cirò marina mercoledì 03 luglio 2013 di Cataldo Amoruso
Il Cantante Nino Malena ci ha lasciati, un altro pezzo di vita che se ne va. E’ stato un buon artigiano ed un bravo cantante, ma io voglio parlare del cantante. L’ho sentito cantare, per la prima volta, nelle calde sere d’estate insieme a Demo Russo nell’immediato dopoguerra. Correva l’anno 1948, nel mio vicolo, di notte, portava le serenate ed allietava tutti coloro che lo ascoltavano. Per Cirò Marina è stato una istituzione, il cantante per antonomasia, bella voce, intonata, peccato che in quel tempo era molto difficile intraprendere una qualsiasi iniziativa di lasciare il paese per dedicarsi al canto, erano tempi duri, la guerra ci aveva lasciati poveri e disperati per cui si doveva lavorare sodo per sopravvivere. Nel 1953 finalmente conobbi Nino che partecipava ad uno dei tanti spettacoli che allestiva il Capo Mezzotero, avevo iniziato a suonare la chitarra insieme a Mimì Nigro, Salvatore Bastone, Cataldo Parrotta, a volte veniva da Cariati Rocco Trento con la sua fisarmonica e così incominciavo ad accompagnare i cantanti delle riviste che allestiva il “Capo”. Il dominus della compagnia, per quanto riguardava la parte musicale, era Nino Malena, non mancavano Demo Russo, Gaetano Mezzotero e Gino Cosenza. Nel 1955 incominciò il mio sodalizio con Nino. Quell’anno vinse il Festival di San Remo Claudio Villa, con “Buon giorno tristezza” celebre canzone, che Nino interpretava molto bene. Incominciammo a provare altre canzoni come: “Serenata celeste,”; “Passione tra gli ulivi” scritta da Claudio Villa, “Incantatela”; “Corde della mia chitarra”; “Cancello tra le rose”; e tante altre canzoni classiche napoletane. Dopo aver preparato un buon repertorio incominciammo a fare serenate, per le “Rughe” (I vicoli), per appagare la nostra passione di cantare e suonare di notte sotto la luna.
Ricordo che dopo aver terminato la serenata c’era qualcuno che ci regalava una soppressata, una salsiccia, altri ci regalavano “pastarelle e bucchinotti” , e altri ancora dolci fatti in casa, ogni tanto, però, buscavamo anche qualche secchio di acqua sulla testa, ma c’era la giovinezza, la vita che ci rideva negli anni più belli della stagione umana. In quella Italia ormai avviata alla ricostruzione, dove ogni novità ci entusiasmava e ci riempiva di gioia, dopo la catastrofica bufera della scellerata guerra del 1940. Pensando a tutto ciò, la notizia della scomparsa dell’amico Nino , si è scatenato dentro di me una sorta di impetuoso torrente di nostalgia e di malinconia che mi ha travolto, pensando che è partito, in quel di Strongoli, col treno delle nebbie per le stazioni del silenzio. Nel volto dei due suoi figli Antonio E Franco, che dal padre ha ereditato il dono della voce, ho rivisto per un attimo quando erano bambini e poi adolescenti, ricordo che giravano sul palco della Rampa fra i giurati e i musicisti. Antonio mi diceva sempre: “La chitarra te lo porto io”. La voce alto levata di Nino entusiasmava gli spettatori della Rampa, grande manifestazione canora degli anni 60. Alla fine degli anni 50 e inizio degli anni 60 formai il mio primo complesso musicale che si chiamava “Gli Snelli”, per via della mia eccessiva magrezza. Suonavamo in un locale all’aperto, sul muraglione, cantavano, Nino Malena, Cataldo Morelli, Giovanni Russo di Cariati, Nicodemo Malena detto Nick. Gli spettatori paganti sedevano dentro lo “Scialè”, mentre tante persone sedevano sulla sabbia del mare. Quando, Nino Malena cantava “Passione tra Gli ulivi” “ Nunne a credere”, alla fine della esecuzione scoppiava quasi sempre una vera ovazione di applausi. Dal 1966 al 68 è stato con il complesso “I Ciros”. Abbiamo girato quasi tutta la Calabria e dovunque ci esibivamo Nino Malena era sempre il più applaudito. Di lui ci resta il ricordo, le sue canzoni, il suo canto nel vento. Ci manca la sua presenza, la sua dialettica orginale, il suo motto quasi filosofico quando diceva “ L’uomo è un animale sbagliato”. Quasi simile al motto del filosofo tedesco Nietzsche che dice “L’uomo è l’animale peggio riuscito.”. Non dobbiamo dimenticarlo perché, in fondo, si è vissuti solo se siamo o saremo ricordati.
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