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mercoledì 15 dicembre 2010

Un giorno buio


di Antonio Padellaro

Questo martedì 14 dicembre, che in tanti aspettavano come l’inizio di una fine, sarà ricordato come una giornata buia, disperante dove il peggio ha dato il peggio di sé.

Due immagini.

Tre membri del Parlamento, transfughi dal centrosinistra che attendono l’ultimo momento dell’ultima conta nell’aula di Montecitorio per far valere il peso decisivo del loro sì al governo. Così che il presidente del Consiglio possa misurarne il cospicuo valore (in tutti sensi), e generosamente ricambiare.

Intanto, non lontano dal Palazzo sordi boati annunciano battaglia. Dalla gigantesca e pacifica manifestazione degli studenti si staccano le nutrite milizie della guerriglia urbana e si scontrano con la polizia in tenuta antisommossa (che quasi impreparata a sostenere l’urto reagisce con altrettanta violenza).

Per ore, nel centro della Capitale, scene come non si vedevano dalla fine degli anni Settanta, dagli anni di piombo appunto. Chiariamo subito.

Nessuna indulgenza con chi fracassa, devasta e appicca incendi. Ma qualcosa deve farci riflettere.

C’è una rabbia generazionale che sta attraversando l’Europa: Atene, Londra e adesso Roma. Una reazione alle politiche restrittive dei governi che viene da lontano, ma che diventa furiosa davanti alla ottusa indifferenza delle cosiddette classi dirigenti, concentrate solo sull’autoconservazione del potere.

La rivolta era probabilmente premeditata, ma la scintilla scocca quando dalla Camera giunge notizia della fiducia strappata per un pugno di voti e con un pugno alla decenza.

Lo schifo per una politica che si prostituisce a chi offre di più non può essere un alibi per i teppisti, ma spiega una realtà.

L’Italia è attraversata da fortissime tensioni (sociali, umane) che le masse studentesche interpretano con la mutevolezza dei vent’anni. E se la finta allegria dei cortei si trasfigura nell’odio e se il sorriso nel grido, le ferme condanne servono a poco. Qualcuno pensa davvero di rispondere all’emergenza di un paese che ha sempre meno soldi e tanto meno futuro con un governo incapace, con una maggioranza raccattata, con un premier impresentabile? La prossima volta chi manderanno incontro alle masse sempre più incazzate? Scilipoti?

martedì 7 dicembre 2010

Un mondo capovolto


di Antonio Padellaro

Il danno peggiore del berlusconismo va misurato sugli appetiti dei piccoli uomini che bivaccano alla corte del padrone.

Grande è l’arroganza che rende loro intollerabile “di non avere quello che gli pare ragionevole, ed ogni cosa gli pare ragionevole che gli viene in desiderio” (Guicciardini).

Prendiamo la Rai, un tempo la più grande industria culturale del Paese che le scorribande rapaci di partiti, clan e massonerie hanno ridotto a tempio del bunga-bunga e delle Bonev. Eppure, miracolosamente, da quel giacimento di talenti e dedizione che ancora sopravvive nel servizio pubblico sono nati prodotti di eccellenza televisiva e di boom di ascolti come Annozero e Vieni via con me.

Ebbene, solo nella triste Rai dei Masi poteva capitare che i protagonisti di questi indiscutibili successi fossero puniti con la sospensione dagli incarichi, anticamera del licenziamento in tronco.

È successo a Michele Santoro. Succede a Loris Mazzetti. Al dirigente responsabile del programma di Fazio e Saviano, allievo di Enzo Biagi e pilastro di Raitre vengono contestati gli articoli sul Fatto e frasi come: “Bisogna lasciare la Rai a chi sa fare il mestiere della tv”, giudicate dal sinedrio di viale Mazzini “lesive dell’immagine dell’azienda nonché del suo Direttore generale”.

In realtà, ciò che lede in modo irrimediabile l’immagine non certo sfavillante di Masi e compagnia è che mentre si tenta di processare Mazzetti con accuse ridicole non si batte ciglio davanti al caso davvero macroscopico delle note spese del direttore Minzolini. Malgrado un corposo e imbarazzante fascicolo giaccia presso il Cda Rai, come afferma in maniera circostanziata il consigliere di opposizione Rizzo Nervo.

Di che meravigliarsi? Questo vertice Rai non è forse al servizio di quel potere assoluto che nel corso di un quindicennio ha sovvertito regole e valori punendo gli onesti e premiando i colpevoli? E quegli “obblighi di diligenza, correttezza e buona fede” così assurdamente contestati a un funzionario che si è esposto per difendere la sua azienda, non dovrebbero essere invece rinfacciati al Direttore generale? Dov’è la diligenza, dov’è la correttezza, dov’è la buona fede in chi non spreca una parola di elogio per chi ha meritato e chiude gli occhi davanti agli scandali?

mercoledì 1 dicembre 2010

Dentro e fuori


di Antonio Padellaro

Dentro c’è un governo asserragliato nell’aula di Montecitorio per uno strano rito propiziatorio. Riesce a far votare una brutta legge sull’Università quando ha già un piede nella fossa. Anche se tra due settimane strappasse uno straccio di fiducia sarebbe un misero governicchio, tenuto in vita finché ai suoi nemici per la pelle, i finiani, starà bene così. Sarà un’agonia e forse non ci sarà il tempo per approvarla anche al Senato la brutta legge che porta la firma di un ministro, Gelmini, che non riuscì neppure a laurearsi decentemente.

Fuori ci sono gli studenti. Migliaia e migliaia in ogni città e in tutte le città. Li abbiamo visti in televisione e non avevano le facce dei “provocatori e dei massimalisti” (parole del povero Cicchitto sopravvissuto a se stesso). Sembravano ragazzi e ragazze come se ne vedono tanti, come i nostri figli o i nostri nipoti. A Roma marciavano verso il Palazzo del governo asserragliato cantando la loro rabbia.

Dentro c’è un mondo finito. Lo sanno anche Berlusconi e la sua corte. Volti grifagni e avvizziti resi maschere da un eccesso di coloranti. Eccoli che scappano e si nascondono dentro le berline lampeggianti sotto la pioggia. Resisteranno circondati da escort e ruffiani e faranno ancora danni. Ma il loro tempo è scaduto.

Fuori c’è una generazione a cui hanno detto: voi non contate niente. E se siete maschi trovatevi un padrino che vi protegga. E se siete femmine, e un po’ carine, trovatevi un marito ricco. Ieri, quei ragazzi gridavano: ci avete tolto il futuro ma ce lo riprenderemo. Sono saliti sui tetti nel gelo delle notti per annunciare: voi avete il potere ma noi siamo troppi e abbiamo vent’anni. E infatti ritorneranno. E saranno di più.

martedì 16 novembre 2010

A PROPOSITO DI FELTRI E D’AVANZO


di Antonio Padellaro

Considero le beghe tra giornalisti un genere deteriore e di scarso interesse per i lettori, ma l’essere stato trascinato “nell’Italietta del quieto vivere”, che “assolve Feltri e la sua ‘macchina del fango’” (Giuseppe D’Avanzo su Repubblica di domenica 14 novembre) mi costringe a una qualche replica.

Conosco Vittorio Feltri da una vita, da quando, cioè, entrambi giovani redattori del Corriere della Sera ci trovammo schierati su fronti opposti ai tempi della direzione di Alberto Cavallari.

Assieme a colleghi come Ferruccio de Bortoli, Antonio Ferrari, Marzio Breda, Maurizio Chierici, Roberto Martinelli, Alfonso Madeo, per citarne solo alcuni, ci trovammo a difendere la direzione di un grande giornalista e di un grande galantuomo che aveva risollevato il Corriere dal fango della P2 su esplicita richiesta del capo dello Stato Sandro Pertini, ma trovandosi contro l’allora potentissimo Bettino Craxi.

Pur di cacciare Cavallari, Feltri e i manipoli craxiani non esitarono a scatenare la guerra civile nella stanze di via Solferino, fino a quando, nell’84, dopo tre anni di calvario Cavallari fu costretto ad andarsene sostituito da Piero Ostellino in un tripudio di garofani.

Fu una pagina drammatica e cruciale per il giornalismo italiano che prefigurò quella sottomissione dell’informazione ai potentati di ogni risma e colore, oggi sotto gli occhi di tutti. Ma a quei tempi, forse, D’Avanzo, ignaro, muoveva i primi passi nei commissariati di polizia.

Da allora tutto mi ha diviso da Feltri e non poteva essere diversamente avendo egli deciso di mettersi al servizio degli interessi di Silvio Berlusconi tutto sacrificando sull’altare del padrone: anche quel talentaccio che è difficile non riconoscergli.

MI RIPUGNA tuttavia, che per qualsiasi ragione al mondo a qualcuno venga impedito di esprimere le proprie pur malsane idee. Questo ho detto quando sono stato interpellato sulla sospensione inflitta al direttore del Giornale dall’Ordine dei giornalisti per aver calunniato Dino Boffo sulla base di un’informativa spacciata per vera e poi rivelatasi falsa.

Come ha scritto su queste pagine Pino Corrias “che si possa lontanamente risarcire quella porcata con l’imposizione del silenzio può venire in mente solo a un tribunale di blanda inquisizione”.

Trovo che se scriviamo delle mascalzonate il discredito presso i lettori e i rigori della legge, niente affatto tenera con i calunniatori, bastino e avanzino. Avrei potuto blandire l’Ordine dei giornalisti davanti al quale sarò condotto lunedì prossimo con l’accusa di avere “danneggiato” nientedimeno, “la reputazione e la dignità” di Augusto Minzolini a proposito dell’indagine avviata nei confronti del direttore del Tg1 dalla Procura di Trani. Reati spaventosi (l’aver scritto che era indagato per concussione mentre lo era per rivelazione di segreto, notizia subito corretta) da cui mi difenderò rispettando un obbligo che non condivido.

Per D’Avanzo che per così poco mi ha insultato inserendomi in una “policroma assemblea di Tartufi” (non il tubero ma persone che nascondono sentimenti immorali sotto un’apparenza di onestà), un paio di osservazioni.

La prima. Feltri si mostra per quello che è. Scrive spesso cose orrende ma almeno non pontifica in continuazione e non si ritiene depositario del Verbo. Non attacca il direttore di un altro giornale solo perché quel giornale toglie copie a quello che gli paga lo stipendio. Ciò secondo lo stile scarsamente elegante di una casa, il cui solo dotato di un pizzico di autoironia è il padrone Carlo De Benedetti (il cui libro-intervista con Paolo Guzzanti per qualche irriverenza sui Soloni di Repubblica non a caso si è meritato su quel quotidiano una recensione di sei righe sei). Infine, il pessimo Feltri non propina ai lettori articolesse di vasta metratura spesso non distinguibili l’una dall’altra (abitudine che richiederebbe, questa sì, un deciso intervento dell’Ordine).

SECONDA considerazione. D’Avanzo tuona e fa bene, contro la “macchina del fango” attivata da Feltri e dai suoi epigoni ma dimentica una circostanza altrettanto fangosa che lo riguarda. Quando nel maggio 2008 Marco Travaglio osò ricordare in tv a Che tempo che fa che Renato Schifani, appena eletto presidente del Senato, con la benevola astensione del Pd “aveva avuto amicizie e rapporti con signori che poi sono stati condannati per mafia”, D’Avanzo lo attaccò con tre articoli su Repubblica accusandolo di seminare l’“antipolitica” e di fare del “cattivo giornalismo” che “indebolisce le istituzioni”. Poi buttò là - citando un avvocato - che Travaglio, in vacanza in Sicilia, si era fatto pagare l’albergo dal costruttore Aiello, nel frattempo condannato per reati di mafia. Travaglio dimostrò poi di non aver mai conosciuto Aiello e, ricevute alla mano, di essersi sempre pagato le vacanze fino all’ultimo euro. Ma D’Avanzo non gli chiese mai scusa per quelle gravissime insinuazioni. Né si scusò con i suoi lettori quando il Tribunale di Torino stabilì che Travaglio, denunciato per danni da Schifani, aveva detto la pura verità sui suoi rapporti con uomini di mafia.

Insomma: chi è il Tartufo? Chi è che fabbrica fango?

lunedì 8 novembre 2010

Le risposte di Fini


di Antonio Padellaro

Per sancire, sul serio, la fine della Seconda Repubblica imperniata su Berlusconi e sul berlusconismo (come annunciato dai suoi colonnelli) oggi, a Perugia, Gianfranco Fini non potrà evitare due questioni essenziali. La prima riguarda l’attuale premier, il caso Ruby e il comune senso della decenza politica. “Chi fa certe cose non può restare a Palazzo Chigi”, ha dichiarato il leader pd Bersani uscendo finalmente dal riserbo sugli scandali sessuali di B. Sui convogli di ragazze reclutate per i piaceri del satrapo ci ride appresso il mondo intero: una realtà che la terza carica dello Stato non potrà liquidare tanto facilmente. Rivolgendosi a una platea formata soprattutto da giovani, come potrà Fini confermare l’appoggio a un governo guidato da un siffatto personaggio?

Fini non potrà neppure evitare di rispondere all’accusa di complicità che i berluscones gli rinfacciano riguardo a tutte le leggi (comprese quelle ad personam) da lui votate, sempre, nel quindicennio trascorso. È apprezzabile che non voglia più farlo. Ma non basta. Dica di aver sbagliato e si faccia promotore di un’iniziativa parlamentare per abrogare le più nefaste. Infine: se intende chiudere con il passato potrà restare Fini presidente della Camera? Lasciare quella poltrona alla mercè del nemico in rotta potrebbe essere un errore politico. Ma un grande gesto simbolico.

giovedì 4 novembre 2010

Fermare lo sconcio


di Antonio Padellaro

II racconto (pubblicato ieri dal Fatto) dei carabinieri costretti a proteggere interi convogli di ragazze ospiti del presidente del Consiglio non è passato sotto silenzio.

Da Di Pietro a D’Alema, ci sono le reazioni di una politica ancora capace di indignarsi per un uso così vergognoso dei difensori dello Stato, ridotti “a fare i tassisti durante i festini”.

Parole dure anche dai sindacati di Polizia che l’uso privato delle scorte hanno da tempo denunciato e che ora ritengono non più tollerabile dopo quanto riferito dai colleghi dell’Arma.

In un paese normale non si sarebbe mai arrivati a tanto: a conoscenza di un uso così disinvolto di uomini e mezzi adibiti a così bassi servizi, immediatamente gli organi amministrativi e i comandi preposti avrebbero messo fine allo scandalo dei carabinieri utilizzati come guardia spalle delle “signorine” del premier.

Nell’Italia del bunga bunga può invece accadere il contrario: che, cioè, si apra la caccia a chi ha trovato il coraggio di raccontare lo sconcio, magari per tappargli la bocca con un bel comunicato di smentita.

Ci auguriamo che tutti coloro che si ergono a difensori delle forze dell’ordine, a cominciare dal ministro della Difesa La Russa, sappiano dare le risposte adeguate. Non dimenticando mai il tributo di sangue versato dagli uomini e dalle donne delle scorte per la difesa della legalità.

Nel momento in cui si taglia la sicurezza ad alcuni magistrati siciliani e calabresi, per presunte esigenze di bilancio, non è possibile un uso così umiliante di risorse per il divertimento dei potenti.

Infine, bene ha fatto il Copasir, l’organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti, a chiedere l’audizione di Berlusconi. La sicurezza di un premier e, quindi, dell’istituzione che egli rappresenta, può anche dipendere dai possibili ricatti derivanti da certe frequentazioni. Per esempio, col mondo della prostituzione.

martedì 2 novembre 2010

L’eroe che non c’è


di Antonio Padellaro

Se non l’ha già letto c’è un libro che consigliamo a Gianfranco Fini. S’intitola Anatomia di un istante, lo ha scritto Javier Cercas e racconta il tentativo di colpo di Stato in Spagna del febbraio 1981 che ebbe come protagonista il famoso colonnello Tejero.

Ma al di là della vicenda drammatica e ricostruita in modo appassionante, c’è un passaggio che potrebbe far riflettere il presidente della Camera in un momento cruciale per il futuro del Paese.

Citando il filosofo Enzensberger, l’autore ricorda che accanto all’eroe classico del trionfo e della conquista, c’è un eroe moderno, “che è l’eroe della rinuncia, incline a contenersi e a smantellare”.

Il primo “raggiunge l’apoteosi imponendo le proprie posizioni; il secondo abbandonandole e facendosi da parte”.

Tra gli esempi di questo eroe della ritirata, che non è soltanto politico ma anche morale, Cercas cita Gorbaciov che smantellò l’Urss, il generale Jaruzelski che scongiurò l’invasione sovietica della Polonia e il premier spagnolo Suarez, allevato dal franchismo, che nei fatti narrati assume un ruolo che sarà decisivo per la neonata democrazia spagnola.

Non sembri eccessiva l’analogia tra eventi di enorme portata storica guidati da personaggi di una grandezza tragica e il fango italiano. Ma c’è un paese, il nostro, che in questa melma sta velocemente sprofondando insieme al numero infinito di cose belle e giuste che esso contiene.

Un paese che avrebbe bisogno di un governo autorevole e capace e che, invece, assiste impotente al degradarsi della funzione pubblica ridotta a bordello. E tuttavia c’è un uomo che avrebbe il potere di impedire il disastro finale. È l’unico in grado di farlo perché l’opposizione da sola non ha i voti sufficienti.

Quest’uomo per un quindicennio ha condiviso e sostenuto un sistema di potere creato a immagine e somiglianza del capo supremo. In cambio ha ricevuto onori e incarichi. Finché si è ribellato pagando con la sua famiglia un prezzo salatissimo. È stato cacciato dal partito che aveva contribuito a fondare. È finito nel tritacarne dei dossier ma è rimasto in piedi.

Ora, la sua lunga ritirata da un mondo in decomposizione ha bisogno di un gesto finale. Che sarebbe di giustizia e di amore nei confronti di un paese che non merita altra ignominia.

Onorevole Fini non esiti, non s’impantani nei piccoli giochi politicanti, non rimandi ciò che non può più attendere. Sia all’altezza del compito che si è dato. Stacchi la spina.

lunedì 1 novembre 2010

Servitori dello Stato


di Antonio Padellaro

Se non avessimo il governo del bunga bunga, il ministro degli Interni avrebbe già provveduto a premiare con un encomio solenne quegli agenti della Questura di Milano che misero per iscritto al pm di turno l’abuso commesso in nome e per conto delle “direttive superiori”. Quelle che il 27 maggio scorso fecero sì che la minorenne di origine marocchina, nota come Ruby, fosse affidata a una privata cittadina. Ovvero, l’ex igienista dentale di Berlusconi qualificatasi non soltanto come consigliera regionale ma anche come “delegata per la Presidenza del Consiglio”.

Poiché però abbiamo il governo del bunga bunga il conseguente ministro degli Interni Maroni si è affrettato a dire che è stato “tutto regolare” e che “non risulta che ci sia stata alcuna influenza esterna”. Controfirmando subito la dubbia ricostruzione dei vertici della questura milanese. Ovvero coloro che stesero un tappeto rosso ai piedi dell’igienista dentale Minetti, delegata per la Presidenza del Consiglio, venuta a prelevare la minore accusata di furto ma autorizzata a farla franca in quanto “nipote di Mubarak”.

Se non fosse il premier del bunga bunga Berlusconi si sarebbe già dimesso. L’esposto dei benemeriti poliziotti lo mette infatti in mutande, che è poi la condizione che egli predilige. Il contenuto della conversazione telefonica del presidente del Consiglio con il capo di gabinetto della questura contiene, infatti, un discreto numero di reati. Dal falso (“conosciamo questa ragazza che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano”) all’abuso di potere (“credo che sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia”, ovvero l’igienista dentale).

Ma, poiché siamo nel paese del bunga bunga, il presidente del Consiglio proverà a propinarci tranquillamente le solite panzane, convinto che tra qualche giorno il Vaticano si sarà rabbonito (magari con la promessa di qualche altro incentivo alla scuola cattolica). Così come si sarà calmata la Marcegaglia (magari in cambio di qualche ulteriore agevolazione alle imprese). Quanto alla mozione di sfiducia minacciata dalle opposizioni unite, B. punta sull’esperienza del passato. Quando di opposizione (e tanto meno unita) se n’è vista poca. Speriamo, come sempre, in un sussulto di dignità.

venerdì 29 ottobre 2010

L’abuso


di Antonio Padellaro

Per tutto il giorno abbiamo atteso la seguente smentita.

Non è vero che un funzionario della questura di Milano ha chiesto agli agenti che interrogavano la minorenne Ruby-fermata con l’accusa di furto-di lasciarla andare via.

Non è vero che l’ordine è partito direttamente da Roma, dalla presidenza del Consiglio.

Non è vero che a questo grave abuso, palazzo Chigi, abbia aggiunto un’altrettanto grave falsificazione: sostenere che la ragazza fosse niente meno che la nipote del presidente egiziano Mubarak.

Per tutta la giornata abbiamo atteso che il premier negasse decisamente di aver avuto un ruolo in questa incredibile farsa. Di avere indotto, forte della sua autorità, alcuni funzionari dello Stato a violare la legge. E invece con la nota strafottenza di chi si considera al di sopra di ogni regola, Berlusconi ha ammesso tutto sia pure con la ridicola giustificazione del benefattore che aiuta la povera ragazzina indifesa e smarrita nella città tentacolare.

E’ perfino imbarazzante commentare le avventure erotiche di un anziano personaggio già perfettamente inquadrato da chi lo conosce bene, l’ex moglie Veronica Lario. Di cui resta memorabile la frase: “non posso stare con un uomo che frequenta minorenni, figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo”. Fatti suoi, come ha scritto Marco Travaglio a condizione che tra feste e festini non vengano commessi reati e che B. no si renda ricattabile.

Di possibili ricattatori del premier esiste ormai una lunga lista poiché l’uomo per difendere la sua imbarazzante privacy è stato costretto a promettere qualsiasi cosa. Sui reati di Berlusconi è stata scritta un’intera biblioteca, ma in questo caso, ci troviamo di fronte ad un’esibizione spudorata di illegalità.

Si è davvero superato il limite se perfino Bersani si indigna per le “singolari abitudini del Premier” e chiede di staccare la spina a un governo ridotto ormai sul marciapiede. Forse bisognava pensarci prima. Per troppo tempo una certa opposizione ha preferito, di fronte ad analoghi comportamenti inaccettabili, girare la testa con la scusa che le abitudini private del Premier erano solo fatti suoi. Adesso è chiaro a tutti che sono anche fatti nostri. Mai l’immagine di un paese era stata trascinata in questo modo nel fango.

martedì 28 settembre 2010

L’insulto di Bossi e Berlusconi pretende la resa di Fini


Dopo gli industriali anche la Chiesa dice basta Lodo Alfano, ecco le pressioni subite dalla Consulta

di Antonio Padellaro

Nella sua infinita volgarità Umberto Bossi ha almeno il merito di mostrarsi per quello che è: un caporione che si è fatto nominare ministro per meglio annettersi un pezzo d’Italia, nello sfascio generale e in un tripudio di pernacchie.

Che poi i vari Alemanno non amino essere chiamati “porci” si può capire.

Bisognava pensarci prima: dov’era il sindaco di Roma quando il presidente del Consiglio sottometteva il governo della nazione ai voleri dell’alleato padano? Dalla somma ingiuria, alla somma ipocrisia.

Parliamo della cosiddetta tregua tra il premier e il presidente della Camera che tanto appassiona i cultori del politichese di Palazzo. La storia è nota: dopo una convivenza durata un quindicennio i due, adesso, se ne dicono di tutti i colori. L’attenzione spasmodica sulla famosa casa di Montecarlo ha messo un po’ in ombra alcuni passaggi del videomessaggio di Gianfranco Fini che vale la pena rileggere. A proposito di paradisi fiscali: “E sia ben chiaro, personalmente non ho né denaro, né barche, né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato e usano queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse”.

Indovinate di chi parla? E poi, a proposito dell’intrigo monegasco: “Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona che si è avvalsa di illazioni, di insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati”.

Che Berlusconi sia inferocito dopo aver letto giudizi del genere, non meraviglia. Ed è naturale che Fini abbia tutte le ragioni per vendicarsi dopo un simile trattamento. Ma allora che razza d’intesa si può trovare in Parlamento tra due nemici che puntano all’eliminazione l’uno dell’altro? Con il Paese che va in malora, di un’altra farsa non si sentiva il bisogno.

martedì 7 settembre 2010

Il coraggio dell’uomo nero


di Antonio Padellaro

Adesso molti dicono che Gianfranco Fini ha scoperto troppo tardi chi è Berlusconi. “Sembra che abbia passato gli ultimi 15 anni su Marte”, avrebbe sibilato il Caimano che di quel quindicennio trascorso distribuendo poltrone e sottomissione conserva precisa contabilità.

Dov’era Fini quando il boss pretendeva un tappeto di trenta e più leggi vergognosamente personali o quando a Genova nei corridoi della Diaz la polizia faceva macelleria, non smetteremo certo di chiederlo. Ma se nella vita (anche in quella artificiale della politica) esiste una seconda volta che non cancella la prima ma può riscattarla, dobbiamo riconoscere che Fini ci si è buttato dentro giocandosi tutto.

Domenica sera, a Mirabello, dopo aver detto quello che si portava dentro chissà da quanto, respirava male e si toccava le tempie perché sapeva che da quei tuffi non si torna indietro. Che te la faranno pagare cara. Se pure ci ha messo quindici anni a tornare sulla terra, Fini ha dimostrato che non esistono uomini così onnipotenti da imporre a tutti per sempre l’omertà sulle proprie bassezze. Qualcuno che dica basta, che il re è nudo, prima o poi arriva sempre.

Di Berlusconi, l’ex co-fondatore ci ha raccontato quello che sapevamo, ma che mai avevamo udito sgorgare con tanta rabbiosa autenticità. Il culto malato di se stesso. L’idea stalinista che il capo non si contraddice mai. L’impunità elevata a dottrina di governo. L’infamia dei bastonatori dattilografi che non si fermano davanti a nulla.

C’interessa poco che cosa sarà il “dopo” Mirabello o quanto durerà l’agonia prima delle inevitabili elezioni. Siamo più interessati a constatare che il “prima” non tornerà più. Merito dell’uomo nero.

Se ne facciano una ragione quei dirigenti del Pd interessati piuttosto a rendere omaggio agli Schifani. Dovrebbero capirlo che il minestrone dove galleggia tutto e il contrario di tutto, don Ciotti e Gherardo Colombo ma anche i Tremonti, i Calderoli e gli ex avvocati dei mafiosi, sta diventando davvero indigesto. Le cose cambiano. Se vieni da destra o da sinistra conta di meno. La gente vuole sapere chi sei.

sabato 14 agosto 2010

ASSALTO AL COLLE


Napolitano cita la Costituzione ma il Caimano minaccia la piazza se non avrà le elezioni

di Antonio Padellaro

Non c'è da meravigliarsi se il Caimano minacci di assaltare il Colle. Gliele ha sempre cantate chiare a Napolitano. Ricordate quando, a marzo, irruppe al Quirinale con il decreto salvaliste dopo i casini combinati dal Pdl alla vigilia delle Regionali? Si parlò di avvertimenti espliciti al Capo dello Stato del tipo: se non firmi convoco una manifestazione di protesta qui di sotto. Seguirono le ovvie smentite anche perché sotto lo sciagurato provvedimento (poi invalidato da Tar e Consiglio di stato) la firma fu apposta.

Adesso i golpisti della libertà tornano alla carica. E' bastato che il presidente della Repubblica ricordasse che spetta a lui e non certo a Berlusconi sciogliere eventualmente le Camere (“indicazioni sbrigative e strumentali di chi non ha titolo”) perché la coppia Cicchitto e Gasparri tornasse ad abbaiare su mobilitazioni di piazza e anche peggio.

Napolitano non ha detto nulla di sconvolgente facendo intendere che se ci fossero i numeri dovrebbe dare disco verde a un governo tecnico o di transizione.

Ma questi qua della Costituzione se ne fregano. L’unica cosa che vogliono è liquidare la partita con Fini prima che Fini si rafforzi troppo. Se Berlusconi lo ha cacciato in quel modo non è certo per ritrovarselo kingmaker di una coalizione antiberlusconiana.

Il piano è un altro. Primo: bastonare e sputtanare il presidente della Camera su casa di Montecarlo e famiglia Tulliani. Secondo: convincere (con le buone e le cattive) quanti più deputati e senatori finiani a tornare da papi. Terzo: andare a elezioni anticipate con il cosiddetto terzo polo in grado di non nuocere.

A fermare il Caimano bisognava pensarci prima. Troppe concessioni. Troppi compromessi. Troppe firme sotto leggi che andavano rispedite al mittente. Naturale che adesso davanti a una porta chiusa lui provi a sfondarla. Fosse anche il portone del Quirinale.

mercoledì 4 agosto 2010

C’È VITA NEL PD?


Fini, Casini, Rutelli: prove di terzo polo sul caso Caliendo Berlusconi minaccia tutti e cerca le elezioni anticipate Grandi manovre ma la paura delle urne paralizza i democratici

di Antonio Padellaro

Si dice che in queste ore vari esponenti pd abbiano fatto arrivare a Berlusconi messaggi rassicuranti sulle intenzioni, diciamo così, poco bellicose del maggior partito d’opposizione. Chissà, forse impressionati da quella frase: al primo incidente si va alle urne. Non sappiamo quanto sia vera la voce, ma certamente è autentica la paura che attanaglia i vertici democratici davanti alla minaccia di elezioni anticipate.

Una situazione davvero curiosa visto che nel normale gioco della politica, con una maggioranza sfibrata da una sanguinosa scissione, sarebbe naturale per qualsiasi opposizione mettere subito all’incasso i guai altrui.

Per carità, non cadiamo dal pero. Conosciamo, come li conosce Bersani, i sondaggi che inchiodano a un malinconico 26-27 per cento quello che solo tre anni fa si autodefiniva, tra squilli di tromba, un partito a vocazione maggioritaria.

Come insegna madre Chiesa la vocazione si può anche perdere per strada, soprattutto quando dall'altra parte c’è un signore che malgrado scandali ed escort (tre alla volta stando alle ultime rivelazioni) auspica il ritorno alle urne sicuro di poter rivincere ancora.

E allora, invece di baloccarsi con ipotesi di governi Tremonti, il vertice Pd non dovrebbe più utilmente chiedersi come sia possibile che il loro partito sia l'unica forza d'opposizione in Europa a non guadagnare terreno nei confronti del governo? Di questo pessimo e disastrato governo?

sabato 17 luglio 2010

INSOPPORTABILE CASTA


di Antonio Padellaro

Come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata un’oligarchia insaziabile e abbia allagato l’intera società italiana”. Così scrivevano Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella presentando il libro che avrebbe venduto milioni di copie e il cui titolo sarebbe suonato da quel momento in poi come qualcosa di indegno e di non più sopportabile.

La Casta” è del 2007. Tre anni dopo quell’oligarchia ancora più obesa, ingorda e insaziabile spadroneggia proterva e intoccabile. E guai a chi fiata.

Come purtroppo sanno i passeggeri del volo Alitalia, da Roma a Milano, strapieno ma che non decolla finché non arriva il presidente di una squadra di calcio a cui viene consentito di far partire gli aerei di linea secondo i suoi comodi.

Chi vive a Roma ha esperienza diretta della massa di auto blu e scorte che impazzano per le strade del centro, rombanti e intimidatorie. L’altro giorno il ministro Brunetta ha confessato che l’ambaradan di lampeggianti e palette ci costa 4 miliardi l’anno (mezza Finanziaria); che diecimila sono le vetture usate dai politici; che lui stesso di auto blu ne ha sette, una naturalmente per la sua segretaria. Poi ci sono le scorte, il cui numero è un segreto custodito meglio di quello di Fatima. Adesso i sindacati di polizia esasperati dalla manovra tremontiana, che solo nella Capitale farà chiudere 19 commissariati su 38 (si chiama “ottimizzare le risorse”) qualcosa cominciano a far trapelare.

Secondo il segretario del Consap, Scajola si avvale di otto persone (a sua insaputa, probabilmente). Sono in cinque a non perdere d’occhio l’onorevole Baccini e solo quattro si dedicano all’onorevole Bricolo.

Non trattandosi di autorevoli statisti il plotone di venti uomini al seguito del presidente del Senato Schifani appare in fondo proporzionato.

Sono le insegne del potere che ad ogni sgommata sembrano dirci: noi siamo noi e voi dei poveri imbecilli che magari pagate pure le tasse. Poi c’è la casta di coloro che agiscono nell’ombra, ladri di legalità con destrezza. Chi l’avrebbe mai detto che dentro quell’incomprensibile terzo comma, lettera d dell’articolo 67 della manovra si nascondeva una losca impunità per manager bancarottieri? Magari gli stessi che si fanno superscortare, strafottenti e blindati: Rizzo e Stella si chiedevano: quand’è che gli italiani diranno basta? Bè, dall’aria che tira forse ci siamo quasi.

giovedì 8 luglio 2010

IL QUIRINALE SBAGLIA BERSAGLIO


Scudo per Napolitano, il Colle accusa il Fatto di “ambiguità”, invece di prendersela con il Pd

di Antonio Padellaro

È incredibile. Il Fatto scopre che alcuni senatori del Pd la stanno combinando grossa. Scrive che con il loro emendamento al Lodo Alfano delle impunità, per fornire al capo dello Stato uno scudo totale rispetto ai reati penali, rischiano di creare un grave imbarazzo a Napolitano. Chiede il perché di una simile iniziativa ai proponenti. Registra le opinioni opposte. Interpella il Quirinale. Il portavoce del presidente cade dalle nuvole. Scriviamo che anche a noi la cosa appare come una proposta improvvida fatta all’insaputa dell’interessato.

Il giorno dopo gli zelanti senatori Pd sono costretti a ritirare l’emendamento. Alcuni riconoscono l’errore.

Non ci aspettiamo certo ringraziamenti: abbiamo fatto solo il nostro mestiere. Ebbene, ieri mattina ci piomba addosso un irritato comunicato del Colle che accomunandoci al Giornale, che non ha perso tempo a ipotizzare chissà quali magagne presidenziali (fatti loro), ci accusa di essere “intervenuti ambiguamente sull’argomento”.

La grancassa dei Tg completa l’opera.

Sacrilegio: si è nominato il nome di Napolitano invano.

Per il Quirinale, dunque, un giornale che dà le notizie si comporta “ambiguamente”. Siamo davvero messi male. Lo abbiamo già scritto e lo ripetiamo. Se gli scribi di Palazzo concepiscono un solo tipo d’informazione, quella disponibile solo a declamare esortazioni e moniti, per quanto ci riguarda, si rassegnino. Continueremo, tranquillamente, a raccontare tutto ciò che va raccontato.

Facendo finta di essere in un Paese normale. E non in una strana Repubblica dove vige la lesa maestà.

mercoledì 7 luglio 2010

No, con questi non si tratta


Non ci troviamo più in un sistema parlamentare normale
Ma come si fa ad usare certe categorie con gente avvezza a usare leggi e istituzioni come il proprio stuoino?

di Antonio Padellaro

RINGRAZIO il senatore Ceccanti di cui conosco l’onestà intellettuale. Cercherò di rispondere alla domanda che sembra averlo guidato nel proporre con altri esponenti del gruppo Pd il disgraziato emendamento sullo scudo totale a Napolitano. Tanto disgraziato da essere stato, poi, molto opportunamente ritirato. Quando Ceccanti insiste sul tema della cosiddetta “riduzione del danno”, tocca il punto nevralgico della questione. Ciò su cui le nostre e le vostre posizioni restano incompatibili.

Ma come si fa ad usare le categorie del “male minore” e del “bene possibile” con Berlusconi e la sua banda? Con gente avvezza a usare leggi e istituzioni come il proprio stuoino?

Trasecolo quando il buon cattolico Ceccanti cita Giovanni Paolo II e l’enciclica “Evangelium Vitae” (nientemeno!) come metro per valutare l’atteggiamento dell’opposizione davanti a un provvedimento “iniquo”. Nel caso citato, la legge sull’aborto, davanti a una drammatica questione di coscienza per i credenti era giusto e doveroso esaminare le proposte mirate a limitarne gli “effetti negativi”, sempre secondo la morale cattolica. Ma che c’entra quel dibattito alto e drammatico con le vergogne che il Parlamento è costretto a trangugiare ogni giorno? E come è possibile “limitare il danno” quando il danno inferto alla Costituzione, all’etica pubblica, al decoro di un Paese, alla dignità dei cittadini, è di portata incommensurabile? Davanti alle nefandezze di chi da quindici anni cerca di prostituire la politica (e i politici) ai propri interessi (riuscendovi eccome) che senso ha arrampicarsi sui vetri per cercare un patetico compromesso? Se misurato sulla miseria del cosiddetto Lodo Alfano resterà pur sempre un compromesso miserabile.

Ciò che molti nel Pd proprio non riescono a capire è che non ci troviamo in un normale sistema parlamentare, con un governo normale a cui deve contrapporsi una normale opposizione.

Come si fa a paragonare la Banda Bassotti e l’uso personale del governo che ne fa il suo boss con la cosiddetta Prima Repubblica?

Quando mai i leader della pur contestatissima Democrazia cristiana – i Fanfani, i Moro e perfino Andreotti – hanno trasformato le Camere nel loro personale boudoir nominandovi camerieri e amanti?

Il punto, caro Ceccanti è che nel Pd (e prima ancora nei Ds) l’idea di una opposizione intransigente e senza sconti al regime del Sultano non è mai passata.

Prima, avete sottovalutato il pericolo trincerandovi dietro un ridicolo complesso di superiorità nei confronti di Berlusconi. È stato così che i vostri grandi professionisti della politica sono finiti, uno dietro l’altro, come i dieci piccoli indiani, nel sacco del dilettante di Arcore.

Poi, vi siete divisi tra chi – perso per perso – è sceso, sottobanco, a patti con il nuovo padrone. E chi, con ingenuità colpevole continua a pensare che i problemi si risolvano piantando dei gerani nella melma.

L’emendamento sullo scudo totale per il Quirinale non è purtroppo un incidente di percorso. Rappresenta piuttosto la conseguenza inevitabile di un’idea sbagliata e malata dell’opposizione. È la vostra Sindrome di Stoccolma: pensate di fare politica modificando qualche parolina agli editti del premier-padrone.

Scusa la franchezza ma continuando su questa strada, fra poco, per un numero crescente di elettori diventerete voi il danno da limitare.

venerdì 2 luglio 2010

Quando vincono i peggiori


Di Antonio Padellaro

Non è affatto un caso che nel giorno della manifestazione di Piazza Navona contro la legge bavaglio, la banda Berlusconi abbia raddoppiato lo scempio del cosiddetto Lodo Alfano: uno scudo totale, oltre che per il capo dello Stato, per il premier e i suoi ministri con la sospensione dei processi iniziati prima di assumere l’incarico.

Un’assoluta vergogna a cui, ne siamo certi, al momento opportuno Napolitano saprà sottrarsi. Né deve destare meraviglia l’esultanza con la quale il Pdl ha accolto la condanna in appello per reati di mafia a “soli” sette anni di Marcello Dell’Utri. E neppure può sorprendere l’insistenza del suddetto senatore, fresco di sentenza, nel definire “eroe” il boss Mangano.

Questa, lo sappiamo bene, è gente pericolosa che esercita il potere come una gang organizzata. Ma di una cosa bisogna dargli atto: che non si nascondono.

Non dimentichiamo mai che l’Italia, nazione allegra, piacevole, culla di civiltà, di poeti, scienziati, navigatori eccetera, ha inventato il fascismo. E che lo ha esportato con successo in Europa.

Quasi un secolo dopo, il nostro vivace Paese sta sperimentando una forma avanzata di gangsterismo politico. Non si spiegherebbe altrimenti la sfrontata protervia con cui gli uomini del capo si comportano inneggiando a Cosa Nostra. Del resto, ormai, le leggi sono loro. Ne hanno quante ne vogliono e di tutti i tipi. E poiché nessuno più potrà mandarli in galera per nessun motivo, stravaccati nei loro palazzi ricolmi di escort e di coca, forse anche un po’ annoiati, devono essersi detti: perché dietro le sbarre non ci mandiamo gli altri?

Nasce così la legge sulle intercettazioni beffardamente spacciata come difesa della privacy. Essa invece rappresenta un paradossale sovvertimento del diritto che con un doppio salto mortale passa, dalle mani degli onesti a quelle dei disonesti. Pensate al godimento di chi ha passato la vita a scappare da giudici e carabinieri, poter minacciare i giudici e i carabinieri. E che soddisfazione mandare dietro le sbarre i giornalisti rompicoglioni e a gambe all’aria gli editori disobbedienti. È sopportabile tutto ciò?

martedì 29 giugno 2010

Napolitano e quello strano applauso


blog di Antonio Padellaro

Adesso è tutto chiaro. Anzi, quasi tutto. Dobbiamo ringraziare F.de.B. (Ferruccio de Bortoli, presumiamo) che sul Corriere della Sera di domenica ci ha spiegato tutto. Anzi, quasi tutto.

Leggiamo dunque che l’umore di Napolitano “non è dei migliori”. Che “nelle sue conversazioni private” il Presidente “oscilla nel definire la vicenda Brancher una pagliacciata o un gioco delle tre carte”. Anzi, che usa una “espressione partenopea ancora più colorita”.

Riferisce F.de.B. che tutto nasce da una telefonata del solito Gianni Letta che prepara il banchetto delle tre carte annunciando la nomina di Brancher e impapocchiando una serie di spiegazioni improbabili (“equilibri di maggioranza tra Pdl e Lega”) che mettono Napolitano di pessimo umore.

Fermiamoci qui. Quindi, F.de.B. ci informa che l’accorto Capo dello Stato aveva subodorato l’imbroglio, la truffa, la buffonata, la farsa già prima che si compisse il pasticcio. Tanto è vero che quando il Capo dello Stato vede Calderoli e Tremonti che accompagnano il futuro ministro al Colle li definisce i “padrini dello sposo”. Insomma, nel momento in cui “lo sposo” si appropinqua al tavolo presidenziale in compagnia del gatto e della volpe, insomma dei due compari, Napolitano è già abbastanza incavolato.

Tutto chiaro. Anzi, quasi tutto. C’è infatti una domandina a cui francamente non sapremmo rispondere ma stando così le cose come mai nel Tg di Sky si vede l’arrabbiatissimo Napolitano applaudire insieme ai due padrini al momento della firma dello sposo? Cos’era, un applauso nervoso? (Tralasciamo il brindisi finale perché ci dicono che si usa così).