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venerdì 2 ottobre 2020

[Oldies but goldies] Omar Martini e Black Velvet 2000

Per quella sparuta congrega di lettori che si ritrovano, di tanto in tanto, su questi lidi, propongo un ripescaggio targato Ultrazine.org risalente al lontano 2000: un'interessante chiacchierata con l'amico, esperto e appassionato di Fumetto OMAR MARTINI, co-fondatore di Black Velvet
 
Al tempo Black Velvet era una giovane casa editrice tra le prime a proporre  in Italia autori inediti o poco noti del panorama internazionale, non solo di lingua inglese. Come tutti sapranno l'editore oramai da qualche anno non esiste più (qui qualche info) ma quello che colpisce è come certe riflessioni di Martini suonino tuttora attuali. Buona lettura e... Viva Black Velvet!
BLACK VELVET: una nuova realtà editoriale

5domande5 con OMAR MARTINI
a cura di Bram Storming
 
BLACK VELVET è una nuova casa editrice creata da Omar Martini e Luca Bernardi che si è subito segnalata all’attenzione del lettore e del mercato italiano per la particolare scelta di Fumetto. Tra i titoli finora pubblicati: Frontiera - romanzo incompiuto in otto capitoli, con la partecipazione di Otto Gabos, Semerano, Accardi e altri autori della new wave italiana; “Non mi sei mai piaciuto”, l’acclamato capolavoro autobiografico di Chester Brown e “Nowhere” di Debbie Dreschler.

1) ULTRAzine: Perché Black Velvet? O meglio, perché la necessità da parte vostra di creare una nuova casa editrice in un panorama fumettistico italiano in cui da anni ormai non si fa altro che parlare, con una vena di masochismo aggiungo, di "crisi"? Un atto di coraggio o di follia?
OMAR MARTINI: Probabilmente c’è un po’ di tutte e due le cose... però la molla fondamentale che ha spinto il mio socio Luca Bernardi e me a fondare la Black Velvet è stato il profondo amore che abbiamo per il fumetto e lo stupore che provavamo nel vedere (si parla del 1997) che negli Stati Uniti venivano pubblicati numerosi libri a fumetti molto belli, che probabilmente non sarebbero mai stati pubblicati in Italia. Allora, forse un po’ follemente, abbiamo deciso di provare a farli noi quei libri che avremmo voluto leggere qui e da lì è nato tutto.

Anch’io sono convinto che questa “crisi” che viene periodicamente e frequentemente citata non sia poi così vera. Mai come adesso si sono stampati così tanti libri e albi, le piccole case editrici continuano a nascere e spesso pubblicano prodotti molto interessanti... e allora dove sta il problema? Si parla di mancanza di idee e di pubblico, però sono convinto che in realtà il pubblico per il fumetto di qualsiasi genere, dal più disimpegnato a quello d’autore, in realtà ci sia. Il grosso problema (uno dei tanti, a dire il vero) è che è stato allontanato e gli editori di fumetti spesso non sanno come fare per riavvicinarlo. La fumetteria è stata sicuramente un’evoluzione molto interessante e indispensabile per certe case editrici, ma ormai non possiamo aspettarci che la fumetteria riesca a sostenere tutti gli editori. Il pubblico è limitato e tende a crescere molto lentamente e quindi non ci sono i numeri per sostenere tutti. Facciamo un esempio, forse un po’ stupido. Un ragazzo di 22-23 anni, interessato a un fumetto adulto e con dei contenuti, è molto probabile che compri dei libri della Magic Press come Sandman, Preacher, Invisibles o Stray Bullets, però è altrettanto probabile che possa essere interessato anche ai libri di Will Eisner della Punto Zero, a qualche volume della Rasputin oppure a qualcuna delle nostre pubblicazioni. Ma questo lettore avrà tutti i soldi per comprare questi libri? Probabilmente no e dovrà compiere delle scelte. Il fatto è che queste scelte si riflettono sulla sopravvivenza delle case editrici stesse. Se quindi i clienti delle fumetterie hanno una percentuale di aumento molto bassa, bisognerà rivolgersi a un altro canale... e questo canale è quello della libreria canonica. Io sono convinto che attualmente anche la libreria non dà da vivere (anzi, è proprio tutto il contrario), però espone dei libri a fumetti a un pubblico che probabilmente non ha come abitudine quella di entrare in una fumetteria, quindi a un pubblico e a dei lettori diversi. Se l’edicola ormai è proibitiva, la “battaglia” dei prossimi anni si combatterà in fumetteria e in libreria.

2) ULTRAzine: Black Velvet propone, dalle uscite annunciate, un fumetto "diverso", sia italiano che straniero. Un fumetto direi della "parola", un fumetto "romanzo" che pone l'accento sul racconto e non sulla stucchevole spettacolarità fine a se stessa del disegno. Puoi parlarci in dettaglio dei vari progetti che state proponendo e su come la scelta sia caduta su quei fumetti e non su altri.
OMAR MARTINI:
Probabilmente il fatto di aver scelto un fumetto che abbia il proprio punto di forza nella storia è una conseguenza del tipo di mercato e del tipo di pubblico a cui ci vogliamo rivolgere: quello della libreria. Noi non abbiamo certo la forza (né come persone né economica) di ideare una testata da mandare in edicola e quindi la fumetteria è diventata una scelta quasi obbligata. Ci siamo quindi guardati attorno e abbiamo fatto una serie di scelte che piacessero in primo luogo a noi.

Siamo coscienti del fatto che il pubblico che ci segue (o che ci potrà seguire) non è grandissimo ed è per questo che abbiamo voluto fare delle scelte che seguissero una determinata linea, in questo caso storie di ambientazione quotidiana o autobiografiche. Questo non perché non ci interessassero altri generi di storie, ma perché, quasi casualmente, erano proprio quel tipo di libri che ci sembrava mancassero in quel momento. Tieni presente che, sebbene i nostri libri stiano uscendo adesso, il progetto editoriale è nato un paio di anni fa. Vista la quasi contemporaneità di certe proposte provenienti da case editrici diverse, probabilmente percepivamo inconsciamente un desiderio comune a molti. Abbiamo quindi seguito questa fase che si è concretizzata nella selezione di determinati autori e opere.

La prima scelta, quasi obbligata, fu quella di Chester Brown e del suo capolavoro I never liked you, uno degli autori più interessanti, profondi e notevoli in un genere come quello “autobiografico” che non ha avuto molto seguito qui in Italia. La sincerità di Chester Brown è davvero insuperabile, unita a uno stile e a una tecnica di disegno e di narrazione davvero raffinata. Il suo è solo un apparente tratto minimale... in realtà ogni segno è perfettamente controllato e voluto e i suoi stacchi e silenzi sono davvero insuperabili.

Chester Brown è stata una scelta comune, si deve al mio socio Luca la proposta di pubblicare due autrici davvero brave come Debbie Drechsler e Jessica Abel, che pur lavorando entrambe nel fumetto quotidiano, lo realizzano con stili e approcci completamente diversi. Debbie Drechsler è una disegnatrice profondamente influenzata dalla sua attività di illustratrice, che ha realizzato due opere molto interessanti: Nowhere, una serie di cui al momento sono usciti cinque episodi, tratta della vita di tutti i giorni di due sorelle che si trovano catapultate in una nuova città, con tutti i problemi e le difficoltà del caso. L’altra opera, che contiamo di pubblicare in futuro, è Daddy’s girl, una vibrante storia che affronta il difficile tema dell’incesto.

Jessica Abel, già presentata al pubblico italiano tramite un numero di Schizzo Presenta del Centro Fumetto A. Pazienza, scrive e disegna storie autoconclusive e slegate l’una dall’altra di ragazzi di circa 25-30 anni che affrontano le difficoltà comuni di tutti noi. La sua forza è in una narrazione che fa quasi “recitare” i vari personaggi, che si muovono e parlano in maniera assolutamente credibile e realistica, lontana dalle affettazioni e dagli stereotipi creati dalla pubblicità e dalla cosiddetta “M-Tv Generation”.

Un altro autore notevole è Jason Lutes, che con il suo Jar of fools, narra la toccante storia di un gruppo di persone che si trovano ai margini della società: un giovane prestigiatore fallito, ossessionato dal possibile suicidio del fratello; la sua ex-fidanzata, che ha dei problemi nel bar dove lavora; il mentore del protagonista, un vecchio prestigiatore, che scappa in continuazione dalla casa di riposo dove si trova; un truffatore che vive alla giornata assieme alla figlia. Anche in questo caso, le capacità di narratore di questo autore sono notevoli e, a differenza di tutti gli altri disegnatori che pubblicheremo, ha un profondo legame con l’Europa e con la ligne claire franco-belga.

Questa fase realista subirà una leggera deviazione con altre due opere. Stile e registri completamente diversi sono quelli di Brian Michael Bendis, un autore (che il pubblico italiano sta iniziando a conoscere come sceneggiatore, grazie alla serie Sam & Twitch, uno spin-off di Spawn pubblicato da Marvel Italia) di cui pubblicheremo la sua opera più importante, AKA Goldfish, un noir di oltre duecento pagine che colpirà molto per la dinamica costruzione della tavola a fumetti, nonché per la vivacità dei dialoghi e dei personaggi. Un’opera che ha riferimenti e omaggia i film degli anni ‘40, ma con un gusto tutto moderno.

Infine, abbiamo anche un albo di Eddie Campbell, l’interessante disegnatore del capolavoro di Alan Moore From Hell, di cui ci siamo assicurati proprio l’adattamento di un’opera teatrale del geniale sceneggiatore inglese: The birth caul. Si tratta di una complessa vicenda che, partendo dalla morte della madre dello sceneggiatore, va a ritroso nel tempo, mescolando la vita personale della donna alla storia inglese. Un volumetto che sicuramente farà parlare (e forse dividerà il pubblico) per lo stile narrativo adottato.

Passando al fumetto italiano, dopo il libro Frontiera, continuiamo proponendo Rosa di Strada, una miniserie di quattro numeri scritta e disegnata da Massimo Semerano, un autore che ha lavorato su riviste come Frigidaire, Dolce Vita, Cyborg, Rumore, Mondo Naif (prima serie) e che ormai da troppo tempo non disegna più. Quella che narrerà sarà una storia oscura, di ambientazione realistica, che si snoderà attraverso varie città dell’Europa.
3) ULTRAzine: Che cosa è per te il Fumetto?
OMAR MARTINI:
Per me il fumetto è un mezzo di comunicazione dalle possibilità infinite, che spesso sono state esplorate solamente in parte. E’ un mezzo di narrazione che in molti (troppi) paesi viene identificato con un unico genere, ignorando (o rifiutando) tutte le altre “variazioni” che può offrire. Ci sono così tanti generi, autori e storie che considero la lettura del materiale di un solo tipo o di un solo paese come estremamente limitante. Le ghettizzazioni che spesso vengono fatte dai lettori di super-eroi, manga, Bonelli o degli stessi estimatori dei cartonati d’autore alla francese le trovo estremamente limitanti, ma soprattutto controproducenti, non facendo assolutamente crescere un mercato e favorendo chi vuole relegare il fumetto in una lettura di second’ordine.

4) ULTRAzine: Oltre i titoli già noti avete altro in lavorazione o lavori che vorreste pubblicare e/o sognate di pubblicare? Che ne dici di Tomine, Kochalka, Seth?
OMAR MARTINI:
Due degli autori che citi (Tomine e Seth) erano nei nostri programmi, ma la Phoenix Enterprise ha acquisito i diritti e li dovrebbe pubblicare lei. Certamente ci sono degli autori che ci piacerebbe pubblicare e può darsi che si riesca a stabilire un qualche contatto. Se vuoi dei nomi, eccoteli: Paul Pope, Richard Sala, Joe Matt, Craig Thompson, Dylan Horrocks... due fumetti che adoro, ma che sicuramente non faremo mai invece, ma per ragioni completamente diverse, sono Box Office Poison di Alex Robinson e Acme Novelty Library di Chris Ware. Il primo è un fumetto americano fino al midollo, che parla della vita (e dei problemi) di tutti i giorni di un gruppo di amici a New York. E’ però anche un meta-fumetto, in cui uno dei protagonisti lavora per un vecchio disegnatore, che è la rappresentazione (abbastanza scoperta) di Jack Kirby e dei problemi che ebbe con la Marvel per la perdita dei diritti delle sue creazioni. Il segno (non proprio perfetto) e certe tematiche lo rendono però al momento di difficile digeribilità per il nostro pubblico. La seconda serie invece è un vero gioiello per gli occhi e per la mente, realizzato da uno dei più bravi designer che lavorano nel mondo del fumetto. Ogni numero è un oggetto a sé, con una propria forma e grandezza (farebbe impazzire i collezionisti!), e con delle storie molto rarefatte e sospese, di una rara bellezza. L’adattamento italiano però sarebbe davvero folle per la mole di lavoro coinvolto, nonché per il costo elevato con cui si sarebbe costretti a vendere l’albo... però entrambi rimangono dei sogni nel cassetto. 
5) ULTRAzine: Un tuo parere sul panorama editoriale italiano. Quale futuro?
OMAR MARTINI:
A mio parere il futuro editoriale italiano non potrà prescindere assolutamente da un salto di qualità nei settori della distribuzione e della promozione.

Se la qualità delle case editrici medio-piccole, come Magic Press, Hazard, Phoenix, Rasputin, Punto Zero, Kappa, è già elevata e si sta elevando sempre di più il problema della promozione rimane quello più forte. Attualmente si sta notando un incremento degli articoli sul fumetto in riviste che non si occupano di fumetti; le librerie tradizionali stanno allargando lo spazio ad esso dedicato... la strada è sicuramente quella perché, oggettivamente, il pubblico che frequenta le fumetterie è piccolo e se una casa editrice dovesse basarsi esclusivamente su di esso potrebbe tranquillamente chiudere immediatamente i battenti. L’aspetto importante è quello di allargare la base e questo lo si può ottenere solo attraverso un aumento delle “vetrine” dove trovare i libri. Ben vengano le librerie, ma anche i centri sociali, i locali alternativi e tutti i posti dove si possono trovare questi libri... senza però dimenticare le fumetterie. Sono esse un punto molto importante e bisognerebbe trovare un modo per poterle favorire e appoggiare il più possibile. Se il meccanismo delle fumetterie (diverso da quello delle librerie) è quello del conto assoluto (cioè tutto quello che è presente in una fumetteria è già stato acquistato), che favorisce l’editore che sa già quanto ha venduto, diventa però estremamente oneroso per il libraio che deve comprare tutto, stando attento a quello che acquista perché potrebbe restargli in magazzino. In una situazione come quella attuale, dove c’è una vera e propria lotta degli sconti, la conseguenza è che il libraio spesso non rischia. Forse una soluzione potrebbe essere quella di un acquisto metà in conto assoluto e metà in conto vendita, però questa è solo una modesta proposta. L’obiettivo sicuramente da raggiungere è quello di far esporre il più possibile i fumetti. Quando in Italia vengono pubblicate opere come Cronaca del grande male, Love & Rockets e i volumi di Eisner, diventa quasi un imperativo morale!
 
[Pubblicata originariamente su Ultrazine.org nel maggio 2000]

domenica 7 giugno 2020

[Oldies but goldies] JEFF SMITH 2002

Dagli archivi (pressoché) infiniti di Ultrazine, ripesco una vecchia intervista con JEFF SMITH, il geniale creatore di Bone, da me tradotta e pubblicata sul sito nel novembre 2002. 
L'intervista originale apparve su Bone n. 46, come estratto dalla guida della APE, Alternative Press Expo, una delle più importanti manifestazioni del fumetto americano "indipendente" tenutasi nel mese di febbraio 2002 a San Francisco. Purtroppo l'esperienza dell'APE si è conclusa nel 2017.
Per maggiori informazioni e aggiornamenti su JEFF SMITH rimando alla sua pagina Facebook ufficiale, QUI. Per qualche info su Bone, date un'occhiata QUI.
Buona lettura!
APE: All'inizio Bone era un fumetto umoristico con delle sfumature da fumetto realistico. Nella terza parte della storia sembra essere più un fumetto realistico con delle sfumature umoristiche. Si tratta di un aspetto pianificato sin dal principio o è solo la natura di una storia in tre atti?
Jeff Smith: Penso che la risposta a questa domanda sia un po' di entrambi. Ho iniziato Bone cercando di farlo sembrare come lo Zio Paperone di Carl Barks, con dei tipici personaggi da cartoon con cui la gente si sarebbe trovata a proprio agio.
Credo d'averlo fatto perché non pensavo che la gente avrebbe comprato una monumentale opera di fantasy epico se avessero saputo che si trattava proprio di quello, e un ottimo modo per attrarre i lettori è farli ridere. Inoltre ho molto amato da bambino le storie più lunghe di Barks e, in un certo senso, Bone è la mia versione dell'avventura "definitiva" di Zio Paperone.
Ma hai ragione, non è un opera umoristica che non ha una fine, è una storia con un inizio, una parte centrale e un finale. E la natura del raccontare una storia è "sorpresa e conflitto". Per avere "conflitto" ci devono essere delle forze che si oppongono ai protagonisti e tanto più oscuri e difficili sono gli ostacoli, tanto maggiore sarà il trionfo quando verranno superati. Siamo ad un punto della storia che è il momento più buio prima dell'alba. Se Smiley Bone può ancora essere divertente ora, tanto meglio.

APE: Hai creato un intero mondo in cui far vivere i personaggi di Bone. Che tipo di ricerche hai condotto per farlo?
JS: Faccio molte ricerche per i miei fumetti. Ti farò un esempio recente: per il gran finale della storia tutti i personaggi si stanno radunando in un'antica città di nome Atheia. Volevo catturare l'atmosfera di Atheia come una grande città un tempo potente, le cui vie erano vibranti di misticismo e i mercati pieni di gente. E poi, in anni recenti, il posto è caduto in decadenza. Per questo sono andato in Nepal e ho trascorso un po' di tempo a Kathmandu e in altre città della regione e ho trovato quello che cercavo. Ho trovato l'architettura e lo stile medievale su cui poter basare il mio racconto. Ho scattato molte foto e preso appunti. Era molto più piccola di quello che mi sarei aspettato. I ponti, le strade e le finestre erano molto stretti. Ad ogni angolo potevi vedere un tempio meraviglioso, un po' annerito da tutto il fumo che proveniva da ogni banco dei negozianti che ti invitano a comprare fino a che non giravi al prossimo angolo. Ho quaderni schizzi pieni di quelle cose che vedi girando per le case della gente: vecchi tegami, delle pietre piatte usate per la molitura, cani che gironzolano, fascine di legna per il fuoco. Penso che tutte queste cose rendano il mio mondo fittizio più credibile e se è reale per me ha maggiore possibilità d'apparire reale al lettore.
APE: Sei uno dei paladini dell'auto-produzione con Bone prossimo al suo 50esimo numero e la pubblicazione di numerose miniserie e progetti legati al suo mondo. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell'auto-produzione?
JS: Lo svantaggio è che hai pochi capitali a disposizione. Hai le tue sole risorse. Non c'è un editore come la Fantagraphics che ti promuove sui forum di discussione o sul loro Comics Journal. Non hai la Dark Horse che alle varie manifestazioni ti promuove, compra spazi pubblicitari su Comic Book Guide o su Wizard. Sei davvero solo, eccetto quando ci sono adunate come l'APE qui a San Francisco, o la SPX sulla costa est.

Dall'altra parte, sei libero di scrivere quello che vuoi. Puoi esplorare il medium fumettistico nel modo che preferisci e puoi andare in stampa e restarci senza chiedere il permesso a nessuno. Segui solo la tua musa. Per alcuni autori, questo da solo vale più di qualsiasi svantaggio.

Lascia che scenda un po' più in dettaglio su questo argomento. Una valida casa editrice come Fantagraphics o Alternative Comics ti lascia ovviamente fare le cose a cui tieni. È esattamente quello che vogliono e per questo ti incoraggeranno e ti supporteranno. Hanno dei mezzi per far conoscere il tuo lavoro e sono presenti alle manifestazioni in giro per il mondo. Questo è un grosso vantaggio. Perciò se vuoi auto-produrti è perché vuoi fare quelle cose di cui solitamente si occupa un editore.

Mi piace stampare i miei albi, ingaggiare delle persone che mi aiutino alle mostre, lavorare con Vijaya [moglie di Jeff Smith e sua partner nella loro casa editrice Cartoon Books, N.d.T.] sulle edizioni straniere e i contratti di licenza. Mi piacciono persino gli shakespeariani conflitti che si hanno trattando con tipografie, distributori e occasionalmente altri autori che si auto-producono. A volte può essere snervante. Ancora, quello che è importante è che se vuoi avere il controllo del tuo lavoro, mandarlo in stampa, gestire in prima persona i tuoi affari, per fare questo esiste l'auto-produzione. I primi team come Wendy & Richard Pini [ideatori della serie Elfquest, N.d.T.] e Sim & Gerhard [autori di Cerebus, N.d.T.] hanno dato credibilità all'auto-produzione, e le hanno persino dato un sacco di onori. Successi di critica e di pubblico come le Tartarughe Ninja, From Hell, e Strangers in Paradise l'hanno legittimata, e per questo l'auto-produzione non scomparirà tanto presto.

APE: Vuoi dirci quali fumetti "alternativi" e "commerciali" ti piacciono attualmente?
JS: Mi piace lo stesso genere di cose che apprezzo da sempre. Cose indipendenti, particolari, più sono nuove e meglio è. Sono appena tornato da San Francisco dove ho preso un fumetto nuovo di zecca realizzato da un tipo di nome Ben Catmull. La storia d'apertura s'intitola "Emily", su questa ragazza che il narratore ha incontrato quando era più giovane. È una storia incantevole, e non sono certo se si tratti o meno di fiction. Ne sono rimasto molto colpito. L'autore ha avuto una sovvenzione Xeric [importante premio americano assegnato annualmente ad un nuovo autore per la pubblicazione di una loro opera, N.d.T.] e ha realizzato il suo albo Paper Theater giusto in tempo per l'edizione dello scorso anno della SPX [Small Press Expo, N.d.T] che fu però cancellata. Ora farà il suo debutto alla APE ed è esattamente il genere di libro che cerco lì. Se è un vincitore di uno Xeric, questa di solito è un'indicazione piuttosto buona. Peter Laird e la sua fondazione hanno dei buoni gusti. Inoltre puoi sempre contare su Fantagraphics e Dawn & Quarterly.

Anche alcuni dei nuovi editori come Top Shelf e Alternative Comics hanno mostrato d'avere buon gusto. Ho fatto la conoscenza di un gran numero di autori in manifestazioni dedicate al fumetto alternativo, autori di cui continuo a seguire le loro opere, come Paul Pope, James Kochalka, Craig Thompson, Tom Hart, Nick Bertozzi, Dean Haspiel e Josh Neufeld. Il nuovo lavoro di Dylan Horrocks sembra ottimo come il suo precedente. Mi è piaciuto moltissimo il volume con la raccolta delle storie di Box Office Poison di Alex Robinson che Chris Staros [responsabile della Top Shelf, N.d.T.] ha appena editato. Chi altro? Colleen Doran e faccio un passo indietro. Non mi sono perso un solo numero dei suoi albi in dieci anni. I suoi disegni sono sublimi. Amo l'onestà del lavoro di Julie Doucet. Terry Moore è sempre un'irrinunciabile lettura da fare, così come Stan Sakai, Jill Thompson e Mark Crilley. Il nuovo Castle Waiting di Linda Medley, che è tornata all'auto-produzione, mostra che ci sa sempre fare. Che cosa posso dire di più? Gli autori "indipendenti" sono quelli a cui sono più vicino. Oh, Dave Cooper! Il miglior artista che ci sia attualmente, vince a mani basse.

Riguardo il fumetto commerciale, ho appena preso il nuovo Dark Knight. Non c'è alcun dubbio sul fatto che pensi che Frank Miller sia uno dei Maestri. Infatti, ho lasciato l'animazione per fare fumetti per via del Dark Knight nel 1986. Leggo qualsiasi cosa faccia. Sa come far procedere una storia, vignetta dopo vignetta, semplicemente meglio di chiunque altro.
Ho appena comprato il nuovo Acme Novelty Library di Chris Ware. Mi piacciono le parti di "Rusty Brown" ... grazie Chris per avermi fatto passare un'ora di infelicità nichilista.
Gli ultimi due libri di Kyle Baker mi hanno sconvolto. È uno dei più temerari autori indipendenti che ci siano. Non ha mai fatto un progetto che seguisse le regole.
Will Eisner è sempre nella mia lista di letture. Puoi ancora imparare dai suoi lavori.
Paul Pope è uno dei migliori cartoonist che lavorino in questo campo. È molto eclettico. Nessuno è mai riuscito davvero ad incasellarlo. La nuova serie di THB sono tra i fumetti più divertenti che siano mai stati fatti. I suoi lavori sono così forti, e c'è del vero movimento nel disegno. È uno dei tre, forse, nel campo del fumetto che sappia davvero come farlo.

APE: Che cosa è per te l'Alternative Press Expo?
JS: Uno dei motivi per cui vado sulla costa ovest e alla SPX su quella est, è perché voglio vedere le cose nuove, quali sono le nuove idee in giro. Ho incontrato alla prima APE Paul Pope, e da quell'incontro è nata un'amicizia che è durata tutti questi anni. A queste piccole fiere c'è sempre dell'eccitazione o del fermento intorno a qualche nuova produzione. È per questo che l'APE è così importante; il passa-parola intorno a un nuovo fumetto o ad un nuovo autore che sta nascendo. Quello è l'aspetto positivo, questo è il modo in cui il medium fumettistico si mantiene vitale. Quell'energia, quella vibrazione lo fa rinnovare. APE non è solo l'avanguardia del fumetto come forma d'arte, segna anche la rinascita di questa forma artistica, anno dopo anno.

lunedì 30 marzo 2015

Scott McCloud: ritorno al Fumetto

Scott McCloud, autore del fondamentale Capire il Fumetto e di un autentico gioiellino pop come Zot!, fa il suo grande e atteso ritorno sulle scene con The Sculptor, graphic novel dalla lunga gestazione, edito a Febbraio per il mercato americano da First Second.
Lo Scultore verrà pubblicato in Italia da Bao a fine Aprile (un'anteprima qui) e, in tale occasione, l'autore americano sarà in Italia per un tour promozionale (i dettagli qui).

Nel seguito potete leggere l'intervista a McCloud condotta da Tyler Chin-Tanner e pubblicata sul sito Broken Frontier ad inizio Febbraio.
L'intervista è stata tradotta e appare su questo blog con il permesso di Tyler Chin-Tanner e Broken Frontier che ringrazio.

L'intervista originale, in Inglese, può essere letta qui.
Il sito ufficiale di Scott McCloud: qui.

Tutte le immagini a corredo di questo post sono opera di Scott McCloud e tratte da Lo Scultore.
Iniziamo dicendo che, nonostante il tuo meritato status di leggenda dei comics, questo è in realtà il tuo primo graphic novel.
Scott McCloud: Sì, è il mio primo tentativo di graphic novel autoconclusiva di una certa lunghezza. La raccolta di Zot!, una mia vecchia serie, è un volume persino più voluminoso di questo ma quelle erano storie più brevi, una raccolta di albi e di episodi di poche pagine. Lo Scultore è tutto lì, completamente auto-conclusivo. Non aspettarti un seguito.

E hai impiegato cinque anni a completarlo?
Ho lavorato alla realizzazione effettiva del fumetto per cinque anni ma, a dirla tutta, ho avuto quell’idea in testa per decenni prima di cominciare. È un’idea molto vecchia e nel corso degli anni mi sono reso conto che era una di quelle storie che avevo abbandonato. Per cui alla fine del primo decennio del nuovo millennio mi sono organizzato per iniziare a lavorarci e nel corso degli ultimi cinque anni è stato tutto quello che ho fatto, 11 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, tranne per l’anno scorso in cui ho lavorato quasi 14 ore al giorno.

Considerando i tuoi numerosi impegni, è stato difficile recuperare tutto quel tempo?
Ho tenuto alcune conferenze e workshop in quel periodo ma principalmente l’ho trascorso incatenato al tavolo da disegno, e devo dire che sono stato, per la maggior parte del tempo, sorprendentemente felice. Non mi dispiace lavorare fino a tardi se è qualcosa che amo fare e ho amato davvero lavorare a questo libro.

Con tutti i libri che hai scritto sul capire e fare Fumetto, hai sentito molta pressione nel realizzare il tuo graphic novel? Ad esempio, hai sentito di dover fare di più rispetto al semplice raccontare una buona storia o che il tuo libro dovesse dire qualcosa sull’industria del fumetto o sul medium?
Assolutamente sì, dopo aver scritto Capire il Fumetto avevo un sacco di pressione addosso, ma ancor di più dopo Fare il Fumetto. Quel libro mi ha reso davvero un bersaglio perché non avrei mai avuto una gran autorevolezza nello spiegare ad altri come fare fumetti fino a che non fossi stato capace di realizzarli io stesso. Ma alla fine mi sono liberato di quella pressione. Ho apprezzato il fatto che fossi costretto a dare tutto me stesso per essere all’altezza delle aspettative, molto meno superarle. Sapevo che sarebbe stato un lavoro estremamente difficile ma in questo c’era qualcosa che mi attraeva. E ho avuto un editor alla First Second Books, Mark Siegel, che credo abbia compreso che mi piacciono le sfide e perciò mi ha sfidato continuando a farlo per tutte le quattro bozze che ho fatto e ancora nel corso degli anni che ho impegnato a disegnare effettivamente la storia.
Eri consapevole che ci sarebbe voluto così tanto?
Eravamo d’accordo sul fatto che ci sarebbero voluti 3 anni e ho pregato che fossero abbastanza. Ma eravamo ambiziosi. Sia io che e Mark Siegel avevamo grandi ambizioni per il libro e lui mi ha concesso tutto il tempo per fare quel lavoro extra che entrambi sapevamo essere necessario per aiutare la storia a raggiungere il suo pieno potenziale. Gli sono molto grato per questo.

Mentre lavoravi al libro, hai avuto la sensazione che tu e il personaggio principale della storia, stesse vivendo vite parallele?
Non penso ci sia nessun autore di fumetti che potrebbe realizzare una storia su un artista senza parlare di se stesso. C’è di sicuro un David in me. Invece nel personaggio di Meg c’è molto più di mia moglie Ivy. Lei mi ha dato l’ispirazione per il personaggio molti anni fa ed è stata una risorsa fondamentale per la sua scrittura. Per cui, in gran parte David è un personaggio immaginario ma di sicuro ci sono delle parti di me in lui.

Le sfide che David affronta nel libro hanno l’intento di rappresentare le battaglie “universali” che ogni artista può trovarsi di fronte?
Alcune delle sfide di David sono specifiche… di David. Altre sono semplicemente il prodotto delle sue nevrosi. Ma penso, e credo sia vero, che le sue battaglie riflettano la sfida universale che ogni artista affronta nel tentativo di realizzare qualcosa che duri nel tempo, che abbia un valore per la società o, per lo meno, un valore agli occhi dell’artista medesimo. Qualcosa che non sia solo per il suo tempo ma che possa sopravvivergli e resistere nel tempo.
E questo è un tema portante della storia, il fatto che per creare qualcosa di grande sia necessario sacrificare la propria vita per l'Arte.
Vedi, sacrificare la propria vita per l'Arte (e nella mia storia si parla sacrificio in senso letterale, ma ovviamente non è quello che facciamo quando dedichiamo mesi o anni, persino decenni per le nostre opere?)... sacrifichiamo interi pezzi delle nostre vite per fare quello che facciamo e, sono sicuro, che ci sono tantissimi artisti che hanno affrontato la tensione tra Arte e amore, tra Arte e famiglia.
Quando ho iniziato a fare fumetti da professionista ascoltavo spessissimo Sunday in the Park with George, il musical di Steven Sondheim, perché mi piaceva quel tipo di tensione. Era un tipo di tensione che rispecchiava il genere di tensione che io e Ivy avevamo tra noi su come stessi spendendo il mio tempo. Vedi… ero soltanto un maniaco del lavoro? E credo d’aver avuto la possibilità di rendere quel sacrificio più letterale, più estremo. Nel farlo spero d’aver fatto i modo che questi temi venisse messi maggiormente a fuoco. Questa storia mi ha permesso di portare in superficie cose che di solito stanno nascoste e di esporle alla luce.
Lo sforzo nel cercare di trovare quel tipo di equilibrio è un aspetto davvero fondamentale per me. Perché l’artista vive in un futuro teorico in cui, si spera, il suo lavoro verrà apprezzato ben al di là della propria vita terrena. Ma questo significa vivere la vita dall’esterno. Mentre la vita scorre intorno a te. Ti perdi delle cose. Chris Ware ha scritto sull’argomento in maniera molto chiara e piuttosto tetra. Ha scritto che noi lavoriamo su… penso le abbia chiamate slow-motion picture stories, mentre tutti gli altri intorno a noi vivono le loro vite per anni, persino decenni.
Io non sono così pessimista perché ho trovato un certo equilibrio nonostante lavori davvero tanto. Quanto ho concluso un progetto, io e Ivy, e spesso anche i miei figli, trascorriamo molto tempo insieme viaggiando mentre io faccio conferenze e promozione. Quanto ho finito Fare il Fumetto, nel 2006, siamo stati in tour per un anno intero e abbiamo visitato tutti e 50 gli Stati dell’Unione. Per cui sono sicuro che i mie figli ne abbiano avuto abbastanza di me per un bel po’.

Credo sia importante notare che, nella storia, David è continuamente combattuto tra la vita e l’Arte ma non avrebbe potuto continuare a creare senza Meg. Non solo lei gli ha salvato la vita ma è stata la sua ispirazione in modo molto diretto.
Megan in particolare svolge il suo ruolo di musa piuttosto meticolosamente. Ho detto a Ivy che ora ha la certificazione di musa di primo livello. Le ho detto: “Hai ispirato un personaggio che è al centro di un’opera che ha grandi ambizioni. Questo ti rende una Musa con la M maiuscola, secondo la grande tradizione di Sarah Bernhardt." Di sicuro Ivy ha raggiunto quel livello. È la mia Musa.
Oltre ai personaggi secondari, la città di New York City sembra anch'essa un personaggio.
New York gioca un ruolo incredibilmente importante nella storia. Ed è stata, come dici tu, un personaggio del libro sotto molti aspetti. Era particolarmente importante per me riuscire a rappresentare New York nel modo giusto. Per me è stato un grande svantaggio il fatto che vivessi in California, per cui ho cercato in tutti i modi di fare un salto ad est ogni volta che ho potuto. Ho colto qualsiasi opportunità, lavorativa o non, per andare a Manhattan. E una volta lì trascorrevo i giorni ad andare in giro per le strade e fare foto. Ho scattato decine o migliaia di foto di New York. Mi è stata di grande aiuto la possibilità di usare i tag di iPhoto, così se volevo vedere solo dei campi lungi con le ombre nette degli edifici oppure se volevo immagini di pedoni, o solo viste notturne, o sotto la pioggia, potevo richiamare le foto di cui avevo bisogno ed è stato incredibilmente utile. Ho impiegato un mucchio di tempo a mettere i tag ma, nel lungo periodo, ne ho risparmiato un sacco. E quest'approccio mi ha permesso di disegnare quello che spero essere un ritratto più realistico della città. Ho anche utilizzato Google Street View. Se volevo che il mio personaggio camminasse alle 3 del mattino, come ho fatto, da Williamsburg a Chelsea percorrendo il ponte di Williamsburg, allora Street View mi permetteva di rappresentate realisticamente tutte le cose che incontrava lungo il percorso. Sarebbe stato impraticabile per me camminare per una simile distanza per quella scena, specialmente alle 3 del mattino. Per cui sono molto grato che Street View sia stato disponibile giusto in tempo per mettermi nelle condizioni di realizzare il mio libro.
Inoltre ho parlato con un sacco di gente che vive a Brooklyn e frequenta il mondo dell'Arte a New York. Ho semplicemente cercato di avere a disposizione molti punti di vista su come fosse vivere da quelle parti in questo periodo. Ho fatto del mio meglio per trasferire tutto sulla pagina il più fedelmente possibile. 

Nella realizzazione del fumetto, quanto è stato difficile disegnare le sculture di David?
Ho sempre amato la Scultura come semplice frequentatore di musei e suppongo che nel corso degli anni ci siano stati diversi scultori di cui ho apprezzato i lavori. Ma gran parte delle sculture nel fumetto sono frutto dell'immaginazione di David che, ovviamente, significa la mia immaginazione.

Questo vuol dire che hai fatto un doppio lavoro: fumettista e scultore. 
Sì è vero. L'ho fatto. Anche se avevo un importante vantaggio ossia che le scultore di David che vediamo nella storia, che vediamo distintamente, sono solo quelle mal riuscite. Quelle che non incontrano i favori del mondo dell'Arte, dei galleristi o dei critici. E sotto molti aspetti sentivo che fossi qualificato a disegnare solo quelle. Il suoi lavori che sono stati ben accolti sono stati realizzati prima dell'inizio della storia: li vediamo appena sullo sfondo.
L'opera che realizza durante la storia, che colpisce favorevolmente il suo amico Ollie, non la vediamo per niente. Per cui mi sentivo qualificato a disegnare solo sculture che non potevano essere accettate dal mondo dell'arte. Mi sono fatto quel regalo. Non c'era alcuna possibilità che potessi fare qualcosa di davvero valido perché non c'era nulla che potessi tirar fuori che, con tutta probabilità, non sarebbe stato stroncato da un qualsiasi critico o galleria. Per cui mi sono messo in una situazione di sicurezza. Sarebbe stato molto, molto più difficile fare una storia su uno scultore i cui lavori fossero riconosciuti come autentici capolavori. Non penso che avrei potuto farlo. Non credo che sarebbe stato credibile.
Ora che il libro è uscito ti aspetta un anno in tour, vero?
Sì è vero. Soltanto l'anno scorso abbiamo trascorso due settimane in Cina. Siamo stati in Cile, ad Amsterdam, in Inghilterra, Spagna e in circa 14 località qui negli Stati Uniti. Ho insegnato per due mesi nel Tennessee. E tutto questo è successo prima della pubblicazione del libro.
Il volume è uscito qui negli USA il 3 Febbraio. Nelle settimane successive uscirà in altre sei lingue, e alcune di queste edizioni verranno pubblicate lo stesso giorno. E stiamo facendo un tour in 14 città in 16 giorni qui negli Stati Uniti per poi volare in Europa per eventi in Inghilterra, Germania, Italia, Francia, Spagna e poi in Olanda. Ci sono diverse università che mi hanno invitato per tenere delle conferenze. Per cui mi aspetto che il 2015 sarò molto intenso. 

Questo libro è concluso, hai già dei piani per il prossimo?
Il mio prossimo libro, che uscirà ancora per First Second, sarà incentrato sulla comunicazione visiva. Sono molto interessato al modo in cui le immagini comunicano, a come trasmettano informazioni. Mi piacerebbe realizzare finalmente un libro che cercasse di distillare i principi comuni della comunicazione visiva nelle differenti discipline.
Non vedo l’ora di iniziare questo libro ma prima mi devo allontanare da quest’ultimo. È ancora attaccato a me. C’è ancora un po’ di tensione perché voglio essere sicuro di promuovere attivamente il mio ultimo libro. Ma allo stesso tempo sono ansioso di iniziare a lavorare al prossimo.

L'intervista in Inglese, condotta da Tyler Chin-Tanner,
può essere letta su Broken Frontier: qui
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