoca della Cassa del Mezzogiorno e dell’Iri, al massiccio intervento dello Stato. I risultati dell’intreccio casuale di queste due linee di politica economica sono evidenti: mentre in altre zone depresse d’Europa, come l’Irlanda, il Sud della Spagna, l’Est della Germania, le distanze con le regioni più sviluppate si sono accorciate o addirittura annullate, il nostro Mezzogiorno è nella condizione tragica denunciata, appunto, dall’ultimo rapporto Svimez. Un piano straordinario di politica industriale dovrebbe puntare sulle tre emergenze che impediscono all’Italia di essere un Paese attrattivo per gli investitori stranieri: una giustizia civile meno insopportabilmente lunga, una burocrazia meno asfissiante, una legislazione del lavoro più moderna. Il ministro Tremonti, a parte la balzana idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, ha avanzato, per la verità, alcune proposte interessanti in merito, individuando il vero motivo per cui sia le famose «lenzuolate» di Bersani, sia il tanto propagandato «piano casa» di Berlusconi si siano risolti in un sostanziale fallimento: «gli interessi di settori riescono a bloccare tutto», ha ammesso.

Ecco perché solo una eccezionale mobilitazione bipartisan, provocata dalla consapevolezza del rischio che corre l’Italia in questo momento, potrebbe sconfiggere le resistenze corporative. Non c’è bisogno di calcare i toni dell’allarme sul futuro dell’industria nel nostro Paese, perché la situazione è persino troppo evidente. Né di eccedere in pessimismo, perché il nostro futuro non è scontato. E neanche di esibire qualche gesto simbolico. Ma se, a quasi tre mesi di distanza dalle dimissioni di Scajola, si trovasse anche un ministro dell’Industria non sarebbe male.

sabato 17 luglio 2010

I giudici e il peso del rinvio


Le sentenze dei magistrati si rispettano, ma si possono commentare. La decisione dei giudici amministrativi sulle elezioni regionali in Piemonte ha innescato, per la felicità dei giuristi, una ridda di interpretazioni e di pareri contrastanti. Per il comune cittadino, invece, la reazione, di sorpresa e di sconcerto, è stata abbastanza comune. Di fronte a due litiganti, ci si aspetta un verdetto che dia ragione o all’uno o all’altro. Al contrario, davanti a due strade, i giudici del Tar ne hanno individuato non solo una terza, persino una quarta e una quinta. Dalla giustizia si chiede la riduzione delle tesi contrastanti in una sola verità. Come si può non esprimere un sentimento di perplessità, quando da una camera di consiglio nasce una moltiplicazione delle ipotesi? A tutela del lettore, e magari anche dell’autore, è bene evitare di scendere in dettagli giuridico-amministrativi che, una volta e chissà perché, si attribuivano alle propensioni contorte di menti bizantine. Ma con qualche azzardo, il mestiere impone di tentare una semplificazione.

Contro la vittoria del leghista Cota, alla Regione Piemonte, erano stati presentati ricorsi per quattro liste a lui collegate. Respinto quello sui «Verdi-Verdi», i giudici hanno sospeso la decisione per la lista «Pensionati per Cota», in attesa del processo penale. Hanno ordinato, invece, il riconteggio dei voti per due liste, «Consumatori» e «Al centro con Scanderebech», considerandole presentate in modo irregolare. Il buon senso del cittadino, benché già un po’ provato, potrebbe a questo punto sentirsi meglio, nell’ipotesi che tutto si possa risolvere con una, sia pure faticosa, operazione aritmetica: se Cota risulta vincitore anche senza i voti delle due liste, ma con quelli espressi alla sua persona, quale candidato collegato alle liste incriminate, il verdetto viene confermato; altrimenti avrà vinto la sua competitrice, Mercedes Bresso. Troppo facile: la legge prevede che basti la croce su una lista, per contare quel voto anche per il candidato presidente di quella coalizione elettorale. Poiché non è ammessa ignoranza, se non c’è una esplicita volontà di dare il cosiddetto voto disgiunto, le intenzioni del cittadino devono essere rispettate anche in questo caso.

Ancora troppo facile: la presentazione di liste irregolari, hanno sentenziato i giudici, altera la composizione dell’intero consiglio regionale. Allora, penserebbe il sempre sbalordito cittadino, quei magistrati hanno deciso di far tornare i piemontesi alle urne? No. Non è detto: tutto è demandato a una prossima udienza e a un futuro di ricorsi, appelli, sospensive, rinvii... E’ vero che il sospetto è l’anticamera del peccato, ma, come ricorda uno che di peccati e di sospetti se ne intende, Giulio Andreotti, molte volte ci si azzecca. Non sarà che i nostri giudici abbiano voluto evitare di prendersi la responsabilità di una scelta chiara, di accollarsi il peso di un verdetto che avrebbe indignato sicuramente il cinquanta per cento degli elettori? Una domanda forse maliziosa, ma che rivela anche l’illusione di potersi sottrarre all’ingrato compito: quella responsabilità, infatti, cacciata dalla finestra, rientra dalla porta. E’ la responsabilità di provocare, in un momento già difficile, una confusa situazione di ingovernabilità, di impotenza decisionale, di polemica e di tensione politica intollerabile. E queste conseguenze sono più gravi di quelle che avrebbe suscitato una scelta netta e comprensibile a tutti.

Si parla spesso di una magistratura messa sotto accusa dalla politica per motivi strumentali. Molti giudici si lamentano del mancato rispetto nei loro confronti. Ma, in alcuni casi, sono i magistrati stessi a intaccare la loro credibilità e la loro autorevolezza. Quando, come ha efficacemente scritto sulla Stampa di ieri il professor Carlo Federico Grosso, adottano comportamenti che ledono la loro immagine di imparzialità. Ma anche quando non sentono l’urgenza e il dovere di assumersi la loro «coscienza di responsabilitità
».



giovedì 30 luglio 2009

Federalismo all'italiana - un paradosso


30/7/2009
LUIGI LA SPINA


Dicono che bisogna essere ottimisti a tutti i costi. Allora, prendiamo la situazione dall’unico effetto positivo. La polemica sull’identità italiana, esplosa per le tentazioni sul «partito del Sud», per le provocazioni leghiste sulla scuola, per le esitazioni sui finanziamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, hanno finalmente fatto uscire dall’ipocrisia, dalla reticenza, dall’ambiguità una questione fondamentale per il nostro Paese: come sia difficile e pieno di rischi l’esperimento di costruire uno Stato federale con un processo contrario a quello normale. Cioè, non per aggregazione, ma per disaggregazione.

Tranne qualche rara eccezione, infatti, il riconoscimento di comuni interessi o il desiderio di rafforzare le difese contro un nemico lontano hanno indotto Stati o regioni a stringersi in un patto federale. Così è stata, in Europa, l’esperienza della Germania o della Svizzera. Così si è costituito il maggiore Stato federale del mondo, gli Stati Uniti d’America.

Molto raramente la strada è stata percorsa al contrario. Si potrebbe citare, forse, l’esempio della Spagna post-franchista, se il paragone con l’Italia non fosse inficiato, tra l’altro, da una differenza fondamentale: il paese iberico è stato unificato alla fine del XV secolo in un impero tra i più potenti del mondo, il nostro festeggia, appunto, solo i 150 di vita.

Così, questo arduo passaggio da uno stato centralista a una struttura federale è ulteriormente complicato dall’evidente fragilità di una coscienza nazionale illanguidita nella popolazione e sostanzialmente assente nella classe politica a cui è toccato in sorte di condurre questa trasformazione. Tramontati i partiti di ispirazione risorgimentale, già sopravvissuti stentatamente dopo la seconda guerra mondiale in una posizione di estrema minoranza, si sono estinti anche quelli che avevano costruito l’Italia repubblicana: i democristiani, i comunisti, i socialisti. Gli eredi, in realtà, non sentono la costituzione dell’Italia come elemento fondante della loro ragione sociale: il partito di Berlusconi ne ha utilizzato il nome soprattutto per l’effetto di aggregazione emotiva dei suoi militanti, da tifo calcistico. Il Pd sventola il tricolore perché è l’unica bandiera che unifica quella rossa, ormai impresentabile, e quella scudocrociata, ormai dimenticata.

La realtà italiana d’oggi, nel processo federalista, può essere riassunta molto semplicemente: la sinistra si è sostanzialmente messa fuori gioco, attraverso una lotta intestina per la leadership che la sta emarginando da qualsiasi vera e sensibile influenza sulla politica nazionale. Sulla scena, allora, conduce la danza la Lega, con una abile strategia di avanzate provocatorie e di ritirate opportunistiche. Il Pdl reagisce debolmente all’azione leghista, con il rischio di una spaccatura interna tra nord e sud che la mediazione di Berlusconi fatica sempre di più a mascherare.

Il partito di Bossi, con una certa lucidità strategica, bisogna ammetterlo, punta a scardinare i capisaldi fondamentali sui quali, nei fatti, è stata costruito lo Stato italiano in questi 150 anni di esistenza: l’esercito, la scuola pubblica, la lingua. Tutti sanno, per esperienza o per un minimo di conoscenza storica, che quel poco o tanto di coscienza nazionale esistente nel nostro paese è stato ottenuto dalla leva militare obbligatoria, dalla riforma crociana e gentiliana dell’istruzione e dalla Tv. La prima ha ibridato, per la prima volta nel secolo scorso, i nostri giovani su tutto il territorio. La seconda ha unito le culture localistiche in una retorica unitaria. La terza è stata capace di estendere l’italiano alla grande maggioranza dei cittadini.

Non è casuale, allora, che le offensive leghiste si concentrino su questi tre campi. Con la negazione di un ruolo internazionale del nostro esercito, con il tentativo di regionalizzare la scuola, con il desiderio di imporre, nella tv pubblica, una riscrittura della storia in chiave antiunitaria.

Quello che più colpisce, di fronte allafiacca reazione, è la confusione intellettuale, l’incertezza morale e politica di chi, almeno a parole, dice di non condividere questo piano disgregativo. Dopo la proposta leghista di un ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan, anche l’accenno di Berlusconi alla necessità di una exit strategy, se non afferma una ovvietà, può essere considerato un sintomo di questo atteggiamento difensivo e sostanzialmente cedevole. Ma l’ultimo esempio, quello più clamoroso, è la risposta della Gelmini sull’emendamento leghista proposto in commissione sulla scuola. Esclusa, per fortuna, la follia del test di dialetto per gli insegnanti, il ministro si dichiara, però, sostanzialmente favorevole a una specie di regionalizzazione dei professori. Il responsabile dell’istruzione pubblica dovrebbe apprezzare, invece, il valore di uno scambio culturale e umano tra allievo e docente provenienti da parti diverse del nostro Paese. Anzi, se non ci fossero evidenti problemi economici e familiari, andrebbe scoraggiata e non incentivata l’assimilazione regionalistica di chi sta sulla cattedra e di chi sta sotto. In tempi di crescente immigrazione multietnica, è davvero deprimente dover parlare ancora di accenti diversi nel pronunciare la nostra lingua. Perché nella scuola italiana, come sappiamo tutti, il problema è la qualità degli insegnanti, non il loro luogo di nascita.

sabato 6 giugno 2009

Referendum su quattro leader





6/6/2009
LUIGI LA SPINA


Un brivido di nostalgia colpirà, forse, molti italiani domani sera, quando guarderanno la tv per conoscere i risultati del voto: è possibile che tutti i principali leader del nostro teatro politico si possano dichiarare soddisfatti.

E come ai (bei?) tempi della prima Repubblica, si possano proclamare vincitori. Così, la notte dell’elettore sarà agitata da sogni confusi e turbata dai dubbi. In teoria, la partita è relativamente semplice. Oggi e domani si dovrà eleggere il Parlamento Europeo e sono previste parziali elezioni amministrative. In pratica, si tratta di un anomalo e scorretto referendum su almeno quattro leader italiani. Una specie di sondaggio, ma con regole così diverse da quelle che sono stabilite nelle elezioni politiche da rendere abbastanza infondato il test e sostanzialmente abusive le conclusioni che se ne trarranno.

Il «nocciolo» di questa intricata consultazione è, invece, abbastanza chiaro. Si dovrà giudicare se il voto popolare costituirà, per Berlusconi, quel trionfo plebiscitario che, nelle sue intime speranze e nelle sue pubbliche previsioni, lo assolverà dalle accuse, grandi e piccole, che in campagna elettorale gli sono piovute addosso, dentro e fuori le nostre frontiere. Se Franceschini avrà salvato il Pd dal naufragio, ad appena un anno e mezzo dalla nascita di questo partito. Se Bossi avrà così rafforzato la sua presenza nel Nord d’Italia da spostare nel CentroSud il vero baricentro del «Popolo della libertà». Infine, se Di Pietro raccoglierà solo la transeunte onda del voto di protesta, sempre alla ricerca di uno scoglio sul quale raccogliersi, o se la sua trasversale caccia all’elettore smarrito potrà consentirgli di costruire un inedito modello di opposizione diversa.

A queste quattro fondamentali domande è difficile che la notte di domani offra risposte affidabili. Innanzi tutto, per il carattere europeo dell’unica consultazione che si svolge omogeneamente in tutto il territorio nazionale. A meno di clamorose sorprese, lo scarto tra la percentuale degli italiani che sarà andata a votare per queste elezioni e quella che normalmente si registra nelle politiche sarà tale da indebolire un confronto valido. Perché la mobilitazione alle urne degli elettorati, nei vari partiti, è molto diversa secondo la «natura» del voto e, quindi, una ripartizione proporzionale degli astenuti è statisticamente scorretta.

Per complicare i ragionamenti, già abbastanza complicati, che i nostri leader sfoggeranno domani sera per giustificare una vittoria collettiva, ci sono due «varianti». Il primo utile depistaggio per deviare l’attenzione su argomenti più favorevoli all’esito che si auspica è il voto amministrativo. E’ vero che si tratta di un test parziale, ma è anche vero che sono in ballo Province e Comuni cospicui come numero di abitanti e significativi dal punto di vista politico. Dove, peraltro, la vicinanza dei candidati e dei problemi locali rispetto agli elettori acuisce l’interesse per una prevedibile più sollecita corsa alle urne. Basti pensare al verdetto sulla Provincia di Torino, una delle ultime roccaforti del centrosinistra al Nord. O al tentativo di un clamoroso assalto del centrodestra ai presidi «rossi» dell’Italia di mezzo, come il Comune di Firenze. Con la scappatoia, se anche qui non si avessero esiti confortanti, di rinviare la condanna ai ballottaggi, quel traguardo finale che solo tra due settimane consentirà bilanci definitivi.

C’è poi la questione delle preferenze. Il paradosso è che agli italiani sarà consentita questa indicazione dei candidati preferiti proprio nella consultazione dove meno tengono a esercitare tale facoltà. Le circoscrizioni europee, infatti, sono così ampie che, al di là dei capilista, ma non sempre, i nomi sono spesso sconosciuti da un elettore a cui mancano, di fatto, i minimi indizi affidabili per poter fare una scelta che non sia simile a quella che si compie sui numeri del lotto. Ma su questa caratteristica ha puntato Berlusconi per lanciare una sfida «milionaria» ai suoi oppositori «esterni» e competitori «interni». Presentandosi come capolista in tutt’Italia, ha fissato in un numero variabile di suffragi personali, che passano, secondo le dichiarazioni, da cinque a quattro o a tre milioni, la prova schiacciante che la grandissima maggioranza dei concittadini gli tributa fiducia e simpatia in queste travagliate settimane. Ecco perché anche il gioco delle preferenze consentirà, almeno per il presidente del Consiglio, un test sul quale misurarsi.

La confusione aumenterà, infine, perché sull’esempio delle preferenze per il premier, nessuno ha fissato l’asticella per valutare la sconfitta o la vittoria. Né il termine di confronto più significativo, se sia quello omogeneo al tipo di elezione, le ultime europee del 2004, o quello più vicino nel tempo, le politiche dell’anno scorso. Ancor più conveniente potrebbe essere il paragone con i sondaggi. Se si prevede il peggio, basterà proclamarsi soddisfatti per l’«ampio recupero sulle previsioni». Quelle sì, davvero sicure, perché spesso si dichiarano solo dopo che si è conosciuto il risultato.

martedì 28 aprile 2009

Gli orfani del 25 Aprile


28/4/2009
LUIGI LA SPINA

Non facciamo gli ipocriti. Non è vero che, dopo la celebrazione, a partiti unificati, della festa del 25 Aprile, il compiacimento sia generale e tutti sprizzino soddisfazione.

I sentimenti, quelli sinceri di gran parte dei militanti e di gran parte della classe dirigente del Pd come del Pdl sono altri: delusione, stizza e, in molti casi, la sensazione di aver subito una sconfitta.

A sinistra, Franceschini viene accusato di una colpevole ingenuità, quella di avere offerto su un piatto d’argento l’occasione a Berlusconi per un’altra «furbata»: lo scippo dell’unica festa veramente ed esclusivamente identitaria del centrosinistra italiano, quella che, ancora, lasciava una fetta dell’attuale maggioranza fuori dal perimetro dei fondatori e ispiratori della nostra Repubblica. Il segretario Pd, sempre secondo i suoi critici all’interno del partito, prevedeva, da parte del premier, la persistenza del rifiuto a partecipare a quella celebrazione e, quindi, l’opportunità di sfruttare un forte argomento polemico in campagna elettorale. Quando Berlusconi, invece, ha deciso di intervenire alla festa della Liberazione, la mossa di Franceschini si è rivelata un clamoroso boomerang.

La cosa curiosa è che, anche a destra, gli umori sono simili. La partecipazione dei leader Pdl a quella festa è vista come un cedimento all’opportunismo, uno sgradevole prezzo pagato per l’accreditamento politico e morale di Berlusconi come candidato al Quirinale e custode proprio di quella Costituzione di cui gli odiati comunisti furono tra i progenitori. Boccone ancor più amaro da digerire è, poi, il riconoscimento della Resistenza e dei suoi valori come elemento costitutivo e ispiratore della nostra Repubblica.

Altrettanto curiosa e unificante è la speranza segreta che riesce a consolare, sia la destra sia la sinistra, in questi momenti. Per i militanti della prima, l’attesa è quella di superare in fretta il fastidioso pedaggio dell’avvenuto ossequio formale, per depotenziare questa ricorrenza fino a mandarla in soffitta, tra le vecchie bandiere e le vecchie medaglie dimenticate e impolverate. Possibilmente cambiandogli addirittura il nome, per confonderlo con uno più gradito. Per i simpatizzanti della seconda, la presunta gaffe di Franceschini sarà presto superata, quando la strumentalità dell’adesione di Berlusconi sarà contraddetta da comportamenti ed iniziative che riveleranno i veri sentimenti del premier nei confronti del 25 Aprile. Insomma, cova in tutti e due gli schieramenti l’ansia di dimostrare che si può tranquillamente tornare indietro, a quei posti che assicuravano così comode identità distintive e così comode occasioni di polemica politica e di scontro ideologico.

Invece, no. In politica, quello che conta non sono le intenzioni, le mosse strumentali, i retropensieri, ma i fatti compiuti. Quando Fini è passato dal ritenere Mussolini «il più grande statista del Novecento» a considerare l’antifascismo un valore obbligatorio per aderire alla democrazia italiana, molti erano i dubbi, le ironie, i sospetti, dentro e fuori An. Tutte impressioni fallaci: era partito un tragitto irreversibile, certo accidentato, ma senza ritorno, come lo sono tutte le profonde revisioni della propria storia politica e personale. Un percorso che ha portato anche La Russa, ministro della Difesa, a inchinarsi davanti alla Resistenza e alla festa della Liberazione dai fascisti e dai nazisti.

Quando, molti anni fa, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, ammise di sentirsi più sicuro all’ombra della Nato, ci furono analoghi dubbi, sospetti, ironie. Eppure, quello fu il punto di partenza che trasformò un partito che, in molte sue parti, era rimasto filosovietico, antidemocratico e antioccidentale, nella sezione italiana della socialdemocrazia europea. Sarebbe più rassicurante, certo, che le truppe avversarie rimanessero sui vecchi fronti e che le caserme dei nostri rimanessero sempre là, dove il rifugio è sicuro. Poi, per fortuna, e magari senza calcolare le conseguenze, magari senza intravedere il punto d’arrivo, i protagonisti della storia spezzano tabù e scompigliano il gioco. Lo fanno per un calcolo contingente, per astuzia, magari per viltà o per azzardo. Ma quello che dicono e che fanno resta e non possono più tornare indietro.

L’«ingenuità» di Franceschini ha prodotto un risultato importante. La fermezza del Capo dello Stato, nel ribadire che i principi della Costituzione sono irrinunciabili per garantire il rispetto della democrazia nel nostro Paese e che la lotta antifascista è l’esperienza fondante della nostra Repubblica, ha molto contato per arrivare alla condivisione della festa. La rinuncia di Berlusconi a un suo lungo atteggiamento di distacco e di freddezza, rispetto all’anniversario della Liberazione, va apprezzata per quello che significa non per i motivi, presunti o reali, di tale scelta.

Prendere sul serio quello che si dice e quello che si fa non è da sciocchi ottimisti, ma sottintende una pretesa esigente: la verifica della coerenza da parte dei protagonisti. Chi pensa o spera in una facile palinodia delle parole o degli atteggiamenti non considera che la forza dei fatti è destinata a vincere sempre, anche contro la volontà degli uomini.

lunedì 23 marzo 2009

La carta di Fini

21/3/2009
LUIGI LA SPINA

L’unione tra Alleanza nazionale e Forza Italia costituisce sicuramente un fatto positivo per la nostra democrazia. Non tanto perché sia un’ulteriore tappa verso la semplificazione del sistema politico italiano: rispetto ai taumaturgici effetti dell’ingegneria elettorale e costituzionale, occorre sempre manifestare una sana diffidenza. Ma per un motivo più semplice e un’osservazione più realistica: tra gli elettori dei due partiti una sostanziale unificazione è già avvenuta da tempo e, quindi, perpetuare una divisione dirigenziale sarebbe solo un inutile tentativo di autoconservazione dei grandi e piccoli gruppi di potere. Questa presa d’atto, però, non deve far compiere l’errore di sottovalutare l’interesse per le imprevedibili conseguenze del nuovo assetto nel centrodestra italiano. Perché nulla è scontato, tranne l’attuale indiscutibile leadership di Berlusconi.

A partire dalla fallace tesi di chi pensa che ammettere l’inesistenza di una diarchia con Fini equivalga ad ammettere che An stia confluendo in Forza Italia. L’evoluzione dell’area politica destinata a raccogliere la rappresentanza dell’Italia moderata e conservatrice che parte, oggi, dall’ultimo congresso di un partito nato a metà del secolo scorso, non terminerà certamente la prossima settimana, con la celebrazione della nascita del «Popolo della libertà». Le ultime mosse del presidente della Camera, infatti, hanno confermato una sua scelta strategica: quella di chiudere l’epoca della ricerca del «delfinato» rispetto a Berlusconi, come se Fini potesse limitarsi a raccogliere l’eredità del presidente del Consiglio. Una fase che, se davvero è esistita, da tempo si è compiuta nella pratica dimostrazione di un fallimento. Con l’unità tra i due partiti più grossi del centrodestra italiano si è aperta una sfida più ambiziosa. Quella di chi non si limita a portare nel nuovo partito l’orgoglio del proprio passato, di chi non vuole entrarci deponendo le armi. Ma di chi, anzi, presume di possederne migliori per vincere la competizione del futuro.

Non ci si deve aspettare, perciò, che Fini, durante questa legislatura, ingaggi una battaglia di logoramento, di punzecchiature, di prese di distanza nei confronti di Berlusconi. Coloro che, soprattutto nella sinistra italiana, pensano di trovare nel presidente della Camera un alleato, una «quinta colonna» dell’opposizione, si illudono o fingono di illudersi. Coloro che, nello schieramento di maggioranza, temono tradimenti politici e agguati parlamentari rischiano di non vedere, tra il fumo delle scaramucce quotidiane, il fuoco della futura decisiva battaglia. Il progetto di Fini è un altro e si basa su una fondamentale convinzione: quella di una superiorità «ideologica» dei valori da sempre sostenuti dal suo partito rispetto al pragmatismo aziendalista del presidente del Consiglio. La crisi, prima finanziaria e poi economica, che il mondo sta drammaticamente vivendo in questi giorni, infatti, sembra aver riportato alla ribalta, con una verniciatura più seducente, alcune tradizionali convinzioni della destra italiana.

Quella, per esempio, che il ruolo dello Stato conservi un’importanza fondamentale, sia come motore di sviluppo, sia come garanzia di una efficace e indispensabile rete di protezione per i cittadini. Ecco perché la difesa delle sue istituzioni, delle sue regole e, persino, di alcune prassi parlamentari, da parte di Fini, non deriva solo dal rispetto del ruolo che attualmente ricopre. Ma dalla certezza che, nei prossimi anni, solo chi avrà puntato al rafforzamento della centralità dello Stato nella vita pubblica sarà legittimato a guidarne le sorti. La scommessa di Fini, prima sulla futura egemonia culturale e, poi, su quella politica nei confronti dell’area di centrodestra, non punta solo sull’insperata resurrezione di alcuni «temi forti» del suo passato partitico. Ma sulla speranza di aver intuito alcune trasformazioni profonde del moderatismo italiano, come l’inarrestabile secolarizzazione modernizzante di quell’elettorato, che resta conservatore in economia e in politica, ma che non lo è più nel costume privato e pubblico. Il tentativo di non seguire il tradizionale ossequio berlusconiano per le posizioni delle gerarchie vaticane, con un laicismo non antireligioso, ma non dissimulato, dimostra proprio la sua volontà di cogliere questo mutamento e di rappresentarlo politicamente. Oggi, dunque, non si apre un congresso che dovrà stabilire chi comanderà nel nuovo partito unificato, perché i cittadini che hanno votato il centrodestra lo hanno già deciso. Né a chi andrà l’eredità di Berlusconi, perché quella personale è, sicuramente, un fatto di sangue e quella politica è, probabilmente, non trasmissibile. La vera competizione, nel centrodestra, è tra chi, anche senza cannocchiale, avrà visto meglio il nostro futuro.