martedì 21 dicembre 2010

Briscola

Luglio 2006. Business class di un lussuoso aereo di linea.

- Ahò, ho fatto scopa! Anvedi!

- Oh Franscesco, per l'ennesima volta, stiamo giohando a briscola! Te tu sei proprio un grullo, deh!

- Le suggerisco di adottare un linguaggio più consono al palcoscenico internazionale di cui siamo oggetto.

- Presidente, un mi faccia girà i hoglioni pure lei, he già ci sono questi fotografi del hazzo he un ci lasciano in pace da un mese, maremma buhaiola!

- Ahò, Mister, mo' te stai proprio a incazzà!

Il quarto farfuglia qualcosa, ma nessuno lo capisce.

- A' Mister, nun te vedevo così carico da prima de Carciopoli!

- Francesco, diobonino, quante volte ti devo dire di non ripetere quella parola? He poi un mi honscentro più e faccio giohà Toni da scentravanti!

- E' con vivida preoccupazione che vi comunico di avere delle carte peggiori di quella comunemente utilizzata nei servizi igienici della nostra Nazione.

- A' Ppresidè, mai 'na vorta che fai 'a differenza, eh?

- La ventura non mi assiste.

- E mo' che cc'entra Quelli che er Carcio?

Il quarto borbotta qualcos'altro. Neanche stavolta qualcuno lo capisce.

- Ahò, però se semo divertiti sabbato sera, eh?

- Oh Franscesco, meno male he te tu un hai battuto rigori. Se no fascevi venire un infarto pure al Presidente, deh.

Chiamato in causa, il Presidente si profonde in gesti apotropaici, subito fotografati e venduti a trentotto riviste.

- E Mmarco? Ma quanto ha fatto bbène a fasse menà, così ce l'han levato dai cojoni, quer marocchino juventino!

Il Mister e il quarto lo fulminano con uno sguardo.

- Ahò, carma, stavo a scherzà! Ma quanto siete permalosi!

- Un'altra hosì, Franscesco, e ti tiro addosso hodesta Hoppa!

- Auspico una rapida ricomposizione del presente conflitto, nel segno della concordia e dell'Unità nazionale.

Il quarto esclama finalmente una cosa che gli altri tre comprendono:

- Figa!

E, subito dopo: - Briscola! Asso e tre! Ventuno punti!

- Oh Gigi, te tu sei proprio sfondo! E chi te le ha date hodeste harte, Trezeguet?

Gigi ride sguaiatamente.

- Ah Giggi, nun stà a ride così, che me pari un handicappato lazziale d'a Timme!

- Contesto questo linguaggio discriminatorio nei confronti delle minoranze.

- A' Ppresidè, ma vatte a ffà 'na pennica!

Senza pensarci due volte, il Presidente si addormenta.

- Oh grullo, e adesso home si fa a finì la partita?

- Vado a chiamà Cannavaro, forse ha finito de depilasse.

- No, Fabio no. Ha già tenuto troppo in mano la Hoppa. Spero he si sia preso i halli.

- A' Mister, ma tte rendi conto? Semo campioni der Monno!

- Me ne sbatto i hoglioni, Franscesco, domani vi mando tutti affanhulo. Voi, le vostre veline, i giornalisti di merda, i fotografi, gli opinionisti del hazzo, e pure la mi' mamma damigiana!

- A' Mister, piano con le offese! A' mia nun è una velina, è una letterina!

- E la mia una soubrette! Figa!

Cominciano a picchiarsi selvaggiamente con la Coppa del Mondo, mentre il Presidente russa.

Di' la verità, Enzo: fosse capitato a loro, 24 anni dopo, non sarebbe stata proprio la stessa cosa.

martedì 16 novembre 2010

Letterine

Ieri, in TV, ho seguito con grande attenzione i monologhi di Fini e Bersani sui valori della destra e della sinistra. Proprio scritti bene. Sono sicuro che, quest'anno, Babbo Natale li accontenterà.

mercoledì 10 novembre 2010

E, dopo l'italiano, la matematica

Repubblica.it. In home page c'è un rimando alla rubrica "Piccola Italia", di Antonello Caporale. Il suo articolo, "I soldi mancano per Pompei, non per Isernia", è in larga misura condivisibile, se non fosse per un macroscopico refuso. Si legge infatti:

Il premier invece comunica che ci sono 14 miliardi e mezzo di euro a disposizione e diecimila cantieri aperti (quindi 1400 euro a cantiere).

Ora, a casa mia 14 miliardi e mezzo diviso per diecimila fa 1,4 milioni di euro a cantiere, non 1400. La solita dannata fretta o un eccesso di vis polemica? O forse, chissà, Caporale ha ancora una vecchia calcolatrice a 8 cifre. Di quelle che ti sparavano la diabolica "E" di "error", bloccandoti tutto, appena tentavi di inerpicarti in qualche operazione con troppi zeri. Comunque, Antonello, non ti sentire triste e solo: anche Bondi ha una calcolatrice così.

EDIT: ho segnalato il refuso a Caporale, il quale mi ha risposto stamattina: si scusa e si impegna a correggerlo subito. A volte basta poco. Bravo Antonello!

Non solo congiuntivi

Ieri, la mia coordinatrice: "Alcuni mesi fa FECIMO una variazione del Piano". Mi sono sentito una Pompei dentro di me.

lunedì 8 novembre 2010

La crisi della modernità

Alla seconda Conferenza Nazionale sulla Famiglia, dopo il sottosegretario Giovanardi ("Scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all'interno di una comunità d'amore con una identità certa paterna e materna": basta che la comunità sia di quell'amore che vince sempre sull'invidia e sull'odio), risuonano le parole del ministro Sacconi: "Le politiche pubbliche che si realizzano con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione". Che bello: per loro è prevista l'esenzione della tassa sul macinato fino a un massimo di venti fiorini d'oro. Ma solo dietro parere favorevole da parte del feudatario.

martedì 2 novembre 2010

Loro sì che avevano capito tutto

Ieri, mentre mi facevo la barba, ho ripensato a una canzone della mia gioventù, un brano ingiustamente sottovalutato, che però presenta almeno due pregi. Il primo è dimostrare quanto, negli ultimi vent'anni, la nostra classe politica sia rimasta agli stessi livelli di prevedibilità e propensione a determinati comportamenti. Il secondo, non meno importante, è aprirci gli occhi sul fatto che, a rendersi conto di tutto questo, ci riuscivano persino gli autori di capisaldi della canzone italiana come "Non me la menare", "Te la tiri", "6/1/sfigato" (pioniera dello stile bimbominkia) e, non ultima, "Lasciati toccare".

Il brano in questione si chiama "Il pappagallo", e apriva il secondo album degli 883, "Nord Sud Ovest Est" (1993, anno 1 a.S.), con la sfiga di capitare subito prima la ben più nota "Sei un mito". Listen and repeat:

Il pappagallo parla anche di ciò che non sa

ti guarda dallo schermo e una lezione ti dà

il pappagallo sa che cosa è giusto per te

lui sa di non sbagliare è troppo pieno di sé

Sempre in pista, con la tua giacca blu

moralista, ragioni solo tu

arrivista, per un po' d'auditel

spari a vista e si alza l'indice

estremista, ma con umanità

opportunista, sempre un po' qua un po' là

casinista: le risse pagano

ti metti in lista, politico da show

RIT: Pappagallo, noi non crediamo più

al tuo stupido parlarti addosso

pappagallo, sei uguale anche tu

siete tutti nello stesso cesso (x2)

Arrogante, non per sincerità

solamente per popolarità

replicante di chi sta sopra te

sorridente ai party negli hotel

strabordante: parole in quantità

non c'è niente che mai ti fermerà

solamente spegnendo la tivù

non ti si sente e non ci stressi più.

RIT: Pappagallo, noi non crediamo più (ecc.)

martedì 19 ottobre 2010

GTI – Grandi Tesi Indimostrabili (1) – Perché la cellulite è peggio della fame nel mondo

Le grandi tragedie dell’umanità sono, in ordine crescente di gravità, la guerra, la fame nel mondo e la cellulite. Poiché l’argomento-guerra è già stato sviscerato da numerose, autorevoli fonti , oggi mi occuperò degli altri due, con particolare riguardo agli effetti della cellulite, per molti versi di gran lunga peggiori di quelli della fame nel mondo. Forse meno noti, ma peggiori. Ecco perché.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché costringe le Case farmaceutiche a spendere miliardi per combatterla, distogliendoli da cose molto più urgenti, come la lotta alla calvizie.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché è una delle cause principali della denatalità.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché deturpa l'ambiente.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ti costringe ad aver fame per scelta, non per necessità.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ha creato un turpe mercato di personal trainer.

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché costringe gli uomini ad imbarazzanti perifrasi. Si è mai sentito parlare di "leggero languorino nel mondo"?

La cellulite è peggio della fame nel mondo perché ci costringe ad occuparci di Valeria Marini.

La cellulite è peggio della fame nel mondo per quegli inguardabili scaldamuscoli.

La cellulite è peggio della fame nel mondo. Perché è un controsenso essere felice quando finalmente ti si vedono le costole.

La cellulite è peggio della fame nel mondo. E penso di avere tutto il diritto di dirlo, nel giorno in cui una folla esalta un assassino e sputa su chi l’ha arrestato.

lunedì 11 ottobre 2010

Acqua privata, per bicipiti da urlo

Nubifragi in Sicilia, e per l'ennesima volta Agrigento si ritrova senz'acqua. Quell'acqua che pure sgorga, abbondante e microbiologicamente pura, a poche decine di chilometri dal capoluogo. E che non arriverà mai al disastrato acquedotto pubblico, bensì alla multinazionale Nestlé, che dal 2006 la imbottiglia e la rivende, a un prezzo tutt'altro che economico, a marchio Vera, pagando alla Regione Siciliana (quella di quel Lombardo che sta sempre più simpatico anche a molti PD) la bellezza di 254 euro l'anno, più 620 di concessione governativa (Fonte: questo articolo).

Il fatto è che questo caso è il forse il più eclatante, ma di certo non l'unico. In Sicilia sono rimasto colpito dal numero altissimo di marche di acqua in bottiglia, acqua che nella quasi totalità dei casi proviene proprio dai monti dell'isola. Così, mentre i rubinetti delle case a volte vanno a singhiozzo, e la bolletta idrica costa il doppio della media nazionale, i supermercati traboccano (ops) di pesantissime confezioni da 6, e nessuno rinuncerebbe alla sua bottiglia di Fontalba o di Cavagrande. Così facendo, però, a medio-lungo termine intere falde acquifere dell'isola rischiano di prosciugarsi, a cominciare proprio da quella della Nestlé, sottoposta a uno sfruttamento eccessivo. Con il paradosso che, tra qualche decina di anni, alcuni acquedotti locali smetteranno finalmente di perdere: ma non perché li abbiano riparati, bensì perché di acqua non ce ne sarà più.

Però, per evitare i soliti disfattismi e in un sussulto di obiettività, guardiamo per un attimo la questione dall'altro lato: vuoi mettere che schiena e che bicipiti ti vengono?

domenica 3 ottobre 2010

Contestualizzami questo

Da Repubblica.it:

Monsignor Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, sminuisce le polemiche sulla barzelletta con bestemmie [di Berlusconi]. "Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose", dice. "Certamente, non bisogna da un lato diminuire la nostra attenzione, quando siamo persone pubbliche, a non venir meno a quello che è il nostro linguaggio e la nostra condizione; dall'altra credo che in Italia dobbiamo essere capaci di non creare delle burrasche ogni giorno per strumentalizzare situazioni politiche che hanno già un loro valore piuttosto delicato", conclude Fisichella.

Va bene. Allora, Monsignor Fisichella, quello che Lei ha affermato è, teologicamente, un'emerita stronzata, una puttanata indegna del peggior paraculo. Però, Eminenza, non se la prenda: saprà di certo contestualizzare questo mio giudizio.

martedì 28 settembre 2010

I have a nightmare

Stando alle ultime direttive Gelmini - La Russa, tra qualche anno la copertina del quaderno di mio figlio potrebbe essere così:

lunedì 20 settembre 2010

Da che pulpito (2)

Dal sito Corriere.it di stamattina:

«Napoli ha sempre vissuto di pane e di speranza. Ora sembra che siamo arrivati ad un punto di svolta: niente è scontato, nè il pane nè la speranza. Come è potuto accadere?». Lo ha detto il cardinale Crescenzio Sepe nel corso dell'omelia per il prodigio del miracolo di San Gennaro, che si è ripetuto anche quest'anno. L'arcivescovo di Napoli ha richiamato tutti a fare «un serio esame di coscienza collettiva nel quale tutti, per la parte di propria competenza, sono chiamati in causa».

Da Wikipedia:

PROCEDIMENTI GIUDIZIARI - Nel 2010 [il Cardinale Sepe] è stato iscritto al registro degli indagati dalla Procura di Perugia, insieme all'ex ministro dei trasporti Pietro Lunardi, per dei sospetti e delle incongruenze riguardanti la manutenzione della facciata del palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna, che pur essendo un palazzo di proprietà dello stato della Città del Vaticano e godendo di extraterritorialità è stata finanziata, ma non portata a termine, dallo stato italiano. L'accusa della magistratura è che l'ex ministro abbia finanziato tali lavori in cambio di appartamenti di proprietà dell'organizzazione concessi a prezzi estremamente bassi al ministro e a altre persone. L'indagine è tuttora in corso. Indagine per lo stesso cardinale, anche per la presunta assunzione presso l'ANAS del nipote.

Un curioso caso di omonimia, anche se non ne conosco poi così tante, di persone che hanno la fortuna di chiamarsi Crescenzio.

lunedì 6 settembre 2010

Mirabello caput Italiae

Dopo tutto quel che è successo ieri sera, col Fini che ha detto su Silvio tante cose che avremmo voluto sentir dire da Bersani, il paesello di Mirabello è improvvisamente balzato agli onori di tutte le cronache, vero e proprio caput Italiae per un giorno.

E, a questo punto, in tanti si sono anche chiesti (a volte anche ironicamente, come l'amico Alexfor), perché proprio Mirabello, e se ci siano significati particolari dietro la scelta di questo paese.

Ci sono, eccome.

Mirabello, che ormai da un quarto di secolo organizza il raduno annuale dei fascisti-postfascisti-exfascisti-pidiellini pentiti, è nel bel mezzo di una vasta area nella zona occidentale della provincia di Ferrara, che comprende anche paesi non proprio piccoli (Cento, Bondeno, Sant'Agostino…) ed è stata una delle prime ad essere colonizzata dalla destra nella “rossa” Emilia, insieme a Parma e parte del Piacentino. E' un po' il simbolo della progressiva trasformazione dell'Emilia-Romagna da roccaforte inespugnabile a terra sempre più colorata di azzurro (ma non c'entra l'Adriatico) e di verde (ma non c'entrano le pinete). E non c’è verso di batterli, almeno per ora. Nel frattempo, per restare in Regione, si sono presi anche altri comuni di media grandezza, in precedenza sempre amministrati dalla sinistra, come Sassuolo, Guastalla, Comacchio e alcuni comuni del Riminese.

E io sono molto preoccupato.

Sì, davvero molto preoccupato.

Di tutti questi negri.

giovedì 2 settembre 2010

Rieccomi (2)

Stavolta ero qua. Direi che ne è valsa la pena.

(P.S. la foto non è mia, io guidavo)

lunedì 2 agosto 2010

Un giorno non cambia nulla

Inizio estate, sole già caldo sulla Riviera Romagnola. Nella biglietteria di una piccola stazione, un grande ventilatore dà un parziale sollievo.

In fila aspettano una coppia di quarantenni e la loro figlia, una ragazzina di dodici anni, lunghi capelli lisci e occhiali da vista dalla montatura spessa. La ragazza è emozionatissima, non vede l’ora che sia il loro turno, che finalmente dall’altra parte del vetro si materializzi il biglietto per la felicità. Parigi! Primo viaggio all’estero della sua vita. L’avventura di un’intera giornata in treno, a respirare ogni paesaggio, e la sera arrivare in quella città sconfinata, che di sicuro la lascerà a bocca aperta, senza parole, ad ascoltare solo il suo batticuore.

Ecco, tocca a loro.

“Buongiorno, mi dica”, fa il bigliettaio al padre.

“Buongiorno. Vorremmo prenotare tre posti sul treno diurno da Bologna a Parigi, per il due del mese prossimo”.

Le parole magiche son tutte qui.

“Il due? – si stupisce il bigliettaio – Ne è proprio sicuro?”

Il padre è colto di sorpresa: “Sì, perché?”

“Se vuole farsi il viaggio in treno – consiglia l’uomo, sfogliando l’orario – quel giorno lì glielo sconsiglio proprio”.

“E perché?” fa eco la madre.

“Perché sarà il giorno più pieno dell’anno, a Bologna sarà un carnaio, rischiate di partire già stressati. Tra l’altro, il treno è quasi del tutto pieno, e quel giorno lì è facile che porti ritardo”.

Lo sguardo della madre trasmuta in una smorfia.

Il bigliettaio si sporge leggermente verso il padre, in fila non c’è nessun altro.

“Sa cosa farei, se fossi in voi?”

“Cosa?” chiede il padre, brusco. Rinunciare, non se ne parla. Sono i suoi unici giorni di ferie dell’anno, vuole goderseli con la famiglia in un posto che non sia il solito mare. E poi c’è la promessa fatta a sua figlia.

“Partirei o di sera, con le cuccette, che però costano di più, oppure il giorno dopo, il tre, quando sarà tutto molto più tranquillo. Potrete scegliere i posti, ci sarà meno ressa”.

La figlia mette il broncio. Ogni ora in meno a Parigi le pesa come una zavorra. Se potesse, partirebbe all’istante.

“Datemi retta – conclude il bigliettaio – Perderete un giorno di vacanza, ma poi la vivrete in modo decisamente migliore”.

Il padre esita. Sacrificare un giorno di vacanza su dieci non è mai piacevole. “Papà, partiamo lo stesso!”

“Invece, secondo me – interviene la madre – il bigliettaio ha ragione. Meglio rimandare al giorno dopo. Sono stanca, non ho voglia di partire già stressata”. La figlia la guarda storta.

Il padre riflette. Cerca di immaginarsi come potrebbe essere la stazione di Bologna quella mattina. Non ci riesce, non l’ha mai vista piena, a Bologna ci sarà andato sì e no tre volte in tutta la sua vita. Ma il pensiero di quella bolgia lo atterrisce. No, il casino prima di partire, no.

“Io le ho detto quel che penso – taglia corto il bigliettaio – poi decida lei”.

Dietro i tre arrivano altri turisti.

“Va bene – si rassegna il padre – Partiamo il giorno dopo, il tre. Se si può fare il viaggio con più calma…”

“Papà…”

“Cristina, dai, alla fine un giorno non cambia nulla”.

La figlia cova una rabbia sorda, ma si adegua. Ora quel biglietto non le sembra più così magico. Mentre escono, i genitori cercano di convincerla della loro scelta. Un gelataio accorre in loro aiuto.

“Ricordiamoci di avvisare la Gemma e Ido” dice il padre, passando davanti a una cabina telefonica.

“Non penso sia un problema – risponde la madre – e a Paolo farà piacere”.

__________________

Quelle tre persone erano mio padre, mia madre e mia sorella.

Il due, la stazione di Bologna saltò in aria.

Se quel bigliettaio non avesse insistito, mi sarei con ogni probabilità ritrovato, a cinque anni, orfano di padre e madre, e privato di una sorella di dodici anni che mi insegnava a leggere e scrivere. Non so con chi, né come sarei cresciuto. Mio fratello non sarebbe mai nato. E le vittime sarebbero state ottantotto. Perché i miei e Cristina dovevano essere lì, su quel binario, a quell’ora.

Per questo, tutte le volte che vedo la grande lapide vicina alla sala d’aspetto ho un brivido freddo, e penso agli ottantacinque innocenti che non ebbero la fortuna di imbattersi in quel bigliettaio, così tanti proprio perché quel giorno la stazione era davvero un fottuto carnaio. E quando sento della libertà a Fioravanti, o dell’assenza di esponenti del Governo alle commemorazioni del trentennale, mi incazzo come per poche altre cose. Perché quel giorno lì qualche bastardo, fin troppo noto per far finta di nulla, gettò nella disperazione ottantacinque famiglie, e quasi ci riuscì anche con la mia.

I miei genitori hanno cercato di rintracciare il bigliettaio che inconsapevolmente salvò loro la vita. Non c’era più, era stato trasferito e nessuno ricordava dove. E quel ringraziamento è sempre rimasto in sospeso. Non so se, dopo trent’anni, quell’uomo sia ancora vivo, se sia in pensione, e se gli sia mai tornato in mente quel consiglio disinteressato dato a tre perfetti sconosciuti. Ma oggi più che mai voglio e devo dirglielo: ovunque lei sia, grazie, signor bigliettaio.

giovedì 29 luglio 2010

Herat Inevitabile

Due militari uccisi in Afghanistan. Solo leggermente ferita una terza. Era appena scaduta l'offerta.

(Nell'incidente ha riportato solo lievi escoriazioni il capitano Federica Luciani. Vogliono la parità e manco sono capaci a saltare in aria)

I due militari, secondo quanto si è appreso, erano specialisti del Genio. Nomen/Omen un cazzo.

Afghanistan: due militari italiani uccisi nell'esplosione di un ordigno artigianale.L'occupazione sta favorendo il ritorno della piccola impresa.

"Le salme arriveranno direttamente da Herat, senza passare per Kabul". E senza ritirare le 20.000 lire.

(E nessuno finirà in prigione)

Afghanistan, due militari italiani sono morti per lo scoppio di un ordigno improvvisato. L'avevano scambiato per uno dei loro.

Berlusconi commenta: "Le parole non hanno senso". Appunto.

Il Senato ha osservato un minuto di silenzio. Polemiche per alcuni pianisti che hanno proseguito per un altro minuto.

Uno dei soldati morti era stato intervistato 20 giorni fa dal TG1. Certo che quando il destino si accanisce...

La Russa: "Questo e il prossimo saranno i mesi più difficili". Dannate partenze intelligenti.

(Il Senato ha immediatamente osservato un minuto di silenzio. Dell'Utri aveva preso la rincorsa).

Silvio Berlusconi si è detto «rattristato» per le nuove vittime italiane. Mica è festa ad ogni morto come per Vianello!

(Domani in Italia arriveranno le due salme. Silvio è tesissimo. È chiuso da ore in una stanza a ripassare la barzelletta.)

Berlusconi ha detto che quando arrivano queste notizie così drammatiche "ci si domanda se valga la pena". Di leggere l'articolo.

(Per il premier, dunque, queste notizie "creano dolore ma è giusto fare quello che facciamo", ha reso noto richiudendosi la zip)

("Queste notizie creano dolore", dichiara Berlusconi ripiegando la Gazzetta)

Antonio Di Pietro, a nome dell'Idv, ha detto che "oggi è un giorno di lutto per tutto il Paese e ogni polemica sulla nostra presenza in Afghanistan risulterebbe strumentale". E questo polemizzando con Berlusconi.

Intanto si indaga per capire se la deflagrazione si sia stata azionata da un comando a distanza o se è stata solo fortuna.

Altri 2 morti italiani in Afghanistan. Il totale arriva a 29. Ma il record degli USA è ancora lontano.

[Autori: Asc, Cani & Porci, Castorovolante,Kra, Kutavness, Orio, UomoMordeCane. Special Guest: Julija o Juljia o come cazzo si scrive...]

mercoledì 28 luglio 2010

Il Dossier segreto sull'Afghanistan: tutta la verità.

E' argentina, è famosa in Italia e si faceva di coca. E no, Maradona non ha cambiato sesso.

Belen ha ammesso di aver fatto uso di cocaina. E non è la cosa più forte che le è entrata nel naso.

Scoperti coca e mazzette nei locali milanesi. Era l'Awesome Hour.

Calciatori e soubrette fanno uso di coca. Trovato lo slogan per la pubblicità progresso.

L'Hollywood si difende: "Via i sequestri, ora la situazione è migliorata". C'è più gnocca.

Belen si faceva di cocaina. Nonostante i mille impegni trovava sempre un buco libero.

Ricordate lo spot TIM in cui Belen calcia un pallone fino alle stelle? Ecco la spiegazione.

Del resto non poteva che essere fatta, Belen. Ci vuole, per recitare a fianco di De Sica.

Ho saputo che Belen un tempo si faceva di coca e mi è caduto il mondo addosso. Devo trovarle un altro regalo di compleanno.

Comunque è vero, che Belen pippava di coca. C'è un reportage di Corona.

(Belen fa uso di coca, Corona fa uso di Belen, la coca fa uso di Corona.)

Belen pippava la coca. Ora è la coca che si infila dentro Belen.

(Senza nemmeno pagarle una cena)

Belen si faceva di coca. Se questi sono gli effetti collaterali, legalizziamola!

Belen pippa la coca. "Anch'io" si è affrettata a confermare la sorella.

Belen è così fatta che non ricorda mai chi si è fatta.

In realtà Belen non voleva sniffare, ma i suoi orifizi facevano corrente.

(D'altronde è una questione pneumatica, tenete conto che di solito al mare indossa mutandoni.)

Mmm, da una parte c'è una gnocca che pippa, dall'altro un ministero vagante. E qualcuno criticava Brancher.

Il sindaco di Sanremo: "Se Belen ha fatto uso di coca, non la voglio più al Festival". Ancora una volta la droga fa bene alla musica.

(Non la vuole più al Festival. Preferisce a casa sua.)

Belen se la tira, niente di nuovo.

[Autori: Castorovolante, Demerzelev, Kutavness, Van deer Gaz]

lunedì 19 luglio 2010

Ecco perché non ci siamo

Perché ci vergogniamo troppo di venire.

Perché sono già passati 18 anni.

Perché tanto non ce ne frega niente, non ce ne è mai fregato nulla.

Perché in questi giorni abbiamo già i nostri bei casini.

Perché le uniche commemorazioni che ci interessano sono a Pontida e sul Monviso.

Perché è troppo vicina a quell'altra del 23 maggio.

Perché non ci hanno invitato.

Perché non c'è figa.

Perché poi ci inquadrano e si vede l'immondizia per strada.

Perché sua sorella è del PD.

Perché detestiamo la retorica, se non è funzionale al culto del Capo.

Perché è solo un pretesto per parlar male di noi.

Perché siamo già in vacanza.

Perché, per alcuni di noi, il vero eroe è Mangano.

E adesso vediamo se trovate qualche altra scusa per non esserci, merde umane.

mercoledì 14 luglio 2010

Free your mind

La notizia più letta oggi su Corriere.it è la rottura tra Belèn e Corona. Al secondo posto, la sensazionale scoperta di una lobotomia non invasiva.

lunedì 12 luglio 2010

Post-Mondiale

Alla fin fine non sono poi così tante, le cose che ricorderemo di questo primo Mondiale africano.

La prima volta della Spagna e, per penoso contrappasso, la figuraccia storica della nazionale italiana.

Le diaboliche vuvuzelas.

Il polpo Paul e i suoi 8 pronostici azzeccati su 8.

E i 62 morti in un doppio attentato esplosivo in Uganda. Ah, no, scusate, questo non c'entra coi Mondiali. Dimenticatelo pure.

giovedì 1 luglio 2010

Italiane?

Ieri sera è andata in onda la finalissima del concorso di bellezza più assurdo della televisione italiana, assurdo fin dal nome: "Miss Italia nel mondo". Ossia: cinquanta fanciulle provenienti da ogni parte della Terra sfilano per rappresentare la bellezza italiana nel mondo. Il problema è che, assai spesso, di "italiano" in queste ragazze c'è assai poco. A volte solo il cognome. Magari hanno qualche remotissima origine dello Stivale (il classico bisnonno di qualche sperduto paesello del Sud o del Triveneto pre-boom), ma in realtà l'Italia l'han vista solo in TV (povere loro) e di italiano sanno sì e no quattro parole. Tanto basta, però, per qualificarle come "italiane" e farle partecipare a un concorso in cui, anche se "nel mondo", si rappresenta pur sempre l'Italia.

Ora mi chiedo: sono più "italiane" loro, che spesso con l'Italia non hanno quasi mai avuto rapporti, o sono più "italiane" quelle ragazze, figlie di immigrati ma nate e cresciute in Italia, che hanno sì nome e cognome straniero, ma che studiano con gli italiani, vestono come gli italiani, vivono come gli italiani e magari parlano pure in dialetto, che a qualcuno piace così tanto?

Eppure, per la prevalenza ormai anacronistica del diritto di cittadinanza "ius sanguinis" (a volte davvero poche gocce di sangue) sullo "ius soli", queste ultime - italiane in tutto e per tutto - possono trovarsi a rischio di espulsione. Con quali effetti su di loro, lo lascio immaginare a voi.

Ma tanto, chissenefrega? L'importante è mostrare un po' più di passera in TV, e magari, già che ci siamo, naturalizzare Amauri e Thiago Motta, che questa Nazionale fa proprio schifo.

mercoledì 30 giugno 2010

Viva San Minzo!

(Soundtrack: Beastie Boys, Sabotage)

Leggo su vari blog sacrosante manifestazioni di sdegno per come il TG1 ha manipolato la notizia della condanna di Dell'Utri a 7 anni di carcere. Leggo però anche, e giustamente, che molti biasimano il fatto che la maggioranza degli italiani queste manifestazioni di sdegno non le leggerà mai, continuando beatamente a guardarsi il TG1 e a credere a tutto quello che vi si racconta. Insomma, le proteste e le rettifiche del popolo della Rete rischiano di diventare per l'ennesima volta vox clamantis in deserto.

Io, però, per superare questa impasse, un'idea l'avrei.

Vi ricordate, una decina abbondante di anni fa, quei ragazzotti che portarono un carro armato in Piazza San Marco e, soprattutto, riuscirono a sovrapporsi alla voce di uno speaker del TG1 per lanciare un delirante proclama che si concludeva con "Viva il Veneto Serenissimo Governo! Viva San Marco!"?

Ecco, secondo me bisogna andare a rintracciare questi ragazzotti, chiuderli in una stanza e costringerli a rivelare, con dovizia di particolari tecnici, come cavolo avevano fatto a sovrapporsi ai ripetitori RAI.

Dopo di che, si deve produrre un'identica interferenza nell'ora di massimo ascolto del TG1 e raccontare ai telespettatori alcune delle manipolazioni da Oscar per gli effetti speciali made in Minzolini. La finta assoluzione di Mills e il servizio della Grimaldi su Dell'Utri potrebbero già bastare, prima che interrompano l'interferenza. Altrimenti, se impiegano più tempo (ma il lavoro dev'essere fatto coi fiocchi), si può proseguire ad libitum, tanto il materiale non manca proprio.

Così, almeno, la cretinata di quei ragazzotti sarà servita a qualcosa.

(E poi, in fondo, loro se la sono cavata con poco.)

martedì 29 giugno 2010

Daria e la cometa

Bologna, seconda metà degli anni Novanta. Serata noiosa. Decido di richiamare la mia ex, con la quale ero rimasto in buoni rapporti.

Compongo il numero, facile che sia a casa. Non usciva molto di frequente.

Qualche squillo, poi il clic. Ma la voce che risponde non è la sua.

Un "Pronto?" garbato ma risoluto.

E' LEI. E per la prima volta, dopo due anni e rotti, sento la sua voce al telefono.

Mi impappino per l'emozione: "Ehm... Pronto, buonasera, sono Paolo. Ce... Cercavo Barbara".

"Barbara non è in casa - risponde lei pacatamente - E' uscita con le sue amiche".

Non voglio mettere giù subito. Voglio risentire ancora un attimo quella voce, che sembra così diversa da quella che gli altoparlanti diffondevano pochi mesi prima, in Piazza Maggiore.

"Ah... Forse è andata a vedere la cometa?" (Hale-Bopp passava di qua proprio in quei giorni).

"Penso proprio di sì - conclude lei - Sono andate sui colli a vedere la cometa".

Riattacco ancora in preda ad un'emozione quasi infantile.

Lei non era una star dello spettacolo, o una diva del cinema o della TV.

Lei, compagna del padre di Barbara, era stata professoressa di economia e diritto alle superiori. Un dannato giorno, suo fratello Alberto si era imbarcato per Palermo. L'aereo esplose. E da allora, da quell'infame 27 giugno di quell'anno che Bologna vorrebbe non fosse mai giunto, lei si batte perché venga restituita la verità su cosa avvenne quella sera, su chi ha ucciso e chi ha coperto, su chi ha taciuto e chi ha mentito, e perché. E, a trent'anni di distanza, ancora cerca una risposta, per suo fratello, per altre ottanta vittme innocenti, e per chi non si rassegna all'oblio.

Lei è Daria Bonfietti, Presidente dell'Associazione Familiari Vittime di Ustica. Da questo blog voglio ringraziarla di cuore. A nome di chiunque, dopo decenni, non si accontenta di spiegazioni di comodo, non fa appello al segreto di Stato, e continua scientemente a rompere le scatole a chi non dà risposte.

venerdì 25 giugno 2010

Mondiacci vostra

Eliminati al primo turno.

E pensare che non avevo neanche giocato Lippi al Fantamorto.

venerdì 18 giugno 2010

Un pugno a Guccini

Bologna, primi anni Duemila. Vengono a trovarmi i miei genitori, e li porto a mangiare a due passi da casa mia, in una delle più famose trattorie della città: Da Vito.

E' famosa perché il servizio è molto alla buona e, se un cameriere ti prende di mira, stai pur certo che per te la cena sarà un inferno, ma i tuoi amici non smetteranno un attimo di ridere.

E' famosa perché si mangiano i piatti tradizionali bolognesi, unti e bisunti, ma in genere buoni e dai prezzi umani.

E' famosa perché il suo vino rosso è uno dei più imbevibili di tutta l'Emilia-Romagna.

E' famosa, soprattutto, perché ci va Guccini.

Quella sera Guccini c'era. Sedeva da solo a un tavolino da quattro, e leggeva un libro di cui, dannata miopia, non riuscivo a scorgere il titolo. Mi sentivo emozionato, cenare vicino a una personalità nota mi dava una ridicola, ma assai poco celata soddisfazione. Ed ero contento di aver beccato una serata in cui c'era anche Lui, nella mia ingenua spocchia quasi me ne vantavo coi miei.

Finiamo di cenare e ci avviamo verso l'uscita. Anche Guccini, riposto il libro, si alza. Recupero il mio finto Barbour dall'attaccapanni all'ingresso, non mi accorgo degli altri, e quando mi infilo la manica mi ritrovo il pugno a dieci centimetri da un volto.

Il volto barbuto e rubizzo di un uomo grande, grosso e stupito. Guccini.

Mi sento sprofondare. "Mi scusi..." riesco solo a biascicargli, come se quel pugno gliel'avessi dato per davvero. "Pvego, pvego!", risponde lui con tono insolitamente bonario.

Usciamo uno dopo l'altro e mi fermo ad osservarlo, mentre si avvia verso Via Paolo Fabbri.

E ora che leggo dei settant'anni di quell'omone barbuto, mi torna di nuovo in mente quest'episodio, in cui ho quasi dato un pugno a uno dei miei cantautori preferiti, che abitava a cento metri da casa mia, usciva poco, e cenava nella quieta compagnia di un libro.

martedì 15 giugno 2010

In quattro anni

L'esordio della Nazionale, ieri sera, mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quattro anni fa, al debutto degli azzurri contro il Ghana. Accipicchia, prima riflessione, sembra che questi quattro anni siano passati in un lampo, tanto vivido e preciso è il ricordo di quella serata. Man mano che si cresce, le distanze temporali sembrano appiattirsi fino a ridursi a qualcosa d'irrilevante, di accidentale. Quello che conta è l'evento, il rito che si ripete uguale a se stesso.

Eppure, mi dico un attimo dopo, a mente più fredda, lo scorrere del tempo non è un episodio, non è uno standby tra un Mondiale e l'altro, e se lo diventa, è perché probabilmente è venuto a mancare qualcosa dentro di me.

Eh no, rifletto quasi con rabbia mentre le due squadre fanno il loro ingresso in campo, in questi quattro anni - a ben vedere - è cambiato praticamente tutto.

Quattro anni fa guardavo la partita a casa di un caro amico, col videoproiettore che sparava il gol di Pirlo un metro per due sulla parete bianca. Oggi vedo questi amici col contagocce, nei sempre più rari aperitivi.

Quattro anni fa vivevo ancora nei miei cinquanta metri quadri vicino al Sant'Orsola, e non mi passava neanche per l'anticamera del cervello di cambiare casa. Oggi la TV è su una colonna frigo-forno che ha i giorni contati, appena la casa nuova avrà la sua cucina nuova.

Quattro anni avevo appena iniziato un contratto a progetto presso un centro studi, facevo le mie ricerche all'Università ed ero carico come una molla. Ora, scaduto il contratto a progetto, mollata l'Università su diretto consiglio del Prof. ("Si guardi intorno, non riesco a sistemarvi tutti"), e dopo aver visto coi miei occhi come funzionino i concorsi da ricercatore, mi arrabatto tra una collaborazione a progetto e un'altra, entrambe a Modena, abbastanza interessanti e retribuite decentemente, ma con un rimpianto che proprio non mi va via.

Quattro anni fa stavamo in quattro su un divano sfondato, con abbondanti birre fredde da entrambi i lati, a sgolarci per Iaquinta e Cannavaro. Oggi, mentre Bagni il portasfiga esclama "E' un buon momento!" tre minuti netti prima del gol del Paraguay, salgo su una scala e riparo il perno di una wasistas, in sottofondo il brusio delle wuwuzelas.

Quattro anni fa avevo due bambini in meno, per quanto uno fosse già in arrivo. Oggi abbraccio forte Marco che ha deciso di dormire nel suo letto, abbandonando il lettino con le sbarre, mentre Martina, occhioni azzurri e ciuccio in bocca, si chiede cosa sarà quella strana scatola luminosa con delle cose che si muovono sopra.

Quattro anni fa era appena tornato Prodi, ve lo ricordate? E l'Unione dai mille partiti, e il loro programma-monster? Oggi... Beh, soprassediamo, altrimenti mi ci vuole un trapianto di fegato.

Quattro anni fa io e mia moglie eravamo appena passati indenni dalla prima vera crisi post-matrimoniale, e l'arrivo di Marco ci faceva vedere tutto molto più semplice, le montagne si spianavano di fronte ad una sana ed incosciente dose di ottimismo. Oggi mi accorgo che Tonino Guerra, per una volta, ha detto una cretinata. Devo cambiare alcuni aspetti del mio carattere ma per far questo devo ridefinire quello che sono stato per trentacinque anni, forzare alcuni miei comportamenti, sostituire l'autorevolezza ad una calma ormai trasformatasi in indifferenza. Facile come un gol in rovesciata da ottanta metri. Bendato.

Quattro anni fa l'Italia vinse il Mondiale senza aver mai subito un gol su azione. Ieri ne ha già preso uno.

Quattro anni fa, soprattutto, non andavo a raccontare i cazzi miei in un blog. Oggi lo faccio. Perché, comunque, mi aiuta tanto. Perché sono sempre andato meglio allo scritto che all'orale. Perché altrimenti mi si rompe qualcosa dentro, ché l'autostima del portiere Green, in confronto alla mia, è granitica. E, soprattutto, perché non mi sarei mai immaginato di fare un bilancio della mia vita di fronte a ventidue idioti strapagati. Ventidue idioti che però, quattro anni fa, mi entusiasmavano fino alle urla.

La partita è finita. Marco dorme. I prossimi impegni saranno difficili, ma possiamo farcela.

giovedì 10 giugno 2010

Diversivi

Il Senato approva la legge-bavaglio, col voto di fiducia. Il PD, anziché votare contro, abbandona l'Aula.

Il Governo non recepisce la raccomandazione dell'ONU di introdurre il reato di tortura nel Codice Penale.

Nella Finanziaria previsto il taglio dell'assegno di assistenza per i Down, già in precedenza miserrimo.

Silvio dichiara che è "infernale" governare rispettando i principi della Costituzione.

L'Aquila rischia di restare abbandonata a se stessa per pura ripicca, mentre i rinforzi dei primi edifici antisimici delle new towns già sono a rischio per un dettaglio assolutamente imprevedibile: la polvere.

Di fronte a tutto questo, mi viene da dire una sola cosa, gridare una sola cosa con tutta la voce che ho in gola:

BEN ARRIVATO, LORENZO MATTIA!!!

lunedì 7 giugno 2010

Da che pulpito

"L'idea che le lavoratrici del pubblico impiego vadano in pensione a 65 anni non mi terrorizza", ha dichiarato Emma Marcegaglia, nota maestra elementare.

giovedì 27 maggio 2010

Forza Ogliastra!

Da anni si parla di abolire le Province, ritenute Enti con pochi effettivi poteri, buoni solo ad accogliere trombati di lusso e raccomandati di ogni risma. Tremonti fa finta di interessarsi al caso, ma colloca l'asticella così in basso che alla fine rischiano di sparire solo una decina di province. Le Province, per essere abolite, devono essere sotto i 220 mila abitanti, trovarsi in Regioni a statuto ordinario, non confinare con uno stato estero, ricadere in zone già raggiunte dal digitale terrestre, essere governate dal PD per più di due mandati, comprendere almeno un lago per la pesca di trote e avere più del 50% della propria superficie dedita alla pastorizia.

E' curioso il limite dei 220 mila abitanti, che - guarda caso - salva due province come Asti, governata dall'ex-segretaria particolare di Tremonti, ed Imperia, feudo di un ex ministro ancora influente, benché a sua insaputa. Scomparirebbe inoltre, prima ancora di diventare operativa, la Provincia di Fermo, che paga la gravissima offesa di aver scelto il suo primo presidente nelle file del centrosinistra. Tornerà sotto Ascoli, passata giusto in tempo al PdL. Rischiano anche quelle di Biella, Vibo e Crotone, dopo ben diciott'anni di onorato servizio (ma si sa che, a quell'età lì, c'è già chi le ritiene quasi delle tardone). Invece, tra le mini-province confinanti con uno Stato estero, e quindi salve, guarda caso c'è quella di Sondrio, patria di Tremonti.

Ma è per un altro salvataggio eccellente che tiriamo tutti un enorme sospiro di sollievo. Sapere che sono esentate dal taglio le province ricadenti nelle Regioni a statuto speciale, permette di salvare il nostro vero mito, la mascotte dell'Italia provinciale, l'unico territorio che rischia di avere più uffici che abitanti: stiamo parlando della neonata che ha già rapito i nostri cuori, l'ultimo eclatante esempio di utilizzo efficiente del denaro pubblico e di attenzione alle esigenze dei cittadini.

LA PROVINCIA DELL'OGLIASTRA!

E' SALVAAAAAAAA!

Nonostante abbia appena 58 mila abitanti, meno di una cittadina come Imola, nonostante i suoi due capoluoghi ne facciano assieme meno di un quartiere di Bologna, nonostante abbia più mufloni che contribuenti, e nonostante sia governata dal PD, il frutto più tenero e inaspettato della giunta Pili crescerà ancora in salute e rigoglio, senza privare i suoi cittadini del piacere di fare la spola tra gli uffici di Lanusei e Tortolì, una passione condivisa anche dagli altri abitanti delle neoprovince dell'Isola. Chi se ne frega se sparisce Matera e la Lucania diventa una megaregioneprovincia di diecimila chilometri quadrati: l'importante è salvare vita e poltrone di quell'angolo di paradiso e pecorino, dal nome che sembra una minaccia a chiunque osi toccarla - Ogliastra! E ci sono riusciti. Il figlio del commercialista di Silvio può dormire sonni tranquilli, le greggi possono aprire lo spumante, gli abitanti di Perdasdefogu e di Ussassai (che saluto tutti) possono continuare ad avere un fremito d'orgoglio a dichiarare: "Sono della provincia dell'Ogliastra!" (nel qual caso evitate di rispondere: "E dove cazzo sta?". Sono un po' suscettibili, sapete). Perché tagliare sui costi della burocrazia, quando rischi di perderti queste perle? Small is beautiful. Fortza Ogiastra!

martedì 18 maggio 2010

Ritorno a Dickens

Leggo solo ora della proposta del Governo di reintrodurre il licenziamento a voce per i precari.

Mi torna in mente il passo di un testo di organizzazione del lavoro nel quale Jacoby descriveva le modalità di assunzione degli operai a fine Ottocento in una grande impresa di Philadelphia. Di buon mattino, il caposquadra si presentava davanti ai cancelli della fabbrica, ove si accalcavano decine di disperati fuggiti dalle campagne in cerca di un qualsiasi lavoro. Il caposquadra aveva in mano un cestino, che conteneva tante mele quanti erano gli operai che servivano. Una per una, il caposquadra le prendeva in mano e le lanciava ai disoccupati. Chi riusciva ad afferrare la mela al volo, aveva il posto.

Beh, mi sa che il padrone, ora, quelle mele le rivuole indietro.

venerdì 14 maggio 2010

Riferimenti culturali

Gli italiani leggono in media solo tre libri l'anno.

In compenso, le figlie di un parente di mia moglie si chiamano Anbeta e Karima.

giovedì 6 maggio 2010

Il buon esempio

Pur non essendo (per ora) formalmente indagato, Scajola ha rassegnato le dimissioni. In attesa che Silvio lo salvi dalla raccolta differenziata con uno strapuntino al Ministero delle Infrastrutture, con delega alla rotta aerea Roma-Albenga, segnaliamo i colleghi del buon Claudio ar Colosseo che potrebbero utilmente trarre esempio dal comportamento dell’ex ministro, avendo motivi ben più validi per darsi finalmente all’ikebana.

Roberto Maroni (Interno). Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale durante la perquisizione della polizia nella sede di via Bellerio a Milano; pena commutata nel 2004 dalla Cassazione in una multa. Se anziché suonare il jazz avesse fatto un po’ di palestra, a quest’ora la sua fedina penale sarebbe immacolata.

Umberto Bossi (Riforme). Condannato in via definitiva a 8 mesi per finanziamento illecito per 200 milioni di tangente Enimont alla Lega. Altra condanna definitiva per vilipendio alla bandiera italiana (commutata in multa), per aver invitato a usare il Tricolore per “pulirsi il culo”. Che musoni, ‘sti giudici!

Altero Matteoli (Infrastrutture). Indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio in relazione all'inchiesta su un ecomostro in costruzione a Marciana, sull’isola d'Elba. L’uomo giusto al posto giusto.

Giulio Tremonti (Economia). Nel 2001 dichiara un buco da 62 mila miliardi di lire che non c’è, nel 2009 dichiara meno di quarantamila euro al fisco. Prima il male, poi il rimedio.

Roberto Calderoli (Semplificazione normativa). Condannato per quella simpatica bagatella con l’amico Maroni, indagato nel 2007 a Lodi per l’affaire Antonveneta, indagato nel 2006 per offesa a confessione religiosa mediante vilipendio grazie alla sua spassosissima maglietta con le vignette anti-Islam, e successive allegre proteste anti-italiane con 11 morti a Tripoli.

Ignazio La Russa (Difesa). Indagato nel 2008 per apologia di fascismo. Ma va’?!

Franco Frattini (Esteri). Nel 2008 rimane alle Maldive dopo lo scoppio della crisi tra Russia e Georgia. Così imparano a uccidersi a Ferragosto.

Mara Carfagna (Pari opportunità). Promossa ministro per meriti sul campo, ha brillantemente dimostrato di essere perfetta per il suo ruolo, sbagliando di soli 14 anni l’anno del primo voto alle donne. E dichiarando che in Italia l’omofobia non è più un problema. Le aggressioni a Roma erano solo manifestazioni troppo focose dell’amore di cui è intriso il Governo.

Renato Brunetta (Funzione Pubblica). Lo spietato e ringhioso censore dell’astensionismo nella Pubblica Amministrazione, tra il 1999 e il 2008 è stato al Parlamento Europeo, ove si è distinto per la sua assidua presenza, pari a ben il 48,21% delle sedute, al 611° posto su poco più di 700. Ottimo predicatore, ma pessimo razzolatore.

Stefania Prestigiacomo (Ambiente). Cresciuta nell’azienda di famiglia, non esattamente ecocompatibile (un petrolchimico), indagata nel 2008 per peculato, nuclearista convinta. Al suo confronto, Attila era di Greenpeace.

Angelino Alfano (Giustizia). Un ministro della Giustizia che presenta un lodo giudicato incostituzionale. Serve dir altro? Non si è dimesso, ma almeno si è scaricato tutte le leggi sull’IPhone. Quelle bruciate da Calderoli.

Maurizio Sacconi (Lavoro e politiche sociali). Ignora la lettera di Marco Biagi che chiedeva un rafforzamento della scorta. Indagato per violenza privata nell’affaire Englaro: fosse per lui, e per tanti altri, sarebbe ancora viva e vegeta(tiva). Ah, poi ci sarebbe da dire che aveva la delega sulla Salute mentre la moglie era (ed è) presidente di Farmindustria, ma ce ne laviamo le mani.

Maria Stella Gelmini (Pubblica Istruzione). Nel 2000 è sfiduciata da presidente del Consiglio Comunale di Desenzano del Garda per inoperosità. Ritrovatasi senza lavoro, va a fare l’esame da avvocato a Reggio Calabria, dove il tasso di promozione è il più alto d’Italia. Già: perché affannarsi? Continuiamo a prendercela comoda!

Michela Vittoria Brambilla (Turismo). Indagata nel 2008 per scarichi non autorizzati del canile municipale di Lecco (i cui volontari, dopo aver segnalato tali irregolarità, furono cacciati dalla stessa Brambilla), responsabile del flop del marchio Magic Italy, infine beccata mentre fa il saluto romano alla festa dei Carabinieri di Lecco. Non si è dimessa perché col cazzo che lascia le sue autoreggenti a quella troietta della Carfagna.

Ferruccio Fazio (Salute). Gestisce disastrosamente il caso influenza H1-N1. Non solo non se ne va, ma è subito promosso ministro. E’ la meritocrazia, bellezza.

Sandro Bondi (Cultura). Mette a capo della Direzione Generale per i Musei l’ex AD di Mc Donald’s, che ricambia lanciando il Mc Italy. Taglia quasi a zero i fondi del Ministero. Poi nomina commissario dell’Area Archeologica Romana uno che di rovine se ne intende anche troppo: Guido Bertolaso. Ma non si è neanche dimesso da Vanity Fair, figurati dal Governo. La separazione da Silvio lo condurrebbe al suicidio.

Raffaele Fitto (Affari Regionali). Scrive l’Unità di ieri: “Ha due rinvii a giudizio. Il primo per una presunta tangente da 500mila euro che avrebbe ricevuto (quando era governatore della Puglia) dall’imprenditore Angelucci per un appalto da 198 milioni nella sanità. Per questa storia il ministro nel 2006 ha scontato 40 giorni ai domiciliari. Il secondo rinvio a giudizio è per concorso in turbativa d’asta: Fitto è accusato di aver favorito una azienda amica nell’aggiudicazione della Cedis, un’azienda della distribuzione alimentare”. Lui ci aveva anche provato, a dimettersi, ma solo perché aveva insistito per candidare Rocco Palese, uno che “con quella faccia lì, è impresentabile”, come aveva detto il lungimirante Silvio. Dimostrata l’inferiorità mentale di quel pivello, il magnanimo Capo lo ha poi perdonato. Purché non ci provi più.

Gianfranco Rotondi (Attuazione del programma di Governo). Dovrebbe dimettersi semplicemente per la sua inutilità, a prescindere da condanne o altro. Persino il 74% degli elettori del PdL, a una domanda su di lui, hanno risposto “CHI?”. E, alla seconda domanda, il 92% ha risposto: “Ma a che cazzo serve un ministro per l’attuazione del programma di Governo???” (Fonte: sondaggio di Silvio delle ore 15.32. Smentito alle ore 15.33).

Se tutti avessero la sensibilità di Scajola, alla fin fine al Governo dovrebbe rimanere solo Andrea Ronchi, ministro delle Politiche Comunitarie. Mah, allora forse è meglio che restino lì.

mercoledì 5 maggio 2010

Dalla descrizione dei governi Berlusconi dal 2001 in poi

[...]

E poi c'è Scajola. E' quello che si dimette.

[...]

mercoledì 28 aprile 2010

Tempismo perfetto

Sono su Facebook. Un'inserzione sulla colonna di destra attira la mia attenzione.

RITORNA IL TORO IN BORSA!

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Che dire? Evidentemente, non sono analisti greci. E, forse forse, neppure portoghesi.

mercoledì 21 aprile 2010

Strade e vite

Sto rientrando a casa. Cerco di mantenere un faticoso equilibrio tra le due borse cariche di spesa. L'andatura è, inevitabilmente, un po' da pinguino. Mi fermo circa a metà del ponte di Via Libia, in prossimità delle scale che scendono fino a Via Sabatucci.

[Francesco Sabatucci, Franco per i compagni. Dalla sua Bologna è finito in Veneto, Brigata Mazzini, pochi uomini e un coraggio che sfiora l'incoscienza. C'è il Ponte della Priula da far saltare. Con Franco sono in sette. Ma ci riescono. Catturano le sentinelle e fanno brillare le mine. Il nemico dovrà trovarsi un'altra strada. Ed eccolo ancora, poco più in là, sul Cansiglio, a tener botta ai rastrellamenti, cinque giorni, cinque dannati soli. Loro sono di più, molti di più. Non ci pensare, non vuol dir nulla. E ce la fa di nuovo. La Brigata Mazzini è salva, esce dalla sacca, si prepara a nuovi combattimenti. Ci vuole un tradimento per fermarlo, a 23 anni, fine '44: ucciso durante un tentativo di evasione, nonostante tutto ancora non voleva arrendersi.]

Non ho voglia di fare tutte quelle scale a piedi, con le sporte in mano. Scendo dal ponte, le auto mi sfrecciano vicine. Sotto di me l'ingresso alle Officine di Piazza Grande, proprio dirimpetto alla fine di Via Gastone Rossi.

[E' un ragazzino, Gastone. Ha appena sedici anni. A quell'età si dovrebbe pensare ad altro che ad uccidere e non farsi uccidere. In un'azione di fuoco "Leone", come lo chiamano, rimane ferito. Capisce subito cosa sta succedendo: una mitragliatrice carica è puntata sui suoi compagni. Con l'agilità e la follia della sua gioventù, si lancia addosso al mitra, armato solo di bombe a mano.]

Il ponte sembrava non finire mai. Mi fermo a rifiatare di nuovo vicino al semaforo, di fianco al videonoleggio, all'incrocio con Via Masia.

[Massenzio Masia, nome di battaglia Max. 42 anni, comasco, azionista, giornalista e scrittore, persona colta, di grandi doti organizzative. E' uno dei capi della lotta di liberazione in Emilia-Romagna. Parri gli sconsiglia di tornare a Bologna: troppo rischioso. Lui torna comunque. Due spie fasciste lo fanno arrestare. Lo torturano, ma lui non parla. Tenta due volte il suicidio, prima avvelenandosi, poi buttandosi dal secondo piano della caserma. Lo conducono davanti al plotone con le gambe spezzate. Un male da impazzire. Ma, ancora, Max trova la forza di rifiutare la grazia; anzi, cerca di assumersi anche la responsabilità degli altri sette vicini a lui. Li fucilano tutti.]

Mi lascio sulla sinistra il teatro Dehon e la chiesa della Madonna del Suffragio, che gli stessi Padri Dehoniani definiscono scherzosamente "Nostra Signora del cemento armato". Sulla destra un bar, un negozio di pasta fresca e un condominio pieno di extracomunitari, oggetto di recenti proteste leghiste. Altro semaforo, all'angolo un anziano barbiere, di negozietti come il suo ormai ne sono rimasti pochi. Supero Via Sante Vincenzi.

[E' dura la libertà, Sante. Vari arresti, sei anni di confino. Quante volte te l'avranno chiesto, nella tua officina di meccanico: "Ma chi te lo fa fare?". Ma tu invece insisti, "Mario": ti han dato da coordinare le brigate della Divisione Garibaldi a Bologna, e tu lo fai, come fossero tante parti di un unico motore che non deve spegnersi. Ti catturano, ti torturano, ma invano. Hai sopportato ben altro, pur di non scendere a compromessi. Il traguardo è a un passo, ma a te basta sapere che quel passo lo faranno molti altri. I tuoi ragazzi. Tu hai cinquant'anni, al futuro penseranno loro. Ti uccidono la notte prima della Liberazione.]

Ancora poche centinaia di metri e sono a casa. Passo vicino alle vecchie scuole "Giordani", emblema del quartiere, con un centro giochi nel seminterrato, dove talvolta porto mio figlio il giovedì pomeriggio. Come sempre, il piccolo parco giochi di Via Musolesi appare vuoto.

[E' diverso dagli altri, Mario. E' atipico, è un po' strano. Per cominciare, crede in Dio. Poi ha la fama di voler far tutto da sè. Costituisce una brigata partigiana autonoma, "Lupo", con alcuni inglesi fuggiti da un campo di concentramento. Nel giro di pochi mesi, trasforma quel manipolo di pazzi in un'organizzazione efficientissima, la Brigata Stella Rossa, che attira molti partigiani. Tentano di ammazzarlo un paio di volte, suo fratello viene catturato. "Lupo" non molla la preda. Attacchi, sabotaggi, eliminazione di spie e collaborazionisti. A Marzabotto, la Brigata Stella Rossa è schiacciata dalla controffensiva nazifascista. Mario scompare: lo ritorvano solo un anno dopo, rannicchiato in una buca, come se stesse pregando.]

Un colorato negozio di frutta e verdura mi informa che sono già in via Palmieri, e devo svoltare.

[Studiava Medicina Gianni Palmieri, quando esplose l'inferno. Sesto anno, ancora pochissimi esami e poi, finalmente, la laurea, al Sant'Orsola inaugurato appena pochi anni prima, dagli stessi che hanno poi provocato quell'infamia. Cosa sai fare, ragazzo? Curo i malati. Bene, dirigerai il servizio sanitario della Brigata "Bianconcini". Terapia d'urto, altro che lezioni e tirocini: un orrore quotidiano, al quale non si sottrae mai. Nemmeno quando arrivano i nazisti. Tre giorni di attacchi, nei quali Gianni lavora anche di notte, senza tregua. La Brigata rompe l'accerchiamento, ma lui non li segue: vuole assistere i feriti. Lo catturano. Ma non lo uccidono subito, quei cani bastardi: prima deve curare i loro, dato che è così bravo. Poi, quando non serve più, il solito colpo alla nuca e via. Aveva 23 anni.]

Percorro via Palmieri, alti palazzoni da un lato e vezzose casette a due piani con giardinetto dall'altro. Sulla sinistra inizia a vedersi il ponte di Via Bentivogli.

[Ha già sessant'anni, Giuseppe, e alle spalle una vita da braccato. Socialista, antifascista, animatore del movimento cooperativo. E allora carcere, confino, fughe all'estero. La guerra l'aveva già vista, trent'anni prima, ma evidentemente non era bastata. Ora però l'anzianità può diventare un prezioso alleato, se riesci a trasformarla in esperienza: Giuseppe organizza la resistenza in Emilia di par suo, come quando dirigeva il movimento contadino. Anche lui cade nelle grinfie del nemico a un'alba dalla meta: lo fucilano la notte tra il 20 e il 21, con l'amico Sante Vincenzi.]

Mi chino per scambiare le sporte. I piedi mi dolgono. Mi rialzo e proseguo per Via Paolo Fabbri.

[E' romagnolo, Paolo, primo di dieci figli. Socialista da sempre, combattente fin dalla più tenera età, consigliere provinciale a Bologna. Lo mandano in confino, a Lipari, e lui aiuta ad evadere Lussu, Rosselli e Nitti, a costo di beccarsi altri tre anni di isolamento. Entra nelle Brigate Matteotti, e per la sua abilità politica viene mandato al Sud per contattare il comando alleato e organizzare la strategia di liberazione nazionale. Ma, mentre ritorna, è catturato dai nazisti sull'Appennino e fucilato, il giorno di San Valentino.]

Arrivo finalmente a casa e mentre appoggio le sporte, stravolto dalla stanchezza, lo sguardo mi cade sul calendario. E' il 21 aprile, 65esimo anniversario della Liberazione di Bologna. E i nomi delle strade che ho percorso mille volte, e che un po' si somigliano tutte, in questo quartiere chiamato Cirenaica, all'improvviso tornano a parlare, a raccontare le loro vite e i loro ideali, a svelare la Storia e le storie nascoste dietro indicazioni stradali alle quali ormai nessuno fa più caso: storie che camminano lungo le mille strade diverse verso un'Italia libera.

venerdì 9 aprile 2010

I giovani d'oggi

Ho ritrovato sul PC alcune foto della scorsa estate in Sicilia. Le ho scattate un giorno in cui la figlia di una cugina di mia moglie, una bambina di sei anni, ha prestato a mio figlio, di tre, una bambola simil-Barbie, ma alta il doppio, per farlo giocare. Ebbene, dopo neanche un'ora sono andato a trovarlo e la scena che mi si presentava era questa: Giuro che non ho toccato né spostato NIENTE. E' solo curiosità infantile, o sto crescendo un mostro?

martedì 30 marzo 2010

Far finta di esser Bersani

Ha detto: "E' un buon risultato".

Ha detto: "Il voto a Grillo è un cupio dissolvi".

Ha detto: "Il voto della Lega è un voto contro Berlusconi".

Ha detto: "Il PD è pronto a costruire l'alternativa di governo".

Ha detto: "Guardiamo al modello della Liguria".

Poi ha detto: "Stanotte ho dormito da Dio".

Bene, Pierluigi, ci fa piacere...

ORA PERO' SVEGLIATI, CAZZO, SVEGLIATI!!!

domenica 28 marzo 2010

Icone della sinistra

Una "ricetta esclusiva" per delle patatine fritte. Che tristezza.

domenica 21 marzo 2010

Integrazione

Fusignano (Ravenna), 21 marzo 2010

venerdì 19 marzo 2010

Marco Biagi, tra welfare e sciacalli

Leggo oggi sul Resto del Carlino un editoriale del direttore, Pierluigi Visci, sulla commemorazione del giuslavorista Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse il 18 marzo 2002. Non saprei da dove cominciare per manifestare il mio disgusto, per cui tenterò un'interpretazione punto per punto (nota anche come metodo-Kra).

Scrive il direttore del più venduto quotidiano di Bologna e dell'Emilia-Romagna:

OTTO ANNI dopo Marco Biagi è finalmente una vittima condivisa, un "martire di tutti". Vittima di quel terrorismo delle "nuove brigate rosse" che ha sistematicamente preso di mira il migliore riformismo in materia di mercato del lavoro. Come dimenticare, ricordando Biagi, personalità come Gino Giugni (gambizzato), Ezio Tarantelli e, Massimo D’Antona, assassinati. Personalità del mondo accademico e del mondo sindacale, ma anche della politica. Mondi - accademico, sindacale e politico - che nel caso di Marco Biagi assunsero posizioni, arcaiche e ideologiche, di chiusura, anche di aperta ostilità, spargendo veleni che neanche la tragica morte ebbero la forza di dissolvere.

Già qui si nota l'ambiguità di chi, in questi ultimi anni, ha cercato di strumentalizzare la morte di Biagi con la medesima tattica: i morti ammazzati non si discutono, si commemorano in quanto martiri. Confondendo deliberatamente tra l'uomo Biagi - che va commemorato come un uomo lasciato solo e vittima di un barbaro omicidio, perpetrato con spietata freddezza e meticolosità - e il giuslavorista Biagi, le cui idee, invece, sono state e dovrebbero continuare ad essere oggetto di critica. Che vi sia stato unanime sdegno di fronte a un atto di barbarie, nessuno lo nega. Che le proposte di Biagi (e dei suoi collaboratori, Tiraboschi in primis) possano essere annoverate tra il "migliore riformismo in materia di diritto del lavoro", beh, personalmente ci andrei cauto. Numerose indagini di vari centri studi e dipartimenti universitari, incluso quello di Sociologia di Bologna dove ho lavorato, dimostrano che la Legge 30, in sè, aveva un effetto poco significativo sulla flessibilità del mercato del lavoro: ha introdotto 31 contratti cosiddetti "flessibili", ma di fatto in Italia non ne sono mai stati utilizzati più dei "soliti" cinque o sei. La legge però ha dato il via, in molti imprenditori senza scrupoli, a un utilizzo quantomeno discutibile delle forme flessibili di lavoro, soprattutto quando ci si è accorti che, dopo la morte di Biagi, la seconda metà della prevista riforma, ossia gli interventi sugli ammortizzatori sociali per attenuare gli effetti destabilizzanti della flessibilità, non si sarebbe mai realizzata. Ma chi paventava questi rischi, per Visci, assumeva solo "posizioni arcaiche" e "ideologiche". In definitiva, "spargeva veleni". Mi ricorda qualcuno.

La "colpa" di Marco Biagi fu quella di avere accettato di collaborare con il ministro del Lavoro Roberto Maroni, leghista, di un governo di centrodestra, dopo avere collaborato - autentico civil servant - con i governi di centrosinistra. Non solo. Come afferma Alan C. Neal, giuslavorista britannico e amico di Biagi che oggi lo commemorerà a Bologna nella sede del Resto del Carlino, fu eliminato da chi "non voleva la fine di una lotta di classe permanente. Da chi aveva paura della stabilità. Quando colpirono D’Antona forse non capimmo bene. L’abbiamo capito soltanto con la morte di Marco".

Visci, se mi ricordi D'Antona, non mi puoi dire che uccisero Biagi solo perché lavorava con Maroni e Sacconi. Anche perché, tre righe dopo, Neal ti contraddice.

Il Libro Bianco (quello che l’allora leader della Cgil Cofferati, poi mandato a fare il sindaco proprio a Bologna, città di Biagi, definì "limaccioso") determinò una rottura col mondo accademico.

Rieccolo, il vero Satana, quello che ha armato la mano delle BR: quel Lucifero di Sergio Cofferati, reo di aver infangato con la sua elezione la memoria di Biagi nella sua stessa città! Visci, se più della metà dei bolognesi lo ha legittimamente eletto, evidentemente non lo riteneva così incompatibile col ricordo di Biagi. E se definì il Libro Bianco "limaccioso", era perché non mancavano punti a dir poco oscuri, tra cui uno ritornato prepotentemente d'attualità: quello sull'arbitrato.

Perchè certi accademici, "soprattutto italiani e soprattutto di certe scuole", sempre secondo Neal, mettono l’"ideologia, un’ideologia di sinistra, che provoca una certa tensione tra i gruppi sociali, prima di tutto"

Quanto all'ideologia di sinistra, che provocherebbe una certa tensione tra i gruppi sociali, occorrerebbe ricordare a Neal che Tarantelli, Giugni e D'Antona non erano iscritti al MSI. E che l'ideologia opposta, ossia quella del liberismo senza regole nelle modalità di gestire i rapporti di lavoro, fino alla contrattazione individuale, non mi sembra che se la passi poi così male.

Per sovrammercato, proprio quello Stato che serviva con passione e intelligenza, non seppe proteggerlo, avendo ignorato tutti i segnali d’allarme e di pericolo che lo stesso Biagi aveva lanciato. Insomma, è stato difficile prima e anche dopo la morte.

Un attimo di meaculpa, prontamente superato:

Ma oggi, come dice il ministro del Welfare e suo amico Maurizio Sacconi nell’intervista concessa al nostro giornale, le sue idee hanno vinto. Nessuno pone più in discussione la sua riforma, la sua legge. Varata dal governo Berlusconi nella legislatura 2001-2006, doveva essere destrutturata dal governo Prodi secondo i difficili e compromissori accordi di quella eterogenea coalizione che non riuscì a superare i due anni di vita. Le posizioni più radicali sono state sconfitte ed ora la "riforma Biagi" non è più bollata come la "fabbrica" del precariato, come lo strumento posto a disposizione dei "padroni" per lo sfruttamento dei lavoratori, specie dei più giovani.

Sacconi, vice di quel Maroni che non seppe proteggerlo, in un'intervista-marchetta accanto all'editoriale riesce a dire queste cose senza ridere. Per forza che nessuno metta più in dubbio la sua riforma: non il Governo dell'iperliberismo a chiamata, non la Confindustria che ringrazia, non quegli imprenditori che hanno fatto strame del confine tra flessibilità e precarietà, con il tacito assenso di chi avrebbe dovuto evitare questa deriva e che in compenso ha etichettato come "Riforma Biagi" una riforma incompleta. Non quella parte del sindacato definita "dialogante", per distinguerla da quei potenziali brigatisti della CGIL.

E’ che Biagi, più di altri studiosi del diritto del lavoro e delle nuove forme di regolamentazione dei rapporti dell’occupazione — tanto pubblica quanto privata, in un tempo in cui anche il pubblico cominciava a essere posto in discussione, molto prima delle riforme di Renato Brunetta — aveva capito, perchè le studiava e si confrontava, le modificazioni che avvenivano a livello europeo. Era arrivato il tempo di procedere con un welfare europeo, ovvero con norme e meccanismi comuni. Processi che si possono ritardare, ma non bloccare.

Una buona idea, quella di norme comuni in Europa sul welfare, per quanto difficilmente applicabile viste le differenze tra i vari Paesi. Peccato che del welfare che ipotizzava Biagi, in Italia, non vi sia mai stata traccia. Quali interventi ricordate negli ultimi anni su famiglia, sanità, assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali? E' la seconda gamba del progetto di riforma del giuslavorista, sempre messa da parte con le scuse più pretestuose. Biagi sarà pure stato un "profeta del Welfare", come da titolo, ma - se è così - stiamo ancora aspettanto il Messia.

Per questo le idee di Marco Biagi hanno vinto. Anche se certi linguaggi possono ancora distillarre quei veleni che l’hanno ucciso.

Riecco lo spettro delle BR, che fa sempre comodo per liquidare ogni eventuale dissenso. E "le idee di marco Biagi hanno vinto" perché chi è attualmente al potere, e non tutelò un collaboratore "rompicoglioni" (do you remember?), ha permesso che fossero distorte e stravolte, a uso e consumo della propria base elettorale.

In conclusione, come scrive Visci nel titolo, Biagi è davvero "un martire di tutti". Sì, di tutti quelli a cui fa comodo.

sabato 6 marzo 2010

Ho trovato!

Ho finalmente trovato un modo sicuro per far soldi legalmente e in pochissimo tempo.

Devo solo presentarmi al Presidente Napolitano con un assegno in bianco.

venerdì 26 febbraio 2010

Noi che possiamo

In uno zapping post-cena mi imbatto nel TG5. Primo servizio: a Roma c'è il Salone del Mare. La giornalista si sofferma sul nécessaire per la pesca sportiva d'altura: ecco una canna da pesca da oltre cinquemila euro, ecco la barchetta per cotanto strumento (in pratica uno yacht con un pozzetto per il pescato). Servizio successivo: il Salone del Lusso a Verona, tra Ferrari, Swarowski, orologi che costano come due utilitarie, e altre pacchianerie. E, dulcis in fundo, una bara dorata con fodera in seta (perché anche nel rigor mortis si ha diritto a un po' di morbidezza) e, uditeudite, un dispositivo elettronico anti-morte apparente, che consente di chiamare un numero d'emergenza anche da sottoterra. Prezzo, ovviamente, esorbitante. Ho pensato a come avrebbe reagito un cassintegrato medio, dopo aver visto due servizi così. Ma forse, anziché arrabbiarsi, è diventato verde d'invidia.

lunedì 22 febbraio 2010

Anglicismi assassini (4)

Megariunione aperta al pubblico per presentare i risultati annuali dell'Ente per il quale lavoro. Il nostro Grande Capo, sciorinando dati su dati, sostiene due o tre volte l'importanza di avere giovani "skillati". Ho colto un'espressione di sconcerto in buona parte del pubblico. Quanto ai giovani skillati, è un termine talmente postmoderno che forse il mercato del lavoro ha capito male: si parla di skill, mi sa che si è perso la esse.

mercoledì 17 febbraio 2010

Pupo e pupazzo

Con la sedicente canzone "Italia amore mio", cantata insieme al presentatore-excantante-exbiscazziere Pupo, il principe-ballerino-nondeputato-noncantante Emanuele Filiberto è stato subito escluso da Sanremo. Coraggio, Fil, non te la prendere e fai un ultimo sforzo: il valico di Ventimiglia è vicino.

domenica 14 febbraio 2010

Martellate sui coglioni

Mario Centorrino, professore di Economia all'Università di Messina e Assessore alla Formazione della Regione Siciliana, ieri a Siracusa ha dichiarato testualmente: "Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po' Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perchè sono una sorta di "sfiga" nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo". Centorrino, entrato nella Giunta di Lombardo nell'ultimo, ennesimo rimpasto, è l'unico assessore iscritto al PD. Credo che ogni commento sia superfluo. Il mio è già nel titolo.

P.S. La notizia è riportata sul sito dell'Unità. Del profilo di Centorrino manca un solo, piccolo particolare: l'iscrizione al PD.

giovedì 11 febbraio 2010

Ripassatine

E così, hanno inguaiato anche il Wolf de noantri, Guido Bertolaso. Il quale, peraltro, era già riuscito benissimo ad inguaiarsi da sé. Storie di sesso, appalti gonfiati e favori. E soprattutto quell'intercettazione malandrina: "Sono Guido, buongiorno... Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse... Io verrei volentieri, una ripassatina".

Ehi, aspettate un attimo a pensar male! Ma no, il nostro capo della Protezione Civile sarà senz'altro stato frainteso, la frase estrapolata dal contesto, siamo sempre noi quelli in malafede. Chi lo dice, che dietro debba per forza esservi un'allusione puttanesca? Ecco le cinque cose che non sapete su Francesca:

  1. La ragazza stava preparando l'esame universitario di Geofisica e Vulcanologia, Bertolaso è il suo precettore privato e lei si fida solo di lui.
  2. Lei fa la parrucchiera, e Bertolaso voleva fare la sua porca figura (ops) all'ennesima conferenza stampa di fianco a quell'altro che i parrucchieri, invece, li vede poco.
  3. Lei sta imparando a cucinare, ma non ha ancora imparato a fare la salsa di pomodoro, e il buon Bertolaso, dal cuore d'oro, si era offerto di darle una mano in cucina col passaverdura.
  4. Lei vive da sola, e dover pulire casa è una bella scocciatura. Per cui il buon Bertolaso, dal cuore d'oro part two, la avrebbe volentieri aiutata a spolverare.
  5. Francesca è la figlia segreta di Bertolaso, e combina guai in continuazione. Il padre, in un sussulto di obblighi genitoriali, voleva rimproverarla aspramente per la sua condotta poco edificante.

Mi sa proprio che ha ragione Silvio: se vuoi far del bene ti tirano addosso. Allora, a quel punto, meglio farsi recapitare qualche bella mignotta.

P.S. Grazie a Matteo Bortolini per l'ispirazione.

lunedì 8 febbraio 2010

The bitch is back

Ma guarda un po' chi si rivede e risente. Sarah Palin, la vice di McCain alle ultime presidenziali USA, è tornata a farsi sentire a una convention della destra radicale, quella più visceralmente anti-Obama. Forse si ricandida nel 2013. E così, se la stella di Obama dovesse ulteriormente offuscarsi, rischiamo di avere a capo della nazione più potente del mondo una bigotta ultraconservatrice, antiabortista ma favorevolissima alla pena di morte, alla guerra preventiva e al porto d'armi libero, xenofoba, liberista a oltranza e antiambientalista. Una che non rimprovera i suoi figli: li costringe a partire volontari in Afghanistan. Insomma: cari elettori americani, se Obama vi ha deluso, pensate all'alternativa. E rivotatelo a occhi chiusi.

Per saperne di più su Sarah Palin (Da Spinoza.it del 05/09/2008):

Sarah Palin, vice in pectore di McCain, è guerrafondaia, proibizionista, razzista, amante delle armi, antiabortista anche in caso di stupro, favorevole alla pena di morte. Pensate a una cosa orrenda. Ecco, lei è a favore. (Chiagia)

Accusata di posizioni filonaziste, la Palin ha sottolineato il suo disprezzo per Hitler, definendolo “Troppo bonaccione”. (Chiagia)

Sarah Palin è cosi cattiva che quando suo marito ha un’afta, lei fa da mangiare messicano. (Emanuele)

Sarah Palin ha ammazzato la mamma di Bambi, i genitori di Heidi, ha reso invalido il padre di Remì, ha ucciso i suoi 3 cani, la scimmietta, Vitali e ha rapito sua madre.Il riscatto è stato pagato da Chuck Norris che ha commentato: “Soccia, che zoccola 'sta Sarah!” (Madflyhalf)

L’Alaska è vicina alla Russia perchè tanto c’è Sarah Palin a difenderla. (Icynose)

Sarah Palin devolve l’8 per mille ai Bambini di Satana. (Chiagia)

I tacchi di Sarah Palin non sono a spillo. Ma a punta avvelenata. (Andrea)

Sarah Palin non si accontenta delle guerre esistenti ma ne regalerà una nuova ad ogni figlio. (Chiagia)

Comunque, fare battute su Sarah Palin è come sparare sulla croce rossa (cosa che peraltro lei ama fare nel tempo libero). (Chiagia)

lunedì 1 febbraio 2010

Titoli truffaldini

Mio figlio voleva fortissimamente il DVD de "La carica dei 101". Mi metto al PC e cerco su Emule un file scaricabile in tempi ragionevoli. Per scrupolo, ne scarico un altro nel caso la qualità video del primo non sia soddisfacente. Entrambi hanno lo stesso titolo: "WALT DISNEY - La carica dei 101.avi". Dopo qualche decina di minuti, i due files sono sul mio computer. Ne guardo uno: è un porno con Franco Trentalance. Forte perplessità. Guardo l'altro: è un porno francese.

Superato lo sconcerto, li ho tenuti da parte. Forse un giorno li userò per spiegare a mio figlio come sono nati i cuccioli di Pongo e Peggy. Tra qualche anno, però.

sabato 30 gennaio 2010

Nuovi stereotipi

Stamattina mio figlio stava guardando su Italia 1 un cartone animato di Zorro. A un certo punto ho sentito un complice del cattivo di turno parlare con un marcato accento napoletano. Non siciliano, come è di solito: napoletano. Anche gli stereotipi si aggiornano.

mercoledì 27 gennaio 2010

Ricordo, memoria, silenzi

Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa cattolica, ardisco esprimere al padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi. Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci - tra i quali ci sono dei noti elementi criminali - raccolgono il frutto dell’odio seminato.

Le defezioni dal partito che detiene il governo fino a poco tempo fa venivano ammesse, ma è impossibile farsi un’idea sul numero in quanto l’opini one pubblica è imbavagliata. Da ciò che posso giudicare io, in base a miei rapporti personali, non si tratta affatto di casi isolati. Sotto la pressione di voci provenienti dall’estero sono passati a metodi più "miti" e hanno dato l’ordine "che a nessun ebreo venga torto un capello".

Questo boicottaggio - che nega alle persone la possibilità di svolgere attività economiche, la dignità di cittadini e la patria ha indotto molti al suicidio: solo nel mio privato sono venuta a conoscenza di ben 5 casi. Sono convinta che si tratta di un fenomeno generale che provocherà molte altre vittime. Si può ritenere che gli infelici non avessero abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma se la responsabilità in gran parte ricade su coloro che li hanno spinti a tale gesto, essa ricade anche su coloro che tacciono.

Tutto ciò che è accaduto e ciò che accade quotidianamente viene da un governo che si definisce "cristiano". Non solo gli ebrei ma anche migliaia di fedeli cattolici della Germania e, ritengo, di tutto il mondo da settimane aspettano e sperano che la Chiesa di Cristo faccia udire la sua voce contro tale abuso del nome di Cristo. L’idolatria della razza e del potere dello Stato, con la quale la radio martella quotidianamente la masse, non è un’aperta eresia? Questa guerra di sterminio contro il sangue ebraico non è un oltraggio alla santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli Apostoli? Non è in assoluto contrasto con il comportamento del nostro Signore e Redentore, che anche sulla croce pregava per i suoi persecutori? E non è una macchia nera nella cronaca di questo Anno Santo, che sarebbe dovuto diventare l’anno della pace e della riconciliazione?

Noi tutti, che guardiamo all’attuale situazione tedesca come figli fedeli della Chiesa, temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa stessa, se il silenzio si prolunga ulteriormente. [...]

(Dalla lettera di Edith Stein, martire ad Auschwitz-Birkenau, a Papa Pio XI, 1933. La lettera non ebbe mai risposta)

L'«era del testimone» si sta chiudendo, per il buon motivo che i testimoni vanno scomparendo a uno a uno. Da qui la delicatezza della stagione che va inaugurandosi nei nostri anni, e la difficoltà della sfida che si è voluto raccogliere con l'istituzione di un Giorno della Memoria. Noi dobbiamo trasmettere ai posteri la memoria della Shoah, ma dobbiamo farlo, per così dire, senza conoscenza di causa: senza il terribile privilegio di averla vissuta.

(Sergio Luzzatto, Il sole 24 Ore, 24/01/2010)

martedì 26 gennaio 2010

Facili profeti

Nel post di inizio anno scrivevo:

Il PD ha iniziato il 2010 con un nuovo, entusiasmante gioco. I suoi esponenti puntano su quale sarà la prossima regione che riusciranno a consegnare alla destra. Qualche amante del brivido ormai punta già sull'Emilia-Romagna: le quotazioni dei bookmakers sono ancora abbastanza alte, ma perché non provarci?

La martellata sui già devastati coglioni del PD in Puglia e, soprattutto, le dimissioni di Delbono a Bologna erano ancora di là da venire. Ma, con queste persone, fare il profeta non è mai stato così facile. Almeno fossero numeri del Win For Life.

martedì 19 gennaio 2010

Autogol pubblicitari (in rovesciata)

Le marche del Lidl hanno spesso nomi improbabili ma, dopo aver visto il loro ultimo volantino pubblicitario, mi sono chiesto se per caso vi siano delle filiali Lidl in Sicilia, perché l'effetto sarebbe devastante. E stiamo pure parlando di abbigliamento per bambini. Che pervertiti.

mercoledì 13 gennaio 2010

Il paese prosciugato

Un paese della Sicilia interna, quella meno conosciuta ai turisti, ma ugualmente sorprendente nei suoi paesaggi. Dintorni di colline levigate come seni di donna, verdi come d'Irlanda in primavera e di tutte le tonalità del giallo e del bruno in estate. Il paese è inerpicato in cima a un monte, non vi si passa per caso, vi arriva un'unica strada che fa il giro del centro storico e torna su se stessa. Le guide turistiche ne parlano in poche righe, vi sono tre ristoranti e nessun albergo, ma girando per i vicoli medievali, i cortili e le scale, si scoprono piccoli tesori d'arte. I resti di un castello svevo, una chiesa madre del dodicesimo secolo, un palazzo signorile di fine Quattrocento, una chiesa del Seicento rarissima testimonianza di barocco dipinto.

In questo paese abitava un gruppo di giovani amici, ragazzi brillanti, pieni di idee ed entusiasmo, molto attivi nel proporre esperienze culturali e ricreative. Si incontravano tutti i giorni nella piazza principale, una terrazza con belvedere sui Monti Erei, e condividevano progetti, aspirazioni e speranze. Il paese doveva essere il loro laboratorio.

Sono passati alcuni anni. Una ragazza del gruppo ha iniziato l'università a Catania, ma non si trova bene, detesta quei baroni che la ricevono in studio con malcelato fastidio. Sta imparando a fare la parrucchiera per mantenersi gli studi, ma nei negozi del paese l'apprendistato è rigorosamente gratuito. Anzi, lei deve solo ringraziare chi le insegna il mestiere. Si presenta l'occasione di trasferirsi a Bologna, per lavorare e continuare gli studi. A malincuore, la ragazza lascia i famigliari e l'adorato gruppo di amici, e parte.

Un altro ragazzo, animatore della parrocchia e fondatore del gruppo scout del paese, insegna all'Istituto Alberghiero. Prende il lavoro come una missione. Lo mandano a Palermo, quartiere Brancaccio, e grazie a lui alcuni ragazzi di strada diventano baristi. Poi le cose cambiano, l'insegnamento è più discontinuo, le gratificazioni sempre minori. Con la sua ragazza, fa domanda e si trasferisce a Como.

Due loro amiche, due gemelle che adorano lavorare coi bambini, continuano a crederci, e in paese aprono una ludoteca. Ma i bambini sono sempre di meno, i loro genitori non abitano più lì, e l'esperienza dura pochi mesi. Ottengono l'abilitazione per il sostegno, e pure loro finiscono a Como.

Un ragazzo della parrocchia, di grande intelligenza e sensibilità, non riesce più a reprimere la propria omosessualità. In paese già lo prendevano in giro prima, figurarsi adesso. Trova lavoro. In provincia di Milano.

Una ragazza bellissima, altra colonna portante della parrocchia, si laurea in Scienze Infermieristiche e, dopo un breve cercare, anche lei fa le valigie e arriva in Lombardia.

Un'assistente agli anziani e il marito, operaio, prendono casa vicino a Cesena. Di lì a poco li raggiunge un'altra del gruppo, ora maestra elementare. Un'altra maestra è poco più in là, a Ravenna.

Infine, una ragazza molto volonterosa ma timidissima e insicura, che fino all'ultimo ha cercato di restare nella quiete del paese, aggrappandosi ad ogni sogno, seguendo diecimila corsi rivelatisi uno più inutile dell'altro, è costretta pure lei - persino lei! - ad ammettere che in quella piccola perla sulla collina non può sopravvivere. Concorso per operatore sociosanitario, tempo indeterminato. A Bologna. E' arrivata da pochi mesi, e si trova bene.

Ho conosciuto personalmente, uno per uno, questi ragazzi, e di loro posso solo dir bene. Li ho visti tutte le estati, sempre sulla piazza del belvedere, salutarsi come se si fossero visti il giorno prima e non fossero ormai sparpagliati in tutta l'Italia settentrionale. E ho ripensato a ciascuno di loro di fronte all'ennesimo articolo di Repubblica sulla fuga dei giovani del Sud verso il Nord, un'emigrazione interna quasi a livello da anni Cinquanta, con l'aggravante che a partire ora sono i trentenni, i più qualificati, istruiti e dinamici. Articoli così non mi stupiscono più, ma non per questo diminuisce la mia rabbia, a ripensare a come sarebbe quel paesino se solo avesse potuto e voluto trattenere le sue menti migliori. Un paese ricco di fascino, ma immobile, improduttivo, svuotato, come le sue miniere. Prosciugato prima di zolfo, poi di futuro.

martedì 12 gennaio 2010

Omo-nimie

Sono in auto e alla radio ascolto per caso uno spot del Governo: "Rifiuta l'omofobia!" è il perentorio slogan. Lodevole intento, penso mentre rallento al semaforo rosso, ma qualcosa non mi torna. Questo non è per caso lo stesso governo che solo pochi mesi fa ha affossato in Parlamento, con la generosa collaborazione di alcuni teocrat-dem, un disegno di legge proprio per introdurre nei reati l'aggravante dell'omofobia? Il semaforo da rosso diventa verde. Dal colore della vergogna a quello della rabbia. Ma tanto, la prima ormai l'han persa da un pezzo.

venerdì 8 gennaio 2010

Giudizi affrettati

Guerriglia urbana a Rosarno tra locali e migranti. Il Ministro dell'Interno, Maroni, ignorando deliberatamente le premesse di tali vicende, ossia l'esasperazione dei migranti costretti da anni a situazioni para-schiavistiche di lavoro nero, dichiara stentoreo che la colpa di tutto è nell'eccessiva tolleranza verso l'immigrazione clandestina. Sai, Roberto Uno, il signor Buonsenso mi ha informato in gran segreto che alle organizzazioni criminali risulta un po' difficile sfruttare manodopera regolare.

Ma soprattutto, caro Roberto Due, ossia Saviano: ti ricordi cosa avevi detto poche settimane fa a proposito di Maroni? Roberto Due, hai un enorme coraggio e sei uno dei nostri simboli, perché non hai mai mancato di far sentire la tua voce. Però, in tutta franchezza, stavolta potevi anche tirare il fiato.

domenica 3 gennaio 2010

Decennio nuovo...

Ooooh, che bello. Finalmente abbiamo cambiato decennio, ci siamo lasciati alle spalle i poco rimpianti anni Zero, siamo gonfi di buoni propositi e abbiamo tanta voglia di far tesoro di quanto successo nella precedente decade.

E allora guardiamo con uno sguardo nuovo e pieno di fiducia a cosa sta succedendo nei primi giorni degli Anni Dieci.

Gli Stati Uniti minacciano un intervento militare accusando un Paese straniero di sostenere Al-Qaeda. Ma stavolta non stiamo parlando dei soliti Iran, Iraq, Afghanistan o altre zone importanti (nel senso che importano democrazia, non sempre fresca di giornata). No, finalmente si cambia: la grande new entry per il nuovo decennio è lo Yemen! Che fa tanto esotico, curioso, misterioso ("...ma dove cazzo è 'sto Yemen?"). Non suona già diversa la guerra al terrorismo? Se poi aggiungiamo che si appresta a combatterla un neo-Nobel per la pace, il cortocircuito ideologico che ne risulta è perfetto per un nuovo, inedito, scoppiettante disordine mondiale.

In Italia, intanto, esplode un ordigno ad alto potenziale davanti al Tribunale di Reggio Calabria. Eh già, la 'ndrangheta non ci sta ad essere sempre messa in secondo piano da mafia e camorra. Vuole essere lei la criminalità organizzata più hot del nuovo decennio. Saviano da una parte, il capitano Ultimo dall'altra... Che palle! Tutta roba da anni Zero. Vuoi mettere con la frizzante neoironia di un bel botto proprio a inizio anno?

Per fortuna il nostro Presidente del Consiglio ha a cuore il destino del Paese, e inizia il decennio con una chiara e precisa lista delle priorità. Prima shopping in un centro commerciale, poi festa di compleanno di una deputata PdL, ovviamente figa, che però di cognome fa Biancofiore, e qui il segnale politico è forte e chiaro. Il 2010 inizia nella maniera più trendy e pop, grazie a Silvio: prima su i consumi, poi su qualcos'altro, per la gioia dei media e di Big Pharma. Almeno fino al 2019, confermano i sondaggi, queste resteranno le vere esigenze dell'italiano catodico medio. Burp!

E mentre il Presi (chè qualche dente l'ha perso) si gode la convalescenza in beata compagnia, ci pensano i suoi ministri a dettare la linea per un decennio pieno di sorprese, destinato a svecchiare palate di ciarpame politico nel nome dell'ammmore. Brunetta pensa a riscrivere la Costituzione? Sai che novità, penserete. E invece no: nessuno aveva ancora pensato di toccare l'Articolo 1, ossia l'architrave portante l'intero spirito della Carta. Cambi questo e tutto il resto si affloscia. Tanta fatica in meno per smantellarla, e un decennio in cui finalmente ci sarà qualcosa su cui divertirsi. Altro che quelle pallosissime leggi che devono passare da quel brontosauro chiamato Parlamento. Dai, vuoi mettere con una bella decade di decreti e Bicamerali?

Del resto, dall'altra parte non si sta a guardare. Il PD ha iniziato il 2010 con un nuovo, entusiasmante gioco. I suoi esponenti puntano su quale sarà la prossima regione che riusciranno a consegnare alla destra. Qualche amante del brivido ormai punta già sull'Emilia-Romagna: le quotazioni dei bookmakers sono ancora abbastanza alte, ma perché non provarci?

E per finire, il sacro rito di inizio anno: non l'Angelus di Capodanno, col Papa che si rivolge direttamente ai gruppi armati per essere ancor più sicuro che il suo appello cada nel vuoto, bensì i saldi, iniziati in pratica a ridosso di quelli estivi e ciò nonostante con acquisti inferiori del 15% rispetto al 2009. E' questa la nuova tendenza per il decennio a venire: guardare e non toccare. Dicevano che era una cosa da imparare, ricordate? Ebbene, affama affama, finalmente ci siamo riusciti. E ora provate a dire ancora che non si impara nulla dalla storia, malfidati.

Buon 2010 a tutti, che sia un anno lieto e pieno di riforme. E se chi vi sta vicino non è d'accordo, fatevele da soli. Adesso va così, no?