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mercoledì 24 aprile 2013

Giovanna Marturano in Bimba Col Pugno Chiuso meet Guido Mazzon in E Ora Parliamo Di Libertà


Non c’è altra via che combattere, questo è il fatto, e non combattere il giorno stabilito, cioè quando c’è un anniversario, ma combattere tutti i giorni, in tutti gli episodi della vita.
Dal lavoro si può andare in pensione, ma dalla lotta no. La lotta non si può mollare, anche quando sembra che non c’è nessun risultato possibile, serve sempre. Non è vero che lottare non serve.

Giovanna Marturano è una piccola donna di 101 anni, con la gioia di vivere di una bambina.


Mio padre era il classico impiegato dello stato, che ci teneva alla carriera e non si occupava di politica. Lui non era fascista, non gli piaceva il fascismo, mia madre invece era proprio contro il fascismo.

Nelle sue parole risuona la storia del ‘900 italiano, quella di una donna e di una famiglia comune, come la definisce lei, ma che comune non è.


Il nuovo, la civiltà, l’evoluzione da chi viene? Non viene certo dagli anziani. Dobbiamo avere anche un po’ di modestia e non andare dai giovani come dei professori, non è questo che serve, dobbiamo imparare anche da loro.
L’esperienza che abbiamo fatto non basta, dobbiamo fare ogni giorno nuove esperienze, sennò non possiamo spostare niente, questa è la cosa.

La sua è una storia di parte, di quella parte che per un secolo ha lottato contro il totalitarismo fascista e per una vera giustizia sociale.


Io c’ho una certa età, ogni tanto me la sento ed ogni tanto non mi sembra vero ma, per quanto poca forza io abbia, sono decisa a continuare a lottare ancora. Una delle cose più importanti che posso fare è portare la mia testimonianza, perché ormai siamo pochi, a poter testimoniare di persona, delle lotte che abbiamo fatto

Giovanna sa raccontare e le piace farlo, attraverso i suoi libri, attraverso incontri con le nuove generazioni, attraverso interventi politici, davanti ad una videocamera.


Il fascismo è stato un obbrobio, una cosa tremenda, è stato l’imitazione della libertà, della democrazia, della giustizia.
Un giorno mio fratello andò vicino a Milano per aiutare dei compagni ad impiantare una tipografia clandestina. Come si può immaginare, ci fu una spiata e i fascisti andarono sul luogo e lo trovarono che stampava manifesti.


Di conseguenza vennero a casa nostra all’alba per fare una perquisizione e trovarono la traduzione dal francese di un libro “proibito” intitolato Fascisme et révolution e loro cominciarono ad indagare su chi aveva fatto la traduzione. La traduzione la facevamo in tre: mio fratello, mia sorella ed io e la scrittura di mia sorella e di mio fratello si somigliavano, mentre la mia no. Quando mi chiesero chi faceva quel lavoro io negai, ma loro presero un quaderno che c’era in casa con il mio nome e cognome, gli appunti di chimica, e ripeterono: e questo?!... e mi portarono in galera.

Lo fa con la lucidità di chi ha vissuto la vita e conosce il senso vero delle cose, ma soprattutto lo fa con ironia e schiettezza.


Mentre mi portavano in galera in taxi, perché io sono andata in taxi in galera, con un carabiniere e due agenti in borghese, tre persone… una pericolosa…, si fermarono davanti al carcere minorile e mi chiesero: scusate quanti anni avete?! Perché io allora ero giovanissima…
L’arresto di mio fratello fu il più tremendo, poi ci fu quello di mia madre, che ci colpì a tutti molto, ma questo era l’arresto mio e, sinceramente… non me ne fregava niente.

Spesso cerchiamo miti lontani e icone rivoluzionarie, solitamente non crediamo possibile essere partecipi di qualcosa di importante nella nostra semplice quotidianità. Per Giovanna è stato naturale ma, per fortuna, qualche volta c’è chi si impegna per aiutarci a ricordare questo.
Di fatto, si chiamano Todomodo.


Bimba col pugno chiuso vuole raccontare il percorso esistenziale di Giovanna, partendo dai suoi ricordi di bambina che vide la marcia fascista su Roma nel ‘22, fino ad arrivare alla sua attuale lettura del presente e al suo costante impegno politico, che le fa dire “non c’è altra via che combattere, questo è il fatto. Dal lavoro si può andare in pensione, dalla lotta no.”


A differenza del classico documentario di memorie, non si avvale di materiale di repertorio. Le parole di Giovanna prendono forma attraverso il disegno e ci conducono in una nuova dimensione, dove ricordo personale e storia collettiva si fondono e confondono. I racconti di Giovanna sono infatti “illustrati” da disegni ed animazioni realizzati da MaurizioRibichini, in collaborazione con Salvo Santonocito e Adriano Mestichella, con le musiche di Amy Denio, Roberto Fega, Ludovica Valori, Roberta Montisci, Paolo Camerini e Bianca Giovannini.


Bimba col pugno chiuso è prodotto da 441 persone e realtà associative, sparse in tutta Italia e non solo, che hanno scelto di sostenere la sua realizzazione attraverso la campagna di crowdfunding, che è stata lanciata sul portale produzionidalbasso.com, e pure questo è lottare.


Domani, 25 aprile 2013, si potrà godere di Bimba col pugno chiuso al cinema Aquila di Roma, via L’Aquila 66, al Pigneto; doppia proiezione: alle ore 20:30 e alle ore 22:30.

Guardare, in rarissimi casi, è un po' come partecipare.
Buona visione!



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Credits:

Label: PDU
Catalog#: Pld. A. 6024
Format: LP
Country: Italy
Released: 1975, february

Guido Mazzon (tp, flgh, p),
Roberto Bellatalla (bass), Toni Rusconi (drums).

On track «UFFA!» add
Daniele Cavallanti (ten. sax), Filippo Santi (trne), Edoardo Ricci (alto sax)

Tracklisting:


A1) Ed Ora Parliamo Di Libertà (prima parte)
A2) G.M.M. 8.7.74
A3) Canto Facile – Biancaneve
A4) C’era Una Volta Un Re
 .


B1) Fino Alle Radici
B2) «UFFA!»
B3) Rigmarole
B4) Ed Ora Parliamo Di Libertà (seconda parte)



lunedì 22 aprile 2013

L’Arte in Questione, ovvero per riprendere, certamente non per concludere, ma nemmeno per lasciar cadere nel vuoto ideologico, la questione del download _ The Unrepentant Ones by Mario Schiano, Mazzon, Schiaffini, Geremia, Tommaso, Rusconi _ 1986


Una delle cose che ho imparato in fretta nel mio lavoro, da quando le e-mail sono diventate lo strumento principe della comunicazione, al pari degli sms nei rapporti personali mediati dalla tecnologia, è stato di lasciar decantare le risposte.


Nel senso che, a differenza della diretta comunicazione interpersonale, che dona allo strumento verbale una percentuale minima di significante, forte dell’empatia e della comunicazione non verbale che tutto il corpo emana, le risposte scritte a temi delicati o ad annosi problemi sgorgate dallo scrivere torrenziale ed inviate simultaneamente attraverso un’infinitesimale click, spesso offuscano il dialogo attraverso nebbie interpretative ed ombre di fredde sentenze.


Per questo torno solo oggi a Reflections on Download, quel post che ha raccolto diversi commenti e, soprattutto, un utile confronto tra alcuni dei frequentatori di questo stupido blog.

Senza cadere nella retorica, ringrazio tutti quelli che hanno dedicato un poco del loro tempo al tema, e spero che un giorno questo verrà ripreso ed affrontato su platee più ampie, come le pagine di una storica rivista o in qualche tavola rotonda di un lungimirante festival, perché si può essere d’accordo o meno sul download, ma non si può eludere quello che questa modalità, una volta rivoluzionaria, ha portato alla storia della fruizione della musica.


Diversi gli spunti che mi hanno aperto a nuove considerazioni:
primo fra tutti quello lanciato da Alessandro, riportando un’interessante articolo di Chris Cutler, musicista e produttore indipendente, che ha dato la stura ad un dibattito sviluppatosi su The Wire. Su questo c’è da dire che se può essere vero che il download, non stabilito dall’artista stesso, potrebbe minare la diversità musicale e mettere a repentaglio la sostenibilità delle piccole etichette discografiche, è anche vero che i nuovi approcci produttivi, così come quelli promozionali forti dei social network, permettono la raccolta di fondi in fase di pre-produzione attraverso il crowdfunding, come per la già citata esperienza de El Gallo Rojo, saltando a piedi pari l’ansia da prestazione, la contrattazione delle royalties (da 5 a 10% sulle vendite) e tutta la difficile filiera della distribuzione del prodotto, creando un rapporto di fidelizzazione diretto tra l’artista e gli appassionati ed un rientro garantito dell’investimento a capo del progetto. 
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E questo non riguarda solo le etichette indipendenti; nuovi modi d’intendere il mercato discografico ci sono stati offerti già diversi anni fa anche dai Radiohead, con la condivisione/pubblicazione dell’album In Rainbows, scaricabile direttamente dal sito ufficiale gratuitamente, o con una libera donazione, al quale è seguito la pubblicazione fisica dello stesso in vinile, in un Deluxe Discbox che conteneva anche  extra tracks, fotografie ed altro.



In ogni caso, nonostante i buoni spunti di ragionamento lanciati dallo scritto di Cutler, mi trovo più in sintonia con un altro Chris quando dice sul suo blog che una piccola band "non ha niente da perdere a cedere gratis la sua musica, niente salvo l'opportunità di vincolarsi a un'azienda, ferma a un modo di far soldi con la musica buono giusto per il secolo scorso. "


Poi è stato abbozzato il discorso sull’etica, analizzandolo però rispetto ai risultati dell’azione, non riguardo alle intenzioni che muovono alla stessa.
Mi spiego:
se un giorno, per salvare un uomo dalle fiamme io mi precipitassi in casa sua, rischiando di bruciare vivo, e poi quell’uomo si rivelasse un individuo spregevole o, addirittura, un pluriomicida… io avrei sbagliato a tentare di salvarlo?


E questo discorso non può lasciarsi confondere nemmeno dal “valore” dell’azione, cioè noi diciamo che il download è cosa buona e giusta, che è utile per cose introvabili e talvolta indispensabili per la conoscenza, ma il gesto resta ugualmente soggetto ad una legge, del 1941, che non dovrebbe ammettere eccezioni, ad esempio:
se io venissi fermato da una pattuglia proprio dopo aver terminato un graffito sul muro, credete che gli agenti deciderebbero il da farsi a seconda della bellezza, o meno, del mio gesto artistico o mi affibbierebbero a prescindere l’art. 639 per deturpamento e imbrattamento di cose altrui?


Per finire, il tema più curioso è stato quello della proprietà intellettuale, o della tutela delle opere dell’ingegno, affrontato sia da GMG che da LC, che ha citato l’illuminatissimo editore dell’Adelphi. Devo dire che l’argomento è interessante, ma solo se in questa sede vogliamo cambiare prospettiva e ridimensionare la tutela della proprietà patrimoniale rispetto a quella dell’intelletto (oppure cambiamo nome al tema, che diventa tutela del salario artistico e via).


Cioè, il Peterson che acquista l’etica a forfait e la rivende a 20€ a cd è ok? E quei proventi son tornati indietro agli artisti o si sono fermati tra Londra e Porto Empedocle? E tutti gli altri musicisti registrati per la HORO che, de facto, si vedono privati dei possibili proventi solo perché chi detiene le carte decide di non renderle disponibili, cosa pensano?

Sull’editoria il discorso sarebbe ancora più ampio, e forse questa non è la sede adatta, basta ricordare che non si sa quanti scrittori in causa ci sono in giro.



Sicuramente, ci sarebbe un discorso di categoria da fare e, oggettivamente, bisognerebbe tentare di ricostituire una nuova tutela del lavoro tutto, ma ci sarebbe anche un concetto più ampio che tocca la possibilità di godere del bene artistico da parte della maggioranza, l’imposizione degli abbassamenti dei prezzi da parte degli artisti stessi, la condivisione come fondamentale elemento culturale ed educativo, le leggi che tutelano la smania di profitto che governa nell’industria discografica, che invece non ha tutelato le “sue” opere culturali (per questo molti dischi sono rari ed introvabili) ma che si è battuta senza tregua per difendere i suoi meschini interessi, solo i suoi, né quelli degli acquirenti e nemmeno quelli dei musicisti.



«Erano anni molto difficili, soprattutto di grandi pentimenti. Dopo un lungo periodo di riflessione, grazie all’iniziativa di Pasquale Santoli, titolare di quella famosa rubrica che si chiamava “Un Certo Discorso” e grazie anche al direttore di Rai Radio Tre, l’indimenticabile Enzo Forcella, ci fu offerta l’occasione di rivederci tutti, quelli che – grosso modo – erano rimasti tali e quali: Bruno Tommaso, Giancarlo Schiaffini, Renato Geremia, Guido Mazzon […]
Ne venne fuori un bel long playing, promosso da Radio Tre, The Unrepentant Ones, stampato dalla Fonit Cetra, azienda discografica pubblica, consociata Rai. Nel ’90 la casa ristampò il disco in cd, probabilmente perché obbligata a farlo per statuto o cose del genere; un’operazione condotta malissimo, senza alcuna pubblicità, e non ricordo più nemmeno come ne venni a conoscenza. Fatto sta che quando contattai la Cetra per chiedere se era possibile acquistare copie del cd, mi dissero “avrebbe dovuto chiamarci il mese scorso, le abbiam trinciate tutte…”»


Le opere dell’ingegno, invece di essere utilizzate come strumenti di fratellanza, suonate come diffusori di sensibilità, mostrate come immagini di confronto, sono state manipolate per anni dall’industria discografica come armi di guerra, sono state utilizzate dalle major a supporto di una strategia totalizzante, che ha sempre avuto come obiettivo primario il generare profitto. 

Ora che è cambiato il terreno di battaglia, non ci si può appigliare all’etica… poi, certo, ognuno sceglie i propri miti e riporta le proprie citazioni, è legittimo, basta esserne consapevoli.





«L'arte della guerra è il testo più sopravvaluto e sottovalutato dei nostri tempi.
Sopravvalutato perché lo si carica di aspettative taumaturgiche, salvifiche, provvidenziali: a sentire certi apologeti, basterebbe averne in saccoccia una copia per rinascere grandi strateghi. Somigliare all'acqua etc. Sottovalutato perché è un libro da cui poca gente si è dimostrata in grado di apprendere qualcosa.

Se L'arte della guerra fosse davvero la lettura più frequente, amata e ponderata da manager, capi d'impresa, dirigenti di multinazionali etc., costoro si accorgerebbero dei problemi molto prima del loro divenire "emergenze" e del loro sfociare in tracolli, disastri finanziari, crisi, esplosioni di "bolle".


Tra i tanti esempi di battaglie inutili e disgraziate – ingaggiate nelle peggiori condizioni e scegliendo le strategie più controproducenti – combattute dallo stesso manageriato globale che ama citare Sun Tzu, spicca la “lotta alla pirateria musicale”, che spesso è stata una guerra contro internet tout court e, soprattutto, contro il pubblico. È ormai parere diffuso che tale offensiva – in corso da quasi un decennio – si stia concludendo col suicidio dell’industria discografica.

Anziché fluire da monte a valle, aprirsi, innovare, intercettare in modo creativo prassi che si andavano diffondendo a macchia d’olio (la masterizzazione domestica di cd, lo scambio di file nelle reti peer-to-peer), i discografici hanno scelto la battaglia in campo aperto… contro i propri clienti. Repressione, minacce, denunce, tecnologie anti-copia, tasse su cd vergini e masterizzatori, lobbying per ottenere inasprimenti legislativi; i ras del disco hanno fatto il possibile per attrarre l’odio del pubblico, del consumatore stesso di musica. Oggi sono visti come villains, gabellieri, parassiti, le loro prese diposizione sono accolte come l’arrivo dello sceriffo di Nottingham alla festa di compleanno dei coniglietti.


Cavalcando l’onda”, rinunciando a parte dei profitti facili e a breve termine garantiti fin lì dal monopolio delle tecnologie, le major della musica avrebbero certamente limitato i danni, e forse a quest’ora avrebbero quadrato il cerchio di una “riconversione”. La vittoria perfetta si ottiene evitando lo scontro. Soprattutto se il nemico è elusivo, in quantificabile, abile nell’usare stratagemmi, e se si muove a proprio agio in un territorio ancora non mappato e in costante mutamento. E a maggior ragione se quel “nemico”, in realtà, è il soggetto da cui dipendi e che ti tiene in vita. Che senso ha minacciare e querelare una persona per poi, dopo un istante, blandirla affinchè compri il tuo prodotto? È più plausibile che il minacciato si convinca della necessità di boicottarti, o addirittura sabotarti.


Gli spazi che le major non hanno occupato sono oggi colonizzati da altri soggetti, come MySpace ed altri social network, e la gente continua a scambiarsi musica in rete. Il cd è considerato un supporto moribondo, il consumo di musica è sempre meno incentrato sull’acquisto di un prodotto discografico, e sempre più sull’interazione tra fruizione in rete ed esecuzioni dal vivo. Interazione su cui le major non hanno investito, preferendo la repressione.
Eppure, che quella strategia fosse sbagliata e autolesionista era chiaro dal momento in cui le major fecero chiudere il primo Napster (2000). Gli osservatori più attenti lo fecero notare subito e senza indugi.

Il fatto che quei manager si siano lanciati a capofitto in un’impresa tanto squinternata e infausta è la riprova che Sunzi non l’hanno letto, e se l’hanno letto non l’hanno capito.


Per comprendere cosa non hanno capito, e quali lezioni si possano invece trarre da questo piccolo grande trattato, non c'è di meglio che leggerlo. Leggerlo, e cercare di applicarlo noialtri, nella lotta quotidiana contro la miopia che ci porta al tracollo. 
Gli errori fatti dall'industria discografica sono solo un piccolo esempio, un apologo, una storiella. Su una scala più vasta, la lotta per tenere in piedi - contro ogni evidenza e senso del futuro - l'intera baracca petrolivora si preannuncia ben più velleitaria e demenziale.


Sunzi dice: "L'ira può tramutarsi in gioia, e l'indignazione in piacere; uno stato non può tuttavia risorgere dopo essere stato distrutto, né può un uomo rivivere dopo essere morto."
Un'ovvietà?
Chiedetelo a certa gente, che pare ben lungi dal rendersene conto.»



Wu Ming – introduzione a “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu, - Newton Compton editori 2008



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Art by Cy Twombly
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Credits:

The Unrepentant Ones

Label: Fonit Cetra
Italian Jazz Club
Catalog# IJC 005
Format: LP
Country: Italy

Recorded at
“Un Certo Discorso”
Sala M del Centro di Produzione Radiofonico della Rai
Rome
February 17, 1986


Guido Mazzon : trumpet; clarinet in B/2; tp and piano in B/3;
Giancarlo Schiaffini : trombone in B/1 and B/3; tuba in A/1, A/3, B/2, B/4, B/5; trne and tuba in A/2, A/4;
Mario Schiano : alto sax; voice in A/1, B/1;
Renato Geremia : voice in A/1; soprano sax and violin in A/2; 
violin in A/3, B/2, B/4; tenor sax in A/4; piano in B/1; soprano sax in B/3; flute in B/5;
Bruno Tommaso : bass;
Toni Rusconi : drums in A/1, A/3, A/4, B/1, B/3, B/5; 
drums and percussion in A/2; percussion in B/2

In B/4 - Skies Off - only violin, alto sax and tuba



Tracklist:


1. Antenne Justine - 2:48
2. Feel Better - 8:26
3. Tout Doucement à Marghera - 2:00
4. Lottuso (Softwar) - 4:12




1. L'Arte in Questione - 4:53
2. Virtù Appassite - 4:24
3. Ich Mag F.M. - 4:04
4. Skies Off - 1:03
5. Armi e Bagagli - 3:56


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N.B.
Questo disco, in versione CD, era già stato pubblicato tempo fa dall’amico LYM sull’indispensabile Inconstant Sol. Mi scuso per il mirror, ma visto il tema in questione, era il miglior binomio possibile.




[1] Mario Schiano in “Un Cielo di Stelle” di Pierpaolo Faggiano – Manifestolibri 2003


domenica 20 maggio 2012

O.M.C.I. _ Free Rococò _ 1976 _ L'Orchestra OLP 10011


«La geniale concezione musicale di Renato Geremia, andava al di là di qualsiasi genere ed è probabilmente il motivo per cui è sempre rimasto ai margini di un mercato che richiede invece prima di tutto ripetizione e fedeltà alle regole»


È più o meno con queste parole che Francesco Martinelli apriva il ricordo di Geremia, all’indomani di quel 31 ottobre 2011 che segnò la su scomparsa ed è, più o meno, il ritratto più esaustivo e sintetico che si poteva realizzare di uno dei più insoliti musicisti apparsi sul territorio italiano.


Renato Geremia, oltre che per il suo fantasioso lessico musicale, potrebbe essere definito “L’uomo Orchestra” del jazz moderno italiano, in quanto il suo multistrumentismo non si realizzava esclusivamente nella stessa famiglia di strumenti, ma ricercava in diversi settori che, apparentemente, non avevano alcuna parentela. Suonava infatti il violino, il sax tenore, il soprano, il flauto, il sax alto, il clarinetto ed il pianoforte con la stessa competenza e non avrebbe mai potuto sceglierne uno, a discapito delle altre infinite possibilità, senza provare una vera sofferenza, come raccontò a Marcello Lorrai che lo intervistò per il libro dedicato alla Italian Instabile Orchestra1:


«Passando davanti a un negozio di musica in una strada di Venezia, per combinazione più di una volta mi accadde di sentirne uscire la musica di un altista, che mi colpì molto. Chiesi al proprietario chi fosse, e mi rispose che era un certo Charlie Parker. Sempre per fatalità, in quel periodo capitò che mi regalassero un vecchio sassofono. Così a quindici anni cominciai a fare bebop che portavo ancora i pantaloni corti. Avevo già cominciato con la musica classica, e più tardi, verso i vent'anni, al conservatorio, Bruno Maderna, che sapeva che suonavo il sax, mi coinvolse nella registrazione della musica di un film che aveva composto: Maderna amava il jazz, lo sentiva in sintonia con quello che faceva, gli piaceva la diversità del jazz dall'accademismo. Forse perchè sono dei Gemelli, ma esplorare cose nuove è qualcosa che ho sempre sentito come una necessità, come qualcosa di profetico, e continuo ad avvertirlo quasi come un destino anche alla mia età. 


Così per me è stato naturale entrare in contatto con la dodecafonia, e poi ho trovato istintivamente una continuità fra il bebop e il free degli anni Settanta. Per conto mio, a casa, mi ingegnavo già a fare delle sperimentazioni, e sentivo un desiderio di esplodere che però non potevo soddisfare, perché non avevo le persone giuste che occorrono per fare certe cose innovative: suonavo standard, una cosa che mi piace moltissimo, ma avevo bisogno di fare dell'altro, sentivo un'evoluzione che doveva arrivare. Del resto a volte mi succede di suonare con dei musicisti che non conosco, però è come se li avessi già conosciuti, come se ci fosse un contatto medianico. Poi finalmente nel '74 ho avuto l'occasione della musica improvvisata con l'O.M.C.I.
All'inizio, quando nell'Instabile suonavo solo il violino, mi sentivo a disagio, perché ho l'esigenza di usare timbri diversi, ma adesso nell'orchestra suono anche il sax, il clarinetto... Mi pesa portarmi dietro tanta roba, ma se poi mi manca la sonorità di uno dei miei strumenti è una vera sofferenza. »


Renato Geremia, nato a Torino il 14 giugno 1930 ma veneziano d’adozione, è sempre stato un nome defilato nella storia del jazz, anche se le cronache del jazz riportano il suo nome già dal lontano 19512, dove veniva paragonato per il fraseggio a Dexter Gordon, e nel 19553 Franco Fayenz lo definì «…sincero, comunicativo, brillante e dalla fantasia sbrigliata, alto di tono, il più “negro” insomma! [sic!]», forse per la difficoltà della nostra critica d’inquadrare in un’etichetta certa la sua Arte o anche per il suo essere «uomo di estrema sensibilità, di grande gentilezza e di modestia addirittura eccessiva. Tratti umani che, così come il legame con la stagione del free, non erano certo i requisiti ideali per stare sotto i riflettori sulla scena del jazz italiano.», come ci ricorda appunto M. Lorrai.


Nonostante le scritture importanti, e sempre trasversali ai generi, come quelle con Django Reinhardt,  Kid Ory, Armando Trovajoli e Bruno Maderna, tra le altre, Geremia ha inciso pochissimo a suo nome e solo a partire dagli anni Settanta, periodo sinonimo di una seconda giovinezza.
Tra i suoi gruppi è doveroso menzionare l’Organico di Musica Creativa e Improvvisata (O.M.C.I.), formato con il batterista Tony Rusconi ed il contrabbassista Mauro Periotto, quando Renato Geremia era ormai un professionista avviato. Il trio è stato attivo dal 1975 al 1980 ed ha lasciato tre LP, tutti incisi per l’etichetta cooperativa “L’Orchestra” ed un CD postumo con le registrazioni complete del concerto alla Statale di Milano del 1975 [Splasc(H) Records CDH 511.2 – 1998]


Qualche tempo fa Riccardo, uno dei compagni d’avventura di Inconstant Sol, uno dei blog più curiosi ed attenti del panorama, ha messo in condivisione il primo album, quel “Contro” del ’75 che è una dichiarazione d’intenti già dal titolo. “Free Rococò”, che trovate in fondo a questo post è stato registrato alla fine del 1976 e precede il terzo e ultimo lavoro documentato del Organico, “Happy Days” del novembre 1978.


L’anno successivo c’è l’incontro tra Renato Geremia con la musica creativa europea, rappresentato dal live al Castello di Soncino nella versione “italiana” della ICP Orchestra, con Misha Mengelberg e Han Bennink dei soci fondatori, accompagnati da una folta compagine italiana tra cui ricordo Enrico Rava, Schiaffini, Trovesi e Baldo Maestri.


Da quel momento in poi, sarà naturale trovarlo in altre memorabili partecipazioni, come quelle de “IConcerti di un Certo Discorso”, che vedono eccellenti solisti del jazz accompagnati dalla Big Band della RAI.
Di conseguenza si aprono collaborazioni affini, come quella con Mario Schiano, Guido Mazzon, Schiaffini, Rusconi e Bruno Tommaso, documentata nel 1986 sull’album “TheUnrepetant Ones” e quella con l’Italian Instabile Orchestra ed i gruppi satelliti che ne nasceranno.


Gli ultimi anni registrano le tracce indelebili di Renato Geremia in compagnia di Michel Godard e Tiziano Tononi (The Multiphonics Tuba Trio _ Tre cose Splasc(H) Records CDH 635.2 – 1998), con la Nexus Orchestra in «quell’omaggio ai vent'anni del gruppo (allargato a dismisura a ricomprendere vecchi e nuovi componenti)» [E. Bettinello] che è Seize the Time! (Splasc(h) Records – CDH 841/842.2 – 2002), fino all’ultimo scoppiettante duo con Tony Rusconi (Attenti a quei due - 2008 & Live at S.A.S.S. - 2009, entrambi distribuiti da Rusconi stesso)


La musica è fatta di aggressività e di sentimento” dice Renato Geremia al giovane Livio Minafra che lo intervista a Parigi, durante la partecipazione della Instabile Orchestra al Banlieues Bleues Festival del 2003. Cos'altro aggiungere...


1 Italian Instabile Orchestra. Jazz come ricerca collettiva negli anni '90 – a cura di Marcello Lorrai e Roberto Masotti – Auditorium 1997
2 Musica Jazz Lug/Ago 1951
3 Musica Jazz ottobre 1955

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Credits:

O.M.C.I.
Organico di Musica Creativa e Improvvisata
“Free Rococò”

Label: L’ORCHESTRA
Catalog #: OLP 10011
Format: LP
Country: Italy

Recorded at Centazzo Studio,
Moruzzo, Udine, December 8, 1976

Renato Geremia (tenor sax, soprano, fl, vl, p., el. piano),
Mauro Periotto (bass),
Tony Rusconi (drums, perc)


Tracklisting:

1) V.B.P.
(percorsi per Violino, Contrabbasso, Percussioni)
2) Saxplicity


1) Free Rococò
2) Marcetta
3) Break in C


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Venezia, 9 agosto 1919 – Venezia, 25 ottobre 2006