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lunedì 19 febbraio 2018

A casa tutti bene

anno: 2018       
regia: MUCCINO, GABRIELE
genere: drammatico
con Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Gianfelice Imparato, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gian Marco Tognazzi, Christian Marconcini, Elena Minichiello, Renato Raimondi, Elena Rapisarda, Elisa Visari    
location: Italia
voto: 6

È un Muccino a denominazione di origine controllata, un Muccino che spara muccinate all'ennesima potenza quello di A casa tutti bene, che sancisce il benefico (nei limiti del possibile) ritorno in patria dopo la deludentissima parentesi americana. Ancora una volta - come era accaduto ne L'ultimo bacio, in Ricordati di me e in Baciami ancora - Muccino mette alla prova ugola e laringe dei suoi attori, costringendoli a berci, urla e cachinni forsennati, come si conviene al suo cinema tutto sopra le righe, giocato per accumulo di scene madri, erede indegno di Matarazzo.
Per l'occasione, ci troviamo a Ischia, dove babbo Pietro (Marescotti) e mamma Alba (Sandrelli) celebrano le nozze d'oro. A festeggiare con loro ci sono figli e nipoti e tutto sembra andare secondo convenienza finché si mangia e si intonano a squarciagola i motivi degli anni che furono (da Cocciante e Battisti fino a Paolo Conte). Ma il maltempo blocca tutti sull'isola e la convivenza coatta e prolungata di qualche ora scoperchia un vaso di Pandora fatto di dissapori mai appianati, ricatti, tradimenti. E così la festa si trasforma in un'orgia melodrammatica dalla quale emergono le debolezze, le frustrazioni e gli egoismi di tutti, nessuno escluso.
Muccino dirige con consumato mestiere, padroneggiando l'uso della macchina da presa con generosi dolly e movimenti fluidi della macchina da presa, mettendo peraltro il cast nelle condizioni di esprimere una gamma emotiva vastissima (Favino per overacting e Ghini che recita per sottrazione sopra a tutti gli altri). A una forma (quasi) ineccepibile corrisponde tuttavia un copione che ritaglia figure schematiche a un passo dalla caricatura (su tutte, curiosamente proprio quella di Sabrina Impacciatore, qui anche in veste di cosceneggiatrice), riducendo la sostanza a una banale questione di corna.    

sabato 11 novembre 2017

The Place

anno: 2017       
regia: GENOVESE, PAOLO  
genere: fantastico  
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini    
location: Italia
voto: 5,5  

Dalla tavola alla tavola calda: è in un piccolo locale chiamato The place (nella realtà sito a Roma, in via Gallia 70) che Paolo Genovese, reduce dallo strepitoso successo di Perfetti sconosciuti, ambienta la sua prova forse più difficile, costruendo un film che, per molti versi, sembra ricalcare l'impostazione del precedente, ma in una versione che sta tra il kammerspiel e il cinema indie.
Nel locale si avvicendano varie figure, di giorno e alla sera tardi, con la pioggia o con il sole: tutti postulanti disposti a mettere in pratica le istruzioni scellerate fornite da uno strano personaggio (Mastandrea), una sorta di diavolo che non ha nulla di mefistofelico me che gioca a fare Dio, tra un pasto e l'altro serviti dall'unica cameriera del tavola calda (Ferilli). Chi chiede che al proprio figlio torni la salute (Marchioni) o al proprio marito la memoria (Lazzarini), chi, più modestamente, vorrebbe portarsi a letto una fotomodella (Papaleo) o vorrebbe diventare più bella (D'Amico), chi vorrebbe recuperare il rapporto con il figlio (Giallini) e chi affrancarsi definitivamente dal padre (Muccino), chi ritrovare la vista perduta (Borghi) oppure Dio (Rohrwacher). A ciascuno di loro, questa sorta di deus ex machina chiede di fare cose impensabili, dal mettere una bomba in una discoteca all'uccidere una bambina.
Tratto da una serie tv americana (The Booth at the End), The place è un film ambiziosissimo ma largamente irrisolto. All'efficacia dell'intreccio in chiave di thriller psicologico costruito come un apologo a sfondo morale sulle ambizioni umane e alla fluida intersezione delle diverse storie, non corrisponde una resa plausibile sul piano delle pretese filosofiche, nient'affatto sorrette adeguatamente sul piano della scrittura. Al contrario, i dialoghi sono spesso lapidari - "Lei crede in Dio?" "Diciamo che io credo nei dettagli", oppure "Lei è un mostro" "Io do da mangiare ai mostri", e così via - e la dialettica tra caso e necessità, perno del film, è trattata con superficialità. Ma l'ambientazione, la recitazione (tutti gli attori, con l'eccezione di Mastandrea, hanno recitato per una sola giornata) e il ritmo narrativo sono senz'altro punti a favore e comunque si intravede il tentativo di trovare nuove strade.    

lunedì 15 maggio 2017

The Dinner

anno: 2017       
regia: MOVERMAN, OREN
genere: drammatico
con Richard Gere, Steve Coogan, Laura Linney, Rebecca Hall, Charlie Plummer, Seamus Davey-Fitzpatrick, Chloë Sevigny, Adepero Oduye
location: Usa
voto: 1,5

Dopo Gli invisibili, Richard Gere e Oren Moverman - attore e regista di questo inguardabile The dinner - fanno ancora coppia per un film che si sviluppa intorno ai senzatetto. Si tratta della trasposizione - la terza dopo Het Diner di Menno Meyjes e il magnifico I nostri ragazzi di Ivano De Matteo - del best seller dell'olandese Herman Koch, La cena, lo scrittore che  - riferiscono le cronache - ha abbandonato schifato la sala in occasione della prima alla Berlinale. Non è la prima volta che gli americani riescono a rendere indecorosa un'opera che, nella sua prima versione cinematografica, si è rivelata eccellente: è accaduto con Big (remake di Da grande), Se perdi muori (oscena rivisitazione di 13 tzameti, trasferta a stelle e strisce dello stesso regista Gela Babluani), Scent of a woman (passabile rifacimento dell'inarrivabile Profumo di donna), Piume di struzzo (rilettura de Il vizietto),  Psycho (sbiadita versione dell'originale capolavoro hitchcockiano) e Welcome to Collinwood (oscena rilettura de I soliti ignoti). The dinner è pari soltanto a quest'ultimo. Un film asfittico, lentissimo, pasticciato, ampolloso, che, della traccia letteraria originale, conserva soltanto la scansione della cena per portate, aggiungendovi una sottotrama ridicola dove il conflitto tra due fratelli è la sineddoche della guerra di secessione americana, il segno di un ineliminabile peccato originale. L'impianto narrativo è, appunto, la cena in un ristorante esclusivissimo dove due fratelli - un senatore (Gere, imbalsamato come al solito) e un insegnante di liceo con conclamati problemi psichiatrici (Coogan) - si incontrano, insieme alle rispettive mogli, per discutere sul da farsi in merito alla bravata che i loro figli hanno compiuto ai danni di una clochard, vicenda finita in tragedia. Dallo svolgimento narrativo ai deliri semionirici, passando per i siparietti grotteschi con la presentazione delle vivande, la fastidiosa voce over, la recitazione abominevole dell'intero cast (quella di Steve Coogan, già pessimo in Philomena, è irricevibile) e la mutria del piccolo viziatello piromane al quale vorresti riempire la faccia di schiaffi nemmeno si fosse fatto un sovrasosaggio di cortisone, nel film non c'è un solo elemento che funzioni e il finale, che sembra un improvviso strappo di pellicola, non è che la beffa conclusiva allo spettatore.    

giovedì 11 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti

anno: 2016       
regia: GENOVESE, PAOLO
genere: commedia
con Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak, Benedetta Porcaroli    
location: Italia
voto: 7,5

È la notte di San Valentino e a casa di Rocco (Giallini) ed Eva (Smutniak) si cena tutti insieme nell'attesa dell'eclissi di luna. Alle due coppie ospiti si aggiunge Peppe (Battiston), atteso in compagnia della sua nuova fiamma che non arriverà neppure stavolta, Bianca (Rohrwacher) e Cosimo (Leo), coppia fresca di matrimonio, e Lele (Mastandrea) e Carlotta (Foglietta), binomio coniugale perennemente sull'orlo di una crisi di nervi. Eva propone un gioco: si depositano i cellulari sul tavolo, si leggono pubblicamente i messaggi e si ascoltano in viva voce le conversazioni. Ma siccome quasi tutti hanno qualche scheletro nell'armadio, ne esce una carneficina. Con molti colpi di scena e sorpresa finale.
Paolo Genovese (già regista di film come Immaturi, Una famiglia perfetta e Tutta colpa di Freud) firma, con la complicità di Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello, il suo film più compiuto, cavalcando l'onda del successo di opere come ne I nostri ragazzi, Il nome del figlio e Dobbiamo parlare, al quale fa da cornice non più di un'ambientazione due camere e tinello bensì un nell'appartamentone ultraborghese ai Parioli di Roma che fa da teatro a questo ennesimo gioco al massacro. Se il cast - con la sola eccezione di Alba Rohrwacher alla quale riescono soltanto ruoli piagnucolosi - è affiatatissimo, il vero valore aggiunto del film sta in uno script congegnato in maniera assai imprevedibile, quantunque incapace di risolvere il finale con maggiore coraggio (ma lo si può leggere in diverse maniere). Dialoghi e sceneggiatura portano sulla tavola i temi del tradimento (nella coppia, ma anche tra amici), dell'omofobia e delle relazioni con i figli attraverso una scrittura essenziale, ma anche piena di guizzi (come nel caso della distinzione tra gli uomini assimilati ai pc Microsoft - che valgono poco, sanno fare una sola cosa alla volta e sono inaffidabili - e le donne associate al Mac - che costano molto, danno dipendenza e creano circuiti chiusi). Si ride molto, ma nel film non c'è quasi cenno a una riflessione sulla accettazione acritica della tecnologia e sulla conseguente atrofizzazione della distinzione tra pubblico e privato.
Sui titoli di coda si può ascoltare l'ennesima, irritante canzone di Fiorella Mannoia, registrata appositamente per il film. Uscite sereni: non vi perderete nulla.    

domenica 20 dicembre 2015

La prima volta (di mia figlia)

anno: 2015       
regia: ROSSI, RICCARDO
genere: commedia
con Riccardo Rossi, Anna Foglietta, Fabrizia Sacchi, Stefano Fresi, Benedetta Gargari, Giampiero Mancini, Roberta Fiorentini, Gianluca Bazzoli, Bettina Giovannini    
location: Italia
voto: 3

Quando si decide di mettere il cervello in naftalina ci deve essere una buona ragione: bisogno d'evasione, decompressione dopo una lite col dirimpettaio, necessità di compiacere una nuova conquista svampita con gusti cinematografici discutibili ma con così tante curve da aver bisogno di una segnaletica, eccetera. Oppure una recensione convincente utile a guerreggiare contro i propri pregiudizi nei confronti delle commedie di bassa lega. Lo stimolo per vedere l'opera prima di Riccardo Rossi, doppiatore aggressivo e attore mediocre con malriposti debiti nei confronti dell'Albertone nazionale (nel film, la casa di riposo per anziani dove lavora il medico protagonista è intitolata a Silvio Magnozzi, come il personaggio di Una vita difficile; lui si chiama Alberto; a cena tra amici si cita esplicitamente Sordi) viene da quest'ultima ragione. Pedro Armocida, al quale andrebbe rivolta la domanda sui problemi di coscienza che Moretti poneva in Caro diario al critico che aveva esaltato Henry pioggia di sangue, ha scritto queste parole: "Una scelta intelligente della sceneggiatura (scritta dallo stesso regista insieme a Chiara Barzini e Luca Infascelli) e allo stesso tempo un po' sadica, perché costringe lo spettatore a tornare indietro con la memoria e a confrontarsi direttamente, volente o nolente, con le proprie esperienze. Interrogandolo in maniera molto più profonda e universale rispetto all'ipotesi del titolo del film, limitato solo al discorso della prima volta di una figlia".
Dove Armocida abbia trovato nel film "intelligenza", "profondità" e "universalismo" rimane un mistero, a meno che non si sia trattato di un eccesso di sostanze lisergiche. La storiellina è a portata di minus habens: un padre ossessivo-compulsivo, in carestia sessuale da una decina d'anni (Rossi), legge sul diario della figlia quindicenne (Gargari) che quest'ultima è prossima a perdere la verginità. Così ingaggia una amica (Sacchi) con passato da scout e il marito di questa (Fresi) per improvvisare una cena in cui la donna dovrebbe svolgere un compito dissuasorio nei confronti della ragazzina. La serata si trasforma in un amarcord delle gesta compiute la prima volta sotto le lenzuola.
Tolto l'incipit - con la vestizione del protagonista a ritmo di musica - e le inquadrature sui titoli di coda - in cui i caratteristi del film raccontano la loro prima volta - la prima volta da regista di Riccardo Rossi è una prova di un'idiozia sconcertante, con attori che, con la sola eccezione di Fresi, sono tutti sotto il livello di guardia.    

sabato 28 novembre 2015

Dobbiamo parlare

anno: 2015       
regia: RUBINI, SERGIO
genere: commedia
con Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese, Sergio Rubini
location: Italia
voto: 6

In un attico pieno di magagne al centro di Roma vivono Vanni (Rubini) e Linda (Ragonese), lui scrittore dalla penna inaridita, lei ghostwriter che aspira alla propria autonomia. Nel bel mezzo dei preparativi per un'uscita con amici, piomba a casa loro un'amica (Calzone) sconvolta dalla scoperta del tradimento del marito, un celebre cardiochirurgo (Bentivoglio). Poco più tardi arriva anche lui e la serata si trasforma in una carneficina durante la quale ciascuno disseppellisce le asce di guerra per scaraventare sugli altri rancori sopiti, patologie di coppia e frustrazioni mai digerite, in un gioco al massacro di tutti contro tutti.
Al suo dodicesimo film, Rubini gira un Carnage all'amatriciana di chiaro impianto teatrale, a tratti assai divertente (con Bentivoglio che, se possibile, si supera nella parte del medico trucido che a ogni frase tira fuori una battuta comica) ma derivativo (Ferie d'Agosto, Cena tra amici), zeppo di stereotipi (la destra, la sinistra…), elementi superflui (il pesce dell'acquario che osserva la serata con la voce di Antonio Albanese), clamorosi difetti di casting (Maria Pia Calzone, adeguata nella serie televisiva Gomorra, qui è improponibile nel confronto con gli altri del quartetto protagonista né il gli etti di botulino non aiutano la già precaria articolazione mimica) e il finale pacificatorio che è esattamente quello che ti aspetti.    

martedì 18 agosto 2015

Melancholia

anno: 2011       
regia: VON TRIER, LARS 
genere: drammatico 
con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Alexander Skarsgård, Brady Corbet, Cameron Spurr, Charlotte Rampling, Jesper Christensen, John Hurt, Stellan Skarsgård, Udo Kier   
location: Usa
voto: 5 

Due sorelle, un luogo indefinito, l'arrivo di qualcosa di incombente, la minaccia per la propria esistenza. È un vero e proprio dittico al prezzo di un solo film questo Meloncholia, che prima mette in scena le bizzarrie di Justine (Dunst, Palma d'oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile) in occasione del suo matrimonio faraonico, durante il quale sia il padre (Hurt) che la madre (Rampling) danno prova di un'inarginabile vocazione eterodossa, e dopo racconta le ansie e le paure generate in Claire (Gainsbourg), sorella più assennata che deve fare i conti, insieme alla stessa Justine ormai in trattamento psichiatrico, al ricchissimo marito (Sutherland) e al figlioletto, con lo scontro ormai prossimo tra l'asteroide Melancholia e le Terra, preparandosi così alla morte.
Con lo stile personalissimo che gli è consueto - stavolta fortemente connotato dai bruschi movimenti di macchina, dal montaggio onirico delle scene iniziali, dall'alternanza tra campi lunghissimi e close up - Von Trier inscena il disagio esistenziale di due donne giunte al bivio delle rispettive esistenze. Carico di simbolismi spesso criptici ma anche di trovate visive spiazzanti, il film si lascia apprezzare più per la potenza caustica della prima parte che per lo sconfinamento nel fantastico della seconda, pur mantenendo in entrambe assai alta la carica di tensione.    

venerdì 23 gennaio 2015

Il nome del figlio

anno: 2015       
regia: ARCHIBUGI, FRANCESCA
genere: commedia
con Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luig Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti, Marco Baliani, Raffaele Vannoli, Carolina Cetroli
location: Italia
voto: 4

Scordatevi Cena tra amici, il blockbuster transalpino che si è segnalato come una delle migliori commedie dell'ultimo decennio: questo remake non ha nulla a che vedere con l'originale. È necessario partire da qui per avvertire chi spera di andare al cinema per vedere una versione all'amatriciana (il film è girato nella zona del Mandrione, a Roma) del capolavoro tratto dal testo teatrale di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte.
Francesca Archibugi, che non si vedeva al cinema da oltre un lustro (Questione di cuore), ha cercato di declinare il film di secondo i cliché dell'italianità, mancando completamente il bersaglio, a dispetto del tentativo di giocare nuovamente la carta della coppia Gassman-Lo Cascio, reduce dal successo al botteghino de I nostri ragazzi. E così vai con i flashback inutili mirati a ricostruire il lignaggio da ebreo illustre del padre di due dei protagonisti e con la messa alla berlina della sinistra ipocrita, salottiera, snob e radical chic con la casa piena zeppa di libri nel quartiere gentrificato e con l'edonismo sfrenato della destra.
Lo spunto narrativo è quello di un invito a cena: il fratellone destrorso (Gassman) si reca a casa della sorella frustrata (Golino) e del marito di lei (Lo Cascio), professore universitario. Tra i commensali ci sono anche un amico (Papaleo) e la moglie del fratellone (Ramazzotti), bambolona apparentemente acefala che arriva in ritardo perché impegnata nella presentazione di un libro di un livello letterario che farebbero sembrare le barzellette di Totti roba da premio Pulitzer. Una discussione partita da uno scherzo (annunciando che il bebè in arrivo si chiamerà Benito, così come era Adolfo in Cena tra amici) degenera in una serie di recriminazioni incrociate, rivendicazioni e scheletri brutalmente tirati fuori dall'armadio in una logomachia di tutti contro tutti.
Se nel film francese qualche battuta sfuggiva per il troppo ridere, qui si rimane ammutoliti davanti a tanto spreco di parole, alle psicologie binarie (pretestuosamente arricchite da idiomi comportamentali, dalla ginnastica isometrica al tweet compulsivo) e ai movimenti in perenne volteggio della macchia da presa con tanto di drone domestico e Il nome del figlio, piuttosto che sembrare un remake del cugino gallico, pare la copia sbiadita e manierata de La terrazza, il capolavoro di Scola. Sicché in un film che si concede anche un imbarazzante trenino sulla note di Telefonami tra vent'anni di Lucio Dalla, le uniche cose che si salvano sono le immagini aeree iniziali, la recitazione del quintetto protagonista e il parto dal vero di Micaela Ramazzotti, filmata dentro la sala ospedaliera.    

domenica 7 settembre 2014

I nostri ragazzi

anno: 2014       
regia: DE MATTEO, IVANO    
genere: drammatico    
con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori, Lidia Vitale, Antonio Salines, Roberto Accornero, Sharon Alessandri, Giada Fradeani, Cristina Puccinelli, Antonio Grosso, Lupo De Matteo, Adamo Dionisi, Melinda De Matteo    
location: Italia
voto: 9

C'è una scena del quarto lungometraggio di Ivano De Matteo, il regista dell'ottimo Gli equilibristi, che la dice lunghissima sui genitori della mia generazione: quella in cui la mamma di uno dei ragazzi protagonisti del film (Mezzogiorno) si reca al ricevimento dei professori e, davanti alle considerazioni non molto lusinghiere del docente, non fa che difendere il figlio (Antinori) con argomenti apodittici e vacui. Figuriamoci poi se quello stesso figlio, durante una notte brava, manda in coma una barbona a seguito di un pestaggio operato insieme alla cugina (Laurenti Sellers). E' questo il nucleo attorno al quale ruota questa stupefacente prova del regista romano: un caso di coscienza sul quale due fratelli, genitori dei due ragazzi, e le rispettive mogli si trovano a dover decidere. Proteggerli o no dalle conseguenze del brutale reato? La risposta la troviamo nell'incipit di un libro scritto di recente da Antonio Polito, Contro i papà: "con l'eccezione dei rampolli della dinastia Ming e di quelli dell'aristocrazia nella Francia prerivoluzionaria, i nostri figli sono i più viziati della storia dell'umanità". Questi hanno ogni genere di cattiva abitudine: fumano, bevono, si drogano, si fanno portare la cena in camera, vanno in giro con le minicar a 17 anni. Non a caso il film, che - tratto dal best seller di Herman Koch - pone una questione morale rilevantissima, avendo l'enorme merito di mostrare due aspetti cruciali: la differenza tra la teoria e la prassi e la capacità, da genitori, di assumersi responsabilità. Tutt'altro che consolatorio, I nostri ragazzi mette di fronte due fratelli che non potrebbero essere più diversi: Massimo (Gassman), avvocato di successo abituato a una vita agiatissima, e Paolo (Lo Cascio), chirurgo pediatra con una spiccata sensibilità verso il sociale. Capiamo subito che i due sono su sponde opposte quando si trovano l'uno a dover difendere un poliziotto dalla testa calda (Grosso) che ha ucciso per legittima difesa e l'altro a dover operare il figlio della vittima, rimasto colpito durante un alterco per motivi di viabilità.
Cinema ad altissimo tasso di impegno morale e civile, I nostri ragazzi è un'implacabile denuncia nei confronti di una generazione di genitori scriteriati, che - con poche eccezioni - sono stati del tutto incapaci di fornire coordinate adeguate ai propri figli in merito alla convivenza sociale. Se i contenuti sono di alto profilo, la forma non è da meno: a un montaggio efficace, un ritmo elevato e una recitazione quasi sempre eccellente si uniscono alcune raffinatezze nella fotografia e nelle scenografie. Un capolavoro con un solo neo: quello della recitazione sempre uguale a se stessa di Giovanna Mezzogiorno: dopo tre anni di assenza dal set per maternità, avrebbe fatto meglio a farci scodare di lei. 

mercoledì 22 maggio 2013

Così mangiavamo

anno: 2008   
regia: BARZINI, STEFANIA PAHEL * ACCIAI, ALESSANDRA    
genere: documentario    
location: Italia
voto: 7

Com'è cambiata l'alimentazione dal secondo dopoguerra a oggi? Quali novità sono arrivate sulle nostre tavole e come si sono trasformati i modelli di socializzazione a tavola e gli ambienti del mangiare? A partire da una nota autobiografica appena accennata, Stefania Barzini (coadiuvata in cabina di regia da Alessandra Acciai) prova a rispondere a queste domande con piglio sociologico di assoluta efficacia. Mantenendo il contento storico-sociale, le trasformazioni antropologiche e le oscillazioni dell'economia come costante sfondo di riferimento, il documentario ci permette di assistere alla traiettoria gastronomica di un Paese uscito del dopoguerra poverissimo e con le ossa rotte. All'inizio degli anni '50 appena il 6% della popolazione disponeva di un frigorifero, lo zucchero era ancora una rarità sulle nostre tavole e della carne non si vedeva neppure l'ombra, se non nei deschi della borghesia più altolocata. Anche l'acquisto al mercato, delegato - nemmeno a dirlo - alle sole donne, era assai diverso da come lo conosciamo oggi: regole assai meno rigide, prodotti sfusi e senza contenitori, massima libertà di scelta. Quella stessa scelta di cui - con l'arrivo della pubblicità, e di Carosello in particolare - saremmo stati espropriati. Con il boom economico, a cavallo tra fine anni '50 e primi anni '60, anche i consumi avrebbero cambiato marcia e il ricordo dell'olio di fegato di merluzzo, raccapricciante quanto inevitabile integratore ante-litteram a servizio della crescita dei ragazzi, si sarebbe fatto via via più appannato. Eravamo nel pieno degli anni '60 quando la marcia inarrestabile verso il moltiplicarsi dei consumi conobbe un'ulteriore accelerazione: la costruzione dell'Autostrada del Sole rese sempre più diffusi gli scambi alimentari su tutto lo Stivale, mentre il gelato diventava una moda, le carni si declinavano in -ino e -ina (dallo spezzatino alla scaloppina) e i coloranti cominciavano a essere usati in maniera spregiudicata. Ci avrebbero pensato il '68 e la crisi petrolifera del '73 a ridare un po' di sobrietà alle nostre abitudini alimentari, sebbene l'industria e l'inquinamento - si veda il caso del colera - ormai avevano già fatto i loro danni. Gli anni '80 furono forieri di ulteriori trasformazioni: mentre le mamme, i cui tempi da dedicare alla cucina erano sempre più ridotti all'osso, preparavano i sofficini ai figli, questi ultimi aderivano appieno alla moda dei fast food, presa a prestito dagli States. Quella americana non fu però l'unica moda importata in un Paese, il nostro, dalla grandissima e riconosciuta tradizione gastronomica (pizza e spaghetti su tutti): ad essa di associò quella francese della nouvelle cuisine, con i piatti che si allargavano e le porzioni che rimpicciolivano. Arrivavano anche le prime fobie: per esempio quella per le verdure in foglia, dopo Chernobyl, e qualche fissazione di troppo, come quella per la frutta esotica. Ma le novità non si fermarono qui: esplose il consumo di merendine e biscotti e quello dei surgelati, mentre i nuovi ritmi di lavoro contribuirono alla diffusione di mense e refettori.
Negli anni '90 la guerra del Golfo sembrò una minaccia sufficientemente concreta da farci trasformare le abitazioni in bunker equipaggiati di ogni genere alimentare, al punto che, nel periodo durante il quale Bush senior era impegnato a bombardare l'Iraq,  gli scaffali dei supermercati rimasero vuoti. La globalizzazione e l'esplosione dei viaggi intercontinentali rese meno peregrina l'idea di accostarsi al cibo etnico, che cominciò ad arrivare anche sui banchi del supermercato. Con gli anni Duemila si compì il giro di boa: l'aviaria e la mucca pazza ci traghettarono dalla paura della fame a quella del cibo. Tutto questo e moltissimo altro ancora viene raccontato dalla voce pimpante di Giuliana De Sio e dal registro ironico del testo, corredato da molte immagini d'epoca, spezzoni di altri documentari, animazioni originali, cifre e dati, qualche testimonianza celebre e la presenza, ormai inarginabile, di "prezzemolo" Carlo Petrini.    

martedì 10 luglio 2012

Cena tra amici (Le Prénom)

anno: 2012       
regia: DE LA PATELLIERE, ALEXANDRE * DELAPORTE, MATHIEU 
genere: commedia 
con Patrick Bruel, Valérie Benguigui, Charles Berling, Guillaume De Tonquedec, Judith El Zein, Françoise Fabian, Yaniss Lespert, Miren Pradier, Alexis Leprise, Juliette Levant, Bernard Murat 
location: Francia
voto: 8

A casa di un'affiatata coppia parigina di ultraquarantenni, intellettuali di sinistra, sono invitati gli amici di una vita: il fratello di lei (Bruel), con la sua compagna perennemente in ritardo (El Zein), e uno scapolone (De Tonquedec) che è primo trombone nell'orchestra radiofonica parigina. La notizia è che il fratellone ha finalmente deciso quale nome dare al nascituro.  il nome suscita un tale scandalo che da lì parte un'escalation di logomachie, provocazioni, battaglie all'ultima stoccata che disseppellirà quanto i 5 si sono taciuti per anni.
La commedia di De La Patelliere e Delaporte, dopo avere fatto il tutto esaurito ai botteghini francesi per due anni, passa dal teatro al cinema con gli stessi attori che ne hanno decretato il successo. Originalissima fin dalle primissime inquadrature (per quanto un po' pretestuose ai fini del racconto), Cena con gli amici è quanto di meglio possa sfornare la commedia francese: un mix tra umorismo e arguzia intellettuale che sta tra Carnage e quel capolavoro dimenticato di William Friedkin che è Festa per il compleanno del caro amico Harold. Stesso impianto teatrale, stesso climax che passa dal tono faceto e amichevole allo psicodramma, stessa caratterizzazione a tutto tondo dei personaggi e analisi delle dinamiche di gruppo. Il quid in più sono le battute a raffica: non fai a tempo a recepirne una che ne arriva immediatamente un'altra. Ma non la senti per il fragore di risate che scoppia in sala.    

domenica 22 gennaio 2012

Il pranzo di Natale

anno: 2011       
regia: DE LILLO, ANTONIETTA * GAUDIOSO, MASSIMO * LODOLI, ELISABETTA * MALATESTA, GLORIA * PIPERNO, GIOVANNI * RULLI, STEFANO * TURCO, MARCO 
genere: documentario 
con Piera Degli Esposti 
location: Italia
voto: 4

Nato da un'idea di Antonietta De Lillo, questo "film partecipato" raccoglie e monta i contributi di vari autori sul tema del pranzo di Natale, occasione topica per fare i conti con l'antropologia degli italiani. Nei cinquanta minuti di film si miscelano filmini amatoriali domestici, un'intervista all'attrice Piera Degli Esposti, testimonianze raccolte in lungo e in largo per lo stivale, interviste girate nelle stazioni ferroviarie. Il mosaico che si compone è formalmente gradevole e ben montato a dispetto dell'eterogeneità dei materiali, ma si smarrisce il senso dell'operazione, nella quale - al di là del generico suggerimento fornito dal titolo - non c'è alcuna coerenza tematica e ognuno finisce col dire ciò che vuole.    

mercoledì 3 settembre 2008

Pranzo di ferragosto

anno: 2008   
regia: DI GREGORIO, GIANNI
genere: grottesco
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza, Alfonso Santagata, Luigi Marchetti, Marcello Ottolenghi, Petre Rosu
location: Italia   
voto: 7,5


Giovanni è un uomo sulla sessantina che vive a Trastevere con la vecchia madre, una nobildonna decaduta che lo tiranneggia ripetutamente. Perennemente in bolletta, Giovanni non sa come fare per saldare i buffi con il padrone di casa, il quale gli propone l'azzeramento di una parte del debito in cambio dell'ospitalità all'anziana madre per il giorno di ferragosto. La richiesta si estende a quella di una zia, a cui si aggiunge anche la madre del medico di Giovanni, costretto così a passare i giorni intorno a ferragosto tra le bizze di quattro ottuagenarie impertinenti.
A sessant'anni Gianni di Gregorio, già co-sceneggiatore di film come Gomorra e Ospiti (entrambi firmati da Matteo Garrone, qui in veste di produttore), esordisce dietro la macchina da presa con un piccolo film minimalista (75 minuti appena), uno dei nipotini di quel grottesco alla vaccinara che iniziò trent'anni fa con Ecce bombo e che annovera tra i suoi proseliti film come Amore tossico (1983), L'imperatore di Roma (1988), Estate romana (2000), Cecilia (2001) e Chi nasce tondo… (2008). Nato da un episodio realmente accaduto al regista-sceneggiatore, Pranzo di ferragosto scruta con occhio leggero tra i clichè della terza età, indugia senza tanti complimenti sui segni inequivocabili del tempo che passa a suon di primi piani, testimonia con umorismo le piccole manie delle quattro cariatidi, adottando uno stile iperrealista servito dall'uso accorto della macchina a spalla.    

venerdì 10 agosto 2001

Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie)

anno: 1972       
regia: BUNUEL, LUIS   
genere: grottesco   
con Fernando Rey, D.Seyrig, Bulle Ogier, Stephane Audran, Jean Pierre Cassel, J.Bertheau, Milena Vukotic, M.G.Maione, C.Piéplu, Muni, P.Maguelon, F.Maistre, Michel Piccoli, P.Frankeur    
location: Francia
voto: 6   

Tra perpetui salotti mondani, mangiate pantagrueliche e messinscena continue dettate dalla coscienza costantemente sporca, si svolge la vita della borghesia francese, rappresentata da personaggi abietti e crapuloni, avvezzi alla menzogna e in preda ai loro incubi.
Il soggetto di Luis Buñuel, scritto con la collaborazione di Jean Claude Carrière, mette ancora una volta alla berlina l'ipocrisia borghese in un film corale perennemente a cavaliere tra la dimensione grottesca e quella onirica, nella quale serpeggia un'insopprimibile vis sarcastica nei confronti del bersaglio sociale preferito dal regista spagnolo.    

sabato 23 agosto 1997

Bianca

anno: 1984   
regia: MORETTI, NANNI 
genere: grottesco 
con Nanni Moretti, Laura Morante, Roberto Vezzosi, Remo Remotti, Claudio Bigagli, Enrica Maria Modugno, Vincenzo Salemme, Margherita Sestito, Dario Cantarelli, Virginie Alexandre, Fabrizia Frezza, Alberto Bracco, Giovanna De Luca, Frederique Alexandre, Luigi Moretti, Silvia Moretti, Mario Garriba, Gianfelice Imparato, Inigo Lezzi, Daniele Luchetti, Mario Monaci Toschi, Giorgio Viterbo, Mauro Fabretti, Angelo Barbagallo, Matteo Fago, Nicola Di Pinto, Vandeneede Christine, Giovanni Buttafava, Valerio Berutti, Henry Alexandre, Maxime Alexandre  
location: Italia
voto: 10 

Due strani delitti, quello di una donna e quello di una giovane coppia, conducono un commissario di polizia (Vezzosi) a indagare su Michele Apicella (Moretti), professore di matematica al liceo romano Marilyn Monroe, unica persona ad avere contatti con entrambi i casi. Tra pedinamenti ed appostamenti, si scoprirà che il colpevole, reo confesso, è davvero lui. E questa è la trama. Ma nel film c'è moltissimo di più. Scritto dallo stesso Moretti e sceneggiato con Sandro Petraglia, Bianca è una riflessione amarissima, sviluppata in chiave grottesca, iperbolica e con occhio da entomologo, sul senso della coppia, un tema che il regista romano riprenderà in parte nel successivo La messa è finita. Obbligato dal gioco della razionalità, il nostro professore cerca geometrie perfette tra i suoi amici più intimi e i vicini di casa, attratto dalla nettezza delle cose più che dai chiaroscuri. "Un numero o è positivo o è negativo. A me non piacciono le vie di mezzo", dichiara. E così chi sfugge al rigore del suo disegno sentimentale viene eliminato con assoluto candore, senza alcuna efferatezza. Peccato che lo iato tra teoria e pratica non permetta al nostro di rabberciare un vincolo dignitoso con la collega Bianca (Laura Morante), con la quale si misura sempre per sottrazione. Con Bianca Moretti sembra affrancarsi dalla narrazione ellittica e rapsodica dei film precedenti per prendere una strada più lineare gravida di temi ponderosi, "dove l'effetto di straniazione conquista sempre più spazio in rapporto alla risata" (Kezich). Con umorismo ed autoironia Moretti mette in gioco sé stesso in maniera esemplare, consegnando al cinema italiano degli anni Ottanta una delle sue opere più belle. Molte le sequenze di culto: da quella della spiaggia in cui Apicella si guarda intorno per poi tuffarsi su una donna sdraiata, a quella in cui consuma un gigantesco barattolo di Nutella, fino alla celeberrima "continuiamo così, facciamoci del male", pronunciata in occasione di un pranzo a casa di alcuni suoi alunni. Assistente alla regia è il futuro regista Daniele Luchetti.

mercoledì 30 aprile 1997

La terrazza

anno: 1980   
regia: SCOLA, ETTORE
genere: grottesco
con Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Stefano Satta Flores, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli, Ombretta Colli, Carla Gravina, Galeazzo Benti, Milena Vukotic,  Age, Leo Benvenuti, Ugo Gregoretti, Lucio Villari, Ghigo Alberani, Lucio Lombardo Radice, Francesco Maselli, Venantino Venantini, Helene Ronee, Ritza Brown, Marie Trintignant, Olimpia Carlisi
location: Italia
voto: 8

Sulla terrazza della casa di un esponente dell'alta borghesia si dà convivio l'intellighenzia romana e sinistrorsa, fatta di cinquantenni intellettuali, giornalisti, gente del cinema, predatori dell'altrui sapere, mogli insoddisfatte, politici e direttori di giornali e televisioni. Con riuscita alchimia narrativa, Scola racconta, con l'ausilio di Age e Scarpelli, le storie di cinque di loro, facendole partire - con una struttura ciclica - sempre dallo stesso punto (qualcosa di simile la rifarà Tarantino in Pulp Fiction): la convocazione a tavola da parte della padrona di casa. Le storie - diverse nei dettagli ma uguali nell'espressione di un disagio comune articolato sulla mancanza di valori, sul passaggio dal plurale dei grandi ideali del passato al singolare delle proprie inquiete solitudini, sul riflusso - cominciano da quella di Enrico (Trintignant), sceneggiatore di talento ora in panne. Nonostante le cure affettuose della moglie (Vukotic) e l'accondiscendenza sorniona del suo produttore (Tognazzi), Enrico finirà in una clinica psichiatrica dopo un exploit à la Van Gogh. La seconda storia è quella di Luigi (Mastroianni), giornalista di sinistra inviso ai giovani redattori del suo quotidiano e alla perenne rincorsa delle braccia protettive della ex-moglie (Gravina). Il terzo personaggio messo sotto inchiesta dal racconto di Scola è quello di Sergio (Reggiani), funzionario della Rai incapace di accettare la nuova ondata di immondizia televisiva, che si vede togliere spazio e programmi prima di togliersi egli stesso la vita. Quindi è la volta di Amedeo (Tognazzi), produttore stonato per la sua ignoranza disincantata al resto del sinedrio, disposto a investire denaro su film osceni proposti dalla moglie (Colli) pur di suscitare ancora l'attenzione di quest'ultima. La vicenda di chiusura, forse la più complessa ed avvincente, è affidata a Mario (un Vittorio Gassman che come al solito rende prodigiosamente sotto l'egida di Scola), deputato del P.C.I. in bilico tra la sicurezza matrimoniale e l'incertezza di un nuovo innamoramento. Ritroveremo i nostri tempo dopo, in un'epoca imprecisata, quando su tutti la voga del riflusso avrà lasciato un segno indelebile.
Mai sufficientemente apprezzato dalla critica e snobbato dal pubblico, La terrazza ha il respiro del film complesso e difficile, un gioiello nella filmografia di Scola in anticipo sui tempi. Con una struttura soltanto all'apparenza libera, il film possiede un rigore insolito, scandito dalla propensione passatista di tutti i protagonisti, dalla presenza di intellettuali che stanno al gioco (Lombardo Radice e Villari), da rimandi cinematografici di gusto (Totò, Chaplin), sbeffeggiature alla cultura alta, autoironia, trovate registiche da fuoriclasse. Con C'eravamo tanto amati e La famiglia, La terrazza costituisce un trittico ideale dal quale leggere la storia del costume di una certa Italia di sinistra, nostalgica ed ignara del proprio destino.