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sabato 23 agosto 2025

Dylan Dog/Batman: L'Ombra del Pipistrello

Ristampa deluxe della miniserie uscita qualche anno fa. Un crossover improbabile si rivela quantomeno divertente.

Joker riceve un invito da parte del dottor Xabaras, con cui aveva già avuto importanti contatti anni prima, se ho ben capito proprio in concomitanza con il numero 1 di Dylan Dog. L’arcinemico di Dylan Dog vuole una sua consulenza sull’opportunità di creare tramite le tossine del suo veleno degli zombi che non siano degli automi decerebrati. Groucho e Catwoman ne fanno le spese.

Poi però la storia prende un’altra direzione e scopriamo che Joker vuole riportare in vita Christopher Killex: dopo aver verificato che in effetti la sua anima non è più all’inferno Dylan Dog parte alla volta di Gotham City dove effettivamente sta agendo un serial killer con le stesse modalità. E per fermarlo l’Indagatore dell’Incubo viene assunto dal Joker! La risoluzione del caso mi sembra ben congegnata, anche se ho avvertito un calo di tono quando Dylan Dog avanza il sospetto che questa storia non si sia svolta davvero.

La continuity e il cast dei due eroi si intrecciano e Recchioni padroneggia una conoscenza approfondita di entrambi. Forse dimostra questa conoscenza con eccessiva ostentazione: non che sia così fondamentale per la trama, ma un lettore di Dylan Dog saprà chi è Killer Croc? Può darsi che John Constantine sia noto a un lettore bonelliano per il film con Keanu Reeves, ma dubito che Jason Blood/Demon lo sia. E il personaggio attorno cui ruota buona parte della vicenda, Killex, sarà pure importante nella cosmologia dylaniana, ma francamente non lo conoscevo. Anche se come bignami delle vite dei due protagonisti può funzionare, probabilmente L’Ombra del Pipistrello è stata immaginata più come una serie di strizzatine d’occhio ai fan dei due personaggi piuttosto che come punto d’ingresso per chi ancora li conosce solo di fama. Nel primo caso c’è di che essere comunque soddisfatti per la sagacia di molte battute (gustoso il fraseggio del primo incontro tra i due) e le derive divertenti di alcune sequenze. E incredibilmente l’interazione tra i protagonisti e i rispettivi comprimari ha effettivamente una sua logica cristallina.

I disegni di Cavenago e Dell’Edera (che tra l’altro non sono stato in grado di distinguere l’uno dall’altro: forse uno avrà fatto le matite e l’altro le chine?) non mi hanno convinto, troppo spigolosi e stilizzati. E non è che le sequenze d’azione beneficino molto di questa anemica sintesi. Fortunatamente i colori di Giovanna Niro e Laura Ciondolini arricchiscono molto le tavole.

Questa edizione deluxe (che ha una copertina appositamente realizzata da Carmine Di Giandomenico e una breve introduzione di Luca Del Savio) presenta in appendice una breve art gallery dedicata principalmente alle varie copertine, a una delle quali ha collaborato Emiliano Mammucari. Pur con la sua consueta spigolosa sintesi Cavenago si fa apprezzare per la spumeggiante esuberanza del colore.

venerdì 30 maggio 2025

Dylan Dog Gigante N. 24 - Daryl Zed: Il Cacciatore di Mostri

Dritto dal 2020 giunge questo volumetto, che non è una ristampa ma proprio quello che sarebbe dovuto uscire cinque anni fa dopo la prima pubblicazione sotto forma di albi. «Fumetto di un fumetto nel fumetto che, a sua volta, contiene un altro fumetto» lo definisce Roberto Recchioni nell’introduzione, e in effetti questa miniserie si basa su una serie di ardite mise-en-abyme riprendendo un fumetto-nel-fumetto del numero 69 della collana regolare creato appositamente per controbattere alla campagna diffamatoria dell’epoca contro i fumetti dell’orrore. Io però mi ricordo che Daryl Zed era anche il fumetto di successo di uno dei tre avatar di Sclavi in uno dei suoi romanzi (mi pare Non è successo niente), e coesisteva come fumetto con Dylan Dog: la cosa è perfettamente congruente perché il protagonista è anche confidente di Tiz, un altro degli avatar di Sclavi di quel romanzo che appunto trae spunto dalle storie di Daryl per scrivere Dylan Dog.

Il gioco di questo esperimento è il ribaltamento dei canoni della serie originale. Daryl Zed è quasi la versione speculare dell’Indagatore dell’Incubo: non crede nella bontà dei “mostri” e nella possibilità di una loro redenzione ma anzi dà loro la caccia per guadagnarsi da vivere, un po’ detective e molto cacciatore di taglie. Inoltre indulge nell’alcol, è molto sprezzante, non si abbandona a malinconie filosofiche e ama la violenza. La sua battuta caratteristica è «Giosafatte salterino», che ha tutta l’aria di essere un omaggio al «jumpin’ Jehosaphat» di Jonathan Cartland. E ripensandoci, hai visto mai che pure «Giuda ballerino» non fosse una citazione di quella serie, che Sclavi presentò generosamente (ma invertendone gli episodi, se ben ricordo) sul suo Pilot?

L’ambientazione è una specie di distopia pulp in cui varie tipologie di mostri, alieni o umani col dna corrotto, scorrazzano tra la gente comune. Un fantasma (anzi, un vampiro) torna dal passato di Daryl Zed ma la vera minaccia si rivelerà un’associazione tanatofoba che vuole eliminare i “mostri” con un virus appositamente creato. Viste le premesse mi aspettavo che la vicenda finisse con una rivelazione come quella de L’Uomo di Wolfland di Barreiro e Saudelli e infatti così è stato.

Il Cacciatore di Mostri è un fumetto scatenato e fracassone e Tito Faraci ha ben gestito la deriva metanarrativa in cui Daryl Zed incontra Dylan Dog, entrambi il personaggio dei fumetti preferito l’uno dell’altro: si dilungano in disquisizioni teoriche un po’ avulse dal contesto, ma quella scena avrà una sua giustificazione ironica nel finale. Ciò detto, il vero piacere per l’appassionato di Dylan Dog sarà vedere le varie citazioni dalla serie regolare e la trasformazione di molti punti fermi invertiti di senso: si comincia con un Johnny Freak che qui è un omicida telecinetico, un po’ come il Ken Parker “cattivo” del film muto che guardava Marvin il Detective avrà divertito gli appassionati di Lungo Fucile.

I disegni sono affidati a tre disegnatori diversi (i tre albi originali duravano 64 pagine) e chi più chi meno ha visto il proprio lavoro rovinato da quei fastidiosissimi retini colorati che a Sclavi devono piacere tanto, vedi le copertine del suo Pilot. Lo schematico Nicola Mari non ne esce troppo devastato, ma Angelo Stano che già di suo aveva inserito degli “effetti speciali” nelle sue tavole risulta molto mortificato e poco leggibile. Caso vuole che l’anemico Werther Dell’Edera abbia deciso di darci dentro coi tratteggi proprio per questo fumetto (oltretutto lasciandoli a matita, se ho ben capito) rendendo il tutto ancora più impastato e meno leggibile.

L’albo è integrato da finte pubblicità dell’immaginario giornalino e del merchandising di Daryl Zed e da una striscia dedicata a Dylan Dog realizzata da Sergio Algozzino (non molto esilarante, a dire il vero). Algozzino è anche autore dei colori, ma sono sicuro che la scelta dei fottuti retini sia stata un’imposizione dall’alto. Forse dallo stesso supervisore che non si è accorto che una scena che avrebbe dovuto svolgersi prima dell’alba è stata colorata come se fosse pieno giorno.

giovedì 10 agosto 2023

Spider-man: Affari di Famiglia

Beh, i testi erano del Mark Waid che aveva firmato quel bel ciclo di Devil e mi è venuta la curiosità di leggerlo nonostante si profilassero anche i disegni cachettici di Werther Dell’Edera.

Dopo un micidiale autogol in cui un flashback svela chi è il colpevole di quel che leggeremo e qual è il meccanismo con cui agirà, comincia la storia. Peter Parker viene salvato dal rapimento da parte di un gruppo armato nientemeno da quella che si presenta come sua sorella. Teresa Parker è degna figlia dei suoi genitori e lavora per la CIA. E qui sono stato proiettato indietro di quasi quarant’anni: da bambino credo di aver letto tra i vari albi Corno che avevo ereditato da un parente proprio la storia in cui veniva svelato che i genitori di Peter Parker erano degli agenti segreti. Concetto probabilmente modificato, smentito, retconnato chissà quante volte – o magari si tratta solo di un mio falso ricordo.

La situazione che si profila è la seguente: i coniugi Parker avevano nascosto in Egitto una caterva d’oro nazista insieme a un Dormiente come guardiano, e solo chi può esibire il codice genetico di papà Parker (cioè Peter) può sbloccare il meccanismo tecnologico che permette di accedervi.

E qui mi è scattata un’altra madeleine proustiana: i “Dormienti” sono i robot nazisti che avevo visto da bambino in quel terrificante cartone animato (neanche tanto animato) di Capitan America – o anche questo è un falso ricordo?

Per poco più della metà la storia è gradevole e appassionante, un mix di James Bond e Indiana Jones. Nulla di trascendentale, ma “funziona” alla perfezione anche perché i protagonisti avrebbero potuto essere chiunque. Poi però i cliché del genere impongono la loro ingombrante presenza e quindi via con le mazzate, tra battutine sceme e sequenze che invece vorrebbero avere chissà quale profondità. L’identità segreta di Peter Parker viene svelata ma tanto c’è di mezzo un telepate e quindi alla fine tutti amici (o nemici) come prima. E poi c’è ancora spazio per un sotto-finale di quelli stupidi che possono voler dire tutto o niente, in questo caso credo proprio niente: solo un’esca gettata a cui nessun altro autore avrà abboccato. Vabbè, diamo la colpa a James Robinson che ha cofirmato la sceneggiatura.

Comunque il difetto più grande di Affari di Famiglia (oltre ai consueti riferimenti alla continuity che mi sono sfuggiti) è che Waid non ha giocato con le aspettative del lettore come speravo e alla fine si scopre che il retroscena era proprio quello che il lettore aveva subodorato sin dall’inizio, e il flashback iniziale non era una falsa pista. Se fosse veramente esistita una Teresa Parker sarebbe stata una bella sorpresa, altroché.

Il comparto grafico, almeno, è di altissimo livello. Credo che Dell’Edera abbia fatto i layout su cui poi Dell’Otto ha dipinto. Anche se meno dettagliate di altri suoi lavori, le tavole sono splendide e non perdono efficacia (forse addirittura ne acquistano di più?). Al di là del dinamismo, dell’espressività e dell’obiettiva bellezza, si fanno apprezzare per l’ottimo lavoro svolto sul cast dei comprimari, con una scelta azzeccatissima dei volti giusti. E il suo Kingpin è fantastico.

Purtroppo queste tavole mi sono sembrate sprecate per una storia del genere, così come il soggetto che avrebbe potuto portare a sviluppi originali – ma poi chi li sentiva i fan della Marvel?

giovedì 8 febbraio 2018

Dylan Dog Color Fest 24: Strani Giorni

Irretito dalle suggestive e coloratissime illustrazioni di Baggi e Rincione ho preso questo ventiquattresimo Dylan Dog Color Fest, che si è rivelato un acquisto decisamente felice.
La prima storia, Di Mostri, Incubi e Ragazze, interamente opera di Alessandro Baggi, dura solo 16 pagine e sembra essere più che altro una specie di press kit del protagonista, che ne riassume tematiche e atmosfere senza seguire una trama precisa. In realtà una situazione specifica di partenza c’è, ed ha anche un suo sviluppo, ma Baggi si concentra più che altro sulle suggestioni che riesce a innestare nel corpo portante, alcune delle quali molto simpatiche e originali.
La parte più entusiasmante di questo antipasto è comunque quella grafica, in cui Baggi dimostra di sapere gestire col suo stile particolare non solo le splash page ma anche le tavole dalla struttura più classica. Ma questo già lo si vedeva ne Il Caso di Loretta Stevens.
Spazio sotto Sfratto è opera di Dennis Canale e Gianluca Acciarino. Si tratta di una vicenda “ai confini della realtà” molto accattivante con delle riuscitissime punte ironiche. Molto simpatico l’effetto narrativo dato dalla splash page iniziale in relazione con la tavola successiva. La risoluzione del mistero (e la situazione in cui avviene) ha uno spiccato e riuscitissimo piglio beffardo e nel complesso Spazio sotto Sfratto mi ha ricordato Douglas Adams.
I colori di Andres Mossa mi sono sembrati molto buoni, ma così a occhio credo che Acciarino renda benissimo anche in bianco e nero.
L’ultimo episodio è il più lungo (ben 48 tavole) ed è scritto da Michele Monteleone per i disegni e i colori di Giulio Rincione. In L’Isola dei Morti Dylan Dog viene coinvolto da Madame Trelkovski nel recupero dell’anima di una bambina nell’Isola dei Morti del titolo, a cui si può accedere tramite la sesta copia segreta del quadro omonimo di Böcklin, in possesso della medium.
Tra reminescenza orfiche e un occasionale tono ironico (che curiosamente non suona mai fuori luogo nonostante la drammaticità di fondo) i due riescono nel loro intento e hanno la meglio sulla versione burocratizzata dell’inferno in cui sono finiti. C’è però ancora tempo per un colpo di scena finale e una sorta di dichiarazione di intenti secondo cui questa storia farà probabilmente da preambolo ad altre vicende collegate.
Rincione si muove tra preziosismi grafici ed elementi marcatamente caricaturali (Dylan Dog ha i piedi lunghi come quelli di Telespalla Bob), creando comunque delle tavole molto suggestive in cui non perde mai di vista la narrazione, dosando dinamismo e contemplazione a seconda delle necessità.
In definitiva un Dylan Dog Color Fest molto piacevole da leggere (e volendo anche solo da osservare) in cui la uso mano non è nemmeno un handicap visto che la saturazione dei colori non ha portato all’emergere di spazi bianchi, che avrebbero ovviamente avuto una resa migliore su carta patinata.
Da notare che nell’editoriale Roberto Recchioni definisce Werther Dell’Edera, autore della scolastica copertina, «uno dei maestri del bianco e nero mondiali ». Ora, io non ho dubbi sul fatto che Recchioni lo creda veramente (e Dell’Edera ha in effetti pubblicato anche fuori dall’Italia) ma ripensando ai quattro segnetti in croce con cui disegnava i suoi fumetti su Lanciostory mi viene spontaneo pensare che ci sia del sarcasmo anche qui.