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sabato 18 aprile 2015

Guido Manusardi Quintet _ Bridge Into the New Generation, 1981


«Nel jazz italiano il caso di Guido Manusardi è singolare: costituisce infatti l’unico esempio di un nostro musicista che, dapprima affermatosi all’estero, sia giunto in patria solo in un secondo tempo, godendo di quella stima e di quella considerazione generalmente riservate ai musicisti stranieri. L’atteggiamento immediatamente e universalmente favorevole della critica non ha comunque prodotto per Manusardi, in Italia, né maggiori occasioni di lavoro né, tantomeno, una migliore comprensione della sua musica».

Così esordisce Maurizio Franco nell’inserto di Musica Jazz dedicato al pianista di Chiavenna (Sondrio), nel aprile del 1998.


Il caso, più che singolare nel nostro Paese (basti pensare ad Enrico Intra, attivo negli stessi anni che, pur se con una copiosa produzione discografica italiana, è sempre restato ai margini dei panorami più noti della musica jazz) è comunque curioso: Manusardi inizia a suonare jazz già nel ’53 ma solo quindici anni dopo ha la prima opportunità d’incidere a suo nome (Blue Train – SE DISC SWELP 57), e lo farà nell’avanzata Stoccolma. Per ascoltare un’incisione ripresa nel territorio italiano, bisognerà attendere la metà degli anni Settanta.


«Strumentista-Progettista. Musicalmente si è mosso preferibilmente nell’ambito tonale (in subordine modale) anche se ha avuto modo di esprimersi in termini di jazz tradizionale, mainstream e free. Ha una natura prevalentemente ritmica per cui il suo pianismo ha generalmente un andamento spiccatamente dinamico. Il fraseggio è decisamente ricco con la linea metodizzante della mano destra che tende ad egemonizzare le situazioni (la mano sinistra è robusta, ma ha funzioni d’appoggio). Il tocco e la tecnica sono incisivi.»

Questo il breve profilo di Manusardi tracciato da Arrigo Zoli nel suo fondamentale Storia del Jazz Moderno Italiano (AZI Edizioni 1983).


Chissà se fu per via del suo stile trasversale, o del suo carattere defilato, che la critica e la produzione discografica ebbero più difficoltà d’inquadrare la sua musica, fatto sta che gli investimenti su questo artista italiano tardarono ad arrivare. O forse, più casualmente, fu per il periodo storico nel quale Manusardi si è presentato sui nostri palcoscenici. Classe 1935, il suo pianismo potrebbe essere rimasto schiacciato tra i pionieri Trovajoli (’17), Cesari (’20), Sellani (’27), Gaslini (’29) e la generazione appena successiva, che ha sicuramente goduto di un’identità più dichiarata, quella cioè che va da Franco D’Andrea (’41) a Pieranunzi (’49), un po’ come è successo ad Enrico Intra (’35), Oscar Rocchi (’36) o Mario Rusca (’37), per intenderci.


Altrimenti è inspiegabile come alcune perle della sua produzione anche più recente, come ad esempio The Village Fair (Soul Note, 1997), siano sempre state messe in attesa prima di essere nuovamente disponibili sul mercato e, in questo caso, solo grazie al traino di un musicista “ospite”, seppur di notevole valore, a discapito delle composizioni e degli arrangiamenti, tutta farina del sacco del nostro (Gianluigi Trovesi - The Complete Remastered Recordings on Black Saint & Soul Note - Cam Jazz, 2015).


In ogni caso, se è vero che dimenticare stanca, è anche vero che compararci con gli altri paesi resta un learning interessante, quantomeno per affermare chiaramente quali sono i nostri pregi e quanti i nostri limiti.
  


Intervista con Manusardi [estratto]
- di Enzo Fresia, da Musica Jazz gennaio 1969 -

EF: Caro Manusardi, lei è di passaggio a Milano diretto in Romania. So che lo scorso anno lei è venuto in Italia con l’intenzione di rimanerci e di svolgere qui la sua attività professionale, ci vuol dire cosa ha potuto fare in questo periodo?
GM: Poco, pochissimo. Sono rimasto in Italia dall’aprile all’ottobre del 1967. ho registrato un programma con Adriano Mazzoletti per il suo “Concerto Jazz” alla RAI, poi ho suonato una sera con Azzolini e Mondini a Torino in un Jazz Club. E poi… basta. Ho tentato d’incidere dischi di jazz in Italia: avevo avuto assicurazioni da una casa discografica, ma poi non se n’è fatto niente. Sa’ com’è, prima c’erano le canzoni o il Cantagiro. E dire che mi ero preparato bene ed avevo provato moltissimo con un quintetto… col jazz ho guadagnato in tutto 50.000 lire! Così ho dovuto mettermi con il complesso di Remo Germani.


EF: E si è trovato bene con Germani?
GM: Sì, ma non potevo fare del jazz: dovevo suonare solo canzoni e per di più sull’organo, uno strumento che non mi è congeniale. Ma con Germani ho almeno fatto qualche tournée all’estero e sono stato anche in Romania. Così ho conosciuto dei musicisti di jazz rumeni ed ho visto che in Romania era possibile fare del jazz. Il che, in fondo, è proprio quello che m’interessa di più. Certo che, se fossi rimasto in Italia ancora qualche mese, avrei dovuto vendere l’automobile per poter vivere…


EF: E dire che aveva già al suo attivo un microsolco, il Blue Train inciso in Svezia. Ma torniamo alla Romania.
GM: Avevo conosciuto dei jazzisti a Bucarest, dei musicisti che mi avevano sentito suonare in un ristorante. Abbiamo fatto subito amicizia e loro mi hanno portato alla radio per una registrazione di mezz’ora con musicisti locali in quintetto, quartetto e trio.


[…]
EF: Lei ha anche registrato recentemente un disco per la Elektrorecord (Free Jazz – EDD 1196 _ N.d.c.); come sono andate le cose?
GM: Ho registrato con musicisti di mia scelta, naturalmente i migliori disponibili in quel momento, abbiamo provato tre o quattro volte e poi ho fatto il disco. Era tutta musica mia: musica che avevo composto in Italia l’anno scorso e che avrei dovuto registrare in Italia. Ma lei sa come sono andate le cose…


[…]
EF: Lo Stato finanzia anche il Jazz?
GM: Sì, certamente. Tramite un’organizzazione che si chiama OSTA ed è quella tramite la quale si ottengono scritture per incisione di dischi, per suonare alla radio e nei teatri… le tariffe sono buone. Posso dirle che per il mio disco ho preso la tariffa massima, quella che viene corrisposta ai concertisti di musica classica.


[…]
EF: Intende stabilirsi definitivamente in Romania?
GM: No. Intendo rimanere in Romania fino a quando potrò fare del jazz, ci potrò stare anche due o tre anni, facendo ogni tanto una scappatina in Italia per vedere come vanno le cose. Ma se la situazione si mantiene com’è ora, non mi passa neppure per la testa di lasciare la Romania. È chiaro che un musicista non vive soltanto di denaro ma anche di soddisfazioni personali. Io ormai conosco tutti in Romania, in un anno ho fatto più conoscenze in Romania che non in sette in Svezia. Conosco tutti i musicisti ed in Romania posso fare quello che non sono riuscito a fare in Italia. Là posso chiedere quello che voglio e mi accontentano. Praticamente è proprio questo che noi chiediamo: che ci lascino fare quello che vogliamo. Cerchiamo di fare del nostro meglio, di tentare nuove esperienze che siano svincolate da quelle americane. Gli americani fanno delle cose molto buone; ma se noi riusciremo ad ancorare il jazz contemporaneo con la musica classica certo potremo fare qualcosa di nuovo, ed in questo noi siamo in vantaggio nei confronti degli americani, perché noi abbiamo un tradizione classica che loro non hanno. Del resto, anche in Italia, Gaslini sta facendo proprio questo, mi pare… e questo è anche ciò che sto cercando di fare io in Romania. Poi non si sa più se chiamarlo jazz o altro… ma non sono io che devo decidere…
    Vorrei anche portare il mio quintetto in Italia, mi piacerebbe proprio. Ma avrei bisogno di buone scritture e di un impresario serio e solido. Non so se ci riuscirò, anche se penso che sarebbe interessante far ascoltare in Italia, in Occidente, qual è lo stato attuale del jazz rumeno. Vedremo se il futuro mi permetterà di realizzare questo desiderio. Per ora, questa sera stessa, riparto per la Romania. Poi si vedrà.



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Credits:

Guido Manusardi Quintet
Bridge Into the New Generation

Label: SPLASC(H)
Catalog#: 102
Format: LP
Country: Italy
Recorded: at "Fontana Studio 7",
Milan, June 8th, 1981

Guido Manusardi (piano),
Fulvio Sisti (alto s),
Pietro Tonolo (tenor s),
Marco Vaggi (bass),
Alfredo Golino (drums)



Tracklist :


A1. Take The Coltrane (Manusardi) – 6:26
A2. Old Folks (Hill – Robinson) – 5:28
A3. Oltremera (Manusardi) – 8:20




B1. Scrapple From The Apple (Parker) – 5:45
B2. Sorrow (Manusardi) – 8:36
B3. Vera (Manusardi) – 5:17



lunedì 8 luglio 2013

FIVE FOR JAZZ - Luigi Bonafede, Massimo Urbani, Pietro Tonolo, Piero Leveratto, Paolo Pellegatti - LIVE IN SANREMO AND PESARO, 1984


Registrammo «Five For Jazz – Live in Sanremo & Pesaro» nell’84. È stato il mio secondo disco con lui, e ricordo che Massimo ha suonato come sempre in un modo incredibile, dimostrando una padronanza strumentale e di linguaggio veramente alta. Devo dire che lui considerava quella incisione come una delle sue migliori.


I pezzi erano miei, ma chiamai il gruppo Five For Jazz. Feci io la direzione musicale, e non per megalomania: è stata l’unica «tassa» che ho imposto perché volevo un’unità di intenti e una coerenza di repertorio. Volevo che tra un pezzo e l’altro ci fosse un minimo denominatore comune, un sound di gruppo molto riconoscibile pur nel rispetto dei ruoli, idee e personalità dei singoli musicisti; comunque, questa è un po’ anche una mia caratteristica.


Il disco è stato fatto per la Splasc(h) da Spagnoli, con Alberto Alberti. Con questo disco siamo stati ad Umbria Jazz, a Nizza… era un gruppo che andava. C’era Pietro Tonolo, e con Massimo era una coppia che funzionava, anche se uno era del Polo Nord e uno dell’Equatore, ma davano quello che mancava l’uno all’altro. A Massimo mancava una conoscenza scientifica della musica, che era la forza di Pietro. A volte tendeva ad esasperare la situazione, sia emotivamente che nella durata del solo, che faceva sempre con gusto e maestria. Delle volte faceva degli assoli bellissimi, ma troppo lunghi. Grazie al modo di Pietro, Massimo diventava più contenuto e sintetico, trasmettendo ugualmente tutta la sua emotività. 

Pietro era l’opposto di Massimo anche negli atteggiamenti; ha un modo diverso di esprimere il suo lato viscerale e sanguigno, quasi statuario, e con Massimo dopo un quarto d’ora era sistemato. Quindi Massimo suonava un po’ più regolare e Pietro, pur mantenendo le sue caratteristiche di musicista superpreparato, contenuto, era influenzato dalla visceralità di Massimo; senza rendersene conto aveva acquisito un «lasciarsi andare» maggiore e dei tempi più lunghi.


Aveva un suo suono tra i più belli insieme a quelli di Trane, Parker e Larry. Massimo aveva un impatto musicale emotivo degno dei più grandi. Purtroppo non si è dato il tempo di scoprirlo e tanto meno gliel’ha dato il nostro ambiente. Lui cercava in maniera istintiva, inconscia, come un animale cerca di mangiare quando ha fame. Non credo che si fosse mai posto, come tutti i veri artisti, il problema se avesse o non avesse trovato uno stile.


Bisogna ricordare che Massimo ha iniziato a suonare il jazz a quattordici anni, con Gaslini. Era normale, quasi fisiologico, che cercasse le origini di questa musica e che questa operazione poi l’aveva portato a qualche confusione. Il musicista è anche soprattutto un uomo e Massimo aveva problemi interiori psicologici oggettivi, molto più impellenti, più profondi e più importanti del suo stile, avendolo per giunta di natura. Ma se vogliamo sottintendere che non aveva cambiato la storia del jazz allora entriamo in un altro discorso, tra l’altro molto delicato e molto soggettivo. Massimo, fino a che c’è stato, non ha cambiato la storia in maniera determinante come lo hanno fatto Miles, Trane, Parker, Monk; come non l’hanno cambiata il 90% dei jazzisti di tutto il mondo. Certonon l’hanno cambiata Keith Jarrett o Wynton Marsalis o Mike Brecker, o un tango suonato da una fisarmonica; ma tutti questi, compreso Massimo, l’hanno fatta la storia. I Miles ed i Trane, senza tutti i precedenti, senza i loro partners e senza tutti noi, non avrebbero potuto cambiare proprio niente.

È una questione di ruoli, e tutti sono ugualmente importanti: le storie ed i suoi cambiamenti. Un infinito mosaico di sfumature umane che lentamente si muovono, è un equilibrio della natura dove un leone non può vivere senza una gazzella, o un insetto senza i fiori.


Purtroppo nel nostro ambiente c’è sempre stata fretta di etichettare, di catalogare, di giudicare, di dare un marchio fin dalla prima nota, senza più mutarlo, continuando a fare abbinamenti e paragoni. Tutto questo non è certo uno stimolo alla ricerca e alla creatività. Se tutti noi, musicisti, critici, discografici, pensassimo di più alle cose essenziali della musica e quindi della vita, che non sono quasi mai chiare da subito, stimolandoci di più con la fiducia anziché con il giudizio; se fossimo meno ansiosi, più umili, più rispettosi delle sfumature e delle fatiche di ognuno di noi; se ascoltassimo con gli occhi, le orecchie, la pancia e tutti i sensi, forse ci sarebbero più stili, più innovazioni, più lavoro e meno frustrazioni. Tornando a Massimo, credo che il suo problema non fosse in nessun caso di tipo musicale, ma di tipo strutturale, psicologico.

Luigi Bonafede, da “L’Avanguardia è nei sentimenti – Vita, morte, Musica di Massimo Urbani” a cura di Carola De Scipio – stampa alternativa 1999



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Credits:

Five For Jazz

Label: SPLASC(H)
Catalog#: CD HP 01.2
Format: CD
Country: Italy
Recorded
May 1984, (tracks 1 to 4),
July 1984 (tracks 5 to 7)

Massimo Urbani (alto sax),
Pietro Tonolo (tenor sax),
Luigi Bonafede (piano & leader),
Piero Leveratto (bass),
Paolo Pellegatti (drums)



Tracklisting:
 

1) Ca’Nova - 16:16
2) Marisa - 3:21
3) Samba Swing - 18:47
4) For Larry - 11:31
(dedicated to the great tenorman Larry Nocella)




1) Lorella - 2:34
2) Atmosfera - 10:34
3) Locomotiva - 6:33

martedì 2 aprile 2013

REFLECTIONS on download _ con- e dividere vs. scorrètto, ovvero dell'esatto significato delle parole _ LYDIAN SOUND ORCHESTRA


[Riflessioni ad alta voce sul commento che LC ha lasciato sul post MONK'N'ROLL, dedicato all'ultimo lavoro del Tinissima 4et di Francesco Bearzatti].


condivìdere v. tr. [comp. di con- e dividere] (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri: il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli. Anche, avere in comune con altri: c. l’appartamento; più spesso fig.: condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per la montagna. ◆ Part. pass. condivio, con valore verbale o di agg.: è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi, che incontrano largo consenso.


Ciao Luca, chi frequenta questo blog, come te, conosce la mia idea di condivisione, sicuramente più legata al concetto di salvaguardia della memoria culturale, messa a repentaglio dalle logiche economiche dell'industria discografica, che alla diffusione flat delle musiche che mi affascinano.


scorrètto agg. [der. di corretto, col pref. s- (nel sign. 1)]. –
1. Che presenta errori o inesattezze, spec. di lingua, di stile o di tecnica: una traduzione s.; un tema vivace ma s.; un disegno debole e s.; esecuzione s. di un brano musicale.
2. Riferito a persona o ai suoi atti, che non è conforme ai principî dell’onestà, della lealtà, dell’educazione e della convenienza: essere s. negli affari; comportarsi in modo s.; fare un’azione s.; avere, tenere un contegno s.; assumere una posa s.; giocatore s., che non rispetta le regole del gioco; nello sport, di atleta o squadra che viene meno allo spirito sportivo e alle norme di lealtà e di cavalleria: la squadra straniera fa un gioco pesante e s.; l’arbitro ha ripreso due volte il pugile sfidante per il suo modo s. di battersi.  


Ma il significato della parola "condividere", 'chè a volte i dizionari aiutano a pensare, è generoso e quanto di più lontano dalla parola "scorrètto", a meno che non vogliamo soffermarci esclusivamente sulla sua accezione sul patrimonio economico, e di convenienza, e non esclude a priori la scoperta di una novità.


Del blogger in questione poi, che conosco personalmente, ti posso assicurare che è persona leale ed onesta, che lavora sodo per mettere a disposizione di tanti la sua passione, sia attraverso il web che la radio, senza "avere indietro" alcun ritorno economico, anzi, spendendo molti più soldi di tanti altri in acquisto di beni soggetti, per il mercato e l'antica legge sui diritti, ad esclusiva tutela merceologica.


Questa modalità d'impegno, cioè comprare i dischi, è più manifesta tra gli "appassionati dilettanti" che tra tanti addetti ai lavori. Ad esempio, è curioso notare che tra i produttori del bellissimo "El Dia de Los Muertos", la cinquantesima produzione completamente autofinanziata della mitica El Gallo Rojo, ci siano almeno due bloggers (Mondo Jazz ed il sottoscritto) e solo un "critico dilettante" (tra l'altro anomalo, e per questo interessantissimo per me), oltre ad una parte del popolo degli appassionati... anzi, per dare il corretto significato alle parole, questa non è curiosità, è statistica.


E' sacrosanto che ciascuno abbia le sue idee, come dici tu, per cui ognuno fa quel che crede e ne accetta le conseguenze, ma quello che fa incazzare a me, e te lo dico con tutto il rispetto che c'è, è che quando parliamo di musica sul web ci allooppiamo solo sull'aspetto download, non fornendo indicazioni sulle nuove vie da percorrere al neofita, non sviluppando concrete possibilità "per il mercato" e, mi perdonerai Luca perchè lo dico con tutto l'affetto che c'è, questo atteggiamento è monco e puzza di vecchio!

 .
La rete, nelle sue tante sfaccettature, è uno strumento eccezionale ed abbiamo sempre più bisogno di un'etica efficace, di nuovi modelli funzionali ai cambiamenti, di stili produttivi che siano connessi con le possibilità e le necessità che cambiano, continuamente sotto i nostri occhi. Utilizzare esclusivamente il web come un giornale senza la carta, è veramente come tenere il motore sempre al minimo.


Questa difesa di uno status quo, che da anni si stà palesemente sgretolando davanti ai nostri occhi, non è lungimirante, anzi. Vogliamo davvero credere che non ci sia un'altra forma di produzione alternativa? Sarebbe come a dire che solo il petrolio ci salverà... Vogliamo davvero credere che i musicisti sopravvivono con le royalties dei loro dischi? E perchè nelle interviste non gli chiediamo mai a quanto ammontano in concreto? Vogliamo continuare ad affermare che il patrimonio economico è più importante di quello cognitivo e culturale? Allora non stupiamoci dei tagli operati dai politici alle scuole, alla cultura in generale o alle organizzazioni musicali, a parte gli enti lirici. Davvero ci dobbiamo ostinare a cercare la bellezza di questo mondo al contrario?


Non vorrei essere frainteso, la tutela dei diritti è una questione delicata, I know, ma credo che questa sia prima di tutto una questione di mindset, altrimenti non ne usciamo; allora provo a formulare altri esempi, perchè la metafora a volte aiuta a comprendere meglio del concetto stesso: secondo te, un'orchestra che prende brani di Monk, o di George Russell, li arrangia secondo una soggettività contemporanea e li mette nuovamente a disposizione del pubblico, come la Lydian Sound Orchestra nel Cd allegato a Musica Jazz di ottobre 2012, fa condivisione o scorrettezza?

E non credo che una persona della tua apertura mentale possa far cadere una s e parlare di correttezza solo perchè si è versato formalmente l'obolo a chissà quali eredi di quell'idea musicale, oltrechè alla obsoleta SIAE. 


O ancora: la mia storia personale, la mia formazione politica ed il mio senso civico non mi avrebbe mai perdonato un voto di protesta consegnato tra le mani di un comico, infatti ho preferito fare i conti con l'astensione, una specie di sciopero della coscienza, mi son detto, o il peggiore dei peccati capitali, l'ignavia, penserete voi, ma il fenomeno Beppe Grillo ci ha fatto chiaramente capire che c'è bisogno di riformulare i nostri concetti di politica, perchè l'atteggiamento di Bersani incarna il vecchio sistema e la figura sociale del nano malefico è pestilenziale e pure fraudolenta (nonostante insieme abbiano raccolto quasi il 60% delle preferenze).

Personalmente credo che se, in questo paese, ci sarà mai una possibilità di riscatto, sarà attraverso una rivoluzione culturale che si manifesterà.


Per finire, io non so quanti di voi conoscono Girlfriend in a Coma, l'interessante e bellissimo, quanto doloroso, documentario di Annalisa Piras con Bill Emmott, e nemmeno quanti abbiano avuto la possibilità di acquistarlo su Il Fatto Quotidiano, cosa che andrebbe fatta anche solo come libera sottoscrizione a tale causa, al posto di una manciata di caffè. Ma, sinceramente, secondo voi si fanno più danni nel diffondere pubblicamente, alimentando cioè il maggior numero di coscienze possibile, questi contenuti o nel non pagare i 9€ previsti dall'autore per la visione privata?


Se pensassimo diversamente, caro amico mio, forse il mondo sarebbe diverso.


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Credits:

LYDIAN SOUND ORCHESTRA
REFLECTIONS

Label: Musica Jazz
Catalog# MJCD 1257
Format: CD
Country: Italy

Recorded live at
Teatro sociale di Busto Arsizio (VA)
October 18, 2011

J. Kyle Gregory (tp),
Roberto Rossi (tne),
Dario Duso (tuba),
Pietro Tonolo (tenor & soprano sax),
Robert Bonisolo (tenor & alto sax),
Rossano Emili (bar. sax, cl),
Paolo Birro (piano),
Marc Abrams (bass),
Mauro Beggio (drums),
Riccardo Brazzale (dir, arr)
.

Tracklist:


1)     Gold & Mooche (R. Brazzale) – 5:49
2)      Joseph The March (R. Brazzale) – 5:54
3)      We See (T. Monk) – 7:31
4)      Babylon (R. Brazzale) – 3:51
5)      Rob’s Tune (Bonisolo, Brazzale) – 4:38
 .


6)     Stratusphunk (G. Russell) – 3:35
7)      Reflections (T. Monk) – 8:58
8)      Queen Porter March (R. Rossi) – 5:34
9)      Ch. City (R. Brazzale) – 7:48
10) A Night With Anisia (R. Brazzale) - 10:33 
 .


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venerdì 19 febbraio 2010

Enrico Pieranunzi - In That Dawn Of Music - Rare and Unpublished tracks


What else to add on Enrico Pieranunzi that you don't already know, or that the website of the artist can not explain?

What I'd like to tell you, however, is that once the magazine Musica Jazz, the first and the most specific Italian publication dedicated to this music, attached in homage to his readers precious LP or CD like this, where they were published unreleased recordings taken from rare live concerts. Then, for reasons of publishing rights or because it's more convenient to choose the easy way out, this is no longer happened.

This does not detract from the prestige and professionalism of this publication.
I think especially in the historical memory that this magazine, operating since 1945, the year of Italy's liberation from fascism, built with passion, and is now available online, thanks to the National Center for Jazz Studies Arrigo Polillo, on the initiative and editorial care by Francesco Martinelli.

For me, however, the decision to make available these unpublished recordings, which were likely to forget, is the closest thing to the spirit of preservation and sharing of jazz that inspires my blog. Now you can listen Enrico Pieranunzi, but there are also unpublished records of Gianluigi Trovesi, Guido Manusardi, Giorgio Gaslini, Giancarlo Schiaffini, Gianni Basso, Massimo Urbani, Chet Baker in Italy, and others that now I don't remember.

This is because, besides the pleasure of hearing a good record, those unreleased recordings, contributed, in an excellent manner, to write the history of music that is based essentially on his performances, rather than on the written page.

I hope that now, with the new editor and with the interesting and transverse direction of Filippo Bianchi, the desire to document the sound of this music, returns one of the priorities of this magazine.


Credits:

In That Dawn Of Music

CD out of commerce
exclusive for the associates of
Musica Jazz magazine


Label: Soul Note / Musica Jazz
Catalog# SLMJ 003-2
Format: CD
Country: Italy
Date of release: October 1993


Tracklisting:


Part One

1) Someday My Prince Will Come (L. Morey - F. Churchill) - 7'57"
Enrico Pieranunzi (piano), Mads Vinding (bass), Alex Riel (drums)
live broadcast from Danish Radio, Copenaghen 1990, August 13

2) Impromptu No. 5 (E. Pieranunzi) - 4'29"
Enrico Pieranunzi (piano)
Live at Ivrea Jazz Festival 1993, March 12

3) Anthropology (Charlie Parker - Dizzy Gillespie) - 6'52"
Enrico Pieranunzi (piano), Paul Motian (drums)
Live at Roccella Ionica 1992, August 27

4) What's What (E. Pieranunzi) - 12'05"
Pietro Tonolo (tenor sax), Enrico Pieranunzi (piano),
Enzo Pietropaoli (bass), Fabrizio Sferra (drums)
Live at "Fabrik", Hamburg 1992, November 21



Part Two

5) Je Ne Sais Quoi (E. Pieranunzi) - 8'52"
Enrico Pieranunzi (piano), Marc Johnson (bass)
live broadcast from Radio de la Suisse Romande,
Losanna 1990, December 13

6) Straight Non Chaser (Thelonious Monk) - 4'48"
Enrico Pieranunzi (piano), Paul Motian (drums)
Live at Roccella Ionica 1992, August 27

7) In That Dawn Of Music (E. Pieranunzi) - 7'39"
Stefano D'Anna (tenor sax), Enrico Pieranunzi (piano),
Enzo Pietropaoli (bass), Roberto Gatto (drums)
Rome 1990, April 18

8) Someday My Prince Will Come (L. Morey - F. Churchill) - 11'21"
Enrico Pieranunzi (piano),
Enzo Pietropaoli (bass), Fabrizio Sferra (drums)
Live at "Jazzhouse", Copenaghen 1992, November 20