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martedì 28 settembre 2021

Black and Blue - 10 italian Music postcard, in Blues flavor, from 1946 to 1977

TRACKSLIST:
l. Blues del Dom – 3:26
Nino Culasso (tp), Pietro Cottiglieri (cl), Jesùs Pia (tenor s), Eraldo Romanoni (p), Giuseppe 
Barenghi (g), Ubaldo Beduschi (bass), Claudio Gambarelli (drm), Roberto Nicolosi (arr)
Milano, February 13, 1946
From 78rpm Odeon H18158, “Jazzisti Italiani” series

2. Black and Blue – 2:45
Roman New Orleans Jazz Band: Giovanni Borghi (tp), Luciano Fineschi (trne), Marcello Riccio 
(cl), Ivan Vandor (tenor s), Giorgio Zinzi (p), Bruno Perris (g), Carlo Loffredo (bass), Peppino 
D’Intino (drm)
Milano, January 13, 1953
From LP Columbia 33QPX 8017, “Italian Jazz of the Roaring 50’s”

3. Blues all’Alba – 5:46
Eraldo Volonté (tenor s), Giorgio Gaslini (p), Alceo Guatelli (bass), Ettore Ulivelli (drm)
Milano, 1960
From “La Notte” OST, EP Voce del Padrone 7EMQ 189

4. P.N. Blues – 2:46
Sergio Fanni (tp), Eraldo Volonté (tenor sax, bar. sax), Ettore Righello (p), Giorgio Buratti 
(bass), Gil Cuppini (drm)
Milano, April 19, 1960
From EP Cetra EPD 38, “Jazz in Italy n.3” series

5. Thinkin’ Blues – 4:28
Chet Baker (tp), Piero Umiliani (p., arr), Big Band
Roma, March 1962
From “Smog” OST, LP RCA PML 10320

6. Echoes Of Harlem – 3:26
Bruno Canfora with Radio Rai Big Band: Cicci Santucci, Nino Culasso (tp), Marcello Rosa
(trne), Baldo Maestri (soprano sax), Beppe Carrieri (tenor sax)
Roma, July 12, 1977
From “Tribute To Ellington”, CD Twilight Music / Via Asiago 10 TWI CD AS 05 21

7. Una Tromba e un Blues – 5:10
Oscar Valdambrini (tp), Dino Piana (trne), Glauco Masetti (alto s), Eraldo Volonté (tenor sax), 
Giancarlo Barigozzi (bar. sax), Piero Umiliani (p., arr), Giorgio Azzolini (bass), Lionello Bionda 
(drm)
Milano, March 1966
From “JAZZ DALL’ITALIA n.2 : Big Band Blues”, LP Omicron LPM 007

8. Donna Lu – 2:36
Oscar Valdambrini (tp), Gianni Basso (tenor s), Dino Piana (trne), Renato Sellani (p), Giorgio 
Azzolini (bass), Lionello Bionda (drm)
Milano, January 10, 1967
From “Exciting 6”, LP GTA Records JA 603

9. Circeo – 2:51
Same as #4

10. Blues For Alexandra – 5:20
Romano Mussolini (fender p), Piero Montanari (el. bass), Roberto Spizzichino (drm), Tullio De 
Piscopo (perc.)
Roma 1974
From “Mirage”, LP PDU Pld.A 6018

11. It Don't Mean A Thing – 2:33
Mario Schiano (voc), Cicci Santucci (tp, flgh), Maurizio Giammarco (tenor, soprano sax), 
Antonello Vannucchi (p), Giorgio Rosciglione (bass), Gegè Munari (drm)
Roma, March 1999
From “My Funny Valentine”, CD SPLASC(H) CDH 697

domenica 29 dicembre 2019

Sergio Fanni una Tromba lontana dalla ribalta



Sergio Fanni (Torino, 1930 – Milano, 2000) è un altro di quei musicisti che, nonostante abbia calcato migliaia di palcoscenici e prestato la sua voce a decine di dischi, è rimasto inspiegabilmente “lontano dalla ribalta”. Per quale vero motivo, forse, non lo comprenderemo mai, dal momento che sono quasi vent’anni che ha lasciato il palco della vita e che una sua intervista o un suo pensiero non è stato mai registrato dalle cronache del Jazz.


Ma, almeno in questo caso, potremmo escludere l’aspetto più commerciale della sua Musica come elemento di dimenticanza della critica e degli appassionati, perché, se non fosse per il primo dei pochissimi LP a suo nome, quel Una Tromba per l’Europa (1962) che era “inevitabilmente” leggero dal momento che i brani erano tratti da operette, canzoni popolari e colonne sonore dell’epoca, ed un paio di scivoloni in più di cinquant’anni di carriera (Mazzoletti racconta che nel 1942/43, appena tredicenne, fosse già in Tournée in Germania, con l’Orchestra di Mirador), come il disco con Eumir Deodato (1978) o quello con Ray Martino (1982), il torinese ha suonato da subito solo Jazz con la maiuscola ed in gruppi d’eccellenza, come l’Orchestra di Trovajoli (1956), il Quintetto di Eraldo Volonté (1957/60) o quello di Gil Cuppini (1960), fino ad arrivare sulle sponde del free con Giorgio Buratti (1963/64), l’Orchestra di Gaslini (1968) o il complesso di Enrico Intra (1972/74) o quello di Gaetano Liguori (1979) e pochissimi gruppi a suo nome. Eppure, alzino la mano quanti sarebbero in grado di riconoscere il suo suono robusto e personalissimo al primo ascolto…


Certo, essere quasi coetaneo di due geniali trombettisti quali Nunzio Rotondo (Roma, 1924) e Oscar Valdambrini (Torino, 1924), non deve aver facilitato le cose… «Nel 1947/48, la più bella sala da ballo di Torino era l’Augusteo e lì suonava l’Orchestra diretta dal pianista Canessa, con una tromba e quattro sassofoni, tra cui Attilio Donadio. I pretendenti al posto di tromba erano Nini Rosso e Sergio Fanni, ma vinsi io, forse perché suonavo anche il violino» [1]


Ed essere anche antagonisti del Quintetto italiano più famoso nel mondo non deve aver spianato la strada, tanto più se la musica che li differenziava in quegli anni era la più lontana dalla bella melodia tanto amata nel Belpaese… «Mentre Basso & Valdambrini s’ispiravano ai musicisti della West Coast, Fanni e Volonté erano decisamente influenzati dai musicisti post-bop. Anche il repertorio parlava chiaro: Fanni e Volonté eseguivano temi come Moanin’ di Bobby Timmons, Walkin’ di Miles, Nica’s Dream di Horace Silver, mentre Basso & Valdambrini canzoni del grande repertorio americano e temi originali»[2]

Poi, indubbiamente, ci può stare la capacità personale di fare relazione o, meglio, marketing di sé stesso «erano due formazioni basate su concezioni musicali molto diverse ma altrettanto valide. E le incisioni lo dimostrano. Fanni era una eccellente tromba, che non ebbe, forse a causa di problemi caratteriali, il successo che invece ottenne Valdambrini» dice chi lo conosceva da vicino.[3]


O anche il fatto di aver cercato una via al sostentamento economico sicura, entrando prima nell’Orchestra RAI (1956) e svolgendo poi attività didattica (1977) - pratica comune, tra l’altro, a molti musicisti ancora oggi - potrebbe aver influito sul suo successo, ma non avrebbe dovuto pesare sulla sua Arte «in Piemonte c’erano jazzisti fortissimi. Appartenevano alla generazione precedente, cioè avevano una decina d’anni più di me. Parlo di Valdambrini & Basso, o Sergio Fanni e Leandro Prete, ma erano fuori dalla nostra portata. Erano “professionisti” ed erano quasi tutti intruppati nelle varie orchestre della RAI, dove guadagnavano bene»[4]

Tempo fa mi ero addirittura “intrippato” in una ricerca su Google, ma questa storia ve l’ho già raccontata qui, fatto sta’ che Sergio Fanni resta, come si usa dire, un “Musician's Musicians” ed i suoi dischi [pochi] dei rari “Collectors' Items” e mi fa rabbia vedere che non esista nemmeno una seria discografia a suo nome, cosa che, ovviamente, inizierò a compilare subito dopo aver pubblicato questo post.


HARD SUITE
Label: Carosello
Serie: Jazz from Italy
Catalog#: CLE 21017
Format: LP

Country: Italy
Milan, 1975

Sergio Fanni (flgh),
Leandro Prete (tenor sax),
Sante Palumbo (comp., p., el. p.)
Carlo Milano (el. bass),
Giancarlo Pillot (drums),
Roberto Haliffi (percussion)



Tracklist:


A1. Dawn/Suffer - 9:24
A2. Plan - 10:17




B1. Drive Waltz - 9:56
B2. Shade - 9:40





[1] Oscar Valdambrini in “Il Jazz in Italia – Dalle Swing agli anni Sessanta” di Adriano Mazzoletti, EDT 2010
[2] Adriano Mazzoletti si riferisce al Quintetto che nel 1960 vinse la Coppa del Jazz (Gil Cuppini, Sergio Fanni, Eraldo Volonté, Ettore Righello e Giorgio Buratti)
[3] Gil Cuppini, intervista di Adriano Mazzoletti in “Il Jazz in Italia” [cit.]
[4] Enrico Rava in “Incontri con musicisti straordinari”, Feltrinelli 2010

lunedì 16 gennaio 2017

Sergio Fanni & His All Stars _ Non Ti Scordar di Me


Se oggi, a volte, il palcoscenico del jazz può apparire come una vetrina, più trend e di classe del “mero” pop, per raggiungere comunque la scintillante via del successo, ovviamente non è sempre stato così.


Nella Storia di questa musica ci sono stati migliaia di musicisti dei quali non restano che flebili tracce, e solo nelle discografie più ragionate. E non parlo dei dilettanti con passione o dei professionisti per una stagione, no, intendo proprio quei musicisti che per convergenze umane, per caratteristiche personali o per congiunture astrali, nonostante la loro assidua presenza tra le pagine di questa storia, sono passati come corpi luminosi nel cielo del jazz italiano per poi scomparire dalla memoria dei più, quasi senza lasciare traccia.


Per esempio, il nome di Sergio Fanni vi dice qualcosa?
Qual è il suo strumento, o dove è nato?
Avete mai visto la copertina di uno dei suoi pochi dischi, letto un articolo su una delle due riviste di settore o “ascoltato” le sue parole in una intervista?


Provate a digitare su google Sergio Fanni e non vi fate ingannare subito dalle tantissime voci che vi appariranno, perché non tutte appartengono al personaggio in questione né, tantomeno, al mondo del jazz.


Ora, restringete la ricerca con “Sergio Fanni” tromba jazz, e già le voci dell’immenso motore di ricerca per eccellenza scenderanno a poco meno di 800, con molte citazioni in siti non direttamente a lui dedicati e pochissime immagini, oltre a tante altre trombe, ma non sempre quella nostra.


Se proprio siete curiosi come me e volete chiudere il cerchio, aggiungete alcuni dati anagrafici digitando “Sergio Fanni” tromba jazz torino 1930, e non raccoglierete nemmeno 100 voci, tra le quali non c’è una biografia degna di nota (addirittura, nemmeno una pagina su wikipedia…), ma appena una citazione ufficiale del nostro nella voce Jazz che Antonio Lanza ha compilato sulla Treccani.


Penserete: mò questo s’è rincojonito e se mette a da’ i numeri…
ma per fare un paragone provate a cambiare solo qualche parola della ricerca e scrivete “Enrico Rava” tromba jazz torino 1939.
SBAM! 3.000 voci (in 0,6 secondi) e quasi tutte completamente inerenti!


«in Piemonte c’erano jazzisti fortissimi. Appartenevano alla generazione precedente, cioè avevano una decina d’anni più di me. Parlo di Valdambrini, Basso, Sergio Fanni, Leandro Prete, ma erano fuori dalla nostra portata. Erano “professionisti” ed erano quasi tutti intruppati nelle varie orchestre della RAI, dove guadagnavano bene»

Questo scrive Rava nel suo “Incontri con musicisti straordinari”, dove ovviamente Sergio Fanni è menzionato tra i grandi, ma la storia contemporanea sembra averlo dimenticato o forse ha deciso d’invertire i fattori d’importanza…



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Credits:



Label: CETRA
Catalog #: EPD 38
Format: EP
Country: Italy

Recorded at Milan, April 19, 1960


Sergio Fanni (trumpet)
Eraldo Volonté (ten., bar. sax)
Giorgio Buratti (bass)
Ettore Righello (piano)
Gil Cuppini (drums)



Tracklisting:

Side One
1) Duo (G. Cuppini) - 2'45"
2) Circeo (R. Fol) - 2'50"


Side Two
1) Non Ti Scordar Di Me (Bixio) - 2'35" 
2) P.N. Blues (L. Konitz) - 2'50"



martedì 8 gennaio 2013

III° Festival del Jazz di Sanremo - 1958


Forse è solo per caso che, nel testo vincitore del Festival della Canzone italiana del 1956, Franca Raimondi cantasse così:

Aprite le finestre ai nuovi sogni,
alle speranze, all'illusione.
Lasciate entrare l'ultima canzone
che dolcemente scenderà nel cuor
”.

E sì, perchè solo un caso può far coincidere quei «nuovi sogni» con «lasciate entrare l’ultima canzone», nello stesso anno in cui nasceva, nella sede deputata alla canzone italiana per eccellenza, appunto, il Festival del Jazz di Sanremo.
 .

Il Jazz è sempre stato per natura la nuova musica, e soprattutto in quegli anni.
Ma in Italia, si sa, ha dovuto lottare più per affrancarsi dall’egemonia della canzone, dell’operetta e della più nobile musica classica, che contro le leggi fasciste che lo vietarono per un determinato periodo, ed entrare su un palcoscenico importante come quello di Sanremo, anche se dalla porta posteriore, ha sicuramente contribuito a renderlo autonomo e maggiorenne.


Non è un caso infatti che i musicisti italiani presenti alla prima edizione, cioè Umberto Cesàri, Nunzio Rotondo, Basso & Valdambrini, Glauco Masetti, Berto Pisano, Gil Cuppini e Franco Cerri, tra gli altri, saranno poi i protagonisti della storia del jazz di questo paese.

È ovvio che, come in ogni tenzone degna di codesto nome, le polemiche non mancarono fin dall’inizio di questa manifestazione, voluta ed organizzata dalla Federazione Italiana Del Jazz, che aveva tra i suoi quadri le colonne portanti della storica rivista Musica Jazz, che divenne infatti l’arena pubblica delle tante discussioni.
 .

Prima ci furono i noti contrasti tra i seguaci del traditional e gli alfieri del modern, poi le missive anonime e le scomuniche dei papaveri di provincia, come nel caso dell’esclusione del complesso torinese “Jazz At Kansas City”, che generò pressioni addirittura presso la Direzione del Casinò di Sanremo, sfociando in protesta sulle pagine regionali della Gazzetta del Popolo. 

II° Festival Jazz Sanremo _ January 1957
 .
Poi seguirono gli evidenti distinguo della RAI TV tra il Festival della Canzone ed il cugino povero del Jazz.  Mazzoletti, sulle pagine de “Il Jazz in Italia”, racconta che «Già la prima edizione ottenne un successo mediatico ben superiore a quello del Festival della Canzone. Radio e TV si interessarono al festival e l’intera manifestazione venne registrata»; peccato che in circolazione ci sia un solo intero concerto (ed intendo disponibile a tutti, non nelle teche di qualcuno), quello di Art Blakey ed i suoi Jazz Messengers, registrato nel marzo del ’63 all’ottava edizione del FdJ e pubblicato solo nel 2007 dagli spagnoli della Impro-Jazz, più  pochissimi stralci: poco più di un minuto del Quintetto di Nunzio Rotondo alla prima edizione, una manciata di secondi con Lino Patruno and the Riverside Jazz Band, nella settima edizione e l’anomalo ottetto di Duke Ellington, presente alla 9° edizione del 1964.
.

L’ambiguo rapporto tra la RAI ed il festival del Jazz, si evince più sinceramente nella rubrica “Lettere al Direttore”, a partire da MJ del febbraio 1957, dove Gian Carlo Testoni descrisse ad un lettore di Trieste le banali scuse accampate più volte dalla direzione della televisione di Stato alla FIDJ (non ci sono ponti radio da Sanremo, in quella fascia oraria trasmettiamo Mozart, etc etc) per evitare di mandare in onda il festival o parte di esso. 

 
Anche nelle parole di Giuseppe Barazzetta, storico redattore di Musica Jazz ed addetto ai rapporti con i musicisti stranieri per il Festival, raccolte nel bellissimo volume “una vita in quattro quarti” edito per i tipi di Siena Jazz, si fa evidente la cecità della RAI rispetto al valore culturale di questo evento.

L'Avventura del Festival jazzistico di Sanremo (1956 - 1966)

Per ultimo, credo che l’altezzosa superiorità della RAI TV deve essere rimasta impressa anche nei ricordi di alcuni ospiti internazionali, come nel caso del IV° Festival quando il sestetto di Albert Mangelsdorf, che con Dusko Gojkovic alla tromba aprì la seconda serata del 22 febbraio 1959, fu costretto ad interrompere la performance, restando inattivo sul palco per decine di minuti in attesa del collegamento televisivo.
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Per finire, non mancarono i contrastanti pareri proprio sugli ospiti stranieri, che via via andarono ad occupare sempre più spazio nella scaletta del festival. Basti pensare che nella prima edizione del ‘56, sui tredici complessi partecipanti solo tre non erano italiani, mentre nell’undicesima edizione del festival, quella tanto contestata del 1966, era presente solo il trio di Franco D’Andrea, con Azzolini e Tonani, su otto complessi. Per dovere di cronaca, c’è da menzionare la presenza di Enrico Rava, spalla però del quartetto di Steve Lacy e dello “sconosciuto” Guido Manusardi, alla sua prima apparizione italiana, con una ritmica svedese.
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Le polemiche sulle star internazionali iniziarono con l’esibizione del Modern Jazz Quartet alla 3° edizione del ‘58, che fece nascere interminabili discussioni sul loro sofisticato stile in pp, considerato un ripiego in confronto ai ruggiti aggressivi ed agli scoppiettanti assoli di batteria che, taluni, ritenessero essere il solo, vero ed unico aspetto del jazz, per sopirsi solo all’ultima annata del festival, dove si esibirono Ornette Coleman ed il quartetto di Steve Lacy. 


Quest’ultima edizione merita uno spazio apposito, perché potrebbe rappresentare in sintesi la summa delle difficoltà che ebbe a vivere quel festival e chi lo organizzava, oltre alla immaturità di certi critici e dei fan. L’undicesima edizione del Festival Internazionale del Jazz, che si svolse il 26 ed il 27 marzo 1966,  fu sottotitolata, non a caso, “Sotto una Cattiva Stella” e iniziò il giorno precedente con la dichiarata inagibilità, da parte delle autorità sanremesi, del Salone delle Feste del Casinò, luogo dove si era sempre svolto il festival, e vide gli organizzatori costretti a ripiegare all’ultimo minuto sul Teatro dell’Opera, che offriva solo una capienza di quattrocento posti, cioè un migliaio di meno del Salone. 


Ma questo non fu l’unico “problema tecnico”: durante la prima serata, tra l’esibizione del trio di Oscar Peterson e quello di Ornette Coleman, si sviluppò un principio d’incendio tra le quinte, con relativo panico, perdita di serenità e concentrazione degli ospiti e, per finire in bellezza, il mitico Sonny Rollins, che avrebbe dovuto chiudere la seconda serata con il Trio di Stan Tracey, non si presentò nemmeno nella città dei fiori.


Sul piano artistico, invece, altre “nubi” si andavano ad addensare su quel piccolo proscenio. Non vorrei soffermarmi su quelle appena delineate da Ornette Coleman che, dall’alto della sua statura musicale, si potè permettere di sperimentare con il violino e la tromba nel brano Snow Flakes and Sunshine, generando comunque non poche perplessità tra il pubblico, ma intendo proprio i cirrosi ammassi sonori soffiati da Steve Lacy e dal suo quartetto, «punctum dolens del festival», come lo definì Pino Candini, che così continuò «nel naufragio di Lacy è stato coinvolto il nostro trombettista Enrico Rava, che pur possiede, e non da oggi, innegabili doti naturali»
 .

Questo il ricordo di Rava «al sound check, gli organizzatori ed i giornalisti presenti non avevano idea di che musica aspettarsi da noi, ma alla fine delle prove gli sguardi erano preoccupati. Poi, finalmente il concerto. Sala piena. Grandi applausi durante la presentazione. Si comincia. Stiamo suonando da una decina di minuti, io con gli occhi chiusi, quando mi rendo conto che in sala sta succedendo qualcosa di strano. Apro gli occhi e vedo gente che si spintona. Molti si dirigono velocemente verso l’uscita. Alcuni ci urlano oscenità. In meno di un quarto d’ora la sala si svuota quasi completamente. Il giorno dopo sono uscite delle recensioni spaventose, come se suonare la musica che ti piace sia il peggiore dei reati. Ci hanno attaccato tutti, anche quei critici che pochi anni dopo sarebbero diventati filo-free-jazz. È stato veramente terribile, non tanto la reazione del pubblico, ma la critica, ferocissima. A causa di quelle stroncature ci cancellarono quasi tutti i concerti previsti nella nostra tournée italiana. Fortunatamente, si salvò un lavoro alla Radio RAI di Torino che ci salvò economicamente»
 .

Per avere un’idea del pensiero critico di allora, riporto uno stralcio d’intervista ad Arrigo Polillo, registrata da Mazzoletti su nastro magnetico la stessa sera del concerto e citata nel suo libro (pag. 630): «Coleman penso sia un artista dalla personalità notevole, sappia esattamente quello che fa e lo faccia molto bene, salvo come trombettista e violinista, ché come tale è davvero discutibile. Lacy penso che sia un eccellente musicista, ma in questo momento non sappia affatto quello che fa. Mi spiace di essere molto severo. Penso che questa strada non conduca da nessuna parte. Quello che dispiace, soprattutto, è che su questa stessa strada stanno camminando moltissimi in America e penso che questo sia un danno enorme per il jazz. Penso che se si dovesse continuare così entro due o tre anni il jazz non esisterebbe più»
 .

In ogni caso, nel bene e nel male, la strana avventura del Jazz in quel Festival senza vincitori fa parte della nostra Storia e va ricordato, come fece Polillo nel suo libro “Stasera Jazz”, consultabile online sul sito della Fondazione Siena Jazz.


Ma torniamo a quel III° Festival del Jazz del 1958, ed alla documentazione sonora che ci può aiutare a capire meglio qual’era l’atmosfera musicale di quell’evento e, soprattutto, ci offre una fotografia dello stato del jazz suonato in Italia sul finire degli anni Cinquanta.
 .

La FIDJ annunciò già dalla seconda edizione l’intenzione della Carisch a pubblicare un documento della serata, poi rinviato all’edizione successiva. In questo terzo appuntamento, nonostante un programma che vedeva infittirsi le partecipazioni degli ospiti stranieri, gli uomini della Federazione registrarono più di sette ore di musica suonata sul palco del Casinò di Sanremo, dalle quali vennero estratte le voci di più di trenta jazzisti italiani, in otto formazioni diverse immortalate nel disco in oggetto, con non poche sorprese.
 .

Infatti, in quella occasione, oltre ai “soliti noti” come il Quintetto Basso & Valdambrini, Glauco Masetti, lo svizzero italianizzato Franco Ambrosetti ed il Quartetto di Nunzio Rotondo, ci fu l’opportunità di registrare per la prima volta la tromba di Sergio Fanni, che incise il primo disco a suo nome solo nel 1960 per la mitica serie Jazz from Italy della Cetra, qui presentato come membro del complesso di Eraldo Volonté, accompagnati dalla ritmica di Renato Angiolini, Alceo Guatelli e Lionello Bionda.


Poi ci fu la conferma del pianista rivelazione della seconda edizione del festival, quell’Enrico Intra appena ventenne, che giunse a Sanremo direttamente dalla Sardegna, dove prestava il servizio di leva obbligatoria, qui sostenuto da Ernesto Villa e Pupo De Luca. Inoltre, fu registrato per la prima volta il Ten-Tette di Nunzio Rotondo, mai più documentato su disco, con Ennio Gabbi, Marcello Boschi, Gino Marinacci e Gil Cuppini, tra gli altri.

III° Festival Jazz Sanremo _ January 1958

Insomma, in questo disco troviamo fotografate le forze più rappresentative del cosiddetto jazz italiano moderno, in una versione live che trasmette energia e partecipazione e che immortala anche la vitalità del pubblico in sala, a differenza del freddo aplomb che accompagna molti concerti dei nostri giorni e, nonostante i modesti mezzi di registrazione, come ci ricorda più avanti Polillo nella sua recensione, resta un documento unico di un’era da molti solo immaginata e che adesso è possibile anche vivere, oltre che sentire.
 .

«con la pubblicazione di questo microsolco si realizza un nostro ormai antico sogno. Il risultato finale mi sembra più che soddisfacente; non foss’altro perché i nostri musicisti di jazz fanno sempre miglior figura su un palcoscenico che in uno studio d’incisione, anche se, naturalmente, le registrazioni di un concerto dal vivo non possono mai essere perfettissime da un punto di vista tecnico. I piccoli inconvenienti (qualche background un poco sordo, qualche nota fuori posto) sono tuttavia compensati ad usura dalla freschezza, dal calore, dalla validità jazzistica, insomma, delle esecuzioni, che, registrate in uno studio, sarebbero sicuramente più “pulite” ed acusticamente più nitide, ma anche più fredde e tutto sommato peggiori. Non si formalizzino, quindi, i musicisti, per qualche “scrocco” e per qualche pecca acustica: neppure i concerti registrati in America ne sono immuni. Quello che conta è il resto, e il resto funziona perfettamente, per tutti»


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Credits:

III° Festival del Jazz - Sanremo

Label: CARISCH
Catalog# TCA 15301
Format: LP
Country: Italy

Recorded in Sanremo,
18 and 19 january 1958


Tracklist:

1) Zoot (Mulligan) – 3:47
Sergio Fanni (trumpet), Eraldo Volonté (tenorsax),
Renato Angiolini (piano), Alceo Guatelli (bass), Lionello Bionda (drums)

2) The King (Basie) – 5:20
the same plus Glauco Masetti (altosax)

3) Lullaby For Trio (Basie) – 4:03
Enrico Intra (piano),
Ernesto Villa (bass), Pupo De Luca (drums)

4) This Is Always (Warren) – 3:05
5) L'amico del giaguaro (Valdambrini) – 8:00
Oscar Valdambrini (trumpet), Gianni Basso (tenorsax),
Gianfranco Intra (piano), Berto Pisano (bass), Gilberto Cuppini (drums)




1) Lover Man (Davis-Ramirez)  - 4:15
Flavio Ambrosetti (altosax), Piero Paganelli (piano),
Jean Siebenthal (bass), Bernard Pieritz (drums)

2) Memories Of you (Blake-Razaf)  - 3:40
Piero Paganelli (piano),
Jean Siebenthal (bass), Bernard Pieritz (drums)

3) Fine and Dandy (Swift-James) – 5:30
Nunzio Rotondo (trumpet), Leo Cancellieri (piano),
Sergio Biseo (bass), Gilberto Cuppini - drums

4) Then Men Blowin' (Rotondo)  - 6.45
Nunzio Rotondo, Peppe Cuccaro - trumpet
Ennio Gabbi – trombone, Marcello Boschi – altosax,
Marco Del Conte – tenorsax, Gino Marinacci – baritonesax
Bill Smith – bass clarinet, Leo Cancellieri – piano,
Paolo Pes – bass, Gilberto Cuppini - drums


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photos by Roberto Polillo
Art by Henry Matisse