Io vorrei partire da Heidi.
Da quella pagnottina ambulante che armata di una prosopopea infinita e da una curiosità immensa, inaugurò la stagione dei cartoni giapponesi in Italia, chiamati "anime" e precursore delle infinite serie di cartoni animati che si sarebbero succeduti sui palinsesti italiani da allora ad oggi.
Dai cartoni delicati per bambine, su cui io porrò l'accento oggi, a quelli per maschietti, tra robot d'acciaio e capitani di astronavi galattiche, che si sono succeduti incessantemente.
Ma lei per me che pure divoravo libri su libri, era una perfetta sconosciuta.
E solo dopo avere visto la prima serie di cartoni su Rai 1 partita nel 1978, comprai il romanzo.
Scoprendo ad esempio, che Peter aveva un ruolo marginale e appariva solo alla fine.
Che la famosa signorina Rottenmeier, non andrà mai a visitare la casa del nonno sulle Alpi e che il nonno si stabilirà in città, lasciando la montagna amatissima.
Primo caso di delusione post cinematografica per me, imparai da allora che è molto meglio vedere un film tratto da un romanzo prima di leggere il libro, perchè altrimenti la trasposizione cinematografica, mai fedele, è fonte di delusioni costanti se la si confronta al libro già letto.
La piccolina a cui "sorridevano i monti", il che mi fece pensare ad uno squilibrio mentale di fondo, alla fine mi diventò insopportabile.
Ma forse semplicemente stavo crescendo; la mia attenzione si spostò verso quella che è stata il principio della fine per tutte le bambine in crisi preadolescenziale dell'epoca.
Sto parlando di Candy Candy.
Noi che cercavamo di risvegliarci dalle sbornie dovute alla ricerca del principe azzurro, a causa di fiabe raccontate dalle nonne (la mia nonna paterna in particolare, era stata devastante in questo), ci siamo trovate catapultate in una storia strappalacrime di una ragazzetta orfana e cresciuta in un orfanotrofio chiamato "la casa di pony", che avrà sempre la peggio in qualsiasi situazione.
Gli muore il primo amore tale Anthony davanti agli occhi, disarcionato dal suo cavallo, viene continuamente vessata e umiliata da due bimbetti ricchi e arroganti tali Neal e Iriza.
Incontra il nuovo amore su di una nave che dagli Stati Uniti la porta a Londra per ragioni di studio, tale Terence, che per gli anni successivi ci delizierà con baci strappati tra un incontro fugace e l'altro e ci strazierà con addii strappalacrime, visto che c'è sempre qualcun altro per cui sacrificare la propria vita e il proprio amore.
Insomma, la felicità è davvero una chimera.
Alla fine la nostra crocerossina (e che altro mestiere poteva mai fare alla fine), si accontenterà di una serenità surrogata, tornando a dirigere il suo vecchio e amato orfanotrofio, e sposando il suo più caro amico, tale Albert.
Alla faccia della passione che travolge tutto e tutti.
Amareggiate da questa vicenda, noi ragazzine dell'epoca passiamo ad un altro "anime" che darà la botta finale alla nostra crescita e al nostro equilibro già provato.
Lady Oscar.
Per dirla tutta, Oscar Francois de Jarjayes è la sesta figlia femmina di un generale francese nel periodo in cui tutto in Francia sta cambiando; siamo nel 1755, tempo di cambiamenti radicali e alba della Rivoluzione Francese.
La fanciulla, costretta dalla volontà del padre a crescere come un uomo e a diventare generale della Guardia Reale di Francia, avrà vita amara.
A partire dalla frustrazione di dovere sembrare qualcosa che non era e cioè un uomo, fino a dover soffocare il suo amore prima per il Conte di Fersen (ma che sfiga innamorarsi proprio dell'amante della regina Maria Antonietta) e poi del suo migliore amico Andrè, con cui era cresciuta fin da bambina.
Solo durante l'epilogo, durante l'ultimo episodio delle serie, i due si lasceranno travolgere dalla passione.
Momenti di felicità che chiaramente non sono destinati a durare a lungo.
Raro caso di "anime" straziante anche nel finale.
Insomma, un colpo basso per noi fanciulline all'epoca.
I presupposti per un'amara riflessione c'erano tutti.
Il mezzo televisivo tramite i cartoni, continuava il lavaggio del cervello al quale sembravamo sottomesse fin da piccole.
Realizzavo che:
punto primo: non dovevamo valere granchè perchè femmine e di conseguenza già in svantaggio;
punto secondo: per realizzarci sul lavoro avremmo dovuto dare sempre il 200 per cento, rispetto al 50 per cento scarso degli uomini;
punto terzo: in quanto all'amore o imparavamo l'arte della competizione mettendola in pratica, o ci conveniva abbandonare la partita prima d'iniziarla.
Già in questi tre punti c'era quanto basta per non riprendersi e per sbandare tutta la vita.
Ma non è che i maschietti potessero stare tanto allegri.
Partiamo dal primo anime arrivato in Italia anno 1978 su Rai 2.
Atlas Ufo Robot - Goldrake
Il primo robot della storia infantile, sbarca nelle case italiane per la gioia di tutti i bimbi alla fine degli anni 70, gettando con il suo merchandising, il primo sassolino al potere devastante che avrebbero avuto sulla tenera psiche dei bambini, i giochi collegati ai cartoni.
Che poi, questo robot tanto invincibile non era, visto che, per la maggior parte delle volte, riusciva a finire il nemico grazie all'aiuto degli altri suoi compagni di avventura ( vi ricordate il grande amico Alcor?) della serie e anche alla cretinaggine degli attacchi nemici di Re Vega.
Proviamo a cercare un fondo di positività: l'unione fa la forza?
A me viene in mente solo l'impaccio che aveva questo robot con la sua alabarda spaziale.
Ho visto tutte le puntate, del resto da femminuccia accorata, avevo sempre sperato che Actarus e Venusia finissero per vivere insieme.
E invece no, lui come nella migliore tradizione degli abbandoni finali, aveva una missione da compiere e ho ancora negli occhi l' astronave che vola verso il suo pianeta da ricostruire, mentre Venusia resta come un'allocca a guardare il cielo.
Ma il mio preferito in assoluto fu Capitan Harlock.
Il pirata dello spazio, terrestre in fuga ricercato dai suoi stessi fratelli, che riesce nonostante tutti i contrasti a proteggere il suo pianeta da un destino di distruzione, è l'unico eroe positivo dei cartoni che ricordo volentieri.
Non ci sono buoni e cattivi ben definiti in questo cartone, ma ogni personaggio, dalla regina delle mazoniane Raflesia, al primo ministro Kirita acerrimo nemico di Harlock, riflettono le due anime dell'uomo: la parte positiva perchè agiscono per difendere il loro pianeta e quella negativa agli occhi di chi stanno attaccando per non perire.
E Harlock con tutte le sue contraddizioni raffigurava quello che ognuno di noi voleva diventare o amare, a secondo dei punti di vista.
Per non trascurare il piccolissimo particolare che l'avventuriero e pirata era per i bambini il massimo a cui aspirare e per le fanciulline il massimo da cui farsi strapazzare il cuore.
Diciamo che da adulti non è cambiato nulla.
Ora ditemi, siamo riusciti a trovare un equilibrio nella nostra vita nonostante i traumi infantili dovuti ai cartoni?
E partendo dalla vostra infanzia in poi, quali sono state le serie televisive di cartoni animati che vi hanno devastato meglio?
PARLIAMONE MASCHIETTI E FEMMINUCCE!
Questo post è dedicato a mia sorella Dani e a tutti voi, perchè non smetteremo mai di essere bambini, per fortuna.