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venerdì 8 novembre 2013

Massimo Urbani / Red Rodney Quintet _ LIVE AT ALEXANDERPLATZ _ 2 video, 1993

Appunti per una video/discografia di Massimo Urbani

                          
Video privato
1. Crazeology (C. Parker) 7’30”



Formazione: Massimo Urbani (as); Red Rodney (tp);
Andrea Beneventano (p); Dario Rosciglione (b); Gegè Munari (dr)

Registrato: Roma, Alexanderplatz Club, dal 10 al 16 maggio 1993

giovedì 7 novembre 2013

Massimo Urbani / Red Rodney Quintet _ LIVE AT ALEXANDERPLATZ _ video, 1993

Appunti per una video/discografia di Massimo Urbani
                          
Video privato
1. The Days of Wine and Roses (H. Mancini) 7’50”
2. Lover Man (R. Ramirez; J. Davis) 5’00”
3. Crazeology (C. Parker) cut track
4. The Theme (M. Davis) cut track



Formazione: Massimo Urbani (as); Red Rodney (tp);
Andrea Beneventano (p); Dario Rosciglione (b); Gegè Munari (dr)

Registrato: Roma, Alexanderplatz Club, dal 10 al 16 maggio 1993

venerdì 4 ottobre 2013

Massimo Urbani _ WILD GENIUS _ 1992


Credits:

Label: PHILOLOGY
Catalog#: W 313.2 (Cd, 2005) 

Country: Italy
Recorded: Live at “Eddie Lang Jazz Festival”, 
Monte Roduni (IS), 1992, August 9

Massimo Urbani (as);  Maurizio Urbani (ts); 
Antonello Vannucchi (p) ; Giorgio Rosciglione (b); Gegè Munari (dr)

Note: tracks #6,  as before, Bob Mover (as) add, same date; 



Tracklist:

1. Blues Intro (M. Urbani) 1’20”
2. Blues by Max (M. Urbani) 11’27”
3. Anthropology (C. Parker) 8’46”
4. Recorda Me (J. Henderson) 10’34”
5. There’ll Never Be Another You° (Gordon; Warren) 11’41”
6. Cherokee (R. Noble) 10’17”


domenica 11 agosto 2013

Mario Schiano presenta Nicola Arigliano al night club “Il Sorpasso” con l'Orchestra I Primi


Eccomi da voi con un post al volo, che sono giusto di passaggio, dedicato ad una calda estate di quasi trent’anni fa, alle stupende sfaccettature di Mario Schiano, alla geniale creatività di Nicola Arigliano e, perchè no, ai sogni.

«l’occasione di mettere su un vero e proprio night mi fu offerta nel 1984, in occasione della grande festa de “l’Unità” che si svolgeva a Roma. In quell’anno c’era stato lo storico “sorpasso” del PCI sulla Democrazia Cristiana alle elezioni europee. Fu un momento esaltante, certamente agevolato dall’ondata di emozione che aveva suscitato la morte di Enrico Berlinguer pochissimo tempo prima, anche se la crisi del partito sembrava ormai in atto. Ricordo ancora l’edizione de “l’Unità” che titolava a tutta pagina “PRIMI” » (in realtà Schiano si riferisce ad un’edizione speciale di 16 pag. uscita lunedì 18 giugno 1984 con il grande titolo in rosso, mentre la prima pagina nazionale di quel giorno aveva un altro titolo, che vedete in foto. N.d.r.).


«Gli organizzatori mi affidarono l’incarico di ricostruire un vero e proprio night-club anni ’50, un sogno per me: una ricostruzione filologica, dettagliata, dai personaggi agli arredi. In questo night, che volli chiamare Il Sorpasso anche in riferimento al famoso film di Dino Risi, invitai i migliori musicisti italiani per questo genere di operazioni (Antonello Vannucchi, Giorgio Rosciglione, Gegè Munari, Nino Rapicavoli, Silvano Chimenti erano la base, alla quale si aggiungevano di volta in volta ospiti come Oscar Valdambrini, Carlo Pes, Lino Quagliero…) e li battezzai I Primi, come da titolo de “l’Unità” ma anche perché lo erano sul serio…  »


«Convocai tutti i più famosi cantanti dell’epoca, quelli disponibili, e soltanto Carosone mi disse: “Marittiè, pé venì m’avessa purtà ‘o pianefforte mie!” perché lui suonava soltanto sul suo strumento; gli altri vennero tutti, da Umberto Bindi a Tony Dallara a Betty Curtis, mia… “fidanzata” tv di tanti anni prima, con la quale ebbi modo di cantare un paio di canzoni (lo aspettavo da un quarto di secolo…). Affidai la conduzione a Nicola Arigliano, che in queste situazioni è l’ideale: un grande intrattenitore e un grande crooner. Lo fa, però, sempre con garbata ironia, cosa che apprezzo molto. Il successo fu imponente con recensioni entusiastiche su tutti i quotidiani. Dell’evento esiste un ricordo discografico: Mario Schiano presenta Nicola Arigliano al night club “Il Sorpasso” con l'Orchestra I Primi»


Estratto da “Un Cielo di Stelle - Parole e Musica di Mario Schiano” a cura di Pierpaolo Faggiano _ Manifestolibri 2003



Credits:

Nicola Arigliano
Orchestra I Primi

Label: Soundstudio
Catalog#: ST 012
Format: LP
Country: Italy
Released 1985

Nicola Arigliano (voc),
Antonello Vannucchi (p),
Nino Rapicavoli (tenor sax, cl, fl),
Giorgio Rosciglione (bass),
Gegé Munari (drums, perc),

Silvano Chimenti (g) add on some tracks

Tracklist:
 

1) Amorevole – 3:00
2) Mack the Knife – 3:00
3) Laura – 3:30
4) Jessica – 2:55
5) Night and Day 3:40




1) I Can’t Give You Anything But Love – 3:50
2) Arrivederci – 2:50
3) She’s Funny That Way – 3:20
4) Georgia on My Mind – 4:00
5) My Wonderful Bambina – 4:00
 

N.B. Come vedete ho questo disco senza la copertina originale; se qualcuno di voi lo possiede e vuole condividere l'immagine per completezza, farebbe cosa gradita. 
 

lunedì 28 gennaio 2013

Mario Schiano _ All Of Me _ Sings My Funny Valentine, 1999


Uno dei dischi più interessanti, a mio parere, ed intensi del 2012, non è solo un doveroso omaggio a Mario Schiano, uomo curioso e musicista tra i più attivi e sorprendenti e, forse proprio per questo, artista anomalo in un panorama che privilegia la ripetitiva uniformità collaudata, ma riporta alla luce, sotto forma di ghost track, anche uno stralcio fondamentale della sua poetica: il sincero amore e la profonda conoscenza del jazz tutto, trasmutato attraverso l’utilizzo della propria voce nella forma più originale e lontana dall’imitazione passiva degli stilemi afroamericani.


Di solito, quando si scrive «voce» per un musicista, s’intende il suono e la riconoscibilità del suo strumento, e sarebbe termine adatto soprattutto per il sassofono di Schiano, che ha giocato un ruolo unico nella evoluzione del jazz in Italia, ma in questo caso intendo proprio la sua voce come canto, in quanto l’ultima traccia di If Not è quella Song, già pubblicata nel febbraio del 1977 a conclusione del disco “Test”, registrato da Mario con quattro giovanissimi musicisti romani tra cui Maurizio Urbani, fratello minore di Massimo, che enuncia in maniera unica, ironica e sinceramente iconografica, la più disincantata delle utopie: il jazz non ha confini di sorta, il jazzista non ha limiti di forma.


Cito da Francesco Martinelli «Schiano ha descritto il rapporto con il sax con una frase che vale la pena di riportare: "Lo strumento mi risultava sempre come qualcosa di magico, un prolungamento cromato dell'esofago, che lasciava cantare fuori le cose di dentro". Si manifesta qui un rapporto con la musica che è viscerale nel senso più pregnante: tornano alla mente le pagine di Barthes dedicate alla grana della voce, "qualche cosa che è direttamente il corpo del cantante, trasportato in un solo movimento alle vostre orecchie, dal fondo delle caverne, dei muscoli, delle mucose, delle cartilagini...come se una sola pelle tappezzasse la carne interna del cantante e la musica che egli canta". Nell'opposizione teorica tra feno-canto e geno-canto introdotta da Julia Kristeva e presa da Barthes come punto di partenza, il geno-canto è "lo spazio in cui i significati germinano dal dentro della lingua e della sua stessa materialità... un gioco significante estraneo alla comunicazione, alla rappresentazione, all'espressione... non ciò che si dice, ma la voluttà dei suoi suoni significanti". »


È nota la fascinazione per l’avanspettacolo, per la tradizione musicale e per l’atmosfera dei night club di Mario Schiano, probabilmente retaggio delle proprie origini ma, più sicuramente, mezzo per affermare la sua iconoclastica partecipazione alla storia culturale di questo paese, tanto quanto è conosciuta, anche se raramente ricordata, la sua attiva presenza sui palcoscenici d’avanguardia, la sua irriverente e graffiante ironia culturale, la sua contrapposta posizione rispetto ai potenti ed i puristi del jazz.


Mario Schiano è stata la vera cartina tornasole del jazz italiano, sempre improvvisamente dall’altra parte della barricata che l’establishment dell’italietta musicale tendeva a costruire.
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Uomo incompreso del «’o vero free» già a metà degli anni Sessanta, mentre i jazzisti si prodigavano ancora nelle più comuni registrazioni delle colonne sonore cinematografiche o della musica d'atmosfera a metraggio; musicista singolare e cane sciolto nei confronti dei gruppi orchestrali che accompagnavano i cantanti più popolari, o infoltivano le orchestre RAI, ma che raramente vedevano i loro nomi stampati sulle copertine; coraggioso amante del Varietà e dell’avanspettacolo d’antan mentre, sul finire degli anni Settanta, le avanguardie cercavano gelosamente di mantenere a galla il loro status quo di modernisti in un immobile stagno creativo. Nessuna strada maestra, nessun compromesso, a qualsiasi prezzo. 
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Questo sembra essere il suo più sincero insegnamento.


Ma se della sua musica si è scritto, anche se mai abbastanza, è del suo rapporto con la forma canzone e con lo spettacolo più in generale che vorrei approfondire.

Già nel 1974 Schiano realizzò un «disco-spettacolo», o quello che probabilmente è il primo concept album inciso da un jazzista: Partenzadi Pulcinella per la Luna, che inizia proprio con un’apertura di sipario, si apre e chiude con una sigla da varietà e che ebbe anche una trasposizione televisiva operata da Tonino Del Colle, che generò non poche incomprensioni anche tra gli altri colleghi del jazz.


Nel 1978, dopo essersi confrontato con un disco in solo (AndHis All Stars), con l’anima dell’improvvisazione americana (Rendez-vouscon Sam Rivers) e con la scuola europea (AEuropean Proposal), infatti Mario Schiano decise, in maniera anacronistica, che era arrivato il momento di dover rendere omaggio alla grande tradizione della canzone americana, ed incide OldFashioned al sax alto, con un giovanissimo Antonello Salis al pianoforte.

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Dell’anno successivo è “Un Cielo di Stelle”, vero e proprio Varietà realizzato su vinile con l’inseparabile Vittorini. L’idea di fondo è questa: sul finire degli anni ’70, cominciano a sfumare le spinte culturali e politiche ed affiora l’arroganza, l’incompetenza e la voglia di successo fine a se stessa; due jazzisti falliti decidono di tentare la strada del Varietà e cercano di vendere il loro spettacolo ad un manager americano, accompagnato da due fidi impresari nostrani, guarda caso un perugino ed un bolognese. Gli impresari lasciano presto il teatro disgustati, mentre lo spettacolo finisce a scatafascio. I due musicisti se ne vanno sconsolati chiedendosi che cosa non ha funzionato.
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Molto più che un disco, una concreta ed urticante visione degli edonistici anni ’80.
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Oramai la sfida era lanciata, con la critica che appena appena si divertiva per lo spettacolo, ma che non riusciva nemmeno a fare un ragionamento su quelle schegge di follia creativa. Per il disco successivo, “Swimming Pool Orchestra”, Mario Schiano decise non solo di proseguire con l’ironia della provocazione (due musicisti sono chiusi in uno studio di registrazione fatiscente, dove il fonico cerca di riparare le tubature dell'acqua. I due provano nell'attesa, litigano, fino a quando lo studio si allaga e il disco non si può più fare), ma di affondare il colpo, invitando in studio Umberto D’Ambrosio, in arte Trottolino, un idolo dell’avanspettacolo, oramai dimenticato e che morirà alcuni mesi dopo, facendogli interpretare il testo di ‘O Vero Free (‘O vero free era chillo ‘e ‘na vota, tuccava ‘o core ‘o vero free…).
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Dopo aver cantato per qualche minuto alla fine dell’album Test, nel 1977, aver suonato a modo suo gli standard americani con Salis, aver omaggiato il Varietà e l’avanspettacolo con due lavori geniali, sarà solamente nel 1983 che Schiano si deciderà a ricordare gli anni del night, cioè quelli delle sue origini. Fu così che, in una decina di sedute, affiancato dal solito Vittorini, inciderà in maniera artigianale una manciata di canzoni italiane, omaggi al Maestro D’Anzi ed a Fred Bongusto, su 250 esemplari numerati e firmati di audiocassette: Mario Schiano e la Sua Orchestra – Premio Vongola d’Oro 1983. Un Must!
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Successivamente, Schiano ebbe ancora modo di mettere in pratica il suo sogno, perché un conto è ricostruire le atmosfere del varietà in un disco o reinterpretare le fumose canzoni dei night d’una volta su cassetta, tutt’altro è mettere in piedi un night club.
Nell’anno dello storico sorpasso del PCI sulla DC, in occasione della Festa dell’Unità di Roma, Schiano ricostruì un vero e proprio night anni ’50, chiamato “il Sorpasso”, anche in riferimento al film di Dino Risi, nel quale invitò i migliori musicisti italiani, da Gegè Munari a Carlo Pes, da Antonello Vannucchi ad Oscar Valdambrini, da Giorgio Rosciglione a Lino Quagliero, che ribattezzò “I Primi”, giocando sul titolo del quotidiano comunista che così titolava a tutta pagina i risultati di quell’elezione.
Su quel palcoscenico, sotto la conduzione ironica e scanzonata di Nicola Arigliano, passarono i più famosi cantanti dell’epoca, come Umberto Bindi, Tony Dallara, Betty Curtis… e Mario gongolava come un bambino alla festa del paese.
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Ma veniamo al 1999 ed all’ultimo omaggio alla canzone registrato da Mario Schiano, questa volta per l’intero disco senza il suo sax, ma solo con l’ausilio della sua particolarissima voce: quel My Funny Valentine registrato con il suo amico di sempre, Gegè Munari alla batteria, oltre a Cicci Santucci alla tromba, Maurizio Giammarco ai sassofoni, Antonello Vannucchi al piano e Giorgio Rosciglione al contrabbasso.
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Sicuramente ci sarà chi penserà che Mario Schiano non sapeva cantare, come erano tanti quelli che pensavano che lui non sapesse suonare… per me sentire la voce di Mario è un’emozione così forte che sento il dovere di condividere con chi ha la capacità di sentire, oltreché ascoltare.
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Chiudo prendendo a prestito ancora una volta le parole di Francesco Martinelli, che Mario lo ha conosciuto, studiato e capito: «Il cliché della presunta carenza di tecnica strumentale da parte di Schiano, una delle sue molte eresie che amava sventolare sotto il naso dei puristi, è stata usata per schivare i problemi posti dalla sua musica. L'accusa ricorrente di "non saper suonare il blues", a confronto delle periodiche lodi rivolte a crudi imitatori di passati stili e musicisti rivela non solo una mancanza di comprensione della musica di Schiano, ma una serie di fraintendimenti di base della musica afroamericana. In mancanza di essa, tali critici non sono ben posizionati per discutere i rapporti tra musica europea e jazz. 

I musicisti che mettono in discussione confini e concetti vengono sempre affrontati sul piano tecnico: sono incapaci di suonare o dotati di un inutile virtuosismo. Uno schema "a doppio vincolo" applicato a Charlie Parker e Thelonious Monk, ripetuto con John Coltrane e Albert Ayler, riciclato ancora con Evan Parker e Derek Bailey. Incapace di mettere in discussione con la musica il proprio ruolo, il "critico" si rifugia nell'attacco tecnico, apparentemente neutrale, per scappare dai problemi posti dalla musica. Mancanza di tecnica e tecnica eccessiva convergono sempre, in questi attacchi ispirati da una falsa ideologia, nel peccato capitale e indicibile, la mancanza di "swing”».


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Credits:

My Funny Valentine

Label: Splasc(h) Records
Catalog# CDH 697.2
Format: CD
Country: Italy

Recorded in Rome
on March 2, 5 and 11, 1999

Mario Schiano (vocals),
Cicci Santucci (trumpet, flugelhorn),
Maurizio Giammarco (tenor sax, soprano, flute),
Antonello Vannucchi (piano),
Giorgio Rosciglione (bass),
Gegè Munari (drums)


Tracklist:

1)     My Funny Valentine – 2:31
2)      Somebody Loves Me – 2:22
3)      All Of Me – 5:19
4)      Out Of Nowhere – 3:51
5)      Embraceable You – 3:54
6)      I Can’t Give You… - 4:37


7)      ‘S Wonderful – 1:13
8)      Ain’t Misbehavin’ – 2:54
9)      Bye Bye Blackbird – 4:43
10)  It Had To Be You – 3:56
11)  Yesterdays – 5:05
12)  It Don’t Mean A Thing – 2:33
13)  You Do Something To Me – 2:03


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Art by Jean Dubuffet
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lunedì 13 febbraio 2012

Max's Eyes _ Massimo Urbani & Red Rodney Live at Alexanderplatz _ 1993


“Io penso che si possa vivere con il jazz. Penso che in Italia non si sia mai combinato nulla di buono per il semplice fatto che il musicista parte con l’idea di non poter vivere con il jazz e continua cosi senza provare, senza rischiare nulla, senza cercare spazio. Purtroppo nessuno ha mai pensato di andare dall’altra parte dell’oceano a cercarsi una strada; sono stati sempre bene qui. Se avessero voluto andare sarebbero andati. Se tu vuoi suonare vai, come ha fatto Enrico Rava, non devono cercare scuse. Per me queste cose non hanno scuse: se tu vuoi suonare la tua musica la suoni, non importa dove, ma la suoni. Io non credo ai musicisti falliti o ai geni incompresi: se tu vuoi suonare suoni, non potrai diventare molto famoso, ma puoi suonare. Se sei bravo puoi suonare la tua musica anche in Italia. Soltanto che in Italia non si sono mai arrischiati. Basta pensare che ormai da venti anni molti si sono sistemati alla RAI, o come programmisti o come orchestrali, si sono adagiati sulle cose comode, ed ora si lamentano di non aver potuto fare la professione. Il fatto è che non hanno mai tentato di farla: si sono accontentati di fare i musicisti da studio.

Posso capire che vent’anni fa non c’erano le possibilità che ci sono oggi, però se ci fosse stato qualcuno che avesse veramente voluto suonare il jazz, avrebbe potuto farlo. Sarebbe andato altrove, magari facendo anche la fame, rischiando. Io preferirei non vivere piuttosto che fare una vita così. Questa è la mia vita: io o faccio questo o non faccio niente. Per me non c’è alternativa, non potrei vivere impiegato in un’orchestra. Non potrei proprio farlo, per nessun motivo al mondo”.
 .
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Basterebbero queste parole di Massimo Urbani, rilasciate a Mario Luzzi all’inizio del 1975, per conoscere meglio il suo universo musicale, per tratteggiare con più realismo il suo profilo umano ed anche per illuminare qualche angolo del jazz italiano che la sua morte ha lasciato nell’oscurità.


“Molto francamente, posso dire che a quei tempi il fatto di essere così considerato sia dal pubblico che dalla critica mi riempiva d’orgoglio, ma stava anche diventando una prigione dorata: non per i guadagni, beninteso, ma perché m’impediva di continuare a sviluppare il mio lavoro. Ricordo che allora suonavo molto «free» con una carica emozionale e fisica che conservo ancora perché fa parte del mio modo di essere, di vivere e di pormi di fronte alle cose, e la gente vedeva solo questo, o quasi, condizionando anche me, impedendomi di andare avanti, di suonare altre cose. C’è voluto un periodo di ripensamento, di inattività quasi totale, per capire dove andare, cosa fare”.


Basterebbero le sue parole, in questo caso rilasciate a Carlo Verri nella primavera del 1981, per comprendere la maturità con la quale costruiva la sua ricerca e la fragilità di ragazzo con la quale affrontava la vita.


“M.U.: Purtroppo molte cose sono cambiate in senso negativo, di pari passo con quanto è avvenuto nella società in generale. C’è un maggior interesse per il successo, un rispetto minore per l’Arte; e poi spesso manca la spontaneità. Devo essere sincero, ascolto molti musicisti che non hanno idee, suonano jazz ma sarebbe meglio che non lo facessero, propongono musica che non significa niente, che è solo cattiva musica.

M.F.: Vuoi dire che secondo te il rilievo dato ai recenti sviluppi del jazz italiano è esagerato?

M.U.: In Italia ci sono almeno venti musicisti di livello mondiale, che non hanno da temere niente da nessuno, e sono loro che danno un’immagine così positiva del nostro jazz. Ma ci sono moltissimi musicisti attivi e non tutti sono su questi livelli, anzi… Devo dire che però si riscontra ancora emarginazione per il jazzista italiano, ad esempio in televisione, ma non è solo colpa dei giornalisti, fa parte della nostra mentalità, la stessa che porta i musicisti ad una rivalità sbagliata, ad una competitività basata sulla cattiveria. In Francia, o in altri paesi, tra i musicisti c’è uno spirito differente, un aiuto reciproco che ti permette di raggiungere certi risultati. Qui manca un’unione, un movimento artistico, un fermento che lega gli uomini. E quando manca questo, purtroppo, non esiste nulla.

M.F.: È strano che tu, probabilmente il musicista più precoce nella storia del jazz italiano, abbia vissuto questo decennio di crescita del nostro jazz in maniera un po’ defilata, quasi stando a guardare cosa succedeva.

M.U.: È qualcosa che mi ha in parte scavalcato e mi ha creato dei periodi di crisi; non trovando sbocchi di lavoro, e producendo meno di molti altri, mi sentivo quasi inadeguato. Per un certo periodo mi sono sentito inghiottito da questa spirale, e mentre c’erano musicisti che incidevano a ripetizione io restavo a guardare”. 


Basterebbero le sue parole, quest’ultime rilasciate a Maurizio Franco nel marzo 1993, le parole e la sua musica, per completare un commento critico meritocratico, anziché tentare di costruire architetture agiografiche intorno alla sua geniale e dannata immagine. 

Spesso la sua figura è stata fatta muovere su falsi fondali, più per ricreare un artefatto palcoscenico intorno ad un personaggio che sfuggiva a qualsiasi etichetta che per fotografare la quotidiana vitalità di Massimo, è stata piazzata in mezzo a finte scenografie che reinventavano il paesaggio reale in cui Urbani ha vissuto, è stata avvistata in luoghi forzatamente mitologici nei quali Max non sarebbe mai entrato o, se costretto dagli eventi, dove avrebbe camminato con enormi difficoltà.


Esistono due importanti documenti su Massimo Urbani, l’intervista video di Paolo Colangeli ed il libro di CarolaDe Scipio, belli ed importanti anche se incentrati quasi esclusivamente sui sentimenti (aspetto quanto mai caro al nostro Max) e sui ricordi oramai trasformati dagli affetti, ma esiste una grande confusione storica ed una dispersione di dati raccolti da tantissimi fans, ma non organizzati organicamente.


Per esempio il disco che apre questo post, riporta la data di Dicembre 1993, quando è noto che Massimo Urbani ci lasciò nella notte tra il 23 ed il 24 giugno dello stesso anno e, molto probabilmente, questo fu tra i suoi ultimi concerti, come documenta la scritta lasciata da Red Rodney sul muro del club romano.

Esiste anche un video di quella formazione, che ha suonato per un'intera settimana al club.


Ecco, mi piacerebbe rimettere a fuoco questo musicista attraverso una biografia univoca, una cronologia degli eventi, una discografia aggiornata, una galleria fotografica ed una raccolta dei materiali inediti.

Mi piacerebbe rendere a Massimo Urbani quel che gli spetta, cioè un realistico ritratto per non farlo dimenticare, e permettere ai tanti che non lo hanno conosciuto di approfondire la vita e la musica di questo musicista, non attraverso gli aspetti più privati e folklorici tanto cari a certa critica, ma raccogliendo i dati, diffondendo il suo pensiero attraverso le sue parole, condividendo la sua musica.

E per farlo ho bisogno di voi.



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Credits:

Label: A.C. Villa Celimontana
Catalog #: CD 04002
Format: CD
Country: Italy

Recorded at Alexanderplatz Club,
 Rome 1993, June

Massimo Urbani (alto sax),
Red Rodney (trumpet),
Andrea Beneventano (piano)
Dario Rosciglione (bass),
Gegè Munari (drums)

(note: several mistakes in the liner notes)


Tracklisting:


1) Red Snippers
2) Take Off Your Shoes and Listen to the Blues
3) So What
4) The Days of Wine and Roses



5) School Days
6) Lover Man
7) This I Dig of You
8) Presentazione Blues

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