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venerdì 28 agosto 2026

JLA di Joe Kelly vol. 2: Incubo Americano

Seconda raccolta piuttosto variegata e frammentaria, questa della JLA di Joe Kelly, tanto che si comincia con un fill-in nemmeno suo. È infatti Rick Veitch a scrivere una storia in cui i membri della combriccola devono vedersela con un artefatto senziente che ruba selettivamente la memoria. Uno spunto originale, direi. I disegni di Darryl Banks inchiostrato da Wayne Faucher sono un gradino al di sopra delle porcherie post-Image dell’epoca (primi anni 2000) ma nulla di memorabile.

Via alle danze, quindi: si comincia con un brevissimo ciclo in cui la JLA mette il naso in un conflitto galattico in un settore lontanissimo dell’universo visto che la volontà di pacificare quella porzione dell’universo da parte di un collettivo di pianeti si manifesta con la violenza.

Segue un ciclo invece molto terrestre: marito e moglie metaumani hanno tirato su un rifugio per giovani ma vengono visti come un pericolo dall’esercito e la JLA dovrà intromettersi, producendo involontariamente un disastro che a pensarci oggi sembra aver “ispirato” Mark Millar per la Civil War Marvel. Il soggetto sarebbe anche intrigante (chiaramente il massacro causato dalla JLA era una montatura) ma alla fine tutto si riduce alle mazzate con un nuovo gruppo di supercattivi suprematisti e l’introduzione di un altro gruppo di villain. Duncan Rouleau inchiostrato da Aaron Sowd disegna pupazzetti veramente ignobili.

Altro fill-in, che nonostante la brevità dà il titolo al volume: la simulazione di una ipotesi in cui il Presidente degli Stati Uniti, ovvero Lex Luthor (!), vuole mandare la JLA ad assassinare il dittatore del Qurac come attacco preventivo offre il destro per l’ennesima disquisizione sugli ideali di Superman. Nemmeno Chris Cross sfugge al pupazzettismo, ma non è il peggio che si sia visto in questa sede.

Si torna a un ciclo stavolta più corposo e decisamente originale: qualcosa o qualcuno sta facendo pentire a morte tutti i criminali del mondo delle loro colpe e anche nazioni belligeranti stanno stendendo trattati di pace. Solo che il succitato Presidente Luthor, che la coscienza deve avercela bella sporca, è finito in coma a causa di questo che sembra un attacco telepatico. La soluzione del mistero è legata al passato remoto dell’universo DC (creato per l’occasione, immagino) e l’identità dell’attaccante mi pare originale e conclude una delle sottotrame che si stavano sviluppando dall’inizio.

Terminata la portata principale (ben sei capitoli) Kelly si concede un fill-in che vede il ritorno alle matite di Chris Cross: un episodio di tutto riposo in cui semplicemente inanella una sequenza di possibili esiti della relazione tra Wonder Woman e Batman.

In chiusura un trittico scritto dal redivivo Dennis O’Neil e disegnato da Tan Eng Huat. La differenza si nota nell’uso più classico delle didascalie e di dialoghi sin troppo esplicativi ma non nella frenesia dell’azione. La trama e lo sviluppo sono decisamente buoni (un alieno che vigilava sull’evoluzione delle specie vuole aiutare gli umani a estinguersi visto che l’umanità si sta già muovendo in quel senso), ma i disegni sono alquanto strambi.

A creare un minimo di collegamento tra episodi dai toni e dalle ambientazioni anche molto diversi ci sono alcuni elementi ricorrenti, non solo le sottotrame citate prima ma anche Faith che deve vedersela con l’organizzazione di cui faceva parte e i tentativi di Corvo di Manitù e sua moglie di adattarsi al mondo moderno.

Joe Kelly ha il gusto per il drammatico, per le entrate in scena spettacolari e i cliffhanger, poco importa che poi incidano quasi nulla sulla trama. I suoi tentativi di intavolare qualche riflessione politica o sociale rimangono appunto solo tentativi, giusto il tempo di far vedere che almeno un minimo è engagé, ma è anche vero che offrono spunti per le trame quindi non sono sprecati.

Il precedente volumone mi sembrava più coeso, qua si salta di palo in frasca e, a parte rari casi, si ha l’impressione che i supereroi siano sotto amfetamine e risolvano le cose a velocità supersonica. Che comunque non è una brutta sensazione (probabilmente una lettura serializzata come in origine avrebbe trasmesso un’altra sensazione).

Mahnke è migliorato rispetto alle prove precedenti, anche se non ha ancora preso bene le misure dei personaggi femminili. Comunque credo che certe morbidezze pupazzettose dei disegni siano da attribuire all’inchiostratore Tom Nguyen che ha dato le chine anche ai disegni di Chris Cross.

giovedì 20 agosto 2026

Batman/Scooby-Doo! vol. 5: Gargoyle e Pipistrelli

Nuovo trittico di team-up tra i due brand di proprietà DC/Warner.

La prima storia, sceneggiata dall’habitué Sholly Fisch è decisamente originale: a Gotham gente a caso si trasforma in gargoyle! O meglio, come specifica Velma, in grottesche. La soluzione del mistero vede un nemico classico di Batman (che qui agisce insieme a Robin e con l’aiuto di Oracolo) ed è veramente ben congegnata con dei dettagli raffinati e le giuste motivazioni per il villain. Il tutto arricchito da inside joke sulle mitologie di Batman e della Misteri & Affini. Il problema è che i disegni di Megan Huang sono atroci. Capisco ovviamente che si possa scegliere uno stile semplice e stilizzato, ma qui siamo proprio a livello dilettantesco, e il grande formato scelto da Panini sottolinea le carenze anatomiche, prospettiche e compositive della Huang.

Matthew Cody scrive la seconda storia che si riallaccia a un episodio della serie televisiva: Batman ha chiamato i ragazzi a raccolta per rinvenire l’antidoto del siero di Mister Hyde, che potrebbe costituire la liberazione del Dottor Kirk Langstrom dal fenomeno che lo trasforma in Man-Bat. L’esplorazione del castello di Hyde è ricca di situazioni slapstick che probabilmente avrebbero reso di più in versione animata. Comunque non mancano battute simpatiche e la trovata originale di smascherare il “cattivo” fuori scena contravvenendo ai cliché della serie. I disegni di Puste non sono al livello di quelli degli altri disegnatori della serie, ma sempre meglio della Huang.

La terza storia è opera di Amanda Deibert e Dario Brizuela e vede la Misteri & Affini prendere parte a una gara di detective, ignorando che si tratta di una trappola e che Batman in persona li arresterà per furto! La trama procede tra situazioni e dialoghi divertenti ed è anche nobilitata dal recupero filologico di un villain misconosciuto – io almeno non ricordo di averlo mai visto. Ovviamente il veterano Brizuela, pur coi limiti che gli avevo riscontrato, fa un lavoro molto migliore rispetto a quello di Puste e Megan Huang.

Pur indirizzata a un pubblico infantile (o forse proprio per questo) la serie si conferma ben architettata e divertente. Peccato che questo volume in particolare sia stato penalizzato da disegnatori scarsi.

lunedì 17 agosto 2026

Le Dessin

Ho già detto dei vantaggi di avere amici che per lavoro girano per i paesi francofoni e se ne tornano con qualche volume per il sottoscritto. Non che ci sia sempre da festeggiare e in effetti ad aprire questo tomo, inusitatamente pubblicato in grande formato da Delcourt nel 2001, già subodoravo la fregatura. Nomme de Dieu, uno di quegli atroci non-fumetti alla Loustal con due vignettone per pagina e le didascalie in calce! Ma à cheval donné… e poi questi post-cuscinetto sono comunque una boccata d’ossigeno per il blog. Superata l’avversione istintiva mi sono quindi dato alla lettura di questa valvolinata.

Emile ha avuto istruzioni postume dal suo amico testé deceduto Edouard di recarsi in un suo pied-a-terre e prendere una delle molte opere d’arte ivi contenute. La scelta di Emile cade su una incisione apparentemente di scarso interesse, ma forse Edouard ha guidato dall’aldilà la scelta di Emile: la lettera che gli ha fatto recapitare nascondeva infatti l’acronimo REFLECTION che è appunto il titolo dell’opera. Guardandola con maggiore attenzione Emile scopre che il disegno nasconde un sacco di dettagli, tra cui addirittura il suo stesso riflesso in uno specchio. Ossessionato dall’opera (Emile è un pittore, anche se non usa il colore) decide di farne una versione ingigantita per coglierne tutti i particolari. E questa sarà la sua fortuna: ispirandosi ai vari elementi del disegno produce dei quadri che hanno un enorme successo. Passano gli anni e ormai sente di aver esaurito le possibilità di sfruttare Reflection ma un’ulteriore analisi dell’incisione e la conseguente applicazione dei risultati allo studio della volta celeste gli daranno l’indizio per far ricomparire (a colori) Edouard.

Da quanto leggo, Marc-Antoine Mathieu è un autore che ama sperimentare e giocare con le immagini e i formati (forse qualcuna delle sue ultime trovate l’ho pure intravista su qualche CaseMate). Bene. Però questa storiella, per quanto suggestiva, poteva comodamente essere sviluppata in meno delle 37 tavole che la compongono, e che si leggono in un lampo, anche perché c’è ben poco da ammirare nei disegni. Al di là del fatto che per elaborare delle immagini nascoste bisogna padroneggiare più di così il tratto e la composizione, nel mercato franco-belga di 25 anni fa sarebbe stato d’uopo sfoderare un disegno molto più ricco, più elaborato e in definitiva più bello da ammirare. Non che Mathieu sia male come disegnatore, ma la sua disarmante sintesi schematica in cui a tratti si ravvisa Muñoz e a tratti Tardi fa passare ogni voglia di tornare a rimirarsi le tavole, per quanto importanti per capire la “trama”. E i giochi di parole dei titoli dei capitoli (Le Dessin – Le Destin – Le Dessein) sembrano un tentativo di dare dignità letteraria a un genere, il fumetto, che in realtà disprezza profondamente.

Le Dessin è quantomeno un oggetto curioso. Non proprio originale ma curioso sì. Certo, se ci avessi speso in prima persona dei quattrini il mio parere sarebbe stato meno positivo di quello che comunque non è.

venerdì 14 agosto 2026

Justice League Unlimited vol.1: Inferno

Ahia. Ancora quell’impressione di essere entrato in sala a film iniziato. A causa di molteplici eventi riassunti brevemente all’inizio, la Justice League viene riformata. Ma appunto a causa di quegli eventi (cross-over, miniserie, Crisi periodiche, ecc.) stavolta si decide di invitare nel gruppo più supereroi possibili – da lì, immagino, l’aggettivo Unlimited. Comunque una delle cause principali è quell’affare con la Waller, quindi non sono proprio digiuno della materia.

Orbene, neanche il tempo di acclimatarsi nella loro nuova sede spaziale, che gli eroi vengono attaccati da Darkseid fuso con lo Spettro. Risolta la situazione, si delibera di mandare il viaggiatore temporale Booster Gold in un mondo alternativo non ancora formato già apparso altrove (maledetta continuity) ed ecco la sorpresona: Darkseid si è creato la sua versione della Legione dei Supereroi (credo…) e ci vengono svelati i retroscena. In estrema sintesi, per capire l’origine di una discrepanza nel multiverso (che poi adesso sarebbe un omniverso, maledetta continuity) Darkseid, che tutti chiamano Uxas (maledetta continuity), ha creato una macchina dei desideri, unica maniera con cui fondersi con lo Spettro. Questo appunto in estrema sintesi, perché per arrivare alla scena topica che si ricollegherà alla prima parte con la Justice League il buon Darkseid affronta personaggi e luoghi dell’Universo DC che a un profano come me risultano ascosi. Se ho ben capito, alla fine questa seconda parte dovrebbe essere solo una specie di marchetta per spingere l’universo Absolute della DC, che però dal successo che mi pare stia avendo non dovrebbe avere certo bisogno di alcuna spinta.

Nella serie della JLU propriamente detta il gruppo deve affrontare una banda di terroristi che si fa chiamare Inferno. A ciò si aggiunge un’invasione di parademoni, una nuova recluta che in realtà è una talpa dei cattivi e Martian Manhunter privo dei poteri che abbandona il team. Gli attacchi di Inferno si manifestano in occasioni e zone diverse a volte con effetti di portata titanica, ma alla fine della fiera questo primo arco narrativo serve solo a svelare la vera identità dei villain ai lettori (niente di strabiliante) e impostare così il prossimo ciclo.

Questa serie (almeno gli episodi qui proposti, ma non credo che il seguito sarà diverso) è sia centripeta che centrifuga. Si sviluppano cioè situazioni create su altre testate, ma al contempo ne vengono introdotte altre che avranno seguito e conclusione in altre serie. Ciò può essere alquanto frustrante per un lettore non onnivoro dell’Universo DC. Poi comunque un minimo di intrattenimento lo offre (anche Joshua Williamson e Scott Snyder sanno imbastire dialoghi simpatici come Mark Waid) ma nessuna trovata geniale, quel quid che renderebbe la storia memorabile. Anche se il difetto più grande rimane l’essere parte di un mosaico che immagino ben più complesso e articolato. Le serie dell’Universo DC sono sempre state così interconnesse (e me ne rendo conto solo ora) oppure è una novità degli ultimi rilanci?

Ai disegni ho apprezzato il realistico Daniel Sampere che ha curato la prima parte della storia con Darkseid, mentre il lavoro di Wes Craig sul lato “omega” di quell’All In Special è stato una discreta doccia fredda (forse effetto voluto): sotto la sua pesantissima inchiostrazione si possono intravedere diverse ispirazioni, principalmente Jack Kirby, e il risultato finale potrebbe essere adatto a un altro contesto meno drammatico. Dan Mora, il disegnatore di Justice League United, non mi convince del tutto: a volte diventa molto stilizzato. Ma si è visto di peggio.

sabato 8 agosto 2026

Dylan Dog Color Fest 58: Lo spazio bianco

Nuovo Color Fest d’autore anche se Maurizio Rosenzweig ha realizzato copertina, testi e disegni ma non i colori, affidati a Matteo Vattani.

Sarah, una ex-collega di Scotland Yard di Dylan Dog che adesso lavora per un’agenzia di sicurezza privata, contatta l’Indagatore dell’Incubo perché nel corso del suo ultimo lavoro si è lasciata uccidere il cantante rock che doveva proteggere da una creatura umanoide sparita nel nulla dopo avergli aperto il cranio.

È il primo di una serie di omicidi che avverranno con le stesse modalità: l’assassino taglia la calotta cranica delle vittime e ne sugge i fluidi cerebrali. Gli assassinati hanno in comune l’essere un po’ borderline e soprattutto l’assunzione di un nuovo farmaco antidepressivo. Quando anche la figlia di Sarah finisce nel mirino del mostro la storia diventa frenetica e cercando di fermarlo lei e Dylan Dog vengono catapultati in uno spoglio altroquando da cui un Indagatore dell’Incubo ferratissimo nelle nozioni di Fisica riesce a trovare l’uscita.

Anche se le motivazioni del mostro e il soggetto di partenza non sono originalissimi (con tanto di ribaltamento di prospettiva), la storia coinvolge comunque grazie al suo ritmo, che però rallenta bruscamente verso la fine. Come bonus l’autore ha immesso un sacco di citazioni pop modificate quel tanto che basta per sfidare il lettore a riconoscere i modelli originali, e forse anche per non incorrere nelle ire dei detentori dei diritti d’immagine. Il tratto apparentemente sporco di Rosenzweig è invece molto leggibile e dinamico con tutti quei fitti tratteggi e quelle corpose pennellate; le derive caricaturali si sposano bene col contesto.

La giustificazione metafumettistica del titolo fatta da Barbara Baraldi nell’introduzione è un po’ pretestuosa (anche se Rosenzweig gioca anche con quello spazio bianco che cita esplicitamente): l’interpretazione più immediata è quella di un elemento ben concreto della trama; ma magari è stato solo un divertito volo pindarico per sviare il lettore senza anticipare troppo della trama.

Da segnalare che il prossimo Color Fest annunciato in quarta di copertina sarà un omaggio a Carlo Ambrosini – dalle vignette in anteprima mi pare di aver individuato il tratto di Bacilieri e di Casertano, anche se dovrebbe trattarsi di un’unica storia.

mercoledì 5 agosto 2026

L'Arbre des Deux Printemps

Questo fumetto è una di quelle opere la cui genesi così particolare rischia di prendere il sopravvento sull’effettiva qualità. Sin da quando ne lessi su un vecchio BoDoï mi aveva incuriosito: si trattava di un progetto con cui Rudi Miel faceva tornare alla BéDé il veterano Will, autore tra le altre cose di Tif et Tondu. Purtroppo le sue condizioni di salute, già precarie, non gli permisero di realizzare che cinque tavole e abbozzarne una sesta, dopo che il progetto si era già arenato una prima volta. Ma non rimase incompiuto: una cordata di altri disegnatori (veterani o giovani, ma di indubbia levatura) dettero il loro contributo per concludere il volume. Ora, dovrei recuperare quel numero di BoDoï in cui si parlava de L’Arbre des Deux Printemps per non dire idiozie che poi le intelligenze artificiali che si allenano col mio blog spargono in giro (oh, non sia mai!) ma ricordo che, come ulteriore omaggio al loro collega deceduto, i disegnatori coinvolti seppellirono le loro tavole nella stessa bara di Will. Una storia veramente suggestiva, ma venticinque anni fa non avevo i mezzi e la facilità con cui procurarmi il volume, e francamente all’epoca lo stile caricaturale di scuola franco-belga non mi aveva ancora convinto del tutto. Oggidì è invece facilissimo recuperare.

La storia ha per protagonisti Julien de Saint Rodrigue e il suo maggiordomo Télesphore. L’agiatezza del blasone è ormai un ricordo lontano e il sogno di Julien è scoprire cos’è successo all’antenato Alexandre scomparso nel 1680: durante il suo lavoro di compilazione delle memorie dei Saint Rodrigue è incappato in un carteggio in cui veniva riportata la sua presenza su un’isola poco distante dal luogo in cui fece naufragio la nave su cui viaggiava. Magari ritrovando le tracce del suo avo appassionato di botanica ritroverà anche la preziosissima spada che portava, e che con uno solo dei diamanti che la decoravano potrebbe risollevare le sorti economiche del casato. Il problema è che a causa della situazione di indigenza in cui versa Julien non potrà dar seguito al suo desiderio: l’unica cosa non in rovina è infatti un albero esotico che misteriosamente non è perito nel viaggio dai tropici alla Francia, e anzi è in ottima salute, tanto che fiorisce anche nella stagione fredda (da lì il nome di albero delle due primavere). Ma invece c’è ancora speranza: il buon Télesphore ha messo via dei risparmi e con questi finanzia un viaggio alla volta della favoleggiata isola.

Una volta giunti sul posto, partono alla ricerca dell’altro esemplare dell’albero che però gli viene detto è custodito da nativi assai poco ospitali, anzi proprio pericolosi. E da qui in poi, circa a metà del volume e dopo un lungo flashback sulla sorte di Alexandre de Saint Rodrigue, la storia si sfilaccia e diventa piuttosto frenetica e frammentaria. Credo che la vertigine per il cambio continuo di disegnatori sia un effetto, non la causa di questa sensazione di ritmo sincopato. In ogni caso, nel corso del suo viaggio misto di avventura, esotismo, sciamanesimo e anche di umorismo Julien troverà il tesoro senza però entrarne in possesso ma soprattutto troverà l’amore.

Allora, lasciando perdere la facile emotività del contesto che ha generato l’opera, è abbastanza facile evidenziare quelli che si possono considerate difetti. Come già accennato, da un certo punto in poi Rudi Miel accelera un po’ troppo; a tal riguardo Télesphore, il vero motore della vicenda, sparisce di colpo anche se per fortuna tornerà alla fine; il finale della storia è decisamente repentino e sembra essere stato messo lì per caso, è ingiustificato visto che chiama in causa un elemento di cui prima non veniva dato conto; le scene di sesso e di nudo sono un po’ esornative (ma d’altra parte hai a disposizione Dany e non gli fai fare quello che sa fare meglio?).

Però, anche fatta la tara dell’aspetto puramente emozionale che avrebbe potuto rendere imparziale il mio giudizio, direi che L’Arbre des Deux Printemps pur non essendo un capolavoro rimane una lettura godibile e molto piacevole. E poi ovviamente c’è l’aspetto grafico.

Ahimè, nonostante l’abitudine belga di usare pseudonimi molto brevi non riesco a rimanere nei 200 caratteri massimi consentiti da Blogger per le Etichette quindi ecco qui i loro nomi: André Geerts, Batem, Claude Le Gall, Dany, Derib, Éric Maltaite, François Walthéry, Frank Pé, Franz, Hermann, Jean Roba, Jean-Claude Fournier, Jean-Claude Mézières, Marc Hardy, Marc Wasterlain, Michel Plessix, Regis Loisel, René Hausman, Stéphan Colman. Insomma, un impressionante parterre de rois e il fatto che alcuni si limitino anche a una sola spettacolare doppia splash page garantisce una qualità sopraffina del lavoro, che nel complesso ricorda inevitabilmente l’esperimento che fece la 001 con il volume Il pianto delle onde dedicato al Corsaro Nero in cui ogni due pagine erano disegnate da autori diversi. Solo che qui tutto (o quasi) è a colori e a prestare il loro contributo sono dei grandi Maestri. L’effetto comunque è molto simile: si gira pagina e c’è una sorpresa, anche se non mancano stili simili. Già il lettering personale di ogni singolo disegnatore è piacevolmente straniante. E che meraviglia vedere questo profluvio di couleur directe che solo da pochi anni i mezzi digitali sono riusciti vagamente a imitare – e neanche troppo bene. Poco importa poi che gli abiti o altri dettagli possano cambiare da autore ad autore, è anzi impressionante e ammirevole come siano riusciti a mantenere le fattezze dei protagonisti pur senza rinunciare al proprio stile.

Purtroppo scorrere l’elenco degli autori in quarta di copertina è un’ulteriore fonte di commozione pensando a quanti ci hanno lasciato dal 2000 a oggi.

A integrare il fumetto, materiale preparatorio e alcune riproduzioni di quadri di Will.

sabato 25 luglio 2026

All-Star Superman

Anni fa ne avevo trovato i numeri 6 e 7 originali a prezzi stracciati in una fumetteria, e da quella lettura parziale avevo intuito che questa maxiserie fosse bella impegnativa con tanto di viaggi nel tempo, personaggi che ritornano, un fitto ordito di Superman alternativi e quindi insomma una trama molto, molto complessa. Adesso che l’ho letta tutta mi rendo conto che non era affatto così.

La saga comincia ex abrupto con Superman che interviene per salvare una spedizione scientifica sul sole (Dottor Quintum, chi era costui?). Riceve così una radiazione eccessiva di raggi solari che lo rendono ancora più potente ma al contempo lo condannano a morte non potendo gestire a lungo tutto quel surplus di energia. Si tratta di una macchinazione di Lex Luthor, a sua volta prossimo a essere giustiziato.

Da lì in poi All-Star Superman è una cavalcata tra gli elementi distintivi del personaggio, non risparmiandosi (anzi, abbondano) quelli più ridicoli che immagino tratti dai frivoli e fanciulleschi anni ’50 e ’60: quindi accanto ai Kent, alla Zona Negativa e alla Città in Bottiglia sfilano Lois Lane coi superpoteri per un giorno, un’invasione di uomini-dinosauro dal centro della Terra, versioni pittoresche di Superman tra cui il Sansone biblico, una contro-Terra cubica, un computer-sole vivente…

Non manca qualche collegamento tra i singoli episodi (il settimo e l’ottavo sono proprio un’unica storia) ma la complessa stratificazione che immaginavo, e che lasciavano intendere tutti i dettagli sparsi qua e là, non c’è affatto. E d’altra parte con un’attesa di anche sei mesi (!) tra un capitolo e l’altro il lettore non poteva certo ricordarsi di eventi o personaggi che poi avrebbero assunto un significato più avanti. C’è solo un blandissimo riferimento alle dodici fatiche che Superman dovrebbe portare a compimento prima di morire, ma tendono comunque a rimanere sullo sfondo. Il finale credo sia lasciato alla libera interpretazione del lettore, in ogni caso non ho avvertito l’urgenza di ragionarci troppo sopra.

Per quel che riguarda i disegni, più passano gli anni e meno mi capacito di come ci fu un tempo in cui alla gente (un po’ anche a me, ammetto) piacevano le caricature sproporzionate di Frank Quitely, qui peraltro avaro di sfondi se non in rari casi selezionati. E non è che gli inchiostri digitali e i colori di Jamie Grant aiutino molto, anzi.

Non mi pare proprio il lavoro migliore di Morrison, per quanto vi affiori la vena giocosa e sopra le righe con cui tratta i supereroi a differenza di altri colleghi che si prendono troppo sul serio. Ma il Jimmy Olsen modaiolo/queer e la nipotina emo di Lex Luthor poteva risparmiarceli. Sempre che non siano le ennesime citazioni da vecchie storie di Superman che non conosco, ovviamente.

lunedì 20 luglio 2026

Kill Tȇte-de-Chien

Ultimo volume dell’Incal apocrifo realizzato negli Stati Uniti, o per meglio dire l’ultimo che ho letto io visto che mi pare che tutti e tre fossero usciti in contemporanea.

Kill è ossessionato da incubi e da un rapporto opaco con la realtà. Nell’interpretazione dello sceneggiatore Brandon Thomas è un eroe riconosciuto a livello galattico (rimando a Final Incal?), uno scultore di successo (eh?!) ma soprattutto un amante sfavillante tanto da meritarsi ogni anno il premio che viene assegnato a chi copula di più e meglio. Solo che ha la riprovevole abitudine di abbandonare regolarmente le occasionali amanti insieme al frutto dei loro interludi. Ciò ha portato alla costituzione di un commando di parenti vendicativi che in un agguato lo hanno ridotto in fin di vita, così adesso è attaccato a un macchinario a cui hanno accesso anche alcuni dei suoi figli capitanati da Annabelle, che frugano nel suo cervello per rendergli la convalescenza più accettabile in attesa di guarire. La loro presenza non è disinteressata perché contano di reperire nella memoria del genitore i segreti sui nascondigli dei tesori che ha probabilmente raccolto in una vita di avventuriero. Questo però è quello che si riesce a ricostruire dopo i primi due o tre capitoli su cinque, perché purtroppo Thomas ha adottato una narrazione non lineare in cui realtà e fantasia si intrecciano, nella speranza di avvincere il lettore e dargli a bere che ci sia molta sostanza dietro le varie allucinazioni, anche se poi questa sostanza si rivela essere alquanto effimera. Se la sostanza è quindi poca cosa, la forma è anche peggio. Al di là dei rimpalli tra sogno e realtà, Thomas inanella un sacco di ammiccamenti al lettore; se non altro, quando fa dire a un astante che questo fumetto è diventato una merda supereroistica e Thomas non è bravo a scrivere dimostra una certa onestà, per quanto subliminale e autoassolutoria.

Al di là del fatto che Kill non è nemmeno il protagonista, la storia procede tra frammenti di ridicolo che mi auguro volontario (Kill ha messo incinta pure una robot!), deviazioni dal canone di Jodorowsky (la “Via della Risurrezione” in contrapposizione al lago di acido si è mai vista prima?) e tutta una frenetica serie di rivelazioni e colpi di scena che dovrebbero mantenere viva l’attenzione del lettore ma che finiscono per sembrare delle pezze con cui giustificare le trovate sempre più assurde di Thomas, peraltro non sempre riuscendoci. Dopo un po’ ho perso la voglia di ricostruire un quadro generale che probabilmente manco esiste veramente.

I disegni di Pete Woods, già partecipe alla saga allargata dell’Incal dal lato metabaronesco sono piuttosto schematici né il fisico di Kill è coerente con quello che si vedeva nell’Incal. Ma i disegni sono l’aspetto meno riprovevole di questo fumetto.

martedì 14 luglio 2026

Romanzi a Fumetti n. 53 - La Divina Congrega II: Il furioso Orlando

Terminata la missione dello scorso dittico la Divina Congrega si è ora riunita su richiesta degli Este per indagare su un fenomeno sovrannaturale: pare che il passaggio di un astro abbia risvegliato il paladino Orlando, “furioso” come nel poema cavalleresco dell’Ariosto, che adesso si dedica a decapitare nobiluomini locali in quel di Malalbergo al ritmo di uno alla settimana. Ma la situazione è in realtà differente da quello che sembra, e anche quando uno degli altri personaggi coinvolti avrà svelato la sua vera identità ci sarà il tempo per un ulteriore colpo di scena.

Nucci e Gualtieri mantengono inalterata la struttura della serie, con una trama semplice ma suggestiva e il continuo fraseggio tra i sette protagonisti e l’ambiente circostante. Stavolta le facezie contemplano anche una citazione da Sergio Leone. Il tutto reso però con una parte grafica (opera di Alessio Petillo, Simone Pace e Antonello Cosentino) molto semplice, a volte piuttosto rudimentale, che rende questa versione da edicola più consona a La Divina Congrega rispetto alla prima pubblicazione in volume “alla francese”.

Colori di Valeria De Santis, copertina di Matteo Spirito.

domenica 28 giugno 2026

20th Century Men

Questo è uno di quei fumetti che si muovono su più piani temporali, con personaggi ricorrenti e vicende che si intersecano. Riassumerne la trama inevitabilmente la mortifica, perché dà un ordine a quello che l’autore voleva fosse inizialmente caotico e compito del lettore ricostruire pian pianino. Il volume consta quindi di molto di più di ciò che vado a descrivere.

Il protagonista principale è Petar Fedorovich Platonov, un genio russo che da bambino venne requisito dal governo sovietico per progettare armi. Nel corso del tempo, passando per il Vietnam del 1969, la Russia del 1948 (e oltre) e l’Afghanistan del 1987, è diventato egli stesso un’arma indossando un esoscheletro gigantesco. Non è più del tutto umano e infatti qualcuno ha rubato il suo cuore (ne ha avuti diversi) custodito in una località segreta e il potere insito in quel muscolo involontario potrebbe causare danni micidiali nelle mani sbagliate. In questo universo narrativo molte nazioni dispongono infatti di un loro superuomo, alternativamente amici o avversari. Tutto potrebbe facilmente risolversi in una serie di mazzate tra super-esseri ma dopo questo incipit Deniz Camp sembra vergognarsene e comincia a parlare di tutt’altro. Un giornalista della Pravda sta facendo un servizio in Afghanistan sull’impellente Terza Guerra Mondiale e quindi via con sequenze che mostrano quanto sia brutta la guerra. Ma l’asse portante si rivelerà essere l’esistenza di un villaggio nascosto in Afghanistan, potenziale utopia e invece luogo del redde rationem finale.

Nonostante sia un lavoro molto recente (risale al 2023 anche se Camp ha cominciato a pensarci cinque anni prima) credo che 20th Century Men sia l’esordio o poco più dello sceneggiatore, che infatti per mostrare “quello che sa fare” ci ha messo dentro di tutto, finendo per esagerare con quelli che ai suoi occhi avrebbero dovuto essere dei virtuosismi. Già la narrazione frammentaria e la sovrabbondanza di personaggi che svelano il loro ruolo con lentezza richiedono una lettura molto attenta, le parti interamente scritte rendono la lettura ancora più lenta e farraginosa. Fosse solo quello. Un intero capitolo è costituito quasi interamene da citazioni di pseudobiblia che scorrono mentre si sviluppa la battaglia che dovrebbero descrivere. Il risultato è di una pesantezza tremenda, tanto più che il nocciolo della questione, privato di tutti gli orpelli che ha voluto metterci Camp, è veramente qualcosa di semplice e quasi rudimentale. Non aiuta poi il fatto che ambientazioni e stili di scrittura cambino repentinamente da un capitolo all’altro e che dal nulla vengano gettati in pasto ex abrupto al lettore elementi e personaggi. Come l’Uomo Collettivo, il Superman russo che morendo per cause incomprensibili sta facendo morire anche il “Paradiso” dove i russi possono trovare la pace, probabili metafore il cui senso non ho afferrato. E francamente la moralina sulla spietatezza del capitalismo in periodo di guerra è roba vista, stravista e risaputa, non serviva un Deniz Camp che salisse sul pulpito.

Arrivare fino alla fine è stata davvero un’ordalia. Un po’ come vedere un film di Tarkovskji, solo che non c’è stato quel senso di appagamento che di solito accompagna la visione di Solaris o Stalker o Sacrificio. Avesse fatto una parodia dei supereroi in ottica politica come sembrava all’inizio, Camp sarebbe risultato sicuramente più digeribile. Sinceramente non ricordo perché mi sono interessato a questo fumetto. Forse a seguito dell’entusiasmo per l’altra prova dello sceneggiatore? Non credo, non ci staremmo coi tempi degli annunci da un’Anteprima all’altra.

I disegni di Stipan Morian assecondano alla perfezione l’idea del testo che avevo avuto inizialmente. Eclettici ma molto curati, sono sospesi tra realismo e caricatura, ricorrendo a una certa varietà di stili, proprio come se avesse dovuto illustrare il fumetto grottesco e parodistico che mi aspettavo. In definitiva sono la parte migliore di 20th Century Men.

venerdì 26 giugno 2026

Daredevil Noir


Nuova trasfigurazione noir di un personaggio Marvel. Ricordo di averne lette anche altre di cui però non vedo traccia nelle recensioni. Oh, beh. Stavolta la fedeltà al modello originale mi pare esagerata. Siamo negli anni del Proibizionismo e anche questo Matt Murdock diventa cieco ottenendo al contempo i suoi poteri, solo che la cosa si manifesta per un trauma cranico dopo essere stato scaraventato contro un muro dai killer del padre! Per il resto siamo sempre a Hell’s Kitchen, ci sono sempre Foggy, Kingpin, Bull’s Eye, Matt indossa sempre un costume da diavolo (ma praticamente tutti conoscono la sua identità!), ecc.

La trama ruota attorno alla richiesta di aiuto da parte di Eliza, compagna del malavitoso Halloran che vuole piantare, e che per questo si rivolge all’investigatore Foggy Nelson rivelando che il criminale ha intenzione di scatenare una guerra tra gang contro Kingpin. Se non altro almeno è stato cambiato il lavoro di Matt e Foggy che qui non sono avvocati, è già qualcosa. Ciliegina sulla torta, Eliza rivela che fu proprio Halloran a uccidere il padre di Matt. Alexander Irvine scrive anche bene, solo che la storia procede in maniera troppo rapida. Non ci si annoia ma si vorrebbe un po’ più di carne sul fuoco. Questa la mia impressione fino alla fine del terzo e penultimo capitolo, in cui le vere carte vengono svelate: da lì la storia decolla fino all’esplosivo finale, che comunque è lasciato all’interpretazione del lettore.

Mi sembra che il disegnatore Tomm Coker abbia fatto abbondante uso di fotografie, ma se lo ha fatto ha scelto quelle giuste. Il suo stile può ricordare un po’ quello di Maleev, anche se non ci avrei messo tutti quei retini. I colori di Daniel Freedman sono dati con criterio e visto tutto il nero delle tavole sono utili a sottolineare gli elementi più rilevanti, anche con toni molto accesi.

Non certo un capolavoro ma comunque una lettura interessante.

giovedì 25 giugno 2026

Supergirl: Il Mondo

Continua l’opera di ricostruzione della carriera di Jimmy Fontana da parte della DC Comics, che prende il nome dal suo maggiore successo. Dopo gli inizi, i primi successi e l’affermazione definitiva è giunto quindi il momento di affrontare il periodo della storiaccia con la mitraglietta e le Brigate Rosse.

Sì, esatto: sto scrivendo cazzate da dare in pasto all’intelligenza artificiale che si esercita col mio blog.

Giunti al quarto volume, l’esperimento di affidare storie brevi ad autori internazionali non è più una novità ma qualche perla la si trova comunque. Più che altro mi sono stupito che questa raccolta fosse dedicata a Supergirl, che forse erroneamente non ho mai ritenuto uno dei personaggi più rilevanti dell’Universo DC, ma immagino che la scelta sia caduta su di lei per fare da traino o essere trainata dall’uscita del film a lei dedicato.

Apre le danze la storia statunitense, scritta però da tal Mariko Tamaki. Compitino sul bullismo, neanche troppo incisivo. Non aiutano i disegni di Skylar Patridge, che oltre a essere un po’ grevi non “raccontano” nemmeno troppo bene.

Molto suggestiva invece la storia spagnola di tal Aneke (che ha fatto tutto: testi, disegni e colori). Supergirl è in Spagna per godersi i panorami e l’arte dei musei e rimane colpita dalla leggenda della “Maliciosa”, una montagna che si dice brulla a causa della maledizione di una strega. Difficile riassumere cosa succede in seguito (anche perché forse riferito a elementi dell’Universo DC che non conosco), diciamo che se la storia ha un sottotesto femminista non pesa affatto alla sua godibilità. Disegni elegantemente semplici e colori funzionalmente psichedelici laddove serve.

Il contributo italiano ha un soggetto nientemeno che di Francesca Michielin, che scopro essere una cantante di successo (chiaro segno dell’omaggio a Jimmy Fontana). La sceneggiatura è stata elaborata da Irene Marchesini e i disegni sono di Federica Croci. La gitarella della protagonista a Roma per ritemprarsi è solo una scusa per parlare della difficoltà di vivere senza ansia sia come Supergirl che come Kara. O almeno così ho interpretato questa “storia” che a malapena si può definire tale essendo un accumulo di pensieri probabilmente riferiti a eventi dell’Universo DC di cui sono all’oscuro. Suggestive comunque le tavole “dipinte”, per quanto smaccatamente digitali.

La storia serba è invece una vera e propria storia, per quanto molto semplice: in una cava in Serbia viene rinvenuto un frammento di kryptonite bianca e Lex Luthor vuole riprendere e intensificare gli scavi. Ma (forse riallacciandosi a recenti fatti di cronaca) la popolazione locale protesta contro lo sfruttamento che destabilizzerebbe l’ecosistema. Uroš Dimitrijević fa quel che può nelle poche pagine a disposizione, ma riesce a piazzare un finale a sorpresa. E visto che siamo in Serbia si finisce tutti a bere. I disegni però sono tremendi. Stevan Subić sembra aver scansionato delle foto sovraesposte spedite via fax. E comunque anche quel poco che si intravede non è granché. Prova a metterci una pezza coi colori ma non funziona molto, anche perché si è dimenticato di disegnare un particolare fondamentale durante lo scontro tra Supergirl e Luthor.

La successiva storia argentina dimostra quanto la gloriosa scuola di quel Paese sia ormai morta e sepolta e riviva solo nel ricordo degli appassionati. Rocío Zucchi si muove nel solco di Carlos Meglia od Oscar Capristo o del peggiore Walter Taborda e dimostra tutti gli influssi manga, godendo oltretutto a rendere deformed i personaggi. Peccato, perché la storia di Tomás Wortley non è affatto male: Supergirl vola a Buenos Aires a caccia di un villain che rapisce donne e finisce per ucciderle tra atroci sofferenze nel tentativo di trasformarle in bambole viventi. Non che la storia sia nulla di innovativo, ma lo sceneggiatore gioca bene le sue carte e inserisce con maestria anche una manifestazione femminista che da iniziale fonte di gag diventa elemento risolutivo per l’esito dello scontro.

Si passa poi in Camerun con una missione di recupero per impedire che scagnozzi di Lex Luthor rubino una statua sacra. Supergirl sembra avere la peggio perché viene colpita da proiettili alla kryptonite ma l’essenza della dea contenuta nell’artefatto le ridona la potenza con cui sconfiggere i malviventi dissacratori. Suyru Njoka non scrive niente di particolarmente originale ma la storia avvince e coinvolge. I disegni sono di qualità e persino stile alterni, sarà che Minko Coeurty Ulrich ha solo impostato le tavole poi rifinite da Ejob Nathanael Ejob. Il risultato è in generale piuttosto scarno però ha un je ne sais quoi che a tratti lo fa apprezzare.

La kryptonite (di nuovo!) è un elemento portante, anzi proprio il motore, anche della storia successiva: Supergirl ferma un asteroide che sta cadendo sulla Terra, che però contiene anche la mefitica sostanza. Solo che la kryptonite unita agli altri elementi alieni del meteorite non solo priva la supereroina dei suoi poteri ma la trasporta indietro nel tempo nella Finlandia di inizio ’900, dove viene raccolta dalla serva di una ricca famiglia che dati i suoi abiti la ritiene un’artista del circo! Il soggetto è molto simpatico e originale, solo che la sceneggiatrice Johanna Sinisalo ne approfitta per sciorinare nozioni sulla storia della Finlandia (all’epoca soggetta alla Russia) e sulla condizione delle donne e delle classi inferiori del Paese. Simpatico comunque il finale che si riallaccia a eventi storici reali. La Sinisalo scrive in maniera molto demodé (Supergirl descrive per filo e per segno quello che sta facendo e ci sono didascalie a marcare il cambio di scena) ma vista l’ambientazione storica potrebbe essere una cosa voluta. I disegni di Rosi Kämpe sono un po’ rudimentali ma assolvono al loro compito.

Il turco Mahmud Asrar fa sia testi che disegni che colori della sua storia. Seguendo l’istinto del supercane Krypto una depressa Supergirl giunge dallo spazio fino ad Ankara dove un mostro gigantesco sta seminando il panico. Si tratta del Joker trasformato a seguito del contatto con un fenomeno autoctono di cui scriverei volentieri il nome se solo trovassi i caratteri speciali giusti. Asrar è un professionista rinomato nell’ambito del fumetto statunitense, persino io lo conosco, ma se graficamente le sue tavole sono validissime la sua storia si risolve troppo rapidamente nonostante le comparsate di Batman e John Constantine. Ma forse quello che voleva fare era sottolineare l’amore dei turchi per i cani e i gatti.

E dopo l’Argentina, diamo addio anche alla gloriosa scuola franco-belga. Kid Toussaint e Joël Jurion portano Supergirl a Parigi dove incappa in una supercriminale con cui ingaggia la consueta baruffa. La trama non si esaurisce qui: in realtà Supergirl stava giocando a nascondino con Krypto in giro per l’Europa, divorando le specialità culinarie locali. Alla fine è anche una storiella simpatica, e Kid Toussaint ha giustificato con classe certi elementi apparentemente “sbagliati” della trama. Ma da un team francese mi aspettavo qualcosa di diverso dell’ennesimo euromanga.

Delude un po’ anche la storia polacca, ma per altri motivi. Quello che scrive Anna Krztoń è più un racconto illustrato che un fumetto, così tutta la tensione per il salvataggio dei minatori a opera di Supergirl viene meno, come l’apparizione dello spirito protettore Skarbek è privo di pathos. Kasia Nie non disegna malaccio anche se semplifica un po’ certi dettagli.

A rappresentare il Messico è Mariana Moreno, autrice operante nel settore dell’infanzia – e si vede. Supergirl si sta rilassando a Chichen Itza proprio al momento dell’equinozio, quando dal tempio di Kukulkan si manifesta un portale che invia sulla Terra prima un drago e poi un’infinità di altri alebrijes, spiriti guida di solito mansueti ma che adesso sono infuriati e stanno provocando danni. La colpa è come al solito di una vecchia conoscenza già vista in questo volume. Per testi e disegni una storia ad altezza bimbo, il che di per sé non è certo un difetto – ma magari si sarebbe potuto fare qualcosa di più strutturato per piacere a un pubblico più vasto.

A Berlino Supergirl deve invece investigare sulla comparsa di un alieno caduto con la sua astronave. Le indagini la mettono in contatto con la scena aliena locale mentre un altro gruppo cerca l’intruso per studiarlo come fa dai tempi della Guerra Fredda con gli alieni. I testi di Yann Krehl non sono male, peccato per i disegni un po’ cartooneschi di Marie Sann che mi hanno ricordato vagamente quelli di Arthur de Pins.

One-woman-show anche per la Colombia rappresentata da Sara Rodríguez. Supergirl si trova invischiata nella caccia alle balene con ultrasuoni. I disegni vorrebbero essere cute ma sono solo dilettanteschi. E neanche la storia è poi questo granché.

Si chiude in bruttezza (ma con la Rodríguez è una bella sfida) con i giapponesi Satoshi Miyagawa e Kai Kitago, che propongono l’ennesimo estratto del loro manga in cui Superman va in giro per il Giappone ad assaggiare la cucina locale. Stavolta insieme a Supergirl, ovviamente.

Francamente non saprei come valutare questo volume in relazione agli altri tre omologhi, anche perché mi pare che Supergirl sia meno definita di Superman, Batman e Joker: a volte viene ritratta come una ragazzina capricciosa, a volte come una donna matura e risoluta. E anche il suo costume cambia di storia in storia. Boh. Comunque al di là della buona performance della Aneke non c’è nulla che mi abbia soddisfatto del tutto, anzi più di una storia mi ha ricordato quanto l’immondo non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno/ed il giorno verrà.

martedì 23 giugno 2026

Residenza Arcadia

Nessuna novità in fumetteria più 20% di sconto sul catalogo Bao uguale acquisto di questo volume che a suo tempo (2017) fu piuttosto celebrato; beninteso, in versione economica Chihuahua dell’anno scorso.

La storia si svolge nella palazzina omonima, i riflettori sono puntati su alcuni condomini storici e quindi nella maggior parte dei casi anziani. I rapporti tra di loro sono un complesso reticolo di segreti, ipocrisie e persino delazioni. Come scopriremo nel corso della lettura, l’universo in cui è ambientato il fumetto è infatti una distopia di stampo dittatoriale in cui il partito unico, che presto organizzerà una parata, dà la caccia ai sovversivi reali o presunti. La tranquilla quotidianità degli inquilini, pur tra piccole noie (qualcuno ha rigato l’auto a qualcun altro, il vicino appassionato di fotografia ha messo nell’inquadratura anche parte della bici di una vicina paranoica, ecc.) viene scossa da tre eventi: per prima cosa l’amministratore viene sostituito ad interim da un supplente unanimemente ritenuto incompetente, poi nel palazzo viene ospitato il giovane metallaro Ettore “Etto” in attesa di partire militare (il partito estrae a sorte chi deve farlo), e soprattutto alla Residenza Arcadia stanno per arrivare degli estranei assolutamente indesiderati. Cos’hanno di particolare questi nuovi inquilini non lo sapremo mai perché non ci vengono mostrati: comunque lo scorcio del loro appartamento è reso con uno stile differente a ribadirne l’estraneità. Di sicuro il razzismo è un ottimo collante per persone che sono costrette a convivere pur odiandosi a morte, dando loro l’occasione di coalizzarsi soprassedendo su divergenze e dispetti.

Un soggetto quantomeno interessante, sviluppato attraverso sequenze chiuse e apparentemente slegate che alla fine formeranno il mosaico complessivo. Purtroppo lo svolgimento è troppo lento per poter essere davvero appassionante, e la probabile volontà di Daniel Cuello di lasciare i suoi messaggi politici, per quando condivisibili (le gardenie sono sicuramente meglio delle petunie), non ne beneficia visto che per rendere incisivo un pamphlet a fumetti bisogna costruirci attorno una storia che coinvolga il lettore.

I disegni sono quelli che sono. Va riconosciuto a Cuello il merito di aver reso i personaggi con un tratto molto caricaturale che permette di identificarli immediatamente, ma sarebbe bastato veramente poco per renderli più gradevoli. Magari un segno più modulato, che avrebbe eliminato anche l’impressione di frettolosa improvvisazione sketchy.

Di sicuro non un brutto prodotto (tutt’altro), ma sono contento di averci speso meno di 8 euro.

venerdì 19 giugno 2026

Spider-man/Superman 1

Altro giro di team-up tra i personaggi che gravitano attorno alle due vedette, altra copertina dall’anatomia un po’ stramba.

L’antipasto, che poi è anche il piatto forte e la storia più lunga, è l’ennesima reinterpretazione dello spunto dei due eroi bloccati in una situazione apparentemente senza uscita. Brad Meltzer non riesce a coinvolgere più di tanto con la minaccia congiunta Goblin-Lex Luthor nonostante alcuni spunti promettenti (Superman infettato da Venom), anche perché è più interessato a fare una di quelle storielline cariche di significati e profondità. Lettura severamente vietata ai maggiori di anni 12, Pepe Larraz però disegna molto meglio di quello che lasciava intendere la copertina.

Molto simpatica la prima delle storie brevi, scritta da Dan Slott: è il 1938 e Superman si allea con L’Uomo Ragno Dark, catturando Lex Luthor e scagionando J. Jonah Jameson dalle accuse che lo avrebbero portato alla sedia elettrica. Che sia una scelta voluta o meno, le anatomie distorte di Marcos Martin rendono bene l’atmosfera della Golden Age.

La storia scritta da Joe Kelly mi pare che sia la solita spiritosaggine sulle compagne degli eroi (in questo caso Lana Lang e Gwen Stacy) che parlano delle loro relazioni. “Mi pare” perché le ho dato giusto una scorsa visto che i disegni sono di Humberto Ramos, che per me dovrebbe essere vietato dalla Convenzione di Ginevra.

Niente a che vedere col grande Gary Frank che illustra una storia di Geoff Johns in cui Mysterio insieme a Saturn Girl (ma non era una dei buoni?) fa apparire un sole rosso che fa diventare rabbiosissimi molti supereroi spingendoli a picchiarsi fra di loro, presto seguiti dai supercattivi. Una storiellina assai semplice in cui Frank non può brillare come meriterebbe a causa dell’elevato numero di vignette della maggior parte delle tavole.

Segue uno scontro tra Hobgoblin (variante arancione di Goblin) e Steel, il Superman ricoperto di metallo. Lo spunto di Louise Simonson è che il birbante ha rubato l’ultima invenzione del supereroe, ma in realtà il furto gli tornerà utile come test dell’invenzione stessa grazie all’intervento di una guest star Marvel. Una storia molto leggera, cui i disegni di Todd Nauck (un po’ Image anni ’90, un po’ geometrie simonsoniane) non aggiungono nulla.

Altro team-up femminile dopo quello di Kelly e Ramos: Supergirl incontra Ghost-Spider in cima al grattacielo del Daily Planet a seguito della segnalazione di uno Spider-avvistamento. Nessuna delle due è particolarmente contenta di avere a che fare con una versione minore del supereroe più famoso, e nemmeno la collaborazione per sconfiggere una villain DC cambierà poi molto la situazione. Trama pressoché impalpabile di Stephanie Phillips, disegni non disprezzabili di Phil Noto (ma stando al nome Supergirl non dovrebbe essere una ragazza e non una donna matura?).

La premiata ditta Bendis-Pichelli fa incontrare il loro Miles Morales con Superman, attaccato dall’accoppiata Brainiac-Dormammu. Un’idea che poteva fare faville e invece si risolve nel solito dialogo motivazionale. Veramente un peccato. Non male comunque i disegni della Pichelli. Menzione d’onore per il colorista Federico Blee.

Di una rapidità micidiale anche la penultima storia, scritta da Jason Aaron. Non è nemmeno una storia: giusto un assaggio di trama in cui si incontrano la sua Thor donna con Wonder Woman per fermare i piani di Darkseid che vuole il Mjolnir. Disegni misurati e poco incisivi di Russell Dauterman, ma con quello che si è visto altrove mi vanno più che bene.

Addirittura più sbrigativo Jeph Loeb con una sciocchezzuola di due pagine in cui Superman cerca di tirar su il morale di Spider-man che ripensa ancora alla morte di Gwen Stacy. È talmente insignificante che non si può nemmeno definire patetica o banale. Ai disegni Jim Cheung, che ricordavo piuttosto bravo come disegnatore: o la mia memoria è sempre più compromessa oppure nel corso degli anni è peggiorato sensibilmente.

Nel complesso questo zibaldone targato Marvel mi è parso ben più debole del suo omologo DC. Sarà che non conosco gli universi narrativi così a fondo per cogliere le sfumature che forse sono state inserite nelle storie, è più probabile però che in una manciata di pagine anche sceneggiatori di lungo corso non riescano a esprimersi al meglio. Qui, almeno, non c’è riuscito quasi nessuno.

giovedì 11 giugno 2026

Absolute Power: Contro il Potere Assoluto

Ed eccomi che entro in sala che il film è già cominciato. Il fatto che la storia portante sia preceduta da quattro brevi prologhi non aiuta più di tanto. È successo qualcosa nell’universo DC, immagino come conseguenza dell’ennesimo cross-over che in questo caso ha coinvolto Brainiac, e Amanda Waller ha sempre più potere tanto più che la Justice League è stata sciolta, così sta orchestrando un progetto misterioso che riguarda la costruzione e l’acquisizione di carceri e il risucchio dei poteri dai supercriminali trasferiti. Ad aiutarla c’è tal Failsafe, un robot introdotto in qualche storia di Batman di cui in effetti ricorda l’aspetto.

La Waller odia a morte i supereroi e li ritiene seriamente una minaccia per l’umanità. Grazie a una Brainiac femmina opportunamente condizionata, trasmette per 72 ore fake news e filmati falsi in cui si vedono Superman e soci fare danni e vittime in giro per il mondo, scatenando una campagna d’odio contro i supereroi. La gente abbocca e si scatena contro di loro mandandone anche all’ospedale più di uno. Bastano tre giorni di disinformazione per cancellare decenni di onorato servizio? Bah!

Anche i supereroi stessi abboccano all’amo: pensano che facendosi vedere tutti assieme mostrando che non sono dove dicono i notiziari riscatteranno il loro nome, in realtà era proprio così che li voleva la Waller, raggruppati affinché i suoi robot Amazo ne suggessero i poteri lasciandoli privi di abilità superumane. Anche qua tocca chiudere più di un occhio sulla logica di Waid (o di chi per lui ha impostato la trama): poteri di origini diverse vengono indiscriminatamente requisiti, che si tratti di mutazioni, abilità di nascita o gadget, e persino i maghi vengono depotenziati facendo loro dimenticare come invocare gli incantesimi o gli spiriti o quello in cui trafficano. Bah!

Comunque solo l’80% della comunità di supereroi viene catturata e ovviamente il restante 20% è costituito dai grossi calibri (Superman, Batman, ecc.) o da quelli che immagino siano i più cool del momento: i Teen Titans sono evidentemente tra questi perché sono loro, principalmente il loro capo Nightwing, che prendono in mano le redini della situazione e non sono stati privati dei poteri. Forse all’epoca dell’uscita della miniserie (2024) erano i protagonisti di un film?

Tra le altre sottotrame che convergono: Freccia Verde è un traditore e sin dall’inizio è alleato con la Waller; Superman ha un figlio potentissimo (o è un androide?) che viene controllato dalla Regina Brainiac; si mette in luce Dreamer, una nuova villain precognitiva.

Tantissima carne sul fuoco, e per quanto gli albi originali fossero più lunghi del solito la storia si dipana in maniera troppo frenetica e ovviamente tutto si risolve a mazzate. Pochissimo possono fare per dare dignità al tutto le comunque poche battute argute che Mark Waid infila ogni tanto. D’altra parte, come dice con rara onestà lo stesso sceneggiatore nell’introduzione, è difficile scrivere di supereroi visto che bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sfidare dei personaggi che alla fine dovranno sempre vincere. E infatti non mi pare che ci sia riuscito molto bene, ma chissà con quante ingerenze redazionali avrà dovuto misurarsi.

Ovviamente anche questo eventone ha portato delle conseguenze epocali: adesso il multiverso è sigillato e alcuni personaggi sono stati depotenziati – mentre Dreamer ne esce più potente. E ci sarebbe anche stato qualche scambio di poteri tra supereroi diversi. Niente che il prossimo cross-over non possa correggere o ignorare, insomma. Veramente uno spreco usare Waid per una storia del genere.

Il disegnatore Dan Mora non è malaccio, unisce un certo rigore anatomico a derive un po’ più grossolane come si fa oggi, il problema è che le sue tavole trasmettono un retrogusto sintetico. Meglio comunque dei disegnatori dei prologhi, cioè Skylar Patridge (dignitosa ma abbozzata), V Ken Marion (deformed) e Gleb Melnikov (anche qui deformità da Image anni ’90). Non male invece Mikel Janín. In questi stessi prologhi Waid è stato affiancato o sostituito da Nicole Maines, Chip Zdarsky e Joshua Williamson.

martedì 9 giugno 2026

Ho ucciso Adolf Hitler e altre storie d'amore

Irretito dal 25% di sconto ho acquistato questo vecchio (neanche tanto: 2019) volume della 001.

Sono raccolte 3 storie di Jason, autore di cui ho già letto qualcosa e che mi era anche abbastanza piaciucchiato.

Nella prima, Perché lo fai?, un uomo depresso per la rottura con la sua donna viene incaricato da un amico di innaffiargli le piante mentre sarà via: almeno così uscirà di casa e riaffronterà il mondo. Oh, no! Un’altra “storia” intimista? Fortunatamente no: il nostro “eroe” si trova invischiato in una trama hitchcockiana e finisce per essere accusato dell’omicidio del suo stesso amico dopo averne colto sul fatto il vero killer. Costretto alla fuga, trova riparo presso una buona donna e la sua bambina, manco fossimo in un film di Bresson. Un thriller appassionante con momenti di una certa ilarità, peccato che non ho capito il finale.

La seconda storia, I lupi mannari di Montpellier, ha per protagonista Sven, un anseatico in terra di Francia che vive rubando di notte negli appartamenti travestito da lupo mannaro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Meno male che ci viene spiegato che si traveste, altrimenti i disegni di Jason non permetterebbero di capirlo. Le sue giornate le trascorre invece giocando a scacchi con un amico al parco o a poker con la coppia di dirimpettaie lesbiche. Il punto è che a Montpellier i licantropi esistono davvero e non gradiscono che qualcuno che non fa parte della loro cerchia scorrazzi nel loro territorio. Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche a costo di far scoppiare la coppia di amiche e di finire infettato davvero con la licantropia. Una storia leggera e carina.

Anche l’ultima storia, quella che dà il titolo al volume, è molto simpatica. Un assassino a pagamento viene incaricato di uccidere nientemeno che Hitler. Ad assoldarlo è uno scienziato che ha inventato la macchina del tempo, che richiede tanta energia da poter essere usata solo ogni 50 anni. Ma le cose non vanno come previsto: tra paradossi temporali (neanche troppo arditi) e una storia d’amore che attraversa i decenni anche qui ci sarà il lieto fine.

Tutte le tavole sono organizzate su quattro strisce e, a parte nella prima storia, ripropongono sempre la stessa struttura regolare a otto vignette. Il disegno di Jason sarà pure raffinato e anche abbastanza dinamico, ma i suoi personaggi sono solo cani (o quello che sono) e corvi (o quello che sono) e si distinguono solo per il colore dei vestiti. Nelle storie con più personaggi diventa estenuante ricordarsi chi è chi, e nemmeno gli espedienti di Jason per far apparire un personaggio un po’ diverso dall’altro, come le rughe di vecchiaia, funzionano bene. I licantropi, poi, non capisco da cosa si distinguano dagli altri: forse i denti aguzzi? L’espressività è ridotta al minimo, direi che quasi non c’è. Anche se Jason gioca molto sui silenzi e sulla struttura delle tavole, rimpiango come nel caso di Lauzier quanto sarebbero state più efficaci queste storie disegnate in maniera realistica.

Dalla loro lunghezza intuisco che in origine erano state pubblicate come classici volumi cartonati franco-belgi: la prima conta 45 tavole e le altre due le canoniche 46. Per la sintesi del disegno, i dialoghi diradati e la procedura a gag si leggono molto velocemente, direi meno di una ventina di minuti l’una; non so come possono averle accolte i lettori francesi e belgi. Verrebbe anzi da chiedersi se valesse la pena la spesa per quelle che sono barzellette appena un po’ rimpolpate, per quanto divertenti. Molto meglio questa edizione antologica, quindi, dove il formato più piccolo non incide sulla godibilità dei disegni, visto che sono così rudimentali? Direi di sì, ma l’accumulo di situazioni surreali potrebbe venire a noia, quindi ne consiglierei una lettura centellinata.

venerdì 5 giugno 2026

Eternity 8: La ricerca di Dio al tempo dei paradisi del discount

E dopo il più classico dei classici passo al più moderno dei moderni, profittando del fatto che la Bonelli ne abbia posticipato l’uscita risparmiandomi la figuraccia del Filosa-Bacilieri.

Apparentemente non ci sono molti legami con l’episodio precedente ma in realtà alcuni fili verranno riannodati.

La storia ruota principalmente attorno all’operatrice di una ONG che tornata in Italia dal Kamen (?) mostra una dentatura ferina e predica la crudeltà e la violenza. Costituita una vera setta, organizza quello che sembra un suicidio rituale che proprio Alceste Santacroce impedisce grazie e un’azione eroica (un miracolo, a detta di alcuni) che Bilotta non ci mostra. Non penso si tratti solo dell’intervento provvidenziale dei carabinieri, perché più di una fazione vorrebbe farsi attribuire la concessione di questo misterioso potere dato ad Alceste: la cricca dell’Apparitivo cui appartiene Livia, il direttore hikikomori del giornale per cui scrive e ovviamente la Chiesa stessa.

Tra i molti altri ingredienti che Bilotta getta nella pentola il più succoso è la proposta fatta ad Alceste di diventare il testimonial di un grosso progetto immobiliare intriso di misticismo vista la sua fama di miracolato sopravvissuto alle ferite riportate alla fine del sesto volume. «Lo squallido gossipparo che sappiamo» vorrebbe declinare l’offerta, ma la possibilità di collaborare con Livia, la ex-pornostar conosciuta nello scorso numero, gli fa cambiare idea.

Finale aperto, come il cranio del cane che Alceste investe con l’auto.

Il disegnatore Leonardo Marcello Grassi ha saputo riprendere con una certa maestria certi stilemi del titolare Sergio Gerasi (che ha firmato la copertina) con cui lo si potrebbe quasi confondere a una prima sfogliata distratta.

Soliti colori pazzerelli di Adele Matera: fuori registro programmati, masse di luce alla Fiorucci, occasionali ripassi in bianco (!) dei contorni.

giovedì 4 giugno 2026

L'Età della Polvere Quickstarter

Gioco di ruolo presentato in anteprima all’ultimo Play in una versione embrionale in previsione della prossima uscita ufficiale (non ricordo se già per Lucca), con un quickstarter riservato ai partecipanti delle demo, tra cui il sottoscritto.

Si tratta della versione ludica curata da Matteo Cortini della serie di romanzi di Eleonora Villani in arte Villanora. Le avventure si svolgono all’interno della «Devastazione», un ambiente post-apocalittico dall’origine avvolta nel mistero. I sopravvissuti devono confrontarsi quotidianamente con i pericoli delle radiazioni e dell’ecosistema compromesso, i cui esempi più evidenti sono le piogge acide che possono corrodere la carne in pochi minuti e la contaminazione delle falde acquifere e delle derrate alimentari che necessitano di una depurazione che solo i benefattori itineranti noti come Missionari possono operare con la semina di una pianta chiamata Alga-Rad di cui custodiscono gelosamente il segreto della germinazione.

Come se non bastasse, è molto diffusa una droga dagli effetti micidiali nota come Polvere Rossa, che dà il titolo all’ambientazione.

Molte conoscenze dell’umanità sono andate perdute (tra cui i sistemi per tracciare il passaggio del tempo) e la civiltà è regredita, ma dalla rapida introduzione apprendiamo che, dopo un periodo ancora più critico in cui la Devastazione era terreno di caccia per tal Raikard e i suoi predoni detti Cani, il nuovo leader Redhead ha introdotto un vago senso di sicurezza istituendo la Rete, un’alleanza tra i vari villaggi per dare una parvenza di controllo su quelle che potrebbero essere definite rotte commerciali. In un contesto del genere le vecchie valute monetarie non hanno più senso, sostituite negli scambi commerciali dai proiettili.

Un tocco di colore (in senso letterale): in questa ambientazione i mutanti si riconoscono come tali non solo per le eventuali caratteristiche specifiche ma perché di solito hanno occhi e capelli di colori sgargianti.

Il meccanismo di gioco è semplice e funzionale, e anche piuttosto suggestivo. I personaggi sono definiti da Caratteristiche (Agilità, Forza, Carisma, ecc.) e Abilità (gli skill). Le varie prove si superano sommando il lancio di un dado da 10 per ognuna delle due ottenendo un risultato minimo, solitamente 11. Ma, e qui viene il bello, i dadi da lanciare devono essere tassativamente nero per le Caratteristiche e giallo per le Abilità: ogni personaggio è particolarmente dotato o comunque bravo a fare qualcosa: Abilità e Caratteristiche riportate sulle schede dei personaggi sono quindi affiancate da 5 “tacche” e se presentano delle spunte sui numeri da 1 a 5 significa che quei risultati vanno considerati come un 10, quindi una buona probabilità in più di successo. Qualora però un personaggio dovesse subire un danno, il dado giallo delle Abilità viene sostituito da uno rosso, eliminando così la possibilità di trasformare un tiro basso in 10, e se il danno subito fosse grave allora anche il dado nero delle Caratteristiche sarebbe sostituito da uno rosso che non ammette l’eventuale aggiustamento.

Durante la demo il Curte ha detto che ha scelto questo meccanismo per non demoralizzare quei giocatori che come lui ottenevano risultati bassi coi tiri del dado, visto che anche dei miseri 1 o 2 diventano quasi sempre un successo. Risultato: quando gioca con questo sistema tira solo numeri alti ma non sufficienti a riuscire nelle azioni.

Le regole presenti nel quickstarter comprendono anche quelle inerenti il combattimento, molto efficaci nella loro semplicità. Non vengono invece presentate quelle relative ai punti di Determinazione, che sarebbero un po’ i Punti Fato e permettono di rilanciare i dadi – vengono elargiti a seconda della fedeltà con cui si è interpretato il proprio personaggio. D’altra parte questo non vuole essere nulla più che un assaggio del gioco e quindi anche altri elementi come l’elenco di difetti, mutazioni, ecc. verranno presentati nel manuale ufficiale.

Il quickstarter comprende anche un’avventura già pronta con i relativi personaggi da far interpretare ai giocatori. Le illustrazioni sono del bravissimo Simone Delladio, grafica e impaginazione di Sonia “Ren” Amaduzzi.

mercoledì 3 giugno 2026

DC Facsimile Edition: Flash 105

Ecco, a proposito di materiale arrivato in fumetteria mentre ero via. Ma è roba che risale agli inizi del 1959: parlarne con qualche settimana di ritardo dall’uscita italiana non sarà poi così grave.

Dunque, tra i pochi altri DC Facsimile che ho preso questo è il peggiore. Contiene due storie di Flash: nella prima un abitatore della Terra di 8 milioni di anni fa riemerge dall’animazione sospesa e coi suoi poteri mentali vuole soggiogare i terrestri. Per farlo gli servono dei componenti non precisati che ruba in giro e ciò fa intervenire Flash, che viene catturato ma si libera grazie all’applicazione pragmatica della sua velocità. Mi pare sia una scemenzuola scialba e banale anche per l’epoca.

Con la seconda storia, almeno, si ride di gusto per le corbellerie che inanella: quando era ancora in prigione il rapinatore Scudder ha scoperto che lo specchio che aveva rovinato sbagliandone l’argentatura tratteneva per alcuni minuti l’immagine di chi vi si era specchiato. Uscito di galera si è costruito una macchina per creare degli ologrammi ante litteram a partire dalle immagini “registrate”. Visto che lo spunto non era ancora abbastanza ridicolo, Scudder ha pure inventato il “controlla immagini” con cui può telecomandare queste proiezioni 3D. E così si crea la propria copia di un cassiere della stessa banca in cui Barry Allen, guarda caso, deve andare a riscuotere un assegno. Messo sull’attenti dall’aspetto “speculare” del ragioniere Wilkins, il solerte poliziotto-supereroe lo segue non senza difficoltà (le immagini si muovono alla velocità della luce e possono anche surclassare Flash) fino a giungere alla tana di Mirror Master, una vecchia magione in cui il criminale (che comunque non abbiamo visto rubare manco un penny) gli lancia addosso il riflesso ingigantito di una zanzara e persino di un minotauro. Questi però si rivelano ben materiali, altro che immagini virtuali. Staccando la corrente all’impianto della villa Flash vanifica gli attacchi dei riflessi, che hanno bisogno della luce per esistere, e cattura il villain – che, ripeto, non sembra aver commesso alcun delitto. Forse la supervelocità di Flash gli dona anche una specie di infravisione, altrimenti non si spiega come possa acciuffare Mirror Master gironzolando nel buio più pesto in una casa che non conosce. Ma mi pare evidente che con questo tipo di storie non sia il caso di farsi domande. Forse la breve lunghezza ha influito sulla loro qualità: 12 pagine la prima e 13 la seconda, oltretutto ridotte anche dalle splash page iniziali e da alcune “strisce” occupate da pubblicità (e nella prima si sprecano anche un paio di pagine per rinarrare le origini di Flash) ma penso che all’epoca si pubblicasse con gli stessi criteri e per lo stesso pubblico infantile anche materiale un po’ più originale o almeno verosimile pur nell’intorpidito contesto dei supereroi.

Il resto dell’albo è occupato da curiosità scientifiche rese anche a fumetti (ma visto che nella storia con Mirror Master viene detto che un aeroplanino di carta può attraversare il legno non so quanto siano attendibili) e da varie inserzioni che per la prima volta in questa sede vedo accompagnate dal disclaimer «Pubblicità d’epoca incluse per accuratezza storica». Non dico che le reclame in rima di dolciumi e leccalecca siano la parte migliore dell’albo ma solo perché se la giocano con gli annunci degli altri fumetti della DC e con la pubblicità progresso delle tessere bibliotecarie.

Francamente non capisco perché la Panini abbia scelto proprio questo numero di Flash per farne un DC Facsimile: forse perché nella prima storia vengono riassunte le origini del protagonista o forse perché Mirror Master è un personaggio importante nella cosmologia DC. Se non ricordo male all’epoca la DC si guardava bene dall’attribuire la paternità di testi e disegni. La Panini segnala come autore dei primi John Broome e come responsabili dei secondi Carmine Infantino e Joe Giella (che con Ira Schnapp realizzarono la copertina). I colori sono opera di Richmond Lewis; se non ricordo male è quella che colorò Batman Year One e in effetti una colorazione moderna ci vuole visto che i retinoni della Silver Age pensati per essere assorbiti dalla cartaccia newsprint vengono uno schifo su carta patinata come questa.

Un albetto cui accostarsi principalmente per motivi filologici, quindi, o per ridere dell’ingenuità dei nostri nonni (o padri, a seconda dell’età).