martedì 4 ottobre 2011
mercoledì 3 agosto 2011
Le mie ragioni su don Verzé
di Nichi Vendola
Gentile Direttore, nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune,
MA CHE COS’È un ospedale? E cos’è un ospedale connesso all’università e quindi alla didattica e alla ricerca? Forse qualcuno pensa che si tratti di disegnare delle scatole e poi di riempirle di tecnologie e di équipe sanitarie. Non è così facile. Un ospedale è un’azienda che deve durare nel tempo, deve cercare di nascere in sintonia con le migliori pratiche mediche, deve essere una struttura che conosce la realtà epidemiologica del proprio territorio. Si poteva affidare a un qualche ufficio tecnico locale la pratica del nuovo polo della salute? Diciamo che la fantascienza mal si concilia con la prosa amministrativa. Abbiamo peccato nell’affidare al Centro ricerche dell’Università Bocconi la predisposizione del progetto preliminare? Io non credo. Potevamo scegliere di continuare a rattoppare i nosocomi esistenti? Certo, ma io penso che Taranto meritasse e meriti una risposta di radicale innovazione. Appunto: un polo della salute (cura, didattica, ricerca). Come lo facciamo? Qui entra in campo il San Raffaele di Milano, per una semplice ragione. Si tratta dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che occupa il primo posto nella classifica italiana degli Ircs. Si tratta dell’Università privata anch’essa saldamente in testa alla classifica della qualità. Cosa fa
NEL NUOVO ospedale ci sono gli stessi identici posti letto previsti dal piano di rientro per i due nosocomi attualmente funzionanti. I contratti che medici e infermieri stipuleranno saranno quelli del pubblico impiego. Ovviamente noi, di fronte all’attuale crisi del San Raffaele di Milano, abbiamo sospeso la pubblicazione del bando per la progettazione, in attesa che la situazione si chiarisca. Se il San Raffaele fallisce noi cercheremo un nuovo partner e andremo avanti. Comunque andrà Taranto avrà il suo polo ospedaliero nuovo e sarà una grande opera pubblica. Lo dico ai miei critici in buona fede: le scelte sono tutte opinabili, chi ha responsabilità pubbliche deve ogni giorno assumere decisioni. Spesso si può sbagliare. Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale né intendo fare affari con lui (anche perché io non faccio affari).
STO SOLO tentando di dare una grande chance a una città che ha troppo sofferto. Caro Direttore, approfitto della tua generosa ospitalità per una nota a margine. Da circa 30 mesi rispondo, quasi tutti i giorni, sulle brutte storie della sanità pugliese. Non mi sono mai nascosto dietro a un dito, non ho mai minimizzato la portata della “questione morale” anche nel centrosinistra. Ho sempre riconosciuto il mio errore di presunzione (chi lavora con me non può farsi neppure sfiorare da tentazioni diaboliche). Tuttavia, ho anche rivendicato la radicalità e la tempestività con cui ho reagito alle prime avvisaglie delle inchieste. Anzi, ho cercato di fare di più. Ho voluto una legge, l’unica che c’è in Italia, che scolpisce un percorso di formazione e selezione del management sanitario, lo affida a selezionatori indipendenti e di grande autorevolezza scientifica, lo sottrae al negoziato con i partiti. Se Dio vuole, abbiamo sfidato la cattiva politica.
mercoledì 29 giugno 2011
Caro Pancho, prenditela con Di Pietro
Il presidente Sel risponde alla lettera aperta del senatore Idv Pancho Pardi pubblicata domenica sul Fatto
di Nichi Vendola
Caro Pancho,
la tua lettera al Fatto di qualche giorno fa mi offre l’occasione per ribadire quello che sostengo da molto tempo e che, anche quando ero l’unico a porre questa questione, ha costituito il punto di riferimento della mia iniziativa. Devo dirti che trovo un po’ curioso il fatto che tu rivolga a me la tua preoccupazione sulla natura del centrosinistra che verrà mostrando una qualche incertezza sul mio pensiero su questo punto. Ho sempre ripetuto che per battere Berlusconi e la sua destra sia necessario porsi il problema di battere il berlusconismo, di mettere in crisi l’egemonia culturale su cui ha costruito il suo consenso.
Perché questo obiettivo possa essere conseguito, sono convinto che sia necessario lavorare fin da ora (anzi da ieri) a una proposta di governo il cui segno sia esplicitamente alternativo a quello che ha dominato questi lunghi anni di buio e che oggi mostra i primi segni di cedimento. Si tratta di costruire una proposta che non si limiti a dire no alla precarietà, ma che dica anche come facciamo a combatterla, magari cominciando dall’abolizione della legge 30 e dalla ridefinizione di un patto con un’intera generazione oggi condannata a un eterno presente privo di qualsiasi prospettiva di futuro. Si tratta di fare della difesa e della valorizzazione dei beni comuni il punto di riferimento di questa prospettiva e di scegliere in modo deciso la strada delle energie alternative come strumento di difesa dell’ambiente e di sviluppo del territorio. Si tratta di rimettere al centro la democrazia nelle Istituzioni come nel mondo del lavoro. Insomma, si tratta di sottrarre la nostra discussione a quell’insopportabile dimensione nella quale la rappresentazione di sé prende il posto del confronto sul merito delle questioni.
Nello stesso modo ho proposto e propongo che oggi e non chissà quando si decida insieme di celebrare, attraverso le primarie, un percorso aperto e partecipato con cui scegliere non solo la leadership, ma anche il profilo politico e culturale della nostra proposta.
Ovunque lo si è fatto (salvo Napoli dove comunque il profilo che più chiaramente ha proposto una svolta, quello di Luigi De Magistris, ha ottenuto uno straordinario risultato) abbiamo ottenuto vittorie importanti, in qualche caso addirittura straordinarie.
Con i Pisapia e gli Zedda, non hanno vinto i “candidati alla Vendola” (per citare il segretario del tuo partito), ma una idea della politica e della costruzione concreta dell’alternativa. È in queste vittorie e nello straordinario risultato dei referendum (di chi li ha con coraggio promossi, di chi li ha sostenuti, di chi vi ha lavorato con passione e determinazione come l’esperienza dei comitati ci insegna) che dobbiamo cercare la strada.
Come dovresti sapere, non ho mai condiviso l’impostazione che una parte del Pd ripropone ritualmente sul tema delle alleanze. Considero del tutto sbagliata l’idea che l’ingegneria delle alleanze, un po’ più al centro, un po’ più moderati, possa condurci alla vittoria. Anzi sono convinto che l’idea che ha accompagnato gli anni del bipolarismo italiano fatta di neocentrismo e di attenzione a tutto tranne che al merito delle questioni abbia avuto un ruolo per nulla secondario nella lunga serie di sconfitte che abbiamo alle spalle. Non l’ho condivisa anche quando nella mia regione, alla vigilia delle ultime elezioni, il tema dell’allargamento al centro come condizione necessaria e preventiva era posta non solo dal Pd, ma anche dal tuo partito. Allora come oggi ho sempre risposto che nessuna coalizione alternativa può nascere dai veti, agiti o subiti che siano.
Per questo, anche oggi, penso che dobbiamo fare tutti un passo avanti. Anche quando su di me si concentrano polemiche che francamente trovo un po’ fumose. Anche quando il segretario del tuo partito dichiara che vanno bene le primarie, ma senza candidati alla Vendola... che significa?
Io davvero non l’ho capito. Tuttavia, la priorità non è questa e quindi continuerò a lavorare perché il centrosinistra che verrà sia capace di proporre al Paese una prospettiva utile per uscire dalla crisi in cui versa. Un abbraccio.
Nichi Vendola, Presidente di Sinistra Ecologia Libertà
sabato 30 ottobre 2010
Vincerò, così come sono
di Denise Pardo
«Con il mio aspetto che a molti non piace. Con la mia omosessualità dichiarata. Con la mia fede cattolica. Contro tutti i pregiudizi». Parla Nichi Vendola. Che vuole seriamente diventare presidente del Consiglio
(28 ottobre 2010)
Alla fine, la frase e la chiave anche politica torna su quel cerchietto d'oro bianco illuminato da microscopici brillantini. Eppure l'orecchino di Nichi Vendola non gli ha certo impedito nella corsa a governatore della Puglia, che non è
Quando si parla di Vendola, prima o poi qualcuno segnala il famigerato orecchino di Nichi: ma come si fa?, dicono...
"Lo so. Ma qualcuno ricorda che nel
L'orecchino invece?
"È un simbolo che attraversa culture ed ere. Il ciclo semantico legato all'orecchino ha delle evoluzioni storiche paradossali, zigzaganti. Improvvisamente in un'epoca, l'orecchino diventa simbolo di effeminatezza, nonostante il fatto che nell'epoca immediatamente precedente fosse un simbolo di virilità. È l'immagine degli zingari, quindi di un machismo anarchico e vitale. I pirati portavano l'orecchino."
I pirati. Ma non i premier magari al G20.
"Al G20 stanno con grande padronanza della scena e con grande tranquillità premier che hanno dietro la propria carriera ombre pesanti come quelle di duecento giornalisti ammazzati e premier gonfi di società offshore e di transazioni finanziarie al di sotto di ogni sospetto. In un clima di pornografia al potere, è francamente insopportabile che l'orecchino possa apparire un impedimento all'esercizio autorevole dei doveri pubblici. E perché poi? La forma è anche sostanza, io lo so bene, ma si tratta di una forma che non ha dentro di sé il codice di violenza".
Vuol dire che è un segno di modernità, un antidoto alle maschere del potere?
"È un segno che umanizza, che desacralizza il ruolo, dà enfasi alla persona. Non è una dichiarazione di orientamento sessuale, se questo è quello che qualcuno vuole sapere. Il problema è nella cultura dominante che vuole etichettare, catalogare tutto ma la vita invece è così multiforme. Considero minacciosi i doppipetto o i girocollo di Berlusconi, che pure trovo una persona simpatica. Anche certi gilet, per esempio, o certe scarpe".
Scarpe? Si riferisce a quelle di D'Alema?
" No. Non lo dirò mai".
Crede che D'Alema o Berlusconi potrebbero mai mettersi l'orecchino?
"Oh, Gesù! Speriamo di no. Berlusconi potrebbe farlo, ma sarebbe un altro pezzo di un canovaccio noto. Io non voglio capovolgere il problema e dire che il problema è il non orecchino. Vorrei semplicemente che non ci fosse il problema.".
Invece a quanto pare esiste. Quando ha deciso di portarlo?
"Nella modestia materiale delle condizioni della mia famiglia, ho costruito la mia immagine attraverso la letteratura e le suggestioni estetiche che soprattutto la grande letteratura ispanica mi ispirava. Il prototipo umano che mi impressionava era l'andaluso, il gitano cantato da Federico Garcia Lorca. Quella figura ha l'orecchino. È bellissimo proprio perché, piuttosto che indicare effeminatezza, rompe la circolarità maschile, apre una via di fuga verso gli altri. Non a caso l'orecchino, come direbbe Roland Barthes, è il punctum, la cosa che ti punge e che ti attira. Qualcosa di irregolare, soprattutto quando vive nell'asimmetria della sua solitudine, lui che era nato per essere simmetrico con il suo gemello. Lo volevo. Lo dissi a mia madre".
Come reagì?
"Avevo 25 anni, alcuni dei miei amici sparsi per l'Italia lo avevano, le spiegai: "Mamma, mi piacerebbe avere l'orecchino come Italo", Italo era Italo Nunziata, il regista, un amico del cuore di tanti anni fa. Lei non battè ciglio: "E mettitelo. Anticamente, tanti uomini venivano con l'orecchino, i carrettieri venivano con l'orecchino", così mi disse. Ricordo la sensazione di infinita libertà nell'andare a cercare un orecchino adeguato alle mie tasche, un semplice cerchietto d'oro, e il dolore del buco fatto in gioielleria, lì capii quanto la bellezza nasca nel grembo del dolore. L'orecchino è stato il completamento del mio corpo. Il tocco che c'ho messo io, una firma. Questa firma mi aiuta a uscire da me stesso ".
Per alcuni è un simbolo politico contemporaneo, altri lo usano anche come un'arma politica contro di lei.
"A fasi alterne, è sempre stato un pezzo del dibattito che mi ha accompagnato. La prima polemica forte ha avuto come autore Raffaele Fitto, il mio sfidante nella campagna elettorale del
Hanno affrontato la questione Giovanni Valentini, Giampaolo Rugarli, Renato Mannheimer, Don Verzè, Daria Bignardi...
"Penso che questo paese sia molto più ipocrita, molto più bigotto nella rappresentazione che ne danno le classi dirigenti. Viviamo in una società completamente secolarizzata; la maggior parte delle giovani coppie, nutrite a dosi omeopatiche di Grande Fratello, fanno usare ai propri figli di tre anni la brillantina e l'orecchino. Credo che l'opinione pubblica abbia preso confidenza con molte tipologie di diversità, l'orecchino è entrato nell'immaginario collettivo - pensi ai calciatori - a volte come simbolo di potenza e di ricchezza".
Per un elettorato più moderato, l'orecchino può essere troppo hard?
"Solo una volta in un paese del Sud, un posto di montagna, quando arrivai davanti al circolo di Rifondazione, le persone che mi aspettavano, tutti anziani con mantelli neri e cappelli a falde larghe, non mi vennero incontro, mi guardarono lungamente e uno di loro mi disse in dialetto: "Nun penserai mica di fare il parlamento con l'arecchino!". Mi fecero salire sul palco, mi presentarono, scesero tutti e mi lasciarono solo. Alla fine di quel comizio, che fu strepitoso, può immaginare la voglia che mi venne di conquistarli uno ad uno, c'era la fila per abbracciarmi. Credo sia stata l'unica volta. Invece, negli incontri affettuosissimi con le nonne e le madri, tra le mie fan più scatenate, capita che mi dicano: "Quanto è bello il tuo orecchino"".
Nessun guru della comunicazione, nessuno dei suoi consiglieri le ha mai suggerito di abbandonarlo?
"No. Ma ho sempre dichiarato che non ero disposto a mutilarmi di ciò a cui attribuivo un significato, privato o pubblico: non della mia fede, non del mio orientamento sessuale, non della libertà di mettermi al mondo come credo, di giorno in giorno. Chi mi stava intorno sapeva che non avrebbe avuto un gancio per questo tipo di discussione. La persona è più importante del personaggio, e per quanto io senta il dovere di comportarmi sulla scena pubblica con compostezza e con il rispetto delle forme, questo non può portare la soggezione a un codice ipocrita e superficiale di decoro".
Neanche se in ballo ci fosse qualcosa di molto importante? Perché alla fine la domanda è: votereste un premier con l'orecchino?
"Ci sono già passato. Sono stato due volte a capo di una coalizione e l'argomento, che poteva implicitamente inglobare il tema dell'orecchino, era che avevo un'immagine politica estrema e radicale. Quindi interdiva la prospettiva della vittoria elettorale. Una previsione imperfetta, chiamiamola così, non voglio dire altro. Considero la domanda improponibile. Non riesco a capirla. Se allude agli effetti sull'elettorato, penso che contenga un'analisi sbagliata di come si determinano gli orientamenti elettorali; se invece è un alibi che copre un pregiudizio, insomma, è bene che ci abituiamo. Quando parlo la gente capisce che non mento. Io sono autentico così. Se mi tolgo l'orecchino mi sento nudo. Se lo dimentico, semplicemente manca una parte di me".
sabato 7 agosto 2010
CARO FLORES, SCAVIAMO LA FOSSA ALLA SECONDA REPUBBLICA
di Nichi Vendola
Caro Flores d’Arcais, ho apprezzato molto la tua lettera, così appassionata e intelligente. Siamo ad un punto davvero opaco, sporco, indecente della vita pubblica italiana. Vediamo il Paese avvitarsi in una spirale di scandali, di violenze, di ricatti, di veleni. Il disegno di attacco alla democrazia costituzionale è esplicito, la cultura del bavaglio e dell’intimidazione ha camminato a lungo dentro le viscere del sistema informativo ma anche dentro l’intero spazio pubblico, il garantismo appare come la foglia di fico con cui si intendono coprire le vergogne di un regime fondato sui clan e sulle cricche, mentre per chi vive nei labirinti del lavoro subordinato e precario non esiste garanzia né garantismo possibile.
Criminali e galantuomini
ANCHE A POMIGLIANO o a Melfi funziona il bavaglio, l’operaio torna ad essere stritolato alla sua catena, come funzione neo-servile chiusa in una dimensione di solitudine totale. Un migrante è sempre potenzialmente un criminale, così va gestita la sua utilità sociale (come badante o come raccoglitore di pomodori), così va narrata mediaticamente la sua indicibile fatica di vivere e di integrarsi; mentre Caliendo, Verdini, Cosentino, Dell’Utri sono galantuomini diffamati dalla sinistra del rancore. E poi su tutto splende il sole di un Re così palesemente insofferente di controlli e contro-canti, un sovrano modernamente legibus solutus, che teorizza il primato del consenso popolare su qualsivoglia norma di legge. L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sul sondaggio e sulla depenalizzazione dei reati dei ceti possidenti. La crisi pirotecnica di questo regime rende visibili i buchi neri e i protagonisti indecenti della fiction berlusconiana. Un fiume di fango tracima dal Palazzo mentre il severo Tremonti, dismessi gli abiti dell’inventore della finanza creativa, si trasforma nel fustigatore degli sprechi e delle spese pazze (con l’esclusione degli sprechi e delle spese pazze che servono al dio Po e alla Lega Nord).
Caro Paolo che dolore vedere il nostro Belpaese brutalizzato e umiliato! Vederlo andare alla deriva, vederlo smarrire i suoi codici civili e il suo sentimento della decenza, vedere la comunità nazionale frammentata in satrapie localistiche, vedere il lavoro regredire agli standard di una modernità ottocentesca. Si può fare qualcosa per curare queste ferite? Io penso che sia doveroso chiedere ad una grande coalizione democratica di seppellire il cadavere putrescente della Seconda Repubblica. Scaviamo subito la fossa, evitiamo che l’infezione si propaghi ulteriormente. C’è in Parlamento una maggioranza disponibile a cambiare la vigente e repellente legge elettorale? Magari, che si organizzi! C’è in Parlamento una maggioranza disposta a regolamentare in maniera seria il conflitto d’interessi? Magari, che si proceda! Mi sia consentito di dubitare di queste condizioni certo auspicabili.
Il bisogno di un orizzonte largo
OVVIAMENTE tocca a tutti sentirsi responsabili del passaggio drammatico che stiamo vivendo. Occorre muoversi. Mobilitarsi. Una manifestazione va bene, purché sia la più ampia possibile: ma anche quella della Fiom del 18 ottobre è un appuntamento decisivo! Aprire un processo democratico, animare una battaglia culturale e politica in ogni angolo d’Italia. Ma occorre avere il respiro lungo e l’orizzonte largo. Non possiamo lottare per noi stessi e per le nostre fazioni, ma per ridare una prospettiva di futuro a questo povero Paese. Io ho molte critiche e molte obiezioni da rivolgere al Pd e in genere non taccio. Soprattutto trovo sbagliato che alla fine ingloriosa della Seconda Repubblica si replichi con ricette fresche fresche di Prima Repubblica. E poi trovo nauseante il cumulo di politicismo, di cattiva realpolitik, con quella ciclica tentazione di cercare ancore di salvezza di negozi improbabili.
Dobbiamo aiutare i democratici a non avere paura, a cominciare da quella ridicola paura per il fantasma delle primarie. Il Pd e il suo popolo sono una immensa e indispensabile risorsa per costruire il cantiere dell’alternativa, e per rimettere in campo quella cosa smarrita che chiamavamo “sinistra”. Lo dico con amicizia a Di Pietro e a quanti, fuori dal Pd, sentono la gravità del momento: non perdiamo la bussola e non perdiamo la rotta. Facciamoci carico della costruzione di un’alleanza nuova, plurale, larga, popolare, giovanile, riformatrice nella politica e innovativa nelle idee. Facciamo che ogni nostra differenza venga agìta come arricchimento, sfuggiamo alla tentazione del piccolo cabotaggio e chiediamo a noi stessi e a tutti e tutte di mettere in campo una grande narrazione. Che, con semplicità, sappia dire: c’è un’Italia migliore!