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mercoledì 18 marzo 2020

[Oldies but goldies] 1999: Ricominciamo dall'ABC

Nel seguito un articolo che scrissi (ahimè!) nello scorso Millennio, pubblicato sulla "rivista" Clark’s Bar nel Dicembre 1999. Il pezzo, postato successivamente anche su Ultrazine.org, era ovviamente incentrato sull'America's Best Comics, la linea di fumetti lanciata quell'anno da Moore per la Wildstorm.
Il consiglio, in queste giornate anomale, è di recuperare e rileggere queste meravigliose storie.
Read the Best comics!
RICOMINCIAMO DALL’ABC
America’s Best Comics: la nuova avventura di Alan Moore

America’s Best Comics, ovvero “I Migliori Fumetti d’America”, è l’autocelebrativo nome della nuova linea di comics creata da ALAN MOORE, uno dei più influenti ed originali autori del fumetto mondiale. Con l’ABC il geniale sceneggiatore inglese (autore di opere fondamentali come Watchmen, Swamp Thing, V for Vendetta, From Hell) ha potuto dispiegare, senza alcuna restrizione, la propria creatività, fornendo una personale formula per il fumetto mainstream del prossimo millennio. La nuova etichetta, edita dalla Wildstorm/DC, ha fatto il suo esordio negli States nell’Aprile di quest’anno con Tom Strong, ed è stata subito accolta dal plauso unanime della critica e da lusinghieri dati di vendita. Attualmente il parco testate è composto da quattro serie regolari: il già citato Tom Strong, Promethea, Top Ten, Tomorrow Stories e una miniserie (di 6), The League of Extraordinary Gentlemen. Tutti gli albi sono, ovviamente, scritti da Alan Moore, oggi come non mai in un fecondo e felice periodo creativo.
Nel presente articolo ci concentreremo principalmente su una valutazione complessiva del progetto ABC basata sulle collane regolari.

Ma addentriamoci nel Mooreverso, incominciando, naturalmente, dalle presentazioni di rito.
EROI, SUPEREROI, DIVINITÀ E PICCOLI INVENTORI

Ecco i protagonisti:

TOM STRONG. Nato nel 1900 nella misteriosa isola di Attabar Teru, Tom viene allevato con metodi non convenzionali che l’hanno reso fortissimo, intelligentissimo e dall’invecchiamento estremamente lento. Il nostro eroe attraversa così il secolo diventando il protettore di Millennium City e vivendo mille avventure assistito da un cast di comprimari di grande impatto: l’amorevole moglie Dhalua, figlia del capo degli Ozu, tribù di Attabar Teru; la figlia Tesla; il domestico-robot Pneuman e il gorilla parlante King Solomon.

PROMETHEA. In una futuristica New York, la giovane studentessa Sophie Bangs si imbatte, completando la propria tesi su folklore e leggende urbane, in uno sconosciuto personaggio letterario: Promethea Incomincia così a mettere insieme una serie di indizi su questo mito che la porteranno a diventarne l’incarnazione nel suo tempo e le daranno accesso allo stupefacente luogo-non-luogo d’Immateria.

TOP TEN. Top Ten è il soprannome del Distretto 10, stazione della polizia interdimensionale di Neopolis, strabiliante metropoli dal design iperfuturistico. Tutti nella città sono dotati di superpoteri, dai tassisti ai barboni, ed in più scienziati pazzi, cyborg, androidi, cani parlanti e mille altre meraviglie. In un posto così, solo gli eccezionali poliziotti di Top Ten possono garantire la sicurezza. Tra i primi casi, un misterioso serial killer di prostitute, che agisce decapitandole, e la minaccia di un super-padre deciso a liberare il proprio figliolo finito in gattabuia.

TOMORROW STORIES. Albo antologico che ospita quattro storie dedicate ad altrettanti personaggi: Jack B. Quick, vivacissimo bambino inventore capace di creare sistemi solari in miniatura o di dare la caccia a fotoni ubriachi (!); Greyshirt, enigmatico detective di Indigo City, omaggio allo Spirit di Will Eisner; The Cobweb, conturbante aristocratica avventuriera e The First American, chiaramente debitore del Fighting American di Kirby, in cui classiche vicende di supereroi servono da spunto per una satira sugli anni ’90 e sulla società americana contemporanea.

Come si può facilmente notare, da questa rapida carrellata, ci troviamo di fronte a un cosmo narrativo variegato ed eterogeneo. L’obiettivo consapevole è quello di creare un “nuovo” fumetto supereroistico - di fatto l’unica realtà commercialmente proponibile nel mercato U.S.A. - che vada al di là di abusati cliché e consuetudini. L’ABC è quindi un territorio vergine in cui, senza alcuna interferenza esterna, l’autore può liberare la propria visionaria immaginazione creando nuovi personaggi e trame con quel tocco di letterarietà tipico di tutti i suoi lavori. Dall’altra parte è chiarificatrice la consapevolezza che «le idee non invecchiano, siamo noi che ci logoriamo. Basta introdurre un paio di sorprese perché quelle stesse idee che si pensano vecchie vengano guardate con occhi nuovi». Nell’ideazione della linea ABC, pensata come un corpus organico, hanno inoltre pesato - come vedremo - alcune riflessioni di Moore sulla Storia del Fumetto, sul modo di produrlo e sulla necessità di rinnovarlo facendo magari un passo indietro, un passo verso le origini.
IL TEMPO DELL’OROLOGIAIO

«Non so se sia possibile invertire la tendenza per cui le cose vanno male. Ci sono molte ragioni, anche complesse, per cui il mercato del Fumetto si trova in questo stato di crisi… Ma non sono un economista, sono uno scrittore di fumetti. Penso che se i fumetti fossero migliori, se producessimo i fumetti che la gente vorrebbe leggere, se stessimo creando un prodotto di cui i lettori non potessero fare a meno, allora molti problemi sarebbero risolti. Quello che so è che come artista la sola parte dell’equazione su cui ho controllo è la qualità del mio lavoro

Ecco quindi che, ad un’analisi iniziale, l’ABC rappresenta per Moore un personale contributo per dare nuova linfa ad un medium che ama e che non vuole vedere crollare senza aver lottato per risollevarlo.

Ma quali sono le cause della crisi? Moore individua principalmente due fattori. Il primo è la mancanza di varietà nelle proposte e per questo l’ABC si pone l’obiettivo di “ricatturare l’originaria “biodiversità” dei fumetti“, il secondo fattore è l’eccessivo insistere in un approccio de-costruttivista, eredità distorta di Watchmen. Infatti sull’onda di Watchmen e del contemporaneo Dark Knight di Frank Miller, che a metà degli anni ’80 svelarono il lato oscuro dei supereroi, si sono imposti tutta una serie di eroi cupi e travagliati, di tematiche notturne e ferocemente cruente, capaci di mimare una realtà sociale violenta e caotica. Lo stesso Spawn, il personaggio simbolo di questi anni ’90, rappresenta l’evoluzione estrema di quelle intuizioni. Ma ora per Moore è giunto tempo di girare pagina e di trovare una nuova via. Un ulteriore passo avanti rispetto ai già indicativi segnali di 1963, divertita riscrittura del cosmo Marvel delle origini, e Supreme, un moderno calco delle vicende di Superman, che si soffermavano a guardare con nostalgia alla Golden Age. Ma lasciamo che sia lo Moore stesso a svelarci il suo intento con le illuminanti parole tratte dalla presentazione della nuova linea (apparsa su tutti gli albi Wildstorm a Maggio, mese precedente all’uscita del primo albo dell’etichetta):

«Quando avevo otto anni, smontare orologi da polso era divertente e facile. Rimetterli insieme, al contrario, era quasi impossibile. Tuttora si tratta di un consolidato e onorato metodo per il lavoro creativo: ridurre tutto in piccole porzioni, per poi ricomporle. I primi scienziati, gli alchimisti, descrivevano questo processo con la formula “solve et coagula”, dissolvi e riassembla. Tempi più moderni preferiscono termini come “analisi” e “sintesi”, ma l’idea di fondo è la stessa. […]
Da anni i fumetti sono stati analizzati e decostruiti; smontati e studiati da ogni possibile angolazione. […]

Molto “solve” e poco “coagula”. Gli ingranaggi dell’orologio sono tutti sparpagliati sul tavolo.
Ora viene il difficile.

Nonostante differenti gusti personali sia i lettori che gli autori avrebbero non poche difficoltà nell’identificare le componenti che amano nei fumetti. Amiamo fumetti capaci di spaventarci, di sorprenderci, di farci ridere o di raccontarci qualcosa che non sappiamo. Li amiamo per la loro sensualità e fascino, per la loro innocenza e magia. Amiamo i bei disegni, le storie ben raccontate e le belle copertine. Amiamo i fumetti per adulti e i fumetti per ragazzi. Amiamo cowboy, cavalieri e supereroi; amiamo mostri, innamorati, pirati, dei e animali con i guanti. Amiamo le figure e le parole.

America’s Best Comics rappresenta un sincero tentativo di coagulare e sintetizzare gli elementi di cui sopra; per sistemare gli ingranaggi al loro posto non solo perché funzionino ma, si spera, perché funzionino meglio. Vogliamo che commedia, romance, suspense, intelligenza e bellezza si intreccino insieme in qualcosa d’irresistibile. Vogliamo che l’immaginazione non sia incatenata da categorie, o da preconcette idee su quale particolare moda il “pubblico” seguirà quel mese. Vogliamo che il nostro lavoro abbia la più alta qualità possibile e che questa sia mantenuta costante. Vogliamo rappresentare quanto c’è di il meglio nel Fumetto...

Abbiamo rimesso insieme l’orologio. Ora tocca a voi dirci se funziona.»

E le cose funzionano, gli ingranaggi sono tutti al loro posto potete starne certi. Ma qual è l’energia che alimenta l’orologio, che fa battere i giusti tempi?
ALLA RICERCA DEL FUMETTO PERDUTO

«L’ABC trae ispirazione non tanto dai fumetti ma dai pulp magazines, dalle riviste di fantascienza degli anni ’30-’40 e dalle strisce pubblicate sui quotidiani, in pratica, quelle stesse cose che hanno dato origine al medium fumetto».

Sia ben chiaro però che l’ABC non è un’operazione nostalgica: piuttosto è un tentativo (riuscito) di recuperare, da quei riferimenti d’inizio secolo, lo slancio visionario capace di incidere profondamente sull’immaginario dei lettori. In tempi di bombardamento mediatico la cosa non è certo delle più facili ma Moore ha successo nell’impresa combinando un maestoso e potente sense of wonder fatto di creature e mondi fantastici, con gli stimoli del mondo contemporaneo. Come un moderno alchimista della parola, lo sceneggiatore inglese dosa fantasia e tecnologia regalando al lettore un’esplosione di invenzioni: bizzarre divinità che hanno la consistenza virtuale dei bit e popolano strane dimensioni telematiche, divertite incursioni nel mondo della fisica quantistica, intelligenze artificiali immortali, un’invasiva rete di comunicazione televisiva, serial killer, incursioni in reami psichedelici e new age.

Con le quattro testate regolari Moore affronta, all’insegna del moto “back to the origins”, le tipologie principali della produzione supereroistica: il supereroe e la supereroina archetipi (Tom Strong e Promethea), il supergruppo (Top Ten) e l’albo antologico (Tomorrow Stories). È bene sottolineare che nessuno di questi albi è legato da una continuity, ossia le vicende dei protagonisti non avvengono nello stesso Universo e non capiterà mai di vedere Tom Strong incontrare Promethea (anche se mai dire mai): Moore ritiene infatti che un’esasperata necessità di continuity sia una delle concause della crisi dei comics e una delle attuali convenzioni da osteggiare.

In Tom Strong è evidente l’ispirazione primaria dell’eroe pulp Doc Savage: infatti Tom è sostanzialmente un avventuriero e, seppur dotato di straordinari poteri che lo possono rendere simile a un supereroe, la sua vera arma è l’ingegno e la scienza, ed in questo è vicino all’indole da inventore di Mr. Fantastic. Le storie hanno un’atmosfera lieve e giocosa: sappiamo bene che Tom risolverà tutto e senza mai fare troppo male ai suoi avversari con la classe di un vero gentleman con superpoteri.

Con Promethea i toni diventano un po’ più tenebrosi portando il lettore in territori magici: è forse questo il tentativo di Moore di creare un albo che attinga alle sue conoscenze esoteriche. Sophie Bangs diventa infatti Promethea dopo aver letto un poema ed aver creduto al potere vivificatore della parola: un tema tipico di una concezione magica della scrittura che dall’alba dei tempi affascina l’uomo. Ma ovviamente non è una serie intellettualoide: abbiamo infatti demoni, concerti di strampalate rockband, amiche imbranate, incursioni nella fiaba. La straordinaria abilità di Moore sta nel rendere la sua scrittura trasparente a più livelli di lettura inserendo, sotto l’azione classica di un fumetto d’evasione, riferimenti, riflessioni e citazioni colte. Non a caso il nome dell’eroina della serie ricalca al femminile quello di Prometeo, il titanide che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini.

Top Ten è la personale visione dell’autore inglese su come debba essere un albo corale, in barba ai vari X-Men e J.L.A. Il difetto di albi simili è che inevitabilmente vi sono alcuni personaggi che prendono il sopravvento e questo è una contraddizione rispetto alla necessità di fare un albo “di gruppo”. Per risolvere il problema Moore, ispirandosi a serial televisivi come NYPD Blue e Hill Street Blue, rende protagonisti delle vicende tutti i (super) poliziotti del Distretto 10 seguendo contemporaneamente i singoli casi in cui sono impegnati e mostrando al lettore la vita nella stazione di polizia e le relazioni che intercorrono tra i vari agenti. La maestria di Moore consiste nel tenere tutto sotto controllo rendendo l’albo leggibile ma al contempo intricato, con tutti gli incroci narrativi che sfrecciano davanti agli occhi del lettore. Il fatto più incredibile è che alla fine i superpoteri dei personaggi passano in secondo piano, diventano un accessorio, seppur spettacolare, di fronte all’incedere delle indagini.

L’antologico Tomorrow Stories rappresenta la scommessa di riportare in auge un formato che in passato aveva goduto di grande successo. Certo giudicare dopo l’uscita di soli tre numeri potrebbe essere un po’ azzardato ma si può certo dire che l’albo offre spazio per la sperimentazione sia grafica che di scrittura e quindi anche un certo rischio nel trovare la giusta misura. Paiono riuscite le storie fantascientifico-surreali di Jack B. Quick, quelle “Eisneriane” di Greyshirt e le avventure al femminile di Cobweb, un po’ meno la satira sociale veicolata attraverso i supereroi in The First American. L’antologico però regala ai lettori la storia più bella dell’intera ABC: Greyshirt #2, un autentico miracolo di tecnica e amore per il Fumetto in otto tavole. La storia intitolata “How things work out” vede la tavola organizzata in quattro strisce che ad una visione d’insieme compongono i quattro piani dell’edificio in cui si svolge la vicenda ma ciascuna è ambientata a vent’anni di distanza l’una dall’altra e caratterizzata da un lettering e da una forma dei balloon nello stile dell’epoca. La storia è leggibile in modo classico passando da una tavola all’altra seguendo la scansione delle vignette dall’alto verso il basso, ma può anche essere  letta seguendo le singole strisce oppure leggendola passando dal primo piano all’ultimo: assolutamente mirabile, considerando che il protagonista della serie, Greyshirt, compare solo di sfuggita!
UNA QUESTIONE DI QUALITÀ

Se la ricerca di un sense of wonder perduto è quindi l’ingrediente base di tutte le serie ABC ed uno dei cardini su cui l’intera linea in fase di progettazione è stata basata, Moore individua però diversi altri elementi di riflessione legati soprattutto alla storia dell’industria del fumetto. Innanzitutto l’osservazione che «nel momenti più splendenti per il mondo del fumetti ci fosse un'unica situazione di base. Quando la Marvel era al suo massimo splendore c’era il solo Stan Lee che scriveva praticamente tutto e poi Don Heck, Steve Ditko o Jack Kirby come disegnatori e lo stesso accadde con la EC Comics di Harvey Kutzman, Al Feldstein e Bill Gaines». Ecco quindi tracciato un legame diretto e legittimo tra qualità e direzione unitaria, in cui lo sceneggiatore è il responsabile principe della coesione strutturale dell’intera linea. Questo però non significa avere una scarsa considerazione per l’apporto dei disegnatori, al contrario. Nella linea ABC, come c’era d’aspettarsi da un paladino dei diritti degli autori, tutti i pencilers sono accreditati come co-creatori. Diciamo che facendo l’esempio della Marvel degli esordi con Stan Lee, Moore recupera la figura dello sceneggiatore factotum che non si limita solamente a scrivere ma sceglie i propri collaboratori e ha la parola decisiva su tutte le questioni creative. Riguardo l’aspetto grafico la scelta è consapevolmente caduta su artisti «con stili ben distinti, personali, così da ottenere l’esatto opposto di un house style». 

Un’altra posizione in controtendenza rispetto alle proposte di maggior impatto U.S.A, basti pensare alla Top Cow o alla McFarlane Productions, uniformate non solo nelle tematiche e nel tono narrativo, ma persino nello stile di disegno e nella colorazione. Per questo nell’ABC troviamo disegnatori con caratteristiche molto differenti: il segno elegante e solare di Chris Sprouse (Tom Strong), la linea scura e art deco di J. H. Williams (Promethea), il tratto dettagliato e incisivo di Gene Ha (Top Ten), la raffinata composizione di Kevin Nowlan (Jack B. Quick), la vecchia scuola di Jim Baike (The First American) e l’underground di Rick Veitch e Melinda Gebbie (rispettivamente, Greyshirt e The Cobweb). La colorazione è discreta, curata ad hoc per ogni testata cercando di adattarsi al clima delle storie evitando inutili effettacci. Un discorso a parte merita il lettering e il packaging generale di tutti gli albi curato dal formidabile Todd Klein, vincitore di numerosi premi Eisner (l’Oscar del fumetto U.S.A) come Miglior Letterista. Klein è da considerarsi a tutti gli effetti uno dei co-creatori delle serie, tanto da essere stato il primo ad essere contatto da Moore prima di qualsiasi disegnatore. Klein ha il compito di comporre la grafica di copertina, i logo e le scritte prima che il disegnatore realizzi la copertina vera e propria, tutto questo per dare agli albi ABC quel inconfondibile look retro e al contempo moderno. Inoltre Klein si sbizzarrisce a creare caratteri tipografici e forme per i balloon che aggiungono dettagli e spessore alla caratterizzazione dei personaggi o al tono generale dell’albo. Un esempio può essere dato da una delle supereroine di Top Ten i cui balloons sono evanescenti, come il personaggio che è praticamente un fantasma, con i caratteri che partono sbiaditi per raggiungere via via piena nitidezza.

Una cura quasi maniacale per i particolari per rendere veramente l’ABC i migliori fumetti d’America. Un ultimo esempio, pensate che Moore è riuscito a far spostare la pubblicità alla fine degli albi in modo da non interrompere l’incantesimo del lettore!
CONCLUSIONI

In definitiva quello che più colpisce dell’ABC è la stupefacente qualità media degli albi: forse lo studio della magia che Moore porta avanti da diversi anni l’ha dotato di qualche potere straordinario? Di certo possiamo dire che la scrittura dell’autore inglese è ispirata e magica come deve essere nei migliori fumetti. Nonostante sia puro entertainment ci troviamo di fronte ad autentici gioielli: un continuo ed inarrestabile torrente d’idee, trame avvincenti ed originali con quell’inconfondibile tocco di letterarietà, un profondo amore per il Fumetto ed un divertimento nello scrivere che traspare in ogni pagina, sono solo alcuni dei motivi per avventurarsi nel Mooreverso. Con L’ABC Alan Moore porge ai lettori del nuovo millennio la possibilità di abbandonarsi e perdersi senza esitazioni nel labirinto infinito della Fantasia.

A volte conviene ricominciare dall’ABC: non perdete neppure una lezione!

giovedì 17 novembre 2016

I Moore babies di Kresimir Biuk

Illustrazione di Kresimir Biuk.
Sopra, un'illustrazione realizzata dal disegnatore croato Kresimir Biuk inclusa nel libro Alan Moore: Ritratto di uno Straordinario Gentleman (2003, Black Velvet Editrice, pag. 56) ma non nell'edizione inglese.
L'illustrazione contiene diversi personaggi di Moore in versione "baby".

Il blog di Kresimir Biuk è visitabile QUI.

domenica 6 novembre 2016

Jay Stephens, l'ABC e Alan Moore

Illustrazione di Jay Stephens.
In apertura di post, un'illustrazione realizzata dal cartoonist canadese JAY STEPHENS nel 2000 che raffigura diversi personaggi ideati da Alan Moore per la sua linea America's Best Comics; a seguire un breve testo dello stesso autore. 
Entrambi i contributi sono stati pubblicati a Maggio 2001 su Ultrazine.org nell'ambito del primo numero dello speciale dedicato a Moore. 

        Avevo 15 anni quando Watchmen colpì il mondo dei Fumetti come una nuova era glaciale. Da quel momento ci sarebbe sempre stato un prima e un poi. In quel periodo io e i miei amici incominciavamo a leggere Love and Rockets, Mr. X, e Yummy Fur, ma trovavamo ancora il tempo per i nostri vecchi fumetti preferiti, i supereroi. E improvvisamente, fummo colpiti da un singolo lavoro che ci dava tutto questo in un colpo solo. Il fumetto che sconvolse il genere supereroistico. Watchmen.
Con il senno di poi non è più il mio lavoro preferito di Alan Moore (anche se è ancora ben piazzato). Chiunque con un bisturi ben affilato può tagliare a pezzi qualsiasi cosa. Che si faccia con eleganza, con metodo, non fa grande differenza. Una cosa tagliuzzata è una cosa tagliuzzata. Un buon chirurgo, ad ogni modo, impara ad usare con grande abilità bisturi ben affilati per riparare e guarire. Per costruire invece di distruggere. È questa fantastica dote chirurgica che Mr. Moore ha mostrato di recente che più mi ha impressionato.
       
From Hell è un opera d'arte di un livello che i fumetti devono ancora raggiungere e gli incredibili albi della linea ABC... chi tra di noi non ha mai detto la frase "È stato già fatto tutto.", riferendosi ai supereroi? Siamo stati ancora una volta smentiti da uno degli autentici Maestri del medium fumettistico.
Mr. Moore non si affaccenda più tra le viscere dei cadaveri, ma costruisce strani, nuovi Prometei che camminano e respirano di vita propria. E questa è una cosa meravigliosa da ammirare.
       
Grazie Alan Moore.

Jay Stephens
[Dicembre 2000]

sabato 31 maggio 2014

Peter Hogan: da Tom Strong a ELECTRICOMICS

Copertina di Tom Strong and the Planet of Peril N. 1. Matite: C. Sprouse; chine: K. Story; colori: J. Bellaire
Nel seguito potete leggere un'intervista allo sceneggiatore Inglese PETER HOGAN, autore con una carriera pluri-decennale, noto in Italia soprattutto per la collaborazione con Alan Moore sulla linea ABC e per le sue storie di Tom Strong.
Nei giorni scorsi è stata annunciata la sua partecipazione a Electricomics, il più recente progetto di Moore

L'intervista è stata condotta via email durante i mesi di Aprile e Maggio; può essere letta in lingua originale su Alan Moore World.
La bibliografia di Peter Hogan su The Comic Book Database: qui.
Peter Hogan.
Tom Strong è l’unico “superstite” della linea ABC ideata da Alan Moore. Avevi scritto alcuni numeri della serie originale creata da Moore e dal disegnatore Chris Sprouse, collaborato con Moore alla scrittura delle miniserie su Terra Obscura e poi, alla chiusura dall’etichetta nel 2006, sei diventato lo sceneggiatore della serie realizzando le mini Tom Strong e I Robot della Morte e la recente Tom Strong and The Planet of Peril.
Che cosa trovi d’interessante in Tom Strong? Personalmente penso sia un mix quasi perfetto di classico e moderno, e anche un ottimo mezzo per raccontare l’avventura in modo piacevole e, al contempo, intelligente.
Sì, sono d’accordo. Tom è un ottimo personaggio, con un eccellente cast di comprimari. Molti colgono i legami con la letteratura pulp ma per me Tom è piuttosto un personaggio dei fumetti della Silver Age. Ha quel tipo di purezza e, qualsiasi cosa il mondo moderno gli lanci contro… non dico che non abbia alcun effetto su di lui, ma è capace di gestirla.

Penso che anche la famiglia di Tom Strong giochi un ruolo importante nelle sue storie, per la dinamica dei loro rapporti. Qual è il tuo approccio riguardo quest’aspetto? Sono curioso come lettore e interessato a comprendere meglio il “processo creativo”: in quale modo tu, come scrittore, ti avvicini e gestisci questo specifico personaggio e… i personaggi, in generale?
Beh, l’elemento interessante di Tom e del suo mondo è che ha una scala molto umana. C’è una continuity da gestire, c’è un complesso intreccio di relazioni e un bel po’ di personaggi di cui tenere conto ma… è tutto gestibile per cui è possibile scrivere storie coinvolgenti e dinamiche. Penso che il motivo per cui gli enormi universi supereroici si sono drasticamente rovinati è che si sono strangolati con la loro stessa continuity. C’è una forza e un’eleganza nella semplicità, un qualcosa che possedevano un tempo ma che non hanno più, oramai.
Riguardo a come funzioni la dinamica dei personaggi, la risposta non è facile perché non la comprendo appieno neppure io. Voglio dire, puoi scrivere in maniera logica quello che dovrebbe succedere, quello che ti piacerebbe succedesse ma… i personaggi potrebbero non essere d’accordo. È un aspetto dello scrivere che probabilmente sembra pretestuoso per una persona non coinvolta, ma è assolutamente vero. I personaggi dicono e fanno cose che ti sorprendono e deliziano, e che si tratti dell’opera del tuo stesso subconscio o che tu agisca da canale di comunicazione per qualcosa che proviene dall’Etere… chi può saperlo? Ma è davvero così che funziona.
Un cattivo scrittore è colui che non riesce a mettere il proprio ego da parte e non permette che un simile processo accada, di conseguenza i suoi personaggi tendono con l’essere bi-dimensionali.
Copertina variant realizzata da J.H Williams III per Tom Strong e I Robot della Morte N.1.
Storie basate sui personaggi contro storie basate sulla trama: come scrittore quale opzione preferisci? Ma forse non è una domanda corretta e dipende da caso a caso...
In realtà non penso in questi termini: qualsiasi cosa tu stia facendo hai bisogno di buoni personaggi e di una buona storia. Ma ricordo che una volta Neil Gaiman ha definito la “trama” come qualcosa che spinge il lettore a girare pagina e ad andare avanti e che, raggiunta la fine, non lo lascia con la sensazione d’essere stato preso in giro. Ed è una definizione che mi sta bene. Per cui la “trama” può essere un concetto piuttosto vago ma di sicuro non si può fare a meno dei buoni personaggi.

Tornando a parlare di Tom Strong, un altro elemento chiave della serie è… il “sense of wonder”, spesso con un gusto che rimanda alla fantascienza classica. Quali sono i tuoi riferimenti o le tue influenze, o semplici interessi, sull’argomento?
Beh, sono solo sei mesi più giovane di Alan per cui, parlando in generale, abbiamo le stesse influenze. Siamo cresciuti con gli stessi fumetti, film e libri e… credo che per quasi tutti gli anni ’60 la fantascienza abbia, in gran parte, proposto una visione positiva e ottimistica, in cui il futuro veniva percepito come un insieme di luminose possibilità. Credo ci siano degli echi di tutto questo in Tom Strong ma filtrati attraverso una sensibilità moderna. Ma sarebbe impossibile fare diversamente. Sarebbe come cercare di fare al giorno d’oggi un film nello stile di Frank Capra: è molto, molto difficile perché il mondo moderno non è innocente come lo era negli anni ’30 e occorre tenerne conto. Si PUÒ fare - un buon esempio è Ricomincio da capo – ma è difficile.
Matite di Chris Sprouse, chine di Karl Story. Da Tom Strong e I Robot della Morte N.4, pagina 3.
Stiamo parlando di fumetti e questo, ovviamente, significa… disegno e storytelling. Per cui cosa puoi dirci sulla tua collaborazione con Chris Sprouse, il disegnatore e co-creatore di Tom Strong? Personalmente penso che lo stile di Sprouse sia perfetto per la serie essendo capace di ricreare un’atmosfera da fantascienza classica per la città, l’architettura, le macchine e… allo stesso tempo, riesce a far recitare i personaggi con grande naturalezza.
Concordo. Tom è il “figlio” di Chris e lo disegna meglio di chiunque altro. Per me questo è una gioia perché Chris fa sempre quello che serve e posso semplicemente fidarmi di lui. Fortunatamente Chris ha la stessa opinione di me! Quando la Wildstrom mi chiese di rilanciare Tom per la miserie sui “Robot della morte”, non c’era alcuna certezza che Chris avrebbe potuto disegnarla, ma sono davvero molto contento che l’abbia fatto.
Inoltre penso che Chris sarebbe felice se potesse disegnare Tom per sempre. Per quello che mi riguarda ho idee per almeno due altri archi narrativi, per cui… spero solo che ci diano l’okay per farlo.

Ora Tom Strong è passato sotto l’etichetta Vertigo: ci sono state delle ricadute sul personaggio e sul modo in cui gestire le sue storie?
Assolutamente no. Si è trattato solo di un cambio di marchio editoriale. Ora il nostro editor è Kristy Quinn che è stata l’assistant editor di tutti i titoli ABC. Penso davvero che sia un peccato non mantenere il nome ABC, semplicemente perché… ma è stata una loro scelta. Probabilmente hanno pensato che non si potesse avere una linea di fumetti rappresentata da una sola serie.
Matite di Chris Sprouse per la copertina di Tom Strong and The Planet of Peril N.3.
Planet of Peril è ancora inedito in Italia. Ho letto gli albi in lingua originale ma non voglio rivelare nulla della storia… puoi dirci tu qualcosa in merito?
Tutto è scaturito dal fatto che l’ultima volta che abbiamo visto Tesla in I Robot della Morte aveva appena annunciato d’essere incinta. E ho pensato che fosse una cosa bella da fare, far diventare Tom nonno - e, fatto curioso, in quello stesso periodo anche Alan è diventato nonno! A ogni modo, quando ho iniziato a pensare a un seguito per quella storia mi è venuto in mente che la gravidanza avrebbe potuto essere una situazione pericolosa per Tesla, dal momento che suo marito è un “essere di fuoco”. Avrebbe potuto rischiare la vita.
Per cui che cosa potrebbe salvarla? E sono giunto alla stessa conclusione che trae Tom nella storia e lo porta a viaggiare fino a Terra Obscura. E dal momento che volevo tornarci comunque e che avevo così la possibilità di farlo, ne ero stra-contento. Ma si tratta di una storia molto dark perché Terra Obscura si trova nel mezzo di un’incredibile crisi che ha causato la morte di milioni di persone. Non c’è un “cattivo” da sconfiggere e, di fatto, si tratta di una storia sulla morte e su come le persone l’affrontano. I lettori che si aspettavano una classica avventura supereroica non l’hanno capita ma sembra sia piaciuta davvero alle persone con la mente un po’ più aperta. Comunque sia, c’è un lieto fine e personalmente ne sono molto soddisfatto.

Tu e Alan Moore. Si tratta di una domanda ovvia per te, probabilmente una a cui hai risposto innumerevoli volte in passato…
Com’è stato collaborare con Moore in occasione delle storie precedenti? L’hai “consultato” oppure gli hai chiesto “supporto” o “commenti” sulle nuove miniserie che hai scritto da solo?
Beh, per Terra Obscura si è trattato di una vera collaborazione: io e Alan ci sedevamo l’uno di fronte all’altro e buttavamo giù le trame, poi io andavo a casa e scrivevo le sceneggiature. Per le altre storie dell’ABC, come le prime storie di Tom, parlavamo al telefono e qualche volta lui mi suggeriva qualcosa ma la maggior parte delle volte ero io a fare domande sul passato del personaggio e cose simili.
Poi quando la Wildstorm mi ha chiesto di rilanciare Tom Strong qualche anno fa ho risposto che il mio sì era condizionato dal fatto che Alan fosse d’accordo. Per cui l’ho chiamato al telefono e fortunatamente era felice che andassi avanti. Ma c’era anche un implicito accordo che da quel momento in poi avrei dovuto cavarmela da solo e che non avrei più dovuto disturbarlo sulla questione. Per cui da allora è tutta farina del mio sacco.
Copertina di Terry Dodson per il N. 1 di America’s Best Comics: A to Z.
Che cosa è successo ad America’s Best Comics: A to Z? Vedremo mai i due numeri mancanti rispetto a quanto annunciato a suo tempo?
Ne dubito molto. L’hanno cancellata all’improvviso. La sola storia che ho scritto che non ha visto la luce era quella su Smax, che era la più debole di quelle che avevo realizzato per cui non sono così dispiaciuto per la mancata pubblicazione. Il resto di quei numeri l’avrebbe scritto Steve Moore ed è un peccato… avrei davvero voluto vedere quello che Steve avrebbe fatto con Promethea, ma non so se avesse scritto una sola parola della storia prima della cancellazione della serie. Se l’ha fatto, magari quella storia spunterà fuori, prima o poi, tra tutti i suoi scritti.
L’intera serie di A-Z è stata davvero strana. Sostanzialmente era un’idea di Alan: stava completando gli ultimi numeri dell’ABC e penso che abbia concepito quella serie come un reboot della linea dando alla Wildstorm una piattaforma da cui far ripartire le serie. Considerando questo punto di vista, la serie ha perfettamente senso mentre, invece, se la Wildstorm sapeva già che avrebbero chiuso la linea ABC non ha nessun senso. E penso che alla fine sia andata così: non avrebbero preso in considerazione nessun progetto futuro ed è quello che è accaduto per mesi e mesi, persino prima che la serie A-Z venisse avviata, perciò non credo che siano state le scarse vendite a farli decidere. Penso che avessero già deciso di chiudere tutto il secondo dopo che Alan se ne fosse andato… ed è una cosa comprensibile ma penso che avrebbero potuto far funzionare la linea anche senza di lui, se solo ci avessero davvero pensato. Al tempo hanno preso davvero un mucchio di pessime decisioni.

Ti piacerebbe scrivere qualche altro personaggio dell’ABC, ipotizzando che sia possibile? Personalmente penso che saresti perfetto per una run di Top 10…
Beh, ho scritto Top Ten - e un sacco di altri personaggi dell’ABC - per la serie A-Z ma… rifarlo credo sia molto improbabile. Non hanno lasciato che Zander Cannon terminasse la sua miniserie su Top 10 e vorrei davvero lo facessero. Mi stava davvero piacendo e so che non ero il solo.
Al momento sto aspettando che mi diano il via libera per un’altra storia di Tom Strong: è questa la mia priorità. A seguire, mi piacerebbe fare un’altra serie su Terra Obscura … e l’unico altro personaggio che mi potrebbe tentare è Jonni Future. Se mai me lo chiedessero, vedremo.
Copertina firmata Steve Parkhouse per il Vol. 1 di Residen Alien.
Stai anche scrivendo un interessante fumetto per la Dark Horse dal titolo Resident Alien, per i disegni di Steve Parkhouse. Puoi dirci qualcosa al riguardo? Ho letto che è stato Parkhouse a darti lo spunto iniziale per la serie. [in Italia alcuni episodi sono apparsi su Dark Horse Presenta edito da Bao Publishing, N.d.T]
Sì, è vero. Avevo lavorato con Steve in precedenza, e volevo collaborare di nuovo con lui e mi disse che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa che avesse a che fare con gli alieni. Resident Alien è l’idea che tirai fuori: un alieno la cui astronave si è schiantata sulla Terra, in attesa di una missione di recupero che potrebbe non arrivare mai. Per cui tiene un profilo basso facendosi passare per un dottore… e anche se lo mostriamo con fattezze aliene durante il corso di tutta la storia è chiaro, dalle reazioni delle altre persone, che tutti quelli che lo incontrano lo vedono come un essere umano.
Così quando il dottore locale viene ucciso, gli viene chiesto di dare una mano. E considerando che gli piace essere parte della città ed essere coinvolto nel risolvere crimini… In pratica, se lo dovessi proporre per un film, l’idea chiave sarebbe… un detective alieno! Questo è tutto quello che c’è da sapere. La seconda miniserie che ho scritto sta per essere raccolta in volume e, al momento, Steve sta disegnando la terza serie e io sono a metà della scrittura della quarta. Abbiamo un piano per continuare a fare Resident Alien per un bel po’ di tempo!

Dal tuo privilegiato punto d’osservazione, qual è la tua percezione dei comics al giorno d’oggi, come mezzo espressivo e come industria?
Rimane come sempre un mezzo fantastico e penso che durerà per sempre qualsiasi sia l’effetto che la tecnologia ha sulle modalità di lettura.
Riguardo lo stato dell’industria sembra essere esattamente nel mezzo di un periodo di grandi cambiamenti: alcuni sono molto interessanti, altri un po’ spaventano. Il numero degli case editrici è aumentato, così come quello degli editori aperti a nuove idee e generi, ed è un’ottima cosa… specialmente dal momento che le Big Two [DC e Marvel, N.d.T] sembrano, in questo momento, molto meno “avventurose” di quello che sono state in passato. Mi vengono in mente i dinosauri, e vorrei che non fosse così.
L’industria cambierà questa è l’unica cosa certa ma… non fare scommesse sul come cambierà! Fino a quando potremo ancora fare fumetti & guadagnarci da vivere, andrà tutto bene.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Di sicuro altre storie di Resident Alien. Proprio in questi giorni sto mettendo insieme una proposta per un graphic novel e spero di trovare un editore interessato. E, come sai, ho fatto una storia per Electricomics.
Lo staff di Electricomics al lavoro!
Esattamente che cos’è Electricomics [annunciato ufficialmente qualche giorno fa. Su Fumettologica trovate qualche info - qui - e molto altro sul mio Alan Moore World, qui. N.d.T.]?
Si tratta di un’antologia di storie brevi a fumetti pensate specificatamente per dispositivi elettronici come i tablet. Circa tre anni fa Alan Moore mi telefonò e mi chiese se volessi farne parte. Ci è voluto tutto quel tempo per concretizzare il progetto. L’idea di base è di cercare di ideare delle storie che sfruttino le potenzialità del mezzo digitale e che non si potrebbe raccontare nello stesso modo se venissero stampate su carta. Per cui… si tratta di un esperimento ed è stata davvero una bella sfida.

Puoi rivelarci qualche dettaglio su Cabaret Amygdala, la tua short annunciata come una storia “horror modernista”?
Beh, in realtà s’intitola Cabaret Amygdala Presents... Second Sight. Cabaret Amygdala era il titolo suggerito da Alan perchè pensava fosse un nome interessante per un etichetta “ombrello”, un po’ come per Twilight Zone.
A ogni modo, Alan mi chiese di scrivere una storia horror che mettesse le persone in una situazione di… apprensione. Non è affatto un classico horror soprannaturale perché quello non è esattamente il mio genere. Ci sono aspetti del soprannaturale in cui credo, per esempio i fantasmi, ma non mi spaventano per nulla. E riguardo molti altri aspetti - il diavolo, i vampiri e robe simili – penso semplicemente che siano ridicoli e inoltre abbiano davvero fatto il loro tempo. Con questa storia ho messo insieme un paio di concetti che personalmente trovo inquietanti e spero che i lettori provino la stessa sensazione.


Le interviste precedenti: