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lunedì 31 luglio 2023

Enrico Rava Unissued feat. Randy Kaye 5et _ Brooklyn 1967, May 24

 

RA: La storia del recupero del tempo perduto, della ricerca degli inediti, come ha fatto con Massimo Urbani o con la collana dedicata a Charlie Parker per esempio, è un altro aspetto caratteristico della Philology. Anche nel tuo caso Piangiarelli ha scovato un nastro con Randy Kaye, un’incisione realizzata a Brooklyn nel 1967, offrendoci un altro tassello mancante nella tua discografia. 

Enrico Rava: Si, è vero, è un aspetto peculiare questo e chissà come ha recuperato quella vecchia registrazione. Era il luglio del ’67, provavamo nella Lower East Side, dalle parti di Tompkins Square con Randy Kaye, che anni dopo sarebbe diventato il batterista di Jimmy Giuffre. Al piano c’era un ragazzo londinese, Peter Lemer, al basso Steve Tintweiss e al sax tenore Joel Peskin, un musicista eccezionale per il quale prevedevo un grande futuro nel jazz e che invece è finito a fare il turnista, di alto livello, in California. In quei giorni a casa mia c’era Aldo Romano, a NY per registrare con i fratelli Kuhn e con loro suonava anche Jimmy Garrison, ed era lui che ci teneva al corrente sulla salute di Coltrane che stava molto male. Quel giorno le prove con Randy procedevano benissimo anche se il mio stile, all’epoca molto avant-garde, ogni tanto cozzava con il resto del gruppo più orientato verso la tradizione. Eravamo comunque contenti di suonare insieme e i ragazzi mi venivano dietro anche perché ero quello con più esperienza grazie alla mia militanza con Steve Lacy e Roswell Rudd ma si stava facendo tardi per cui telefono a casa per avvisare di non aspettarmi. Mi risponde Aldo. È in lacrime. Riesce appena a dirmi “è morto”… al funerale di Coltrane suonò Albert Ayler. Tantissima gente. Non riuscii ad entrare. Molte lacrime. Una cappa di dolore…



RA: immagino… tornando a Piangiarelli, credo che sul suo essere collezionista ed “archivista” se ne potrebbe scrivere molto…

ER: Ma difatti, a parte che faccio il musicista, io sono un appassionato di Musica in generale e di Jazz in particolare, e quando avevo il desiderio personale, o anche il bisogno professionale, di ascoltare qualcosa d’introvabile, ogni tanto gli chiedevo aiuto e lui immediatamente mi trovava il brano… penso che abbia migliaia e migliaia dischi di Jazz, perché qualsiasi disco che mi veniva in mente, il giorno dopo lui, zack, ce l’aveva e lo ritrovava subito, tra l’altro, che è un altro aspetto curioso perché anche io ho tanti dischi ma se uno mi chiede dov’è tal dei tali, è un casino a trovarlo mentre lui quella roba della catalogazione lì, ce l’aveva nel sangue e lo trovava subito…

*****

Intervista a Enrico Rava, tratta dal libro Philology Jazz Records, Storia di un'etichetta discografica di Macerata, nota in tutto il mondo


Brooklyn 1967, May 24th Tears for a Year Gone By

Credits:

 Label: Philology

Catalog#: W495

Format: CD

Country: Italy

Recorded in New York 1967, May 24th

Enrico Rava (trumpet)

Randy Kaye (drums)

Peter Lemer (piano)

Steve Tintweiss (bass)

Joel Peskin (tenor sax)




Tracklist:

CD ONE

#1 Apricot Lady – 13’52”

#2 Pretty Sweet – 15’43”

#3 Tears For A Year Gone By – 13’56”



CD TWO

#1 Laughter – 13’32”

#2 What Little Girls Are Made Of – 17’51”

#3 To Angel with Love – 9’41”






martedì 11 luglio 2023

Philology Jazz Records - the italian Specialist Labels

 


Sì, è vero, vengo sempre meno su queste mie vecchie pagine ma le passioni richiedono risorse e tempo, lo sapete, tutte cose che la quotidianità fagocita ad una velocità sempre più impressionante, ma ci sto lavorando…


Ma bando alle ciance e alle tristezze, torno volentieri per annunciarvi che da qualche giorno la Storia della Philology di Paolo Piangiarelli è finalmente disponibile in versione Kindle o cartacea sulla nota piattaforma.


«Perché faccio dischi?

Perché io amo il Jazz da più di cinquant’anni e, dopo centinaia di concerti e migliaia di dischi ascoltati, ad un certo momento mi sono stancato del ruolo passivo di ascoltatore. Avevo sempre più spesso idee di possibili incontri tra diverse sonorità o di progetti originali, desideravo approfondire i songbook di determinati autori e cercavo chi aveva il coraggio di sfidare le consuetudini dei soliti standards che, peraltro io amo…

Tutte cose che mi sarebbe piaciuto ascoltare su disco, ma quei dischi non esistevano, non si trovavano sul mercato ed allora ho deciso di farli io quelli che avrei voluto che altri facessero per me, ma non li facevano, quei dischi mancavano, insomma…»



Con queste parole Paolo Piangiarelli esordì nella prima intervista che realizzai nel 2008. Da quel momento mi fu subito chiaro il coraggio e la passione di Paolo, studioso e vorace amante del Jazz, ben prima che produttore per la sua etichetta discografica e continuai a raccogliere i suoi pensieri e le sue intenzioni, fino alla fine.


Questo libro racconta la storia della sua etichetta Philology, nata nel 1987 a Macerata e che negli anni ha prodotto circa 600 dischi "esclusivamente" di Jazz. Il libro si apre con un breve saggio sul panorama discografico degli anni 1968/1989, che sono quelli che videro il jazz italiano diventare maturo, e si chiude con l'intero catalogo Philology, che documenta i tanti dischi di Chet Baker, Phil Woods, Lee Konitz, Tony Scott, Massimo Urbani e Renato Sellani, tra gli altri.

Le interviste a Enrico Rava, Tiziana Ghiglioni, Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano Bollani e Massimo Manzi, anche loro presenti nel catalogo Philology, contribuiscono a tratteggiare il profilo dell’uomo dietro al registratore.

Le foto di Carlo Pieroni e le riproduzioni a colori delle Copertine dei LP delle etichette indipendenti specializzate, come la DIRE Records, la HORO, la Black Saint/Soul Note, la RED Record e la Splasc(H) Records, rendono il volume qualcosa che ancora mancava nella discografia del jazz italiano, ed è solo l’inizio…



Enjoy it!

*****

Photos by Carlo Pieroni


lunedì 26 dicembre 2022

La Vita è Bella, anche se un po' scalcinata!


Non so voi ma, come succede al povero George Bailey tutti gli anni (da più di settant’anni!!!), anche a me è capitato qualche volta di avere scoramenti che mi impedivano di vedere una possibile via di uscita e, di conseguenza, mi son ritrovato qualche volta a pensare (ma non così spesso come lui, povero...) se non sarebbe stato meglio non essere mai nato (soprattutto durante festività come queste) anche se, a differenza di George-tapino, non mi ha mai sfiorato l’idea del suicidio (almeno fino ad oggi). 

Quest’anno poi, proprio come per James/George, uguale-uguale, anche per me alla vigilia di Natale qualcuno mi ha inviato una specie di angelo (sì, quello di seconda classe lo so, ma forse è già tanto per uno come me) che mi ha in qualche modo mostrato che la vita è meravigliosa se riscaldata almeno un po’ dal fuoco della passione.


Tutto questo perché il mio Clarence (va beh, in realtà era un corriere UPS che ho visto solo di spalle, ma è pur sempre Natale e un po’ di romanticismo ci sta, no?) mi ha consegnato un qualcosa che mi ha mostrato come sia possibile superare le umane fragilità e che, ai miei occhi, si è mostrato subito come una delle cose più belle degli ultimi due anni!



Ovviamente una favola può durare 100’, 120’, anche 130 minuti o due giorni ma, come tutte le cose belle, prima o poi deve finire per far tornare alla ribalta le umane criticità, i limiti, le questioni irrisolte e le infinite alternative possibili, tutti quei fantasmi insomma che durante la storia se ne sono rimasti nascosti tra le quinte, in attesa della scritta FINE («ma pagato il debito cosa succederà a George e alla “Prestiti e mutui”? E se dovesse fallire, cosa succederebbe agli inquilini delle sue casette?» si chiede Raffaele Meale nella sua recensione al Film).


È bastata quindi una nuova sfogliata per notare alcune leggerezze, qualche scivolone, certe dimenticanze e diversi refusi nel mio testo.

L’aspetto grafico poi, diciamo che è un po’ naif… gabbia troppo ampia che spinge alcune foto e/o testi sui margini o fin dentro la rilegatura, una formattazione del testo che butta i grassetti e i corsivi un po' alla rinfusa, posizionamento arbitrario e didascalie sommarie delle foto; tutto in puro stile Philology, direi…


«Che cosa vuoi Mary? Puoi dirmelo. Vuoi la luna? Se la vuoi io la prenderò al laccio per te…» dice George a Mary in una delle sequenze forse più note e sicuramente tra le più smielate del film. 


Ma sì, perché in fondo la vita è bella pur senza dover essere una fiaba e, tantomeno, senza l’ossessiva ricerca della perfezione. 



Frank Capra, secondo me, questo lo sapeva bene e infatti non è un caso che l’angelo che ravvede il protagonista sia un figuro scalcinato, forse un po’ ritardato e addirittura senza ali, perché la sua forza sta proprio nella perfetta semplicità di una comunicativa impareggiabile e nella capacità di far vedere a George che, alla fine, saranno solo i suoi amici e i semplici abitanti di Bedford Falls che, raccogliendo la cifra necessaria, lo aiuteranno a risolvere in pratica i suoi problemi, senza bisogno d’interventi divini.


Ed è così che, per concludere questa natalizia metafora, il libro che oggi stringo tra le mani torna ad essere come una delle cose più belle dei miei ultimi due anni perché, con tutti i suoi difetti, è riuscito a “mettere in moto” tantissime persone intorno al tema, a creare relazioni inaspettate che hanno partecipato attivamente alla sua realizzazione e a dare forma, concreta e reale, ad un contemporaneo racconto di Natale, l'unico per me possibile. 



domenica 6 febbraio 2022

Pasquale Santoli «Un Certo Discorso», Enrico Rava & Misha Mengelberg Octet + RAI Big Band - Live in Rome 1980

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Non ho conosciuto Pasquale Santoli personalmente - per cui non mi permetterò di raccontare l'uomo a ridosso del suo addio a questa terra - ma ho ammirato fortemente il suo gusto estetico e, cosa affatto disgiunta almeno in questo caso, il suo pensiero etico. 
Per questo mi limiterò a ricordarlo attraverso stralci delle sue parole (raccolte da Alessandro Achilli) e mettendo in condivisione uno dei suoi progetti musicali, raro quanto interessante, come questo di Enrico Rava & Misha Mengelberg con la Big Band della RAI.


A. A. «Come cominciò la sua esperienza quotidiana con "Un Certo Discorso", che negli anni ha usato la musica in vari modi?»
P. S. «Nel corso della sua lunga vita radiofonica, dal 8 novembre 1976 al primo gennaio 1988, lo spirito del programma è sempre stato lo stesso: affrontare la radio dal punto di vista degli immaginari, dei linguaggi, della creatività e delle identità giovanili. Fin dall'inizio, intorno al nucleo ideativo-produttivo "fondatore", ruotò una folta schiera di giovani collaboratori: autori, registi, giornalisti, studenti, esperti, musicisti, attori; una sorta di redazione allargata, un laboratorio permanente di idee. Tra i risultati di questa impostazione, ricorderei la cosiddetta rottura dei generi in base ai quali era connotata, fino alla riforma RAI, la natura dei programmi [...] Un secondo elemento specifico di UcD era rappresentato dalla ricerca di formati "d'autore" e di produzioni originali in chiave musicale e di spettacolo radiofonico ma anche di inchieste e di giornalismo sul campo»


A. A. «Nel 1979 UcD si avvalse dell'apporto di musicisti in studio: con quali ruoli? Mi pare che non si limitassero a fare un concerto radiofonico alternato a chiacchiere con i conduttori: alcuni erano ospiti per una settimana di seguito».
P. S. «Si studiava insieme un progetto di prodotto radiofonico, puntata per puntata, filtrato dal bagaglio delle proprie sensibilità e competenze ma con l’obiettivo di realizzare collettivamente un evento radiofonico. Naturalmente in quel contesto creativo ognuno assumeva in trasmissione il ruolo che la partitura prevedeva. Azzardando, si potrebbe dire che ogni trasmissione era una specie di improvvisazione jazz. Ne mutuava la forma e la poetica. Risultati talvolta discontinui facevano parte del gioco ma comunque erano sempre originali».


A. A. «Sempre nel ’79, Un certo Discorso cominciò a usare la big band Rai, altrimenti impegnata in stacchetti e sigle varie. C’era da subito l’idea di ospitare compositori/arrangiatori esterni?»
P. S. «La big band annoverava eccellenti musicisti che in molti casi esercitavano la loro creatività fuori dagli studi radiofonici. Erano una risorsa, direbbero oggi i manager aziendali, che aspettava di essere valorizzata. Per noi è stato semplicissimo arruolarli nella comunità di Un certo discorso: molti coltivavano le nostre stesse passioni e i nostri sentimenti musicali, ed erano capaci di tirarli fuori dai propri strumenti».


A. A. «Nel 1980 i concerti diventano ventitré (undici produzioni, allestite a Roma e a Venezia, più Shepp presentato anche a Reggio Emilia), con la costante della big band Rai integrata da compositori-arrangiatori e solisti ospiti: Gil Evans, Archie Shepp, Lacy-Tchicai-Rudd, Chris McGregor, Wheeler-Rutherford-Guy, Mangelsdorff-Schiaffini-Schoof, Westbrook-Vittorini, Willem Breuker, Alex Schlippenbach, Mengelberg-Rava-Colombo-Anderson-Geremia, George Russell. Come funzionava il rapporto tra gli ospiti e la big band? Ci furono equivoci, incomprensioni, fraintendimenti?»
P. S. «La stagione del 1980 è durata tre mesi ed è stata per tutti una maratona: ogni settimana quattro giorni di prove, concerto a Roma, trasferimento a Venezia, replica e così via. Si viveva un clima frenetico cadenzato da numerosi appuntamenti previsti e, naturalmente, da diverse emergenze. Ma sul piano dei rapporti tra musicisti ospiti e stabili non s’è mai verificato alcun problema. Naturalmente c’erano preferenze sul piano del gusto musicale da parte della big band ma la professionalità e il rigore di tutti hanno sempre prevalso».


A. A. «Nel 1982 si concluse il periodo delle produzioni radiofoniche Rai e l’azienda si limitò ad acquistare i diritti di messa in onda di festival jazz: che cosa andò perduto? Al di là del differente rapporto con i musicisti, alla base dell’«era Santoli» c’era anche l’idea precisa di un rapporto con gli ascoltatori?»
P. S. «Per la verità continuammo sino all’ultima puntata a sviluppare percorsi di ricerca che qualcuno, forse con tono dispregiativo, definiva "sperimentazione". Sul piano musicale ci buttammo da un lato nelle riprese di festival e rassegne jazz di grande prestigio e qualità o di eventi singoli come, per esempio, il concerto in diretta del ritorno sulla scena e in Italia di Miles Davis, o il recording studio workshop dei Cassix (Heiner Goebbels, Franco Fabbri, Alfred Harth, Umberto Fiori, Chris Cutler e Pino Martini) a Montepulciano nel luglio 1983. Ci dedicammo inoltre alle etichette indipendenti e alla musica autoprodotta. Cominciammo anche a frequentare con assiduità la musica contemporanea ed elettronica e, ancora una volta, invitammo, tramite una sorta di selezione per progetti, undici compositori a misurarsi con la realizzazione di musica concepita per la radio mettendo a loro disposizione le attrezzature elettroniche degli studi e un quartetto d’archi come organico fisso. Curammo maniacalmente le registrazioni, grazie allo straordinario talento della nostra squadra tecnica. Sperimentammo per primi le riprese olofoniche e digitali che usammo per
registrare il Prometeo di Luigi Nono restituendogli con grande efficacia, come riconobbe lo stesso compositore, le sonorità, le sensazioni fisiche, i colori dell’ambiente particolarissimo nel quale l’opera si teneva.

Per quanto riguarda il rapporto con gli ascoltatori, confesso che non ho molto da dire. Noi credevamo, forse illudendoci, non di interpretare ma di vivere radiofonicamente le sensibilità del nostro tempo e di metterle in scena quotidianamente. Penso che i dieci anni di Un Certo Discorso siano stati un modo di rispettare il ruolo di servizio pubblico di Radio3 e la fiducia dei suoi utenti».


Enrico Rava & Misha Mengelberg Octet + RAI Big Band 
 Recorded live at "Teatro dell'Opera", Rome, on May 19, 1980
(radio broadcast)

Enrico Rava, trumpet
Ray Anderson, trombone
Renato Geremia, violin, tenor saxophone
Eugenio Colombo, alto saxophone,flute
Larry Fishkind, tuba
Misha Mengelberg, piano
Giovanni Tommaso, bass
Han Bennink,drums, reeds
+
RAI B.B. :
Nino Culasso, Doriano Beltrame, Cicci Santucci, Oscar Valdambrini,tp;
Giancarlo Beccattini, Marco Pellacani, Gennaro Baldino, Dino Piana,tb;
Gianni Oddi, Baldo Maestri, Sal Genovese, Beppe Carrieri, Carlo Metallo, reeds;
Pino Rucher, gt;
Carlo Zoffoli, vib;





 Note:
l'intervista a Pasquale Santoli, è apparsa nello speciale dedicato a Jazz & Radio su Musica Jazz, dicembre 200
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mercoledì 5 gennaio 2022

Cogli l'attimo... a Paolo Piangiarelli

C’è stato un momento, oramai due anni fa, in cui mi è sembrato davvero che fosse possibile realizzare e diffondere un corposo libro tributo a Paolo Piangiarelli ed alla sua creatura prediletta, la Philology Records.


La famiglia arrivò a me credo grazie a Franco Bergoglio, che mi mise in contatto con Daniele Massimi di Musicamdo / Macerata Jazz e sicuramente per via dell’intervista fiume che avevo realizzato con Paolo nel febbraio 2017 e solo in parte pubblicata sul mio blog.

Si parlava di un rilancio dell’intero catalogo, di necessarie ristampe e nuove incisioni e si voleva dare forza a tutto questo con un ampio racconto della storia dell’etichetta di Macerata (che poi sarebbe stato il ritratto più fedele di Piangiarelli che si poteva mai realizzare), operazione che fu annunciata anche alla stampa locale.

Io ne fui da subito entusiasta e proposi, oltre ad utilizzare stralci inediti dell’intervista, di contestualizzare il tutto con attuali interviste ai musicisti che avevano fatto parte della sua “scuderia”. Fu così che grazie ai generosi contatti di alcuni amici, su tutti quel “gaittone” di Guido, mi ritrovai a solleticare i ricordi di Enrico Rava, Franco D’Andrea, Tiziana Ghiglioni, Enrico Pieranunzi, Fabrizio Bosso e tanti altri, tra cui addirittura Paolo Fresu, che con Piangiarelli aveva realizzato un solo album, se pur significativo, quel tributo a Luigi Tenco ancor oggi grondante emozioni. E, ovviamente, tutti ne raccontarono delle belle sulla Label e sul suo patron…


Nel frattempo noi mettevamo ordine nello sconfinato catalogo, stilavamo piani di diffusione, abbozzavamo progetti di mostre fotografiche e di ascolti sensoriali che avrebbero costituito il contesto della presentazione, spesso su Zoom o presso un tavolo del Mercato di Termini, zona “facile” per gli incontri tra me, unico romano, e i marchigiani Cristiana Piangiarelli, Daniele, appunto, Diego e forse qualcun altro che ora mi sfugge.



Alla fine terminai il lavoro a tempo di record per i miei canoni, sbobinando e trascrivendo parte delle interviste che, vista la ghiotta occasione, avevo realizzato in maniera più ampia rispetto al tema (potevo farmi sfuggire i ricordi di Rava, Pieranunzi e D’Andrea anche su Sinesio e la HORO???) e quasi mi commossi quando inviai il filONE definitivo (dopo tante revisioni, eh…) e dissi che, se andava bene a tutti, saremmo finalmente potuti andare in stampa per essere così pronti per la 51° edizione del Macerata Jazz al Teatro Lauro Rossi!!! wOw!


Dopo aver ricevuto il lavoro completo e ingaggiati da tanta “storia” che, forse, nemmeno loro conoscevano bene sul loro Paolo, la famiglia iniziò a ragionare però su un editore di rilievo, anziché un’autoproduzione, su una distribuzione nazionale (magari anche in edicola con allegato il famigerato CD compilation), su una traduzione (necessaria) ed una stampa in grande formato e quadrichrom per le copertine. Per me il mio scritto valeva molto meno del famoso primo “assolo nasale” che Charlie Parker aveva eseguito nella cabina telefonica (e Piangiarelli pubblicato in un mare di critiche) e, anche se quest’aumentata attenzione non poteva che rendermi orgoglioso, tentai di riportare tutti con i piedi per terra per portare a termine l’operazione, in maniera forse meno enfatica ma di certo più sicura… 


Insomma, alla fine abbiamo perso l’attimo… il libro è rimasto nel mio Hard Disk (dovrei scrivere il libro dei libri nel cassetto, un giorno) non venne più dato alle stampe né in piccolo né in pompa magna ed io sono molto dispiaciuto perché ora suonerebbe come un “coccodrillo” mentre all’epoca, anche se Paolo stava già molto male, sarebbe stato ancora un meritato riconoscimento che nemmeno la stampa specializzata aveva mai concepito. Unico insegnamento (peraltro molto noto): cogli l’attimo, perché la vita non resta ferma a guardare, mai.



Tra l’altro, non mi sono nemmeno mai scusato con tutti quei Musicisti che mi hanno dedicato il loro tempo ed i loro ricordi e lo faccio ora, anche se per questo naufragio, speriamo momentaneo, all'epoca non ero io il capitano.


lunedì 23 dicembre 2019

Stafford James with Enrico Rava - HORO 1975, Jazz A Confronto #26


In questi giorni sto raccogliendo molte interviste a diversi protagonisti di questa musica per un progetto di cui spero potervi raccontare a breve.

Ora, al di là dell’aspetto pratico in cui alcuni “famosi vecchi leoni” ti concedono tutto il tempo del mondo direttamente in live recording ed altri, anche misconosciuti giovin virgulti, posticipano, vogliono leggere le domande in anticipo e danno sòle, ed anche volendo superare l’annosa questione che tenta di spiegare il “perché” di una intervista loffia, che quasi sempre si riconduce alle domande mosce dell’intervistatore (e ci sta’) e raramente alla possibilità di una scarsa capacità di dare forma ad un racconto di alcuni intervistati (e pure questo ci sta’ tutto), è di altro che vi vorrei parlare.



E sì, perché di queste ore passate intorno ad un tavolo o al telefono, quello che più mi è rimasto impresso non sono tanto le parole sulla Musica, ma sono le vicende su tutto quello che gli gira intorno che mi raccontano di più della persona che ho di fronte. 



Per esempio con Enrico Rava, dopo aver conversato amabilmente su alcuni suoi dischi con tante frasi “arrrotondate” e raccolto alcuni spunti da lui offerti al tema («forse la gente non lo sa, ma sia io che Franco D’Andrea, siamo dei grandi appassionati di Dixieland») ne ho colto uno che inizialmente mi è sembrato uno scivolone per una intervista di Jazz, cioè quel gancio emotivo che mi era stato offerto dal libretto di Altan, impresso nella mia memoria di appassionato di Comics tanto quanto la Musica di Noir, se non un pochino di più…



Ed invece questo tema trasversale ha aperto ad argomenti imprevisti e fantastici, che ci ha portato a discutere in modo più “sbragato” e per questo più sincero di BD, cioè di Moebius quanto di Tex, dei francesi che, nonostante tutto, non sembrano cogliere più al volo le occasioni («io avrei fatto uscire proprio il fumetto con una sua autonomia, magari con il CD allegato)», della Giungla brasiliana dove l’uomo bianco non era mai stato, di Raymond Chandler e Dashiell Hammett (ben più che dell’amato Carver o del temibile Proust), di cantanti da Osteria e di vecchi tromboni a coulisse puzzolenti, di quell’esilarante video RAI del 1974 e dei riflessi emotivi di Michelangelo Pistoletto, dei Living Theatre e di tanti altri incontri indelebili con i fratelli Bertolucci, Gianni Amico e soprattutto, Marcello Melis. 



Chissà perché, ma ancora una volta l’aver defibrillato “Jazz from Italy” mi fa pensare che la vita quotidiana è l’Arte più interessante che ci sia… 



«potrei dirti che io non ho una vera vita sociale con i musicisti, devo dire la verità… certo, siamo amici da anni, ci divertiamo sul palco subito prima e dopo aver suonato, mangiamo e cazzeggiamo insieme e questo crea feeling, ma spesso, fuori da questo contesto, mi annoio molto, perché si parla solo di Musica e di pettegolezzi musicali, mentre nella mia vita ho tanti altri interessi…»


JfI: Altan ti ha iconizzato in maniera tagliente e spesso arcigna, mentre io trovo molta ironia in Enrico Rava e c’è una cosa che ho sempre desiderato chiederti: quel video RAI in cui suonate in quartetto con Massimo Urbani, Calvin Hill e Nestor Astarita e vi “autoproclamate” i migliori musicisti del mondo... ma a chi è venuta in mente una storia così???

Enrico Rava: lì eravamo a Torino, ed il direttore della RAI di quegli anni era Folco Portinari, che era un Poeta anche abbastanza importante e, tra l’altro, era stato per un certo periodo anche il fidanzato di Juliette Greco e che, ovviamente, adorava il Jazz. Io, quando ho fatto quelle cose in RAI con Massimo, vivevo a NY e lui restò molto colpito dalla mia musica ed ogni volta che tornavo in Italia mi organizzava sempre qualcosa… il regista di quel video poi era Maurizio Corgnati, uomo coltissimo e collezionista di pittura, che fu quello che raccolse Milva, che era cantante da Balera e l’ha fatta diventare una donna raffinata, comunque anche lui si entusiasmò a sua volta del nostro gruppo e fu proprio sua l’idea di quel video, ironica ovviamente, che noi all’inizio osteggiammo imbarazzati, ma poi ci divertì e ne comprendemmo la portata.



JfI: esilarante, ma non solo, visto che era mamma-RAI del 1974 ed il brano che accennate è “Closer”, pezzo affatto semplice appena uscito sul disco della HORO


ER: si, esattamente. Poco prima che io cominciassi a registrare per la ECM avevo inciso per Aldo Sinesio a Roma. Devi sapere che Sinesio era il fratello di un Senatore democristiano, personaggio “pesante” in Sicilia e di lui ricorderò sempre una cosa molto simpatica, cioè che il giorno dopo la registrazione di quel disco noi saremmo partiti per dei concerti, tra cui alcune date al Brass Club di Palermo e, proprio poco prima che partissimo, Aldo mi disse “Enrico, se a Palèmmo hai bisogno di quaccòsa, di quàssìasi cosa» [imita il dialetto il siciliano] «tu fai un nummero di telefono, un nummero quàssìasi e, quànno rispònnono, dicci subbito che sei amico di Aldo Sinesio” [risate]. Un personaggio vero Sinesio, ed era molto amico di Camilleri che, a sua volta, era molto appassionato di Jazz.



JfI: c’è un altro disco di quella serie che ascolto spesso e volentieri, quello con Stafford James… peccato che quel catalogo sia praticamente irreperibile ai più

ER: è vero, non si sa che fine abbia fatto, perché c’erano cose davvero interessanti, ricordo Gil Evans e Archie Sheep, per esempio. Ma il fatto è che passa il tempo e le cose spariscono... sembra normale a tanti, anche se non lo è.


Art by Francesco Tullio Altan


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JAZZ A CONFRONTO 26

STAFFORD JAMES - HLL 101-26


Label: HORO
Catalog#: HLL 101-26
Format: LP
Country: Italy

Recorded in, Rome 1975, July 31

Stafford James (bass), Enrico Rava (trumpet),
Dave Burrell (piano), Beaver Harris (drums)




Tracklisting:

JAZZ A CONFRONTO 26 - Side A

A1) Costa Bruciata - 9'40"
A2) Neptune's Child - 12'18"





JAZZ A CONFRONTO 26 - Side B

B1) City Of Dreams - 5'16"
B2) I Ain't Named It Yet - 11'46"