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venerdì 13 dicembre 2024

Marvel Must-Have 113: Avengers - Guerra senza fine

Non tutti gli Warren Ellis riescono col buco.

Questa storia si svolge in un’epoca in cui a far parte dei Vendicatori erano anche Wolverine e Capitan Marvel, mentre Iron Man sfoggiava un’armatura gialla e nera. Nello staterello della Slorenia, recentemente liberato dal regime che lo opprimeva anche grazie al contributo degli Stati Uniti, alcuni ribelli che invece vorrebbero restaurare l’antico governo rinvengono dei “droni” che in realtà sono un incrocio tra mostri norreni e tecnologia americana tratta da tecnologia nazista. Sia Capitan America che Thor hanno dei conti in sospeso con queste entità e quindi convincono il resto dei Vendicatori ad andare sul posto per indagare: scoprono così che un “carico” di queste macchine da guerra biomeccaniche è stato spedito negli Stati Uniti, solo che è una versione potenziata e incontrollabile! Partono quindi alla volta della base dello S.H.I.E.L.D. dove sono stati recapitati e la bonificano a sganassoni (e fulmini e artigliate e raggi laser e frecce multiuso e scudate e colpi di quinjet e…). Qui però vengono raggiunti da Bruce Banner con un messaggio da parte dello S.H.I.E.L.D.: che i supereroi tornino a farsi gli affari loro a New York, o dovranno vedersela con Hulk. Questa almeno è l’idea dei capoccia dello S.H.I.E.L.D.: imbottito di tranquillanti Banner può posticipare l’entrata in scena del suo alter ego verde che quindi darà invece una mano ai Vendicatori per sradicare definitivamente la minaccia.

Al di là dei dialoghi ironici Warren Ellis è quasi irriconoscibile. Le didascalie con cui presenta motivazioni e gesta dei vari personaggi potrebbe averle scritte chiunque altro. Mi sembrano poi stonate le caratterizzazioni di alcuni personaggi, soprattutto di Tony Stark e Carol Danvers, ma magari una dozzina di anni fa (Guerra Infinita è del 2013) il canone Marvel era quello. Non che sia una porcheria, ma è una storiella stiracchiata non molto originale e in cui l’azione più parossistica va a braccetto con lungaggini testuali poco coinvolgenti. Forse a suo tempo Ellis dovette scrivere seguendo direttive tematiche e strutturali molto stringenti, o forse la dimensione da graphic novel non ha giovato al suo ritmo: se ho ben capito, Guerra senza fine uscì direttamente in volume senza essere prima serializzata nei canonici comic book, senza quindi la necessità di mettere almeno un po’ di sostanza ogni ventina di pagine.

I disegni di Mike McKone sono come i testi di Ellis: non hanno sugo. Sì, le anatomie più o meno le conosce ma lavora al risparmio e non è Alex Toth. L’evidente ricorso a fotografie per posture ed espressioni porta allo sgradevole effetto per cui i protagonisti cambiano spesso volto di vignetta in vignetta. E l’uso del computer per riempire gli sfondi non fa che sottolinearne la povertà. Purtroppo nemmeno i colori di Jason Keith aiutano molto.

giovedì 30 novembre 2023

Legends of the Dark Knight 12

Memore di alcuni acquisti delle Leggende di Batman della compianta Planeta DeAgostini ho voluto vedere com’erano queste “Legends” di tre autori britannici – il concept della collana era di focalizzarsi sulle avventure che Batman avrebbe vissuto a inizio carriera, se ben ricordo.

Apre le danze una storia in due parti di Warren Ellis, Infetto. Batman incappa per caso nella scena di un massacro perpetrato da quelli che si riveleranno essere due militari usati come cavie per un virus che li trasforma in armi biologiche da guerra. La cosa si complica quando quello sopravvissuto rischia di spargere il virus in giro. Storia banalotta, non del tutto salvata dalla sottotrama del sergente stronzo e dai dialoghi brillanti di Ellis. Per quanto si impegni (ma praticamente solo nel primo dei due episodi), John McCrea è sempre John McCrea: ridicolo e sproporzionato, non si possono prendere sul serio i suoi scarabocchi e questo toglie pathos a una vicenda che avrebbe dovuto invece essere bella drammatica se non addirittura horror.

Garth Ennis scrive una storia in tre parti che si apre come un poliziesco, con Batman che incontra due detective privati dalla mano assai pesante, mentre a Gotham la criminalità è all’erta per una questione di droga. Tra divertenti sequenze violente e battute sarcastiche Lo Sballo promette assai bene, ma poi entra in scena un villain strafatto che sembra essere messo lì solo per far ostentare a Ennis la sua proverbiale vena provocatoria, con Batman sotto LSD e truculenze varie – in realtà il primo aspetto è stato probabilmente molto ridimensionato rispetto alle intenzioni originali. Will Simpson è certamente lodevole per la cura che mette nelle sue tavole: conosce l’anatomia e non lesina certo sui dettagli. Solo che a volte gli viene fuori una bocca storta, o un occhio non è esattamente dove dovrebbe essere, o un profilo non è proprio corretto, o una postura è decisamente innaturale… a quel punto, i difetti dell’intelaiatura di base risaltano di più proprio a causa della sua scrupolosa inchiostrazione.

La storia di Millar vede un Batman furioso cercare tra la fauna di criminali chi ha rubato una cosa preziosissima per Bruce Wayne, mentre una banda di giovani criminali imita il Joker e un’altra si ispira ai pezzi degli scacchi e deruba i riccastri di Gotham. Dialoghi anche abbastanza simpatici, ma è una storia natalizia e alla fine si scade inevitabilmente nel patetico. Non male, comunque, anche se probabilmente avrebbe meritato di essere sviluppata su più numeri invece che su uno solo: così le buone idee che ci sono finiscono per essere un po’ sprecate, e la storia è troppo frenetica (ma sempre meglio così che allungare il brodo). Sorprendenti i disegni di Steve Yeowell, che io ricordavo terribilmente scarno e legnoso. Alla fine niente di eccezionale, ma si vede che l’intervento alle chine del veterano Dick Giordano ha dato buoni frutti.

Nel complesso, quindi, nessuna storia è memorabile ma nemmeno troppo deludente – a parte quella di Ellis e McCrea.

martedì 23 febbraio 2021

La Tomba di Batman volume 2

Visto che la prima metà di questa miniserie di dodici mi era piaciucchiata senza entusiasmarmi non mi sono proprio precipitato a leggerne la conclusione. Ma in definitiva devo dire che ne è valsa la pena.

Warren Ellis ha architettato un’indagine basata su una serie di scatole cinese. Aveva sicuramente un’idea ben chiara di dove andare a parare, inanellando però nel cammino vari tasselli del mosaico, personaggi ed elementi che porteranno alla conclusione senza avere la grande incidenza che avrebbero potuto avere (altri sceneggiatori o lo stesso Ellis ci avrebbero potuto costruire intere miniserie sopra). In sostanza quello che dovrà fare Batman è affrontare un suo doppio speculare, un caso clinico (ma non lo è anche Bruce Wayne?) che a seguito di un trauma vuole distruggere ogni concetto di legge a Gotham, e che è alla base dell’Esercito del Disprezzo.

La scrittura di Ellis si muove tra decostruzione del mito di Batman e sua celebrazione, con inserti ironici efficaci perché ben calibrati e non invasivi. Alla fine la tomba del titolo assume una rilevanza non solo simbolica, in un finale ad effetto che forse sancisce il fatto che questa miniserie si è svolta in un universo alternativo: in effetti questa Gotham e le risorse di Bruce Wayne mi sembravano un po’ troppo hi-tech, anche se non conosco lo stato attuale della serie regolare e forse i bat-segugi esistevano già.

Questi ultimi sei capitoli sono stati disegnati in toto da Bryan Hitch che si è inchiostrato da solo. Le sue tavole sono spettacolari, pur con le ipertrofie che gli sono proprie e il ricorso a inquadrature già sperimentate altrove. Però alcuni dettagli degli sfondi o la resa di certi elementi lasciano un po’ perplessi… la gestione delle tavole è ottima e il lettore sa sempre dove guardare anche nelle scene più esplosive e affollate (né c’è il rischio di perdere di vista i personaggi principali), però certe anatomie di secondo piano sembrano un po’ tirate via, così come i palazzi o i costumi non sempre trasmettono il senso del materiale di cui sono fatti. Considerando la dedizione e la perizia di Hitch, oltre che il desolante panorama dei disegnatori contemporanei di comic book, mi rendo conto che è ridicolo lamentarsi di queste quisquilie, che però in altri suoi lavori non si notavano.

Probabilmente La Tomba di Batman non sarà ricordato come uno dei lavori migliori di Ellis o Hitch, ma è sicuramente un prodotto valido.

lunedì 7 settembre 2020

La Tomba di Batman volume 1

Non è che sia proprio memorabile questa ennesima interpretazione di Batman, sebbene a opera di Warren Ellis. Suggestiva, certo, ma (almeno per adesso) poco concludente. Ellis si concentra sulla caratteristica di detective di Batman/Bruce Wayne, facendone seguire i metodi di indagine e le intuizioni. Molti elementi sono pervasi di scrupoloso realismo o perlomeno Ellis riesce a farli sembrare tali.
Dall’indagine sulla morte di un poveraccio che non dava fastidio a nessuno si passa a situazioni sempre più pericolose che coinvolgeranno anche il personale e i pazienti dell’Arkham Asylum. Sullo sfondo prende sempre più piede la presenza del “Disprezzo” e di un gruppo di tizi tatuati che lo propugna. Parti con molto testo si alternano ad altre totalmente mute affidate solo all’azione. E vorrei ben vedere: ai disegni c’è lo spettacolare Bryan Hitch. Secondo me è inchiostrato meglio da Kevin Nowlan, che costringe le sue eventuali intemperanze in un’inchiostrazione più rigida e controllata. Quando si inchiostra da solo è un po’ più caotico. Come sempre l’uso di riferimenti fotografici è un bene e un male: Alfred cambia volto a seconda del modello (Vincent Price, forse Mickey Rooney, sicuramente qualcun altro che ho riconosciuto ma di cui non ricordo il nome) e spesso i personaggi di contorno hanno veramente tutti la stessa faccia, cosa che però con l’arrivo dell’Esercito del Disprezzo ha un suo perché.
Negli scambi di battute di Batman con Alfred e il Commissario Gordon emergono delle giuste critiche alle logiche dietro ad alcuni stereotipi della serie, come il fatto che Bruce Wayne potrebbe semplicemente comprare Gotham e liberarla dal crimine, o attutire quelle politiche economiche che svantaggiano alcuni portandoli sulla strada del crimine. Probabilmente nascono con intenti umoristici, però sono degli interessanti spunti di riflessione a cui Warren Ellis (o il supervisore?) dà delle giustificazioni logiche o perlomeno credibili nel contesto del fumetto. Anche il Batman costretto a farsi a piedi Gotham ha ovviamente una punta di umorismo ma, complici i disegni dettagliatissimi, lo proietta in una dimensione incredibilmente realistica.
La storia sembra inizialmente svilupparsi su una struttura che raggruppa gli episodi a coppie, pur con una trama comune sullo sfondo, per cui ogni due capitoli viene aperto e chiuso un caso. Fosse davvero così, la scelta della Panini di pubblicare sei comic book per volta di questa serie di 12 sarebbe stata sensata. Purtroppo non è affatto così: la trama si sviluppa nell’arco di tutti e dodici gli episodi e questo primo volume termina con un “bel” cliffhanger!
Anche se non si tratta proprio di un fumetto eccezionale (i nomi coinvolti avrebbero lasciato sperare che lo fosse), La Tomba di Batman è pur sempre una piacevole lettura. E chissà, magari alla fine della lettura risulterà veramente essere un fumetto eccezionale.
Per la cronaca, la tomba del titolo è quella, ancora vuota, posta accanto a quella dei genitori di Bruce Wayne, che Alfred cura amorevolmente in attesa che ci finisca anche lui. Puro elemento decorativo o alla fine avrà un ruolo rilevante nella storia?

mercoledì 22 luglio 2020

Rovine

L’avrei comprato per la miniserie (proprio mini: solo due numeri) di Warren Ellis che dà il titolo al volume, ma le storie di contorno si sono rivelate migliori. Rovine è una parodia grottesca e splatter dei supereroi, senza nessuna pietà per loro. Il reporter Philip Sheldon vuole realizzare il suo ultimo libro prima di morire di cancro: un’inchiesta sul perché in questo universo le situazioni scatenanti alla base della nascita dei supereroi abbiano portato a un mondo desolato e purulento e non alle meraviglie delle controparti canoniche di casa Marvel. Un po’ grazie al suo glorioso passato, un po’ grazie ai suoi contatti e un po’ grazie alla pietà che suscita la sua condizione, riesce a raccogliere alcune testimonianze e ad accedere a degli edifici governativi interdetti ai civili. Negli Stati Uniti vige infatti una specie di legge marziale causata proprio per reazione alle imprese dei supereroi, soprattutto dei Vendicatori – ma questa cosa non viene approfondita. Il gioco è quello di mostrare cosa sarebbe veramente successo a delle persone mutate o nate con gli effetti delle radiazioni, ma se gli ingenui comic book degli anni ’60 erano innocentemente positivi Ellis esagera dall’altro lato: ovvio che i raggi gamma fanno venire tumori, ma questi non si manifesterebbero certo di colpo e deformando il corpo ospite come succede al Bruce Banner di questa realtà.
Vengono fatte così sfilare delle versioni mentecatte, malate, morenti o mutilate dei personaggi Marvel, e anche quelli che mantengono una parvenza di normalità sono sottoposti a una rilettura umiliante. Per uno che odi quell’universo sarebbe anche una lettura gustosa, se non fosse che diventa presto ripetitiva e la trama non va da nessuna parte. Inoltre si avvertono i 25 anni di distanza che separano Rovine dal 2020: oltre al fatto che le tavole dipinte erano veramente dipinte col pennello e non realizzate col computer, tante trovate di Ellis le abbiamo già lette e rilette altrove. Il bisticcio Cree/Kree l’ha riciclato in una miniserie della linea Ultimate, così come il concetto che un personaggio invisibile è cieco è riaffiorato in Planetary e da altre parti; alcuni spunti sono simili a quelli che avrebbero portato a Civil War e Donald Blake che crede di essere Thor dopo aver assunto dei funghi allucinogeni ricorda un po’ la sua versione in Ultimates.
Alla fine lo scopo principale di Philip Sheldon non viene raggiunto e quali siano le ragioni per cui il suo mondo sia andato a rotoli non vengono svelate, a meno che non si tratti della diversa maniera in cui si svolse il lancio di prova dei Fantastici Quattro. Sullo sfondo alcune trame rimangono irrisolte, in particolare quella che coinvolge il Professor X, cioè Charles Xavier: può darsi che non fosse intenzione di Ellis svilupparle ma l’impressione è quella che la miniserie sia stata chiusa in fretta e furia.
I disegni sono quelli che avrebbero potuto fare la differenza e risollevare il fumetto. Così non è stato. I fratelli (o coniugi) Cliff e Terese Nielsen sono parecchi miliardi di volte meglio dei quadratoni di Romita Jr., degli schematismi di Jim Lee e delle caricature di Humberto Ramos, ma il loro ambito di competenza non è lo stesso di quel sottobosco: proprio perché producono un lavoro di un certo tipo è inevitabile confrontarli con altri artisti pittorici (in un’epoca in cui, ripeto, dipingevano veramente e non usavano il computer). E benché il loro lavoro sia buono non possiede la ieratica naturalezza di un Jon J Muth, la ricchezza e la fantasia di Kent Williams (a cui pure un po’ somigliano), la vivacità di Duncan Fegredo, l’imperiosa leggibilità di Frank Hampson, la dinamica espressività di Dan Lawrence, la spontaneità di Scott Hampton, la raffinata complessità di Dave McKean, la potenza di Simon Bisley. Inoltre se ne fregano di trovare qualsiasi somiglianza tra i loro modelli e il corrispettivo cartaceo. Al manierista Alex Ross va riconosciuto che almeno si impegnava in tal senso. A peggiorare la parte grafica c’è il fatto che non sono nemmeno riusciti a finire di disegnare Rovine: al loro posto è subentrato Chris Moeller, non certo un cane ma dallo stile molto scolastico, quasi banale direi.
Il volume è integrato da altri tre fumetti della serie Tales of the Marvels, autonomi ma vagamente interconnessi tra di loro. Tutti e tre sono caratterizzati da una certa verbosità, o meglio da quella che oggi, abituati alla decompressione, sembra verbosità: in realtà gli sceneggiatori (o i loro editor) sono stati bravi a giocare con le parole e la narrazione molto densa non pesa affatto, anzi coinvolge maggiormente il lettore e aumenta il tempo di lettura.
Blockbuster di Mike Baron e Shawn Martinbrough racconta l’impatto che una battaglia dei Fantastici Quattro ha sulle famiglie dell’edificio raso al suolo dallo scontro. In realtà più che sui Fantastici Quattro i riflettori sono puntati sugli eroi cosmici della Marvel e l’io narrante della vicenda vorrebbe nientemeno che ammazzare Silver Surfer. I supereroi praticamente non ci sono, sono i McGuffin che fanno partire la situazione e Silver Surfer compare solo alla fine per tirare le fila della trama. Essendo un fumetto Marvel non ci si può allontanare troppo dal canone e dal codice etico della casa editrice, però la storia in sé è piacevole e ben scritta. In questo caso non capire tutti i riferimenti all’universo Marvel non è un male: riallacciare il filo con quelle storie precipiterebbe la trama in un contesto molto meno drammatico e le toglierebbe pathos. Molto buoni i disegni e i colori di Martinbrough: non sono elaborati come quelli di altri artisti pittorici, ma il suo schematismo è molto efficace ed è perfetto per un fumetto (almeno per questo).
Demoni Interiori riesce a portare sulla scena Namor il Submariner senza che risulti antipatico, visto che il vero protagonista non è lui ma un barbone alcolizzato che ha nel misterioso “Vecchio”, il Namor smemorato prima di essere scoperto dai Fantastici Quattro, un amico e una guida che lo salva dall’alcolismo e aiuta altri senzatetto. Il tutto intrecciato con vari elementi Marvel (Harry Osborn, i Duri e sicuramente qualcos’altro che non ho riconosciuto) ma senza che la cosa sia troppo invadente. Dato l’argomento c’è un po’ di retorica ma Mariano Nicieza scrive molto bene e riesce a superare l’inevitabile patetismo di alcuni personaggi donando un tocco di umanità e concludendo con classe il racconto, dandogli una certa circolarità.
Veramente belle le tavole di Bob Wakelin, sapientemente equilibrate tra virtuosismi pittorici e leggibilità, ricchezza ed espressività. Purtroppo nemmeno lui come i Nielsen è riuscito a disegnare tutto l’albo (ma questi disegnatori sono inaffidabili o era la Marvel a non riuscire a far rispettare le date di consegna?): in suo soccorso è intervenuto l’intero Studio Infinity che ha prodotto un lavoro proprio scarso, forse per la necessità di consegnare le tavole in tempo. In ogni caso il risultato non cambia e lo stacco tra i due stili si nota drammaticamente, tanto più che sono inframmezzati tra di loro.
Wonder Years, scritto da Dan Abnett e Andy Lanning, è apparentemente il più leggero dei tre “Racconti delle Meraviglie” e mette in scena una fan di Wonder Man ossessionata dal suo idolo con cui ebbe anche un incontro ravvicinato. Qui le vicende del Marvel Universe sono massicciamente presenti, perché è necessario seguire passo dopo passo la storia del personaggio per vedere le conseguenze che ha sulla vita di una persona comune. Dopo che per tre quarti la storia era intrisa di vacuità e di innocenza, prende una piega decisamente tragica ma comunque il discorso sui pericoli del divismo e sugli stereotipi dei supereroi non sono troppo approfonditi. La storia (divisa originariamente in due albi) non è eccezionale ma la qualità delle altre due mi ha predisposto favorevolmente e ho apprezzato pure questa.
Bella prova di Igor Kordey, che però nei progetti europei ha tutta un’altra profondità.

domenica 1 marzo 2020

The Wild Storm Libro Quarto

L’anno scorso, o forse già nel 2018, la Rw Lion cambiò distributore e quindi le sue anticipazioni non si vedevano più sull’Anteprima ma su un’altra rivista/catalogo. Siccome di quest’altra rivista  non ho intercettato tutti i numeri mi sono evidentemente perso quello in cui veniva annunciato il volume finale di The Wild Storm che non ho potuto ordinare se non qualche giorno fa, quando per caso ho scoperto che era uscito… ma a giudicare dalle date d’uscita dei singoli comic book riportate nel sommario ai lettori americani è andata ben peggio, visto che tra l’uscita del numero 21 e il 22 sono passati due anni!
Questo Libro Quarto si apre con un capitolo interamente dedicato al riassunto dei retroscena della storia: chi sono e cosa vogliono i Khera e i Daemon e quali sono i rapporti tra OI e Skywatch. Confesso che questi ultimi non mi sono stati chiariti più di tanto: troppi personaggi da associare a una fazione piuttosto che a un’altra e troppi sottintesi per chi ha già familiarità con questo universo narrativo. E poi di mezzo ci sono i “CATS”, i personaggi visti nello scorso volume e il nuovo gruppo che Jenny Sparks sta tirando su…
Infatti nei due capitoli successivi assistiamo all’introduzione e al reclutamento delle nuove versioni di Apollo e Midnighter, che dovranno dare man forte a Jenny Sparks e ai suoi per contenere i danni che Henry Bendix sta per infliggere a New York e all’intero pianeta Terra liberando prima i suoi post-umani modificati (in questa riscrittura dell’universo Wildstorm i poteri sono frutto di manipolazione genetica, Jack Hawksmoor non è stato rapito dagli alieni) e lanciando poi dallo spazio un’asta di diamante che potrebbe fare più danni di un’atomica – idea ripresa da un episodio di Global Frequency.
Negli ultimi tre episodi avviene lo scontro finale, per il quale faccio mio il commento conclusivo di Doctor (che in questa versione è anche Swift…): «Spero tu abbia capito ciò che è accaduto, perché io non ne ho la più pallida idea».
Non posso dire di essere rimasto proprio deluso da questa maxiserie, ma francamente mi aspettavo un po’ di più, o meglio qualcosa di diverso. Ma il problema non è il fumetto in sé, il punto è che si rivolgeva evidentemente a un altro tipo di lettore. The Wild Storm è ovviamente stata pensata per quanti da ragazzini leggevano la robaccia della Image 30 anni fa e che adesso possono divertirsi a rivedere quei personaggi in un contesto più moderno e/o originale, sulla scia dell’operazione Ultimate della Marvel. Questo spiega anche la fastidiosa abitudine di Warren Ellis di introdurre personaggi che poi si perdono per strada e non vengono minimamente sviluppati né tornano in scena: nelle ultime pagine ricompare almeno Voodoo, ma chissà quanti altri riferimenti mi sono perso. La trama in sé avrebbe potuto comodamente essere sviluppata in una miniserie di dodici (ma anche solo sei) episodi, oppure avrebbe necessitato di altri 24 capitoli per sviluppare tutte le diramazioni che introduce, ma così come è venuto fuori The Wild Storm sembra un po’ un brodo allungato. Molto allungato.
Non si può certo dire che i dialoghi di Ellis non siano divertenti, ma quasi 20 numeri in cui i personaggi fanno poco più che parlare sono decisamente troppi, tanto più che il gioco alla fine è valso a malapena la candela perché il finale non è poi così illuminante né tantomeno originale – ma evidentemente è servito per determinare il nuovo status quo dell’universo Wildstorm che adesso fa parte del cosmo DC.
A dirla tutta, alcuni dialoghi mi sono sembrati un pochino artefatti e convoluti, segno di una traduzione a volte non proprio ottimale (ma la prosa di Ellis non è facilissima da rendere in italiano); ciò detto, il difetto maggiore dell’edizione italiana non è questo e nemmeno il brutto lettering pseudo-corsivo, forse imposto dalla casa madre, né l’evidente imbarazzo nell’uso delle virgole e nel mandare a capo gli iati. Il problema è che i personaggi ogni tanto cambiano nome (Helspont/Helsport, John/Jack…) ingarbugliando ancora di più la matassa.
Purtroppo anche il pur bravo disegnatore Jon Davis-Hunt segue il trend discendente della maxiserie: la qualità del suo lavoro si appanna progressivamente nel corso degli episodi, portando anche a posture innaturali e a particolari anatomici un po’ strani, oltre all’utilizzo degli stessi due o tre volti per più personaggi. Inizialmente ho pensato che il calo (comunque niente di drammatico se lo confrontiamo con la maggior parte dei suoi colleghi statunitensi) fosse dovuto alla stanchezza del disegnatore arrivato al capitolo 21 col fiato corto, ma in realtà anche gli ultimi tre episodi usciti dopo due anni di pausa sono stati disegnati allo stesso modo, se non forse addirittura un po’ peggio. Inoltre, ma forse è solo una mia impressione, non mi sembra il disegnatore più adatto per rappresentare la wide-screen violence introdotta da Ellis e Hitch nell’Authority originale, e che qui ha molto spazio nei capitoli conclusivi. Anche i suoi post-umani non sembrano poi così tosti come avrebbero dovuto essere.
L’impressione è quasi quella che la DC Comics si sia stancata del progetto e lo abbia abbandonato a se stesso, come (forse) testimoniano le pochissime variant cover che “abbelliscono” le ultima pagine del volume: anche dai crediti delle storie risulta che non tutte ne avrebbero avuta una. Ma in quarta di copertina viene abbondantemente suggerito che questa maxiserie è stata l’antefatto del nuovo universo Wildstorm in casa DC quindi la responsabilità ricade sugli autori. Anche perché sicuramente Warren Ellis non avrà scritto gli episodi improvvisando di volta in volta ma avrà seguito una scaletta che si sarà fatto prima, e che avrebbe potuto, anzi dovuto, essere più equilibrata tra decompressione e vera sostanza.
In definitiva The Wild Storm ha offerto dei bei dialoghi, occasionalmente dei bei disegni ma appunto poca sostanza, almeno per me che conosco a malapena i personaggi classici Wildstorm.

giovedì 16 gennaio 2020

Lazarus Churchyard

Mi pare che lo avesse annunciato qualche editore italiano anni e anni fa, ma poi non è uscito – o perlomeno non mi è mai arrivato. E quindi alla fine ho dovuto rassegnarmi a leggermelo in inglese.
Lazarus Churchyard è un esperimento biologico che vive nella Finlandia del XXV secolo: il suo corpo è composto per la maggior parte da plastica senziente capace di adattarsi agli stimoli esterni a grandissima rapidità. In pratica Lazarus è immortale e dopo quattro secoli di vita vorrebbe farla finita e trovare la pace. Lo scenario è quello classico post-apocalittico, con intere nazioni contaminate e invivibili e delle corporazioni a tenere i fili dei destini degli umani rimasti. C’è però anche una fortissima componente cyberpunk, e se pensiamo che il fumetto risale al 1991 ci rendiamo conto di quanto Warren Ellis, allora esordiente, fosse avanti rispetto ai suoi colleghi già professionisti. Questi elementi sono particolarmente evidenti nel primo ciclo di episodi, The Virtual Kiss. Lazarus viene assoldato da un pezzo grosso della corporation Isis-Elek per ritrovare il “fantasma” di una programmatrice che vaga nel mondo virtuale ma che non riesce a essere catturata. L’originale è morta, ma la Isis-Elek crea abitualmente delle copie di back-up dei suoi tecnici migliori per poterli riutilizzare in futuro. Il cyberspazio («DataSea») sta diventando molto pericoloso, proiettando omicidi anche nel mondo reale, e nel quadro entrano pure dei separatisti scozzesi (o quello che sono). Le cose sono ovviamente più complesse di come sembrano e nell’arco di questi primi sei capitoli di 6/7 tavole l’uno Lazarus risolverà il mistero senza però trovare la morte – anche perché così la serie è potuta proseguire con altri episodi brevi.
Anche se filtrato da una certa ostentazione per l’eccesso, il talento di un Warren Ellis poco più che ventenne era già intuibile. Le tematiche erano innovative e originali e pur tra qualche frase a effetto e spacconata di troppo facevano capolino i dialoghi arguti per cui lo sceneggiatore sarebbe diventato famoso. La struttura delle short stories di una decina scarsa di pagine (banco di prova in cui si vede la bravura di uno sceneggiatore) era gestita molto bene, mettendoci più carne sul fuoco possibile e portandole avanti col giusto ritmo. Ma non mancano un paio di storie più lunghe, di una quindicina o anche di una quarantina di pagine.
Le tematiche transumaniste e lo stile beffardo di Ellis c’erano già, ed è facile trovare agganci con alcune sue opere successive, di cui col senno di poi Lazarus Churchyard è stato un po’ un laboratorio. Il protagonista è la prova generale di Desolation Jones, così come i riferimenti alle modificazioni fisiche modaiole anticipano Transmetropolitan, i commenti politici filtrati attraverso la fantascienza (nella storia sui fratelli baschi) si riverberano in tante altre opere e via di seguito. Di certo Warren Ellis ha avuto una gran fortuna (o forse gli agganci giusti?) per farsi notare dalle major americane e lavorare già pochissimi anni dopo per loro, ma è anche vero che Marvel e DC hanno avuto un ottimo intuito a metterlo sotto contratto.
I disegni di D’Israeli (che scopro chiamarsi in realtà Matt Brooker) sono rozzi e imprecisi, con frequenti ricorsi alla caricatura per nascondere il fatto che non padroneggia l’anatomia. Certo, il suo tratto è leggibile e nel corso della serie saprà maturare, ma non raggiungerà mai graficamente i livelli letterari che Warren Ellis poteva già vantare. En passant, mi ha commosso vedere un fumetto colorato e letterato ancora a mano, a parte l’ultimo episodio.
Ovviamente dopo trent’anni dalla prima pubblicazione Lazarus Churchyard non può più avere la forza dirompente che immagino abbia avuto a suo tempo, e come ricordavo sopra tante cose le avremmo lette in una forma più compiuta e matura negli anni successivi; resta comunque una piacevole escursione filologica negli anni formativi dello sceneggiatore.

giovedì 17 ottobre 2019

The Wild Storm: Libro Terzo

Terzo volume del rilancio dell’universo Wildstorm, per un totale di diciotto comic book. E ancora non è successo niente.
Questo arco narrativo si concentra principalmente su tal John Lynch, che va in giro per gli States a informare sei individui che in precedenza erano nel progetto Thunderbook che la Halo e la OI stanno scatenando una guerra e loro potrebbero trovarcisi in mezzo. Così, almeno, l’ho capita io. Questi dovrebbero essere i genitori di quelli che in futuro diventeranno i Gen-13, almeno dal poco che conosco della cosmogonia di Jim Lee. Non che mi interessi approfondire, d’altra parte.
Intanto Jenny Mei Sparks recluta Jack Hawksmoor mentre Henry Bendix e il capo della Halo continuano a stuzzicarsi ammazzandosi agenti e distruggendosi basi tra di loro, ma la redde rationem ci sarà, se ci sarà, solo nel prossimo volume. Nel mezzo dubbi (forse tradimenti) e ristrutturazioni degli organigrammi delle forze in campo, con Engineer che non sa bene da che parte stare. Troppi personaggi per capirci veramente qualcosa, e oltretutto troppo diluite le uscite: l’ultimo numero risale a più di un anno fa. La trama generale si riesce comunque a capire, e poi i vari riferimenti ai personaggi della Image anni ’90 sono riservati ai ragazzini che li seguivano all’epoca e quindi non ci avrei capito molto in ogni caso.
Il volume è comunque estremamente godibile. Le scene sono scritte con grandissima professionalità, e l’atmosfera che Ellis riesce a creare è straordinaria. Non solo con i suoi splendidi dialoghi ma anche con i silenzi e i giochi di sguardi, coadiuvato in questo dal grandissimo Jon Davis-Hunt, elegante ed espressivo. Ma non c’è solo dramma e tensione in questo Libro Terzo: la scenetta con i due Daemoniti al bar è esilarante. Ma vengo dall’ordalia di Cemetery Beach, e qualsiasi cosa mi sembrerebbe un capolavoro a patto che non sia disegnata da Jason Howard.
L’edizione RW Lion non è scevra da alcuni difettucci: la stampa sembra perfetta, ma l’impressione è dovuta allo stile pulito di Davis-Hunt: le parole più piccole sul premio a Priscilla “Voodoo”, rese solo coi colori di Steve Buccellato, sono illeggibili. Non mancano nemmeno errori e refusi, e mi viene il sospetto che i ben due traduttori coinvolti siano entrambi convinti che in italiano l’espressione “a posto” abbia lo stesso significato di “apposto”…

lunedì 14 ottobre 2019

Cemetery Beach

Doppia razione di Warren Ellis lo scorso sabato in fumetteria. Oltre al terzo libro di The Wild Storm è uscito anche questo Cemetery Beach originariamente pubblicato dalla Image. La storia è quella di un incursore terrestre, Mike Blackburn, che dopo essere stato catturato dalle autorità locali fugge da un centro di detenzione di una terra parallela. È probabile che Warren Ellis abbia ideato il progetto in contemporanea con Karnak e il suo secondo James Bond, perché i dialoghi sulla tortura sono molto simili.
Nella sua fuga verso il mezzo di trasporto con cui tornerà a casa Blackburn libera un’altra prigioniera e insieme scappano a gambe (e velivoli, camion, antenne di trasmissione, ecc.) levate per arrivare alla Cemetery Beach del titolo mentre attorno a loro si scatena un adrenalinico inseguimento. Warren Ellis riesce a nobilitare un soggetto di partenza per nulla originale e assolutamente lineare (il percorso dei due segue scrupolosamente la mappa alle pagine 66-67) grazie ai suoi dialoghi brillanti, al suo affascinante technobabble e a dei personaggi molto ben caratterizzati, soprattutto i “cattivi”. Il finale è stata una discreta sorpresa, visto che io avrei immaginato un beffardo fallimento della fuga o un tradimento, mentre invece Ellis ha optato per una soluzione sin troppo positiva, forse foriera di ulteriori sviluppi.
Se a livello di testi Cemetery Beach rappresenta una boccata d’ossigeno dopo alcune delle ultime performance non esaltanti di Ellis, i disegni di Jason Howard sono purtroppo pessimi. In precedenza lo avevo definito “sketchy”, qui è arrivato al capolinea di un’evoluzione grottesca ed imprecisa in cui il rispetto dell’anatomia è andato a farsi benedire. Non può nemmeno nascondersi dietro l’alibi dei disegnatori scarsi, ovvero lo storytelling: le sue tavole sono tutte indistintamente fitte di tratteggi a simulare linee cinetiche, tanto che i veri momenti di azione si perdono in un marasma di segni e pennellate, talvolta anche grasse. Le espressioni dei personaggi, sempre rigorosamente ritratti dalle stesse due o tre inquadrature (e che orrende le donne di Howard), si limitano quasi esclusivamente alle bocche spalancate o ai denti digrignati, come se in un effetto Kulešov di carta fosse il lettore ad attribuire loro un senso a seconda delle circostanze in cui si trovano. Quelle poche espressioni che sfuggono a questa regola aurea di Howard sono del tutto incongruenti con le sequenze in cui si trovano: occhi spalancati e sorrisini che fanno a pugni con il contesto. Se non altro si capisce a quali elementi delle tavole bisogna dare più importanza, ma vorrei ben vedere: facendo anche i colori Howard ha dovuto solo nascondere il contorno scurendolo e sottolineare le parti più rilevanti. Anche se non sempre c’è riuscito: al termine della lunga sequenza della lotta contro i mutanti della “famiglia esterna” ho dovuto ristudiarmi bene le vignette per capire cosa ha strappato Blackburn al mostro per batterlo.
In un altro contesto lo stile di Jason Howard potrebbe pure funzionare, ma qui è solo fastidioso e irritante, il che è assurdo per una storia che dovrebbe tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine mentre invece mi ha imposto delle pause perché non riuscivo più a tollerare quel tratto sgraziato e impreciso. È come se la sceneggiatura andasse da una parte (un’incalzante storia on the road punteggiata da momenti di disperato sarcasmo e da rivelazioni orripilanti) mentre i disegni andassero da tutt’altra parte, cioè la parodia di quella storia buttata su alla buona. Di Howard salvo giusto le variant cover riportate in appendice, “citazioni” di altre copertine più o meno famose di comic book.
Peccato, perché come ho già scritto questo Warren Ellis è uno dei migliori che ho letto negli ultimi anni.

lunedì 8 luglio 2019

Chissà...

Visto che quest'anno a Lucca terranno banco il post-umanesimo e il transumanesimo magari ci farà una capatina pure Warren Ellis.

martedì 2 ottobre 2018

Shipwreck - Naufragio

Non è niente di che questo nuovo volume di Warren Ellis. Il protagonista è Shipwright, uno scienziato che ha caldeggiato il progetto Janus, un tentativo di traslare l’umanità in un nuovo pianeta dopo che la Terra, per l’ennesima volta in una storia di fantascienza, è in procinto di diventare inabitabile. Shipwright ha impiantato addosso un suo personale meccanismo di trasposizione. Qualcosa però non ha funzionato come avrebbe dovuto e, probabilmente a causa di un sabotaggio, la missione non ha potuto svilupparsi secondo i piani previsti e adesso il protagonista si trova da solo e confuso su un pianeta surreale che ricorda moltissimo una terra post-atomica abitata da personaggi troppo bizzarri e ciarlieri per essere davvero inquietanti. Secondo una prassi consolidata, molte informazioni verranno centellinate tramite dei flashback.
Un po’ Tarkovskij e un po’ Wim Wenders, Shipwreck procede con una logica tutta sua che richiede al lettore la sua rassegnata accettazione, ma almeno ci viene risparmiato l’abusato colpo di scena finale per cui era tutto un sogno o un delirio del protagonista. Comunque si arriva al finale con più domande che risposte, né le bizzarrie di Ellis e i suoi sciorinamenti di cultura scientifica (pochi in verità) destano più di un vago interesse.
Ai disegni il mignoliano Phil Hester (inchiostrato da Eric Gapstur) fa un lavoro estremamente sintetico e geometrico, col risultato in alcuni casi di risultare caricaturale, cosa assolutamente inadatta per un fumetto che vorrebbe essere drammatico e orientato sul mystery, e che così diventa quasi ridicolo. Non capisco inoltre che senso abbia la scelta di rappresentare alcune figure in negativo, e ancora meno perché abbia disegnato solo i margini di molte bocche e non tutte le labbra. Nel comparto grafico un plauso lo avrebbe meritato il colorista Mark Englert, se non fosse che ha scelto di integrare le sue tinte con degli effetti speciali che fanno sembrare i colori granulosi o usciti da una vecchia rivista spiegazzata.
In definitiva Shipwreck non è proprio un obbrobrio ma semplicemente un fumetto come ne esistono tantissimi altri, per cui la bella edizione deluxe della saldaPress è decisamente sprecata.

domenica 16 settembre 2018

The Wild Storm: Libro Secondo

Netto miglioramento per questa nuova serie di Ellis, di cui si comincia a intravedere il disegno sottostante. Siamo ancora nella fase di posizionamento dei pezzi sulla scacchiera, ma stavolta ho riscontrato una maggiore grinta in alcune scene e il vecchio splendore dei dialoghi dello sceneggiatore.
C’è poca azione e molta pianificazione in questo secondo volume e data la complessità della trama (ma più che altro delle relazioni tra i tanti personaggi) Ellis ha riassunto con professionalità la situazione nel primo capitolo, consapevole che i comic book originari sarebbero stati raccolti in questo formato. Le tre forze che si contendono di nascosto il controllo del mondo (Halo, Operazioni Internazionali e Stormwatch) stanno finalmente per venire ai ferri corti mentre viene gettata un po’ di luce sui “rettiliani” demoniti. Fa la sua entrata in scena il luciferino Henry Bendix e compare anche Swift, che però a sorpresa in questa versione è diventata la nuova Doctor.
Questo arco di sei episodi termina con l’arrivo di un nuovo personaggio e quindi un mezzo cliffhanger, ma due Anteprima fa è stato annunciato il terzo volume quindi non ci vorrà molto per leggere il seguito. O almeno spero.
Molto buoni i disegni di Jon Davis-Hunt (colorato da Steve Buccellato): puliti, dettagliati e anatomicamente corretti. Certo, a voler essere stronzi si possono trovare difetti anche in alcune sue immagini, ma avercene di altri disegnatori come lui negli USA! Va detto poi in difesa di Davis-Hunt che è stato costretto a riempire le tavole di vignette con poca o nessuna possibilità di variare le inquadrature, visto che Ellis si è fatto prendere la mano (l’impressione è che sia molto coinvolto nel progetto) e ha fatto parlare tantissimo i suoi personaggi. È incredibile come Ellis, fautore se non proprio introduttore della decompressione nei fumetti statunitensi, abbia caratterizzato questo Libro Secondo con una scrittura densissima. Ovviamente non mi sono cronometrato, ma credo di aver impiegato più di un’ora per leggere tutto il volume.
Non male l’edizione curata da RW Lion, che oltretutto costa 15 euro scarsi. Gli unici difetti che le ho riscontrato, oltre a qualche occasionale refuso, sono il font del lettering inadatto per questo tipo di fumetto (e in generale per ogni tipo di fumetto) e l’uso smodato del verbo “subornare” in vece di “corrompere”.
In appendice c’è una ricca galleria di variant cover a opera di Jim Lee e Bryan Hitch. Ahinoi, una più brutta dell’altra.

lunedì 30 aprile 2018

Injection Volume 3

Dopo il buon exploit del secondo volume, con questa nuova uscita torniamo ai livelli del primo. Anzi, addirittura più in basso.
Stavolta la protagonista è la superhacker Brigid Roth. In Cornovaglia è stato rinvenuto un sito megalitico con annesso cadavere scarnificato incatenato a un pilastro e per vederci chiaro Maria Kilbridge manda sul luogo proprio lei, visto che il sito opera come un rilevatore di particelle cosmiche. Con un misto di iperteconologia e di conoscenze esoteriche (più che altro folkloristiche) Brigid verrà a capo di quello che, letteralmente, c’è sotto. Nel mentre Robin Morel, ormai irreggimentato nel suo ruolo di mago istituzionale, pare voler remare contro l’FPI.
L’Inoculazione si manifesta banalmente in una maniera e in un contesto culturale già trattati nel primo volume, ma quello che delude di più è l’estrema linearità del racconto, che finisce per risultare scontato e prevedibilissimo, con personaggi stereotipati (si salva un po’ solo Emma Beaufort) e nessun colpo di scena che sia tale. I dialoghi non sembrano nemmeno scritti da Warren Ellis, ma da uno che cerca di imitarne lo stile fallendo miseramente e risultando forzato e fastidioso. Qualche volgarità gratuita à la Garth Ennis e del citazionismo spicciolo sviliscono ancora di più il quadro complessivo dei testi.
I disegni scialbi di Declan Shalvey non bastano certo a risollevare il tutto, tanto meno se anche i colori di Jordie Bellaire contribuiscono ad appiattirli e se la stampa è quella che è.
Il primo volume era confuso e frammentario, ma probabilmente era meglio di questo encefalogramma desolatamente piatto. Non è da escludersi però che con il prossimo volume Ellis riesca a tirare fuori una nuova chicca.

domenica 19 novembre 2017

The Wild Storm: Libro Primo

Reboot delle serie create da Jim Lee per l’Image (WildC.A.T.s, StormWatch, Gen13, ecc.) amalgamate in un unico universo coerente, con riferimenti a quanto fatto dallo stesso Ellis e da altri autori. In pratica, uno Ultimate WildStorm.
Il magnate Jacob Marlowe che gestisce la omnipervasiva multinazionale Halo subisce un attentato e viene salvato da una tizia alquanto disturbata in armatura ipertecnologica. È l’evento scatenante di una guerra tra le tre fazioni che si contendono, da anni e segretamente, il dominio del mondo: da una parte la stessa Halo, dall’altra le Operazioni Internazionali che hanno organizzato l’attentato e infine SkyWatch, divisione delle O. I. che si occupa del monitoraggio spaziale e a cui le O. I. hanno rubato la tecnologia che ha permesso alla dottoressa Angela Spica di crearsi l’armatura con cui ha salvato Marlowe.
Angie (non ancora Engineer) si trova quindi implicata nei proverbiali problemi più grandi di lei e diventa il bersaglio che tutti vogliono catturare.
Come nel caso dei fumetti Ultimate della Marvel una buona parte del godimento è vedere cosa si è inventato l’autore per ammodernare le versioni precedenti dei personaggi. Non essendo un grande conoscitore del vecchio universo WildStorm questo giochino mi è abbastanza precluso, e non è che rimanga poi molto altro. Questo primo volume è infatti solo un antipasto di quello che dovrà succedere, la presentazione di molti (troppi) personaggi e delle dinamiche che li animano, condita dalle passioni per futurologia e complottismo che Ellis ha già sviscerato meglio altrove.
Sicuramente The Wild Storm è scritto con professionalità (e anche con un certo coinvolgimento, immagino, visto che certi elementi di quell’universo li ha creati Ellis) ma stavolta i suoi dialoghi non mi sono sembrati avere lo stesso mordente di altri fumetti, forse penalizzati anche da una traduzione italiana non sempre fluida.
Ai disegni Jon Davis-Hunt fa un buon lavoro, ma francamente mi sembra molto più bravo come illustratore che come fumettista. Le sue copertine sono bellissime, mentre in qualche vignetta si prende qualche licenza o si limita ad accennare certi dettagli – e solo nell’ultimo episodio si ricorda che Marlowe è acondroplasico. Rimane comunque un ottimo professionista, tanto più se lo paragoniamo a molti altri suoi colleghi statunitensi.
Forse è il ricordo dei tamarrissimi personaggi di Lee coi pistoloni (ma perché devono portare i pistoloni se sono supereroi?!) che trovo difficile associare a una trama fantascientifica e spionistica che si vorrebbe abbastanza raffinata; forse è la comparsata assolutamente troppo anonima e breve di Jenny Sparks, il personaggio più carismatico; forse è la nuova ridicola mise di Engineer, a metà tra Iron-Man e Predator, quando in origine se ne andava in giro in costume adamitico… ma sta di fatto che questo rilancio non mi ha entusiasmato. Nulla vieta, però, che il seguito decolli come è già successo con Injection.

domenica 28 maggio 2017

Injection volume 2

Il nuovo volume di Injection è nettamente migliore del primo. Stavolta il protagonista principale (gli altri personaggi compaiono lo stesso e portano avanti le loro storyline) è il detective Vivek Headland, distaccato e dai modi aristocratici come vuole una certa tradizione di investigatori privati letterari che è il primo a stigmatizzare scherzosamente.
“Viv” è stato contattato da un mago della finanza che ha recentemente perso la moglie e il figlio e che era riuscito ad avere rapporti carnali con il fantasma di lei tramite una fotografia che la faceva materializzare. La fotografia gli è stata però sottratta da una setta esoterica che, fraintendendo volutamente tutta la situazione, crede che il computer del magnate (infettato da Injection) sia nientemeno che la pietra filosofale!
Un soggetto quindi molto originale che in più di un’occasione ha offerto allo sceneggiatore il destro per inanellare alcune delle sue memorabili battute. Ma, soprattutto, il pregio di questo secondo arco narrativo è che la narrazione non è frammentaria e complessa come nel primo, anche se non mancano flashback e sequenze parallele che coinvolgono gli altri membri del team. Un po’ rimpiango di essermi riletto quella palla del primo volume perché ricordando quant’era complesso e interlocutorio pensavo che fosse necessario rinfrescarsi la memoria per capire meglio questo: non è affatto così, e anche i rimandi ai precedenti capitoli sono perfettamente comprensibili anche leggendo solo questo secondo volume, del tutto autonomo.
I disegni di Declan Shalvey sono assai scarni ma senza mai andare sotto la soglia di guardia (in certe inquadrature ho ravvisato la sintetica eleganza di Chris Sprouse, ma sono molto poche). Discutibile la scelta di non inserire le copertine originali in apertura dei capitoli così com’erano effettivamente apparse, ma bensì riprodotte in negativo e virate in rosso rendendone meno chiari i soggetti: quella del primo capitolo sarebbe senz’altro servita a costruire l’atmosfera giusta. Ma immagino che questa scelta non sia da imputare alla saldaPress quando alla Image che ha confezionato il volume originale.

mercoledì 10 maggio 2017

James Bond 007 2: Eidolon

Pur non essendo allo stesso livello del primo volume, anche questa nuova incursione di Warren Ellis nel mondo di 007 è piacevole.
Stavolta James Bond si trova invischiato in un complotto a lungo termine della Spectre riaffiorato grazie a controlli contabili. Si scoperchia così un calderone di operazioni segrete che coinvolgono l’M5 contro l’M6 di cui fa parte il protagonista (tocco di classe di Ellis: l’«Hard Rule» introdotta nel primo volume non era solo una trovata vagamente umoristica ma un indizio di quello che sarebbe successo).
La storia è ben congegnata, per quanto meno originale e incalzante di Vargr, i personaggi sono splendidamente delineati, i dialoghi sono stupendi e c’è quel po’ di continuity che basta a dare la piacevole impressione che Warren Ellis avesse pianificato tutto sin dall’inizio. Molto ben congegnato l’uso dei flashback estesi nell’undicesimo capitolo (nulla di nuovo, ma molto ben realizzati). Forse qui James Bond è più bastardo della sua versione letteraria o cinematografica, ma non sono un esperto.
Il comparto grafico non è purtroppo allo stesso livello del primo ciclo, per quanto Jason Masters si difenda sempre bene. La prima cosa che colpisce sono i colori piuttosto scialbi di Guy Major, soprattutto nelle scene meno drammatiche, in cui gli abiti dei personaggi emettono degli incongrui riflessi metallici e in cui le automobili di lusso hanno dei colori improbabili. Non succede tassativamente per tutti questi elementi, ma proprio il fatto che queste scelte cromatiche siano riservate solo ad alcuni di essi li fa risaltare ancora di più.
Lo stesso Masters, comunque, ci mette del suo: è sempre bravissimo a raccontare per immagini (la traiettoria di un oggetto tra due vignette è evidente anche senza linee cinematiche, gli sguardi dei personaggi fanno capire immediatamente le loro intenzioni, ecc.) ma a volte si inchiostra in una maniera quasi espressionista che mal si integra con l’asettica pulizia dei decors e degli altri elementi elaborati col computer.
Per novembre viene già annunciato il prossimo volume, Hammerhead, che dalle immagini sembra essere disegnato da qualcun altro, ma spero sia sempre scritto da Ellis.

lunedì 8 maggio 2017

Karnak - Il punto debole in ogni cosa

La Marvel sta rilanciando da qualche tempo dei personaggi ritenuti minori fino a ieri, per poterne sfruttare direttamente le versioni multimediali senza affidarne la gestione (e i relativi incassi) a terzi. Gli Inumani, personaggi tra l’anonimo e il ridicolo ancor più che i Guardiani della Galassia, rientrano in questa categoria, come peraltro onestamente ammesso da Aurelio Pasini nell’introduzione di questo volume, e per contribuire a metterli sotto i riflettori è stato chiamato il grande Warren Ellis a occuparsi di una miniserie di uno dei membri del gruppo.
Karnak si concentra sull’Inumano omonimo, morto e risorto come succede ai veri supereroi e qui ingaggiato dallo S.H.I.E.L.D. per recuperare un giovane umano che, sottoposto (immagino) allo stesso fenomeno che ha generato Miss Marvel, è stato rapito da una loggia deviata dell’A.I.M. nonostante l’unico potere da Inumano che ha sviluppato sia un sistema immunitario più forte.
L’eremita/detective col potere di trovare «il punto debole in ogni cosa» si troverà coinvolto in una vicenda abbastanza originale in cui il giovane Inumano è diventato un messia e si compiace del suo ruolo, ingaggiando un duello psicologico con lo stesso Karnak di cui fa emergere la principale debolezza: Karnak non è stato sottoposto alle Nebbie Terrigene in tenera età, quindi forse non si può nemmeno definire un Inumano.
Il trattamento di Warren Ellis è molto efficace, e quello che ne risulta è un protagonista affascinante senza l’urgenza di essere forzatamente cool, anche se poi inevitabilmente alcune scene saranno sopra le righe. La trama è interessante e piuttosto originale e i dialoghi sono eccezionali. Dopo l’inizio col botto, però, mi è sembrato che la storia perdesse un po’ di mordente e si diluisse in rivoli di filosofia spiccia il cui fine ultimo è rendere la figura dell’apatico protagonista più umana, cosa un po’ troppo scontata per Ellis.
La traduzione si segnala per essere assai discutibile: perché lasciare in originale la parola «cairn», che come sanno tutti i giocatori di ruolo di lungo corso può benissimo essere resa con «tumulo» (perfetta per la circostanza, peraltro)? E poi i terroristi si dividono in “cellule” operative mica in “celle”!
Ai disegni Gerardo Zaffino fa un lavoro abissalmente distante da quello del padre. Avevo visto alcuni suoi disegni in giro per internet e non sembrava affatto male; qui è veramente tremendo. Il suo tratto ostentatamente sketchy rende poco chiare le azioni e a volte indistinguibili i personaggi. Dopo un evidente intervento esterno in calce al secondo capitolo (sicuramente l’Antonio Fuso citato nelle gerenze), l’incombenza della parte grafica passa a Roland Boschi, un disegnatore che già non mi aveva convinto del tutto su Hail Hydra, e che qui mi sembra ancora peggio. Sempre meglio che Zaffino Jr., di cui però riprende lo spirito sintetico e confuso – e non deve nemmeno aver letto gli episodi precedenti a quelli che ha disegnato, visto che piazza un sorriso ebete su molti personaggi quando in teoria non dovrebbero sorridere a causa del particolare significato che gli Inumani attribuiscono ai sorrisi.
L’impressione finale è che Karnak avrebbe potuto essere un capolavoro o giù di lì, se solo Ellis non si fosse perso in annacquate disquisizioni filosofiche e soprattutto se fosse stato disegnato da autori più accattivanti. Sembra veramente ridicolo che per portare a termine questa miniserie di sei numeri sia occorso quasi un anno e mezzo! Ma al di là dei problemi personali di Zaffino citati nella sua biografia in appendice, forse è stato Ellis ad accumulare qualche ritardo.

sabato 12 novembre 2016

James Bond 1: Vargr


Non sono mai stato un appassionato di 007, nemmeno da bambino, ma Warren Ellis si compra sempre e comunque. E stavolta ha centrato in pieno il bersaglio.
Dopo aver risolto il caso personale della morte di 008 nella sequenza prima dei “titoli di testa” James Bond viene incaricato di indagare sui movimenti di un importatore di sostanze stupefacenti dalla natura sospetta. Con suo sommo disappunto, James Bond dovrà rispettare la Hard Rule, normativa che gli vieta di girare armato nei confini britannici.
Il tutto ruota attorno a un traffico di droga sperimentale: come idea non è certo originale ma si rivelerà essere l’epifenomeno di un esperimento ben più strutturato e, questo sì, decisamente originale. Il tutto condito da doppi giochi, tanta azione, personaggi splendidamente delineati e i dialoghi stupendi di Ellis. Oltretutto ho riscontrato che la struttura narrativa è più accessibile che altrove (di gran lunga di più che in Injection) probabilmente per venire incontro a un pubblico più generalizzato, o che almeno si spera tale.
Il disegnatore Jason Masters fa un ottimo lavoro pur ricorrendo massicciamente al computer: pulito, elegante ed espressivo. Inoltre è veramente bravissimo a raccontare col disegno, i suoi personaggi recitano benissimo e le coreografie delle scene d’azione sono splendide (e difatti in più frangenti i testi si riducono al minimo: basta una sguardo per capire le intenzioni di un personaggio, o l’inquadratura giusta per capire cosa userà 007 contro il suo avversario). Curiosamente viene definito «un artista affermato» nell’introduzione ma io non ricordo di aver mai letto niente di suo, anche se nelle Etichette noto che compare già il suo nome.
Interessante la scelta di usare per il protagonista un volto che non rimanda a nessuno degli attori che lo hanno interpretato, forse a volerne sottolineare l’essenza che rimane immutata anche con facce diverse.
Niente da dire, proprio un bel volume, valorizzato dal formato cartonato Panini che include anche qualche extra in appendice.

lunedì 7 novembre 2016

Injection volume 1

Piuttosto impegnativo questo nuovo lavoro di Warren Ellis. Il concetto di base, la creazione di una forma di intelligenza artificiale che può controllare la realtà, viene rivelato solo verso la fine e la storia è punteggiata da flashback, trame parallele e salti temporali che la intorbidano non poco. Fino al secondo capitolo ho lottato contro la tentazione di lasciar perdere.
Injection narra di una squadra speciale agli ordini dell’FPI con lo scopo di trovare un sistema per sbloccare il momento di stagnazione che sta vivendo l’evoluzione tecnologica umana e spingerla verso nuove conquiste. L’elemento più preminente, un mago che rifiuta di esserlo, se ne viene fuori con l’idea di creare questa “injection” che però una volta presa vita simulerà un’invasione da parte di creature del folklore britannico. Sarà funzionale a risolvere la situazione la dottoressa Maria Kilbride a capo del progetto (che prima è in un manicomio, poi lavora per l’FPI, poi torna in manicomio, poi pare che ricostituisca il gruppo, poi boh).
L’idea di partenza si era già intravista in altri lavori di Ellis e inevitabilmente certi personaggi me ne hanno ricordato altri (Robin è un po’ Gravel, un infallibile detective di colore c’era già in Global Frequency, la protagonista è una pazzoide simile a quello di Supergod) comunque la storia si legge con piacere e lo sceneggiatore inanella ogni tanto qualcuna delle sue battute memorabili.
I disegni di Declan Shalvey sono assai scarni e per nulla entusiasmanti, anche se nei comic book si vede molto di peggio. Una colorazione poco attenta o proprio sciatta da parte di Jordie Bellaire (gli interni di casa Roth sono uniformemente ocra) non aiuta a far apprezzare la parte grafica.
Almeno Injection ha il vantaggio che, per quanto si tratti di una serie ongoing, con questo primo volume si conclude il primo round e il relativo arco narrativo. Ma di sicuro non rientra nelle dieci migliori opere realizzate da Ellis. E nemmeno nelle prime venti.